Dario Argento. The Exhibit

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The Exhibit | Dario Argento | SMALL ZINE

La mostra Dario Argento. The Exhibit al Museo Nazionale del cinema della Mole Antonelliana di Torino, è la più completa tra quelle dedicate al maestro dell’horror. Il percorso a spirale della Mole, poi, è perfetto per rappresentare l’ossessione di Dario Argento per l’inconscio, cominciata da ragazzo quando si imbatté in alcuni libri di Freud, trovati nella biblioteca del padre. In seguito non ha mancato di omaggiarlo ogni volta che è andato a Vienna, incantato dal divano della casa-museo del padre della psicanalisi. Il tributo più diretto fu il thriller La sindrome di Stendhal che Freud stesso sperimentò sull’Acropoli di Atene, proprio come accadde al regista durante un viaggio con i genitori.

L’esposizione ospita cimeli, costumi e installazioni dei film, e non poteva mancare la testa del pupazzo meccanico costruito da Carlo Rambaldi per Profondo Rosso, a mio parere il capolavoro di Dario Argento.

Grazie Dario, perché mi hai insegnato a lasciarmi soggiogare dalla paura, traendone piacere.

In arrivo una mostra su Dario Argento al Museo del Cinema di Torino - Cinevagabondo

Il museo del cinema della Mole Antonelliana

Le locandine di alcuni film di Dario Argento

Dario Argento non crede all'inferno. E si racconta così - la Repubblica

Non ha bisogno di presentazioni…

L’amour l’après-midi

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“Se c’è una cosa che non sono più in grado di fare è la corte a una ragazza. Non so cosa potrei dirle e d’altronde non c’è ragione che le dica qualcosa, non voglio niente da lei, non ho niente da proporle. Tuttavia sento che il matrimonio mi blocca, mi imprigiona e ho voglia di evadere. La prospettiva di una felicità senza scosse mi immalinconisce e mi scopro a rimpiangere i tempi non lontani in cui provavo anch’io gli spasimi dell’attesa. Sogno una vita fatta solo di primi amori, d’amori durevoli. So di volere l’impossibile, non invidio nessuno e quando vedo due innamorati, penso meno a me, a quello che ero, e più a loro, a quel che saranno. Per questo amo la città, la gente passa e sparisce, non la si vede invecchiare. Quel che rende straordinario ai miei occhi lo scenario di Parigi, le sue strade, è la presenza costante e fuggevole di donne che si incrociano ad ogni momento e che quasi certamente non rivedrò mai più, purché siano là, indifferenti e inconsapevoli del loro fascino, felici di verificarne l’effetto su di me come io verifico il mio su di loro, per un tacito accordo senza sguardi o sorrisi anche appena accennati. Sento il loro potere d’attrazione senza esserne attratto. Tutto questo non mi allontana da Helène, al contrario. Mi dico che le bellezze che mi passano davanti sono il naturale prolungarsi della bellezza di mia moglie, l’arricchiscono con la loro bellezza, ricevendone in cambio un poco della sua. La bellezza di lei garantisce la bellezza del mondo e viceversa. Quando abbraccio Helène, abbraccio tutte le donne”.

L’amore il pomeriggio, film del 1972 di Eric Rohmer.

Allo spettatore contemporaneo, in special modo se giovane, questo film risulta di una pesantezza intollerabile; eppure la sceneggiatura che accarezza certe dinamiche amorose a tutti note, dovrebbe renderlo piacevolmente fruibile. Non è così. Cambiano i linguaggi, cambia la sensibilità. Spesso in parassitismo emotivo.