Creato da LaDonnaCamel il 16/09/2006
Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla èl
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"Mille e ancora mille."
« Parlano di noi | Tanti auguri » |
Questo racconto non è mio, me l'ha appena mandato Calikanto per mail, mi dispiace. Mi dispiace che non l'ho scritto io, intendo. La foto a corredo viene da Google immagini e rappresenta il Kalahari, se ho scritto giusto.
Sì, lo voglio! No, non mi sto sposando, ma quando mai. Sto solo parlando con me stessa, come mi capita quando devo prendere decisioni importanti. Sì, ci voglio andare nel Kalahari. E tutti a chiedermi: ma che ci vai a fare? Nel Kalahari che c'è, dov'è, mai sentito parlare del Kalahari. Sì, vabbè, lo so, non ci sono le dune libiche o le piramidi egizie e – ora lo so – non è nemmeno il Mozambico dove “the sunny sky is aqua blue”. Anche gli elefanti sono difficili da vedere lì, sono ancora in libertà e vanno un po' dove cavolo gli pare, più facile imbattersi in un bel cobra sputatore, vuoi mettere! Però io un motivo ce l'ho e per me è buono abbastanza da farmi andare fin là, proprio sul Tropico del Capricorno, più di venti ore di volo! Sì, lo voglio! A pensarci bene, questa frasetta non è così innocua come pretendo. Devo smetterla di far finta di niente, almeno con me stessa devo sforzarmi di essere sincera. Un po' di sincerità ecco quello che ci vuole. E allora lo dico, a dir la verità è un nome, un semplice nome, be' forse non proprio semplice, ma pur sempre solo un nome: J.L.Roy Molofololo. Che visione! Era tutto vestito di arancione quella sera, una tunica con disegni africani in nero e verde ma tutta arancione, stessa stoffa anche sulle scarpe e io lo trovai molto elegante! Se ne stava seduto dietro il tavolo con il gomito appoggiato alla sedia e un leggero svacco nella posa, come relatore non sembrava troppo preoccupato. Io e la mia amica K. eravamo andate ad assistere alla conferenza, ma poi l'ho visto e mi si è svuotata la mente. Lui era un boscimane del Kalahari, magro e non troppo alto ma con quella insolita aria di tranquillità e sicurezza che io, perfetta europea e mio malgrado condizionata dagli stereotipi, non mi sarei aspettata sulla faccia di uno il cui popolo vive ancora di caccia e ultimamente viene anche scacciato dalle sue terre ricche di diamanti. Lui invece no, il volto spiegazzato, il pizzetto assassino e quella leggera sfacciataggine tanto sexy. È così che mi sono distratta, ero lì a sentir parlare di dramma e dolore e invece ecco che mi sento galleggiare sulla sedia, sarà stato quel vestito arancione che nessun uomo europeo indosserebbe, sarà che poi ha parlato e gli è uscita una voce profonda, così vibrante che mi si è insinuata nella pancia e lasciamo perdere da dove è entrata. Insomma, sarà il fatto che la causa del suo popolo mi ha commossa, sarà che mi sentivo attratta da lui, alla fine della conferenza l'ho avvicinato e, nonostante la aperta disapprovazione di K., gli ho chiesto l'autografo. Lui si è voltato verso di me e quando ha realizzato quel che gli avevo detto ha fatto un'espressione così stupita e ha sgranato tanto gli occhi che io mi sono sentita come Buster Keaton appeso alla lancetta dell'orologio in cima al grattacielo: ora mi ride in faccia, lo sanno tutti che non si chiede l'autografo ai conferenzieri e lui se ne sta lì e mi guarda basito e io vorrei sprofondare dall'imbarazzo, quasi quasi mollo la lancetta. Avrei dovuto dar retta a K.: queste cose non si fanno, cosa vado cercando, mi rendo ridicola, non posso proprio resistere? Eddai K. voglio solo vederlo un po' più da vicino, che male c'è. E in effetti non c'è, tranne il fatto che lui non solo ha subito capito, ma sembra essersi preso tutto il tempo per guardarmi con calma e leggermi nei pensieri e io, sotto il suo sguardo dritto e sincero, ho perso tutta la mia baldanza! Neanche mi risponde, neanche ci prova a farmi l'autografo. Vuoi venire a bere qualcosa con me? Non l'ho detto io, l'ha detto lui, come da perfetta tradizione planetaria. Dev'essere stato allora che K. ha effettuato una retromarcia silenziosa scomparendo in mezzo alla folla, così quando mi sono girata a cercarla non c'era più. Bello scherzetto, lasciarmi sola proprio ora che ho più bisogno di lei, abbandonata a me stessa non troverò mai la forza per declinare l'invito. È inevitabile, gli rispondo di sì, in perfetta sintonia con le farfalle che mi svolazzano nello stomaco. E ora cosa gli dico, di che parliamo, io l'ho avvicinato sotto l'influsso di una sbornia da arancione acceso, non lo so mica cosa voglio da lui. Uhm!?! Sincera? Va bene, lo ammetto, so cosa voglio da lui. Moderazione, ecco quello che ci vuole e anche astinenza direi, anche dal vino che mi sta offrendo, che poi se divento pure allegra addio. Che bello però, in questo locale non ci guarda nessuno nonostante la sua vistosa mise e io, io ho voglia di toccarlo. Ma di nuovo mi anticipa, mi tocca prima lui, allunga la mano sui miei capelli e mi dice che un giorno di tanti anni fa, ancora bambino, un bianco della sua scuola di bianchi gli disse che aveva la pelle color della cacca, così lui rispose all'altro che aveva i capelli color della piscia, proprio come i miei. Ma che romantico! Non sarà che mi sta prendendo in giro? Non mi starà mica mancando di rispetto!?! Se non facciamo almeno finta di essere pari non mi diverto, mi succede sempre così con gli uomini. Che poi mia madre ha sempre confuso boscimane e debosciato. Sì ma che c'entra ora la mamma, il fatto è che J.L.Roy Molofololo ha preso il comando e io annaspo, mi sento intimidita e non so bene cosa aspettarmi. Chiacchiera soprattutto lui, ripete un po' i concetti espressi alla conferenza, sorride e dice che se ne deve parlare di questa storia dei boscimani, che il mondo lo deve sapere. Al secondo bicchiere si lascia un po' andare, comincia a raccontarmi della sua infanzia italiana e io mi tranquillizzo, che fragile sono, così coraggiosa da abbordare quest'uomo tanto diverso e poi così rassicurata dallo scoprire esperienze comuni. Finalmente anche io riesco a parlare un po' di me e ora siamo in due a ridere, non ho più la sensazione che si stia prendendo gioco di me. Sei sposato? Sorride: no. Prendo fiato, inspiro a fondo: alloraTIinvitoAcasaMIAdovehounabuonissimaTortachehofattoioconlaMarmellatadiAmarene. Ti piace la crostata? Sbatte le ciglia: sì. Lo confesso, non mi sono mai piaciute le smancerie e poi, ve l'ho già detto, lo volevo toccare. Avvicinandomi a quel suo vestito arancione mentre lo spogliavo mi sembrava che una nuvola colorata mi circondasse e ora togliermelo dalla testa non ce la faccio più. Così lo devo fare, vado con lui nel Kalahari, me l'ha chiesto e io: sì, lo voglio! Anche perché, spossati e sudati nudi sul letto quella notte, ho avuto la bella idea di dirgli che avevo proprio la canzone che faceva per noi e ho messo su Mozambique di Bob Dylan “there’s plenty time for good romance in Mozambique”... e lui di nuovo mi indovina: tu non hai idea di dove sia il Kalahari vero? E allora devi proprio venire con me in Botswana! 4 novembre 2013 Questo racconto partecipa all'Eds arancione del grande cocomero in buona compagnia di e chissà quanti altri ancora |
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