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GAP GENERAZIONALE

Post n°52 pubblicato il 10 Maggio 2009 da esperiMente

Chi non ricorda le adunate familiari di quando eravamo piccoli?
Matrimoni, funerali, prime comunioni, ma anche il semplice Natale, erano occasioni in cui ci si ritrovava faccia a faccia con parenti pressoché sconosciuti, in maggioranza vecchi (non so per voi, ma dal mio punto di vista bambino, chiunque avesse più di vent'anni, era considerato "vecchio").

Dopo lo scambio rituale dei doppi baci, puntualmente arrivavano gli strizzamenti di guance e le domande idiote. Ho due fratelli, per cui la prima, ormai attesa, e ripetuta per tutti e tre era sempre la stessa: "chi è il più bravo di voi?" In un tacito accordo fraterno, soffocando la spontanea replica (ma cosa cavolo significa il più bravo? Quale delle mille possibili risposte vuoi?), tutti, educatamente,  rispondevamo: "il quarto", provocando nell'interlocutore di turno, ogni volta, la medesima, misurata botta d'ilarità.
Poi veniva il turno della più deplorevole: "a chi vuoi più bene, a mamma o a papà?" E qui sarebbe calzato a pennello un bel "ti venisse un'unghia incarnita", al posto della solita litania bipartisan: "a tutti e due".
Via via che trascorrevano gli anni, tra tante occasionali amenità, tra un "come va la scuola?" (ricordo uno zio acquisito che, in dodici anni, mi rivolse dodici volte queste uniche quattro parole, prima di divorziare e scomparire per sempre) e "ce l'hai già il fidanzato?" buttati lì senza neanche fingere un minimo di interesse per la risposta, si arrivava, ormai in età da marito, al fatidico appuntamento con il matrimonio di qualcun altro, dove, come chicchi di grandine in un occhio, fioccavano i "e allora, quando tocca a te?".

Macheppalle.

Mi son sempre chiesta: perché la gente si sente costretta a parlare anche quando non ha nulla da dire?

Ora sto dall'altra parte. Ora sono io la vetusta parente, ma siccome serbo ancora freschissime tracce delle percezioni vissute nell'infanzia e, soprattutto, durante l'adolescenza, mi rifiuto di interpretare ruoli che mi appartengono solo anagraficamente.

Quando faccio una domanda, è perché la risposta m'interessa, ed inoltre, sopporto come l'orticaria le chiacchiere inutili e generiche, e rifuggo come la peste le conversazioni da sala d'aspetto o, peggio ancora, da ombrellone, ritrovandomi spesso ad usare i libri come strumenti, oltre che di piacere, di legittima difesa.

Si dà il caso, però, che parlare con i ragazzi mi piaccia, e durante i ritrovi familiari mi capita di trascurare un po' gli adulti a favore di un granello di confidenza con i più giovani.

Scalfirne le naturali scorze non è poi così difficile. 
Le volte in cui ci riesco, magari anche solo partecipando ad una partitella a calcio balilla, o liberando la mia parte fanciulla dall'imbarazzo caratteriale, ne sono genuinamente contenta, e credo che anche a loro faccia piacere.
Con le ragazze mi viene più semplice, e il loro sorriso e le voci argentine son veri regali, ma confesso che ieri, di fronte agli sguardi scazzatissimi che il mio nipote diciassettenne sollevava saltuariamente dal suo cellulare ultimo modello, mi son sentita come un guerriero dall'elegante corazza, impotente di fronte a mura inespugnabili; una vecchia zia idiota distante anni luce, insomma, e l'unica arma che ho saputo sfoderare è stato un decoroso silenzio.

 

 

 
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"L'amore non possiede né vuole essere posseduto."

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ANGELO VASSALLO
Sindaco di Pollica (SA)

ucciso il 5 settembre 2010


Uccidendo Vassallo, la mafia non ha voluto solo difendere le attività legate al narcotraffico e all'edilizia. Ha ucciso un profeta. Un eletto dal popolo che affrontava con intensità e coraggio le disfunzioni più evidenti ella società contemporanea.

Alain Faure - direttore di ricerca Istituto di studi politici di Grenoble - LE MONDE 

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