Creato da atapo il 15/09/2007
Once I was a teacher

OTTOBRE

 
 Lieve offerta
 Vorrei che la mia anima ti fosse 
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia -

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre -
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago -
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda -

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco -
sulle oscure voragini
della terra.
(Antonia Pozzi)
 

ša c' est tout




musica per l'amicizia




 

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"Che tu sia per me
il coltello"

le parole scritte
per raccontarsi, conoscersi,
amarsi


R. L. Stevenson

"Viaggio nelle Cévennes
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di un asino"

avventure,
storie e incontri
tra i monti

ci sono i libri precedenti
 

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Messaggi di Aprile 2016

SFIDA

Post n°1332 pubblicato il 30 Aprile 2016 da atapo
 
Tag: teatro

BRECHT  vs   MAUPASSANT


 

 

La mia amica regista questa volta si è lanciata in un progetto estremo: vuole mettere in scena “L'opera da tre soldi” di B.Brecht. Naturalmente dopo averla personalmente ridotta e adattata alle nostre povere risorse sceniche, comunque resta sempre un bell'impegno, perchè oltre alla recitazione ci sono anche parti cantate, in coro e da solisti (io canto solo in coro e anche lì cerco di farmi notare il meno possibile!).

L'impresa iniziò nell'autunno scorso. Lei, per motivi che non sto a spiegare, ha voluto rinnovare gran parte dei suoi attori, io sono rimasta, anzi le ho fatto conoscere... nuovo materiale umano e alla fine nel gruppo sono entrate anche quattro persone che erano con me negli anni passati al corso del teatro delle Spiagge. Ci siamo subito intesi bene nella nuova compagnia che si è formata e l'avventura è proseguita con divertimento, nonostante la difficoltà del lavoro. Infatti il punto a favore di quest'anno è che le persone si danno da fare con serietà, senza polemiche e tutti cercano di rendere al meglio. Purtroppo gli impegni di lavoro di qualcuno creano ancora i soliti problemi legati ad orari e assenze, ma la situazione resta gestibile. Insomma, ci stiamo avvicinando alla conclusione, con qualche ansia soprattutto perchè ci sono ancora da sistemare i passaggi tra una scena e l'altra, ma cerchiamo di essere ottimisti... Il tempo non basterebbe mai, da tanto ormai era stata decisa la data dello spettacolo che faremo nella sala polivalente con palcoscenico di un ospedale cittadino, lo stesso in cui qualche anno fa recitammo con successo “Quello che prende gli schiaffi”.

Proprio perchè questa sala serve anche per convegni medici ci siamo inseriti presto nella sua programmazione, dunque reciteremo il 7 maggio. C'è poco, anzi pochissimo, vero? Appena una settimana...

Ma dovete sapere che qualche tempo dopo l'inizio di questo gruppo mi telefonò un'altra mia amica con ambizioni da regista, quella professoressa che organizzava il teatro in francese (che quest'anno è saltato). Lei già l'anno scorso aveva raccolto un gruppetto di signore di una certa età con cui aveva preparato uno spettacolo: alcune di queste le conoscevo anch'io, dai tempi lontani dell'università dell'età libera.

Dunque questa amica mi chiese di entrare nel loro gruppo. Lei non sapeva di Brecht, anzi è fra coloro che furono “esclusi”...

Io non le dissi di questo impegno appena iniziato, sapevo che ci sarebbe rimasta male per la sua esclusione... Lasciai in sospeso, dissi che ero stanca per le grane della casa, che ci avrei pensato, che avrei deciso dopo aver letto il testo che proponeva: “Boule de suif” di Maupassant, di cui lei aveva scritto una sceneggiatura in italiano .

La novella mi piacque, non mi parve complicata da rappresentare e solo per questo accettai, anche perchè si doveva rappresentare in febbraio quindi l'impegno sarebbe stato abbastanza breve.

Invece lì tutto si è trascinato... le persone lavorano purtroppo diversamente dal gruppo di Brecht, le assenze sono continue, le prove diventano faticosissime... In febbraio eravamo ancora in alto mare, rimanda... rimanda... Lavoriamo nella sala del circolo ufficiali, che è utilizzata per un sacco di loro attività sociali e quando poco tempo fa si è arrivati a cercare un altro giorno per lo spettacolo erano quasi tutti impegnati: è finita che dovremo recitare il 5 maggio!

Io a quel punto mi sono arrabbiata molto: dovrei fare uno spettacolo il 5 e uno il 7!

Non è soltanto per i giorni così vicini, è soprattutto il fatto che ogni spettacolo alla fine richiede prove ravvicinate, quasi quotidiane e intense, anche per la sistemazione dei costumi e dei particolari: io mi ritrovo ormai da due settimane che quasi ogni giorno c'è la prova di qualcosa, a volte anche due... E' un periodo invivibile e arriverò alla fine che sarò uno straccio...

A questa seconda amica-regista ho detto che non la mollavo giusto per serietà, ma che non ci sarà una prossima volta a lavorare in questo modo, con incertezze e rinvii continui.

Mi dispiace arrivare alla fine con questa stanchezza e questa amarezza, perchè entrambi gli spettacoli sarebbero piacevoli, le parti che mi hanno affidato mi piacciono e ci sono entrata facilmente.

Ma c'è un limite a tutto! Quest'anno mi pare che lo stia superando e non per colpa mia!

 
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SULL' APPENNINO

Post n°1331 pubblicato il 25 Aprile 2016 da atapo
 

COINCIDENZE

Roncastaldo

Pare che sull'Appennino Tosco-Emiliano (più verso Bologna) ci sia un giardino "selvaggio" che non ha nulla da invidiare a quello di Ninfa: si chiama giardino del Casoncello, dal nome della località in cui si trova. Le immagini del suo sito internet sono molto invitanti. Come a Ninfa, apre per pochi fine settimana all'anno, solo su prenotazione e con visite guidate. Noi e la coppia di nostri amici di Bologna avevamo prenotato la visita per questo fine settimana, ma le previsioni metereologiche erano diventate molto minacciose e due giorni prima della data prevista i responsabili del giardino ci hanno telefonato dicendo che avevano annullato l'apertura visto il rischio maltempo. Ma nulla ci impediva di incontrarci lo stesso almeno per pranzare insieme in qualche bel posticino lassù tra i monti. E così abbiamo fatto.

La sera prima di questa gita ho ricevuto un messaggio Facebook da mio fratello, cosa rara perchè nemmeno lui è fanatico del social: il suo laconico "Guarda un po', mi pare che ci sia qualcuno di famiglia" mi rimandava al link di un'associazione bolognese che fa ricerche storiche sulla val di Zena, da cui proviene la famiglia di mia mamma. Fra le foto del sito con emozione ho ritrovato immagini e informazioni su Gorgognano, il paese della mia mamma completamente raso al suolo durante la guerra perchè si trovava sulla linea gotica. E vecchie foto di persone della zona... in una mi è parso di riconoscere una zia, la sorella maggiore della mamma, ma non c'è data, loro se ne andarono nel 1929-30. Non l'ho guardato a fondo, mi ripromettevo di tornarci con più calma...

Il giorno dopo, come ho detto, ci siamo trovati con gli amici "Da Angela", a Roncastaldo vicino a Loiano. Questa osteria è famosa per la crescentona, inventata da Angela, padrona e cuoca. Tutti da quelle parti fanno le crescentine (variante bolognese del gnocco fritto), lei fa una crescenta grande come il volante di una macchina, che sazia abbondantemente due persone. La si condisce con salumi vari, friggione di cipolle o zucchine, formaggio molle insieme ad una marmellata mista di mele-pere-prugne, che è il massimo della bontà. Per non parlare delle tagliatelle al ragù e del minestrone di fagioli, che ci hanno completato degnamente il pranzo...




A tavola ho raccontato ciò che mi aveva inviato mio fratello... lì eravamo in zona... Sorpresa! La mia amica conosce quell'associazione, conosce uno dei ricercatori, dice che sarebbero interessati a confrontarsi con chi potrebbe sapere altro... insomma, avrà l'occasione di mettermi in contatto con lui, chissà che non riesca a scoprire nuove tracce del passato della mia famiglia, a ritrovare qualcosa che credevo perduto...

Faceva abbastanza freddo, però non ha piovuto e dopo pranzo, sfidando le nuvole che correvano nel cielo, abbiamo deciso di fare una passeggiata. Prima su strada, poi su carrareccia, poi ci siamo inoltrati per sentieri attraverso i prati...

Un poco di sole ci ha sempre accompagnati, immersi nelle tante sfumature di verde e nel giallo dei campi di ranuncoli, a riconoscere le piante e gli alberi che incontravamo, a intravedere un fugace ramarro tra i polloni di un acero, a scoprire con emozione alcune orchidee selvatiche fotografate immediatamente col cellulare perchè la macchina fotografica era rimasta in auto...



 

L'amico raccontava e ci faceva notare che nei boschi che ci affiancavano gli alberi sono quasi tutti giovani perchè durante la guerra i bombardamenti su quel fronte della linea gotica fecero terra bruciata e il legno che restava era prezioso per riscaldarsi.

Ecco di nuovo che si univa il presente al passato ed avevo, come mi capita in certi luoghi, quella sensazione molto forte di aver fatto parte di tutto questo, tracce della storia di famiglia che mi appartengono in qualche modo sconosciuto e inafferrabile...

Al giardino del Casoncello proveremo a ritornare a fine maggio, abbiamo già prenotato.

 
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UN ALBERO...

Post n°1330 pubblicato il 21 Aprile 2016 da atapo
 

... IN PIU'

 


 

Sto prendendo un'abitudine: tutti i giorni (o quasi), anche se sono molto impegnata, nelle ore più calde trovo qualche minuto per fare una breve passeggiata nel mio giardino. Non è completamente un deserto, perchè qualcosa sta spuntando: qualcosa è sopravvissuto ai pesticciamenti, agli sbancamenti, ai rivolgimenti del terreno e si vede qualcosa di verde qua e là.

Che cosa? Bella domanda!

Per la maggior parte sono foglioline ancora talmente piccole che non riesco a identificare quasi niente (non è che io sia così esperta...): di certo dell'edera, della menta, dell'alloro, dei campanellini che strisciano già alla ricerca di un appiglio... e temo quelle erbacce infestanti e gigantesche dell'estate scorsa.

In fondo al giardino, dall'acquisto e fino alla "desertificazione" era tutto impraticabile, deposito di rifiuti, assi, detriti, rami secchi, piante aggrovigliate, addirittura pezzi di una palma che era caduta (raccontato dai vicini) e non ci si poteva nemmeno avvicinare. Ora che è stato ripulito ho scoperto che in mezzo a tutto questo stava crescendo... un albero! Sì, proprio un giovane albero semisommerso da tutto!

Così nascosto che quando al Comune è stata depositata la pianta del giardino quell'albero nessuno l'ha segnalato: pure abusivo è adesso! Adesso che è rimasto isolato e bene in vista!

E' giovane: dal terreno escono alcuni fusti quasi tutti ancora verdi, sembra più un cespuglio ancora... Incuriosita ho cercato di capire cos'è, ha i frutti come l'acero, ma le foglie molto diverse.

Ho mandato la foto al mio amico giardiniere che l'ha riconosciuto come ACER NEGUNDO, una pianta originaria dal nord America e resistentissima (me ne sono accorta!). Si può far crescere ad albero, tagliando i getti alla base, e diventa una pianta maestosa, oppure tenere i getti e lasciarlo con aspetto più di cespuglio ed allora cresce meno: io sarei per la seconda.

Mio marito ha detto subito:-Tagliarlo!-

Io ho replicato che invece per ora sta lì, visto che non abbiamo soldi per piantarne altri.

Sapete, mi sta simpatico, è stato una bella sorpresa! Io avevo l'idea di mettere un acero, magari di quelli che in autunno diventano rossi... Questo no, questo diventerà solo giallo, ma sempre un acero è, la sua origine nordamericana mi affascina, mi fa pensare ai pellerossa, ai grandi spazi selvaggi...

Pare che anche questo tipo di acero produca il liquido zuccherino chiamato "sciroppo d'acero", di cui io sono golosissima... ma quando sarà adulto... forse ne godranno i miei nipoti...

Nelle mie passeggiate quotidiane ora arrivo sempre a salutarlo, in fondo al giardino.

 
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CASANOVELA - MALA SUERTE

Post n°1329 pubblicato il 18 Aprile 2016 da atapo
 

...E UN ESORCISTA ?

 

la yucca a Montelupo, l'estate scorsa

Proviamo a fare il punto.

Il mobile è ancora lì, a scheletro, che aspetta...

Qualche giorno dopo arrivarono i falegnami con le due porte e le due finestre per le due stanzine-laboratorio del marito. Nel casotto del giardino mancavano solo quelle: rifatto il pavimento, imbiancate le pareti, il marito aveva riportato e montato un grande armadio proveniente dalla ex-casa dei suoceri e io avevo aiutato, con una fatica improba! Con porte e finestre avremmo potuto rimettere, togliendola dalle stanze di casa, tutta l'attrezzatura da bricolage e credetemi: E' TANTA!!!

MA... una finestra è sbagliata: hanno invertito le misure altezza/larghezza, da rifare!!! Ci vorrà circa un mese e mezzo d'attesa... E LUI ha deciso che nel frattempo, prima di riportare gli attrezzi anche nella stanza che ha già porta e finestra, finirà di farci l'impianto elettrico per poter illuminare.

Abbiamo ancora decisioni in sospeso con l'architetto per la conclusione col Comune dell'ultima parete da “cappottare”, ma da tempo questo signore non si faceva più sentire, finchè oggi gli abbiamo telefonato: è caduto e si è rotto quattro costole, quindi è fuori uso e niente lavoro per un pezzo!

Non si sa ancora nulla sui tempi d'arrivo delle piastrelle che dovrebbero pavimentare alcune zone esterne, se questo lavoro non viene fatto è inutile mettere mano al giardino perchè gli operai pesterebbero tutto e lascerebbero i loro macchinari dove dovrebbe crescere l'erba. Qualcosa di spontaneo sta spuntando da solo tra le zolle: immagino siano quelle piante infestanti dell'anno scorso, per ora le lasceremo, meglio del nulla!

Ieri pomeriggio siamo stati a Montelupo da mio figlio a festeggiare il sesto compleanno di Riccardo: che bella festa, finalmente una giornata “normale”! C'erano tutti i cuginetti, dalla nostra parte e da mia nuora e tanta allegria di bambini in casa, nel loro giardinetto e nel prato accanto.

Mio figlio ha tagliato l'enorme yucca che avevano davanti a casa e ieri sera ce ne ha dato una grossa radice con un inizio di fusto, mio marito aveva già fatto in giardino una buca per accoglierla, è la nostra prima pianta che entra, speriamo attecchisca. Ormai era quasi buio quando l'ha messa a dimora e rincalzata con la terra. Poi, tornato in casa, non trovava più il cellulare: è andato alla macchina parcheggiata lungo la strada, convinto che gli fosse caduto lì dentro, come già successo, ma niente!

Ha controllato lungo il percorso, sotto l'auto: niente!

Stamattina ha riscavato tutto attorno alla yucca: se gli fosse caduto di tasca mentre metteva la terra?

Faticaccia inutile: introvabile!

Se tentiamo di fare il numero risponde la voce: “il cliente è irraggiungibile”.

Probabile che sia caduto per strada e qualcuno l'abbia preso. C'erano i contatti di tutti i suoi vari impegni, della casa, di parrocchia ecc. e non tutti li ha su carta o sul PC, sarà un lavoraccio recuperarli, oltre alla spesa per il nuovo cellulare... visto che ne abbiamo da buttar via di soldi!!!

Ho proposto al marito di procurarci una benedizione particolare, visto che lui è così ammanicato col clero locale, credo che a questo punto non sarebbe una cattiva idea!

 
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CASAMOBILENOVELA

Post n°1328 pubblicato il 14 Aprile 2016 da atapo
 

STORIA DI MOBILI

CHE VANNO E VENGONO

 

questo, più o meno

 

Questa storia comincia nell'autunno del 2014 (mamma mia quanto tempo è passato!).

Appena firmato il contratto per l'acquisto della nuova casa, quando ancora eravamo pieni di ottimismo, di progetti e di sogni, mio marito ne aveva uno in più di me: cambiare i mobili di varie stanze. A me non interessava: mi affeziono a ciò che ho, mi pareva una spesa superflua ora che dovevamo far partire la ristrutturazione... Inoltre i mobili grigiolini che andavano di moda e che ci venivano proposti non mi piacevano proprio per niente, avevo dedicato anche un post a questa faccenda.

Nel soggiorno della vecchia casa, come libreria e altro avevamo quattro mobili dignitosi di legno massello, datati 1973, anno del nostro matrimonio, ancora in buono stato e che svolgevano benissimo la loro funzione. Ma LUI voleva a tutti i costi cambiarli, io però non trovavo mai qualcosa che mi piacesse in ciò che mi proponeva.

Poi un giorno al Mercatone di Calenzano ecco un mobile componibile gradito ad entrambi, era anche un momento di offerte speciali prenatalizie... bene, acquistato! Sarebbe arrivato per marzo giusto in tempo per quando era previsto (illusi!) il nostro trasloco. Invece per i noti problemi al suo arrivo noi eravamo ancora in alto mare, cioè in camper, e chiedemmo al Mercatone se potevano conservarcelo in magazzino: nessun problema, dissero.

Nel frattempo, con mio enorme dispiacere, il vecchio mobile fu fatto a pezzi: non riuscimmo a trovare nè da venderlo nè da regalarlo a chi ne avrebbe potuto aver bisogno perchè nessuno si prendeva il compito del trasporto...

Quando finalmente in giugno eravamo pronti per ricevere quello nuovo ecco la SORPRESA: il Mercatone era in amministrazione controllata per fallimento e NIENTE poteva uscire dai magazzini! Neppure quel mobile che era NOSTRO, già pagato completamente!

Chiedemmo consiglio all'associazione Altroconsumo a cui siamo iscritti, suggerirono di mandare una raccomandata con ricevuta di ritorno , ma ci diedero poche speranze: in questi casi era facile non avere più nè il mobile nè i soldi indietro per le questioni burocratiche dei fallimenti, in genere vengono presi in considerazione solo le rimostranze degli avvocati e non dei comuni cittadini...

Io già cominciavo ad arrabbiarmi... e divenni furiosa quando la raccomandata che inviammo non fu nemmeno accettata, ma ci ritornò indietro rifiutata dal destinatario!!!

Mio marito si stringeva nelle spalle, rassegnato a perdere tutto diceva che avremmo dovuto cercare un altro mobile... già! Dato che non avevavo nient'altro da fare! Dato che avevamo soldi in abbondanza! Ma possibile che in Italia le cose debbano (non) funzionare in questo modo? Dopo varie "discussioni" tra noi un giorno mi decisi a telefonare per un consiglio ad un amico che fa teatro con me e che di mestiere "serio" fa l'avvocato. Lui purtroppo mi confermò tutto, ma disse che avrebbe mandato LUI una LETTERINA...

Insomma, ci sono voluti parecchi mesi e diverse letterine e telefonate, ma alla fine di marzo abbiamo avuto accesso al famoso magazzino per vedere i pezzi del nostro mobile inscatolati e controllare che tutto fosse a posto, poi qualche giorno fa finalmente hanno fatto l' ingresso trionfale a casa nostra nel nuovo soggiorno, insieme ai montatori...

Io già sognavo che rapidissimamente avrei sistemato i libri e gli oggetti che erano rimasti da più di un anno negli scatoloni ammucchiati e il soggiorno sarebbe diventato quasi vivibile (restano quelli dell'eredità).

Troppo bello!... perchè durante il montaggio gli operai hanno rotto una parete posteriore, ed ora bisogna ordinarla di nuovo, aspettare che arrivi, rimontarla...

... e perchè, dopo più di un anno e la confusione del trasloco, mio marito non trova lo schema che avevamo fatto su come sistemare sportelli e ripiani, quindi ha dovuto dire agli operai: -Ci penserò io a montarli.-

E coi suoi tempi... chissà se arriverà prima la parete nuova o se metterà lui ripiani e sportelli!

Il nuovo mobile, anzi il suo scheletro, ora troneggia tristemente vuoto nel soggiorno... circondato dai soliti scatoloni, non uno di meno, ancora più ammucchiati di prima perchè, per fare spazio per il montaggio, mio marito ha dovuto spostarli per l'ennesima volta.

E a me viene un attacco di depressione per l'ennesima volta...

 
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QUASI DALLE FIABE

Post n°1327 pubblicato il 10 Aprile 2016 da atapo
 
Tag: memoria

AL  CASTELLACCIO

castello di Ussé, Francia, detto della Bella Addormentata perchè sembra che abbia ispirato la fiaba di Perrault


Quando la primavera entra nel vivo,

quando le giornate si allungano,

quando l'aria si riscalda, il vento è lieve e porta la voglia di stare all'aperto,

quando nei prati l'erba è già alta e attende il primo taglio, il suo verde è punteggato dai piccoli fiori spontanei e gli alberi hanno le foglie nuove...

... è inevitabile, ogni anno mi torna in mente IL CASTELLACCIO.

A Bologna, la casa in cui ero nata si trovava all'inizio di un quartiere collinare, negli anni cinquanta poco più in alto finiva la città e cominciavano campi, prati e boschi.

Era chiamata CASTELLACCIO un'antica villa fortificata posta in cima ad una collina, abitata da una famiglia ricca, forse anche nobile. Il terreno tutt'intorno gli apparteneva, ma era parecchio abbandonato, antiche recinzioni di reti metalliche e filo spinato erano a terra, o abbattute da qualcuno o trascinate giù dai rampicanti, edere, vitalbe... abbarbicati dappertutto. Sui versanti di questa collina c'erano zone di bosco fitto, altre di prato, altre di frutteto ormai abbandonato.

Il mio primo ricordo di questo luogo risale a quando ero piccolissima: una passeggiata con mamma e papà in primavera per uno stretto sentiero che attraversava il bosco scuro e fresco, le violette nel sottobosco, poi tra gli alberi uno sbarramento di filo spinato che i miei genitori vollero superare e mi "passarono" come un pacchetto al di sopra del filo spinato. Io avevo il cuore in gola, ma il passaggio andò bene e arrivammo infine proprio sotto il castellaccio, probabilmente ci fermammo a fare merenda... E io non dimenticai mai più quell'impresa!

Qualche anno dopo il castellaccio diventò per me e per i miei amici un vero regno incantato, dai 7-8 anni quando era bel tempo potevamo passare il pomeriggio finchè c'era luce a fare scorribande per le colline e quello era il nostro luogo preferito: c'era solo l'imbarazzo della scelta della zona in cui passeggiare, esplorare, fermarsi a giocare. A volte, molto di rado, vedevamo, o piuttosto sentivamo il rumore di un'auto che arrivava o partiva lassù alla villa, saliva per una strada dalla parte opposta rispetto alle nostre zone preferite, e mai nessuno ci rimproverò o ci allontanò. Ecco perchè ci piaceva tanto: aveva un che di misterioso, ma ci sentivamo noi i padroni di tutto.

Potevamo scegliere l'antico frutteto, aveva delle profonde buche provocate dalle bombe della guerra che ora diventavano le nostre"case" quasi sotterranee. Lì imparai ad arrampicarmi sui peri: se eravamo solo bambine su quei rami a mezz'aria era come stare in un salotto e chiacchieravamo dondolando le gambe nel vuoto, se invece con noi c'erano anche maschi i giochi erano più movimentati, spesso battaglie tra indiani e cow-boy con i prigionieri messi nelle buche.

D'inverno il pendio a prato era tutto innevato e diventava la pista per gli slittini, la migliore dei dintorni perchè lunga e senza sassi nè cespugli, non avremmo mai smesso di scendere a rotta di collo, poi risalire, poi ridiscendere, fin dopo il tramonto, arrivavo a casa che era già buio, con la faccia rossa dal freddo, piedi e mani semicongelati... ma non mi ammalai mai per questo!

Ma il più bello e più misterioso era il bosco, un grande bosco con predominanza di robinie che a primavera fiorivano di grappoli bianchi, poi tantissime piante, cespugli, fiori di tanti tipi, che cambiavano insieme ai colori stagione dopo stagione,... e insetti, farfalle, piccoli animaletti... Tutto da girare, da esplorare, da scoprire...Il bosco ci attraeva e ci intimidiva insieme, ogni volta c'era qualcosa di nuovo che ci affascinava. Nonostante certe preoccupazioni dei miei genitori andavamo lì in gruppetti di bambini, non abbiamo mai fatto brutti incontri, nè ci siamo cacciati nei guai, solo qualche ginocchio sbucciato, qualche spina piantata nelle mani, qualche braccio graffiato dai rovi, ma non ci spaventava, erano il prezzo delle nostre imprese e della libertà...

Poi venne l'adolescenza, alle scuole secondarie trovai amici nuovi di altri quartieri a cui raccontavo di questo luogo magnifico... Ricordo la feste a casa mia per i miei 14 e 15 anni: amici, torta, giradischi, balli... poi partimmo col giradischi a tutto volume e finimmo la festa, entrambe le volte, a ballare sui prati del castellaccio, tornando a casa che già faceva buio.

Arrivò anche l'età di pensieri e sensazioni nuove... qualcuno del mio gruppo di amici cominciò a frequentare quel luogo appartato con le prime conquiste d'amore... Io non ne avrei MAI avuto il coraggio, avevo una paura folle che qualche conoscente mi incontrasse e lo riferisse ai miei, infatti col primo innamorato mi incontravo dall'altra parte della città. Ma colui che poi sarebbe diventato mio marito ebbe presto l'onore di conoscere questo luogo che aveva fatto parte della mia vita, a cui ero così legata e che anche a lui piacque tanto... così capitò che cercassimo il bosco più fitto e solitario...

Diversi anni dopo, quando stavamo per traslocare a Firenze, decidemmo di fare un picnic, una specie di addio, insieme ai nostri figli bambini al castellaccio, o a quel che rimaneva del luogo, perchè le case costruite negli anni avevano "mangiato" molto di ciò che ricordavo: in un caldo sabato di maggio, il vento era delicato, le robinie erano in fiore, l'erba alta, tanti ranuncoli e altri fiori, le farfalle, tutto perfetto... i nostri figli erano contentissimi, ascoltavano incantati i miei racconti del passato.

Io provavo una lieve malinconia: mi sembrava che quella natura rigogliosa si fosse abbellita al massimo per darmi l'ultimo saluto prima della mia partenza, tutto stava cambiando, anche se fossi tornata non avrei più ritrovato la natura selvatica della mia infanzia... che restava solo nei ricordi.

 

 
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LA MIA FRANCIA 4

Post n°1326 pubblicato il 06 Aprile 2016 da atapo
 
Tag: Francia

DIEPPE


 

Prima di parlare di Dieppe, vorrei esprimere un mio piccolo rammarico: la città che ho presentato il mese scorso, Vesoul, nel post  1320, non ha ricevuto alcun commento. Certo non è obbligatorio commentare, anch'io spesso, soprattutto quando sono di fretta, leggo e basta, però speravo che qualcuno dicesse qualcosa su questo luogo... che non è famoso come le precedenti Parigi o Avignone, ma è senz'altro degno di considerazione se non altro perchè si trova in una regione molto piacevole e ricca dal punto di vista naturalistico e non solo. Spero ancora che questa mia ripresa incuriosisca qualcuno a scoprirne di più...

Tornando a Dieppe... Dieppe è... Normandia! Famosissima, ultra conosciuta!

Fu il mio primo nord francese, l'incontro con le falesie bianche e le grandi maree che due volte al giorno lasciano scoperte amplissime strisce sabbiose su cui andare a passeggiare incontro al vento sempre frizzantino, cercando nelle pozze quali molluschi vi siano rimasti imprigionati... La scoperta che le giornate lassù hanno tempi di luce diversi da quelli Italiani: la prima volta ci andai in ottobre e il buio sorprendeva troppo presto, così come due anni dopo a Dunkerque in maggio scoprii crepuscoli interminabili...

 


 

Fu la città in cui per la prima volta accompagnai una classe di quinta elementare che faceva corrispondenza con i coetanei francesi: uno dei prodotti tipici della Normandia sono le mele e una mela fu offerta ad ognuno di noi quando arrivammo alla stazione di Dieppe.

Pochi giorni dopo in nostro onore avevano organizzato a scuola una festa e fra le altre prelibatezze ogni famiglia aveva preparato una torta di mele: incredibile! Venticinque torte di mele tutte diverse l'una dall'altra! Il sidro lo offrirono solo a noi adulti, tra i bambini andava forte il succo d'uva, chiamato “vin des enfants” (il vino dei bambini).

 


 

Vidi a Dieppe per la prima volta le casette unifamiliari del nord a mattoncini rossi e tetti neri d'ardesia, col giardinetto verdissimo davanti, di una scoprii anche l'interno quando mi capitò di essere invitata dalla mamma di un piccolo francese: sembrava di entrare in una illustrazione di fiaba, tutto decorato, con abbondanza di “buone cose di pessimo gusto”, tutto molto “british” compreso il thé delle cinque, perchè Dieppe è di fronte all'Inghilterra, in una giornata dal grande porto si prende il traghetto, si va a Brighton e si ritorna e la storia ci dice che gli Inglesi attraversarono senza problemi quel tratto di mare...



 

E' terra di Vichinghi e ne sono molto fieri: lineamenti vichinghi vedi nei cittadini, occhi chiari e capelli biondi con certe sfumature più o meno tendenti al rosso (Vichingo è chiamato per questo il mio nipotino Riccardo). Vidi una nave vichinga nel Musée de la mer, dove si trova tutto ciò che riguarda il mare, la pesca, i viaggi verso le Americhe che arricchirono la città e il suo armatore più importante Jean Ango, perchè Dieppe vive in simbiosi col mare e i gabbiani sono abbondantissimi e in estate (quando poi ci ritornai in vacanza col marito) i “bebé- goelands” che si avventurano nei primi voli martellano i timpani lanciando in continuazione i loro stridenti richiami.

 


 

Sapete che Dieppe fu la prima città balneare? Da quando la duchessa di Berry nel 1824 pare abbia fatto il bagno nel suo mare, lanciando così l'abitudine e la moda...

Su una collina che domina la spiaggia e il mare del nord c'è una chiesetta, Notre-Dame-de-Bonsecours”, in memoria dei marinai e pescatori morti in mare: all'interno pendono dal soffitto tanti modellini di barche e battelli, ex-voto e ricordo di drammi marittimi. Quando si parlava di questo la collega insegnante di Dieppe diventava triste e la voce quasi le si spezzava, le tempeste invernali lassù sono terribili.

Nel castello-fortezza ora c'è un museo le cui collezioni fanno soprattutto riferimento al mare e alla sua importanza che ha sempre avuto per la città. Il castello espone anche la bandiera canadese: molti partirono da Dieppe nel XVII secolo per colonizzare il Québec, inoltre si ricorda un episodio tragico della seconda guerra mondiale, quando prima dello sbarco del 6 giugno 1944 in Normandia gli alleati fecero una specie di “prova generale” nel 1942 mandando reparti di soldati canadesi a sbarcare sulla spiaggia a Dieppe, sotto la falesia, ma dall'alto i Tedeschi li annientarono e i pochissimi superstiti furono salvati dalla popolazione.

 


 

Che dire ancora? Tante cose mi tornano in mente e attorno c'è la Normandia, che girai un poco nella vacanza estiva in cui ero ritornata a Dieppe come turista... forse ne parlerò un'altra volta...

E a Dieppe sarebbe bello tornare quando sulla spiaggia c'è, ogni due anni, il festival internazionale degli aquiloni (les cerfs-volants)...

 


Se ne avete voglia, basta digitare Dieppe sui motori di ricerca e ne saprete ancora di più...

 

 
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