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QUASI DALLE FIABE

Post n°1327 pubblicato il 10 Aprile 2016 da atapo
 
Tag: memoria

AL  CASTELLACCIO

castello di Ussé, Francia, detto della Bella Addormentata perchè sembra che abbia ispirato la fiaba di Perrault


Quando la primavera entra nel vivo,

quando le giornate si allungano,

quando l'aria si riscalda, il vento è lieve e porta la voglia di stare all'aperto,

quando nei prati l'erba è già alta e attende il primo taglio, il suo verde è punteggato dai piccoli fiori spontanei e gli alberi hanno le foglie nuove...

... è inevitabile, ogni anno mi torna in mente IL CASTELLACCIO.

A Bologna, la casa in cui ero nata si trovava all'inizio di un quartiere collinare, negli anni cinquanta poco più in alto finiva la città e cominciavano campi, prati e boschi.

Era chiamata CASTELLACCIO un'antica villa fortificata posta in cima ad una collina, abitata da una famiglia ricca, forse anche nobile. Il terreno tutt'intorno gli apparteneva, ma era parecchio abbandonato, antiche recinzioni di reti metalliche e filo spinato erano a terra, o abbattute da qualcuno o trascinate giù dai rampicanti, edere, vitalbe... abbarbicati dappertutto. Sui versanti di questa collina c'erano zone di bosco fitto, altre di prato, altre di frutteto ormai abbandonato.

Il mio primo ricordo di questo luogo risale a quando ero piccolissima: una passeggiata con mamma e papà in primavera per uno stretto sentiero che attraversava il bosco scuro e fresco, le violette nel sottobosco, poi tra gli alberi uno sbarramento di filo spinato che i miei genitori vollero superare e mi "passarono" come un pacchetto al di sopra del filo spinato. Io avevo il cuore in gola, ma il passaggio andò bene e arrivammo infine proprio sotto il castellaccio, probabilmente ci fermammo a fare merenda... E io non dimenticai mai più quell'impresa!

Qualche anno dopo il castellaccio diventò per me e per i miei amici un vero regno incantato, dai 7-8 anni quando era bel tempo potevamo passare il pomeriggio finchè c'era luce a fare scorribande per le colline e quello era il nostro luogo preferito: c'era solo l'imbarazzo della scelta della zona in cui passeggiare, esplorare, fermarsi a giocare. A volte, molto di rado, vedevamo, o piuttosto sentivamo il rumore di un'auto che arrivava o partiva lassù alla villa, saliva per una strada dalla parte opposta rispetto alle nostre zone preferite, e mai nessuno ci rimproverò o ci allontanò. Ecco perchè ci piaceva tanto: aveva un che di misterioso, ma ci sentivamo noi i padroni di tutto.

Potevamo scegliere l'antico frutteto, aveva delle profonde buche provocate dalle bombe della guerra che ora diventavano le nostre"case" quasi sotterranee. Lì imparai ad arrampicarmi sui peri: se eravamo solo bambine su quei rami a mezz'aria era come stare in un salotto e chiacchieravamo dondolando le gambe nel vuoto, se invece con noi c'erano anche maschi i giochi erano più movimentati, spesso battaglie tra indiani e cow-boy con i prigionieri messi nelle buche.

D'inverno il pendio a prato era tutto innevato e diventava la pista per gli slittini, la migliore dei dintorni perchè lunga e senza sassi nè cespugli, non avremmo mai smesso di scendere a rotta di collo, poi risalire, poi ridiscendere, fin dopo il tramonto, arrivavo a casa che era già buio, con la faccia rossa dal freddo, piedi e mani semicongelati... ma non mi ammalai mai per questo!

Ma il più bello e più misterioso era il bosco, un grande bosco con predominanza di robinie che a primavera fiorivano di grappoli bianchi, poi tantissime piante, cespugli, fiori di tanti tipi, che cambiavano insieme ai colori stagione dopo stagione,... e insetti, farfalle, piccoli animaletti... Tutto da girare, da esplorare, da scoprire...Il bosco ci attraeva e ci intimidiva insieme, ogni volta c'era qualcosa di nuovo che ci affascinava. Nonostante certe preoccupazioni dei miei genitori andavamo lì in gruppetti di bambini, non abbiamo mai fatto brutti incontri, nè ci siamo cacciati nei guai, solo qualche ginocchio sbucciato, qualche spina piantata nelle mani, qualche braccio graffiato dai rovi, ma non ci spaventava, erano il prezzo delle nostre imprese e della libertà...

Poi venne l'adolescenza, alle scuole secondarie trovai amici nuovi di altri quartieri a cui raccontavo di questo luogo magnifico... Ricordo la feste a casa mia per i miei 14 e 15 anni: amici, torta, giradischi, balli... poi partimmo col giradischi a tutto volume e finimmo la festa, entrambe le volte, a ballare sui prati del castellaccio, tornando a casa che già faceva buio.

Arrivò anche l'età di pensieri e sensazioni nuove... qualcuno del mio gruppo di amici cominciò a frequentare quel luogo appartato con le prime conquiste d'amore... Io non ne avrei MAI avuto il coraggio, avevo una paura folle che qualche conoscente mi incontrasse e lo riferisse ai miei, infatti col primo innamorato mi incontravo dall'altra parte della città. Ma colui che poi sarebbe diventato mio marito ebbe presto l'onore di conoscere questo luogo che aveva fatto parte della mia vita, a cui ero così legata e che anche a lui piacque tanto... così capitò che cercassimo il bosco più fitto e solitario...

Diversi anni dopo, quando stavamo per traslocare a Firenze, decidemmo di fare un picnic, una specie di addio, insieme ai nostri figli bambini al castellaccio, o a quel che rimaneva del luogo, perchè le case costruite negli anni avevano "mangiato" molto di ciò che ricordavo: in un caldo sabato di maggio, il vento era delicato, le robinie erano in fiore, l'erba alta, tanti ranuncoli e altri fiori, le farfalle, tutto perfetto... i nostri figli erano contentissimi, ascoltavano incantati i miei racconti del passato.

Io provavo una lieve malinconia: mi sembrava che quella natura rigogliosa si fosse abbellita al massimo per darmi l'ultimo saluto prima della mia partenza, tutto stava cambiando, anche se fossi tornata non avrei più ritrovato la natura selvatica della mia infanzia... che restava solo nei ricordi.

 

 
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