Creato da atapo il 15/09/2007
Once I was a teacher

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Antoine de Saint-Exupéry

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ANDARE E VENIRE

Post n°1704 pubblicato il 13 Settembre 2020 da atapo
 

 

DI QUA e DI LA’

 

Cleo nell'orto

Al peggio non c’è mai fine… beh, non dovrei arrivare a dire questo, potrebbe andare certamente MOOOLTO peggio, però… insomma… non è mica facile…

Siamo al periodo “un po’ qui e un po’ là”: una camera da letto è agibile (stando attenti a dove si mettono i piedi, tra fili, attrezzi e scale), quindi saliamo in montagna e ci restiamo per qualche giorno di seguito, poi scendiamo a Firenze per qualche altro giorno, poi risaliamo e così via.

Non è riposante: lassù il marito è alle prese con l’impianto elettrico, dice che ne avrà ancora per solo una settimana, c’è da crederci?

Io sono alle prese con tutto il resto. Perchè, siamo chiari, il fatto che io stia lassù vuol dire che lui non deve pensare a fare la spesa, a cucinare (il minimo, perché fortunatamente il supermercato ha una buona rosticceria e almeno per i pasti cerco di sentirmi un po’ in vacanza), a riordinare e a gestire la lavapiatti. Lui lavora, stacca per mangiare, di sera non deve rifare il viaggio di ritorno verso Firenze ormai al buio perché le giornate si sono accorciate.

E io pulisco. Ciò che è possibile, perché i suoi lavori implicano spargimenti di polvere e pedate appiccicose, gli ho detto che è inutile che mi sprechi dove ancora lui deve lavorare o sta lavorando: oltre a trovarmelo in mezzo ai piedi sarebbe tutto da rifare dopo. Mi sono dedicata soprattutto a porte, vetri e vetrate, mobili, pareti di mattonelle, per togliere, oltre a polvere e sudicio di anni, tutti gli schizzi di vernice lasciati dai muratori durante l’imbiancatura. La chicca è stata la pulizia di alcuni antichi lampadari in ottone, che sono venuti belli lucidi e che riutilizziamo nelle camere con i mobili inizio 1900.

Ecco la mia giornata-tipo lassù: mi sveglio al mattino con il bel panorama dell’orto, del paese più oltre e dei monti sullo sfondo, col fruscio del torrente sotto l’orto; dopo colazione vado in paese al supermercato e per il giornale, al ritorno lavoro fino a pranzo.

Dopo pranzo faccio un sonnellino (la temperatura è ottima per dormire), poi vado nell’orto.

Un signore che abita poche case più in là ci ha chiesto se poteva divertirsi a coltivare qualcosa nel nostro pezzo di terra: figuriamoci se mio marito l’avrebbe fatto, e tutto restava pieno di rovi, ortiche ed erbacce. Lui invece ne ha ripulito una parte e ha piantato diversi prodotti: ora pian piano cresce qualcosa. Il patto è che noi prendiamo ciò che ci serve e non è certo molto, siamo solo due e restiamo lassù poco, comunque nelle mie passeggiate unisco l’utile al dilettevole e raccolgo qualcosa per i pasti: zucchine, fiori di zucca, fagiolini, peperoni, insalata, prezzemolo. I cetrioli li lasciamo tutti a lui perché non ci piacciono, i pomodori crescendo si ammalano quasi tutti con macchie nere, chissà… Ma anche lui è un dilettante.

Il melo ora è pieno di mele, quelle raggiungibili le abbiamo già raccolte, più in alto ce ne sono tante… Vedremo se cadono da sole, però da un lato l’albero pende su una discesa dell’orto ancora piena di ortiche, per raccogliere le mele cadute bisognerebbe abbattere queste ultime. Guardo le mele lassù belle rosse e penso alla favola della volpe e l’uva: però io le ho già assaggiate e non poterne raggiungere di più mi dispiace.

L’orto è in discesa, un po' a terrazze, arriva fino al torrente, da cui è separato da siepi selvatiche e da una rete; ho scoperto che in un punto si potrebbe spostare la rete, mettere un pezzo di recinzione mobile, così da scendere sulla riva del torrente, prendere il sole sui sassi e perché no, farsi un mini-bagno tra i sassi e le pozze: sai che divertimento per i nipotini! Sarà, spero, per l’estate prossima.

In queste spedizioni agricole spesso mi accompagna Cleo, una bella gattina tigrata che appartiene al nostro ortolano e che credo abbia deciso che l’orto è anche suo. E’ molto chiacchierona, miagola spesso per attirare l’attenzione e risponde se le si dice qualcosa. E' un po’ lunatica: a volte si struscia in continuazione alle gambe e reclama carezze, altre volte le rifiuta e sfugge spostandosi con eleganza, mai troppo però, resta sempre nei paraggi, seduta o sdraiata, ad osservare le mosse di noi umani, a meno che una lucertola o un insetto non la “invitino” a giocare.

Dopo l’orto riprendo a lavorare fino… allo sfinimento, allora leggo il libro che mi porto lassù, poi la cena, ancora un po’ di lettura, controllo sul cellulare posta e facebook, per quel che si può vista la mia imbranataggine, poi a nanna.

Si dorme con una bella coperta, anche se per fortuna ancora non ha fatto troppo freddo, ma ho dovuto già coprirmi, soprattutto verso sera, con una maglia autunnale in più.

Resta inteso che se la stagione si rompesse e cominciassero pioggia e maltempo io lassù non mi fa più vedere, a rischio nevralgie e male alle ossa.

Quando scendiamo a Firenze ci sono tutte le faccende accumulate: fare le lavatrici, lassù la lavatrice c’è, ma non per stendere; varie incombenze burocratiche o cose da fare al computer, che lassù ancora non abbiamo; spese particolari; le telefonate e gli accordi per i miei scambi e appuntamenti vari…

I giorni a Firenze volano… e si ricomincia.

Mio marito spesso risale qualche giorno di seguito anche quando io resto a Firenze, mi lascia così qualche giorno di “libertà”, ma c’è sempre tanto da fare qui da sola! Per lo meno gestisco gli orari come mi pare e tiro il fiato, ma sono così stanca che non ho voglia di fare molto o di andare in giro, mi sono accontentata, finora, di qualche incontro con amiche che aspettavano il mio libro, almeno qualche ora in chiacchiere e relax!

E arrivo alla sera, sia a Firenze sia in montagna, che non vedo l’ora di addormentarmi...

 

 
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NUOVO E VECCHIO SETTEMBRE

Post n°1703 pubblicato il 03 Settembre 2020 da atapo
 
Tag: cronaca

 

RESET

 

Norman Rockwell

Settembre è iniziato con mattinate frizzantine: c'è stato finora sempre il sole al mio risveglio, ma aprendo la finestra entra un'aria molto più fresca, è un segnale, un avviso che la stagione sta cambiando. Il cielo ha colori più netti, il celeste è più brillante, il bianco delle nuvole è più candido, quasi panna, merito forse anche del vento che spazza l'aria con più energia.

Dura poco, entro qualche ora la temperatura risale, torna caldo quasi come il mese passato, non c'è grande differenza. E nemmeno di sera, fa caldo fino a notte fonda.

Così il foulard o il golfino leggero che servono per l'uscita mattutina poi diventano superflui per tutto il resto della giornata.

Il primo settembre c'è stato il fermento per la riapertura delle scuole, principalmente quella degli insegnanti: si preparano ad affrontare una grossa sfida, tra incognite e rischi che si aggiungono alle disfunzioni e ai ritardi di ogni anno. Non li invidio, i miei ex-colleghi: fare l'insegnante oggi è diventato davvero un'impresa: l'indubbia bellezza di questo lavoro è soffocata e sciupata dalla realtà attuale logorante. Anche per gli alunni è un'incognita: la ripresa dopo tanti mesi sarà difficile e delicata da gestire, mi auguro che ci sia la sensibilità di prevedere accoglienze adeguate, ma ho forti dubbi su questo...

Nei momenti un po' di snodo, come è l'inizio di settembre, spesso mi torna in mente qualche corrispondente momento del mio passato; quest'anno, forse perchè meditavo sulle situazioni scolastiche, forse perchè casualmente mi sono trovata, per questioni mie, a passare proprio dalle strade che percorrevo allora, l'aria frizzante del primo settembre mi ha riportato a quel primo settembre 1981 (e ai giorni successivi), quando, ottenuta l'assegnazione provvisoria da Bologna, mi presentavo per la prima volta nella scuola di Firenze in cui avrei dovuto lavorare. Il trasloco di tutta la famiglia sarebbe stato il 21 settembre, ma io dovevo prendere servizio, quindi partivo da Bologna molto presto, in treno, arrivata a Firenze il bus mi portava vicino alla scuola, infine avevo un tratto di strada a piedi, erano le prime volte che giravo in quel quartiere che sarebbe diventato il mio. Partivo da Bologna ben coperta, faceva fresco alle 6 di mattina, a Firenze dovevo togliermi la giacca e velocemente restavo in maniche corte: veniva caldo come in questi giorni.

Almeno per me, anche quell'anno la scuola era una grossa incognita: a Bologna ci stavo bene, ero inserita in un gruppo di colleghi all'avanguardia, ora per necessità di trasferimento avevo accettato il posto in una zona che sapevo difficile, ma quanto sarebbe stata dura? E molti mi avevano detto che a Firenze la scuola era più "arretrata" rispetto a Bologna: cosa avrei trovato? Quante e quanto forti sarebbero state le differenze? Mi sarei impegnata per superare tutto, ne ero convinta, ma la paura c'era, senza dubbio, e nelle ore fresche di prima mattina in quel settembre avevo sempre un po' di ansia, di timore, di spaesamento...

Sono passati molti anni, le sensazioni sono tornate vive: anche ora si deve cominciare dopo l'estate, ma cosa? In che modo? Anche in questi giorni provo ansia, timore, spaesamento... e in più sono molto stanca, l'estate non mi ha per niente ricaricata.

Come ogni volta che ho terminato un'estate poco soddisfacente, vorrei dimenticarla e cominciare come un nuovo anno, settembre è un po' così come un capodanno, vorrei fare un RESET dei mesi estivi, ma mi accorgo che sarebbe meglio resettare anche la primavera-covid... e il periodo difficile si allunga... senza avere in vista nuove prospettive soddisfacenti.

Bisognerà farcela lo stesso, inventarsi qualcosa per trovare qualche positività...

 
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IL LIBRO DI AGOSTO

Post n°1702 pubblicato il 31 Agosto 2020 da atapo
 
Tag: teatro

 

TOUT SAUF UN ANGE”

 


 

Concludo il mese di agosto (ahi, come sono stata poco presente qui!) con due parole sul libro del mese, che immagino nessuno conosca, in francese poi!

E’ una storia sul teatro, scritta a tre voci: tre amici, due uomini e una donna, legati in modo diverso al mondo del teatro, raccontano, narrando e scrivendosi l’un l’altro, una parte delle loro vite e dei rapporti che li legano, col presente che ritorna spesso agli anni passati.

E’ un’opera recente, uscita nel 2006, scritta da Jean Pierre Milovanoff . Come mai appartiene al gruppo dei libri che per me sono stati più importanti? L’ho conosciuto attraverso il gruppo di teatro in francese pochi anni dopo la sua pubblicazione: l’avevamo letto, era stato lo spunto per uno spettacolo sul viaggio, vero o della memoria, infine avevamo messo in scena tutta la storia.

Durante questo lavoro, durato un anno, mi sono sempre più appassionata e pian piano identificata con la protagonista, che dapprima mi pareva estranea al mio modo di essere, ma pian piano ho scoperto di avere qualcosa di simile a lei, ha smosso qualcosa dentro di me che non sospettavo di poter riconoscere. Alla fine la soddisfazione più bella è stata quando ho dovuto interpretarla in alcune scene (la parte, essendo molto lunga, era stata suddivisa fra diverse attrici), proprio quelle finali, dove l’emozione era al massimo. E gli applausi sono stati tanti.

Sì, questo libro mi ha aiutato ad entrare più profondamente nel mondo e nel significato del teatro, è stato una chiave importante…

Per chi volesse leggerlo, ne esiste anche la traduzione in italiano: è diventato “L’angelo caduto”.


 

 
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MARMELLATA

Post n°1701 pubblicato il 25 Agosto 2020 da atapo
 

 

SAMBUCO

 


 

La marmellata di sambuco mi piace moltissimo, ma di rado la trovo nei negozi, più facilmente nelle fiere dei prodotti artigianali e spesso a prezzi più alti delle altre marmellate.

Quando ho scoperto che in montagna, nei miei “terreni”, cioè al limitare del bosco, oltre le ortiche e in mezzo ai lamponi, ci sono alcuni alberelli di sambuco, ho subito pensato che avrei autoprodotto la marmellata.

L’estate scorsa nulla di fatto: non salivo lassù di frequente, prima le bacche erano ancora acerbe, quando tornai… erano sparite! Ci fu una donna del posto a spiegarmi che se gli uccelli scoprono che sono già mature, in un giorno o due le fanno fuori tutte. Allora quest’anno ho deciso di tenerle sotto stretto controllo, poiché sono molto più presente, e pian piano le ho viste passare dal verde al rosso, poi a poco a poco la maggior parte diventare nere, mature finalmente.

Così l’ultimo giorno che sono stata lassù ho deciso che era il momento di tentare la raccolta, prima che gli uccelli le scoprissero.

Nell’attesa però mi ero fatta una cultura on-line sul sambuco e la sua marmellata: avevo scoperto che esiste un sambuco VERO e uno FALSO, cioè una pianta che gli assomiglia molto, ma le cui bacche sono VELENOSE! Le foglie sono quasi uguali, le differenze stanno nel fusto (legnoso quello buono, erbaceo quell’altro) e nella posizione dei grappoli di bacche (ricadenti quelle buone, erette quelle velenose).

Naturalmente ho controllato i miei: erano BUONI, così ho bastonato le ortiche davanti per aprirmi un passaggio e ho riempito di grappolini di bacche un bel contenitore per alimenti. L’ho tenuto in frigo e tornata la sera a Firenze, subito il giorno dopo mi sono lanciata nella marmellata: ho confrontato le ricette lette e ho fatto le mie scelte di preparazione.

Che lavoro lungo e noioso sgranare tutti i grappolini, eliminare le bacche non mature, stare attenta che non cadessero tra i frutti anche i gambi, che sono fragilissimi e si spezzano con niente, non strizzare le palline così delicate… alla fine avevo le mani blu! Tutto questo lavoro per recuperare circa tre etti di frutta pulita, ma come primo esperimento era sufficiente.

Ho passato al passaverdura la frutta, per trattenere le bucce e la maggior parte dei semini: restava tutto e solo liquido, ero abbastanza perplessa...

Ho aggiunto circa un cucchiaino di succo di limone, poco più di metà peso della frutta in zucchero e ho messo a cuocere, mescolando continuamente. Non c’è voluto molto che già cominciava ad addensarsi e a velare il cucchiaio e i bordi del tegame, la famosa goccia versata sul piattino non era più completamente liquida. Ho spento il fuoco, temevo accadesse come al primo tentativo di marmellata di lamponi: non sapendo quanto doveva addensarsi, col raffreddamento più che marmellata era diventata una caramella al lampone!

Stavolta è andata bene e abbiamo già gustato una buona marmellata sui toast a colazione. Voglio provarla anche nello yogurt e sul gelato di vaniglia. Poi… sarà finita, perché ne è venuta proprio pochina! Ma prima che ripeta l’esperimento passerà almeno un anno!

Però che lavoro c’è voluto: ho capito perché la marmellata di sambuco si trova di rado e costa così tanto!

Nonostante mi sia lavata e rilavata, le dita hanno ancora la sfumatura blu.

 

 
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ANDARE E VENIRE

Post n°1700 pubblicato il 20 Agosto 2020 da atapo
 

 

LE PRIME VOLTE


Abbiamo preso coraggio, poche cose in valigia e... siamo andati a dormire in montagna, due notti.

Appena arrivati, ho avuto uno choc da scoraggiamento: il letto per noi non era ancora montato! Tanto mio marito mi racconta quello che vuole e come vuole, non capisco mai come stanno realmente le cose finchè non le vedo coi miei occhi.

-Ma cosa ci vuole! - dice lui. Così tour de force, non tanto a montarlo, quanto, prima, a ripulire i vari "pezzi"... e toccava a me. Non solo le parti del letto, alto, antico, dei primi del 1900, ma almeno l'esterno dei comodini accanto! Figuriamoci se volevo dormire tra la polvere dei secoli!

Così non abbiamo dormito con la polvere, ma con l'odore del detergente per il legno che ho dovuto usare: tutto brillava come nuovo, ma "odorava" anche, per fortuna non faceva freddo e i vetri della finestra sono rimasti aperti tutta la notte.

Io però ero troppo stanca, ho dormito pochissimo, non trovavo posizioni che dopo un po' non mi risvegliassero per dolori qua e là; la notte successiva è andata meglio, perchè durante il giorno mi sono sforzata meno, anche se lavori da fare per me, soprattutto di pulizie, non mancherebbero..

Che dire, lassù si sta bene, non lo nego, però è come abitare in un'officina, fra le stanze ancora per aria, tutti gli attrezzi e i materiali che mio marito semina dovunque, in certe zone si passa a stento, mette cose da lavoro anche dove, in teoria, tutto dovrebbe essere già a posto, cioè nella grande cucina. Io ci sto male, è come ritornare in quei due anni dal 2015 al 2017 dove la stessa situazione era più o meno dopo il trasloco nella casa di Firenze. E se ripenso ad anni lontani della nostra vita coniugale... avrei altre esperienze simili su cui ho deciso di stendere un velo pietoso: ama il bricolage, il "so fare io", il "lo faccio meglio"...

Insomma, siamo stati lassù tre giornate, poi siamo tornati a Firenze: ci sono da comperare cose di cui ti accorge che mancano quando sei lassù e ci vivi.

A Firenze giusto una giornata per queste spese e un bucato messo in lavatrice, steso e asciugato, oggi si risale. Staremo fino a sabato sera. Lavoro e ancora lavoro. Quando sono stanca, leggo, mi porto una provvista di libri. Almeno lassù è più fresco e più tranquillo, lungo la nostra stradina secondaria non passa quasi mai nessuno, vedo il lontananza la provinciale molto trafficata in questi giorni di metà agosto.

 

 
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CHE FERRAGOSTO ?

Post n°1699 pubblicato il 14 Agosto 2020 da atapo
 

 

ATTESA, FORSE


le more del gelso bianco

 

Sono sempre qui. Di rado avevo lasciato passare tanti giorni senza scrivere, non mi sono nemmeno accorta di quanto sia trascorso dall’ultimo mio passaggio. Ma tanto non c’è molto da raccontare, direi quasi nulla.

Ora è la vigilia di Ferragosto, altri anni mi preparavo al giorno di “clausura” perché mio marito odia l’intrupparsi tra i vacanzieri di un giorno o poco più, nemmeno facevamo una gita per un gelato sui monti attorno a Firenze, restavamo a soffocare nel caldo delle stanze di città, spesso il ferragosto mi metteva di malumore…

Anche quest’anno non è che il mio stato d’animo sia molto migliore; lassù in montagna è sempre solo lavoro, ultimamente ci sono andata molto spesso, almeno per sfuggire alle temperature infernali di Firenze. Però là ho lavorato troppo, vorrei dare un contributo per sistemare qualche stanza, almeno in ciò che posso fare, cioè le pulizie, ma ore e ore a sfregare su piastrelle dei bagni e pannelli degli armadi sono state eccessive e ultimamente sto avendo mal di schiena, male alle braccia e ai piedi, tanto che nemmeno alla notte riuscivo a trovare posizioni per dormire, dopo un po’ mi svegliavo per dolori da qualche parte: non me lo posso permettere, non voglio correre rischi per la protesi o per l’altra anca, dopo tutte le sofferenze che mi costò il rimetterla a posto.

In qualche giorno il lavoro era stato meno pesante, si era trattato di sistemare negli spazi degli armadi di cucina le stoviglie “salvate” dall’eredità dei miei suoceri. Molte cose avevo imposto io di non buttarle, erano troppo belle, mio marito e cognati sarebbero stati più drastici, così ho notato che nella casa in montagna ora abbiamo piatti, bicchieri e ciotoline più lussuosi di quelli che abbiamo a Firenze, diversi pezzi sono Richard-Ginori vintage. Bene, sarà un’occasione per usarli in tavola tutti i giorni, almeno d’estate!

Tra un lavoro faticoso e l’altro faccio un’incursione nell’orto: il nostro terreno che era incolto e pieno di erbacce lo abbiamo affidato gratuitamente a uno dei vicini, che ci aveva chiesto di farci l’orto per hobby, poi di ciò che nasceva potevamo approfittare anche noi. In questi giorni c’è una abbondante produzione di insalata e di fagioli e quando salgo ne faccio provvista: l’insalata solo quella che usiamo subito, dei fagioli ne ho congelati una parte per l’inverno. Se tutto va bene arriveranno anche zucchine e fagiolini, i pomodori invece non riescono a maturare, si ammalano quasi tutti. C’è poi nell’orto un melo selvatico da cui ho iniziato a raccogliere delle meline verdi brutte da vedere, tutte picchiettate, ma da mangiare hanno un gusto leggermente aspro e molto fresco. E prima, sempre nell’orto, un gelso aveva dato moltissime more bianche, di cui mio marito è goloso. Insomma, l’orto rende…

Ma l’orto non basta per farmi riposare, è faticoso anche restare chinati a raccogliere la verdura, così ieri mattina ho alzato bandiera bianca, non ce la facevo quasi ad alzarmi dal letto per i dolori dappertutto, mi sono ripresa solo ieri sera.

Oggi lassù con mio marito c’è uno dei suoi fratelli, dovrebbero montare i mobili della stanzina piccola, cioè letto a una piazza e armadio che appartenevano alla figlia di questo cognato, ormai cresciuta. Non serve a nulla averli montati, il nipotino che doveva venire da noi ora è al mare col suo papà, ma almeno uno spazio è sistemato e, se tutto va bene, appena dopo tocca alla sistemazione di un letto matrimoniale coi suoi armadi annessi, quelli piccoli di inizio ‘900, che appartenevano ai miei suoceri e di cui io mi ero innamorata. Ma ciò vuol dire che si riattacca con le pulizie dei vecchi e polverosi armadi, prima di utilizzarli...

Mio marito afferma che a quel punto potremmo anche stare là a dormire, senza dover rientrare a Firenze ogni sera, quasi una parvenza di vacanza! Se da un lato riconosco che sarebbe positivo, dall’altro mi spaventa l’idea di stare lassù più o meno accampati, non ci sono spazi pronti per sistemare un po’ di abiti e biancheria, non avrei il computer e sarebbe un vero isolamento. Sarebbe solo lavoro e scomodità e io in questo momento sono già molto stanca. Non mi sono mai piaciute le vacanze scomode, gli accampamenti arrangiati per necessità… che sono ben diversi dalle vacanze avventurose! Soprattutto ora che avrei solo voglia di relax.

Non so che dire: come ogni giorno, resto in attesa che lui torni stasera, racconti ciò che è riuscito a fare… ma “del doman non c’è certezza”.

 

 
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E SIAMO SOLO A FINE LUGLIO

Post n°1698 pubblicato il 31 Luglio 2020 da atapo
 

 

LE BRUTTE ESTATI


Pieter Bruegel, La mietitura

 

Quali caratteristiche ha una bella estate? Calda, innanzitutto, ma non troppo. Che permetta di rilassarsi, di staccare da ciò che è stato prima e predisponga a riprendere con energia e positività i nuovi impegni autunnali. Che porti belle esperienze, nuove esperienze: il nuovo dà carica e stimoli che fanno crescere; per questo in una bella estate non deve mancare almeno un viaggio, un periodo anche piccolo di spaesamento facilita tutto ciò che ho detto prima.

Ne ho passate di belle estati, ma ne ho passate anche di brutte, dove manca tutto, o gran parte, e ci si ritrova alla fine peggio che all’inizio. Qualcosa è finito anche scritto qui, durante gli anni…

Ecco, quella che sta passando pare sia una di queste ultime.

Reduce dalla primavera-Covid, i suoi tre mesi hanno bloccato i lavori alla casa in montagna e i progetti estivi sono saltati. Non è ancora abitabile stabilmente, solo la cucina ha tutte le funzioni attive, forse tra una decina di giorni si potrà mettere una rete di fortuna in una stanza per me e il marito in modo da poter dormire là e non dover rientrare la sera a Firenze.

Ora anch’io salgo là quasi tutti i giorni: ci sono mobili da pulire (figuriamoci la polvere, dopo mesi di attesa e i lavori del muratori!), stoviglie da lavare e sistemare…

Per fortuna lassù ci sono sette-otto gradi in meno che a Firenze, è l’unica cosa positiva, per il resto lavoro, lavoro, lavoro, nemmeno una passeggiata, se non la puntata al supermercato per la spesa del pranzo. Così mi stanco tanto, troppo, spesso la sera ho mal di schiena. Anche mio marito lavora di continuo al suo impianto elettrico, è stanco anche lui e diventa intrattabile, anzi, lo diventiamo tutti e due, per fortuna lavoriamo in stanze diverse.

L’unico relax me lo sono preso a raccogliere i lamponi nel nostro bosco, ma poi il giorno successivo, a Firenze, ho dovuto affrettarmi a preparare la marmellata, perché i lamponi si sciupano velocemente!

E quando rientriamo a Firenze, verso le venti, abbiamo appena la forza per la doccia e una cena veloce, niente uscite per qualche film nelle arene estive.

Questo ritardo significa che salta il progetto di ospitare mio nipote nella prossima settimana, quando mio figlio sarà ancora al lavoro; questa è la cosa che mi rende più triste, era l’occasione per dargli una mano e restare a fare i nonni con Riccardo. So che mio figlio si è rivolto alla sorella: terrà lei Riccardo, insieme ai suoi quattro figli; questo aggravio di lavoro per lei mi dispiace molto, dato che ultimamente non è stato facile neppure da loro.

Damiano ha avuto un ginocchio molto gonfio, pareva a causa di una botta, ma la situazione peggiorava e sono dovuti andare al Pronto Soccorso: ricoverato per otto giorni, operato al ginocchio per ripulirlo e analizzare il liquido, poi esami e analisi. Si parlava di artrite batterica all’inizio, poi di malattia autoimmune, poi di conseguenze di una puntura di zecca, ma ancora non è ben chiaro, ci sono esami che daranno gli esiti fra del tempo.

Il bimbo con la mamma sono rimasti “reclusi" in ospedale, a causa del Covid non si poteva dare il cambio a mia figlia e nemmeno far loro visita: i vestiti e ciò che serviva andavano lasciati in portineria e venivano impacchettati poi consegnati dai volontari della protezione civile.

E gli altri tre bambini a casa col babbo, che per fortuna ha potuto prendere una settimana di ferie.

Questo isolamento e l’operazione hanno fatto soffrire Damiano, che è calmo e tranquillo, ma tiene le cose troppo dentro di sé, si chiude e si immerge silenzioso nella lettura, Anche mia figlia ora figuriamoci quanto è stressata e stanca…

Mio marito ha tolto in urgenza due nei: il chirurgo ha detto che non sembrano preoccupanti, ma il risultato deve ancora arrivare…

Qualcosa di bello ci sarebbe: due mie poesie hanno avuto riconoscimenti in due concorsi: una “Segnalazione di merito” e… udite udite.. un PRIMO PREMIO! In tempi normali sarebbero state due occasioni di viaggetti, serate quasi trionfali, conoscenza di nuovi posti… è anche con questa speranza che partecipo ai concorsi! Potrebbero essere soddisfazioni e distrazioni. Invece, sempre per colpa del Covid, quest’anno le premiazioni sono solo on-line, premi e diplomi li mandano per posta. Uffa! Che delusione!

Insomma, mi pare proprio bruttina questa estate del 2020… e siamo solo alla fine di luglio!

 

 
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IL LIBRO DI LUGLIO

Post n°1697 pubblicato il 28 Luglio 2020 da atapo
 

 

"IL PAESE SBAGLIATO"

 


 

Anche luglio sta per finire, i giorni scorrono rapidi e io mi dimentico di presentare il libro del mese, quello che ho messo nel box qui accanto.

"Il paese sbagliato" di Mario Lodi fa coppia con "Lettera a una professoressa" del mese scorso: sono state le due colonne su cui ho costruito il mio lavoro di insegnante. Li lessi quasi contemporaneamente, erano appena usciti, posso dire che Don Milani è stata la parte teorica, di riflessione sui grandi temi della scuola verso l'uguaglianza e il riscatto di chi pareva meno favorito socialmente, attraverso lo studio e la padronanza della lingua; Mario Lodi ha completato tutto questo, mi ha dato suggerimenti importanti su come impostare l'attività didattica nello specifico delle singole giornate.

La sua attenzione rispettosa del mondo dei bambini, dei loro tempi e della loro cultura, l'organizzazione che ascoltava le loro proposte per indirizzarle alla riflessione e alla sperimentazione erano ciò che volevo anch'io per le classi in cui lavoravo, già all'inizio della mia carriera nei primi anni '70, anni di innovazioni pionieristiche da parte di vari gruppi di insegnanti, tra cui quelli del movimento MCE. Questo metodo di lavoro non mi ha mai deluso, i bambini imparano volentieri esplorando il mondo attorno a loro, le realtà fisiche, la natura, le persone e le relazioni positive che portano alla socializzazione e alla partecipazione.

Ai genitori spiegavamo il nostro metodo in frequenti assemblee, li abbiamo sempre avuti dalla nostra parte, spesso anzi ci hanno aiutato, fornendo stimoli nuovi o collaborando ai progetti.

Anni dopo conobbi personalmente Mario Lodi, collaborai con le mie classi, che scrivevano storie e articoli, ad una esperienza unica: il giornalino "A&B", cioè "Adulti e Bambini", tentativo di una pubblicazione preparata insieme da bambini e da adulti (genitori, scrittori, scienziati) che credevano in loro. L'esperienza durò alcuni anni.

Tempi bellissimi, una scuola indimenticabile che in seguito è stata distrutta, stracciata, burocratizzata, snaturata: oggi ci sono di nuovo timide sperimentazioni in questo senso, ma private e costosissime, si levano voci per farla ritornare anche nella scuola pubblica, come eravamo noi a quei tempi: meno alunni, un ascolto maggiore delle loro esigenze di crescita, un ambiente di apprendimento che è la città, il mondo...

Altrochè il banco monoposto a rotelle!

 

 
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RICORDO

Post n°1696 pubblicato il 24 Luglio 2020 da atapo
 
Tag: memoria

 

A.

 

alla Certosa Monumentale di Bologna

 

Eravamo diventate amiche in prima media. Abitando nello stesso quartiere ci conoscevamo di vista già da prima, alle elementari stavamo in classi diverse, lei aveva la maestra più terribile della scuola ed io compiangevo lei e le sue compagne.

Alle medie ci ritrovammo insieme e subito nacque tra noi un’amicizia fortissima, aiutata anche dal fatto che facevamo tutti i giorni per un lungo tratto la stessa strada a piedi, insieme ad altre due o tre compagne. Allora nessuno si sarebbe sognato di farsi accompagnare a scuola in auto dai genitori, l’andata e il ritorno erano un forte momento di socializzazione, di autonomia, di crescita.

A. era un maschiaccio, vivacissima, chiacchierona, a tratti insolente e ribelle con gli adulti, fioccavano gli otto in condotta, voto bassissimo per quei tempi. Fisicamente era alta, sottile, con occhi scuri brillanti e i capelli neri sempre tagliati corti, questo accentuava il suo aspetto non al massimo della femminilità. Aveva un’intelligenza brillante, come me stava tra le prime della classe, il buon profitto faceva chiudere un occhio ai professori sul comportamento.

Diventammo inseparabili, iniziò il nostro forte rapporto di “compagne di merende” dentro e fuori scuola: bei pomeriggi insieme, organizzazione di birbonate, progetti creativi e artistici, aveva il papà pittore e ne aveva ereditato le doti. I miei non vedevano di buon occhio quest’amicizia così turbolenta, temevano che mi “corrompesse”, per me era il massimo del coraggio e della sfrontatezza, osava ciò che io non avrei mai osato. Però la seguivo, la affiancavo, spesso “cospiravamo” insieme, ma alla fine chi si faceva notare e rimproverare di più era sempre lei, io riuscivo a tirarmene fuori o a smettere prima di conseguenze irreparabili. Quando ci fu la tragedia del Vajont fummo noi due ad avere l’idea di una raccolta di fondi tra le classi della nostra scuola e la realizzammo, meritandoci le lodi di preside e professori.

Dopo la terza media ci iscrivemmo allo stesso istituto magistrale, le uniche della nostra classe. In prima fummo in due sezioni diverse, in seconda la sua fu eliminata per i molti bocciati e lei finì con me, con grande gioia di entrambe. Purtroppo l’anno successivo anche la mia fu eliminata e ci divisero di nuovo in classi differenti.

Nei primi due anni la nostra amicizia raggiunse l’apice, eravamo sempre tra le migliori della classe, ma ora avevamo campi d’azione nuovi e intriganti: i complessi rock, le feste della domenica pomeriggio in casa di amici, i pomeriggi danzanti in certi locali bolognesi ad ascoltare i complessi beat cittadini… Lei ora aveva un aspetto più femminile, si era lasciata crescere i capelli, amava truccarsi, ma i genitori non ce lo permettevano: era diventata abilissima a truccarsi e struccarsi scendendo le scale o durante i viaggi in tram, con tutti quegli scossoni. A me non interessava il trucco, ma pensavo che non avrei mai avuto il suo coraggio e la sua abilità.

Un altro argomento ora ci univa: i ragazzi! I nostri primi amori per i quali ci coprivamo a vicenda per poter uscire, ognuna sapeva tutto sulle fantasie (molte) e le storie (molte meno) dell’altra e non si lesinavano opinioni e consigli.

Verso la fine della scuola superiore ci allontanammo, complici forse anche le classi diverse: io avevo trovato altre amicizie, poi i guai di famiglia mi rendevano lo studio più faticoso, il tempo per divertirmi era molto calato.

All’esame di maturità, con mia enorme sorpresa, lei fu bocciata; mi arrivarono voci che c’erano stati problemi per il comportamento, chissà…

Io dovetti subito lavorare, non indagai. Negli anni successivi a volte la mia mamma, che incontrava la sua al mercato, mi aggiornava: faceva lingue all’Università (beata lei!)... insegnava alle elementari…

Al mio matrimonio la invitai, non venne, mi mandò in regalo un quadro dipinto dal padre. Anni dopo, credo fossi già a Firenze, seppi dalla mamma che si era sposata, poi, ancora dopo, che aveva divorziato: mi dispiacque molto, ma ripensavo al suo carattere non facile da gestire.

Poi silenzio per tantissimo tempo, fino all’era facebook, quando si può cercare di rintracciare i personaggi di una vita.

L’avevo rintracciata, ci eravamo date l’amicizia, scoprivo qualcosa della sua vita: faceva esperienze interessanti come insegnante, aveva un sacco di amici e spesso rievocava tempi lontani e gloriosi di serate nelle osterie bolognesi, un mondo che io non ho mai conosciuto. Però scoprivo anche che aveva grossi problemi di salute, che si accentuavano anno dopo anno, che la scuola le stava diventando troppo faticosa, finché non è riuscita ad andare in pensione. Allora ha creato su facebook un gruppo molto bello, per far conoscere Bologna, la sua storia, l’arte e le sue bellezze nascoste e ci siamo ritrovati in tanti a leggere, a commentare e, chi poteva, a contribuire.

Spesso ai miei post metteva commenti e riscontri positivi e affettuosi, io avrei tanto voluto andare a trovarla a Bologna, che ci voleva? L’ho fatto per altre amicizie ritrovate…

Ma ogni volta che gliene parlavo lei non mi ha risposto…

Sono arrivata alla conclusione che non volesse farsi vedere così malridotta in salute, in fondo il suo carattere un po’ strano non mi stupiva, ho accettato il suo rifiuto accontentandomi di continuare l’amicizia virtuale e apprezzando le sue belle ricerche e segnalazioni.

Ieri sul gruppo è apparso un annuncio tristissimo: qualcuno ha informato che A. se ne è andata, all’improvviso. Non si sa il perché, le cause… un mese fa si era rotta una clavicola, aveva rallentato i contributi nel gruppo.

Molte sono le persone addolorate… Io ho provato una dolorosa stretta al cuore: lei era molto presente nei miei pensieri e nei miei sentimenti, aveva partecipato così intensamente a tanti miei anni… E’ la vita ineluttabile, ma è tragico lo stesso passare questi momenti, il dispiacere è grande. Cosa potevo fare?

Ho sentito il bisogno di comunicare la notizia a quegli amici e amiche bolognesi che ho rintracciato e che l’avevano conosciuta, così come se potessimo darci idealmente un abbraccio attorno a lei e condividere l’enorme tristezza. E ora ho sentito il bisogno di parlarne subito, qui e di lasciare una traccia di lei e del suo amore per l’arte e le cose belle.

 

 
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UN NUOVO LAVORO

Post n°1695 pubblicato il 18 Luglio 2020 da atapo
 
Tag: cronaca

 

LE SCAMBISTE

 


 

Dal dicembre scorso ho chiuso col fare i mercatini e gli svuotacantine. Con dispiacere, ma ormai dopo cinque anni sentivo che le levatacce, gli spostamenti degli scatoloni, i brontolamenti del marito… erano arrivati a livelli di fatica eccessivi: si invecchia!

Peccato il rinunciare a quell’incontro mensile e altri straordinari dove si trovavano spesso altri venditori/venditrici con cui erano nati affiatamenti, o si rivedevano clienti affezionati.

Poi c’è stato il Covid, stop a ogni iniziativa, nemmeno la passeggiatina mensile a salutare i vecchi colleghi ai banchetti e a cercare occasioni imperdibili, ormai solo come cliente.

Ma ancora ho molte cose da vendere… così ho scoperto un nuovo mestiere.

Ci sono su Facebook gruppi di “scambi”: si creano album con le foto degli oggetti che si vuole scambiare, si scrive cosa si vuole in cambio oppure si cerca qualcosa negli album degli altri, anzi delle altre, perché fino a poco tempo fa le scambiste erano soltanto donne, ora si è timidamente affacciato qualche uomo. Mi sono iscritta a due di questi gruppi fiorentini e… non mi posso lamentare degli affari: certi oggetti vintage, soprattutto stoviglie, riscuotono un buon successo. In cambio ho trovato pirofile, tazze e lenzuoli per la casa in montagna, alcune piantine per il giardino, ci scambiamo anche libri di narrativa; ho messo in scambio borse e foulards che non uso più, ne ho ricevuto collane di pietre dure.

A volte si scambia nelle case di una o dell’altra, più spesso gli appuntamenti sono al capolinea del bus, alle fermate della tramvia, nei centri commerciali dove ci aspettiamo comodamente sulle panchine. Ci sono signore con cui mi sono già incontrata più volte. A volte non è semplice concordare giorni e orari, ma tanto non c’è fretta...

Mi ero inserita timidamente in febbraio, poi si è bloccato tutto, ma ora ho ripreso gli scambi con vigore; si possono anche chiedere beni di consumo se negli album non c’è niente di interessante, così ho fatto provvista di detersivo, farina, zucchero, biscotti per colazione.

Pian piano sto mettendo in scambio non solo oggetti dell’eredità, ma anche cose mie che non uso più.

Insomma, facciamo girare l’economia… senza sborsare un euro ed evitiamo di buttare ciò che non ci serve, ma può servire ad altri!

A me sembra una buona idea, da far conoscere, perché ho scoperto che non esistono gruppi simili in tutte le città: a Bologna per esempio non ce ne sono, con rammarico dei miei conoscenti bolognesi che sarebbero molto interessati alla faccenda.

 

 
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LA CASA IN MONTAGNA

Post n°1694 pubblicato il 12 Luglio 2020 da atapo
 

 

IL PUNTO

 

faggeta verso l'Abetone

 

Io non salgo quasi mai alla casa in montagna, tanto in questo periodo non c'è niente che possa fare, il lavoro è tutto per mio marito all'impianto elettrico. Inoltre quando vado mi innervosisco nel vedere quanto ancora siamo indietro.

Mio figlio aveva telefonato chiedendo se per agosto sarebbe stata abitabile: vorrebbe andarci con Riccardo durante la sua prima settimana di ferie. Era questo il progetto che facevano prima del Covid, anzi, Riccardo sarebbe stato qualche giorno anche solo con noi, mentre suo padre era ancora al lavoro.

Io non ho saputo cosa rispondere, gli ho detto -Parlane con tuo padre.-

Allora abbiamo deciso che ieri saremmo andati tutti in montagna, a vedere in concreto e a fare il punto della situazione. Per l'occasione mio marito aveva sgomberato la cucina, che è diventata abitabile e fruibile, tant'è vero che abbiamo pranzato lì, anche se le provviste le portavamo da casa: insalata di riso, prosciutto e melone. Comunque il frigo funziona, come pure i fornelli.

Mi sembrava un sogno, finalmente seduti normalmente a tavola, con le stoviglie recuperate dagli scatoloni, la temperatura ideale e il sole che entrava dalla porta a vetri; fuori il verde degli alberi del "nostro" bosco.

Nell'esplorazione dello stato della casa abbiamo convenuto che i bagni sono agibili, una camera si dovrebbe riuscire ad apprestarla per agosto, c'è una stanza che per ora è completamente vuota e alla peggio vi si possono portare le brandine da campeggio. Insomma, non sarà così impossibile trasferirci lassù un po' di giorni in agosto.

Tutta la giornata è stata piacevole: abbiamo girato per il paese, dove c'era un'esposizione interessante di reperti e oggetti militari e della vita nel tempo di guerra, abbiamo raccolto i lamponi che cominciano a maturare al limite del bosco, figlio e nipote hanno tagliato l'erba per salire meglio tra gli alberi. Nel pomeriggio abbiamo fatto tutti insieme una camminata lungo un percorso segnato: stradelle, sentiero nella faggeta, aria buona, mille piante da osservare e mille rumori da ascoltare... e non mi sono nemmeno stancata molto, ho collaudato le nuove scarpe comperate per queste occasioni e direi che è stato un ottimo acquisto.

La prossima volta andremo al paese capoluogo a cercare l'ufficio del turismo, dove chiederemo informazioni e mappe per esplorare le possibilità di goderci la natura nel territorio attorno. Questa prossima volta non dovrebbe tardare molto: a sera, mentre si apprestavano a partire, Riccardo ci ha detto: - La settimana prossima sono impegnato (nota: sta dalla mamma), ma quella dopo ancora posso ritornare.-

Mio figlio lo guardava soddisfatto e un po' meravigliato che il bimbo, di solito così timido, si fosse lanciato a progettare il prossimo incontro... meglio così, ne siamo tutti contentissimi!

Io ho detto: -Bene, ti aspettiamo, organizzati come credi meglio, portati anche dei giochi, dei libri, come vuoi...-

E dentro di me facevo i salti di gioia.

Spero proprio che possa essere una bella esperienza e un buon avvio, per questa casa in montagna!

 

 
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VITA DA CALDO

Post n°1693 pubblicato il 07 Luglio 2020 da atapo
 

 

DOMENICHE INFERNALI

 

 

E’ arrivato il supercaldo, tornano le mie domeniche roventi e infernali.

Durante i giorni feriali patisco il caldo, ma ho trovato qualche maniera per alleggerire il patimento: i giretti per la spesa fatti al mattino, così come al mattino è piacevole stare nel mio giardino che è tutto all’ombra. Anche qualche “spedizione” in centro, gli autobus hanno l’aria condizionata e sono abbastanza sicuri: ognuno ha il disinfettante a bordo da spruzzare sulle mani, tutti gli utenti portano la mascherina obbligatoria ed è raro che siano affollati, dato che, per fortuna, nonostante sia luglio la frequenza dei passaggi è rimasta invariata nei giorni feriali. In centro fa caldo, ma quasi tutte le strade hanno un lato all’ombra e le librerie e i negozi hanno anch’essi l’aria condizionata.

Mio marito è quasi tutti i giorni alla casa in montagna per completare quell’impianto elettrico che sta facendo da solo: sembra un lavoro interminabile, non ho la competenza per giudicare se è davvero così complicato, ma la lentezza e la pignoleria che lui mette in qualsiasi sua attività mi fa venire qualche sospetto… Inoltre la quarantena e i successivi problemi di salute ci hanno fatto restare in arretrato di tre mesi, col rischio che nemmeno questa estate potremo rifugiarci a vivere lassù per sfuggire il caldo!

Però il fatto che lui mi lascia sola in città quasi tutti i giorni (io non salgo con lui quasi mai, perché il vedere come siamo indietro mi fa venire il nervoso e la depressione) significa che posso gestire il mio tempo come mi aggrada: uscire, stare rintanata in casa, mangiare, saltare il pasto, decidere cosa fare momento per momento, scegliere qualche attività che mi dia soddisfazione...

Alla domenica invece lui sta sempre a casa: dopo che siamo andati a messa non vale la pena che parta per lavorare lassù mezza giornata. Così rimaniamo rintanati tutti e due, non mi sembra carino lasciarlo solo per andare in giro, magari in qualcuna delle poche manifestazioni estive che stanno attivandosi, inoltre gli autobus alla domenica sono rarissimi, uno ogni mezz’ora se va bene.

Gli anni passati cercavo di insistere perché uscissimo in auto per qualche gita o qualche sagra, anche solo per prendere un gelato in collina, spesso si finiva per litigare perché lui voleva stare rintanato, ma talvolta riuscivo a smuoverlo, poi a fine giornata era soddisfatto di essere uscito… ora non me la sento: si fa forte del fatto che tutti i giorni è fuori quindi la domenica vuole stare in casa e in questo lo capisco.

Così non ho la forza di chiedergli nulla. Il suo essere a casa significa passare la giornata nel buio completo: entro le 10 mi rimprovera perché non ho ancora chiuso tutte le finestre, vetri e persiane, e le vuole riaprire solo all’ora di cena. E’ per sfuggire il caldo, non abbiamo l’aria condizionata e ci aiutiamo coi ventilatori nelle stanze in cui soggiorniamo, però al mattino nelle stanze a ovest si potrebbe tenere aperto di più, soprattutto se c’è vento, visto che le piante del giardino aumentano l’ombra, così almeno si ricambierebbe l’aria… Invece no: per lui conta l’orologio, non il clima che c’è effettivamente fuori.

Queste domeniche pomeriggio estive mi tolgono il fiato, mi sembra davvero di essere nell’anticamera dell’inferno. Lui passa le ore stravaccato sul divano, al buio, a guardare telefilm e partite di tennis alla televisione, io cerco di inventarmi qualcosa per sopportare il tempo che non passa mai: leggo, “viaggio” in rete, a volte scovo qualche film da vedere, purtroppo il cucinare è tabù, forno e fornelli sono insopportabili.

E quando mi capita di vedere immagini di spiagge, di mare… mi viene su un nervoso… perché mi fa pensare che finché la casa lassù non sarà a posto non si mettrà mano al camper… e finché non si sarà revisionato e controllato il camper NIENTE MARE!

 

 
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PRIMO VIAGGIO

Post n°1692 pubblicato il 01 Luglio 2020 da atapo
 
Tag: viaggi

 

UN’ ALTRA BOLOGNA

Il grande cedro a villa Ghigi

Ora che sono arrivate le copie del mio libro, mi dedico alla loro distribuzione. Ho scritto una lista di persone a cui voglio donarlo, i nipoti innanzitutto, poi alcuni amici e amiche, questi ultimi vanno rintracciati e pian piano lo sto facendo, è un bel modo per tornare a incontrarsi in questo post-Covid e per salutarci prima delle vacanze. Li contatto pian piano, fissiamo un appuntamento perché, dico, ho una sorpresa da consegnargli, poi quando ci vediamo dò loro il libro, suggerendolo scherzosamente come lettura per l’estate. Offrire un ricordo di me alle persone care: è stato questo lo scopo del mio lavoro, finora ho visto tutti sorpresi e contenti.

Qualcuno di loro abita a Bologna, per incontrarli ho organizzato una gita in treno: il primo viaggio dopo la quarantena, una prova per me che ancora mi sento timorosa quando vado in giro, non sopporto che la gente mi stia troppo vicina, non ho superato i timori del contatto con le persone. Però mi sono fatta forza e sono partita.

Stavolta, complice il bel tempo, il caldo e la precauzione dei distanziamenti, gli incontri non sono stati in musei o mostre, ma all’aperto e così ho finalmente visitato un parco in cui non ricordo di essere mai andata quando abitavo là: ma dal 1981 di giardini e parchi nuovi ne hanno fatti!

Questo è enorme, si chiama villa Ghigi, occupa praticamente due colline, alterna zone boscose e altre di prati. Era un antico possedimento di nobili, mi pare, restano anche residui di frutteti e alberi di rusticani, quelle piccole prugne rosse, così piccole che sembrano ciliegie grosse e solo la foglia diversa ti indica la differenza. Sono i frutti selvatici delle scorribande nei campi ai tempi della mia infanzia, spesso i rusticani sono aspri, ma lì no, avevano appena un inizio di dolce che era squisito, quasi dissetante. Perchè, e qui viene il bello, a villa Ghigi si possono tranquillamente raccogliere e mangiare, dai rami (quelli più bassi) alla bocca! Così la passeggiata ha preso un sapore di vissuti lontani, che ben si accompagnava alle rievocazioni scritte nel mio libro…

Le rare panchine all’ombra naturalmente erano tutte occupate, ma all’ombra degli alberi si stava benissimo a sedere comodamente sull’erba, con le carezze di un venticello gentile, a chiacchierare e ammirare la natura rigogliosa e il cielo luminoso. Peccato dover scendere di nuovo in città… che non è per niente affollata, ma vuoi mettere, lassù era tutt’un altro mondo.

E dopo il pranzo leggero in un ristorante mai collaudato e trovato buono, un altro giardino, stavolta privato, in una zona della pianura, che attornia un’altra villa di nobili ora trasformata in appartamenti, quasi nascosta, tra tutti gli alberi secolari, dagli stradoni trafficati e la vegetazione folta attenua i rumori. Molto bello e riposante anche qui. Insomma, posso dire che questa spedizione bolognese stavolta è stata davvero particolare: invece della tradizionale “Bologna la rossa” posso dire che ho goduto di “Bologna la verde”!

Poi, al ritorno, di sera il vedere allo specchio i segni di una leggera abbronzatura dove la maglietta lasciava la pelle scoperta, tutto merito della passeggiata a villa Ghigi, dà un valore aggiunto alla bella giornata. Mi sono proprio coccolata un po’: la prima abbronzatura della stagione mette allegria, è una positività di buon augurio per l'estate.

 

 
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IL LIBRO DI GIUGNO

Post n°1691 pubblicato il 27 Giugno 2020 da atapo
 

 

"LETTERA A UNA PROFESSORESSA"


 

Il mese sta finendo e quasi dimenticavo le due parole sul libro che ho messo qui a fianco per il mese di giugno. E dire che ultimamente la scuola è stata molto presente nei miei pensieri, seguo con interesse, apprensione e sconforto il susseguirsi di ipotesi e trovate per la riapertura di settembre... Soltanto da oggi si comincia a sentir parlare di fondi per poter formare classi meno numerose, trovare spazi adeguati, assumere insegnanti invece di abolire posti... e i tempi di attuazione sono ristretti!

Cosa direbbe Don Milani se fosse ancora vivo? Oh, avrebbe molto da ridire. Come sono ancora attuali le sue parole, anzi quelle dei ragazzi della scuola di Barbiana!

Lessi "Lettera a una professoressa" nel 1970, poco dopo la sua uscita: fu una folgorazione, mi aprì gli occhi, diventò il "vangelo" del mio voler essere insegnante. Ero appena diplomata dall'Istituto Magistrale, dove non si era neppure accennato ai movimenti che stavano svecchiando e cambiando la scuola, i "programmi" si erano fermati a Dewey e poco più oltre, diciamo il dopoguerra. Io ero autodidatta, proseguivo da sola a leggere, a studiare e scoprivo meraviglie, mi si chiarivano tante cose, avrei voluto insegnare in questo modo... Invece le scuole dove capitavo a fare le prime supplenze erano così lontane, all'antica, praticamente uguali alla scuola elementare che avevo frequentato io dieci anni prima. E io non vedevo l'ora di avere una mia classe, dove avrei fatto la rivoluzione...

Non fu solo questo il mio "vangelo", insieme ci fu un altro libro, quello che metterò il mese prossimo.

 
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BENVENUTA ESTATE

Post n°1690 pubblicato il 21 Giugno 2020 da atapo
 

SOLSTIZIO



 

Ho guardato a lungo il tramonto stasera, o stanotte ormai perché è il giorno più lungo dell’anno e il cielo a ovest scivola lentissimamente sulle strisce dei colori: azzurro brillante in alto, azzurro sempre più chiaro verso l’orizzonte e sfuma sul giallo, l’arancione, il rosso che si incupiscono sempre di più, fino al buio che non è totale, ma resta penombra ancora a lungo.

Questo è l’inizio della notte di mezza estate, quando fa bel tempo.

A me piace guardarlo, tutti gli anni, come se scivolassi fisicamente dentro l’estate, insieme al sole che scivola sotto l’orizzonte. E’ un’atmosfera di attesa, romantica e un po’ ansiosa, quest’anno in particolare: è più difficile fare progetti, mi vengono in mente soltanto sogni irrealizzabili e desideri che restano negli angoli della mente e del cuore, insieme a ricordi ormai troppo passati.

La musica li culla, la musica si accompagna bene ai momenti di passaggio, di ritualità rassicurante, è giusto che proprio oggi sia la Festa della Musica. Io ho voluto ascoltare in diretta un bel concerto organizzato dall’Istituto Francese sulla piazza e mandato su facebook, e questa unione di musica e Francia mi ha fatto ricordare la prima Festa della Musica a cui ho partecipato.

Era l’anno 2000, io ero in Francia col progetto Comenius e insegnavo per quindici giorni in una scuola primaria a Vesoul, vicino a Besançon. Allora questa festa non c’era in Italia, esisteva soltanto là. La mia collega francese mi trascinò fino a notte fonda per le strade e le sale della città, dove dappertutto qualcuno faceva musica, di tutti i generi: classica, corale, folk, etnica, rock… suonata, cantata, spettacolarizzata… Era una sarabanda, fu un’indigestione di note, una serata superba e incredibile!

Poi pian piano tutta Europa aderì a questa manifestazione, negli anni scorsi spesso anch’io uscivo, mi godevo varie occasioni… Stavolta nulla.

Ricordo, ascolto on line, sogno guardando il tramonto bellissimo e, in fondo, spero. Benvenuta estate!

 
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MATURITA'

Post n°1689 pubblicato il 19 Giugno 2020 da atapo
 

LA CONCLUSIONE E L'INIZIO



 

Su whatsupp mi è arrivata la foto di un bel ragazzo biondo, seduto su un muretto, con aria un po’ assorta, pensieroso: è mio nipote, figlio di mio fratello, la foto gliel’ha scattata stamattina la sua mamma, poco prima che entrasse a sostenere l’esame di maturità.

Poi è arrivato il messaggio con la sentenza: MATURO… e tanti punti esclamativi!

E io mi sono commossa, come spesso mi capita in questi mesi quando leggo o ascolto di faccende di scuola, ora di esami, di giovani che hanno il loro “rito” di passaggio in un momento così delicato e differente dagli anni precedenti, e speriamo che resti l’unico nella storia.

Bene, è andata! Stasera chiamerò, nel pomeriggio avrà giustamente festeggiato con i familiari più stretti, avrà contattato gli amici… per la vecchia zia ci sarà tempo.

Mentre aspetto, mi è venuto in mente che questo nipote iniziò la sua carriera scolastica proprio quando io iniziavo questo blog e avevo parlato di lui alle prese coi primi quaderni… ho ritrovato il post, con l’aiuto del box qui accanto “Recherche du temps perdu”: eccolo, era QUI.

E ora, carissimo nipote, comincia la vita vera! AUGURI!

 
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IL MIO LIBRO

Post n°1688 pubblicato il 15 Giugno 2020 da atapo
 
Tag: cronaca

 

AUTOBIOGRAFIA


 

Un aspetto positivo nella quarantena c'è stato, per me: finalmente ho terminato la mia autobiografia, ho sistemato i capitoli e... udite udite: l'ho stampata!

Il mio sogno nel cassetto: lasciare tracce di un tempo lontano, di un altro secolo e di un altro mondo, ai miei figli e nipoti.

"Sono convinto che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient'altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia."

(da Trilogia della città di K. di Agota Kristof)


Ecco, il mio libro l'ho scritto; alcune storie le avevo raccontate qui, negli anni passati, e qualche amico mi suggeriva di raccoglierle. L'idea mi aveva stuzzicato, per questo avevo seguito il corso di scrittura autobiografica all'università dell'età libera, poi ho proseguito da sola, lentamente e anche con un po' di fatica... soprattutto nel ripensare e ricostruire certi momenti e certi passaggi. Avevo deciso che avrei raccontato fino ai 30 anni, quando sono venuta a Firenze, sarebbe stata solo la mia vita a Bologna.

E' stato un lavoro grosso su me stessa, come se fossi andata in analisi. Cosa ho concluso? Forse ora mi accetto un po' di più...

Poi ho affrontato l'autopubblicazione: l'impaginazione, la copertina (avrei voluto comporla io, ma era a pagamento, io non avevo affatto voglia di spenderci sopra oltre il minimo e una delle copertine proposte in effetti mi è parsa proprio adatta), tutta la serie di operazioni per mandarlo in stampa, compresa la definizione del prezzo (ma lo comprerà mai qualcuno?), l'ordine di un buon numero di copie, perchè ho fatto un elenco delle persone a cui voglio regalarlo; tutto questo attraverso "Ilmiolibro", sito di autopubblicazioni.

Infine l'attesa del corriere, con un po' di emozione... era un pacco grosso, questi corrieri spesso sono così maldestri... allora ho deciso di non uscire da quando ho letto la fatidica frase "in consegna".

E' arrivato! Poco fa! Che scatolone pesante! Ma non ho sentito il peso di portarlo dal cancello fin dentro casa, l'emozione ha moltiplicato le forze!

Sfogliarlo... ritrovare TUTTO... come sono contenta!

Una delle IMPRESE della mia vita, considero tutto questo!

E ora "L'aria buona del giardino" è ufficialmente nato, è come un mio primo figlio di carta e sta iniziando la sua vita attraverso chi lo leggerà...

Chi era quello scrittore che diceva che i libri sono come i figli? Non lo ricordo proprio in questo momento, ma ho sempre pensato che fosse una bellissima frase.

 

 
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LA SCUOLA

Post n°1687 pubblicato il 12 Giugno 2020 da atapo
 

 

FINITA !!!

 

sembra proprio Martino, col ciuffo così

 

In Toscana la scuola è finita mercoledì. Diverse scuole hanno organizzato incontri all’aperto almeno per le ultime classi, per gli alunni che dopo questo anno terribile non si danno l’appuntamento a settembre, perchè si lasciano per il corso di studi successivo. Pareva tutto proibito, le responsabilità, i pericoli… Ma sarebbe stata una crudeltà privare i ragazzi di questo ultimo momento che diventa un rituale da conservare nei ricordi della vita, ora che all’aperto tutto è abbastanza normale, con le dovute precauzioni. Così anche varie classi intermedie l’hanno fatto e so di altre che si ritroveranno nelle pizzerie all’aperto.

In questi mesi io ho seguito con molto interesse, insieme all’apprensione, al dispiacere, alla rabbia spesso, le vicissitudini della scuola. La passione per il mio antico lavoro di maestra si univa alle cronache raccontate e vissute dal vivo relativamente alle traversie dei miei nipotini e dei loro genitori, coinvolti nella DAD (didattica a distanza). Mi pare proprio che, tra gli enormi problemi che l’Italia ha avuto e continua ad avere, la scuola e la vita dei nostri ragazzi siano state ben poco tenute in considerazione, e neppure ora, in previsione del rientro a settembre, abbiano il riguardo necessario.

Le lezioni si fanno davanti al computer! Facile a dirsi, ma la scuola è molto di più. Soprattutto per i più piccoli l’incontro di persona, il contatto fisico, l’operatività pratica sono fondamentali per un rapporto sano con gli apprendimenti: si impara insieme in un coinvolgimento fisico totale, immersi nella dimensione sociale.

Le difficoltà tecnologiche hanno complicato ancora di più: chi non aveva le attrezzature adatte e ha dovuto aspettare giorni e giorni perché la scuola fornisse computer in comodato, chi deve condividere i PC di casa con i familiari (genitori al lavoro, altri fratelli), i più piccoli devono essere affiancati da un adulto che si occupi del collegamento, della trasmissione dei compiti, degli “incidenti” durante i collegamenti.

E gli insegnanti sono stati “buttati” in questa avventura spesso senza avere le competenze adeguate, che si sono dovuti procurare rapidissimamente e non tutti ce l’hanno fatta: penso soprattutto ai più anziani. Per loro l’orario di lavoro è diventato infinito, si leggono testimonianze che riportano una fatica enorme nel rintracciare documenti adatti, esaminarli, usarli, preparare lezioni adeguate ai mezzi e alla situazione. Certamente c’è chi ha fatto di più e chi di meno, chi si è limitato a svolgere allo schermo ciò che avrebbe ugualmente fatto in presenza e chi invece ha tentato una didattica diversa, partecipata e adeguata alla situazione generale di stress dei ragazzi: l’esperienza è talmente fuori dall’ordinario che c’era davvero molto spazio per inventare e proporre del nuovo.

Ho pensato a volte se mi fossi trovata io in questa situazione, senz’altro avrei impegnato tutte le mie energie per far vivere agli alunni esperienze educative che fossero il più gratificanti possibile, che lasciassero buoni ricordi di questi pessimi mesi. Sarei stata davvero insegnante a tempo pienissimo, già lo ero in quel lavoro ormai lontano quando c’erano in ballo progetti o percorsi particolari, le sfide mi hanno sempre attirato… Di questo si lamentava in quegli anni il marito, chissà come avrebbe reagito in un periodo come questo… meglio non pensarci.

Così divisa tra il sollievo che non mi sia toccata e un briciolo di rimpianto per questa avventura pedagogica-didattica che lascio tutta ai colleghi ancora in servizio, mi sono limitata a leggere con partecipazione e talvolta emozione gli articoli, i commenti, i messaggi e le lettere sui social di insegnanti e genitori, a scoprire con gioia e ammirazione diverse interessanti e coinvolgenti esperienze delle classi, a seguire ciò che accadeva dai miei nipotini.

Nelle loro classi, in realtà, non ci sono state grandi esperienze innovative.

Quando eravamo da Riccardo ho sentito, dalla stanza accanto, alcune lezioni in collegamento: come se fossero in aula, un gruppetto di 7-8 bambini (erano divisi a gruppi in diversi collegamenti) e la maestra che spiegava e interrogava. Poi arrivavano la mail con le indicazioni dei compiti e Riccardo ha imparato a fotografarli col tablet e a inviarli alle insegnanti. So che per inglese ha creato un breve video insieme al suo papà.

Da mia figlia è stato molto più complicato: prima della pandemia aveva sempre rifiutato di mettere in casa il collegamento veloce, usavano il telefonino per collegarsi in famiglia, i bambini non usavano computer, per scelta dei genitori che volevano tenerli lontani da quel mondo, solo Martino nei suoi ultimi compleanni aveva ricevuto da noi nonni prima il tablet poi il computer. Appena in tempo! Ma ora dovevano utilizzarlo in quattro bambini (anche la materna steineriana mandava fiabe e canzoni per i due piccoli) e pure mia figlia era a lavorare da casa. Era complicatissimo, così sono riusciti ad avere un pc anche dalla scuola e si sono convinti a mettere il collegamento veloce. Ma restavano gli orari dei collegamenti di ognuno da ricordare, l’assistenza ai più piccoli, solo Martino è diventato autonomo rapidamente e, a undici anni, è stato davvero bravo.

Mia figlia è diventata matta in questi mesi, ora è distrutta dalla stanchezza. Suo marito ha continuato a lavorare, sembrava dovesse andare in cassa integrazione, ma il compito che ha nella ditta è rimasto essenziale quindi doveva assicurare la presenza. Se questo dal punto di vista economico è stato un bene, era però fuori tutto il giorno, aveva contatti con i clienti quindi c’era la paura di contagiarsi nonostante le massime precauzioni, mia figlia a casa era sola per le faccende domestiche e scolastiche.

Mi dice che la maggior parte dei professori di Martino ha un po’ tirato a finire il programma: spiega-interroga e via, ora si accorge che Martino ha diverse cose non capite, durante l’estate bisognerà riprenderle.

Chi ci ha rimesso di più è stato Damiano, in terza primaria. Il suo carattere schivo e introverso ha accresciuto i problemi: era appena riuscito a superare le difficoltà dovute al cambiamento di scuola, le nuove maestre iniziavano a conoscerlo nelle sue potenzialità un po’ particolari, il trovarsi con lo schermo in mezzo lo ha richiuso nel suo relazionarsi con gli altri, gli insegnanti non riescono a capirlo e a valorizzarlo. Questo mi rattrista e mi preoccupa.

Sono molto in ansia per settembre, temo che non verranno trovate soluzioni intelligenti e rispettose dei ragazzi, il loro presente e il loro futuro verrà sempre dietro le motivazioni politiche ed economiche… si arriverà a rovinare una generazione?

Spero che i fatti mi smentiscano, ma, devo confessarlo, in questo momento mi sento proprio pessimista. Penso che, oltre a medici e infermieri, anche i bambini siano stati eroi, a continuare il loro impegno scolastico in queste condizioni.

 

 
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SALUTARSI

Post n°1686 pubblicato il 08 Giugno 2020 da atapo
 
Tag: teatro

 

A DISTANZA DI SICUREZZA

 

Firenze, parco delle Cascine, il Piazzale dell'Indiano


Ogni giorno almeno un temporale, anzi una bomba d’acqua. Tanto per rendere più GRADEVOLE il nostro riabituarci ad uscire e a rendere la vita il più normale possibile!

I “Ragazzi over 65”, insieme alla loro giovane regista, avevano una gran voglia di incontrarsi per un saluto prima dell’estate. Dopo i trionfi delle trecciaiole fino a febbraio, a ridosso della pandemia, ogni attività teatrale è stata sospesa e i contatti erano rimasti su Whatsapp, con saluti, auguri, qualche invio di foto e filmati. Ma dal vivo, insieme, è un’altra cosa.

Dato che vicino a noi c’è il parco più grande di Firenze, le Cascine, rimasto deserto in questi mesi ed ora, appena avuta la libera uscita, valvola di sfogo per tanti, l’appuntamento era lì, nel punto estremo più vicino, tra le aiuole e gli alberi del famoso Piazzale dell’Indiano, dove fu sepolto un giovane principe dell’India morto a Firenze nel XIX secolo, il quale, in quanto principe, doveva riposare in eterno alla confluenza di due fiumi e proprio lì il torrente Mugnone si getta nell’Arno. Una delle tante storie poco conosciute tra gli immensi tesori di Firenze.

Ma il nostro appuntamento di vecchietti, nato ultimamente in stagione già temporalesca, venerdì scorso si era dovuto rinviare causa maltempo. Restava oggi, la conferma ce la saremmo scambiata alle 14, perché alle 11 nel nostro quartiere ormai si andava in barca, da tanto che pioveva. Il nostro ottimismo è stato premiato, alle 14 il vento stava spazzando via le nuvole che erano tornate bianche, non più grigie scure.

Così ci siamo ritrovati, tutti con la mascherina d’ordinanza; stavamo in cerchio, ognuno alla giusta distanza dall’altro, come quelle classi che in questi giorni si ritrovano nei giardini pubblici per un ultimo giorno di scuola al tempo del Covid: in fondo anche noi siamo scuola, scuola di teatro! Stiamo tutti bene, e per fortuna nelle nostre famiglie non ci sono state tragedie. Ci siamo raccontati questi mesi, i timori, le esperienze, le rinunce a viaggi e vacanze da pensionati, i problemi superati, un po’ con discorsi seri, un po’ mettendoci dell’ironia o buttandola sul comico per farci qualche risata.

La giovane regista è riuscita a continuare on line alcuni suoi corsi di teatro con i ragazzi, così non ha perso il lavoro, anzi era contenta di aver sperimentato nuovi metodi attraverso la tecnologia, e questo ci ha rallegrato, perché il settore dello spettacolo è stato tra i più penalizzati e il lavoro dei giovani è ancora più difficoltoso.

La malinconia di ciò che stiamo perdendo è rimasta in secondo piano, maggiore era la gioia di stare bene insieme. Il sole e il vento ci accarezzavano, tutti eravamo contenti. Ci siamo dati appuntamento in autunno, dove e in che modo ancora non ne abbiamo la più pallida idea, ma… faremo di tutto per esserci!

E sono tornata a casa leggera.

 

 
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ROSSO GIARDINO

Post n°1685 pubblicato il 04 Giugno 2020 da atapo
 

 

SFUMATURE DI ROSSO

Accarezzo con un colpo d'occhio il mio giardino in questi giorni, mi fa stare bene, mi sento alleggerita dal verde e dal rettangolo di cielo sopra la testa, penso che è come una goccia di medicina se ora non si può parlare di viaggi e vacanze...

E scopro...

In questi giorni tutto ciò che è fiorito è di colore rosso, per caso, naturalmente, i nostri pollici più o meno verdi non lo avevano di certo programmato! Ma il rosso ha mille sfumature.

Sul muretto più vicino a casa ci sono i geranei rossi, un tipo più sobrio, uno più verso il fucsia.


Una pianta grassa più in là ha innalzato lunghi steli con infiorescenze rosso pallido.


Lungo la recinzione l'oleandro che nella casa vecchia cresceva stentato, avvelenato dal traffico della strada, qui dopo cinque anni di alterne vicende, tra gelate, siccità e le mie potature fatte non ad arte, ma a "sentimento" perchè di potature non me ne intendo affatto, ora è un folto cespuglio alto come me e per la prima volta è completamente ricoperto di fiori rosso scuro.

Poi c'è il melograno in piena fioritura: un'esplosione di rosso squillante, che ci fa sperare in un'abbondante produzione di frutti.


Di fronte al melograno sono maturi i primi lamponi: ne ho già raccolti (e mangiati, insieme ai nipotini), non maturano tutti insieme, ci accompagneranno a lungo, ingabbiati in una rete per tenere lontani gli uccelli.


Anche tra l'erba c'è qualcosa di rosso: tante palline che assomigliano a fragole, "fragole matte" le chiamo io, le foglie sono identiche a quelle delle fragole, ma i frutti, nati da fiorellini gialli, non credo proprio siano commestibili. I semi sono stati portati dal vento.


Insomma, tutte queste "zone rosse" fanno un bel vedere, neanche fossero state create apposta da uno di quei giardinieri-paesaggisti che ora vanno di moda.

Era il mio sogno segreto: riuscire ad ottenere, nel giardino, un succedersi di fioriture durante l'anno che si armonizzassero bene insieme, ma non mi sono mai impegnata in questo senso, sarebbe uno studio da cominciare da zero. Ora, per un po', è capitato.

E in casa, in un vaso, ci sono alcuni rami delle mie rose William Lobb che si stanno aprendo; ho chiesto a mio marito di portarmene dalla montagna, lui l'ha fatto, ma ha detto che saranno i primi e gli ultimi, perchè tagliarli è stata un'impresa, tutte quelle spine li rendono inattaccabili.


 

 
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