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Creato da atapo il 15/09/2007
Once I was a teacher
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MAHATMA GANDHI
"Vorrei che tutte le culture del mondo
potessero circolare liberamente intorno alla mia casa.
"Ma rifiuto che una sola di queste possa travolgere la mia esistenza."
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Etŕ: 75 Prov: FI |
TRE QUARTI DI SECOLO
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Facciamo un po’ di conti: ¾ di un secolo, cioè 75, gli anni che ho appena compiuto, l’8 maggio.
Molti, mi sembrano molti, non mi alleggeriscono i complimenti di chi dice che non li dimostro, che ho sempre energia e vivacità, io me li sento addosso, stanca come dopo aver percorso una strada lunga e in questi giorni il mio umore non era dei migliori…
E’ stato comunque un festeggiamento simpatico con gli amici del teatro degli anziani: il compleanno cadeva proprio il giorno dell’incontro e a sorpresa ho portato biscottini e da bere. Sono tutte persone buone, gradevoli da frequentare, mi sono sentita “cullata” da loro in quella mezz’ora di merenda insieme.
Poi naturalmente gli auguri dalle telefonate, dai messaggi. Io mi ero regalata un gioiellino: un girocollo con pendente di pietre dure opera di un’artigiana tunisina, comperato alla Mostra dell’Artigianato di Firenze a cui ero andata pochi giorni prima. Me lo godo guardandomi allo specchio insieme al naso che è stato ricucito abbastanza bene dal chirurgo, resta una macchia rossa, ma spero che con la crema anticicatrice messa per i prossimi mesi la situazione migliori ancora. Resto in attesa dell’esito dell’esame istologico, ci penso il meno possibile, faccio finta che non esista.
Anche Libero mi ha fatto un regalo: dice che dal 6 giugno sparirà la Community, insieme ai blog. Una brutta sorpresa. E’ vero, ultimamente non scrivo spesso, pochissimi leggono e nessuno commenta, però questo blog contiene una parte della mia vita, nemmeno tanto piccola dato che è iniziato nel 2007. Qui ho cominciato il mio tempo di pensionata, un tempo completamente diverso dal precedente in cui ero insegnante, qui ho conosciuto e frequentato persone splendide, con alcune di loro si mantiene un’amicizia reale, qui sono raccontati momenti bellissimi e giorni nell’abisso, qui mi sono confrontata sinceramente con chi leggeva e commentava.
Pian piano la moda dei blog è passata, gli amici e i commenti si sono diradati, molti hanno smesso o sono passati ad altri social. Ogni tanto pensavo anch'io di smettere, ma poi ho sempre continuato, mi piaceva troppo, mi dava tanto, era spesso un modo per chiarirmi dentro. Pensavo che fosse come una stanza tutta per me (ricordo Virginia Wolf) e come tale l’ho organizzata, arredata, ho scelto le immagini: è stato sempre piacevole viverci dentro, sistemarmi come su un divano comodo a pensare, immaginare, riflettere… poi raccontare.
Ora che farò? Ormai ho l’abitudine a fissare almeno ogni tanto qualcosa della mia vita, potrei continuare a farlo in un file esclusivamente per me, non so se sarà la stessa cosa, è da provare. C’è chi scrive spesso e a lungo su Facebook, come se fosse un diario, io non me la sento, ormai lì ho tanti “amici” da ambienti disparati, ma a molti di essi non vorrei far sapere troppo le cose mie più riservate. Qui lo sentivo più… intimo, anche perché il mio nome reale compariva poco.
E allora ho deciso che smetterò ora, col mio settantacinquesimo compleanno.
Questo sarà l’ultimo post, da ora a giugno proverò a salvare tutto, Libero mi ha mandato le istruzioni e cercherò di non sbagliare.
Addio a tutti, grazie a chi è passato di qua, buon vita!
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NO Z.A.P.

Le mura di Lastra a Signa
Per me il 25 aprile, quando ho potuto, da diversi anni è stato Z.A.P. (Zona Altamente Partigiana): la festa rievocativa nel centro sociale nel mio quartiere e anche stavolta mi preparavo a partecipare. Invece è stato diverso e ugualmente bello, forse anche di più.
Abbiamo ricevuto l’invito a pranzo da mio figlio a casa sua: ci vediamo così poco e gli incontri sono condizionati dai turni di affidamento di mio nipote, quando c’è la possibilità si aderisce con gioia.
Un pranzo semplice all’aperto nel loro giardino, con carne e verdura alla brace e tanto relax all’aria tiepida tra sole e ombra. Conversazioni sul passato: - Mamma, da piccolo per che cosa vi facevo arrabbiare? Cosa combinavo? -
Conversazioni sul presente e sul futuro prossimo: notiziona, il 6 giugno mio figlio e la sua compagna si sposeranno, evento che vogliono molto intimo e semplice, poi dopo una settimana partiranno in viaggio di nozze per il Canada, sperando che non ci siano problemi nei viaggi aerei…
Più tardi, alle 16,30, avevo un appuntamento a Lastra a Signa.
In questo Comune, vicino a Firenze, abita una collega attrice della compagnia Camerino Volante, è molto attiva nel campo sociale ed è iscritta all’Anpi. Mi aveva mandato il bando di un concorso letterario che l’Anpi fa ogni due anni: “una storia partigiana” si intitola, ma il tema di quest’anno era la ricorrenza del referendum monarchia-repubblica.
- Che argomento difficile! - avevo commentato alla lettura del bando. Pensa e ripensa, mi veniva in mente una anziana maestra che avevo conosciuto all’inizio della mia carriera, una donna impegnata nel sindacato, pensavo che lei senz’altro c’era a quel referendum, chissà come era andata…
Così mi è scattata l’idea di farle raccontare e commentare davanti agli scolari e alle maestre giovani… ed è nata la storia, dove si parla anche della raccomandazione alle donne di togliersi il rossetto per non rischiare di lasciar segni sulla scheda che andava leccata e incollata. Infatti il racconto si intitola: “Senza rossetto, mi raccomando”.
E ha vinto una menzione d’onore al concorso; tra i momenti rievocativi del 25 aprile a Lastra a Signa alle 16,30 c’è stata la premiazione, con la lettura dei brani più significativi dei testi premiati.
Stavolta erano venuti mia figlia col marito e due nipoti, anche con lei non ci vediamo spesso, mi ha fatto molto piacere passare un po’ di tempo insieme.
Così anche quest’anno ho celebrato la festa della Liberazione in modo degno, col valore aggiunto di aver avuto vicino figli e nipoti in questa bella giornata.
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FINE PRIMO TEMPO

Finalmente stamattina sono andata a togliere i punti al naso: ieri sera ero agitata quasi come alla vigilia dell'intervento... cosa avrei trovato sotto il cerottone?
Non sono stati semplici i giorni passati: il cerotto enorme mi copriva in parte gli occhi e non ci vedevo, mi copriva le narici e non riuscivo a soffiarmi il naso. Così appena i bordi si sono leggermente sollevati l'ho fatto rifilare da mio marito, appena un poco, che non si togliesse del tutto e sarei dovuta andare in farmacia a farlo cambiare e a disinfettare; dopo mi sentivo meno a disagio. Gli occhiali non riuscivo a portarli a lungo, perchè mi facevano male: poco leggere, poco scrivere, le rare volte che sono uscita l'ho fatto senza occhiali, ma a fatica. Infine si è scatenata di nuovo la mia nevralgia, la parte ha accusato l'intervento e fra mal di testa, di orecchio e di denti, soprattutto nei giorni umidi e piovosi è stato un disastro e ho dovuto ricorrere all'Aulin. Direi che i problemi minori li ha dati proprio la ferita, che si limitava a tirare e a pizzicare.
Ora via tutto, cerotto e punti! E sul naso ho una grossa macchia rosa-violacea: si attenuerà? Resterà?
Comincia l'epoca delle creme protettive, elasticizzanti, curative e solari protezione+50, all'aperto dovrò tenere sempre il cappello per evitare il sole... l'estate passerà così.
Ci vorranno diversi mesi perchè la pelle si assesti e prenda un aspetto definitivo, allora si vedrà anche se la forma del naso è cambiata... speriamo in meglio, come accadde nell'operazione precedente dello stesso genere, poco più in alto come posizione, molti anni fa.
Il riultato dell'esame istologico dovrebbe arrivare tra circa un mese: a me sembra un periodo troppo lungo, visti i rischi che ci sono, ma questi sono i tempi della sanità...
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PREPARAZIONE

villa medicea La Petraia
Ho passato due bellissime giornate all’aperto.
Il giorno di Pasqua eravamo a pranzo da mia figlia e nel pomeriggio siamo usciti, io, il marito, lei e il nipote più piccolo. Abbiamo fatto una lunga passeggiata vicino a Poggio a Caiano, nella pianura attorno in un luogo chiamato Cascine di Tavola, zona tra area naturalistica e agricola, con torrenti da superare, filari di alberi, campi e prati punteggiati di fiori, cascine qua e là, in una di queste c’era un enorme albero dai rami grossi ed estesi su cui girellavano una decina di pavoni e altri a terra facevano la ruota. Una scena così inaspettata che per la meraviglia mi sono dimenticata di fotografare. In una di queste strade un cartello stradale con l’immagine della mucca diceva “gatti liberi” perché, spiegava mia figlia, lì c’è una grossa colonia felina e i gatti sono padroni del territorio. Infatti se ne vedevano parecchi, tranquilli e ben pasciuti, girellare sulla strada e tra il verde, o accovacciati seminascosti.
Finalmente una giornata di sole e già molto calda, con l’aria pulita della campagna che riempie i polmoni.
E’ stato così anche il giorno dopo, Pasquetta, e ho convinto mio marito a tornare fuori per godere ancora del bel tempo.
L’ho portato a villa La Petraia, dimora medicea sulle colline a nord di Firenze. Ero stata nel suo giardino moltissimi anni fa, con la prima classe avuta a Firenze, mi ero ripromessa di tornarci con calma ma non c’ero mai più riuscita.
Stavolta è andata molto bene: non solo ci siamo goduti il grande giardino, ammirando le aiuole già fiorite di anemoni, rose, tulipani e iris, ma abbiamo partecipato alla visita guidata gratuita dell’interno, ricchissimo di storia, perché vi hanno dimorato i Medici, i Lorena e il re Vittorio Emanuele II con la bella Rosina. Nelle innumerevoli stanze ogni proprietario ha lasciato tracce nelle opere d’arte, negli affreschi, nei mobili, nel collezionismo ed era piacevole ascoltare il ragazzo che ci ha fatto da guida e raccontava aneddoti e spiegazioni in maniera molto coinvolgente. Tra giardino e villa quanti chilometri avremo macinato? Per fortuna avevo messo scarpe adatte e non mi sono stancata.
Lunedì sera mi sentivo leggera, contenta, mi pareva di respirare meglio, due pomeriggi all’aria aperta avevano avuto questo potere.
E l’avevo cercato apposta, per calmare la mia ansia e dimenticare…
Martedì mattina avevo appuntamento all’ospedale per un intervento: mi è stata tolta una macchietta che avevo sul naso e che ai dermatologi che mi hanno visitato ultimamente non piaceva affatto…
L’avevo presa male: da un lato la paura per ciò che potrebbe essere, dall’altro l’incognita di come sarà la cicatrice, perché tutti hanno detto che è un punto molto delicato. Io di tagli e brutte cicatrici addosso ne ho già diverse, troppe, fanno parte di ciò che non sono mai riuscita ad accettare di me… sarebbe un discoro lungo…
Ora ho il naso ben “impacchettato”, non ho molto dolore, soltanto non riesco a mettere gli occhiali, devo tenerli sollevati con una mano dal bendaggio, altrimenti mi fa male. Penso che nei giorni migliorerà, ma per ora mi crea un po’ di difficoltà a leggere e a scrivere, e fuori casa ci vedo poco senza occhiali, così per un po’ non andrò lontano.
Ecco, i due pomeriggi luminosi passati all’aperto posso considerarli una preanestesia...
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Il tragico caso della professoressa accoltellata dal suo studente, che ha scosso l’Italia ultimamente, ha sollevato clamori, ha aperto dibattiti sulla violenza a scuola, tra i ragazzi, nelle famiglie, nella società, lanciando accuse a destra e a manca, invocando provvedimenti più o meno severi… mi ha sollevato ricordi lontani molto pesanti. Non voglio giudicare, mi basta raccontare.
FALLIMENTO ?
Mi ero trasferita a Firenze da un anno nel settembre del 1982, per riuscire a organizzare la vita familiare evitando di dover insegnare fuori città avevo chiesto al direttore didattico se c’era la possibilità di utilizzarmi sul tempo pieno, usufruendo della legge 820, in una delle scuole vicine a casa.
Lui mi propose “una situazione che non darei al mio peggior nemico”, così esordì presentandomi la classe che aveva disponibile.
Si trattava di una terza, nei primi due anni aveva avuto due maestri uomini, ma non andavano d’accordo, per questo gli alunni erano in condizioni disastrose. Ora uno dei due si era trasferito e nessuno degli insegnanti del circolo voleva sostituirlo. Che fare? Era l’unica opportunità per me… Accettai.
Non aveva esagerato il direttore. Il collega rimasto, con cui instaurai un bellissimo rapporto che durò poi per otto anni, mi aggiornò: le divergenze con l’altro maestro erano principalmente sull’idea di disciplina, in quanto l’altro era stato fautore della libertà più assoluta e del “rispetto” delle volontà dei bambini di fare o non fare, con le inevitabili conseguenze che ancora qualcuno era analfabeta e la classe non aveva interiorizzato un minimo di regole di socializzazione.
La maggior parte di alunni aveva buone potenzialità, ma c’erano diversi casi problematici, soprattutto dal punto di vista del comportamento e questo spesso trascinava anche i “buoni” a trasgredire e a fare caos: avremmo avuto parecchio lavoro, e con grande fatica, per rendere gestibile la situazione. Era molto importante che io e lui fossimo d’accordo sulla linea da seguire e dessimo dei punti fermi alla classe, esigendo il rispetto per gli altri e l’impegno nel lavoro. Per fortuna la maggioranza dei genitori era dalla nostra parte, pian piano i loro figli miglioravano, finalmente imparavano, cominciavano a rapportarsi in modo positivo anche con i compagni che disturbavano.
Alcune famiglie invece, provenienti da un nucleo di case occupate abusivamente, avevano grosse difficoltà, vivevano di espedienti anche illeciti, i loro figli erano quelli più irriducibili e davano più filo da torcere.
Il più terribile di tutti era Massi, un bambino piccolo, magro, nervoso, dai lineamenti tirati e poco gradevoli; aveva una famiglia disastrata, era il sesto di otto fratelli, i più grandi, come il papà, avevano già avuto guai con la giustizia.
Si capì subito che Massi all’inizio non mi accettava perché io chiedevo ordine, rispetto, impegno, come il maestro e non venivano più tollerati certi comportamenti e provocazioni, il primo trimestre fu una sfida continua verso di me, lui e quelli che lo imitavano. Quando tornavo a casa dopo le lezioni spesso dovevo mettermi un po’ a riposare, se mi era possibile compatibilmente con gli impegni di famiglia.
A gennaio, il primo giorno dopo le vacanze, quando mi vide mi disse freddamente: -Ah, sei tornata.- Non era riuscito a distruggermi!
Però da quel giorno iniziò ad essere più collaborativo e pian piano imparò a leggere e a scrivere, aiutato nei momenti di lavoro individualizzato durante le compresenze, che dedicavamo a lui e al piccolo gruppo di compagni ancora in grosse difficoltà.
Continuava a scatenarsi con le supplenti, quando ero assente non passava il primo giorno che arrivava la telefonata della supplente sconvolta. A noi maestri faceva tanta pena, si capiva che aveva dentro un tumulto di angosce a cui non riuscivamo a rispondere.
Passava ancora momenti o giornate negative, bisognava “contenerlo” perché non facesse male a sé o ad altri. Il peggio accadde a inizio maggio, un venerdì pomeriggio, il lunedì successivo saremmo partiti tutti per l’esperienza della settimana verde in una casa vacanze del Comune. Momento di preparativi, tutti emozionati, Massi era incontrollabile, si arrabbiò per non so cosa, si scatenò, io tentai di fermarlo e lui mi tirò un pugno in faccia. Tutti gridarono, lui si bloccò, io lo fulminai con lo sguardo, poi continuai il lavoro con tutti, nonostante il dolore allo zigomo. Dopo la scuola, telefonai a casa di Massi. I suoi non si erano mai fatti vedere, neppure per le pagelle. Rispose il padre, mi presentai e, cercando di mantenere la calma, raccontai il fattaccio e la situazione generale di Massi.
- Ci penso io.- rispose. Non lo fece venire alla settimana in montagna.
In quinta, nelle compresenze, gli piaceva leggermi a voce alta (leggeva a stento), poi commentare con me, il libro “PelleRossa”, che usavamo anche con tutta la classe: la storia di un bambino bianco che finisce tra i pellerossa e deve abituarsi alla nuova vita, superando prove difficili e ostilità, Massi si identificava molto.
In quinta tornammo una settimana in montagna: lì Massi si trasformò, era uno dei migliori, collaborativo, maturo, spiritoso, ubbidiente. Ma l’ultimo giorno, mentre facevamo le valigie, all’improvviso ebbe una crisi di nervi, piangeva disperatamente, tentava di battere il capo contro al muro. Lo contenemmo a stento, non ci volle dire il motivo, noi maestri pensammo che non volesse tornare nella sua disgraziata famiglia: lì in montagna era felice.
Parlarne con i genitori sarebbe stato inutile, visti i rapporti inesistenti che continuavano ad avere con la scuola.
Ci consultammo con le colleghe che avevano in classe i fratelli minori (meno difficili del nostro) e tutti insieme decidemmo di segnalare la situazione all’assistenza sociale e al tribunale dei minorenni. Ci furono indagini, tentarono di togliere dalla famiglia i figli minorenni, ma non riuscirono perché tutto il clan si barricò in casa e i vicini davano man forte, il fatto finì anche sui giornali.
Passò alla scuola media, avvertimmo i professori che lui era il peggiore dei fratelli, risposero:
- Impossibile!-
Ma dopo un mese dissero che avevamo ragione e ci raccontarono le ultime “prodezze”.
Poi il Comune assegnò alla famiglia una casa popolare in un altro quartiere e non ne sapemmo più niente. Anni dopo lo rividi per strada, mi salutò con entusiasmo, mi raccontò farfugliando di una compagna, di un figlio, di vari lavori...
Confesso che il suo aspetto mi fece un po’ paura.
(Ho sentito la necessità di raccontare questa storia, non solo qui: probabilmente andrà in un libro-documento sulla scuola a cui sto collaborando, insieme ad alcune insegnanti di Bologna.)
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ANNULLATO

Firenzuola, ingresso al paese
A quest'ora saremmo stati sulla via del ritorno. Una gita, ogni tanto: l'incontro a metà strada con la coppia di nostri amici bolognesi. Loro dal nord, noi dal sud, ci saremmo trovati in uno dei paesi sull'Appennino, come abbiamo già fatto altre volte. Esaminato l'atlante stradale, stavolta avevamo scelto Firenzuola: loro non lo conoscono, noi ci siamo stati molti anni fa, in occasione di una delle tante sagre che lì vengono organizzate nel corso dell'anno. Ricordo che ci piacque, ci eravamo proposti di ritornare, però allora la strada era un po' lunga, ora è più agevole, con l'autostrada Direttissima che ha un'uscita comoda.
Avremmo girato il paese di pietra, probabilmente visitato il museo della pietra serena, lavorazione tipica di Firenzuola. Il pranzo l'avevamo prenotato in un ristorante di cui su Tripadvisor le recensioni sono buone, io già pregustavo tortelli o tagliatelle alle castagne... questo ristorante, un po' fuori paese, ha un bellissimo panorama sui monti attorno.
Relax, chiacchiere in amicizia, poi tranquillamente il ritorno, magari senza autostrada per gustare la dolcezza dei paesaggi primaverili.
Invece...
Oggi, 26 marzo, si è scatenata da stanotte una tormenta di neve su tutto l'Appennino, sulla pianura bolognese diluvia, qui a Firenze ha diluviato stanotte, ma continua la tramontana e il cielo è stato cupo per tutto il giorno, la temperatura è gelida.
Allora stamattina rapidi consulti telefonici, poi abbiamo annullato la gita e il pranzo e durante la giornata le foto di tutto innevato e della tormenta, che arrivano sul web, ci fanno capire che è stata un'idea saggia. Ma, guardando le nostre agende, un possibile giorno in cui incontrarci si preannuncia parecchio lontano, nemmeno riusciamo a fissarlo ora.
Una grande delusione... ci contavo molto su questa giornata che spezzasse il periodo attuale così poco soddisfacente, mi tirasse su di morale.
A quanto pare piove sempre sul bagnato, anzi nevica.
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CHI SE NE VA

E’ morta una mia amica, aveva alcuni anni più di me.
Si chiamava G., abitava a Bologna, ci conoscevamo dall’adolescenza, frequentavamo le attività della stessa parrocchia, l’avevo ritrovata anche all’Istituto Magistrale, io all’inizio, lei ormai al termine. Entrambe insegnanti alla scuola elementare, dopo un po’ di anni lei per trasferimento era arrivata nella scuola dove insegnavo e poiché la collega che lavorava con me nel tempo pieno si era trasferita più vicina a casa, G le era subentrata volentieri.
Il lavoro insieme però è durato solo un anno, dato che poi mi sono trasferita a Firenze, ma la corrispondenza tra le nostre due classi, tra le due città, è continuata fino al loro passaggio alle scuole medie.
Non si era interrotta però la corrispondenza tra noi due, lettere scambiate dal 1981, prima cartacee poi con le mail: diciamo che siamo state più amiche di penna che in presenza, però amiche vere, perché ci siamo raccontate di tutto della nostra vita. Ogni tanto ci siamo anche incontrate: io a Bologna, lei, spesso col marito, a Firenze soprattutto per vedere mostre e musei, erano una coppia molto amante dell’arte. Un anno andammo insieme a Brescia per una mostra sui pittori dell’America e del West, suo marito amava fare la “guida” ed era coltissimo.
Veramente una cara amica. Negli ultimi anni lei e il marito erano colpiti da acciacchi sempre più pesanti, si doleva di non riuscire a fare più i bei viaggi che li appassionavano tanto e sperava che le cose migliorassero, ma l’età non giocava certo a favore…
Durante il covid mi scrisse che le avevano trovato una malattia neurodegenerativa, ma sperava si potesse tenere sotto controllo, chissà se era una pietosa bugia che le avevano detto i familiari…
Poi silenzio, nessuna risposta alla mia ultima lettera.
Aveva un figlio, M., ora poco più che quarantenne, che lavora come organizzatore di concerti e spettacoli, l’avevo rintracciato su facebook e lo seguivo da tempo, più che altro per sapere magari qualcosa sui genitori. Infatti due anni fa mise una foto di loro tre, per Natale mi sembra, e raccontava che erano entrambi con gravi problemi di salute. Rividi così la mia amica, ma quanto cambiata! Molto smagrita, con uno sguardo assente… mi addolorò molto.
L’anno scorso morì il marito, M lo ricordò su facebook, disse anche che la mamma non se ne rendeva quasi conto. Io mi decisi a scrivergli, per le condoglianze e per sapere qualcosa di più. Mi ripose, si ricordava di me (io non credevo), mi spiegò della mamma: era davvero messa molto male. Ci scrivemmo ancora, lui mi disse che G si ricordava di me, era contenta dei miei saluti, ma naturalmente non riusciva a fare di più.
Qualche settimana fa è morta.
Mi dispiace tanto che la fine sia arrivata, spero in maniera tranquilla nella gravità della sua malattia, ma forse per lei è stato meglio, al punto in cui era. Ora starà col suo amato marito ed io la saluterò nel ricordo affettuoso.
Tutto questo mi ha fatto pensare molto, alla nostra età, al tempo che rimane così breve… a chi ci lascia e a chi lasceremo quando ci toccherà, al fatto che andando avanti nel tempo sono sempre di più le persone care che dobbiamo salutare definitivamente, è una solitudine che si fa sentire forte e che aumenta.
Ricordo che mia mamma nei suoi ultimi anni diceva sospirando: - Nella rubrica sono sempre di più i numeri telefonici che via via devo cancellare. -
Quella sua rubrica l’ho proprio ritrovata tempo fa: era vero, erano quasi tutti cancellati.
E con tristezza scopro che anche nella mia rubrica ci sono già diversi indirizzi e numeri telefonici che hanno una riga sopra...
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L’OPERAZIONE

Una quindicina di giorni fa una mia carissima amica ha affrontato l’operazione di protesi all’anca.
Io la feci il 14 giugno 2002, partendo da una situazione clinica disastrosa, ereditata già dalla displasia di nascita e l’esito non fu del tutto come sperato: accadde una delle complicazioni possibili, la lesione del nervo sciatico che mi portò insensibilità dal ginocchio al piede, dolori neurologici e precarietà nell’equilibrio. Solo a forza di estenuanti fisioterapie, durate diversi mesi, riuscii a camminare abbastanza normalmente, ma da allora nei percorsi lunghi o all’aperto devo sempre usare il bastone, o rischio di perdere l’equilibrio dopo pochi passi. Fortunatamente la protesi continua, dopo 24 anni, a fare il suo dovere, è questo l’aspetto che mi rincuora, perché rabbrividisco al pensiero e al timore di dover affrontare di nuovo un intervento simile.
Anche la mia amica, come capitò a me, nel giro di pochissimi anni era peggiorata tanto da dover programmare l’intervento, ma lei partiva da una normale situazione di artrosi da invecchiamento, penso che le difficoltà per il chirurgo fossero minori. Comunque, come sempre in questi casi, anche lei era combattuta tra speranza e paura e prima dell’intervento ci siamo sentite diverse volte. Mi chiedeva informazioni sulle procedure e io le raccontavo di quelle mie lontane giornate…
Cercavo di essere oggettiva, anzi di alleggerire un poco, in modo da aiutarla a conoscere e a prepararsi, ma non volevo passarle la delusione e l’angoscia che avevo provato quando alla fine dell’operazione si evidenziò il grosso danno, poi la rabbia e la paura di restare così invalidata, che mi avevano accompagnato successivamente per molti mesi, prima che le estenuanti fisioterapie mi portassero a miglioramenti accettabili.
Nel ricordo ho rivissuto tutta la mia difficile esperienza, mi sono tornati in mente particolari a cui non pensavo da anni, ci sono stata così male; avevo tanta ansia per la mia amica, pregavo che andasse tutto liscio e potesse iniziare facilmente quella nuova vita che, tutto sommato, io sento sia venuta dopo, anche se non così bene come avevo sperato. Insomma, non ero tranquilla in quei giorni di attesa, forse ho rivissuto un po’ troppo intensamente.
Poi, dopo il suo messaggio che era andato tutto bene e che l’avrebbero fatta alzare il giorno dopo, la tensione si è sciolta e mi sono resa conto di quanto fosse stata intensa fino a quel momento.
Ora mi dice che in casa cammina già con una sola stampella e non è passato neppure un mese, tutto procede regolarmente, potrà tornare presto alle sue attività e ai suoi viaggi. Sono molto felice per lei, senz’altro non porterà un ricordo così terribile di questa esperienza.
Non abita a Firenze, ho voglia di andare presto a farle visita, per vederla contenta.
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È ANDATA COSÌ

Sorelle Materassi
In un teatro in centro a Firenze c'era uno spettacolo in cui recitavano due attori del Camerino: si trattava di "Le sorelle Materassi", un testo famoso a Firenze, di cui ho letto il libro da giovane e avrei molto piacere di vederne la trasposizione teatrale. Le repliche erano venerdì e sabato sera, domenica pomeriggio. Ho chiesto al marito, come di prassi: 1) se gli interessava, 2) a quale replica preferiva andare.
Deciso per venerdì sera, mi sono affrettata a prenotare attraverso una delle attrici che conoscevo: posti fissati. In questi spettacoli bisogna affrettarsi a prenotare: i teatri non sono molto grandi e, come ho detto, la storia è molto apprezzata in città.
Il venerdì per me è un giorno un po' impegnativo, perchè dalle 15 alle 17 ho il gruppo teatrale degli over 65, poi dovevo tornare a casa e organizzare per la serata con la nuova uscita. Andare in centro in auto non è semplice, a volte ci sono deviazioni per lavori stradali, bisogna trovare il parcheggio, che è sempre il problema principale. Inoltre a volte mio marito in questi casi propone di cenare in qualche posto vicino al teatro... insomma, c'erano da vedere un po' gli orari e, di conseguenza, ciò che avrei potuto fare in casa nel poco tempo del pomeriggio che mi sarebbe rimasto.
Allora al mattino ho chiesto al marito come pensava di fare. Silenzio, nessuna risposta, come succede spesso. "Ci starà meditando", ho pensato io, ma poichè il silenzio continuava gliel'ho richiesto.
Nulla. Altra interpellazione, appena prima che uscissi per il mio impegno : "Si può sapere come intendi regolarti per il teatro di stasera? A che ora pensi sia meglio uscire?" Forse il tono della mia voce cominciava ad alterarsi...
Apriti cielo! Come si è arrabbiato!
Che divento insistente, che lo tormento, che non lo scocciassi più.
Allora mi sono arrabbiata anch'io, ho detto che non gliel'avrei più chiesto, ma che ero stufa di sapere le cose sempre all'ultimo minuto, e di partire sempre allo stesso modo, che ho il diritto di potermi organizzare con calma. Mi doveva dire lui cosa decideva. Pensavo: "Vediamo un po' cosa succede quando torno dal gruppo degli anziani."
Sono tornata alle 17,30. Nessuna novità, silenzio. Pensavo che saremmo dovuti uscire al più tardi alle 19,45 per l'inizio dello spettacolo alle 20,45; e la cena? Dovevo preparare qualcosa a casa? Forse avrebbe detto da un momento all'altro: "Dai, andiamo, che si mangia qualcosa in giro." E, come al solito, io non avrei avuto il tempo di sistemarmi un poco, truccarmi, cambiarmi d'abito.
Oltre al silenzio (reciproco), poco prima delle 19 avverte che va a fare la doccia. E le sue docce ono sempre eterne... sono per lui un lungoo momento di relax. Io mi illudo che magari stavolta si sbrigherà, vuole farsi bello, ce la facciamo ancora... e mi cambio d'abito, pronta per uscire, anche se i tempi diventano risicati.
Macchè! Esce dal bagno alle 20, fuori tempo massimo, anche precipitandosi al teatro senza cenare.
Mi chiede: "Che si mangia stasera?" Io sto leggendo senza il minimo accenno di preparativi per cenare.
"Quindi niente teatro." Dico io, gelida. Casca dalle nuvole: l'ha dimenticato.
"Perchè non mi hai chiamato? Dovevi chiamarmi in tempo."
"In tempo per cosa? Se non si era deciso nessun orario! Io sono stufa di doverti correr dietro per farti decidere, per esser trattata da scocciatrice. Ti avevo detto che non ti avrei più sollecitato."
Abbiamo continuato a litigare, gli ho ripetuto che ho bisogno di sapere gli orari per organizzare il mio tempo e le mie cose, che sono stufa di arrivare all'ultimo e di corsa, ecc ecc.
Alla fine lui ha detto: "Potremmo andare domani sera o domenica pomeriggio."
Ma in che mondo vive? All'ultimo tuffo... ho messaggiato la collega, scusandomi ecc, le ho chiesto se ci fossero rimasti posti per le altre repliche, naturalmente tutto sold out! Poi con le regole di sicurezza che hanno avuto una stretta rigorosa dopo Crans-Montana, figurarsi se aggiungono due sedie in più!
Così è andata, io ho una arrabbiatura che non smaltisco facilmente. Alla fine lui ha detto: "Mi dispiace molto, l'avrei visto volentieri."
Eh, anch'io! Se servisse per il futuro...
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GENNAIO e gli altri

Giano bifronte, cioè gennaio
Un 31 dicembre diverso dai soliti, grazie alle meraviglie del Sistema Sanitario Nazionale: da alcuni mesi avevo prenotato un’ecografia per la quale, dopo ricerche estenuanti al Cup, ero riuscita a trovare posto solo il 31 dicembre appunto, e nemmeno a Firenze ma a Pescia, un paese sulle colline in provincia di Lucca. L’unica possibilità, così questa è stata la mia conclusione del 2025.
Niente di terribile, è già tanto che sia saltata fuori quella possibilità, in una data così particolare che nessuno pensa di dedicarla a un’ecografia, infatti per quel giorno di posti liberi on line se ne trovavano.
Per unire l’utile al dilettevole abbiamo poi fatto un giro turistico nella cittadina, il pranzo in un ottimo ristorante (da segnarselo e ritornarci) e nel viaggio di ritorno una sosta a Montecatini Alta, dove non ero mai stata.
Mio marito ha detto che dovremo ritornarci con calma, sono paesi degni di essere fotografati nei loro angoli antichi e suggestivi, ma in stagione più favorevole, perché quel giorno, benchè ci fosse un sole splendente, un vento gelido e continuo ha perseguitato ogni giro a piedi ed era impossibile soffermarsi a lungo per ammirare e ancor più fotografare.
Dopo una giornata così fredda eravamo distrutti e la mezzanotte ci ha visti in casa a brindare, a mangiare un dolcetto, a guardare i fuochi artificiali sparati dai Cinesi del vicinato e a coricarci subito dopo.
E le meditazioni sul fine anno? E i propositi per l’anno nuovo?
Entrambi molto scarsi. Non risolvo il periodo di malinconia e di disagio che mi accompagna da tanto, ci sono cose che non mi soddisfano, non mi aiutano le forze fisiche che diminuiscono e le alterazioni nello stato di salute e nelle analisi del sangue, ho la sensazione di avere intorno persone, anche care, con aspettative su di me che io non riesco a soddisfare, o forse sono io a soffermarmi troppo su certe negatività: è come se fossi troppo esausta, troppo piena (o troppo svuotata?), non riesco a “digerire” le amarezze. Penso che il mio perfezionismo ora mi si ritorca contro, mi stia bloccando.
Allora forse c’è un unico proposito per il 2026: lasciar andare. Che cosa? Tutto ciò che è possibile, da oggetti materiali a impegni, interessi.
E accettare, o sopportare, che qualcosa a cui tengo, che mi piace, che mi darebbe soddisfazioni, non sia realizzabile, non si concretizzi, perché non dipende solo da me.
A cosa alludo? Non mi va di essere più precisa, è uno stato mentale più che altro, che poi, certo, si cala in situazioni concrete, ma diffuse in più di un settore.
Non so come andrà a finire. E’ un momento di crisi, forse arriveranno cambiamenti più o meno volontari, non so e aspetto, ogni giorno fa per sé. Mi basta arrivare il più possibile indenne alla fine di ogni giornata.
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NATALE CON GIULIA - prima parte

Nazca, Perù
(NOTA: libero dice che la storia è troppo lunga, allora l'ho divisa in tre parti)
Una decina di giorni prima di Natale mi trovavo in un altro quartiere della città per un appuntamento, poiché ero in anticipo sono entrata in un grande magazzino e mi aggiravo ammirando gli abiti per le feste e l’inverno, le decorazioni natalizie e tutto quel clima scintillante di preparazione e di attesa.
Mi sono sentita chiamare da dietro: - Renata!-
Una signora più giovane di me, abbastanza elegante, mi aveva raggiunta. Nella frazione di secondo in cui stavo decifrando il suo viso, conosciuto ma non abbastanza, ha detto: -Sono la mamma di Giulia. -
Ci siamo salutate con un abbraccio, come le altre volte, poche, in cui ci eravamo incontrate.
Giulia… (segue)
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NATALE CON GIULIA - seconda parte
Era la mattina del 31 agosto 1997, al giornale radio annunciavano la morte della principessa Diana, lunghi discorsi su questa notizia che scuoteva il mondo, poi in coda a tutti i servizi un breve comunicato: “Incidente aereo in Perù, due piccoli velivoli da turismo si sono scontrati nella zona di Nazca, tra le vittime cinque Italiani.” Non ci feci molto caso, come tutti avevo in mente Diana.
Circa un’ora dopo mi telefonò una collega insegnante: -Hai sentito degli aerei in Perù? C’era Giulia su uno di quelli… -
Rimasi impietrita.
Giulia era una dolcissima bambina che aveva appena finito la quinta, mi ricordai quando alla consegna della pagella (ottima) con i genitori era raggiante: ogni estate andavano a fare un viaggio all’estero e stavolta, per festeggiare la fine della scuola elementare, mi dissero che la meta era il Perù.
Nei giorni successivi pian piano da conoscenti comuni arrivarono altri particolari, sulla cronaca locale ci fu solo un breve servizio con la foto della famiglia e degli amici partiti con loro.
Erano insieme a due altre coppie, una con una figlia di poco maggiore di Giulia, avevano visitato vari luoghi famosi del Perù e ora volevano fare un giro aereo per ammirare i disegni enormi di Nazca. Nel piccolo aeroplano non ci stavano tutti così decisero che sarebbero saliti i tre uomini e le bambine, avrebbero scattato tante foto che al ritorno le mogli avrebbero ammirato.
Poi accadde la tragedia, lassù l’aereo si scontrò (manovre azzardate?) con un altro che faceva lo stesso servizio, su cui stavano turisti tedeschi, lo schianto a terra, nessun superstite.
Dissero che Giulia fu la prima ad essere riconosciuta, perché era la più piccola.
Provai un grande dolore, per molto tempo, ogni scolaro è quasi un figlio...
Al rientro delle salme in Italia ci fu a casa loro una veglia a cui partecipammo anche noi che eravamo state le insegnanti di Giulia e in quell’occasione la mamma ci raccontò i particolari: la disperazione, la vicinanza delle donne peruviane, gli aiuti, e quanto di più doloroso si può immaginare. Per lei era uno sfogo parlare con noi, una cosa aggiungeva più dolore al suo strazio, diceva: - Nessuno ha parlato di questo incidente, tutti i media erano impegnati con la morte della principessa Diana.-
Io le portai la copia della videocassetta registrata a uno spettacolo che avevo preparato l’anno precedente con la classe, era “La bella addormentata nel bosco” e Giulia, che non era molto alta, interpretava la fatina che attenua la maledizione, c’erano dei deliziosi primi piani della bimba. I suoi ex compagni di classe ottennero di collocare sulla tomba una coppa che avevano vinto tutti insieme alle gare sportive. Nella scuola tra adulti facemmo una raccolta di soldi, la mamma non sapeva a cosa destinarli, io a quei tempi ero vice direttrice, le proposi di fare una targa col nome e le date e di collocarla nell’atrio della scuola. A lei sembrò un’idea molto bella, in questo modo Giulia rimaneva con noi.
La signora tornò a vivere con la sua mamma, cambiarono casa e negli anni successivi stette male, esaurimento nervoso, depressione, quando la incontravamo sembrava una pazza, quasi una barbona, ci abbracciava dicendo che noi maestre eravamo le sue amiche, la SUA Giulia era stata anche la NOSTRA. Ogni tanto da qualche collega mi arrivavano notizie non buone; poi molto lentamente ha costruito un certo equilibrio, una seconda vita… (segue)
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NATALE CON GIULIA - terza parte

Da tanto non la vedevo, mi pareva serena, mi ha raccontato che un compagno di scuola di Giulia ha avuto una figlia e le ha messo lo stesso nome, ora la bimba va alla materna nella nostra scuola e …
-… Sai, mi ha detto che nell’atrio ha visto la targa di Giulia, con le date, e l’ha spiegata a sua figlia. E io speravo di vederti perché volevo chiederti: ma quando l’avete messa quella targa?-
-Non ricordi? Avevamo deciso insieme, a te era piaciuta l’idea, e avevi detto “ Sono contenta, in fondo una parte importante della vita di Giulia è stata qui, nella sua scuola." Avevi ragione, io non ho più dimenticato questa tua frase. Ora sono in pensione, quando a scuola vedevo quella targa provavo tanta dolcezza... Tu allora eri così sconvolta che è normale aver dimenticato cose di quei giorni. -
Mentre le raccontavo questo il viso della signora si è illuminato di un bel sorriso: - Ecco, sono proprio contenta di aver ritrovato questo ricordo e di sapere che Giulia è ancora là. Mi hai fatto un bellissimo regalo per questo Natale-
Ci siamo scambiate gli auguri e un nuovo forte abbraccio di saluto.
Così il rinnovare la storia di Giulia mi ha accompagnato in questo Natale e nel dolore del Capodanno, davanti a tutte quelle morti terribili e ingiuste dei ragazzi in Svizzera.
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SILENZIO

Stavo organizzando mentalmente cosa avrei potuto scrivere qui per questo passaggio di anno, poi quello che è accaduto a Crans-Montana mi ha sconvolta. Un tragico capodanno e ne sono state dette tante...
Le cause, le colpe...
La sicurezza trascurata per il profitto...
Ragazzini allo sbaraglio, genitori non all'altezza del loro compito...
E ora solo dolore, fisico, psicologico, conseguenze che dureranno una vita...
Io, come tutti, ho visto, ho letto, ho ascoltato e sento il bisogno di non dire nulla, le mie parole non aggiungono nulla di nuovo.
Guardando le foto di quei ragazzi ho subito pensato ai miei nipoti, quelli che hanno circa la stessa età.
Ho mandato ai miei figli uno degli articoli letti, quello che mi era sembrato più equilibrato, pregandoli di passarlo anche ai nipoti e di parlare con loro.Avevo un forte desiderio di vederli, soprattutto Martino, il maggiore, di 17 anni, col suo ciuffo così somigliante a tanti di quelli coinvolti nella tragedia.
Perchè ho saputo che Martino a festeggiare il Capodanno era a Cattolica con degli amici, da soli, prima in casa di questi (dove va anche d'estate), poi in discoteca. Mi sono venuti i brividi...
Mi sono ricordata di un fatto accaduto molti anni fa, nel giugno 1981: ci fu la tragedia di Alfredino Rampi, che tutti abbiamo seguito in televisione, fu la prima tragedia diventata spettacolo, in diretta.
In uno di quei giorni la mia mamma venne all'improvviso a casa mia, disse che sentiva un gran desiderio di vedere e abbracciare mio figlio Marco, che aveva circa l'età di Alfredino e gli somigliava anche, così biondo e così gioioso.
Ho ritrovato ora la stessa ansia e lo stesso desiderio, da nonna.
Per parlare del mio passaggio di anno ci sarà tempo, più in là.
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DOPONATALE

(Avviso: questo post era pronto da un po', ma non riuscivo a entrare nel blog, chissà perchè?)
Sono i giorni di tregua, tra una festa e l’altra: passato Natale, passato Natalino, ora un po’ di giorni per prepararsi a Capodanno. Poca tregua comunque, perché un sabato e una domenica proprio in mezzo spezzettano tutto, almeno per me che “lotto” con gli autobus più rari di una pepita d’oro durante il fine settimana e se voglio andare da qualche parte devo organizzare a tavolino percorsi e orari quasi da tour operator. Risolvo rimandando tutto il rimandabile, rassegnata a restare in casa il più possibile, che tanto anche in casa non mi annoio, c’è da fare lo stesso e le mie energie un po’ invecchiate spesso chiedono relax.
Ma torno al Natale, a come è passato. Tranquillamente, riuniti a casa da mia figlia, quest’anno Riccardo toccava al padre il giorno di Natale, così abbiamo potuto pranzare tutti insieme. E a me hanno chiesto poco impegno, ormai si organizzano i figli per la maggior parte delle cibarie, io ho fatto i soliti biscotti di pastafrolla e una insalata mista, molto mista, con tante verdure crude, così da “alleggerire” un po’ lasagne, arrosti e panettoni. A mio marito tocca la scelta dei vini, poi lui vuole fare il baccalà alla vicentina, a cui io devo aggiungere la polenta: nessuno gli chiede questo impegno, visto che il baccalà non è molto ambito, un assaggio basta e avanza, ma lui prosegue imperterrito ogni anno.
-Tanto, dice, quello che resta lo congeliamo a porzioni per noi.-
E ne resta sempre molto, che dura a noi due molti mesi, dopo che la preparazione e la cottura hanno impestato la casa per tre giorni e incrostato per bene il tegame. Ma a Natale siamo buoni e perdoniamo…
La giornata è filata liscia, i nipoti ormai sono grandi, si sono intrattenuti nei montaggi di vari robot e mostri di Lego complicatissimi ricevuti in dono; Diletta, che ha avuto il tablet, doveva scoprirne tutti i segreti. E noi adulti a chiacchierare per aggiornarci sul presente, passato e futuro.
I nipoti a scuola sono bravi, quelli che hanno iniziato un nuovo corso di studi stanno prendendo ottimi voti.
Ci sono novità in famiglia: mio genero in primavera dovrà operarsi per la protesi a un’anca, distrutta dall’artrosi. Ha cinquanta anni, è giovane, ma da quando ho fatto io questo intervento le tecniche sono molto avanzate, ora pare tutto molto più semplice, con una ripresa velocissima. Speriamo proprio!
Poi c’è anche un’altra novità, di cui però non voglio parlare ora, per scaramanzia… No, non è un altro nipotino in arrivo, penso che questo argomento sia ormai chiuso…
Dunque, è andato anche il Natale 2025, stavolta mi sono ricordata di fare la foto a tutti i nipoti insieme, poi finirà sul calendario 2026 che gli preparerò nei prossimi giorni. Nel primo calendario che feci Cesare non c’era ancora, nemmeno nei pensieri… gliel’ho raccontato, io credo di averli ancora tutti qui nel computer, ho pensato che l’anno prossimo forse sarà l’ultimo, quando Martino, il più grande, avrà già diciotto anni...
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IL CAMPER D’INVERNO

Alvignano, basilica paleocristiana
E’ passata quasi una settimana, come al solito travolta da ciò che era rimasto indietro a causa dei giorni fuori casa, ma l’esperienza va senz’altro fissata qui per ricordarla.
Dunque, sabato 29 novembre avevo una premiazione per un racconto a Caiazzo, il paese in provincia di Caserta dove siamo andati già diverse volte per altri concorsi e dove ritorniamo volentieri, è carino e ci troviamo bene laggiù, ormai siamo di casa. Ma finora gli eventi erano stati in estate o al più tardi in ottobre, col camper non avevamo problemi, anzi ne abbiamo sempre approfittato per aggiungere qualche giorno da turisti nei territori circostanti, ma a fine novembre… mai avremmo pensato di azzardarci, con gli scherzi che talvolta ci ha fatto il riscaldamento.
Stavolta c’era un problema in più: la sera precedente, il 28, dovevo recitare nello spettacolo “Alfabeto al femminile” in un paese vicino ad Arezzo. Così ho pensato e ripensato…
L’unico modo per poter fare entrambe le cose era di usare il camper: andare per lo spettacolo col camper, dormire in quel paese e partire da lì per Caiazzo presto sabato mattina, avremmo già macinato un’ora di strada, c’era la speranza di arrivare in tempo alle 15,30 per la premiazione.
E il riscaldamento? Da confidare nella buona sorte e nelle prove fatte dal marito qualche giorno precedente: funzionava!
Arrivati a Caiazzo giusto alle 15,30, è andato tutto liscio e abbiamo passato un bel fine settimana: il tempo è stato soleggiato, anche se abbatanza freddo, piacevole la serata della premiazione e l’incontro con gli organizzatori, con cui ormai sono in confidenza, soprattutto una gentilissima ragazza, insegnante per ora precaria, che da tempo ho avuto modo di conoscere meglio anche attraverso facebook. Oltre a farmi parlare del mio racconto, mi è stato chiesto di raccontare anche dello spettacolo, perché li avevo preavvisati che un mio probabile ritardo sarebbe stato per quello. Io ho spiegato la struttura e lo scopo dell’ Alfabeto, cioè una proposta di riflessione sul mondo femminile e sulla violenza contro le donne. Ho destato molto interesse e ne sono fiera.
Ho gradito il premio assegnatomi per il terzo posto: oltre al solito diploma, un libro di narrativa e un piatto rivestito di seta e passamaneria del famoo e storico setificio di San Leucio (dell’epoca borbonica!), che non dista molto da Caiazzo e che una volta o l’altra voglio proprio riuscire a visitare.
Questa volta non potevamo restare molto, lunedì sera dovevamo essere di ritorno perché martedì avevamo l’impegno coi nipoti, quindi ci siamo accontentati di vedere Ruviano, un grazioso paese vicino già illuminato per Natale; nei dintorni c’è un monastero con una quercia rovere immensa, catalogata fra gli alberi secolari d’Italia. La strada per arrivarci, un po’ in salita, è stretta per il camper, così abbiamo fatto la passeggiata a piedi nella campagna, nel crepuscolo all’andata e nel buio al ritorno, ma c’era una bellisima e luminosissima mezza luna, che ha reso più suggetiva l’escursione.
Lunedì mattina in un altro luogo abbiamo visitato la basilica paleocristiana nel paese di Alvignano, la custode del vicino cimitero su mia richiesta ce l’ha aperta così abbiamo potuto ammirare anche l’interno: tutto semplice ed essenziale, pure nei restauri non ha avuto modifiche o aggiunte durante i secoli. Peccato che venga usata solo per eventi particolari.
Ecco, questi due suggerimenti di visita me li ha dati la ragazza di cui ho parlato prima.
Esperienza invernale in camper superata quindi?
Sì e no. Siamo sopravvissuti col riscaldamento, ma il tempo è stato molto favorevole e soleggiato, se avesse piovuto credo che l’umidità si sarebbe fatta sentire ugualmente ed è quella che ci fa stare male. Poi si è evidenziato un altro problema: alle 17 fa già buio, guidare col camper diventa rischioso in luoghi sconosciuti, molto faticoso per mio marito, ora ha provato, ma non lo vuole rifare, bisognerebbe già essere sistemati da qualche parte fino alla mattina successiva. Insomma si dovrebbero rivedere le abitudini e i piani di viaggio.
Quindi credo che resterà un’eperienza isolata, anche se è stata molto bella.
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UNA PIZZA IN COMPAGNIA

In ogni gruppo di persone che hanno qualcosa in comune, amici, studenti e famiglie, soci, società sportive, membri di associazioni e congreghe varie, prima o poi viene il momento della "serata pizza" , un'occasione per ritrovarsi tutti insieme, tranne gli ammalati o gli impossibilitati di turno.
Così succede al Camerino Volante, il mio gruppo teatrale: da poco ha debuttato felicemente un nuovo spettacolo, nel quale io non sono coinvolta, in più avevamo da festeggiare anche il trionfo e le numerose repliche di "Rose e Crisantemi": l'ultima recita era stata a ridosso dell'estate e tutti gli attori, ormai esausti, erano scappati subito in ferie. Unite le due circostanze ecco organizzata la serata, in un locale già collaudato, dove fanno pizze squisite e leggerissime, che ci consentono poi di passare la notte di sonno tranquillo.
Infatti la serata è trascorsa molto piacevolmente, con gli aggiornamenti tra di noi e i progetti per il futuro prossimo; ormai mi trovo a mio agio con loro, direi che il lavoro di ricerca letteraria e di scrittura che abbiamo svolto nei mesi scorsi in un gruppo ristretto (ma forse non ne ho mai parlato qui...) mi hanno aiutato a inserirmi e a prendere confidenza, superando la timidezza.
Alla "pizzata" qualcuno è venuto col coniuge o compagno, succede; io avevo chiesto a mio marito se voleva venire anche lui. Nel gruppo precedente, "Gli Spostati", la regista aveva coinvolto mio marito come tecnico dei suoni e luci, quando c'erano queste serate era naturale che anche lui partecipasse, come membro dello staff.
Ora nel "Camerino" non ha più questo impegno, nè lo avrà mai perchè il regista attuale è più esperto alla consolle e non ha bisogno di aiuti, quindi si sente estraneo al nuovo gruppo, non gli interessa venire a questi incontri, rispunta la sua parte di carattere "orso". Nonostante le mie insistenze a stare un po' in compagnia, la risposta è stata NO: avrebbe cenato e passato la serata da solo a casa.
A me questo dispiace molto, non abbiamo quasi mai occasioni di socializzazione, lui è sempre restio a esplorare situazioni nuove, soprattutto se sono di... divertimento e non seri convegni o impegnativi incontri parrocchiali. Io quella sera mi sono divertita, ogni tanto lo pensavo, poi mi dicevo "Ma peggio per lui".
Però quando sono rientrata e l'ho visto, come tutte le sere, in sala sul divano nella penombra davanti a uno dei soliti polizieschi in televisione... l'allegria è sparita, mi sono sentita triste.
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TORINO

Da quanti anni non facevo un vero e proprio viaggio senza il marito! Non ho viaggiato proprio sola, c’era un’amica con me, ma è senz’altro un’esperienza diversa da quelle in famiglia. E l’amica A., in fondo, mica la conoscevo molto finora, questi due giorni insieme ci hanno avvicinato.
A Torino, alla presentazione dell’antologia esito di un concorso , nella quale è stato inserito un nostro racconto, scritto a quattro mani. Il concorso si chiama “Lingua Madre”, l’anno scorso avevo partecipato solo io, è rivolto soprattutto alle donne emigrate in Italia che, se vogliono, possono essere affiancate nelle loro scritture da donne italiane. La mia amica è egiziana, ha raccontato la sua storia, io l’ho aiutata a esprimersi e a scrivere il meglio possibile e così… il gioco è fatto!
Quindi siamo partite in treno e nelle tre ore del viaggio di andata abbiamo chiacchierato incessantemente, conoscendoci meglio: è una donna molto impegnata nel volontariato come interprete in tanta situazioni di immigrati che arrivano in Italia, ora soprattutto con le famiglie dei bambini di Gaza feriti o ammalati, curati all’ospedale Meyer di Firenze.
A Torino abita suo figlio, ingegnere, che insieme alla fidanzata ci ha accompagnato per buona parte del soggiorno. E’ un giovane uomo colto e appassionato della città che lo ospita, per cui è stato per noi una vera e propria guida turistica: abbiamo percorso in autobus e a piedi non so quanti chilometri in due belle giornate calde e soleggiate, lui ci faceva notare i punti interessanti, ci raccontava informazioni e aneddoti. Ecco, così mi piace viaggiare, con un abitante del luogo che mi fa capire e apprezzare la città.
La presentazione dell’antologia si è svolta in un bellissimo palazzo antico, sede di un centro culturale, non tutte le autrici inserite nel libro erano presenti, tutte erano invitate sul palco e potevano parlare di loro e del loro lavoro. Lì io e A. eravamo le uniche ad aver lavorato in coppia e ci è sembrato importante intervenire per far conoscere la nostra amicizia e la nostra collaborazione.
Abbiamo passeggiato per il centro di Torino anche di sera, i punti principali erano illuminati, c’era un clima festoso, tra musiche e giochi di luce: tutto per l’inizio del torneo di tennis. E all’improvviso per strada abbiamo incrociato addirittura Sinner, inseguito da giornalisti e fotografi!
Come sempre quando mi avvio a qualcosa di nuovo, alla partenza da Firenze ero un po’ in ansia, ma presto è passata del tutto, mi sono sentita libera, serena, addirittura entusiasta per la nuova esperienza, per le nuove amicizie, per tutte le cose belle che vedevo e che stavo vivendo.
Torino, conosciuta in questo modo, mi è proprio piaciuta, avrei voglia di tornarci qualche giorno di più per conoscere altro, magari quei luoghi che il nostro cicerone ci ha solo raccontato, entrare nei musei, godere dei suoi parchi, assaggiare altre specialità locali. Al ritorno a casa il mio entusiasmo spero sia stata una pubblicità che possa invogliare il marito a farci un viaggio, anche se so che, in ogni caso, non sarebbe così libero e ricco di esperienze come nelle ore dei giorni scorsi in cui abbiamo macinato chilometri per vivere la città il più possibile.
Dice la mia amica che ci siamo proprio divertite in quei due giorni ed io sono assolutamente d’accordo.
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LIBERA o SOLA

Anche quest’anno ho avuto il mio piccolo angolo di libertà: il marito è andato da solo in montagna a fare ancora qualche lavoretto prima della chiusura invernale. Rimanda rimanda… gli impegni, l’influenza… è salito adesso che la stagione ormai è avanzata, lassù fa più freddo, ma lui lo sopporta ancora, meglio di me. Però stavolta è rimasto meno, non la solita settimana, ma cinque giorni, poi ha detto che scendeva perché era troppo umido anche per lui ed è appena rientrato, con un mucchio di biancheria da lavare che si asciugherà lentissimamente viste le piogge previste ancora nei prossimi giorni.
Così la mia libertà, o solitudine, è stata più breve degli anni scorsi.
E’ l’epoca in cui il melograno del nostro giardino produce frutti in quantità industriale, li dobbiamo smaltire fra parenti e amici, ma non è sufficiente, così metto l’annuncio su facebook nei gruppi di scambio e alcune signore da qualche anno sono clienti fedeli, mi danno in cambio farina, zucchero, saponette, o qualcosa che trovano facilmente in casa, mi va bene tutto, non voglio mettere in difficoltà o che debbano fare la spesa apposta per me.
Organizzo gli appuntamenti, quasi sempre al capolinea del mio autobus, e vado con le mie borse pesanti di frutti, ma tanto si tratta solo di salire sul bus, sedersi e scendere al capolinea. In quasi tutti questi miei giorni liberi ho dovuto fare un viaggetto per le melagrane, il resto della giornata si organizza di conseguenza. In fondo è rilassante gestire ogni tanto il proprio tempo come si vuole…
Sabato sono andata all’inaugurazione della mostra fotografica di un collega attore del Camerino Volante: un pomeriggio “mondano” in cui ho avuto il piacere di incontrare vari conoscenti, tutti dei gruppi teatrali in cui ho recitato dall’inizio di questa mia “carriera” e mi ha fatto molto piacere rivederli e parlare insieme delle nostre vite e dei nostri progetti. Ero proprio contenta in quell’occasione, la serenità mi ha fatto sopportare meglio anche le lunghe attese degli autobus per il ritorno, così rari all’ora di cena del sabato...
Però le malinconie esistenziali non se ne vanno, sotto sotto restano, anche se cerco di compensarle concentrandomi momento per momento nelle incombenze quotidiane e a farle meglio possibile, così da sentirmi soddisfatta, almeno per un po’. E’ un disagio che non riesco a definire o a capire, lo tengo dentro, non saprei nemmeno trovarne parole adeguate. In questi giorni ho telefonato a una persona amica, ma lontana, per aggiornarci un po’, dopo i racconti del più e del meno quasi senza volerlo le ho parlato un poco di questo stato d’animo, ma durante il discorso entravo in ansia, come se mi vergognassi, così sono passata ai saluti e all’arrisentirci tra un po’ di tempo, chiudendo la conversazione e la telefonata. Dopo mi sono resa conto di come mi ero comportata e che non ero riuscita a continuare.
Forse l’influenza e la tosse che non guarisce sono conseguenze sul corpo delle fatiche della mente e del cuore...
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NON ERA MAI SUCCESSO

Dirck Hals, Un banchetto, 1628
E' sempre stato sacro il giorno del nostro anniversario di matrimonio, col pranzo o la cena al ristorante, una giornata che restava solo per noi due, banditi gli impegni e non c'eravamo per nessuno. Beh, in realtà non sempre ci siamo riusciti completamente, magari saltava fuori un impegno serale in parrocchia e per il marito è sacro, ma comunque sempre abbiamo fatto il possibile.
Quest'anno c'è stata una novità e per niente piacevole.
Nel fine settimana precedente abbiamo partecipato a un raduno familiare, con i fratelli e alcuni cugini di mio marito, insieme a una zia che porta i suoi 89 anni in maniera molto arzilla. L'incontro, col pranzo e tanta conversazione per raccontare anni di lontananza, si è svolto vicino a Padova, in una antica villa veneta diventata ristorante, albergo, luogo per convegni ecc, come funziona ora in molti luoghi d'Italia. Attorno ha un bel parco con alberi maestosi, un laghetto e... tanta, ma tanta umidità. Che nelle ultime chiacchiere all'aperto, una buona mezz'ora prima dei saluti finali che nessuno si decideva a fare, l'abbiamo sentita tutta, ma proprio tutta.
Immaginavo che il clima sarebbe stato più fresco rispetto a Firenze e avevo indossato abiti più pesanti del solito, ma evidentemente non è stato abbastanza, o forse non eravamo abbastanza abituati a quel clima, accentuato da una giornata proprio grigia e uggiosa. Tutto questo, insieme al viaggio di andata che è stato eterno a causa di incidenti e code in autostrada, ha fatto sì che già dalla sera stessa, appena rientrati, mio marito ha cominciato a sentirsi male ed io l'ho seguito due giorni dopo.
Così il giorno del nostro anniversario eravamo entrambi in piena forma influenzale, con tosse, raffreddore e febbre alta. E a me capita molto raramente di avere la febbre così.
Tutto annullato, rinviato a tempi migliori, nemmeno la forza di incartare un regalo.
E ancora non ci siamo ripresi completamente.
Insomma, quest'anno il nostro 7 ottobre non c'è stato. Ho detto al marito che quella data non è proprio esistita, sarà da ricordare come il giorno 6+1.
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