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TEMPO DI SAGRE

Post n°1611 pubblicato il 31 Maggio 2019 da atapo
 
Tag: cronaca

GRECIA  BAGNATA

 


 

Maggio così piovoso ha fatto strage di sagre, manifestazioni e mercatini: sarebbe il mese più bello per organizzarne, non troppo caldo, le giornate si allungano e le serate sono tiepide, c'è un'aria languida di inizio vacanze.
Invece un disastro! Rovinate, rinviate se possibile, annullate per lo più. Con gravi danni, perchè in genere queste manifestazioni servono per nobili cause, il denaro raccolto è sempre molto utile: quest'anno si è raccolto certamente molto poco.
Per la prima volta in un paese confinante con Firenze la settimana scorsa erano state organizzate le "serate greche": sarebbe stato come fare un viaggio in quella terra affascinante, musica, folklore e, soprattutto, buon cibo tipico.
Una di quelle occasioni che riescono a smuovere anche il mio pigro marito, per assaggiare qualcosa di diverso. Così sabato scorso, visto che tutto sommato il tempo durante la giornata era stato grigio sì, ma non piovoso come al solito, all'ora di cena siamo saliti in auto per andare a "mangiare greco", seduti  ai tavolini della sagra, ascoltando le melodie greche suonate dal vivo, che mi avrebbero certamente suscitato lontani ricordi nostalgici.
Il cielo al tramonto era tutto una sarabanda di nuvole oro e fiamma, tranne in un angolo dove si scuriva minacciosamente. Noi eravamo ottimisti e speranzosi di passare una serata piacevole, finalmente!
Però, quando abbiamo parcheggiato al paesino, fuori dalle sue mura medievali, mi era parso che il tramonto fosse terminato un po' troppo in fretta, che il buio fosse già parecchio scuro. L'istinto mi ha ispirato di prendere con me anche l'ombrello, quello da borsetta, ma insomma meglio essere prudenti. Dopo qualche passo ho suggerito anche a mio marito di prenderlo e lui è tornato alla macchina un po' sbuffante, perchè tanto si sa che sono io quella sempre pessimista.
Nel centro della cittadina, la piazza era trasformata in una piccola Grecia: le bandiere, i tendoni delle cucine, il fumo che si alzava dagli arrosti e il profumo dei "giros", la musica ritmata che si sentiva già da qualche strada prima. Però... cominciava a cadere qualche goccia di pioggia: cosa vuoi che sia, io ho il cappello impermeabile e il piumino leggero che ha resistito alla pioggia bolognese... potevo evitare di aprire l'ombrello.
Ma in pochi minuti, il tempo di fare il giro dei vari stands per scegliere il menù, la pioggia è diventata scrosciante, battente, tutti si rifugiavano sotto il piccolo bordo dei tendoni, che però  gocciolava, quelli che già stavano mangiando seduti ai tavoli nel centro della piazza si sono precipitati anche loro nel minimo spazio sotto i tendoni affollandolo ancora di più. Velocissimi alcuni addetti hanno portato e aperto dei gazebo per proteggere i tavoli in mezzo, così delle persone ci sono tornate, ma ormai era tutto fradicio, tavoli e panche.
Chi, come noi, doveva ancora ordinare il cibo, o ha rinunciato ed è scappato a casa, oppure si è rassegnato a stare lì in fila, ombrello aperto e surplus di gocce di pioggia che sgrondavano dai bordi dei gazebo sopra le cucine.
Ma a quel punto tutti gli eroici che, come noi, volevano mangiare greco a ogni costo hanno approfittato della possibilità di "portare via" le portate, tra avvolgimenti di alluminio e buste biodegradabili. L'unico aspetto positivo: le file in attesa si erano considerevolmente accorciate, vista la fuga di molti.
E la pioggia continuava abbondantissima, la piazza, leggermente incavata verso il centro, andava riempiendosi d'acqua come un grande catino, ogni passo era uno sguazzare in un'immensa pozzanghera, alla ricerca di qualche antica pietra del selciato un po' più alta e sporgente delle altre.
Poi il ritorno alla macchina, ombrello aperto in bilico con i vari pacchetti, alla ricerca del lato delle strade con i tetti più sporgenti o sottovento, perchè naturalmente gli scrosci venivano anche di traverso, saltellando fra una pozzanghera e un torrente che scendeva alle caditoie ingolfate delle fogne.
A casa mi sono dovuta cambiare completamente, gli stivaletti hanno resistito all'acqua, ma il piumino e i jeans ci hanno messo tre giorni per asciugarsi.
In compenso i piatti greci (polipo, pita con souvlaki, formaggio fritto al miele) erano veramente deliziosi.
Però mangiati a casa nostra, senza l'orchestrina dal vivo con il sirtaki di sottofondo, avevano perso parecchio fascino.
Da oggi PARE che il tempo migliori. C'è da fidarsi?

 
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A TEATRO

Post n°1610 pubblicato il 23 Maggio 2019 da atapo
 
Tag: teatro

 

CORA  RITORNA

 


 

Dopo otto anni, il mio regista francese ha rimesso in scena, con un gruppo di corsisti che pagano profumatamente all'Istituto di Francese un corso di teatro, lo spettacolo “Surtout pas un ange”, riduzione e adattamento del romanzo “Tout sauf un ange” di J.P.Milovanoff.
Naturalmente mi ha invitato e figuriamoci se non andavo!
Solo il sapere che finalmente avrei rivisto quella storia mi aveva riempito di emozione: quante volte l'avevo detto al regista che era molto bella, la sua messa in scena toccava il cuore, avrebbe dovuto inviarla a qualche concorso… Ma lui è timido…
Così ieri sera sono stata spettatrice, stavolta, ma ho ritrovato l'atmosfera di otto anni fa. Ha fatto qualche riduzione e ha semplificato qualcosa, il gruppo di attori era meno numeroso di quanti eravamo noi, però il fascino è rimasto intatto, le parole e i gesti scorrevano e io ritornavo a quel tempo…
E ho ritrovato Cora, la protagonista, le sue scelte, i suoi sentimenti, il suo impegno, il suo dolore e la sua realizzazione finale.
Cora è stato un personaggio che all'inizio mi pareva estraneo, del tutto diverso da me, ma poi mi ha coinvolto totalmente e mi è rimasto nell'anima a lungo, anzi, forse non se ne è mai più andato, perché mi ha rimescolata a tal punto da farmi scoprire quanto, in realtà, mi assomigliasse.
Ieri sera è stato un bellissimo ritrovarmi, ricordare quell'anno, quella prova, quelle sensazioni, quella vita, incontrare di nuovo attraverso le parole la mia Cora.
Cora rimane mia amica, sorella, rimane una parte di me…

...Cora c'est moi!
(QUI lo spettacolo del 2011)

la scena finale del nostro spettacolo nel 2011

 
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BOLOGNA, TRA OGGI E L'ALTRO IERI

Post n°1609 pubblicato il 19 Maggio 2019 da atapo
 

TRA  IL VERDE  E  LA  PIOGGIA


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Avevo aderito a una simpatica manifestazione bolognese: la lettura di un brano del mio racconto “Progetto europeo”, quello del pranzo con Daniel Pennac in una trattoria fiorentina, quello inserito in una antologia di racconti sulla cucina. Proprio da questa organizzazione era nata la manifestazione: tanti scrittori (più o meno dilettanti), tante letture sull'arte culinaria.
In un'ambientazione particolare: sulla torre di una delle porte bolognesi, porta Saragozza. Pochi gli eletti per ogni turno di letture, visti gli spazi esigui, pochi gli invitati, qualche musicista, i presentatori.
Contemporaneamente a Bologna c'è stata la manifestazione Giardini Aperti, la possibilità di visitare giardini “segreti”, perché privati, nascosti dietro muri o cancellate di ville e palazzi, oppure all'interno di insospettabili strutture edilizie tipiche antiche del centro cittadino.
Ho unito le due possibilità e mi sono lanciata all'avventura di una giornata bolognese alla scoperta di tutto questo.
Ma quasi due mesi fa, quando tutto si  è concretizzato, chi poteva immaginare questa primavera disastrosa dal punto di vista meteorologico? Per fortuna a Bologna ci sono i portici, non avrei rinunciato per niente al mondo! Bastava attrezzarsi di giacca impermeabile, cappello, ombrello e stivaletti a prova di pozzanghera. E così ho fatto.
Che strana giornata, il cielo grigio e la pioggia a tratti, più o meno forte, hanno accompagnato la mia scoperta di alcuni suggestivi giardini, a partire dall'Orto Botanico, che quando abitavo là non avevo mai visitato: immenso, in alcuni tratti un vero bosco suggestivo di alberi altissimi e fitti, con radure, laghetti, ciuffi di piante fiorite e scompaginate dalle piogge. La suggestione dell'acqua mi faceva sentire in un grande nord, pensare a troll e folletti, in un silenzio innaturale per un centro cittadino, col traffico lontano, scomparivano dietro al verde anche i palazzi delle vie attorno.
Prima dell'appuntamento alla torre, dove la lettura si è dovuta fare all'interno, in una sala del museo, meno suggestiva dell'altezza del terrazzo, ma comunque austera e bella ugualmente, sono riuscita a visitare qualche altro giardino più piccolo, tra quelli vicini in zona, alcuni gioiellini di verde  e di fiori nascosti tra le case antiche.

 

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Era la zona dell'istituto Magistrale che ho frequentato da ragazza, nel grigio dell'aria sono emersi i ricordi della mia adolescenza e quella dolce malinconia che porta ad uno straniamento, fa riaffiorare sensazioni lontane tanto che a tratti non so più se sono la persona di ora o quella di tantissimi anni fa. Mi chiedo se la vita mi ha cambiato poi così tanto, se ciò che era allora è davvero finito, se forse ciò che provo adesso nasce da qualcosa di quell'epoca che è rimasto nell'aria e nella storia di quelle pietre che mi videro a quel tempo e che ora risento vivo.
La scuola c'è ancora, è liceo psico pedagogico con annesso liceo musicale “Lucio Dalla”, e già questo mi commuove, fa parte del mio animo bolognese.

Il portone era aperto, non ho potuto trattenermi dall'entrare: era uguale il corridoio con le bacheche sui muri ai lati, il piccolo cortile in fondo, da cui partivano le scale per i piani superiori. Ricordavo… sì, ricordavo tutto. Oltre questo cortile, si intravedeva quello più grande, palestra all'aperto, e quando stavo nell'aula a pianterreno quante volte ero tra quelle che si distraevano guardando fuori dalla finestra, se i nostri “ragazzi” facevano educazione fisica nel cortile…
Dove siete ora, compagne di classe, ragazzi? Era quasi l'ora dell'uscita, fuori ho rivisto come i leggeri fantasmi di qualcuno che saliva sul muretto sotto il portico per farsi riconoscere da noi ragazze che uscivamo sempre dopo i maschi, per prepararci con cura, perché qualcuno ci avrebbe sorriso, preso sottobraccio e accompagnato alla fermata dell'autobus… Dove siete tutti, ora? Siete felici?
E nel bar di fronte, dall'altra parte del portico, c'è ancora traccia di chi arrivava al mattino presto per un caffè, il controllo di una versione di latino, una supplica ad un professore? Perchè non eravamo solo noi ragazzi a frequentarlo, ma anche molti insegnanti, e lì si chiacchierava insieme, senza la rigidezza del timore del registro e dei voti.
Infine, poco distante, un grande giardino pubblico, non nell'elenco dei giardini da visitare, ma per me luogo denso di ricordi: vi andavo da piccola, con la zia Maria e mio cugino, lei ci accompagnava là a giocare in certi caldi pomeriggi estivi. Vi andavo negli anni dell'Istituto Magistrale, e non da sola: era uno dei nostri luoghi preferiti nella bella stagione, per quelle poche ore bellissime in cui riuscivamo ad incontrarci: qual era la “nostra” panchina? Forse l'ho riconosciuta…
Quegli enormi alberi, abeti, cedri, platani, che ci sono ora sono gli stessi centenari che ci vedevano allora… che sanno e che restano muti, mantengono per l'eternità i segreti di chi è passato e si è fermato sotto le loro chiome.
Data la pioggia il giardino era quasi deserto, facilmente affioravano i ricordi; dalla terrazza della torre, dove mi sono potuta affacciare in una breve interruzione di pioggia, dopo la lettura, ho abbracciato tutto questo giardino, insieme all'emozione che accompagnava il ricordo di un periodo così difficile nell'adolescenza, ma anche, indubbiamente, così felice.

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IRIS

Post n°1608 pubblicato il 10 Maggio 2019 da atapo
 

 

COMPLEANNO LASSU'

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A Firenze c'è un posto incantato, il Giardino dell'Iris.

Subito sotto il famosissimo piazzale Michelangelo, lungo il versante della collina, tra gli olivi ed altre piante, in questo periodo crescono migliaia di iris, di tutti i tipi, forme, colori, dimensioni, provenienti da ogni parte del mondo. E' l'esaltazione di questo fiore, rappresentato stilizzato nello stemma della città.

Il giardino è aperto solo un mese all'anno, durante la fioritura, i turisti che ne vengono a conoscenza si riportano a casa anche questo meraviglioso e colorato ricordo.

Il giorno del mio compleanno mi sono presa un giorno di libera uscita. Non è stato difficile, mio marito doveva andare alla casa in montagna, io ero sola e completamente libera.

Dopo la lezione di scrittura creativa e un piccolo pranzo in centro, ho preso l'autobus e sono salita lassù. Ci sono rimasta alcune ore, finché qualche leggera goccia di pioggia mi ha convinta a rientrare, purtroppo il tempo è pessimo in questi giorni, è già stato un regalo aver potuto passare tra i fiori poche ore senza aprire l'ombrello.

E' rigenerarsi lo spirito, è pensare a tante cose, ma le più belle, è sentirsi alleggeriti e pian piano riempirsi di serenità.

E dopo per tutta la sera, anche a casa, era come se i miei pensieri e io stessa fossimo ancora immersi e avvolti da quell'atmosfera di grazia colorata e di delicata bellezza.

Un bel regalo di compleanno, indimenticabile.

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IL PROGETTO

Post n°1607 pubblicato il 04 Maggio 2019 da atapo
 
Tag: cronaca

COMPITO PER LE VACANZE

 


Cesare Boldini, Studio di donna che scrive


Avevo proprio bisogno di riposarmi nella seconda parte del mese di aprile, che è volata tra festività e ponti. Non ho viaggiato, non ho fatto niente di speciale, siamo un po' presi dal seguire i lavori alla casa in montagna, le inevitabili decisioni al riguardo, il darsi da fare per trovare ciò che manca, innanzitutto qualche mobile per la cucina: quelli che avevano lasciato i precedenti proprietari erano parecchio malandati, abbiamo deciso di rinnovarli, ma cercando nell'usato, non vogliamo spendere un capitale per usarli poche settimane all'anno. Bisogna che sia già trovata e al suo posto per la fine dei lavori (si spera prima dell'inizio del caldo) altrimenti non sarà possibile abitare lassù al fresco.
Comunque non mi voglio ancora preoccupare per questo.

A fine marzo era terminato il corso di scrittura creativa. Tutti concordi (allievi e insegnanti) di prenderci aprile di vacanza, ci siamo dati appuntamento a maggio, perché molti di noi continueranno un'appendice di corso, non più collegati all'Università dell'Età Libera, ma privatamente: l'insegnante ci ha fatto un prezzo ragionevole, io ho aderito volentieri, per approfondire ed avere ancora per un po' una guida nella prosecuzione del lavoro.
Perchè sta prendendo forma il progetto sul quale all'inizio ero indecisa: scrivere la mia autobiografia. Non tutta la mia vita, ho scelto di fermarmi al momento in cui da Bologna mi sono trasferita a Firenze e sarà già tanto, preferisco rievocare la mia infanzia, la giovinezza, i miei vissuti bolognesi, un'epoca così lontana da oggi.
Non è stato facile né indolore immergermi in quegli anni lontani, rifletterci sopra, i ricordi non sono sempre piacevoli, ma sono io, venuta fuori da tutta quella vita che mi ha fatto diventare ciò che sono oggi.
In aprile ho continuato a scrivere, ho completato qualche altro racconto e lo consegnerò alla profe nella prima lezione, la metterò subito al lavoro per le correzioni. Non so se completerò tutto il mio libro in questo scampolo finale di corso, ma poi mi mancherà poco, alla fine penserò all'auto pubblicazione per lasciare un ricordo di me ai miei nipoti e agli amici più cari, spero che sarà una lettura gradevole.
Intanto la profe ci ha chiesto di riordinare, stampare dal computer, prevedere una copertina e rilegare semplicemente con la spirale l'insieme dei racconti già corretti, per consegnarli a lei, tipo una tesina di fine corso. L'ho già fatto e, credete, mi sono emozionata a vedermi tra le mani il fascicoletto con il mio nome, il titolo che ho scelto (“La prima vita”), una foto di me bambina, quella che mi è sempre piaciuta di più: avevo quattro o cinque anni, fu scattata in uno studio fotografico, io seduta di profilo volto la testa ridendo verso il fotografo, ho i capelli a boccoli e indosso il vestitino bello, di velluto. Era azzurro intenso, lo ricordo benissimo, ma la foto è in bianco e nero, naturalmente.

 
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