Creato da atapo il 15/09/2007
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Messaggi di Ottobre 2012

STORIE DI CORA

Post n°895 pubblicato il 31 Ottobre 2012 da atapo
 

 

MAL D' AFRICA

Un decollo perfetto. Cora non ha paura, anzi, è un momento che le piace molto, quando la velocità aumenta sempre più e all'improvviso vede dal finestrino che le linee orizzontali del paesaggio non lo sono più ...ma il mondo si inclina. Come una sfida vinta: sollevarsi e volare. E quasi non se ne è accorta! Se fosse così anche nelle sfide della vita!

Non sarà un viaggio lungo, non è lontana la sua Africa. Dopo tanti anni Cora ha deciso di ritornarvi, senza nessuna ragione. O forse sì, ma è un motivo nascosto e nemmeno tanto chiaro a lei stessa. Sente solo il bisogno di allontanarsi dalla realtà di questo periodo confuso in cui i sogni, i sentimenti, le speranze e i progetti sono come tessere nel puzzle della vita che una mano dispettosa si è divertita a scompigliare per l'ennesima volta.

Forse laggiù...vedrà più chiaro...o scoprirà qualcosa di nuovo. Dicono che l'Africa sia capace di queste magie.

Dopo tanto tempo... ritroverò i colori e la vita di allora? Perchè tutto cambia, soprattutto in questi anni convulsi...e sono cambiata anch'io”

Pensa Cora ed è già all'atterraggio, alla consegna di quei documenti in cui risulta che lì è da sola, non c'è un uomo che l'accompagni e capita che il funzionario la guardi un po' perplesso e lei si innervosisce, ma subito si rassegna perchè sa che nonostante tutte le leggi di parità che ci sono nel piccolo paese africano la realtà è ancora diversa...

Viaggerà con i mezzi pubblici e scatterà fotografie, vorrebbe catturare l'anima dei luoghi e delle persone, fissare le emozioni che proverà in quei giorni. Sarà facile per le cose, gli uomini si metteranno in posa anche se lei non vorrà, le donne dapprima schive poi le sorrideranno nella complicità femminile.

Il treno corre verso il sud, non pare Africa quel paesaggio ad ulivi e mandorli, è un ricordo acuto ancora di Sicilia...presto tutto si fa più arido, ma lungo la costa ecco lo scintillio argentato delle grandi paludi che brulicano di fenicotteri e in fondo la linea blu del mare...

Ci sono le città che Cora già conosce, con la vita tumultuosa e i contrasti che stringono il cuore.


 

Cora ripercorre le loro strade, si immerge nell'atmosfera affollata e rumorosa dei mercati, sa che si confonde facilmente con le donne del posto, i suoi colori e i suoi lineamenti mediterranei aiutano, le semplici parole nel dialetto locale che ha imparato le consentono di scivolare quasi inosservata e di non venire abbordata come turista. E' bello per questo sapere le lingue...entri a far parte di un popolo.

Dopo le città, una sosta sull'isola dai palmeti e dalle lunghe spiagge bianche. La leggenda narra che anche Ulisse vi si fermò e incantato dalle sue bellezze rischiò di non ripartire più: l'isola dell'oblio! Ma dimenticare non è ciò che vuole Cora, soprattutto se i ricordi sono dolci, vorrebbe piuttosto imparare il modo di trattenere un certo passato e di riviverlo con la stessa intensità...

E allora riparte: una vecchia corriera affollata la porta verso l'interno, valica lentamente i monti assolati e brulli, attraversa la pianura abbacinante del gran lago salato, arriva all'ultima città prima del deserto. Una città come le altre, ma lì tutto è in funzione di chi vuole tentare l'impresa di inoltrarsi tra le dune, turisti alla ricerca di esplorazioni che ormai hanno soltanto l'ombra dell'avventura.

Dromedari agghindati e sornioni, le contrattazioni...

A Cora piacciono di più i cavalli e si avvicina volentieri ai loro recinti dove aspettano tranquilli il momento dell' impegno quotidiano. In un recinto separato dagli altri c'è un solo cavallo, scuro e irrequieto, che gira in tondo, scalpita, lancia nitriti verso i compagni, come a gridare solitudine e disagio. Cora si avvicina alla staccionata e lo guarda. Silenzioso le viene accanto un vecchio guardiano dal viso berbero pieno di rughe, avvolto nel pesante burnus, il mantello tradizionale di lana di cammello.

Il n'est pas sage, aujourd'hui” (Non si comporta bene oggi) dice a Cora indicando l'animale con un cenno del capo, poi si allontana ai suoi lavori di accudimento verso gli altri recinti.

Lei appoggia i gomiti sull'asse più alta e ammira le evoluzioni del “pas sage”: le corse in tondo, l'alzarsi sulle zampe posteriori, lo scrollare la lunga criniera...Lui si è accorto di lei, la guarda, si agita sempre di meno, è incuriosito. Cora non si muove, gli sorride. Ora il cavallo si è fermato e continua a guardarla. Lei comincia a parlargli, sottovoce: “Ehi, che fai...tranquillo, è tutto a posto...”

Il cavallo si avvicina alla staccionata, la guarda sempre, è a pochi metri da Cora che risponde sorridendo a quello sguardo curioso e continua a parlargli: “Allora? Che vuoi? Che mi dici?...” Non osa muoversi, non vuole spaventarlo...lui si avvicina ancora, potrebbe sfiorarlo se allungasse un braccio, ma aspetta ancora un poco poi si decide e alza lentamente la mano verso quel grande muso che nello stesso momento le viene incontro e...si lascia toccare. Cora trattiene il respiro e pian piano trasforma lo sfiorarsi in carezze leggere sulla fronte del cavallo...forse è ben accetta. Così passano alcuni minuti nello studiarsi a vicenda e nel contatto di questa nuova amicizia, poi Cora sente dietro di sè la voce del vecchio berbero che si è avvicinato silenziosamente: “Vous l'avez apprivoisé, madame. C'est lui qui vous a choisi, mais vous l'avez bien apprivoisé”(L'avete addomesticato, signora. Lui vi ha scelto, ma voi l'avete proprio addomesticato)

Apre il cancello del recinto: “Voulez-vous faire une balade avec lui? Pour vous... c'est offert!” (Volete fare un giro con lui? Per voi è gratis) Tende a Cora le redini. Da quanto tempo lei non sale a cavallo! Ma non ha dimenticato e quasi d'istinto...è in groppa! Automaticamente riscopre lo stato d'animo e i gesti necessari così da sentirsi tutt'uno col grande animale che ama essere guidato con una dolcezza sicura e tranquilla, non con la forza.

Si allontanano pian piano dagli edifici e dai recinti, nella mente di Cora ora i pensieri sono cullati dall'andatura ondeggiante del cavallo: risente le parole del vecchio: “apprivoisé” , addomesticato... Sì, lei di solito riesce a farseli amici gli animali che incontra...una persona scherzando (o forse no...) le aveva detto una volta che lei addomesticava non solo gli animali...si ricorda del Piccolo Principe quando la Volpe gli spiega che addomesticare è una cosa importante, significa creare dei legami che non si spezzano mai più, continuare sempre ad aver bisogno l'uno dell'altro e ad essere responsabili l'uno per l'altro, anche quando la vita ci allontana il pensiero dell'amico ci accompagnerà sempre e sarà una dolce malinconia: “Mi ricorderò di te a causa del colore del grano, che è lo stesso dei tuoi capelli” dice la Volpe al Principe quando se ne va...Che bella storia! Ogni volta che si legge, si scopre sempre qualcosa di nuovo e di adatto a quel momento...



 

Cora si scuote dai suoi pensieri perchè il cavallo si è fermato all'improvviso: davanti a loro ecco il deserto a riempire tutto l'orizzonte! Fra poco giungerà l'ora del tramonto: le dune sono rosate, il cielo è color blu di lapislazzuli striato d'oro dai raggi del sole che si abbassa... Laggiù nel deserto da qualche parte ci sarà ancora un Piccolo Principe ad attenderla e ad aiutarla a capire, a capirsi...bisogna avere il coraggio e la pazienza di cercarlo, per non lasciarlo solo nel deserto.

 


Cora muove leggermente le redini e il cavallo docile si incammina lungo la pista tra le dune, il vento pare una carezza che indica la via...



 
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PAUL VERLAINE

Post n°894 pubblicato il 28 Ottobre 2012 da atapo
 

 

IL PLEURE DANS MON COEUR


 

Buio, all'improvviso.

In questa prima giornata di ritorno all'ora solare ecco lo spaesamento del buio che mi sorprende all'improvviso se guardo fuori dalla finestra, mentre dentro di me pare che il pomeriggio sia ancora lungo ed io abbia ancora tempo a disposizione per fare tutto ciò che ho scritto nella lista per la domenica sulla pagina dell'agenda.

In realtà, non ho voglia di fare proprio nulla e so che stasera da quella lista quasi niente sarà stato depennato e mi inseguirà nella settimana nuova.

Questo assaggio d' inverno arrivato così all'improvviso ha colpito duro, la pioggia incessante da tante ore mi intristisce sempre di più, riesco a stento a cammuffare certi stati d'animo color grigio scuro di questo periodo. Mi sento stanca dentro e la stagione non aiuta.

Cerco di pensare a qualcosa di bello, ma mi ritorna in mente, chissà perchè, ossessiva, questa poesia:

Il pleure dans mon coeur
Comme il pleut sur la ville;
Quelle est cette langueur
Qui pénètre mon coeur ?

Ô bruit doux de la pluie
Par terre et sur les toits !
Pour un coeur qui s'ennuie,
Ô le chant de la pluie !

Il pleure sans raison
Dans ce coeur qui s'écoeure.
Quoi ! nulle trahison ?...
Ce deuil est sans raison.

C'est bien la pire peine
De ne savoir pourquoi
Sans amour et sans haine
Mon coeur a tant de peine !


Paul Verlaine! Una delle prime poesie che imparai a memoria in francese, forse la prima, non ricordo, è passato ormai mezzo secolo...Detto così, fa quasi paura...

Ma quanto è stato importante il francese nella mia vita! E quando ho emozioni importanti da esprimere, a me stessa o ad altri, spesso mi vengono le parole in francese, come se fosse la parte più segreta di me.

(ho scoperto un'altra interpretazione della stessa poesia, ognuno può scegliere la preferita...)

Traduzione:

Piange nel mio cuore
Come piove sulla città;
Cos'è questo languore
Che mi penetra il cuore?

O dolce brusìo della pioggia
Per terra e sopra i tetti!
Per un cuor che si annoia,
Oh il canto della pioggia!

Piange senza ragione
Nel cuore che si accora.
Come! Nessun tradimento!...
Dolore senza ragione.

È la pena maggiore
Il non saper perché
Senz'odio e senza amore
Ha tanta pena il cuore!

 
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SPETTATRICE

Post n°893 pubblicato il 24 Ottobre 2012 da atapo
 
Tag: teatro

 

PROVA APERTA

Siamo una cinquantina nell'atrio del teatro La Pergola, di tutte le età. All'ora stabilita ci fanno entrare rapidamente in sala e ci sistemiamo nelle ultime file di platea. Il regista Gabriele Lavia sta facendo le ultime prove del suo spettacolo “Tutto per bene” di Pirandello e in questi giorni ha concesso due prove aperte per un numero limitato di interessati. Io sono riuscita a “scoprire” in tempo la faccenda e mi sono accaparrata un posto...Non è la prima volta, alcuni anni fa feci la prima esperienza sempre con Lavia.


Le luci si spengono, il regista ci raccomanda di stare in perfetto silenzio, so che si arrabbierebbe molto se sentisse brusii o peggio commenti dalle nostre ultime file...Si comincia.

Io mi sprofondo in poltrona e seguo con molto interesse il lavoro: ormai il più è fatto nello spettacolo, azioni ed espressioni sono ben delineati, però il regista è davvero incontentabile: fa ripetere, invita a cambiare tonalità, riprova spostando leggermente le posizioni, lancia correzioni al tecnico del suono: più lento, più veloce, la voce più alta, guarda negli occhi, più verso il pubblico, parti da qui, proviamo in un altro modo e vediamo se rende di più... e per far interiorizzare meglio come vuole un personaggio ogni tanto esplicita il sottotesto che ha in mente, cioè i pensieri che stanno sotto alle battute e questi sono momenti divertenti perchè Lavia è un affabulatore e su una battuta ci costruisce una piccola storia. Così scioglie la tensione dei suoi attori e noi pubblico fatichiamo a trattenere le risate... Ad una attrice giovane fa osservazioni sul suo modo di respirare che le impedisce di far uscire con potenza la voce, le dice che alla scuola di teatro le hanno insegnato tutto sbagliato... io ripenso agli esercizi nei gruppi teatrali che frequento...

Penso anche che alcuni miei colleghi teatranti hanno spesso da ridire sulle correzioni dei nostri registi, si credono superstar, mentre qui gli attori professionisti ubbidiscono al regista senza contestazioni, ripetendo e riprovando fin quasi all'estenuazione...

Il debutto sarà tra due giorni e vedo che ancora ci sono tante variazioni e cose da perfezionare...non accade solo a noi piccoli dilettanti!

Mi diverto molto a seguire tutto, solo dopo due ore e mezzo, quando il regista dice: “Facciamo una piccola pausa perchè dopo avremo una scena che dovremo provare a lungo”, mi rendo conto di quanto tempo sia passato e che in effetti sono un po' stanca pure io. Per me è il momento di uscire.

In tutte quelle ore non mi sono sentita nell'ultima fila di platea, ma una parte importante di me stava sul palcoscenico, come se dentro mi fosse tornata Cora dopo tanto tempo, col suo mondo e la sua vita, riempendomi di uno strano senso di ricordo e di nostalgia.


 
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INCONTRO A SORPRESA

Post n°892 pubblicato il 23 Ottobre 2012 da atapo
 

 

I   TAGLIAGOLE

Bruxelles, la Grande Place

 

Con la coda dell'occhio li avevo già notati, dietro di me, mentre camminavo dalla Stazione Leopolda verso Porta al Prato: due ragazzi sui vent'anni che parevano l'articolo il: uno altissimo e magrissimo con maglietta e pantaloni troppo larghi e ciondolanti, l'altro basso e più tarchiato, infagottato dentro un giubbotto informe. Olivastri di carnagione, scuri di capelli, aspetto zingaresco (nel senso negativo del termine...), parlavano tra loro con voci alte e sgraziate, come quelli che vogliono farsi notare, che vogliono fare i bulletti.

Due tipi che non ispirano nessuna fiducia se li incontri di sera in una strada buia e solitaria...ti viene da stringerti la borsetta e da accelerare il passo...beh, anche lì nel viale non eravamo in molti...

Camminavano più veloci di me, ormai mi raggiungevano...

“Professoressa!” uno di loro ha detto, mi sono guardata attorno: lì ero l'unica persona che avrebbe potuto essere chiamata in quel modo... Chi mi chiama in questo modo sono i miei ex-scolari di quando insegnavo solo il francese, per loro chissà perchè sono “professoressa”, quelli che mi hanno avuta come maestra normale, di tante materie, mi continuano a chiamare “maestra”.

Allora mi sono fermata e li ho guardati meglio : è stato quello alto a chiamarmi: “Si ricorda di me? Sono S.” Un nome fra l'arabo e lo slavo, di quei nomi che appena te li trovavi sul registro ti mettevano sul chi va là, perchè molto spesso in quegli anni e in quei casi portavano con sé problemi di vario tipo e davano filo da torcere agli insegnanti...

E S. non era stato da meno, immigrato arrivato in terza elementare aveva buttato all'aria la sua classe e sfinito i suoi maestri: irascibile, rissoso, insofferente alla disciplina, poco scolarizzato e ancor meno alfabetizzato. Faceva parte di quella categoria di alunni che un collega, durante gli incontri tra noi insegnanti, aveva battezzato col nome di TAGLIAGOLE...e rendeva benissimo l'idea!

Io avevo lezione di francese con la sua classe tre ore alla settimana, ma inspiegabilmente in quelle ore era un'altra persona: seguiva, partecipava rispettando le regole, si impegnava nei lavori scritti anche se con un disordine pazzesco, disegnava...disegnava ...e in questo era bravissimo! Forse perchè la mia materia prevedeva momenti giocosi e tanto disegno, forse perchè quasi mai davo voti o giudizi, forse perchè in fondo nella nuova lingua era alla pari con gli altri, forse perchè...non so, ma nelle lezioni di francese si era inserito bene, riceveva e dava soddisfazioni e, cosa importante per me, non mi rendeva la vita impossibile. A quei tempi era piccino, scuro e pieno di riccioli, ora, a più di vent'anni, era altissimo...ma lo sguardo... sempre uguale!

Questo ho scoperto e questo mi aiuta a riconoscere chi non vedo più da tanti anni e magari era un bambino ed ora è adulto, oppure era adulto ed ora è...diversamente giovane: lo sguardo di solito non cambia, se guardo nel profondo degli occhi ritrovo sempre quello che c'era un tempo e che aveva creato un legame tra di noi.

Anche per S. ho ritrovato nello sguardo le tracce del bambino di tanti anni fa. Si vedeva che era contento di avermi rivista, mi ha chiesto cosa faccio ora, se insegno sempre...Io gli ho domandato cosa faceva lui, con una piccola ansia e timore della risposta che mi prende sempre in questi casi: vorrei che tutti fossero felici, che si fossero sistemati bene, con un lavoro... E lui apparteneva a quelle categorie per le quali tutto questo non era affatto scontato... Invece...ha fatto i corsi e lavora come meccanico sulle auto, il lavoro c'è... visto che le automobili non mancano...

A un tratto sospirando ha esclamato: “Ah! Come mi piaceva il francese! E mi piace ancora tanto! Sa che sono stato a lavorare in Belgio?”

E mi ha raccontato di Bruxelles, di Charleroi...Anche l'altro ragazzo è entrato nella conversazione, anche lui era stato in Belgio: ricordano il clima freddo e umido, la grande nostalgia che avevano del sole italiano...

Mi raccontarono la stessa nostalgia altri giovani operai italiani che incontrai anni fa quando andai in vacanza in Belgio...

Ero contenta per loro, per le loro esperienze, per l'energia che sentivo nelle loro voci.

Qualcuno dei passanti gettava un'occhiata incuriosita a questo strano terzetto: una signora di una certa età e due giovani dall'aspetto poco raccomandabile che camminando lungo il viale si raccontavano allegramente del Belgio. Presto le nostre strade si sono divise, io da una parte, loro dall'altra.

“Buona fortuna! Bonne chance!”, gli ho augurato, dopo che ci siamo salutati. E mentre li guardavo allontanarsi nella loro camminata dinoccolata e baldanzosa mi è venuto da sussurrare tra me e me:

“Che tagliagole!”

e sentivo la mia voce che lo diceva con un' affettuosa allegria.


Bruxelles, Manneken Piss

 

 
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QUASI A FINE CORSA

Post n°891 pubblicato il 21 Ottobre 2012 da atapo
 

 

UNA LUNGA GALLERIA

 


 

Come si temeva, anche se i timori cercavamo di fugarli con un “Vedremo”, mia suocera nella sua grande casa di Bologna non è più del tutto autosufficiente. L'indebolimento causato dalla malattia aumenta, le analisi del sangue peggiorano, i medici dell'associazione che la segue hanno iniziato da qualche giorno a somministrarle a domicilio delle lunghe flebo, per cui occorre qualcuno che sia presente in casa con lei per la maggior parte della giornata. Finora il figlio che abita vicino a Bologna ha preso giorni di ferie dal lavoro e il figlio rappresentante lavorava in zona quindi passava la notte con lei, ora tocca a mio marito.

E' partito oggi e resterà con sua mamma fino a giovedì, quando deve assolutamente tornare qui per una visita medica fissata da tempo, dopo subentrerà il quarto fratello, dopo...chissà.

Ancora non si sono attivati per trovare una badante, ma ora la necessità si fa inderogabile, speriamo siano fortunati rapidamente in questa ricerca.

Ci siamo, credo che cominci davvero la parte finale di questa storia, quando non si torna più indietro. Ho in mente l'immagine di una lunga galleria in cui entra il treno: si può solo assolutamente andare avanti, non si può scappare da nessuna parte, bisogna percorrerla fino alla fine, senza deragliare, anche se attorno è tutto così buio quasi da togliere il fiato, anche se in fondo l'uscita non si vede ancora...

In certi momenti difficili della mia vita mi è sempre venuta in mente questa immagine, forse dovuta ai miei frequenti viaggi in treno Firenze-Bologna e ritorno, con quella lunghissima e impressionante galleria che sembra non finire più...

Adesso l'immagine mi è ritornata. Io sto qui, ma penso con tanta pena a questa donna e alla sua incredibile vita, le auguro a questo punto che si concluda senza ulteriori prove dolorose.

Ora tutto ciò che riguarda le prossime settimane diventa un unico punto interrogativo anche per la nostra organizzazione familiare e i nostri impegni, sappiamo che potrebbero saltare da un momento all'altro se ci fossero nuove necessità.

Io non ci posso far molto, solo cercare di seguire e star vicino a mio marito che, notoriamente distratto e abituato ad adagiarsi con comodo su tempi lunghi o su altre persone che glieli abbreviano, da mesi invece deve organizzarsi, tenere contatti, ricordare, seguire le faccende della madre...e tutto ciò lo stressa enormemente. Da stasera là da solo con lei dovrà organizzarne anche la vita quotidiana spicciola.

Da alcuni giorni mi diceva: “Non ti par vero di non avermi tra i piedi per un po', così ti sentirai finalmente libera”: è il suo modo per tentare di esorcizzare le ansie, sue e degli altri, quello di far sempre lo spiritoso, è così da una vita e a volte mi dava tremendamente sui nervi, soprattutto se le ansie erano principalmente le mie, perchè io non riesco a riderci sopra...

Stavolta lo lascio dire, ci scherzo anch'io, se questo lo può far sentire meglio...

Ricordo l'ultimo periodo che passai con la mia mamma, so che alla fine ogni forza e ogni accettazione dovrà trovarla da solo, dentro di sé...

 

 

 
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CONVEGNO

Post n°890 pubblicato il 18 Ottobre 2012 da atapo
 

 

Ieri sono andata a questo convegno:

IO PARLO STRANIERO

Alfabetizzazione linguistica – Educazione interculturale


 

Naturalmente era destinato agli insegnanti di ogni ordine e grado di scuole. Allora che ci faccio io ormai? Direi che è soprattutto un momento per incontrare e salutare colleghi ancora in servizio, inoltre non mi dispiace ascoltare voci importanti e scoprire se ci sono novità relativamente a questi argomenti così attuali.

Beh, devo confessare che grosse novità non ne ho sentite dai tempi in cui ancora insegnavo io nella scuola, ormai sei anni fa: curricoli e percorsi interculturali non sono ancora molto diffusi, è poco riconosciuta ed ancor meno valorizzata la ricchezza linguistica e di esperienze degli alunni che provengono da altre culture, la politica scolastica italiana per quanto riguarda lo studio delle lingue è di una chiusura ed arretratezza spaventose...

Gli interventi al convegno, dopo aver presentato gli aspetti disastrosi, erano pieni di belle parole, di inviti, di “si dovrebbe...”  e mi auguravo che gli insegnanti più giovani lì presenti ne facessero tesoro per impostare il loro lavoro in classe. Per quanto mi riguarda, commentavo i discorsi degli esperti insieme ad alcune colleghe del CIDI con le quali in questi anni ho costruito e messo in atto dei percorsi dove si trovassero ugualmente ben inseriti alunni italiani e stranieri (io nei miei corsi di francese e di teatro, loro come insegnanti di italiano nelle scuole medie e superiori): per noi non erano novità, da anni ci poniamo queste problematiche e riusciamo a fare un buon lavoro.

Nella parte finale ci siamo divisi in gruppi ed io mi sono intrufolata dove si raccontavano alcune esperienze di questi ultimi anni sull'apprendimento della lettura e scrittura in prima elementare in cui fossero inseriti bambini stranieri con scarsa o nulla conoscenza dell'italiano. Ebbene, quello che ho sentito era per la maggior parte uguale a ciò che avevo messo in pratica io nel 1990-91, quando in classe prima avevo cinque alunni cinesi, di cui avevo già parlato qui.

Non sapevo se essere orgogliosa di aver...precorso i tempi, oppure essere demoralizzata nel vedere come dopo più di venti anni certe esperienze debbano essere presentate ai convegni come qualcosa di eccezionale ed esemplare, perchè la maggior parte degli insegnanti ancora ne è all'oscuro...

 
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UN TRANQUILLO WEEKEND, FINALMENTE !

Post n°889 pubblicato il 15 Ottobre 2012 da atapo
 

 

DA  UNA  RANA  AL  TEATRO

PASSANDO  PER   VIAREGGIO

 

Il mio regista francese (o meglio canadese) ha un'altra attività teatrale: inventa e costruisce pupazzi-marionette di tutte le dimensioni, personaggi degli spettacoli di un teatro di figure che poi rappresenta insieme al suo partner in varie occasioni e manifestazioni cittadine.

Poco dopo averlo conosciuto, scoprii con sorpresa che uno dei suoi personaggi preferiti e che riscuoteva maggior successo tra il pubblico era una RANA gialla che porta il mio stesso nome: RANA RENATA. (Per i maliziosi: la nascita di Rana Renata è precedente al suo incontro con me, non sono stata io la sua musa ispiratrice!)

Avevo una certa curiosità di conoscere la mia omonima, ma finora ero mancata agli spettacoli di questa ...grande attrice. Finalmente sabato pomeriggio ce l'ho fatta e ho coinvolto anche mia figlia, mio genero e i due nipotini: tutti a conoscere e ad applaudire la Rana Renata!

E' stato davvero uno spettacolo carino e divertente: la rana col ferro da stiro stira le onde del suo stagno, vorrebbe un fidanzato verde, canta “Hymne à l'amour” di Edith Piaf quasi più stonata di me... Alla fine lo trova il fidanzato: si chiama Cocco ed è...un coccodrillo! Ha un aspetto feroce: bocca grande e ben fornita di denti, ma i bambini che appena lo vedono hanno un attimo di paura possono stare tranquilli: Cocco non li mangerà, perchè sono troppo puliti e hanno solo sapore di...sapone!

Ed ecco a voi...la star dello spettacolo!


 

In questo weekend il tempo era abbastanza ballerino: sole, nuvole, pioggia...

Fino all'ultimo io e l'amica di blog siamo state indecise se fare la gita che avevamo in programma da tempo e che finora riuscivamo solo a rimandare. Ieri abbiamo tentato la sorte e finalmente siamo partite per Viareggio. E poiché la fortuna aiuta gli audaci a Viareggio abbiamo trovato proprio un bel sole! Non pensavamo certo di abbronzarci, la nostra meta era la mostra sul pittore macchiaiolo Odoardo Borrani, non uno dei maggiori e la mostra nemmeno tanto ricca, però dopo la visita alla mostra il clima piacevole ci ha consentito di fare una bella passeggiata, soffermandoci particolarmente ad ammirare i bellissimi villini liberty, che di solito in estate mi sfuggono, tutta presa dalla voglia di spiaggia e di mare...

I viali della passeggiata a mare erano affollati, credo che dal circondario o anche da più lontano (c'era parecchio traffico in autostrada) molti avessero pensato al mare per una gita prima delle grandi piogge che pare arrivino nei prossimi giorni...La spiaggia invece era quasi deserta, il mare era verde con i cavalloni alti, il cielo terso con piccoli sfilacci di nuvole dava una luce che rendeva bluastre le cime delle Apuane dietro a cui si accumulavano nuvoloni scuri...Altre nuvole blu coprivano a tratti il sole mentre scendeva, verso il tramonto, e un'atmosfera color lavanda sembrava avvolgesse man mano il paesaggio, colorando di rosa le acque del lago di Massaciuccoli... Non avevo preso la macchina fotografica e mi è dispiaciuto, c'erano scorci e colori molto belli ...

 

 

Mi è tornato in mente che a Viareggio quest'estate non sono mai andata...i ricordi estivi erano quelli dell'anno scorso, immagini e voci lontane... una stretta al cuore di nostalgia...

Però la compagnia e la conversazione con l'amica sono state, come sempre, quello che ci vuole ogni tanto per rilassarmi...

E altri amici mi aspettavano dopo cena: quelli del teatro francese! Avevamo un rendez-vous a casa di una di noi, tutto sucré stavolta era stato deciso: fra crostate, pastine e vino dolce ci siamo ritrovati in una decina per un po' di chiacchiere e uno scambio di idee su cosa fare nei prossimi mesi. Una bella sorpresa è stata la presenza inaspettata di due persone: uno aveva “saltato” l'anno scorso per problemi personali, l'altra temeva di dover cambiare città per lavoro e invece sarà ancora a Firenze.E' piacevole scoprire che chi è entrato nel gruppo cerca in tutti i modi di continuare...

Abbiamo complottato per... basta! Per scaramanzia non svelo altro, dico solo che il lavoro che vorremmo fare mi pare sia importante, ma abbastanza impegnativo...

Partiremo venerdì prossimo...verso futuri successi...

 

 

 
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DAL PASSATO

Post n°888 pubblicato il 11 Ottobre 2012 da atapo
 

 

IN FONDO AL CASSETTO DEL TEMPO

 

Quando è andata via mia suocera ho ripreso possesso della sua (mia) camera e, dopo tanto tempo, ho riaperto un cassetto in cui avevo sistemato foto e documenti della mia mamma. Mi è capitata tra le mani una busta che avevo completamente dimenticato: l'avevo riempita io con una spilla che lei portava spesso negli ultimi anni e con alcune foto degli anni del dopoguerra: mia cugina R bambina, poi ragazzina... Io e mio fratello avevamo deciso di regalargliele, visto quanto lei fosse affezionata ai miei genitori, io avevo preparato tutto appena prima che mia suocera si rifugiasse da noi tre anni fa, poi lo sconvolgimento del periodo successivo mi aveva fatto dimenticare e solo ora ho rimesso le mani in quel cassetto. Mi sentivo di aver trascurato un impegno importante che avevo preso con me stessa, così ho telefonato subito a R.: negli ultimi trent'anni ci sentiamo al telefono una o due volte all'anno, altrettante volte ci siamo incontrate a casa di mia mamma, l'ultima volta al suo funerale, sempre dicendoci : “Bisogna vedersi qualche volta di più”, ma si sa come vanno le cose nelle famiglie...

Stavolta non volevo rinviare nulla, ci siamo date appuntamento per ieri mattina, alla stazione centrale di Bologna. Lei mi ha detto poi che aveva capito dalla mia voce che mi premeva incontrarla presto per darle...al telefono non le avevo svelato di più, quindi era anche curiosa della sorpresa. Io l'ho riconosciuta bene, non è cambiata molto: ha 12 anni più di me, ma conserva i lineamenti freschi e la figura slanciata come era la mia mamma (è figlia di uno dei suoi sette fratelli). Lei mi ha detto che guardandomi le è sembrato di rivedere la zia e questo mi ha colpito perchè ultimamente diverse persone mi dicono che nel viso tendo ad assomigliare sempre di più alla mia mamma...

Poi la giornata è scivolata via come si può immaginare: l'autobus che ci ha condotto a casa sua, in estrema periferia, mi ha fatto fare un giro turistico tra i quartieri di Bologna che hanno visto tutte le età dei miei primi 30 anni, tra riconoscimenti, ricordi e sorprese per il nuovo inevitabile della città che cambia,

L'incontro anche con suo marito, che ha dieci anni più di lei, portati benissimo forse per merito del suo hobby di scultore che lo appassiona,

il pranzo insieme, con i tortellini al posto d'onore,

tante cose da dirci, su di noi, sui figli e sui nipoti da ammirare nelle foto che entrambe avevamo preparato...

Mia cugina è molto allegra e loquace e gli argomenti di conversazione non mancavano...

Quando le ho dato la spilla è rimasta molto contenta, quando ha guardato le foto è rimasta a bocca aperta, esclamando: “Oh, che begli anni quelli con i tuoi genitori...in quel meraviglioso giardino!”

Perchè nella sua infanzia...

Il suo papà, mio zio, richiamato in guerra e destinato al fronte africano, lasciò qui la moglie con tre bambini, mia cugina aveva tre anni ed era la maggiore. La nave fu affondata, lui dato per disperso. In realtà era stato catturato dagli Inglesi e passò in India sette anni di prigionia. Questo però si scoprì solo alla fine della guerra, prima non era riuscito a far sapere nulla ai familiari, che si può immaginare come abbiano passato quegli anni...tanto che la moglie morì giusto nel 1945 lasciando soli i tre bambini. I due più piccoli furono tenuti dagli zii materni, R venne quasi adottata dai miei genitori che non avevano ancora figli e rimase con loro due anni, quegli anni che mia cugina ricorda ancora con gioia e che l'hanno così legata a noi. Quando il padre tornò e seppe della tragedia della moglie non riuscì però a gestire i figli, i piccoli rimasero dagli zii. I miei genitori non volevano più tenere R per timore che si affezionasse troppo a loro e non al papà che quasi non conosceva: lei allora passò alcuni anni in collegio (che comunque ricorda positivamente), con rientri ogni tanto per qualche giorno dai miei o dal suo papà, finchè non andò definitivamente con lui. Ecco perchè quando io ero piccola ricordo che questa cugina molto più grande di me ogni tanto passava per casa nostra o veniva al mare con noi...

La mia mamma, che proprio con R aveva imparato a “fare la mamma” mi raccontava con affetto ed emozione qualche volta dei particolari di questa triste vicenda ed io ieri avrei voluto parlarne con R per chiarire alcuni punti, delle date che non conoscevo...

Però mi sono accorta che lei era a disagio dopo essersi lasciata sfuggire un “ Ah, una famiglia rovinata e fatta a pezzi dalla guerra!”, mi è sembrato addirittura di saperne più io di lei, perchè io conosco la storia da mia mamma adulta, lei ha vissuto tutto da bambina molto piccola, forse qualcosa le era stato pietosamente nascosto o lei ha voluto seppellirlo. Diceva brevemente che il suo papà non le aveva mai parlato di quegli anni, nemmeno ai nipoti. Così mi sono fermata. Ci sono segreti di famiglia che non ha più senso indagare, non direbbero nulla di più utile alle nuove generazioni.

Nel pomeriggio siamo andate a fare una lunga passeggiata in un bellissimo parco pubblico vicino casa sua: è tenuto un po'...naturale, quasi selvaggio, come piace a me. I colori dell'autunno padano ormai si stendono sulle foglie, c'era una leggera foschia e il sole pallido...risentivo le sensazioni dei tanti mesi di ottobre passati a Bologna nella prima parte della mia vita. Peccato avessi lasciato in casa da R la borsa con la macchina fotografica. Vicino alla stazione, prima di salutarci, le ho scattato alcune foto che le ho già mandato, spero che siano per lei un ricordo gradito di questo incontro che vorremmo ripetere, ci siamo dette, magari a Firenze la prossima volta.

E durante il viaggio di ritorno ho avuto tutto il tempo di ripercorrere le sensazioni e le emozioni della giornata, oltre che leggermi una metà del libro che avevo con me...perchè il treno ha avuto un ritardo di 70 minuti!

 

Bologna, parco dei Cedri

 
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QUASI SOLA

Post n°887 pubblicato il 08 Ottobre 2012 da atapo

 

 

39

 

Hopper E., Sunlight in a Cafeteria

 

Il nostro anniversario di matrimonio era sacro: per 38 anni siamo sempre riusciti a tenerci quel giorno per noi, mio marito non prendeva impegni in parrocchia, io evitavo le riunioni non obbligatorie di lavoro, si cercava la baby sitter quando i figli erano piccoli, facevamo la cena (o il pranzo) al ristorante insieme, LUI per tradizione si occupava di un dolce “nostro”...anche negli anni più problematici è stato così. Se poi il 7 ottobre cadeva di sabato o domenica era ancora più bello e i tempi più distesi permettevano una gita da qualche parte... troppo romantico forse, ma era un momento in cui ci guardavamo negli occhi e pensavamo a noi e parlavamo di noi...

Anche quest'anno il 7 è stato di domenica e tempo fa un pensierino di restare fuori qualche giorno col camper, noi due soli, cominciavamo a farlo.

Poi LUI e i suoi fratelli si diedero la scadenza di fine ottobre per svuotare e liberare l'appartamento di mia suocera nel Lazio, lavoro da fare nei fine settimana perchè gli altri non sono in pensione e avevano deciso di non prendere ditte di traslochi per non spendere. C'erano ancora cinque weekend prima della fine di ottobre e io invitai mio marito a tener conto di quanto fosse “nostro” il 6-7 ottobre, quindi di evitarlo: diamine, ce n'erano altri quattro!

“Stai tranquilla!” mi aveva risposto.

Era bene cominciare il prima possibile, il cognato rappresentante si offrì di andare il 29-30 settembre, insieme a mio marito (i pensionati notoriamente DEVONO essere sempre a disposizione), salvo dare forfait all'ultimo momento adducendo improvvisi impegni con una ditta. Ma, penso io, non poteva dire alla ditta che aveva motivi familiari...? Poiché era troppo tardi per disdire il furgone noleggiato, ci andò mio marito insieme a nostro figlio (io gli avevo suggerito di contattare gli altri fratelli, mi sembrava più giusto, mio figlio aveva anche problemi a sistemare Riccardo...) I due il fine settimana scorso si sono rotti la schiena laggiù, per portare una prima “furgonata” di roba a Bologna. Ma come sempre accade nei traslochi, gli scatoloni sembravano moltiplicarsi: tanta roba portata, altrettanta ne era rimasta da portare. Occorreva un' altra spedizione. Mio figlio aveva detto che non si sarebbe fatto più incastrare, mio marito si è trascinato la stanchezza per vari giorni...c'era da trovare un altro cognato e un altro weekend.

Naturalmente avevamo abbandonato l'idea del giro in camper vista la stanchezza di LUI, ma la domenica 7 era ancora nostra!

Venerdì scorso ci ha telefonato il cognato che sta vicino a Bologna e che ora si occupa di più di mia suocera: voleva tornare nel Lazio subito, il giorno dopo, per concludere la faccenda, perchè così avrebbe sistemato subito la roba a Bologna, perchè ora aveva tempo e dopo forse no...E mio marito ha accettato, si è fatto in quattro per noleggiare il furgone, preparare gli attrezzi che servivano...

Io protestavo: ma come? E il nostro anniversario? Non avevamo detto...

“Vedrai, ce la facciamo in un giorno, partiamo presto...”

400 km andata e 400 ritorno, il carico, altre incombenze che c'erano da fare laggiù, lo scaricare tutto a Bologna, tornare a Firenze...ero straconvinta che mio marito, come al solito, non si rendesse affatto conto dei tempi necessari, che tornasse distrutto e che avrebbe passato la domenica a riposarsi nervoso e intrattabile...

Così sabato sono partiti prestissimo, io sono rimasta tutto il giorno sola e di umore nero, me ne sono andata a vedere un bel film in francese che almeno mi ha fatto pensare ad altro per un po', ma senza troppa consolazione.

LUI è tornato a tarda sera, stravolto dalla stanchezza e naturalmente non aveva affatto avuto tempo di comperare il dolce della nostra tradizione di anniversario, io che me lo immaginavo avevo preso qualcosina alla Coop, più che altro per autoconsolazione... .

Tutto fatto? Quasi...Domenica, il 7, avrebbe dovuto tornare a Bologna a riprendere il furgone svuotato.

Quando me l'ha detto, credo di aver fatto una delle mie espressioni peggiori e, per non esplodere, sono passata alla tattica di...chiudere tutte le comunicazioni non strettamente di servizio.

Lui si è buttato a dormire quasi in coma, ma la notte gli ha portato consiglio perchè al risveglio mi ha proposto tutto gentile: “Vieni anche tu a Bologna, pranziamo in quel ristorante vicino all'aeroporto che ci piace tanto, poi riprendiamo il furgone e torniamo: almeno stiamo un po' insieme.”

Il mio primo impulso è stato quello di tirargli un cazzotto, ma poi...che fare...ho accettato la sua tardiva buona volontà: un anniversario festeggiato a tortellini e andata-ritorno Firenze-Bologna via autostrada! Che meraviglia! Con contorno di visita di cortesia a cognato e suocera, vuoi non passare a salutarla? E al ritorno telefonate per organizzazioni parrocchiali e, naturalmente, stanchezza alle stelle.

Il non plus ultra per l'anniversario n° 39!

E io medito sul perchè anche stavolta le richieste e le esigenze di altri debbano passare avanti al nostro stare insieme, a qualcosa che credevo importante per noi.

Trampolino un giorno mi disse più o meno che era un segno di amore e di fiducia, perchè LUI sa che su di me può contare, che io ci sono, se mi trattasse troppo bene ci sarebbe sotto qualcosa...Mmmh! Io ci sono, ma mi verrebbe voglia di non esserci, sarò anche importante, ma se questo vuol dire che vengo dopo tutto il resto, perchè tanto...sono sempre lì...in verità non mi sento affatto felice e amata. E potrei anche stancarmi di essere sempre qui... Sì, ci sono rimasta proprio male per come è andata.

Ma pare che sia iniziato, per noi Tori, un duro periodo di Saturno contro...

 

 
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SEGRETI

Post n°886 pubblicato il 05 Ottobre 2012 da atapo
 

 

SCHELETRI NELL' ARMADIO


Ian Vermeer, Ragazza che legge una lettera

 

Quando ci fu il funerale di mio suocero raccontai quanto fossero rimasti sorpresi e rattristati i miei figli nel vedere il disinteresse e la partecipazione scarsa e formale dei pochi parenti intervenuti.

Ed io nei giorni successivi pensai che in effetti loro da piccoli non avevano avuto un brutto rapporto con questo nonno nelle poche volte in cui erano stati insieme: ricordavo soprattutto alcune estati in cui per qualche settimana o week end eravamo ospiti della loro casa sull'appennino modenese. Accettavamo questi soggiorni perchè per noi erano anni di forte impegno economico (dovevamo ristrutturare la casa in cui abitiamo ancora e che allora era quasi un rudere), soprattutto ero io che, per far cambiare aria ai bambini, convincevo mio marito riluttante: per lui quei giorni non erano piacevoli, non sopportava lo stare a tu per tu col padre. Per fortuna la casa è grande, poi c'è l'orto e i boschi intorno...Mio suocero in quei periodi con i bambini era stato un bravo nonno: giocava con loro, li portava con sé nei lavori dell'orto e nelle passeggiate, gli faceva scoprire le piccole meraviglie della natura estiva. Insomma, i miei figli ne avevano conosciuto un aspetto positivo, forse l'unico, e forse sono gli unici ad averne goduto, perchè nemmeno le altre nipoti loro coetanee hanno sentito tristezza per la morte del nonno: hanno commentato che ne avevano avuto soprattutto esperienze di indifferenza e di soprusi...

Per questo erano addolorati per quanto stava accadendo negli ultimi anni e sconvolti dall'indifferenza al funerale. Ne avevano parlato un po' con me e mi avevano detto che avrebbero chiesto al padre dei chiarimenti su questa mancanza assoluta di affetti familiari.

Così pochi giorni fa mia figlia è venuta da noi, per caso quel giorno io ero fuori, e ha posto al padre quelle domande difficili.

E mio marito ha parlato. Oltre a raccontare certe situazioni di quando era bambino, ha svelato dell'altro: perchè ci sono stati dei fatti, molti anni fa all'inizio del nostro rapporto di coppia e fino alla nascita di mia figlia, nei quali mio suocero ha condizionato duramente la nostra allora giovane famiglia... fatti che non avevamo mai raccontato ai nostri figli... Ogni tanto io e mio marito durante tutti questi anni ci chiedevamo se dirlo o no ai ragazzi, ma concludevamo che non era poi importante, anzi avrebbe segnato in modo negativo quel buon rapporto col nonno che loro avevano, forse ne sarebbe venuta l'occasione o la necessità in futuro.

Ora ecco il momento: loro sono adulti, sono in grado di capire quello che è stato, giudicheranno, come si fa sempre in simili occasioni, ma spero che riusciranno a mettere a fuoco meglio certi atteggiamenti che a loro parevano finora incomprensibili, non ci sono più segreti in famiglia, sono stati svelati e credo che potranno tornare ad essere dimenticati perchè ormai non servono più a nessuno.

Mio marito mi ha detto che parlando con la figlia le ha ricordato le belle estati in montagna che avevano creato quel rapporto positivo tra il nonno e loro due e lei ha confermato che era proprio questo che del nonno avevano in mente con maggior affetto.

Ed io sono stata contenta che tutti noi quattro, all'insaputa l'uno dell'altro, dopo questa morte ci siamo soffermati sugli stessi pensieri e sugli stessi ricordi di serenità.

 

 

 
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PRIMO OTTOBRE

Post n°885 pubblicato il 01 Ottobre 2012 da atapo
 

 

LA PRIMA CAMPANELLA

 

In me c'è un imprinting che non si cancella: la scuola inizia il primo ottobre! Cioè: iniziava, ma quando come oggi il primo ottobre è una giornata grigia, anche piovosa, mi tornano sempre in mente i miei primi giorni di scuola di tantissimi anni fa, quando toccava a me portare la cartella con libri e quaderni che odoravano di nuovo... Perchè a Bologna, nel nord, il primo ottobre era già autunno pieno ai tempi in cui le stagioni erano ancora quelle descritte nelle poesie e nei dettati che di lì a poco avrebbero riempito le mie giornate.

Allora oggi (ero sola anche oggi perchè gli strascichi del trasloco di ieri hanno portato a Bologna mio marito e mia suocera) mi sono dedicata ai riordini e sono andata alla ricerca di foto di tanto tempo fa...

Ricordo perfettamente il primo giorno della prima elementare, mentre ho dimenticato molti inizi successivi. C'era uno stanzone affollato di mamme e bambini, alcuni insegnanti storici della scuola (una aveva una fama terribile e io temevo moltissimo di finire con lei...) chiamavano a turno chi faceva parte della loro classe e, formato il loro gruppo, se ne andavano in aula. Io non venivo mai chiamata. Alla fine nel salone rimanemmo un gruppo di bambini con le mamme, a guardarci l'un l'altro perplessi... finchè notammo in un angolo una donnina minuta e scura di capelli con alcuni fogli in mano: le mamme più intraprendenti le chiesero spiegazioni e lei timidamente disse che era la maestra arrivata per ultima nella scuola, da pochi giorni, che aveva l'elenco dei suoi alunni, ora controllava e...sì eravamo proprio con lei! Insomma, ero finita in una classe di risulta, formata per ultima, tant'è vero che era una classe mista, una cosa eccezionale all'epoca! Eravamo in 38 alunni e le altre classi non erano da meno!

Erano gli anni del baby boom del dopoguerra, stavano anche iniziando le migrazioni dal sud d'Italia, tantissimi bambini e a scuola dovevamo fare i doppi turni. Le mamme erano rimaste un po' male per quell'inizio così...umile e si chiedevano che razza di maestra sarebbe stata questa che ricorderò sempre come “la signorina Carini” perchè il suo nome di battesimo si è perso lungo la storia della mia carriera scolastica: aveva già una certa età, non era sposata ed era tutta votata al suo lavoro. Era una brava insegnante e fu un anno sereno: io già leggevo e scrivevo e finii il libro di lettura da sola molto prima delle lezioni assegnate. Invece l'aritmetica già allora mi piaceva poco e ricordo come un tormento delle interrogazioni sulla metà dei numeri dispari a cui si doveva rispondere dal banco contando su certi cartelloni di palline rosse e nere, appesi sopra la lavagna... I banchi erano ancora quelli di legno a due posti col sedile attaccato: per fortuna dietro di me stava seduto il bambino più bello e bravo della classe, che mi suggeriva spudoratamente perchè io fra tutte quelle palline mi ci perdevo...

Era l'unica maestra della scuola che per la ricreazione faceva uscire a correre e a giocare nel corridoio, poi prima di rientrare in classe ci affollavamo tutti dietro una vetrata a guardare fuori perchè i muratori stavano costruendo un'ala nuova per ingrandire la scuola.

“Vedete bimbi, l'anno prossimo i doppi turni non ci saranno più!” diceva la maestra.

Ma non ci fu più nemmeno lei, con grande dispiacere nostro e delle mamme che alla fine l'apprezzavano molto: ebbe il trasferimento più vicino a casa. E la nostra classe mista di risulta si sdoppiò: c'erano tanti altri iscritti nuovi da fare due classi, una tutta maschile e una tutta femminile. La mia nuova maestra, che rimase fino alla quinta, mi fu subito simpatica, perchè mantenne per noi bambine il fiocco celeste chiaro che l'anno prima avevamo con la signorina Carini e che a me piaceva tanto: era originale, perchè una classe femminile col fiocco celeste a quei tempi era davvero molto strano!

Sì, l'ho ritrovata quella piccola foto in bianco e nero di una prima elementare di tanti anni fa: io sono nell'ultima fila, con la frangetta, i capelli mossi e due spillette bianche sulla testa, una Atapo seienne, formato mini...

 

 
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