Creato da lascrivana il 19/09/2010
poesie prose e testi di L@ur@

Un passo indietro per farne uno avanti.

Per chi volesse leggere la storia"Un passo indietro per farne uno avanti" sin dalle prime pagine;basta cliccare sui link.

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Un passo indietro per farne uno avanti.

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Il vecchio monastero: parte quarta.

Post n°1027 pubblicato il 05 Luglio 2015 da lascrivana

 

Rachele rimase immobile. No, non si trattava di paura, non era mai stata abituata a fuggire. L'esperienza del carcere poi, l'aveva temprata e rafforzata sotto quel punto di vista. Ciò che la preoccupava maggiormente in quel momento, era continuare a proteggere la privacy che con Cesare aveva saputo costruirsi. Vivendo lontano dal paese infatti, erano riusciti a limitare le conoscenze. E anche per quei pochi che avevano incrociato, erano i signori Irene e Carlos Dindero, una coppia stabilitasi li da poco. Per la spesa e altre piccole incombenze non avevano problemi. Erano Therese e Juanito ad occuparsi di tutto.

Altresì, si rese conto che non avrebbe potuto nascondersi in eterno. E poi, quel ragazzo aveva un viso dolce, oltre che due occhi meravigliosi.

-Buongiorno- esclamò sorridente.

Il giovane parve colto di sorpresa, ma fu solo questione di un attimo. Sorridendo a sua volta, percorse i pochi metri che li separavano.

-Buongiorno a lei- disse titubante.

-Vive da queste parti?-

Questa volta fu Rachele a rimanere sorpresa. Per qualche secondo, le mancò il fiato e la vista le si annebbiò leggermente. Temette di avere una delle sue solite visioni. Poi i battiti diminuirono e tornò a respirare normalmente. Ma dove aveva già visto quel volto?

-Mi chiamo Irene Dindero...- disse allungando una mano-...e abito in una villa isolata poco distante da qui-

Il giovane annuì con vigore.

-Villa Domingo!- esclamò stringendole la mano.

-Si...credo che in passato fosse abitata da qualcuno con quel nome- rispose incerta.

-Le posso assicurare che è così. Comunque io sono Fernando Tuarez, molto piacere- Il contatto con quelle dita lunghe e affusolate gli procurò un brivido. Fu con una certa fatica che, a malincuore, si sciolse da quella stretta.

Terminati i convenevoli, i due proseguirono la loro passeggiata sulle rive del lago. Di tanto in tanto, Fernando si scopriva a studiare ogni particolare di quel volto bellissimo. Sembrava essere calamitato da quella bellezza eterea, così diversa dalle donne del posto. Parlarono del più e del meno, senza addentrarsi troppo in particolari intimi. Ma, più il tempo passava, più Rachele era convinta di aver già visto quel viso dai lineamenti fini e delicati. E fu per quel motivo che, nonostante si fosse ripromessa di non parlare del passato, gli rivolse una domanda particolare.

-Scusa se te lo chiedo...- passando con naturalezza al tu.

-Sei mai stato in Italia?-

Fernando si fermò e la fissò intensamente. Ogni traccia di sorriso scomparve dal suo volto, sostituito da un'espressione sospettosa e cupa.

-Perché me lo chiedi? Comunque no, non ci sono mai stato- rispose seccamente.

Pentendosi immediatamente per averglielo chiesto, Rachele non seppe come interpretare quella reazione.

-No...scusami...è che... mi sembrava- balbettò.

Fu lo stesso Fernando a toglierla da quella situazione di disagio.

-Non preoccuparti, non importa. Ma adesso devo andare, ho delle cose da fare. Piacere d'averti conosciuta-

Quindi si voltò allontanandosi velocemente.

-Aspetta!- urlò quasi Rachele.

Raggiungendolo altrettanto velocemente, gli posò una mano sul braccio.

Di nuovo, Fernando avvertì una scossa percorrergli tutto il corpo.

-Mi farebbe piacere invitarti a cena, magari stasera se non hai impegni- disse tutto d'un fiato.

In seguito, non seppe spiegarsi il motivo di tanta foga. Così come non aveva valutato la reazione di Cesare una volta che l'avesse informato.

-Io...io veramente...- tentennò il giovane.

-Mi farebbe veramente piacere, Fernando. Non vediamo mai nessuno, e non sappiamo nulla del paese, ti prego-

La menzogna le venne naturale. In realtà, Therese le aveva raccontato di tutto e di più di ciò che accadeva in quel piccolo borgo.

-Va bene. A stasera allora-

Tornando verso casa, Rachele fu assalita dai dubbi. Aveva fatto bene a invitarlo? Come avrebbe reagito Cesare?

Poi avvenne ancora una volta.

Senza alcun preavviso, la vista le si offuscò. Le gambe le cedettero e, in men che non si dica, si ritrovò in ginocchio.

Le parve di svenire, eppure tutto intorno a lei restò immutato. Gli alberi, i cespugli e persino il cinguettare degli uccelli.

Ma, invece del lago, dinanzi a se vide la propria casa, il salone.

Erano tutti li, seduti attorno a un tavolo imbandito.

Therese e Juanito, lei e Cesare.

E poi c'era Fernando.

Troneggiava a capotavola e rideva. Ma non era un sorriso benevolo, anzi.

Li fissava uno ad uno con un ghigno terribile e malefico, gli occhi celesti improvvisamente rossi, iniettati di sangue.

-Finalmente!-

Una sola parola, un verso rauco più che altro.

Rachele sentì il sangue congelarsi nelle vene. Avvertì odore di morte, di putrefazione.

Svenne.

 

 
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Il vecchio monastero: parte terza

Post n°1026 pubblicato il 03 Luglio 2015 da lascrivana

 

Incuriosito, Fernando osservò la leggiadra figura passeggiare assorta sulle rive del lago. I raggi del sole, luminosi come non mai quel giorno, si riflettevano sui riccioli biondi che, in morbide onde, le ricadevano sulle spalle. Una figura eterea e armoniosa, ecco cosa sembrava in quel momento. Un perfetto connubio che si fondeva a meraviglia con la splendida magia di quel luogo già di per se incantevole.

Fernando Tuarez amava la poesia, viveva per essa. Quella visione lo affascinò a tal punto che, con un gesto quasi meccanico, mise mano al taschino alla ricerca del suo prezioso taccuino. Il desiderio di comporre versi era impellente ma, di colpo, si fermò. Fu il ricordo del reale motivo di quell'escursione a suggerirglielo.

Da tempo infatti, in paese circolava la voce che la vecchia dimora dei Domingo era abitata da una coppia. Incuriosito, ma troppo orgoglioso per ammetterlo persino a se stesso, voleva vedere chi erano i nuovi proprietari.

Ricordava che, sin da piccolo, suo padre Armando lo portava spesso a passeggiare sulle rive di quel lago. Così come più volte, con l'innocenza di un fanciullo, lo aveva visto con gli occhi lucidi. Succedeva quando, come sempre, si soffermavano a guardare la casa che s’intravedeva tra le fronde degli alberi. Era come se, nel vederla disabitata, la tristezza e la malinconia lo assalissero improvvise.

Chissà, forse proprio quella casa era stata la causa, qualche tempo dopo, della profonda depressione che lo colse. Sino al punto di prendere la decisione, tra lo sconcerto di molti, di rinchiudersi in un convento. Nessuno, neppure la moglie, riuscirono a fargli cambiare idea.

Tutto questo accadde, stranamente, dopo la scomparsa di Manuela Domingo e Paolo Mainardi. La notizia della loro morte in un tragico incidente stradale infatti, era giunta anche in quel posto dimenticato da Dio. Fernando era anche a conoscenza che i defunti proprietari avevano lasciato un figlio ma di lui, i compaesani, ricordavano ben poco. Troppi anni erano trascorsi da quando avevano preso la decisione di andarsene, e lo stesso Fernando era troppo piccolo per rammentare qualcosa.

Sconvolto da quella notizia, Armando si era chiuso in un muto dolore. Da allora non fu più lo stesso. Rinunciò a uscire di casa se non per recarsi al lavoro ma, poco dopo, nemmeno per quello. Temendo che potesse ammalarsi seriamente, mia madre acconsentì a una sua strana ma pressante richiesta.

 

Qualche tempo dopo, un monaco bussò alla loro porta. Armando lo invitò a sedersi, quindi ordinò alla moglie di prendere Fernando e uscire di casa.

Quando la donna ritornò, la ritrovò deserta. Sul tavolo della cucina, un biglietto attirò la sua attenzione.

“Era destino, è sempre stato scritto. Non cercharmi mai più, cura nostro figlio e, un giorno, raccontagli che suo padre è morto. Sia fatta la volontà del Signore.

Ripiegando con cura il foglio, abbracciò Fernando e pianse tutte le lacrime che aveva.

Laura e Danio

 
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Il vecchio monastero. parte seconda,

Post n°1025 pubblicato il 01 Luglio 2015 da lascrivana

 

Therese, seguì con lo sguardo Irene finché non scomparve oltre la fitta boscaglia che costeggiava il lago.

Quando Dolores De Martinez, sua amica da una vita le aveva fatto la proposta, non le era parso vero. Si trattava di un lavoro, ben retribuito, che avrebbe dovuto svolgere assieme al marito Juanito. I datori, erano una coppia di sposi novelli che vivevano in un luogo abbastanza isolato ai piedi dei Pirenei. Da sempre, lei e il marito, agognavano di ritirarsi in una zona simile e dedicarsi completamente all’agricoltura.

I coniugi Irene e Carlos Dindero erano persone riservate e gradevoli. Lui, cieco dalla nascita, aveva la passione per la musica e passava ore a suonare il pianoforte. Irene, invece, oltre che a occuparsi dei bisogni del marito, amava fare lunghe passeggiate. Raramente si soffermavano a parlare del loro passato, o del luogo da cui provenivano. Pur esibendo uno spagnolo quasi perfetto, Therese aveva sin da subito intuito che non lo erano di nascita. Per lo meno Irene, una bellissima donna bionda e dagli occhi azzurri. Carlos avrebbe potuto esserlo, ma parlava pochissimo. Era la musica a farlo per lui. Nonostante questa reticenza, la loro compagnia era piacevole e affettuosa, e ormai si potevano considerare un'unica famiglia.

Therese, si occupava della casa e delle galline, raccoglieva le uova e dava loro da mangiare. Irene curava il giardino e provvedeva ai pochi bisogni del marito, ampiamente autosufficiente. Juanito invece, pensava alla campagna e al pascolo delle mucche e delle capre, oltre al mantenimento dei maiali. Ormai, si cibavano solo di quello che coltivavano, a parte qualche genere alimentare che acquistavano allo spaccio del paese. Le giornate erano piene per tutti, e la sera ci si coricava stanchi e appagati.


Rachele camminò a lungo quella mattina. Il lago le trasmetteva una sensazione di pace, e il fruscio delle foglie la cullava con la sua dolce nenia. Ripensando al monaco sognato la notte precedente, fu pervasa da uno strano presentimento: qualcosa stava per accaderle. Le sensazioni erano così forti, tanto da non essere in grado di capire di cosa in realtà si trattasse. Ma di una cosa era certa. Qualcosa, molto presto, avrebbe sconvolto nuovamente la sua vita, in negativo o in positivo. La paura di dover rinunciare alla serenità raggiunta con Cesare in quel luogo, la induceva a non voler verificare se il monastero esistesse veramente. Le domande di Therese poi, si facevano ogni giorno più pressanti. Quella ragazza non era per niente stupida, aveva capito che c'era qualcosa che non quadrava.

Era così presa dai propri pensieri, da non accorgersi che un giovane, dai profondi occhi azzurri, la stava fissando con curiosità.


Danio e Laura.

 
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Il vecchio monastero.

Post n°1024 pubblicato il 29 Giugno 2015 da lascrivana

Irene si svegliò in un bagno di sudore mentre Carlos, al suo fianco, continuò a dormire tranquillo. Di tanto in tanto, nonostante fosse trascorso già qualche anno dalla trasformazione, i vecchi fantasmi del passato tornavano a tormentarla nel sonno. Solo che, questa volta, il finale le aveva lasciato addosso una febbrile curiosità.

Di solito, si svegliava quando la gigantesca ombra di un uomo si avventava su di lei con le mani protese in avanti, nel tentativo di strangolarla. Questa volta invece, le venne in aiuto un frate cappuccino dallo sguardo dolce e dal volto sorridente.

Dopo averla calmata con parole di conforto, la invitò a seguirlo in un monastero vicino al fiume.

La struttura era in pietra e d'antica costruzione. Dopo aver attraversato un lungo portico, si ritrovarono davanti al sagrato di una piccola chiesetta. Saliti i pochi gradini polverosi, raggiunsero un prezioso portone finemente intagliato e lo varcarono.

Una volta in chiesa, il frate s’inginocchiò davanti ad una grande croce di legno. Chiuse gli occhi e congiunse le mani, quindi pronunciò uno strano rito.

Il brusco risveglio impedì a Irene di capire il senso delle parole. Certa che ormai non avrebbe più ripreso sonno, si alzò per andare in cucina a prepararsi una tazza di caffè.

Non appena il delizioso aroma si diffuse per tutta la casa, fece capolino Therese.

-Che buon odore! Sempre mattiniera eh, Irene?-

-Lo sai che adoro l’alba, Therese. E poi contavo di fare una passeggiata nei dintorni. Sai se per caso da queste parti c’è un vecchio monastero?-

-Non saprei. Ne so quanto te di queste terre della Navarra. Come mai questa domanda? Qualcuno ti ha detto che c’è?-

-No, nessuno mi ha detto nulla, era solo una domanda-.

Therese non chiese più nulla. Conoscendo la riservatezza di Irene, sapeva che era inutile insistere. Si versò invece una tazza abbondante di caffè, guardando la testa bionda china sul tavolo intenta a tracciare con le dita un ipotetico percorso.

Sorrise. Sicuramente, aveva fatto qualche altro dei suoi strani sogni premonitori. Chissà su cos’altro l’avrebbe messa in guardia oggi. Ricordò l’ultima volta che aveva sognato che ilmaiale era scappato dal porcile. Dopo qualche ora, in compagnia di Juanito, si era ritrovata davvero a rincorrerlo per tutta la campagna. A quanto pare, quella mattina Irene sembrava non aver nulla da comunicarle. Molto probabilmente, aveva sognato quel monastero cui aveva accennato poc’anzi.


 
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Colpevole o innocente. Verso la libertà.

Post n°1023 pubblicato il 27 Giugno 2015 da lascrivana

 

Nonostante gli omicidi commessi da quello strano uomo, sentivo di potermi fidare ; e poi ritenevo che avesse ragione nel dire che nessuno, ora, avrebbe creduto alla mia innocenza.

Sollevai il viso per dirgli che avevo deciso di accettare la sua offerta d'aiuto,  e per un attimo i nostri occhi s’incrociarono.  Uno strano luccichio balenò negli occhi scuri; come se per la prima volta dopo tanto tempo, l’uomo riuscisse a provare qualcosa di buono per un altro essere umano. L’odio, il disprezzo e l’indifferenza: lo avevano condotto a uccidere spietatamente chi aveva rovinato la sua vita e la sua famiglia.Le immagini degli avvenimenti che avevano fatto di lui un assassino mi si proiettarono davanti; anche se solo per una manciata di secondi. La sua famiglia era stata sterminata dagli uomini di Poretti. Dietro alla sua apparenza di antiquario rispettabile, si nascondeva un potente mafioso. E il giustiziere sconosciuto era stato vittima dei suoi ricatti. Ecco perché l’aveva chiamato strozzino.  Tra noi due si era stabilito un immediato feeling.   L’uomo si guardò intorno in cerca di una via di fuga. Dopo aver ispezionato le diverse camere, s’inoltrò in quella da letto e si sbarazzò dell’impermeabile nero e del cappello; si diede una breve sistemata e infilò la testa nel cappuccio del pullover  di cotone felpato che indossava sopra un paio di pantaloni scuri. Aveva un fisico atletico e giovanile; nessuno lo avrebbe collegato al misterioso e goffo uomo che era entrato poco prima nel palazzo.  Si girò verso di me, lasciando ancora gran parte del viso coperto in modo che io non potessi riconoscerlo, e con un abbozzo di sorriso mi disse che ora toccava a me travestirmi. Mi consigliò d’indossare un pantalone scuro sotto l’impermeabile e di mettere dei tacchi altissimi. In attesa che io finissi di camuffarmi, lui andò fuori a perlustrare la zona: non senza prima  avermi detto di guardare dalla finestra della cucina in attesa di un suo segnale. Non dovetti attendere molto; prima ancora che me ne accorgessi mi ritrovai sul ciglio della strada, dove lui mi attendeva con una golf grigia. Salì in macchina velocemente e gli diedi indicazioni sulla via da seguire per raggiungere la villa di Cesare.

 

Dopo aver percorso silenziosamente una stradina che costeggiava il mare, arrivammo a destinazione. Mi lasciò a pochi metri dalla casa. Nonostante il travestimento non appena mi vide Jack, il cane guida di Cesare, mi riconobbe subito; e mi corse incontro per farmi le feste. Richiamato dai rumori esterni, Cesare si affacciò dalla grande finestra della cucina che dava sul porticato di legno d’acero.

 

Richiamò il cane a se in modo che potesse condurlo dall’inatteso ospite.  Fiducioso dell’istinto del cane, Cesare lo seguì docile, consapevole che l’intrusione non poteva essere che amichevole, altrimenti avrebbe abbaiato e ringhiato.

 

Quando mi fu vicino mi riconobbe dal profumo, e  incredulo allungò le mani per accarezzarmi: tracciando con le dita ogni tratto del mio viso.

 

-Rachele… non posso credere che sia tu… è un sogno questo-

 

Mi buttai tra le sue braccia singhiozzando. Le lacrime finora faticosamente trattenute,sgorgarono come un fiume in piena.

 

-Sono io Cesare… amore mio sono proprio io-

 

-Shh… non piangere più… ormai sei al sicuro-.

 

Ci avviammo verso casa, tenendoci stretti l’uno all’altra.

 

Dopo essermi liberata dall’orrendo impermeabile e dai fastidiosi tacchi, mi sedetti sul divano e afferrando la mano di Cesare lo invitai a sedersi al mio fianco.

 

- Rachele, oh mia cara … temevo di non avere più la possibilità di stringerti tra le braccia e di dirti quanto ti amo. L’avvocato mi aveva detto che per te era impossibile uscire dagli arresti domiciliari-

 

- In effetti è così. Cesare…io non sono uscita! Io sono scappata-.

 

Gli  raccontai quanto era successo, non tralasciando il benché minimo dettaglio; certa che lui mi avrebbe creduto.

 

Alla fine della storia, Cesare mi strinse forte a se benedicendo il cielo che io avessi scelto lui per nascondermi. Mi rassicurò con  le sue forti braccia, fiero di potersi prendere cura di me nonostante la sua cecità.

 

Eravamo entrambi consapevoli che l’avvocato era a conoscenza della sua villa; e ben presto la polizia ci avrebbe raggiunti.

Mi tranquillizzò dicendo di non preoccuparmi che ci avrebbe pensato lui.  Fece un paio di telefonate, e m'invitò a tenermi pronta: avevamo poche ore a disposizione per preparare le valigie prima dell'atterraggio sulla spiaggia del piccolo jet privato che ci avrebbe portaro in Spagna, dove lui possedeva una villa ai piedi dei Pirenei.

Juan Cabaleros, un amico fidato sin dall’infanzia, avrebbe provveduto ad accompagnarci. Non fece alcuna domanda sull’accaduto; certo che Cesare era consapevole delle sue azioni, decise di aiutarlo senza indagare.

Fu molto cortese con me; e si complimentò con Cesare per la deliziosa scelta.

Arrivammo in Francia dopo tre ore di volo; nel frattempo avevamo raccontato gran parte della storia a Juan.  Impietosito dalla mia situazione e entusiasta all’idea di poter fare finalmente qualcosa che rendesse Cesare felice, ci promise che avrebbe fatto il possibile per aiutarci.  Dopo essere atterrati in un ampio spiazzale di campagna, ci avviamo in un enorme capannone per salire sulla jeep di Juan che ci avrebbe condotti nella sua villa:

avremmo soggiornato li; giusto il tempo di rifornirci del necessario per stabilirci in Spagna.  Avevamo bisogno di un nuovo guardaroba e dei nuovi documenti; e Juan ci disse che avrebbe pensato a tutto lui poichè aveva degli amici che erano in grado di fornirci una nuova identità.

 

Rimasti soli, Cesare ed io ci abbracciammo e ci avviammo verso la stanza matrimoniale degli ospiti che la cameriera di Juan aveva sistemato per noi.

 

Dopo aver richiuso a chiave la porta alle nostre spalle, mi buttai sul letto esausta, invitando Cesare a fare altrettanto.  Ora potevamo rilassarci e godere di quella nuova possibilità che la vita ci aveva offerto.

 

Fine

Danio e Laura.

 

Ps: il mio ringraziamento va al mio prezioso collaboratore,Danio Mariani, che mi ha aiutato a finire il racconto.

 

 

 
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Il giustiziere.

Post n°1021 pubblicato il 20 Giugno 2015 da lascrivana

 

-Cosa...cosa volete da me...- odiandomi per il tono lamentoso e supplichevole, arretrai nuovamente verso il divano.

Sorridendo, Miriam mi raggiunse e mi diede una violenta spinta. Un istante dopo me la ritrovai praticamente addosso, tanto da avvertire il suo fiato caldo sul volto.

-Non dovevi fare la smorfiosetta con me. E Paula, la grande Paula, non è più qua a difenderti. Ma, se sarai collaborativa, può darsi che ti risparmi, forse-

Mentre pronunciava quelle parole, la sua mano si era insinuata sotto la mia camicetta. In un secondo capii.

Strappandomi il reggiseno, mi afferrò un capezzolo e strinse con forza. Mordendomi le labbra, cercai di non urlare mentre le lacrime, copiose, iniziarono a rigarmi il viso.

-Non sei mai stata con una donna, vero?- mi sussurrò in un orecchio con voce roca.

Nel contempo, con l'altra mano giocò con l'elastico delle mutandine.

-Sarà bellissimo, vedrai. Lasciati andare e rilassati, tesoro-

Senza darmi il tempo di replicare si abbassò di colpo, il viso all'altezza del mio inguine.

Chiusi gli occhi e pregai. Forse, se l'avessi lasciata fare, mi avrebbe risparmiata.

Vincendo il ribrezzo, sentii la sua lingua perlustrare ogni centimetro della mia pelle, senza però mai affondare del tutto.

 

Lo schianto ci fece sobbalzare entrambe. Ancor prima che me ne rendessi conto, due colpi ravvicinati echeggiarono nella stanza. Le due compagne di Miriam, ancora in piedi nei pressi della porta, si accasciarono al suolo. Entrambe erano state colpite alla testa e il sangue, copioso, inondò ben presto il pavimento.

Lo riconobbi immediatamente. O, per meglio dire, riconobbi l'impermeabile nero.

Svelta come un fulmine, Miriam si lanciò contro di lui a testa bassa.

Il colpo la prese alla base del collo. Portandosi le mani alla gola, rimase per qualche istante in piedi, gli occhi spalancati.

Poi, con una specie di gorgoglio, stramazzò sul pavimento e rimase immobile.

Terrorizzata e incapace di muovermi, fissai l'imponente figura portarsi nella mia direzione.

-Ti stai domandando perché l'abbia fatto, vero?-

La voce, bassa e tenorile, mi sorprese. Nonostante i cadaveri, nonostante il sangue e l'odore acre della polvere da sparo, riuscì ugualmente a trasmettermi calma.

-In realtà ero venuto per ucciderti sai?- disse puntandomi contro la pistola.

-Ma non pensavo davvero di trovare questa situazione. La porta era socchiusa e ho sentito tutto. Ti eri fatta dei nemici anche in carcere, a quanto pare-

Feci segno di si con la testa mentre lui, con molta calma, rimise la pistola nella tasca dell'impermeabile.

-Poretti era uno strozzino e un bastardo, ne sei a conoscenza vero?- proseguì come se nulla fosse.

-Eliminandolo, ho fatto un favore all'umanità, così come nessuno piangerà per queste tre lesbiche, dico bene?-

Continuando ad annuire, con la coda dell'occhio sbirciai Miriam. Aveva ancora le mani strette alla gola.

-Sono sicuro che non mi denuncerai mai, anche perché ignori del tutto la mia identità. Ma, dopo questo casino, dubito che saprai essere convincente con le autorità-

-Io...io...non...- cercai di dire, ma lui mi bloccò con un gesto.

-Ti aiuterò a fuggire, a patto che non ritorni mai più in questa città. Hai qualcuno su cui far affidamento?-

Cesare!

L'idea di rivederlo, superò di gran lunga i rischi a cui stavo per andare incontro.

-Si...- dissi in un sussurro.

Danio

 

 
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Riflesso dell'anima

Post n°1020 pubblicato il 19 Giugno 2015 da lascrivana

 

Lasciai perdere l’infame e il traditore

per intraprendere la via dell’autore

Ripulii la mia coscienza da ogni inutile afflizione

riproponendomi una profonda riflessione

Attraversai nuovi mari e terre sconosciute

avvalendomi delle informazioni ricevute

Tracciai sentieri tra distese e monti virtuali

e alle aquile chiesi in prestito le ali

per sorvolare vette alte e puntigliose

oceani immensi e strade più tortuose

Arrivai infine alla meta destinata

e affondai i piedi nella sabbia bagnata

Rivolsi il viso verso il sole nascente

e nelle acque riflettei, la mia anima splendente.

 

Laura

 
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Il male necessario.

Post n°1019 pubblicato il 17 Giugno 2015 da lascrivana

Il male necessario.

Perché a volte la vita sa sorprenderti. E lo fa quando meno te lo aspetti. E tutto il male che ti devastava, all'improvviso si tramuta in energia. Cosi come il castigo  impartisce la lezione; e diventa inevitabile non apprendere dalle punizioni; a meno ché uno non sia un masochista. E io per mia fortuna non lo sono.

 
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Colpevole o innocente: A un passo dalla fine

Post n°1018 pubblicato il 16 Giugno 2015 da lascrivana

Mi risvegliai alle prime luci dell'alba, il corpo indolenzito e teso. Non avevo mai dormito sul divano, e solo ora ne capivo il motivo.

Andai in cucina e mi preparai un caffè, mi sentivo stordita.

Seduta al tavolo, mi guardai attorno. Era la mia casa ma, nonostante questo, non ne trovai conforto. La situazione non riusciva a farmela vedere in questo modo, non la sentivo più come mia.

Prigioniera tra le mura amiche, impossibilitata a comunicare e a vivere, mi sentivo soffocare.

Cesare.

Il solo pensiero mi fece rabbrividire.

Avrà letto la lettera? Mi avrà creduto?

Improvvisamente, mi accorsi di desiderare l'arrivo dell'avvocato più di ogni altra cosa. Mi aveva promesso che, in mattinata, sarebbe passato con la risposta di Cesare. Ma sarebbe arrivata quella risposta? Si, non avevo dubbi.

Avrei voluto vestirmi e andargli incontro, ma la paura di tornare in carcere era immensa, non avrei potuto sopportarlo.

Respirando a fondo, posai la tazza nel lavello e tornai in camera da letto.

Mi preparai con cura, cercando di non pensare a nulla ed evitando di guardare l'orologio.

Il campanello mi fece sussultare. Di corsa, raggiunsi la porta, una scarpa calzata e una no.

Senza nemmeno chiedere chi fosse, pigiai sul tasto d'apertura più volte, quindi tornai verso il divano.

Trascorsero un paio di minuti durante i quali, sempre più agitata, non smisi un istante di fissare l'ingresso.

Incapace di resistere oltre, mi precipitai verso la porta e la spalancai.

 

-Ciao stronzetta-

Il cuore mi mancò di un battito mentre la vista, improvvisamente, si appannò.

Ritta sulla soglia, le mani sui fianchi, Miriam mi guardò sorridendo.

-Ma che bella casetta che hai, stronzetta, complimenti-

Senza darmi il tempo di reagire, mi spinse all'interno con violenza.

Dietro di lei, altre due donne fecero irruzione richiudendosi la porta alle spalle.

-Adesso facciamo due chiacchiere, stronzetta, che ne dici?-

Paralizzata dalla paura, non riuscii a spiaccicare parola. In quella confusione, l'unica cosa che mi venne da pensare era che avessero liberato anche loro. Assurdo. No, erano evase, e volevano farmi fare la stessa fine di Paula.

 

Guardandosi attorno, l'uomo ripassò per l'ennesima volta davanti al portone.

Si, l'indirizzo era quello esatto. Alzando il bavero dell'impermeabile nero, diede una scorsa ai campanelli. Era venuto a conoscenza della notizia quasi per caso. Raramente leggeva i quotidiani ma, un paio di giorni prima, aveva fatto un eccezione.

Quando aveva visto l'articolo, per poco non aveva rovesciato la tazzina di caffè.

Il pezzo, che occupava una pagina intera, descriveva i motivi per cui, a Rachele Camozzi, erano stati concessi gli arresti domiciliari per l'omicidio dell'antiquario Poretti.

Qualche mese prima, abilmente camuffato, aveva seguito le varie fasi del processo con costanza e pazienza.

Alla lettura della sentenza aveva tirato un sospiro di sollievo quindi, attardandosi all'uscita, aveva visto gli agenti scortare la ragazza verso il carcere.

E l'aveva guardata negli occhi. No, non avrebbe dovuto temere nulla da lei, nessuno le avrebbe mai creduto.

Nonostante questo, uno zelante avvocato era riuscito a instillare un dubbio nei giudici, e questo non era un bene.

 

In quel momento il portone si aprì e una donna anziana, con tanto di trolley, si affacciò sulla strada.

L'uomo ne approfittò immediatamente. Prima che si richiudesse, riuscì a fermarlo con una mano senza che la donna se ne accorgesse. Un istante dopo, salì le scale con calma.

Danio

 
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Colpevole o innocente? La lettera di Rachele.

Post n°1017 pubblicato il 14 Giugno 2015 da lascrivana

Cesare fissò a lungo il foglio. Nelle orecchie, aveva ancora le parole dell'avvocato, chiare e nitide.

E' stata la stessa Rachele a darmi il permesso di leggere la lettera, signor Mainardi. Come potrà immaginare, gli arresti domiciliari non consentono molta libertà di movimento. Niente telefono, divieto di qualsiasi contatto e, naturalmente, l'arresto immediato se ci si azzarda ad uscire di casa”

Passando e ripassando le dita sul foglio, Cesare scosse la testa. Pur dinanzi all'evidenza, non riusciva ancora a farsene una ragione: Rachele accusata d'omicidio!

-L'ascolto, legga pure- disse in un sussurro.

Schiarendosi la voce, l'avvocato aveva così iniziato a leggere.

 

Caro Cesare, come stai? Mio Dio, questi mesi di lontananza sono stati un vero supplizio per me. E, pur sforzandomi, non riesco nemmeno a immaginare come possano essere stati per te. Ti prego, non pensare che ti abbia abbandonato, lungi da me!

Ma il carcere è stata una vera tragedia, mi sembrava di vivere in un mondo parallelo.

Sono stati mesi duri, Cesare. Ho visto ammazzare una donna, e ho capito quanto possono essere crudeli le persone. Ho avuto paura, tanta paura.

L'avvocato Sarzi è una brava persona, oltre che un ottimo difensore. Mi sono fidata di lui e ti pregherei di farlo anche tu. Resta il nostro solo mezzo di comunicazione, anche se la voglia di rivederti è immensa.

Infine, voglio dirti che non ho ucciso il mio principale. Era un uomo cattivo e meschino, come d'altronde ben sai. Ma non sarei mai arrivata a tanto. Sai quanto ami la vita e quanto ami...te.

Lo so, sembra bizzarro che te lo dica attraverso una lettera letta da uno sconosciuto. Avrei dovuto farlo molto tempo fa, perdonami.

Tu mi credi...vero?

Nella speranza che l'avvocato possa farci incontrare al più presto, ti pregherei di farmi avere una risposta.

So che sei molto discreto, ma ti scongiuro di farlo. Ho bisogno delle tue parole e del tuo conforto.

A presto...

 

Rachele.

 

Titubante, Cesare se l'era fatta rileggere una seconda volta. Anche se pronunciate da una voce maschile, le parole di Rachele lo commossero e irritarono allo stesso modo.

Rachele un'assassina! Ma come avevano anche solo potuto pensarlo!

L'avvocato Sarzi, con calma, aveva atteso la risposta.

-Scriva, avvocato-

Non si trattò di una risposta lunga. Dopo solo cinque minuti, Sarzi richiuse il foglio in una busta.

-Grazie signor Mainardi, teniamoci in contatto- disse avviandosi verso la porta.

-Avvocato...-

Con la mano già sulla maniglia, il legale si voltò.

-Quante possibilità ci sono che Rachele venga scagionata del tutto?-

Anche se non poteva vederlo, Sarzi sorrise.

-E' molto semplice, signor Mainardi. Bisognerebbe trovare chi, veramente, ha ucciso l'antiquario-

Detto questo, si richiuse la porta alle spalle.

Rimasto solo, Cesare si sedette al pianoforte.

Le dita, lunghe e affusolate, iniziarono a sfiorare i tasti.

Dapprima lentamente, poi sempre più forte. Le lacrime, da quegli occhi vacui e bianchi, sgorgarono copiose.

Interrompendo di colpo il pezzo, si lasciò quasi cadere sul divano li accanto.

Anch'io ti amo Rachele” disse alla stanza vuota.

 

Rintanate in uno scantinato, Miriam e le sue compagne si cambiarono d'abito.

-Prima di tutto, dobbiamo procurarci dei soldi, poi ci occuperemo di quella stronzetta-

Pamela, una delle altre due, intervenne timidamente.

-Te la sei proprio legata al dito vero?-

Esibendo un ghigno per nulla rassicurante, Miriam si allacciò l'ultimo bottone.

-Paula ha già pagato per la sua arroganza, ma quella troietta sembrava non aver paura di me. Voglio farle cambiare idea-

Il tono, fece venire i brividi alle sue compagne di fuga.

-Andiamo, abbiamo perso sin troppo tempo-

Danio

 

 
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C@nt@storie e L@ur@ hanno il piacere di presentare il racconto: "Insegnami da essere figlia", un viaggio nel tempo che mostra i due lati diversi della medaglia: Mentre nel passato ci troviamo davanti a una donna in grado di gestire una famiglia sin da giovanissima, ma anche molto ingenua e infantile per quanto concerne i rapporti sessuali; nell'ambiente odierno ci troviamo invece a dover affrontare una ragazzina impertinente che già a dieci anni sa tutto sul sesso e a dodici ha già avuto il suo primo rapporto, ma che non capisce un accidenti di come si manda avanti una casa.

 

Colpevole o innocente?