Creato da lascrivana il 19/09/2010
poesie prose e testi di L@ur@

Un passo indietro per farne uno avanti.

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Un passo indietro per farne uno avanti.

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Aida 2

Post n°1048 pubblicato il 02 Settembre 2015 da lascrivana

 

L'estate finì e, come previsto, io e Marco tornammo in città. Il commiato da Ovidio fu a dir poco glaciale, almeno da parte mia. Prendendomi la mano, se l'avvicinò alle labbra sfiorandomi la pelle con un leggero bacio.

-Arrivederci, mia cara. Spero di rivederti presto- mi sussurrò fissandomi con i suoi occhi magnetici.

Io non risposi, ma lo sguardo che gli rivolsi sembrò sconcertarlo. Mi voltai e me ne andai, lasciandolo solo nel bel mezzo della sala. In treno, mio marito attese un bel po prima di rivolgermi la parola.

-Non sei stata molto cortese con Ovidio, è rimasto molto male dal tuo comportamento- disse in un sibilo.

Non mi presi nemmeno la briga di rispondere, ma bastò l'occhiata che gli lanciai a farlo desistere dal proseguire.

Una volta a casa, la nostra vita riprese il suo solito ritmo. Socio e fondatore del più rinomato studio legale della città, Marco si fiondò nel lavoro come mai aveva fatto. Usciva di casa molto presto al mattino e la sera, spesso, non rientrava nemmeno per la cena.

La grande casa stava diventando sempre più piccola per me. Per fortuna, la pittura e il mio impegno nel volontariato mi distraevano dalla solitudine e dal grigiore di tutti i giorni.

E fu proprio in una gelida mattina di gennaio che, mentre mi stavo recando al vicino orfanotrofio di San Girolamo, feci un incontro inaspettato quanto sconvolgente.

Ero ormai giunta nei pressi dell'edificio quando, dall'altra parte della strada, sentii pronunciare il mio nome.

Sul momento non riconobbi la voce ma, quando mi voltai, fu come se una lama di ghiaccio mi perforasse cuore e polmoni.

Giulia, la bella e sfacciata nipote di Ovidio, mi stava salutando con la mano. Sorridente, attraversò velocemente e mi affiancò. Vestita come sempre in modo provocante, mi mise una mano sul braccio e squittì felice.

-Aida! Ma che piacere rivederti, come sta zio Marco?-

D'istinto mi ritrassi, mentre il contatto mi provocò una certa repulsione.

Aprii la bocca per dire qualcosa di sensato, ma l'unico suono che ne uscì fu un colpo di tosse esagerato.

-Ci siamo trasferiti, non lo sapevi? Zio Ovidio ha finalmente deciso di lasciare quella specie di convento che si ostinava a chiamare villa. Così l'ha venduta e ha comprato un bellissimo alloggio, proprio nel centro della città!- disse Giulia, accompagnando le parole con un poco elegante battito di mani.

Rimasi perplessa oltre che stupita. A parte il fatto che ignoravo vivessero insieme, avevo sempre sentito Ovidio affermare che mai, salvo passare sul proprio cadavere, avrebbe abbandonato la splendida dimora che possedeva in aperta campagna.

Come se avessi riacquistato la voce in quel momento, cercai di mostrare almeno la parvenza di un sorriso.

-Che sorpresa...- esclamai con poca convinzione - ...e come...come sta tuo zio?-

Ridiventando improvvisamente seria, Giulia abbassò gli occhi.

-Credo che la decisione di trasferirsi sia dipesa dal suo stato di salute- disse in un sussurro.

Mi allarmai. Per quanto ne sapevo, Ovidio non aveva mai avuto problemi in quel senso. Nonostante gli anni, l'avevo lasciato ancora in splendida forma. Avevo timore a chiedere i particolari, ma la curiosità ebbe la meglio.

-Di cosa si tratta? Spero non sia nulla di grave-

Conobbi la risposta ancor prima che Giulia aprisse la bocca.

-Non so con esattezza, ma sembra che riguardi le...le parti basse, cose da uomini. Ha detto che i medici migliori sono in città, e che potrebbe dover fare molte visite-

Nonostante la tensione, mi ritrovai a sorridere osservando il rossore affiorare sul suo volto.

A parte questo era stata troppo generica e così, ancor prima che potessi pentirmene, lanciai l'invito.

-Mi piacerebbe che pranzassimo tutti insieme, che ne dici per domani? E' domenica e Marco, se Dio vuole, per un giorno si allontana da scartoffie e tribunali-

Illuminandosi, Giulia saltellò come una bambina che avesse ricevuto in regalo la bambola tanto desiderata.

-Zio Ovidio ne sarà felice, corro subito a casa a informarlo-

Senza aggiungere altro, mi diede la schiena e si allontanò quasi di corsa.

Mentre l'osservavo procedere lungo la strada, mi chiesi per quale motivo avevo fatto una cosa del genere. Come avrei reagito rivedendolo?

Danio e Laura

 
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Aida

Post n°1047 pubblicato il 29 Agosto 2015 da lascrivana

 

E’ piacevole svegliarsi al mattino con il desiderio di avvolgersi tra le lenzuola calde. Nonostante il sollievo di non dover più soffrire per la calura opprimente, non potrei mai fare a meno di provare nostalgia per la stagione appena trascorsa.

L’estate è sempre stata la mia preferita, aumenta l’opportunità di conoscere nuova gente e di fare lunghe passeggiate e gite lontano da casa. E poi c’è il mare.

La casa che Marco aveva acquistato per la stagione estiva era situata a due passi dalla costa. Talmente vicina che potevo tranquillamente scendere a piedi sino alla spiaggia.

Ed è stato proprio in una di quelle occasioni che conobbi Ovidio Strani. Un uomo dal fascino esotico e dal carisma impressionante. Con innata maestria, sapeva intrattenere amabilmente amici e conoscenti, uomini donne o bambini che fossero. Galante sino all’inverosimile, aveva il potere di far sentire una donna unica al mondo, anche quelle meno dotate.

E la nostra amicizia era arrivata a tal punto che, quasi senza rendermene conto, lo obbligai a narrarmi parte delle sue avventure.

Non nego che anche Marco era stato conquistato dalla sua dialettica e simpatia. Abbiamo trascorso molto tempo insieme e spesso, alla compagnia, si aggiungeva sua nipote Giulia. Una ragazza avvenente e disinibita, forse troppo per i miei gusti. In più d'una occasione, l'ho sorpresa a strusciarsi contro mio marito vezzeggiandolo con le più sofisticate moine. Zio Marco, lo chiamava con voce suadente. Lui, dal canto suo, sembrava gradire particolarmente quelle attenzioni, anche se credeva che gli altri non se ne accorgessero.

Io e Marco eravamo sposati da vent’anni e, da qualche tempo, sembrava essere ringiovanito. I capelli brizzolati gli davano un aspetto seducente, e i suoi occhi grigio verdi sembravano ipnotizzare ogni giovane donna.

Ovidio aveva notato il mio disagio quando Marco era in compagnia della nipote, eppure non aveva mai rinunciato a portarsela dietro anzi, negli ultimi tempi aveva aumentato le visite.

 

Mi alzai dal letto e mi diressi verso la toletta. Versai l’acqua dalla brocca di porcellana nella bacinella e mi lavai mani e faccia. Mi asciugai con la tovaglietta di lino e mi spazzolai i lunghi capelli dello stesso colore dell’oro. Ammirai la mia snella figura allo specchio, e lasciai scivolare la larga camicia da notte sulle spalle. Mi scoprii totalmente, e rabbrividii di piacere al ricordo di quella volta che Ovidio mi aveva sorpreso a fare il bagno nuda al mare. Com'ero solita fare, mi ero recata in spiaggia molto presto, quando la battigia era deserta e affascinante. Era stata una notte calda e afosa, e il desiderio di un bagno fresco era stato impellente. Cosi, arrivata in spiaggia, mi tolsi velocemente l’abito lungo di cotone azzurro e mi tuffai nelle acque cristalline.

Quando uscii dall’acqua, mi sdraiai sulla sabbia per asciugarmi e chiusi le palpebre per un istante. Quando li riaprii, trovai Ovidio che indugiava sfacciatamente sulla morbidezza delle mie curve, sembrava volesse divorarmi con gli occhi.

Non so per quale arcano motivo, non feci nulla per nascondere la mia nudità. Rimasi immobile nella mia posizione, non trovando nulla da cui discolparmi.

I nostri occhi s’incontrarono, e il desiderio sembrava aver colto inaspettatamente entrambi. La sua mascella contratta me ne diede conferma. Sembrava sul punto di piombare su di me e toccarmi. Non lo fece, mentre io desideravo ardentemente che osasse. Poi, improvvisamente, si girò dall’altra parte. Con voce dura, mi urlò di rivestirmi altrimenti non avrebbe potuto più rispondere delle proprie azioni.

Imbarazzata, ubbidii senza farmelo dire due volte. Dopo aver indossato il vestito, gli dissi che poteva girarsi. Lui lo fece, ma il suo viso paonazzo e i suoi occhi neri lucidi, tradivano il suo crescente desiderio. Mi confidò che aveva una gran voglia di stringermi tra le braccia. Mi sentivo confusa ed eccitata, e una morsa mi attanagliava lo stomaco. Poiché non ero in grado di gestire le diverse sensazioni che mi avevano colto, scappai verso casa. Lui m’inseguì e mi abbracciò da dietro stringendomi forte per la vita. Il suo respiro caldo mi accarezzava il collo mentre mi sussurrava di non rifare mai più il bagno nuda, aggiungendo che non sopportava l’idea che altri avrebbero potuto trovarsi inavvertitamente al posto suo.

-Aida, nonostante tu sia felicemente sposata, mi appartieni! Sei mia amica e ti voglio un bene dell’anima ma, a parte tuo marito, non tollero che qualcun altro posi gli occhi su di te- aveva detto col viso stravolto.

Non riuscivo a capire quella gelosia improvvisa. Aveva sempre avuto tante donne ai suoi piedi, più giovani e belle di me.

A fatica si sciolse dall'abbraccio, lasciandomi proseguire da sola verso casa.

 

Da allora, le cose tra di noi cambiarono. Quando c’incontravamo o veniva a casa mia, a parte la fastidiosa compagnia di Giulia si presentava con donne sempre più giovani che sembravano pendere dalle sue labbra.

Fu un’estate molto strana quella, poiché sia mio marito che Ovidio, sembravano preferire la compagnia delle ragazze a quelle di noi signore più mature.

Dal canto mio, infastidita e amareggiata per quel loro insultante comportamento, mi rifugiai nella pittura. Non avevo nessuna intenzione di finire come le mie amiche, frustrate e gelose perché tradite dal proprio consorte con ragazzine. Avevo una mia dignità, e non mi sarei certo lasciata smontare da certi atteggiamenti idioti e infantili.

Comunque l’estate era ormai agli sgoccioli e, molto presto, Marco e io avremmo lasciato la località balneare per recarci nella nostra residenza invernale in città. Avrei potuto finalmente riprendere i miei impegni di volontariato presso gli orfanotrofi e dedicarmi alla beneficenza. Mi piaceva occuparmi di bambini, e i miei figli, Salvatore e Antonio, dopo essersi entrambi sposati, erano andati a vivere oltreoceano lasciandomi sola e con tanto tempo libero a disposizione.

Laura e Danio

 

 

 
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IL premio di chi attende

Post n°1046 pubblicato il 27 Agosto 2015 da lascrivana

Vince sempre chi sa aspettare

Chi ha la capacità per emergere e farsi rispettare

Chi sa cogliere sempre il bene in ogni cosa

E tratta il prossimo in maniera dignitosa

Fiero è colui che caparbiamente ha impiegato

Il suo tempo prezioso in quello che ha desiderato

Se poi riesce a catturare lo sguardo geniale e interessato

Lo travolge a tal punto da togliergli il fiato

Perché è importante sapersi rapportare

Con chi si ha la possibilità di poter migliorare

Poiché non si finisce mai d’imparare

e tutto serve per produrre e inventare.

Laura

 

 
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Un foglio bianco ... e via.

Post n°1045 pubblicato il 25 Agosto 2015 da lascrivana

A un artista basta poco per sentirsi appagato

Un foglio bianco, e lo vede già tutto colorato

Con disegni e parole dettate dalla sua  fantasia

Inizia a dar vita a luoghi d'incanto e alla poesia

Anche senza ali e capace di volare

E come per magia, in un attimo la realtà scompare.

Laura

 
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Ritrovarsi è un piacere.

Post n°1044 pubblicato il 17 Agosto 2015 da lascrivana

Oggi, dopo giorni di astinenza dal blog, ritorno a scrivere.

E’ un piacere avere sempre qualcosa da dire a voi che mi avete seguito con affetto e interesse. Sento di non aver mai sprecato il mio tempo con voi; anche perché me lo avete rimborsato con gli interessi. E poi, come non ringraziare Danio Mariani e la sua caparbietà nel volermi incitare a tutti costi di non mollare la scrittura? Con quanta pazienza corregge i miei scritti dandomi continuamente suggerimenti.

A breve, Danio e io, riprenderemo la nostra narrazione a quattro mani. Questa volta vorremmo affrontare un tema più frivolo e meno sanguinario di quelli precedenti. Dico meno, perché nonostante la promessa che mi ha fatto di non trascendere nel torbido, dubito che resisterà alla tentazione di sgozzare qualche altro dei miei personaggi. Stavolta toccherà a me essere caparbia con lui e aiutarlo a non estrarre fuori le sue armi pericolose.

So bene che molti di voi preferiscono l’estro macabro di Danio, al mio teatrale e drammatico

Io però sono curiosa di vedere come se la caverà in un ambiente amoroso e tranquillo, dove l’unica arma affilata è la lingua.

Ogni qualvolta che abbiamo scritto insieme, il morto ci è sempre scappato. Più io cercavo di distrarlo con i miei personaggi sdolcinati: più lui si divertiva a tormentarli con i suoi presagi nefasti e i suoi personaggi psicopatici.

Questo nuovo racconto è una scommessa e una promessa.

Ora, mio caro collaboratore Danio, non possiamo più tirarci indietro.

E poi dobbiamo pur inventarci un modo affinché i nostri amati lettori non ci abbandonino mai.

Con stima e affetto Laura.

 

 

 

 

 
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Il vecchio monastero:fine.

Post n°1043 pubblicato il 11 Agosto 2015 da lascrivana

 

La guardia aprì la porta con una grossa chiave. Un istante dopo mi ritrovai in cortile.

Dopo l'estradizione e il periodo d'isolamento, si trattava della mia prima ora d'aria, respirai a fondo. Gli occhi faticarono ad abituarsi. Dopo giorni e giorni di penombra, la seppur fioca luce del sole mi ferì le pupille costringendomi a portarmi una mano al viso. Faceva freddo, eravamo in pieno inverno e una leggera coltre di neve ricopriva ogni cosa.

Nulla era cambiato. Il muro scrostato, le panchine di marmo sudicie e ricoperte di scritte, le torrette marroni dei posti di guardia. Nulla.

Rispetto al solito, c'erano poche detenute intente a passeggiare. Sarà stata la temperatura, pensai mettendomi a camminare di buona lena. Se fossi rimasta ferma, avrei rischiato di congelare.

Iniziai a costeggiare il muro, osservando con la coda dell'occhio coloro che incrociavo. Non riconobbi nessuna dalla volta precedente, eppure erano trascorsi pochi anni, o una vita?

Con le dita tremanti, presi il pacchetto di sigarette e cercai d'accendermene una. Durante la permanenza in Spagna ero riuscita a smettere ma, una volta tornata in questo posto, avevo ricominciato più di prima.

Una, due, tre volte. La scatola di fiammiferi era umida, ne consumai una decina, e mi venne voglia di piangere.

-Tieni, ma non farti vedere, altrimenti me lo sequestrano-

La voce mi fece sobbalzare. Mi voltai di scatto.

Imbacuccata in un pesante cappotto rattoppato, una donna mi stava porgendo un vecchio e malconcio accendino, un residuato.

I battiti del cuore aumentarono a dismisura, avvertii chiaramente le lacrime bagnarmi il volto gelato.

-Paula!- esclamai tra gioia e raccapriccio. Istintivamente, feci un passo indietro.

-Ciao, ragazza. Non pensavo di ritrovarti ancora qua, cos'è successo?- disse cercando di sorridere.

Non sapevo come comportarmi. Il mio sguardo, me ne resi conto, era totalmente focalizzato sulla parte destra del suo volto. Che non c'era più.

Al suo posto, un ammasso di carne ricoperta da numerose cicatrici, uno scempio.

Essendoci ormai abituata, Paula spazzò via la neve da una panchina e si sedette.

-Miriam ha fatto un buon lavoro, ma ho la pelle dura, persino per l'acido- disse accendendosi a sua volta una sigaretta.

Mi ritrovai ad annuire, senza trovare le parole di conforto che avrei voluto dire, e lei sembrò capire.

-Acqua passata ormai, lascia perdere. Ma tu, piuttosto, come mai sei ancora all'inferno, dai, raccontami- proseguì togliendo la neve di fianco a se.

Come un automa, mi sedetti e la guardai ancora. Per mia fortuna, potevo vedere solo il lato sinistro del suo volto.

Sospirando, mi appoggiai alla sua spalla possente e piansi.

Piansi tutte le lacrime che non avevo versato sino a quel momento, da quel giorno maledetto.

Lei si limitò ad accarezzarmi i capelli, in silenzio.

Quando riuscii a riprendermi, mi porse un fazzoletto pulito.

Mi asciugai il viso e mi soffiai il naso.

-Tienilo pure, ne ho altri- disse con dolcezza.

 

Le raccontai tutto. Della mia nuova vita con Cesare, di Therese e Juanito, di come stavamo bene. Quando giunse il momento di parlare di Fernando e suo padre, m'irrigidii.

Lei intuì subito quel cambiamento.

-Non devi dirmi tutto adesso, abbiamo tutto il tempo-

Io non dissi nulla. Ringraziandola con gli occhi, mi alzai e mi diressi verso la porta.

Nei giorni che seguirono, io e Paula diventammo inseparabili. A sprazzi, ma sempre lucidamente, le raccontai ciò che accadde quel giorno.

Lei non m'interruppe mai e, cosa ancor più importante, non giudicò in nessun modo quello che avevo fatto. Solo quando ebbi terminato, sulla stessa panchina in cui ci eravamo ritrovate, parlò per la prima volta.

-Sei fortunata ad essere qua a raccontarlo. Avresti potuto essere sotto un metro di terra, invece sei sopravvissuta-

Io non risposi subito. Davvero, non riuscivo a capire se ciò che mi aveva appena detto non sarebbe stata la soluzione migliore.

Ma Paula aveva ragione. Ero di nuovo all'inferno, quello si, ma ero ancora viva, ed avevo un'amica.

Quella rimase la mia unica consolazione quando, svegliandomi nel cuore della notte, rivivevo ancora una volta il mio incubo.

Armando che si lanciava su Cesare, io che facevo lo stesso subito seguita da Fernando.

Il coltello, sporco del sangue dell'uomo che amavo, era finito a un certo punto nelle mie mani. Avevo quindi iniziato a colpire alla cieca, mossa da una furia che non avevo mai provato.

Quando il silenzio aveva avvolto la stanza, il pavimento era intriso di sangue. Io stessa ne ero ricoperta, mentre padre e figlio giacevano immobili, entrambi trafitti dal mio furore.

Inebetita, mi ero accasciata sul corpo di Cesare, il volto pallido attraversato da un orrendo squarcio alla gola.

E fu in quella posizione che, non ricordo quanto tempo dopo, mi avevano trovato i soccorritori.

 

Ero stata condannata all'ergastolo, ma ciò non mi aveva turbato più di tanto. La mia vita, fuori da queste mura, era terminata. Ne avevo iniziato una nuova, e non ne avevo paura.

Danio e Laura.

 
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Il vecchio monastero: quindicesima parte

Post n°1042 pubblicato il 08 Agosto 2015 da lascrivana

 

Inorridita, Rachele lanciò un urlo. I capelli di Juanito erano completamente ricoperti di sangue, così come la camicia.

-Rachele!- gridò a sua volta Cesare.

Ma, prima che potesse raggiungerla sulla porta, una sagoma si disegnò all'ingresso.

Spinta con inaudita violenza, Rachele ruzzolò all'indietro, andando quindi a sbattere la nuca contro la parete. La stanza iniziò a roteare, poi tutto divenne nero.

-Non muoverti, un solo passo e sei morto-

Armato di bastone, Fernando avanzò verso Cesare con fare minaccioso.

-Questo stronzo è duro a morire- disse scavalcando Juanito.

Cesare fremette di rabbia. Pur non capendo cosa stesse accadendo realmente, aveva immediatamente riconosciuto la voce.

-Cosa sta succedendo, cosa vuoi da noi!- esclamò puntando il bastone bianco in avanti.

Con assoluta facilità, Fernando lo afferrò e lo scaraventò lontano.

-Piacere di rivederti, fratello-

A quelle parole, Cesare si bloccò.

-Avrei dovuto farlo l'altro giorno...- proseguì Fernando -...ma allora non sapevo tutta la verità-

Sempre più infuriato, Cesare scosse la testa.

-Di quale verità stai parlando? E dov'è Rachele, cosa le hai fatto!-

Fernando rise divertito.

-Non preoccuparti, la tua donna si sveglierà con un bernoccolo e un bel mal di testa. Ma lascia che ti presenti chi mi ha aperto gli occhi. Vieni pure, papà-

Pur non vedendolo, Cesare ne avvertì la presenza.

Armando Tuarez avanzò verso di loro a passo lento. Oltrepassandoli, si diresse verso le scale e si fermò davanti al corpo esanime di padre Michele.

-Stupido prete, ti avevo avvertito di starne fuori-

Fernando afferrò il braccio di Cesare.

-Perché l'avete ucciso? Cosa vi aveva fatto?-

 

-Noi non abbiamo fatto nulla di simile!-

Rialzandosi, Rachele si appoggiò a una sedia.

-Probabilmente è scivolato, o ha inciampato. Stava andandosene dopo che...che...-

Fernando proruppe in una sonora risata.

-Dopo che vi aveva avvisato dell'arrivo di mio padre? Troppo tardi, purtroppo per voi. E si da il caso che l'incontrassi prima io, e che mi illuminasse sui vostri veri piani, ossia farmi fuori-

Il verso che uscì dalla bocca di Rachele echeggiò per tutta la stanza.

-Piani? Ucciderti? Ma che diavolo stai dicendo! Solo un paio di giorni fa, ci eravamo messi d'accordo per incontrarci. Te lo sei forse scordato?-

Armando si fece in avanti, lo sguardo fisso su Cesare.

-Tanto tempo fa, sei riuscito a rovinare il mio amore. Non ho mai dimenticato, e forse avrei fatto meglio a toglierti di mezzo piuttosto che renderti invalido. Ma non ti permetterò di fare lo stesso con la vita di mio figlio. Ci sono voluti anni d'isolamento e preghiera per capirlo, ma il momento è giunto-

Arretrando, Cesare cercò disperatamente di afferrare qualcosa ma, per sua sfortuna, inciampò in un tappeto rovinando al suolo.

Armando, in un secondo, gli fu sopra e sfoderò il coltellaccio.

Da dietro, Rachele lanciò un urlo e si buttò a sua volta, subito imitata da Fernando.

Danio e Laura

 
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Ik vecchio monastero: quattordicesima parte.

Post n°1041 pubblicato il 05 Agosto 2015 da lascrivana

 

Nel capanno, zeppo d'attrezzi e cianfrusaglie varie, l'aria era irrespirabile.

Ancora sconvolta per quell'aggressione improvvisa e violenta, Therese cercò disperatamente di liberarsi dai legacci che le stavano martoriando i polsi. Nel contempo, quasi si slogò la mascella tentando di rimuovere il fazzoletto che le impediva di respirare.

Il pensiero di Juanito, colpito a tradimento da quel pazzo le moltiplicò le forze, ma fu tutto inutile. Il maledetto aveva stretto bene le corde, e il bavaglio non si era spostato di un millimetro.

Ansante e stremata, chiuse gli occhi e iniziò a piangere sommessamente. Cos'aveva portato Fernando Tuarez a comportarsi in quel modo?

Con la mente in subbuglio tornò indietro nel tempo, a quando il mondo era sembrato disintegrarsi.

Appena tornati dal loro giro di compere, Juanito aveva parcheggiato davanti al garage, com'era solito fare. Da li, attraverso una porta che sbucava direttamente in cucina, avrebbero trasportato la spesa appena fatta.

Una volta scesa dall'abitacolo, Therese si era diretta verso la basculante con l'intenzione di sollevarla. Ricordò che, quasi per caso, aveva notato il cancello pedonale completamente aperto. Pur trovandolo strano, sul momento non ci aveva pensato più di tanto e, piegandosi, aveva afferrato la maniglia. Fu in quel istante che tutto era precipitato.

Di colpo, qualcuno l'aveva afferrata per i capelli sbattendola a terra con violenza. Le chiavi le erano sfuggite di mano e, nell'impatto, aveva picchiato la nuca sul terreno.

Per un attimo la vista le si era offuscata, ma non tanto da permetterle d'intravedere il proprio aggressore. Confusa e spaventata, si era ritrovata a fissare un volto anziano e sconosciuto. Nel contempo, un urlo di dolore proveniente dalla macchina l'aveva fatta trasalire. Disteso a fianco della portiera, Juanito giaceva immobile, il volto ricoperto di sangue. In piedi, al suo fianco, Fernando Tuarez reggeva tra le mani un pesante bastone di legno.

Inorridita da quella visione, Therese aveva tentato di rialzarsi. Ma l'uomo anziano non gliel'aveva permesso. Con la pianta del piede l'aveva ricacciata a terra, minacciandola poi con un lungo coltello.

Prima di svenire, aveva avuto il tempo di vedere il bastone abbassarsi un altro paio di volte sul corpo esanime del marito.

Danio e Laura

 
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Ossessione e passione

Post n°1040 pubblicato il 04 Agosto 2015 da lascrivana

La continua ricerca della perfezione

 

con il tempo può diventare una vera ossessione

 

A volte può essere estremamente pericoloso

 

 bramare ossessivamenteuna qualsiasi cosa

 

Il desiderio inappagato diventa deleterio

 

quando impedisce di non distinguere il falso dal vero

 

Il malato d’amore non corrisposto spesso non sente

 

la vocina razionale della mente

 

che  consiglia diandarci piano con le false congetture

 

altrimenti non farà altro che incrementare inutili  paure

 

In ogni caso è difficile descrivere l’ossesso

 

e la sua mania di prendere possesso

 

L’oggetto anelato diventa in quel momento

 

l’unica possibilità che può farlo contento

 

No … no va bene fissarsi su una cosa sola

 

e consumarsi mentre il tempo vola

 

C’è una certa similitudine tra ossessioni e passioni

 

entrambi danno la possibilità di provare forti sensazioni

 

E’ questo non è del tutto sbagliato

 

sentirsi follemente innamorato

 

Il vero artista trae sempre ispirazioni

 

da colui che è avvinto dalle sue ossessioni

 

L’importante è non lasciarsi coinvolgere totalmente

 

per non cadere nelle assurde malattie della mente.

Laura

 
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Il vecchio monastero: tredicesima parte.

Post n°1039 pubblicato il 30 Luglio 2015 da lascrivana

 

Pur terrorizzata, Rachele si precipitò fuori dalla stanza. Cercando inutilmente di fermarla, Cesare scese dal letto e la chiamò a gran voce. Non ricevendo risposta, afferrò il bastone e si diresse verso la porta.

Quando arrivò in cima alle scale, avvertì immediatamente il suo respiro accelerato.

-Cosa...cosa è successo, Rachele. Parla per l'amor del cielo!- esclamò allungando un braccio. Quando le dita sfiorarono le sue spalle, avvertì chiaramente un tremito convulso.

-Rachele...sono qua, non aver paura. Ti prego, chi ha urlato, cos'è successo-

Lei si voltò e gli gettò le braccia al collo. Cercando di ricacciare indietro i singhiozzi, indicò la sagoma raggomitolata in fondo alle scale.

-Padre...padre Michele...è...è la...sembra morto...non si muove-

Era talmente sconvolta da essersi scordata della menomazione di Cesare.

-La dove? Cristo, Rachele! Calmati e spiegati!-

Il tono, duro, sembrò scuoterla. Chiuse gli occhi e, dopo aver preso un gran respiro, si sciolse dall'abbraccio.

-Padre Michele. Si trova ai piedi delle scale in una posizione innaturale, e vedo del sangue attorno alla sua testa. Ho paura a scendere, ma devo farlo- disse tutto d'un fiato.

-No!- proruppe Cesare -Chiudiamoci in camera e chiamiamo la polizia, non abbiamo altra scelta-

Rachele avrebbe seguito volentieri quel consiglio. Ma, in quel modo, i fantasmi del passato sarebbero per forza di cose riemersi. Una possibilità che non aveva previsto e che la terrorizzava. A tal punto che, senza nemmeno rendersene conto, i suoi trascorsi in carcere ebbero la meglio.

-Non voglio la polizia tra i piedi- disse convinta. Ogni traccia di tremore era sparita. Della donna che, qualche anno addietro aveva visto la morte in faccia, non c'era più traccia.

-Potrebbe essere semplicemente caduto, e ciò che ci ha raccontato essere solo il frutto della sua fantasia-

Cesare fece per dire qualcosa, ma Rachele non gliene diede il tempo.

-Non chiedermene il motivo, non saprei dirtelo. Ma non credo che Armando Tuarez possa essere entrato e averlo ucciso. E il solo modo per scoprirlo è scendere a vedere-

Cesare restò in silenzio. Sapeva bene che, quando s'impuntava su una cosa, era ben difficile smuoverla.

-Prendi almeno la rivoltella, si trova nel mio cassetto- disse rassegnato.

Rachele non se lo fece dire due volte. Dopo alcuni istanti, tornò con l'arma ben stretta nella mano destra.

-Non mi servirà, ma è sempre meglio essere prudenti. Tu ritorna in camera, vedrai che si è trattato solo di un incidente-

Cesare si tolse gli occhiali. Nonostante fosse abituata a fissare il nulla che aveva al posto degli occhi, Rachele si sentì osservata nell'anima.

-Anche in questo caso dovremmo chiamare la polizia, non credi?- disse con estrema calma.

-Non credo sarà necessario, ma devi fidarti di me- detto questo, iniziò a scendere le scale, la rivoltella spianata davanti a se.

Ad ogni gradino, la chiazza di sangue sotto la nuca del prete sembrava farsi più grande. Quando giunse in fondo, cercò inutilmente di non guardare il volto bianco e spettrale. Gli occhi, spalancati e vitrei, sembravano fissarla accusatori.

Scavalcando il corpo, perlustrò il salone palmo a palmo, quindi si voltò verso le scale.

-Vado a dare un'occhiata in cucina, tu non muoverti, arrivo subito-

Tornò un paio di minuti più tardi.

-Niente, nessuno nemmeno di la. Ho guardato anche nella camera degli ospiti, nulla. Te l'avevo detto che si è trattato di un incidente- esclamò sollevata.

Parzialmente rassicurato, Cesare scese le scale lentamente.

-Dobbiamo in ogni modo chiamare la polizia- disse cupo -Non abbiamo alternative, e lo sappiamo entrambi-

Andandogli incontro, Rachele gli afferrò le mani e se le portò al viso.

-Non possiamo, non voglio Cesare. Io...io...-

Un tonfo sordo, proveniente dalla porta d'ingresso, li fece sussultare.

Con cautela, Rachele vi si avvicinò, la rivoltella nuovamente spianata.

Chiuse gli occhi e, dopo aver preso un gran respiro, la spalancò improvvisamente.

Il braccio di Juanito, lasciò una scia di sangue sul legno della porta. Alzando appena la testa, riuscì a formulare un'unica parola: Therese.

Quindi si accasciò immobile.

Danio e Laura.

 
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C@nt@storie e L@ur@ hanno il piacere di presentare il racconto: "Insegnami da essere figlia", un viaggio nel tempo che mostra i due lati diversi della medaglia: Mentre nel passato ci troviamo davanti a una donna in grado di gestire una famiglia sin da giovanissima, ma anche molto ingenua e infantile per quanto concerne i rapporti sessuali; nell'ambiente odierno ci troviamo invece a dover affrontare una ragazzina impertinente che già a dieci anni sa tutto sul sesso e a dodici ha già avuto il suo primo rapporto, ma che non capisce un accidenti di come si manda avanti una casa.

 

Colpevole o innocente?