Creato da lascrivana il 19/09/2010
poesie prose e testi di L@ur@

Un passo indietro per farne uno avanti.

Per chi volesse leggere la storia"Un passo indietro per farne uno avanti" sin dalle prime pagine;basta cliccare sui link.

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Un passo indietro per farne uno avanti.

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Nati nella famiglia sbagliata: La resa dei conti.

Post n°1007 pubblicato il 23 Maggio 2015 da lascrivana

 

Era già sera quando John, dopo aver tirato il freno a mano, parcheggiò l'automobile a fianco della fuoriserie di Lucio.

Durante tutto il tragitto, aveva pensato a quale fosse il miglior modo d'agire. Ma, nonostante lo spremere di meningi, l'unica soluzione gli apparve chiara e lampante.

Scese dall'abitacolo con estrema calma, assicurandosi solamente che la rivoltella, infilata nella cintura, fosse carica e con il colpo in canna.

 

L'ansia mi stava divorando l'anima. Nonostante mi sforzassi di cogliere anche il pur minimo rumore, al piano di sopra tutto sembrava tacere.

Il polso mi doleva. Le manette avevano tracciato solchi profondi, sanguinavo. I miei tentativi di liberarmi, frenetici all'inizio, erano diventati sempre più blandi, ero inesorabilmente bloccata.

Iniziai a pregare, dapprima sommessamente, poi sempre più forte.

Improvviso, il rumore di un motore ravvivò in me la speranza. Sentii chiaramente la portiera richiudersi, quindi i passi sulla ghiaia. Guardai in cima alle scale, nulla. Sembravo un serpente, la mia testa scattava da una parte all'altra come una molla. Vidi la maniglia abbassarsi, la porta aprirsi lentamente.

John!

Mi vide subito e, ancor prima che potessi anche solo dire qualcosa, mi fece segno di rimanere in silenzio.

Soffocando a stento un urlo liberatorio, lo vidi avanzare verso di me.

Chinandosi leggermente, mi diede un tenero bacio sulla guancia.

-Tieni duro amore...- sussurrò fissando il polso insanguinato.

Dalla tasca dei pantaloni, prese un fazzoletto e, con estrema cura, cercò di pulire almeno un poco la ferita.

-Vado a prendere le chiavi che le aprono-

Io spalancai gli occhi e tentai di dire qualcosa.

Scuotendo il capo, mi sorrise.

-Stai tranquilla e andrà tutto bene, è giunto il momento di porre fine a questa storia-

Rapidamente, il sorriso si trasformò in una maschera fredda e decisa. Non l'avevo mai visto così.

Incapace di replicare, lo vidi salire le scale lentamente. Ricominciai a pregare.

 

Lucio stava sognando.

Si trovava in un prato tappezzato di fiori e alberi da frutto. Era completamente nudo, ed era solo.

La brezza, leggera, gli scompigliava i radi capelli. Avvertì un leggero brivido sulla pelle, si voltò.

Da dietro un grande melo, un giovinetto fece capolino avanzando nella sua direzione.

Ma c'era qualcosa che stonava nella sua andatura.

Quando si rese conto di cosa si trattasse, Lucio iniziò a indietreggiare, entrambe le braccia protese in avanti.

-No...non è possibile...vattene!- balbettò terrorizzato.

Incurante di quelle suppliche, la creatura sembrò non averlo udito.

La testa di Carlo, troppo pesante per un corpo da bimbetto, ciondolava oscena da una parte e dall'altra. Stava piangendo.

Più si avvicinava, più il pianto si faceva assordante.

 

Destandosi di colpo, Lucio guardò alla sua sinistra.

Carmine junior, le manine aggrappate al bordo del lettino, lo stava fissando urlando a squarciagola.

Scordandosi immediatamente dell'incubo, si chinò verso di lui.

-Ti sei svegliato finalmente marmocchio!- disse con un ghigno.

-Bene bene, è ora di conoscerci meglio, non credi?-

Con un fragore impressionante, la porta si spalancò completamente.

-Non provare a toccarlo bastardo! Alza le mani, svelto!-

Ritto sulla soglia, la rivoltella tenuta con entrambe le mani, John fece un passo in avanti.

Sbalordito, Lucio smise di sorridere.

-Che cazzo vuoi fare picciriddo. Lo sai che se mi fai fuori sei un uomo morto vero?-

Avrebbe dovuto essere una minaccia, ma la determinazione sul volto di John la ridimensionò di molto.

-Getta a terra le chiavi delle manette- disse deciso.

Un luce, seppur fioca, apparve negli occhi del mafioso.

-Ok, ok. Sono nel cassetto del comodino, adesso le prendo-

Tutto si svolse in pochi secondi.

Fulmineo, aprì il cassetto. Lo sparo fu assordante nella piccola stanza.

Urlando di dolore, Lucio si portò la mano maciullata al petto mentre la rivoltella, che aveva già impugnato, schizzò lontano.

Gli occhi fuori dalle orbite, si lanciò a testa bassa contro John.

Il secondo colpo, lo prese proprio all'altezza dell'inguine, facendolo ruzzolare ai piedi del letto.

Inorridito, il mafioso fissò i propri genitali ridotti a brandelli mentre il sangue, a fiotti, ricoprì ben presto il pavimento.

Freddo come un automa, John ripose l'arma e si avvicinò al cassetto. Per lo meno, sulla chiave, non aveva mentito.

Dopo averla presa, afferrò Carmine junior che, stranamente, aveva smesso di piangere.

-Adesso andiamo dalla mamma ok?- disse teneramente.

Senza degnarlo di uno sguardo, passò accanto a Lucio che, in un ultimo debole tentativo, gli afferrò i pantaloni.

-Non pu...puoi lasciarmi qui...st...stronzo- disse a fatica.

Scrollandosi facilmente di dosso la mano insanguinata, John lo fissò neutro.

-Ho...ho rapito io Carlo. Se mi salvi, ti porto dove lo tengo nascosto- mentì.

Dunque era quello il motivo. Ecco perché era venuto a nascondersi in quel posto. Doveva far placare le acque.

Senza rispondere, John uscì per tornare qualche minuto più tardi, solo.

-Dov'è Carlo- chiese seccamente.

Lucio appariva sempre più sofferente e pallido.

-Prima mi devi cu...curare. Poi te lo dirò-

John gli piantò la canna della pistola sulle parti intime già orrendamente ferite.

-L'hai ammazzato vero?-

Ululando per il dolore, Lucio annuì frenetico.

-Si, si. Quel maledetto mi ha ferito! Mi avrebbe ucciso lui se non l'avessi fatto prima io!-

John spostò la canna alla tempia del moribondo.

Dopo qualche istante, la ritrasse e, dopo essersi rimesso in piedi, sparò un terzo colpo.

La rotula andò in frantumi e Lucio, dopo essersi irrigidito, svenne.

“Morirai dissanguato” sussurrò alla stanza silenziosa. Ora, il vero problema era dirlo ad Agnese.

 

Quando John tornò di sotto, lo fissai diritto negli occhi.

La domanda doveva essere ben stampata sul mio volto.

-No Agnese. Sarebbe stata una morte troppo gratificante per quel pervertito-

Nonostante la crudeltà di quelle parole, non mi sentii di condannarlo.

-Come sta il piccolo?-

Ignaro di ciò che era accaduto, Carmine junior si era nuovamente addormentato sul divano.

-Bene, non preoccuparti. Ma ora sarebbe meglio andarsene- dissi voltandomi per prendere il bambino in braccio.

-Agnese. Io...ecco...Carlo...-

Lentamente, mi girai a guardarlo. Le lacrime iniziarono a scendere copiose. Deposi di nuovo Carmine junior e corsi ad abbracciarlo.

-Non preoccuparti amore mio- mi sussurrò all'orecchio.

-Adesso ci sarò sempre io a proteggerti. Andiamo ora-

Danio e Laura

 

 
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Esorcizzare le negativitÓ

Post n°1006 pubblicato il 22 Maggio 2015 da lascrivana

Diverse sono le soluzioni per combattere la negatività

Amuleti e preghiere per sconfiggere la malignità

ci affidiamo al nostro credo o a un santone

ricorrendo persino ai rimedi dello stregone

E’ dura convincersi che la maldicenza

non è altro che pura fantasia della nostra coscienza

Essa ci porta a vivere male

tutto quello che è naturale

Siamo esseri umani e non c’è nessun privilegiato

che possa sfuggire a ciò che è destinato

Difficilmente si può cambiare la propria sorte

tutti noi siamo designati alla comune morte

Ciò che ci distingue in questo mondo insano

è il coraggio di guardare lontano

Di andare oltre la cattività

 rivolgendo lo sguardo verso la benignità

Sconfiggere l’insana paura che inevitabilmente ci coinvolge

alzando lo sguardo verso il sole che ogni mattina sorge

Poiché la natura continua a ricordarci

Che dopo una notte scura, la luce non dimentica d’inondarci.

Laura

 
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E dal mio silenzio.

Post n°1005 pubblicato il 21 Maggio 2015 da lascrivana

E dal mio silenzio.

Post n°376 pubblicato il 31 Marzo 2012 da lascrivana

 

E' dal mio silenzio

Coglierai le parole mai sussurrate

Le sfumature mai pennellate

l'emozioni mai simulate

Passioni e ardori

che hanno dato adito ai miei umori

Disegnerai impronte caste o profane

mani imploranti e grida disumane

Preghiere bisbigliate

da menti spudorate

Che l' incedere fugace avranno ostacolato

Lo sguardo divino posato sul capo

Non lascerà che il piede inciampi nel fossato

E se una mano mi spingerà sempre più a fondo

un altra mi solleverà trascinandomi in capo al mondo

Userai il bianco e il nero per dissolvere il pensiero

E nelle tonalità di grigio

attenderai bigio bigio

Il ritorno ridondante delle mie parole

Calde e radiose come i raggi del sole.

 Poesia L@ur@

Immagini Lady_juliette

 

 
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Nessuna fuga dall'anima.

Post n°1004 pubblicato il 20 Maggio 2015 da lascrivana
Foto di lascrivana

Non ho nessuna voglia stamane di lasciare questo luogo d'incontro con la mia anima.

Per tutta la notte ho chiacchierato con lei, tra un dormiveglia e una pagina di libro; insieme abbiamo fatto i conti con il mio malessere e messo a tacere le mie ribellioni. Sono stati sufficienti poche parole per  disintegrare  le mie paranoie. L'oppressione che finora mi aveva accompagnata, aveva lasciato il posto alla pacatezza e alla riflessione.  Ci siamo sdoppiate anima e corpo, per ricongiungerci dopo un approfondita analisi.

L'anima ha riscontrato che il corpo e la mente soffrivano per l'incapacità di gestire razionalmente le inadeguatezze del quotidiano; così ha pensato bene di distaccarsi per poter liberarsi dal giogo delle ostilità corporali. 

A volte, siamo così inospitali con la nostra anima, tanto da costringerla a fuggire dal nostro corpo; dimenticando che essa ha bisogno di nutrirsi con buoni sentimenti, e spirito di coraggio.

Il corpo e l'anima, sono succubi dei pensieri che affollano la nostra mente.

Se in pensieri navigano in cattività, lo spirito s'annichilisce e il corpo s'avvizzisce.

Ecco perché ora ho timore di abbandonare questo luogo dove l'anima, la mente e il pensiero, hanno trovato un accordo; paura che fuori i problemi possano ripresentarsi e rivendicare il territorio da cui sono stati schiacciati; anche perché rimane ancora qualche fastidioso strascico corporale; ma ahimè, alcuni malanni sono duri da sconfiggere con la forza del pensiero. Ma è già tanto aver risollevato lo spirito; almeno per ora.

Laura

 

 
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Nati nella famiglia sbagliata: a un passo dalla veritÓ

Post n°1003 pubblicato il 18 Maggio 2015 da lascrivana

 

-Ciao Agnese, sono tornato. Non vieni ad accogliere il tuo maritino?- sbraitò Lucio una volta entrato in casa.

I punti, ancora freschi, gli stavano dando un fastidio tremendo.

-Ti avviso che sono di pessimo umore, non ti conviene farmi arrabbiare!-

Lasciò trascorrere qualche secondo, scandito solo dalla pendola posta nell'angolo.

-So che sei di sopra. Ti do due minuti per scendere, dopo di che...-

 

Seduta sul letto, osservai Carmine junior dormire. Nonostante le urla di Lucio, non si era mosso di un millimetro.

Dirigendomi verso la porta, maledissi John per avermi messo in quella situazione. Una volta che ci fossimo rivisti, avrei dovuto parlargli chiaro, non poteva continuare in quel modo.

Non appena scesi le scale, mi accorsi immediatamente che qualcosa non quadrava. A parte il volto sofferente, notai subito le macchie sui pantaloni, la giacca sgualcita e le chiazze di sudore.

-Ciao Lucio, come mai questa bella sorpresa?- mentii senza pudore.

Sempre zoppicando, mi si avvicinò sorridendo.

-Non sei mai stata brava a mentire, ma farò finta di niente. Dov'è mio figlio?-

A quel punto, i miei propositi di mantenere la calma, si sciolsero come neve al sole.

-Tuo figlio cosa, maledetto! Che sei venuto a fare, vattene e lasciaci in pace!-

La mia reazione, evidentemente, dovette coglierlo di sorpresa. Ma durò giusto qualche secondo.

Afferrandomi per la gola, mi spinse con violenza contro la parete. Mi sentivo soffocare.

-Se speri che quel ommemmerda di John venga in tuo soccorso, hai sbagliato tutto puttanella!-

Lo schiaffò partì improvviso, facendomi voltare la testa dall'altra parte.

-Non hai ancora capito che gli servi solo per scopare? Il marmocchio è arrivato per sbaglio, si è dato del coglione quando l'ha saputo-

La sberla, in confronto a quelle parole, era stata solo una carezza.

-Non è vero!- urlai con tutto il fiato che avevo in gola.

-John e io ci amiamo, Carmine junior è tutto per lui!-

La sua risata, echeggiò per tutta la casa.

-Povera sciocca. Come si vede che non conosci gli uomini!-

Allontanandosi, si diresse verso il mobile bar.

Dopo essersi versato un'abbondante dose di whisky, tornò verso di me.

-Sono stanco e ho bisogno di riposare- proseguì con più calma.

-Ma non mi fido di te, per cui...-

Vuotando il bicchiere d'un fiato, mi afferrò per i polsi.

Un istante dopo, un paio di robuste manette mi tenevano legata a uno dei termosifoni vicino alla finestra.

-Ma che fai!- gridai disperata.

-Il bambino è di sopra. Sta dormendo e potrebbe svegliarsi da un momento all'altro!-

Senza degnarsi di rispondere, si avviò verso le scale. Solo quando fu in cima si voltò.

-Non preoccuparti, baderò io a lui-

Il ghigno con cui pronunciò quelle parole, mi procurò brividi per tutto il corpo. Iniziai a piangere.

Non appena entrò nella stanza, Lucio si avvicinò subito al lettino.

Carmine junior, disteso supino, stava dormendo beatamente. Reprimendo a stento un sorriso soddisfatto, si portò automaticamente una mano all'inguine. La fitta, forte e dolorosa, gli fece serrare la mascella.

-Ancora un po di pazienza piccolo, poi faremo finalmente conoscenza-

 

John non sapeva darsi pace. L'ennesima discussione con Agnese l'aveva prostrato, era decisamente stanco.

Odiava Lucio con tutto se stesso e, più d'una volta, era arrivato al punto di pensare di ammazzarlo.

Ma il terrore verso i Campisi era ancora forte, così come la voglia di eccellere in quel mondo fatto di becera violenza.

Ma ora c'era Carmine junior a cui pensare. Quel figlio tanto voluto e nemmeno riconosciuto come proprio.

Improvviso, il pensiero di Lucio solo col bambino lo fece trasalire.

Sarebbe tornato alla casa di campagna, costasse quello che costasse.

 

Fuori di se, Renzo Lucisano sbatté la porta. Sordo dinanzi alle preghiere della moglie, aveva deciso di recarsi dai Campisi. Erano trascorsi ormai due giorni dalla scomparsa di Carlo, e il sospetto che la famiglia mafiosa ne sapesse qualcosa, si faceva certezza ogni minuto che passava.

Avrebbe affrontato Carmine con decisione, fosse anche stata l'ultima azione della sua vita.

Una volta arrivato davanti alla villa, incrociò il fratello Michele che ne stava uscendo.

-Che fai qua?- disse quest'ultimo guardandolo sorpreso.

-Sono cose che non ti riguardano...- rispose piccato. Ma se ne pentì subito dopo, in fondo si trattava di suo nipote.

-Carlo è scomparso- disse seccamente.

-Ieri, a scuola, non è mai arrivato. E non ha mai passato la notte fuori casa senza avvisare. E adesso fammi passare-

Michele, molto più corpulento, gli bloccò la strada.

-E cosa ti fa pensare che Carmine Campisi ne sappia qualcosa?-

Renzo lo fissò astioso.

-Quando succede qualcosa di brutto, Carmine Campisi ne è sempre a conoscenza. E tu dovresti saperlo. E adesso scostati, ho già perso sin troppo tempo-

Michele si spostò di lato.

-Stai facendo una cazzata Renzo. Sei mio fratello e ti voglio bene. Ma se entri la dentro, non posso assicurarti protezione-

Esibendo un sorriso forzato, Renzo sputò per terra.

-Ma sei tu a non essere più mio fratello, credevo fosse risaputo ormai-

Detto ciò, varcò il cancello avviandosi lungo il vialetto.

Danio e Laura

 
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Nati nella famiglia sbagliata: l'arrivo di Lucio.

Post n°1002 pubblicato il 16 Maggio 2015 da lascrivana

 

Dopo aver richiuso il corpo nel baule, Lucio osservò la ferita. La pietra, aveva causato un taglio abbastanza profondo tra i testicoli. Tastandosi con cautela, non poté reprimere un gemito di sofferenza. Avrebbe avuto bisogno di punti di sutura, ma recarsi in ospedale poteva essere rischioso. Riallacciandosi i pantaloni, gli venne in mente che Mariuzzo, un vecchio amico d'infanzia nonché medico radiato dall'albo, abitava non molto lontano. Gli doveva alcuni favori, non si sarebbe certo rifiutato d'aiutare un Campisi, nessuno osava farlo in zona. Prima però, avrebbe dovuto far sparire il corpo. Frugando nella memoria, gli sovvenne che a circa una decina di chilometri, vi era uno stagno semi nascosto. A causa dell'odore pestilenziale che emanava, i pescatori se ne tenevano alla larga. Si, era il posto adatto. Avrebbe legato un masso ai piedi del cadavere. Sarebbe affondato in breve tempo, e nessuno l'avrebbe mai più ritrovato.

 

I primi due giorni della vacanza trascorsero abbastanza tranquilli. John, dopo le iniziali discussioni, sembrava essersi finalmente rilassato. Ma si sarebbe trattato di un fuoco di paglia.

All'alba del terzo giorno infatti, mi svegliò di soprassalto. Pallido da far paura, mi disse che si sarebbe dovuto assentare per qualche tempo.

-Che sta succedendo John, cosa significa tutto ciò?-

Gettando alcuni indumenti nella valigia, non mi rispose subito.

-John! Ti ho chiesto cosa succede, vuoi rispondermi per favore?-

Dopo aver serrato per bene le cinghie, si degnò finalmente di voltarsi.

-Lucio sta per arrivare. Non so cosa sia accaduto realmente, ma mi ha detto che devo sparire, si tratterà solo di qualche giorno-

Incredula, mi alzai dal letto fronteggiandolo.

-Ma che razza di uomo sei?- sibilai furibonda.

-Quel bastardo ti sta manovrando come una marionetta, e tu accetti tutto senza reagire. E' questo il prezzo da pagare per diventare potenti? Ti amo John, ma non ho più fiducia in te. Se esci da quella porta, farai bene a non tornare mai più-

Come se non avessi affatto parlato, afferrò la valigia e si diresse verso la porta.

-Non sei tu a decidere Agnese. Ma avremo modo di riparlarne con calma-

Detto questo, si richiuse la porta alle spalle, lasciandomi nella più completa disperazione.

Lucio. Il solo pensare alla sua presenza mi fece rabbrividire. Cosa l'aveva portato a quella decisione? Perché aveva costretto John ad andarsene?

Carmine junior iniziò nuovamente a piangere. Sembrava quasi che anch'egli, pur non comprendendo, avvertisse il pericolo.

L'idea di fuggire mi attraversò la mente come un fulmine. Ma sono sempre stata razionale e, dopo aver ben ponderato la cosa, la scartai. C'era il bimbo, non avevo patente ed ero completamente sola. Dove sarei potuta andare?

Arrivò nel tardo pomeriggio. Dalla finestra, lo vidi scendere dall'automobile e, dopo essersi dato un'occhiata attorno, avvicinarsi alla casa.

C'era qualcosa che non andava nella sua andatura. Oltre a zoppicare in maniera vistosa, la sua mano continuava a tastarsi l'inguine, accompagnando il gesto con una smorfia di dolore.

Non si trattava di un buon segnale. Istintivamente, afferrai Carmine junior e mi chiusi in camera.

 

Esausto, Lucio s'incamminò verso l'ingresso. John, sul momento, aveva tentato una seppur debole protesta a seguito della sua telefonata. Ma era ancora tenero il ragazzo. Erano bastate due parole ben piazzate ed aveva ceduto immediatamente.

Dopo essersi sbarazzato del corpo di Carlo, aveva fatto visita a Mariuzzo che, seppur contrariato, gli aveva applicato i punti di sutura di cui necessitava.

“Non ti chiedo come ti sei procurato questa ferita, ma di sicuro riguarda uno dei tuoi giochetti vero?" aveva detto sarcastico dopo aver tagliato il filo.

Per tutta risposta, Lucio gli aveva piazzato la rivoltella in una narice. La voglia di farlo fuori era tanta, ma quello stronzo sarebbe potuto tornargli utile anche in futuro.

“Senti figlio di puttana...” aveva detto digrignando i denti.

“Una sola parola e ti faccio saltare il cervello, ci siamo intesi?”

 

Un movimento dietro la finestra gli fece alzare lo sguardo. Agnese era sola la dentro. Lei e quel marmocchio che aveva partorito. Pur sentendo il bisogno di riposarsi, il pensiero del piccolo Carmine lo attizzò come non mai.

Avrebbe dovuto solo avere pazienza, e sopratutto fare le cose per bene. John non avrebbe mosso un dito per Carlo, ma per suo figlio si. E Lucio non voleva rischiare.

Danio e Laura.

 
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Nati nella famiglia sbagliata: piccolo eroe

Post n°1001 pubblicato il 15 Maggio 2015 da lascrivana

 

La felicità di trascorrere una vacanza con il bimbo, e con l'uomo che amavo, era però offuscata da quella forzata prigionia, oltre che da sensazioni decisamente negative.

Dal canto suo, John appariva più cupo e pensieroso del solito. Alle mie domande, rispondeva quasi sempre a monosillabi e, in alcuni casi, in maniera sgarbata.

Ed era in quei momenti che, nonostante l'amassi alla follia, lo detestavo per il fatto di farsi sottomettere così da Lucio.

-Non chiedermi nulla Agnese. Ci sono cose che non capiresti e che non potrei spiegarti. Godiamoci questi giorni, tutto il resto non conta- questo, era stato il discorso più lungo che le aveva fatto.

Era iniziata in questo modo la nostra piccola vacanza. Con l'ansia nel cuore e il timore che potesse accadere qualcosa di terribile.

 

Lo sguardo fisso sulla strada, Lucio guidava con prudenza. Al suo fianco, Carlo guardava fuori dal finestrino. Non aveva mai marinato la scuola, ma l'idea di rivedere Agnese e conoscere finalmente suo nipote, aveva avuto la meglio.

-Sono un maestro a falsificare le firme...- aveva riso Lucio.

-Ti farò io la giustificazione, i tuoi genitori non verranno mai a saperlo-

Il ragazzino si era tranquillizzato ma, dopo qualche minuto, si voltò a fissarlo.

-Non mi sembra la strada che porta a casa tua, dove stiamo andando? chiese timidamente.

Senza distogliere gli occhi dalla guida, Lucio rispose prontamente.

-Tua sorella e il bambino, si trovano nella nostra residenza appena fuori città, manca ancora poco-

Carlo rimase perplesso. Nonostante fosse a conoscenza della ricchezza dei Campisi, non aveva mai sentito parlare di un'altra residenza.

-Senti Lucio. Forse è meglio che mi riporti a scuola, sono ancora in tempo per arrivare in orario-

Rallentando vistosamente, il mafioso lo guardò minaccioso.

-Prima accetti e poi ti tiri indietro, che razza di ommemmerda sei picciriddu? La parola, è sacra per un uomo d'onore!- disse rabbioso. Spaventato da quella reazione, Carlo non replicò.

-Ti ho appena detto che siamo quasi arrivati, quindi statte zitto ok?-

Tornando a fissare la strada, il ragazzo annuì. Cinque minuti più tardi, lasciarono la strada principale per inoltrarsi in una sorta di carrareccia stretta e polverosa.

Sempre più preoccupato, Carlo sbirciò Lucio con la coda dell'occhio. Il mafioso appariva teso e nervoso. Mentre una mano teneva il volante, l'altra era scesa all'altezza dell'inguine.

-Co...cosa stai facendo...- balbettò appena.

Invece di rispondere, Lucio pigiò bruscamente sul freno.

Non avendo la cintura allacciata, Carlo fu catapultato in avanti con violenza. L'impatto della testa col vetro lo stordì, facendogli mordere la lingua. Il sapore del sangue lo terrorizzò oltremodo. Afferrando la maniglia della portiera, riuscì ad aprirla e a lanciarsi all'esterno. Cadde, si rialzò, fece alcuni metri e cadde di nuovo.

-Ah ah ah...picciriddu, dove credi di andare?-

Alle sue spalle, Lucio lo stava osservando divertito, le mani sui fianchi.

-Tu non puoi nemmeno immaginare da quanto tempo sogno questo momento, stronzetto- proseguì.

Nel contempo, le mani stavano armeggiando con la cerniera dei pantaloni.

-Puoi urlare quanto vuoi, non ti sentirà nessuno anzi, mi eccita ancor di più se lo farai-

Ma nessun suono uscì dalle labbra di Carlo. Shoccato e dolorante, osservò l'uomo liberarsi di pantaloni e slip, rimanendo completamente nudo.

-Adesso picciriddo, comincerai a farmi un lavoretto e attento, se solo tenti qualcosa di sbagliato, te ne pentirai amaramente-

Nel giovane scattò qualcosa. Il pensiero di ciò che stava per accadere gli ottenebrò la vista. D'improvviso, rabbia e furore s'impossessarono di lui, irrigidì i muscoli.

Lucio, sempre più eccitato, si era avvicinato e gli aveva afferrato i capelli.

-Avanti picciriddu, fai quello che devi fare e fallo bene- ghignò.

Costretto a mettersi in ginocchio, Carlo appoggiò gli avambracci sul terreno sassoso. La pietra, grossa e acuminata, sembrava attenderlo. Caricando il colpo, la indirizzò con forza verso i testicoli di Lucio.

Urlando di dolore, il mafioso mollò la presa mentre Carlo, velocissimo, corse verso l'automobile. Se solo ci fosse potuto arrivare, avrebbe potuto tentare la fuga. Anche se ancora senza patente, suo padre gli aveva insegnato a farlo.

Ansante per la tensione e lo sforzo, mise la mano sulla portiera e la spalancò.

Lo sparo, lo colse mentre la stava richiudendo. Osservandosi il petto, vide una macchia rossastra allargarsi a vista d'occhio. Non sentiva dolore, bruciore più che altro.

-Idiota!-

Lucio, una mano sui testicoli sanguinanti, gli si avvicinò. Sul volto, la smorfia di dolore e odio gli aveva deformato i lineamenti.

-Ti avevo avvisato ommemmerda! Nessuno può far questo a Lucio Campisi!-

Appoggiandogli la canna alla tempia, esplose il secondo colpo.

Danio e Laura

 
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Nati nella famiglia sbagliata: Il premio anelato

Post n°1000 pubblicato il 14 Maggio 2015 da lascrivana

 

L’arrivo dell’erede, si rivelò per Lucio molto più proficuo di quanto potesse immaginare.

Suo padre, pazzo di gioia per averlo reso nonno, e di un maschio per giunta, gli affidò la responsabilità di dirigere a pieno titolo gran parte dei suoi loschi affari.

Al giovane malavitoso, non parve vero di avere in mano il potere da sempre ambito. Avido e senza scrupoli, già pregustava la possibilità di avere sempre più carne fresca per soddisfare i propri istinti animaleschi e perversi. Ma, prima d’iniziare qualsiasi altra cosa, doveva prendersi ciò che anelava da tempo: Carlo Lucisano.

 

-Papà, prima di buttarmi a capofitto negli affari, vorrei trascorrere qualche settimana fuori città in compagnia di mia moglie e mio figlio-

Don Carmine, posandogli un braccio sulle spalle, sorrise compiaciuto.

-Ma certo figghiu mio. Hai tutto il diritto di concederti una vacanza. Così, al tuo ritorno, ne approfitterò anch'io. Da tempo immemore ormai, tua madre mi chiede di fare un viaggio per l'Italia. Con te a capo della famiglia, non avrò problemi ad accontentarla-

Dopo essersi congedato, Lucio si recò subito da Agnese, ansioso di comunicarle la bella notizia. Dopo aver socchiuso la porta della cameretta, la sorprese intenta a cambiargli i pannolini. La vista del corpicino nudo di Carmine Campisi Junior, pur turbandolo, gli provocò un fremito.

Agnese, attenta com’era a coccolare e pulire la creatura, non si accorse subito della sua presenza. Cercando di calmare i propri impulsi, Lucio richiuse la porta e rimase in attesa. Dopo qualche istante, bussò nuovamente. 

-Che vuoi Lucio?-

Gli domandò Agnese astiosa.

-Ho una bella notizia per te Agnese. Poiché tu e John, mi avete fatto un bel favore rendendomi padre, ho deciso di premiarvi. Passerete qualche settimana insieme al bambino nella villa che ben conoscete. Vi raccomando però, di fare molta attenzione e di non muovervi da lì, sino a che non ve lo dirò io. Ho detto a mio padre che, prima di dedicarmi totalmente agli affari, voglio passare una settimana con la mia famiglia-

Lucio si lisciò il mento, compiaciuto della propria idea. Una volta che se li fosse tolti dai piedi, avrebbe potuto avvicinare Carlo senza nessuna complicazione.

La mattina successiva alla loro partenza Lucio si alzò di buon’ora. L'intenzione, era quella di farsi trovare davanti alla scuola, aveva pianificato tutto.

Carlo Lucisano, come era solito fare, stava percorrendo il marciapiede. Un istante più tardi, una grossa automobile rallentò sino a fermarsi al suo fianco.

-Ciao Carlo! Salta su che ti do uno strappo fino a scuola-

Sbirciando all'interno dell'abitacolo, il giovane fece un passo indietro. 

-Mio padre mi ha proibito di rivolgerti la parola, Lucio-

Lucio, sornione, non smise di sorridere.

-Ma ora tuo padre non c'è Carlo. Lo sai che sei diventato zio? Non ti piacerebbe conoscere il nipotino?-

A quella notizia, gli occhi di Carlo si riempirono di una luce gioiosa. Bastò questo per spronare Lucio a incalzarlo.

-Forza. Sali in macchina che ti porto a vederlo! Agnese sarà felicissima. Non ti piacerebbe darle questa soddisfazione? Tua sorella è triste Carlo. Soffre molto del fatto che, nessuno della sua famiglia, sia venuto a congratularsi con lei-

Aveva toccato i tasti giusti. Il povero Carlo, ignaro della sorte che gli sarebbe aspettata, decise di accettare l’invito.

-Però, promettimi che nessuno lo verrà a sapere, va bene?-

Lucio acconsentì sorridendo compiaciuto. No, nessuno lo avrebbe mai saputo.

Laura e Danio

 
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Nati in una famiglia sbagliata: La nascita.

Post n°999 pubblicato il 12 Maggio 2015 da lascrivana

 

La mia permanenza a villa Campisi, grazie a mia suocera, si rivelò una vera e propria vacanza. Lontana dal caos cittadino e dagli affari loschi del clan, mi crogiolavo in un vero e proprio paradiso. Vivere nel lusso e nell’agiatezza era un’esperienza nuova per me, e anche molto gratificante.

Tutto questo però, non riusciva a togliermi quel senso di apatia e tristezza che, ogni qual volta pensavo alla mia famiglia, mi assaliva.

Nonostante la gravidanza, e gli sforzi di Lucio per riappacificarci, mio padre non aveva mollato di un centimetro nella propria e personale lotta contro le vessazioni mafiose.

Sovente, mi capitava di captare qualche conversazione privata tra Lucio e Carmine. E i loro ragionamenti, piuttosto che rassicurarmi, non facevano altro che aumentare la mia ansia.

-Non ti preoccupare figghio mio. Una volta nato il picciriddo, faremo in modo di sistemare le cose, in un modo o nell'altro-

Ed era l'altro modo che m'incuteva terrore.

Saltuariamente, e per non destare sospetti, l'autista di Lucio veniva in villa a prendermi.

-Un uomo, ha sempre bisogno della propria donna accanto...- era solito ripetere don Carmine.

Con quella scusa, avevo l'opportunità di vedermi con John nella vecchia villa fuori città.

 

 

L’arrivo dell’erede Campisi, era atteso dal nonno paterno con gioia e trepidazione. Nonostante non si conoscesse ancora il sesso, Carmine aveva già predetto che sarebbe stato un maschio.

Personalmente, l’unica cosa che m’importava era che Lucio stesse il più lontano possibile da me e dalla mia famiglia.

L'idea che covasse ancora delle mire su mio fratello, non si erano del tutto placate, tutt'altro.

Quando potevo, scortata dai soliti gorilla e con la complicità di mia suocera Maria, andavo a spiare Carlo all’uscita di scuola. Sino a quel momento però, non avevo notato nulla di strano. Qualche volta ero riuscita persino ad avvicinarlo e a domandargli di mamma e papà. Inizialmente, Carlo sembrava parecchio risentito e restio a rivolgermi la parola. Poi, guardando il mio pancione, si raddolciva e sorrideva.

-Diventerò zio Agnese? Non vedo l’ora che nasca sai? Anche se non potremo stare insieme spesso, purtroppo-

Le sue parole, avevano il potere di ributtarmi di nuovo nell’angoscia. No, non avrei mai permesso che mio fratello varcasse la soglia della villa dei Campisi. Sarebbe stato come spingerlo direttamente nelle fauci del lupo.

 

Il tempo della gravidanza stava ormai volgendo al termine, tutto era pronto per la sua accoglienza. Don Carmine, completamente pazzo di gioia, aveva fatto arredare la cameretta vicino alla mia stanza e l’aveva riempita di balocchi. Mia suocera, con il suo buon gusto, aveva pensato al corredo. Mio figlio sarebbe stato un bambino fortunato. Era atteso come un messia, per un sacco di buone ragioni da parte di tutti.

Dal mio canto, nei momenti di sconforto, avrei voluto tenerlo nel pancione il più a lungo possibile. L’idea di farlo nascere in un simile ambiente mi terrorizzava. Lo avrebbero fatto diventare un gangster come loro, ne più ne meno. L'unica cosa che potevo fare, e che mi ripromisi con tutta me stessa, era solo di fare il possibile per tenerlo lontano da quella vita.

Più volte avevo sognato di scappare, ma l’idea che la mia famiglia sarebbe rimasta sola e in balia delle grinfie dei Campisi, mi smontava subito.

 

E così arrivò anche il giorno della nascita di Carmine Campisi junior. Sarebbe inutile sottolineare l’orgoglio di mio suocero. Era così contento da riempire di fiori la mia camera privata, nella miglior clinica di New Orleans. Per non parlare dei preziosi doni con cui ci riempì. Anche Jhonn venne a trovarmi. Era emozionato ed eccitato come un bambino. Quando prese suo figlio in braccio per la prima volta, non poté fare a meno di trattenere due lacrime di commozione, di gioia e tristezza. La consapevolezza di non poterlo crescere l'avrebbe angustiato per sempre eppure, io non riuscivo a odiarlo per questo.

-Ti prometto che veglierò su di te piccolo mio, a costo della mia stessa vita-.

Dopo avergli sussurrato queste dolci parole, lo depose nuovamente tra le mie braccia e ci avvolse in un abbraccio.

-Voi siete la mia ragione di vita Agnese. Non permetterò ad anima viva di farvi del male, te lo giuro sul mio onore-.

Una promessa che suggellò deponendomi un lungo bacio sulla bocca.

Laura e Danio

 
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Nati nella famiglia sbagliata: il lusso che conquista

Post n°998 pubblicato il 09 Maggio 2015 da lascrivana

 

Lucio mi strattonò sino al taxi in malo modo. Una volta in macchina mi puntò il dito contro con fare minaccioso.

-Ringrazia il cielo che ora dobbiamo presentarci dai miei genitori, altrimenti ti avrei gonfiato quel bel faccino di schiaffi!-

Ricambiai il suo sguardo, non preoccupandomi affatto di nascondere il disprezzo che provavo per lui. Dalla mia bocca, non uscì una sola parola.

L’averlo fronteggiato così coraggiosamente, sembrava averlo disorientato. Forse, si era aspettato che tremassi dalla paura, che chiedessi umilmente scusa. Povero stupido, non aveva ancora capito nulla di me!

Da parte mia, dovevo solo pazientare. Prima o poi, il momento di ripagarlo sarebbe arrivato, e l'avrei fatto senza pietà.

Arrivammo nei quartieri ricchi di New Orleans molto in fretta.

La proprietà dei Campisi, situata nella prima periferia, sembrava infinita. Per arrivare alla villa attraversammo un parco immenso, completamente ricoperto di alberi e fiori di ogni forgia e colore.

Poco distante dalla tenuta, il Mississipi scorreva placido e silenzioso. Sembrava proprio un piccolo paradiso.

La villa poi, fu un'autentica sorpresa. Un gioiello incastonato nel bel mezzo della natura.

In altre circostanze, avrei sicuramente pensato che la vita fosse stata oltremodo magnanima con me. Invece ero angosciata, tutto quel lusso avrebbe rappresentato l'antitesi dell'inferno.

Una volta scesi dall’automobile, due eleganti camerieri in livrea bianca ci vennero incontro solleciti.

Salutandoci con deferenza, ci scortarono sino all'ingresso principale, un grande portone in legno massiccio.

Nonostante le apparenze, non mi ero di certo lasciata ingannare. Pur mascherati sotto candide divise, non mi era sfuggita la corporatura massiccia e il rigonfiamento sotto le ascelle. Due guardie del corpo col sorriso stampato sul volto.

Ci accolse un maggiordomo in completo gessato scuro, come la sua espressione d'altronde.

-Bentornato signore, vi accompagno subito nel salone- disse solenne.

-Non preoccuparti Eugenio, conosco benissimo la strada- rispose Lucio ancora incupito.

Afferrandomi per il braccio, mi trascinò quasi attraverso l'atrio, una sequela di marmi e carta da parati a righine color oro da stordire il visitatore.

Arrivati dinanzi a una porta elegantemente intarsiata, Lucio si fermò fissandomi intensamente.

-Ora conoscerai i miei genitori. Stai molto attenta a ciò che dirai e tutto andrà per il meglio. In caso contrario...-

Non terminò la frase, il sottinteso era più che evidente.

Io non dissi nulla, limitandomi a fissarlo a mia volta.

Nonostante la mia ritrosia, una volta entrati rimasi nuovamente stupita. Il salone, enorme, era arredato con oggetti squisiti e di sicuro valore.

Le pareti, sui toni dell'azzurro, non facevano altro che risaltare l'ampia vetrata posta proprio al centro.

Il fiume, al di la di essa, rifletteva i raggi del sole donando alla stanza un colore particolare.

 

I genitori di Lucio, l'uno accanto all'altra, ci accolsero con un sorriso raggiante.

Don Carmine, in particolare, sembrava davvero compiaciuto della scelta del figlio.

-Bene...- esclamò con voce roca.

-Non pensavo che Renzo Lucisano tenesse una figlia così carina-

La moglie, senza smettere di sorridere, annuì con la testa.

Dentro di me, quelle parole risultarono false e ipocrite.

Con quel matrimonio, Carmine Campisi pensava di poter placare i fuochi di mio padre. Il tutto, per non inimicarsi mio zio Michele, uomo fidato e devoto.

Dopo le presentazioni, Eugenio ci accompagnò nella parte est della casa, dove si trovava la nostra camera matrimoniale.

Il pensiero di essere costretta a dividere le stesse cose con lui, m’inorridiva. Non l'avrei permesso, anche a costo di fuggire da quella reggia. Ma non fu necessario.

Lucio stesso, una volta davanti alla camera, si scostò per lasciarmi entrare.

-Non preoccuparti...- disse con un sorriso di scherno

-Mi sono inventato che, come tutte le donne in stato interessante, soffri di nausee continue e dormi poco. Rischiando così di non far dormire pure me!-

Tirai un sospiro di sollievo.

-Così ho detto ai miei genitori che dormirò nella mia vecchia stanza, soddisfatta?-

Non mi degnai nemmeno di rispondere. Voltandogli le spalle, entrai nella camera con l'intenzione di riposarmi.

Ma non trascorse molto tempo. Dopo circa un'ora infatti, Lucio si presentò nuovamente.

-Mi devo assentare per qualche giorno, affari...- disse andando subito al sodo.

-Ti raccomando, fai la brava con i miei genitori mentre sarò via, altrimenti…-

La sua assenza, non poté farmi che bene.

Le mie giornate trascorrevano lente e tranquille. Alternavo lunghe passeggiate nel parco, alle sortite in città con mia suocera.

Maria era una donna fine ed elegante, oltre che molto bella. Come avesse potuto sposare quel rozzo di Carmine, restava un mistero per me, almeno all'inizio. Poi, visitando i numerosi negozi, la spiegazione venne da se. Maria adorava il lusso. Amava circondarsi di cose belle e preziose, che solo i soldi potevano dare.

Sempre scortate dai gorilla di Campisi, in breve tempo il mio guardaroba si riempì di abiti costosi e firmati.

Dal parrucchiere poi, elaborava complicate pettinature e i migliori trucchi per me. Ero la sua bambola, il suo giocattolo o, forse, la figlia che non aveva mai avuto.

Poi, dopo qualche giorno, la cadillac nera di Lucio si fermò davanti all'ingresso. Ebbi un tuffo al cuore quando la vidi dalla finestra.

Inaspettatamente però, ne scese solo l'autista, un tipaccio poco raccomandabile.

Presentandosi davanti a don Carmine, gli riferì che Lucio, trattenuto oltre il previsto, sentiva nostalgia di me. Avrebbe dovuto portarmi da lui.

L'idea di rivederlo non mi garbava per nulla, e lo feci chiaramente capire ai Campisi.

Alzando un braccio però, don Carmine interruppe le mie pur timide proteste.

-E' tuo marito Agnese, devi obbedire. Quindi, prepara le tue cose e vai-

Anche se pronunciò la frase con voce pacata, si trattò di un vero e proprio ordine.

Una volta in macchina, cercai di carpire qualche informazione all'autista. Ma l'uomo, ignorando il fatto che mi desse fastidio, continuò a fumare il suo dannato sigaro puzzolente senza fornirmi risposte.

Dopo circa un paio d'ore, arrivammo a una villa isolata nel bel mezzo della campagna. Il posto, seppur idilliaco, aveva qualcosa di tetro. Brividi mi percorsero tutto il corpo mentre, lentamente, l'automobile si fermava davanti all'ingresso.

-Qualcuno la sta aspettando donna Agnese. Vada pure, alla valigia penso io, non si preoccupi- disse finalmente.

La porta d'ingresso era socchiusa, notai.

Spingendola con cautela, mi ritrovai in un atrio non dissimile da quello di villa Campisi.

-Ciao amore...-

Sobbalzai spaventata.

John, comodamente seduto su un divano dall'aspetto prezioso, si alzò e mi venne incontro, le braccia spalancate.

Non ebbi il tempo di dire alcunché.

Serrandomi le spalle con le braccia robuste, mi spinse contro la parete ricoprendomi di baci.

-Quanto mi sei mancata Agnese, non avrei resistito nemmeno un minuto di più lontano da te!-

Si allontanò un poco per rimirarmi.

-Quando ti ho visto scendere dalla macchina, ho faticato a riconoscerti. Così elegante, e con questo bellissimo taglio di capelli, non riuscivo a credere che questa bella donna fosse solo mia. Nonostante la crudeltà del mio baratto, non sono per nulla pentito. Lo rifarei mille volte-.

Bastò questa frase a rigettarmi nel baratro.

-Io penso che tu lo abbia già rifatto- dissi titubante

-Perdonami amore, ho dovuto. E l'ho fatto sopratutto per tuo fratello, sai quanto lo brami Lucio-

Spingendolo in malo modo di lato, mi allontanai da lui come una furia.

-Quanti altri innocenti dovranno ancora pagare per il nostro riscatto?-

Mi resi conto di aver alzato troppo il tono della voce. La felicità di rivederlo, non doveva intromettersi nei miei piani di vendetta.

 

Cercai di calmarmi, spostando la mia attenzione su altro.

-E come hai convinto Lucio a mandarmi a prendere?-

Avvicinandosi nuovamente, mi afferrò per la nuca. Stavolta non mi ritrassi.

-Gli ho detto che magari, il nostro tentativo di avere un figlio poteva essere fallito. E che dovevo riprovarci se non voleva mandare tutto a monte-

Le sue mani, nel frattempo, avevano iniziato a scendere. Con dolcezza, mi spinse sul divano e cominciò a baciarmi sul collo, sui seni. Un fremito mi avvolse. Avvertivo la sua voglia, dura come un macigno, premere contro il mio ventre.

Le mie mani si mossero da sole. Liberandolo dalla prigione, afferrai il suo membro e l'aiutai a cercare la strada.

Quando mi penetrò, chiusi gli occhi e mugolai di piacere. Ero di nuovo la donna più felice del mondo.

Danio e Laura

 

 
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C@nt@storie e L@ur@ hanno il piacere di presentare il racconto: "Insegnami da essere figlia", un viaggio nel tempo che mostra i due lati diversi della medaglia: Mentre nel passato ci troviamo davanti a una donna in grado di gestire una famiglia sin da giovanissima, ma anche molto ingenua e infantile per quanto concerne i rapporti sessuali; nell'ambiente odierno ci troviamo invece a dover affrontare una ragazzina impertinente che già a dieci anni sa tutto sul sesso e a dodici ha già avuto il suo primo rapporto, ma che non capisce un accidenti di come si manda avanti una casa.

 

Colpevole o innocente?