Creato da lascrivana il 19/09/2010
poesie prose e testi di L@ur@

Un passo indietro per farne uno avanti.

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Un passo indietro per farne uno avanti.

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New Orleans: Carlo Lucisano

Post n°992 pubblicato il 27 Aprile 2015 da lascrivana

-Agnese, cosa sta succedendo. Chi è questo signore?-Ci voltammo entrambi.Ritto sulla soglia, mio fratello mi osservò imbronciato. Molto più alto rispetto ai suoi coetanei, aveva spalle larghe e braccia muscolose. Dimostrava molto più dei suoi tredici anni. Il capo leggermente inclinato da un lato, alternò lo sguardo tra me e Lucio.Rimasi senza fiato. Solitamente, era sempre stato piuttosto restio a scendere dal piano di sopra, ma non questa volta.-Tornatene nella tua camera Carlo, non sono cose che ti riguardano- dissi tutto d'un fiato.-Ma che stai dicendo Agnese...- intervenne prontamente Lucio.-Ciao Carlo, io sono Lucio, piacere di conoscerti-Avrei voluto intervenire, ma ero come paralizzata dal terrore. Non mi era sfuggito lo sguardo che Lucio aveva dato a mio fratello. Un'occhiata veloce ma lasciva, da pervertito quale era.-Sono il fidanzato di Agnese, possibile che non te ne abbia parlato?-Afferrandogli la mano, la strinse trattenendola un po troppo a lungo. Mi sentii svenire.-Ma cosa stai dicendo! Io...io non ho mai...mai...- dissi in tono isterico.Voltandosi nella mia direzione, mi lanciò uno sguardo di fuoco.-Pensavo che tuo fratello ne fosse a conoscenza, cara. Spero che, almeno coi tuoi genitori, abbia accennato al matrimonio. Sai quanto desideri diventare tuo marito-Carlo, completamente sbalordito da quella rivelazione, rimase a bocca aperta.-Lo so, è capitato tutto all'improvviso. Ma vedi Carlo, mi sono innamorato subito di tua sorella, una ragazza davvero fantastica- disse mettendogli un braccio attorno alle spalle.Non resistetti oltre.Frapponendomi tra di loro, mi rivolsi a mio fratello.-Torna di sopra Carlo. Devo parlare a quattrocchi con Lucio!- dissi decisa.Carlo esitò ma, dopo un istante, voltò le spalle e lasciò la stanza.-Sei un lurido bastardo!- esclamai dopo che la porta si fu richiusa.-Pensi che non abbia notato come lo guardavi? Sei solo un porco, malato e...-Lo schiaffò arrivò improvviso, facendomi girare il volto dall'altra parte.-Senti stronzetta. Non ho nessuna intenzione di discutere con te. Ho fatto un patto col tuo John, e intendo rispettarlo. Fai la buona moglie e tutto andrà bene. In caso contrario...-Non terminò la frase, ma il suo sguardo diceva tutto.-Vattene adesso...- riuscii a dire con un filo di voce, la guancia in fiamme.-Si, me ne vado...- rispose con un sorriso.-Ma tornerò stasera, quando sarò certo di trovare i tuoi genitori. E vedi di mettere le cose a posto, ne va della tua salute e di quella di tuo fratello, sono stato chiaro?-Rimasta sola, mi lasciai cadere sul divano. Scossa dai singhiozzi, maledissi mentalmente mio padre, e anche John.Come avevano potuto?Stavano distruggendo la mia vita, costringendomi a fare scelte che non volevo. Avrei voluto morire.Ma non sarebbe stato giusto, dovevo reagire.Asciugandomi le lacrime, mi alzai e andai in camera mia.Lo specchio, impietoso, mi restituì un'immagine sbiadita di me stessa.-Ve la farò pagare, maledetti. Lo giuro su ciò che ho di più caro al mondo!-Danio e Laura

 
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New Orleans: Lucio Campisi.

Post n°991 pubblicato il 25 Aprile 2015 da lascrivana

 

Mi lasciò a una certa distanza da casa.

-Meglio non farci vedere assieme, sarebbe un disastro- disse accarezzandomi una guancia.

Io mi ritrassi, infastidita.

-Non mi piace questa storia. Non voglio andare in moglie a un pervertito che è sceso a patti con te-

Lui mi guardò, sconsolato oltre che rassegnato.

-Pensaci amore, è l'unica soluzione praticabile. In caso contrario, sarei costretto a...-

Gli posai una mano sulle labbra, fissandolo furibonda.

-Saresti costretto a fare cosa...ad uccidere mio padre? Non ti è venuto in mente che ora so tutto, che potrei denunciarti?-

Parole pronunciate con rabbia, taglienti e affilate come una lama di rasoio.

-E chi ti crederebbe? Sarebbe la mia parola contro la tua. Ma non voglio arrivare a questo. Io ti amo Agnese, e sto cercando di fare il possibile per uscire da questa situazione, perché non riesci a capirlo?-

Non volendolo ascoltare oltre, aprii la portiera e scesi. Lui non mi seguì, e la cosa mi spaventò a morte. Stava facendo sul serio.

 

Trascorsero un paio di settimane da incubo. Sempre più spesso, mi capitava di andare a spiare ogni veicolo che, saltuariamente, si avvicinava alla nostra casa.

Mio padre, pur scrutandomi sospettoso, non mi aveva mai chiesto nulla, tutto il contrario di mia madre.

Ansiosa di natura, aveva percepito il mio stato d'animo.

-Tu mi nascondi qualcosa figlia mia. E non avrò pace, sino a quando non mi dirai cosa ti angustia-

Tutti i giorni, a tutte le ore, questo ritornello era ormai diventato un rituale, mi ci abituai molto presto.

 

Poi, un mattino come tutti gli altri, sentii suonare il campanello.

Mi trovavo in cucina in quel momento, ed ero sola. Stavo lavando le stoviglie e, probabilmente, lo scroscio dell'acqua aveva coperto il rumore del motore.

Asciugandomi in fretta le mani, mi precipitai all'ingresso.

Quando aprii la porta, sentii il cuore balzarmi in gola.

Un uomo, mai visto prima in vita mia, mi sorrise dalla soglia.

-Buongiorno Agnese...- disse timidamente.

-Mi chiamo Lucio Campisi, e so che John le ha parlato di me-

Involontariamente, feci un passo indietro.

Non avevo parole, ero rimasta di sasso e non feci nulla per nasconderlo.

-Io e lui siamo molto amici signorina, dovrei parlarle, posso entrare?-

Non riuscivo a crederci. Nonostante le mie rimostranze, quel bastardo aveva avuto il coraggio di mandarmelo a casa.

Furiosa, chiusi gli occhi e contai fino a dieci.

-Senta signor Campisi. Non ho idea di cosa le abbia raccontato John, ma non ho nessuna intenzione di parlare con lei. Addio!-

Gli sbattei la porta in faccia, per poi appoggiarmici contro scossa da violenti tremiti.

-Signorina, non le conviene comportarsi in questo maniera...-

La voce, pur attutita dal legno, mi giunse chiara e nitida.

-John mi aveva avvisato della sua ritrosità, ma vorrei ricordarle che suo padre e sua madre sono fuori, non aggiungo altro-

La minaccia, pur pronunciata con calma e metodo, non fece altro che aumentare la mia angoscia.

Sempre più tesa, riaprii la porta e squadrai quello squallido individuo con gli occhi fuori dalle orbite.

-Se solo osate fare del male a...-

Senza darmi il tempo di proseguire, Lucio entrò in casa e si richiuse la porta alle spalle.

-Adesso ascoltami, piccola vipera presuntuosa. Io ho fatto un accordo con John, e ho tutte le intenzioni di rispettarlo. Quindi, se non vuoi guai seri, vedi di comportarti come si deve e non succederà nulla, sono stato chiaro?-

In quel istante, l'idea che mi ero fatta di lui svanì rapidamente.

Dinanzi a me, mi ritrovavo un uomo deciso e per nulla effeminato.

-Bene. Mi sembra che tu abbia capito l'antifona. Adesso vediamo di definire i particolari-

Danio e Laura.

 
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New Orleans: una bizzarra idea.

Post n°990 pubblicato il 24 Aprile 2015 da lascrivana

 

Con passo spedito, m'incamminai per le strade polverose di New Orleans. Avevo indossato un semplice e castigato vestitino di cotone scuro. Al collo, avevo annodato il foulard nero che mamma, solitamente, usava nella funzioni religiose.

Un paio di occhiali, grandi e scuri, completavano il mio travestimento.

Camuffata in quel modo, sarebbe stato difficile riconoscermi, tanto meno per John.

Quando arrivai alla villa, ebbi solo il tempo di vederlo uscire con la sua automobile, una Cadillac nuova di zecca.

Agii d'istinto. Non appena scese per richiudere il cancello, m'intrufolai veloce sul sedile posteriore e mi coricai sul fondo.

Lui sembrò non essersi accorto di nulla. Dopo essere risalito, ingranò la marcia e ripartì deciso.

Dopo qualche chilometro, la posizione iniziò a darmi fastidio, volevo alzarmi.

 

-Puoi anche metterti a sedere Agnese, pensavi forse che non mi fossi accorto di nulla?-

Le sue parole mi lasciarono di stucco.

-John...io...io...-

Il suo sguardo, di ghiaccio, mi penetrò attraverso lo specchietto retrovisore.

-Stai zitta adesso, zitta-

Parole pronunciate con stizza, astiose.

Ritornando in posizione eretta, mia avvicinai al poggia testa.

Senza alcun ritegno, iniziai a baciarlo. Sul collo, dietro le orecchie, sulla mascella irrigidita.

Il profumo di sapone al muschio e acqua di colonia m'inebriò, chiusi gli occhi.

Senza rendermene conto, allungai una mano intrufolandola nella sua camicia sbottonata.

Il suo respiro, già affannato, si fece convulso, irregolare.

Inforcando una strada sterrata, giungemmo infine in una specie di radura. Spense il motore e, il silenzio, ci avvolse improvviso e roboante come una salva di cannone.

Voltandosi verso di me, mi afferrò la nuca e mi baciò con passione.

Colta di sorpresa, mi lasciai andare e ricambiai con altrettanto ardore.

In quel momento, il motivo per cui ero andata a cercarlo passò in secondo piano. Ero con lui, e tanto mi bastava.

Senza che me ne desse il tempo, mi ritrovai distesa sul sedile posteriore, il suo corpo a premere contro il mio.

Il desiderio, per troppo tempo represso, esplose in tutta la sua furiosa passione.

Quando alla fine, ci rimettemmo a sedere, ci guardammo intensamente.

Io, col vestito ancora tirato sulle natiche, abbozzai un timido sorriso cercando di ricompormi.

Lui, la camicia aperta sul petto e i pantaloni slacciati, mi fissava serio.

-Perché mi hai cercato Agnese, perché-

La domanda mi lasciò interdetta.

Il motivo per cui ero andata a cercarlo, mi riempì la mente come un'onda anomala.

-E' vero che sei stato ingaggiato da Campisi per far fuori mio padre?-

Fu come un fulmine a ciel sereno. Improvvisamente, John si mise a tartagliare.

-Co...come sei...ve...venuta a saperlo?-

La sua titubanza, m'innervosì ancor di più.

-Non ha importanza come l'abbia saputo!- risposi acida.

La consapevolezza di aver colto nel segno, mi ferì ancor più delle sue parole. Quanto avrei voluto che le smentisse. Quanto avrei voluto non vedere quello sguardo impaurito e privo di difese.

-Perché John, perché proprio tu!- continuai imperterrita.

Lui chinò il capo. Quando lo rialzò, i suoi occhi erano velati di lacrime.

-Sono stato costretto Agnese, lo capisci questo? Io non vorrei mai far del male a tuo padre ma...-

Lasciando la frase in sospeso, distolse ancora lo sguardo.

-Sei costretto da chi? Da quel delinquente di Campisi? Rispondi maledizione!- ormai ero inviperita.

-Sto cercando una soluzione Agnese- disse con un fil di voce.

-Ma questo non smentisce il fatto che sei diventato un mafioso!- gli urlai con tutto il fiato che avevo in gola.

Prendendomi le mani, mi fissò con gli occhi ancora gonfi di lacrime.

-Non potrai mai capire quanto mi odi per esserlo diventato, ma non ho potuto farne a meno. Ed è il motivo principale che mi ha spinto ad allontanarmi da te, credimi. Non volevo coinvolgerti-

Stringendomi al petto, m'infilò le dita nei capelli, accarezzandoli.

-Ho un piano Agnese. Rischioso fin che vuoi ma intendo attuarlo-

Colta da un'improvvisa speranza, mi staccai da lui guardandolo interrogativa.

-Campisi ha un figlio che adora più di tutto al mondo, farebbe qualsiasi cosa per lui. Solo che, disgraziatamente per lui, ha altre ambizioni-

Lo guardai stranita, non sapevo dell'esistenza di un figlio.

-Ecco la mia idea Agnese, ma ti prego di ascoltarmi bene-

Non so per quale motivo, ma iniziai a tremare, avevo paura.

-Se vogliamo salvare la tua famiglia, dovrai sposarlo Agnese- disse tutto d'un fiato.

Io spalancai la bocca, inorridita.

-Ma...ma sei pazzo? Che diavolo stai dicendo?-

Lui mi afferrò le guance, avvicinando il mio volto al suo.

-Quel ragazzo è impotente Agnese. Non hai idea di quante volte, suo padre, ha pagato fior di prostitute per farlo diventare un uomo vero. Nulla da fare-

Scossi la testa, incapace di comprendere.

-A Lucio piacciono i masculi Agnese, non l'hai ancora capito? Ed è per questo che, tutto giulivo, ha accettato la mia proposta-

Sempre più sbalordita da quelle rivelazioni, non osai fiatare.

-Gli ho promesso che gli avrei fornito i migliori stalloni di tutto il paese, ma ai miei patti, naturalmente-

Non riuscivo a crederci. Sposa di un omosessuale!

Ma come aveva potuto partorire un'idea del genere?

-Io voglio dei figli da te, amore- proseguì dolcemente.

-Ma ciò che ti ho appena detto, è necessario affinché non accada nulla a te e alla tua famiglia-

Chiudendo gli occhi, cercai d'immaginare la mia vita futura.

Lui non disse nulla, in attesa.

-Non lo so John. Non credo di poter reggere una messinscena simile. Ti amo, ma ho paura. Ci devo pensare-

Lui mi guardò, incredulo.

-Non c'è altra soluzione Agnese, pensaci-

Danio e Laura.

 

 
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New Orleans: L'amara Verità

Post n°989 pubblicato il 23 Aprile 2015 da lascrivana

 

Ben presto, la rabbia provata per quella rottura inaspettata, si tramutò in dolore. I giorni passavano, e di John nessuna notizia, nemmeno a scuola.

Quando chiesi informazioni agli insegnanti, mi dissero che si era ritirato prima del tempo, manifestando la chiara intenzione di non riprendere più gli studi.

Nel frattempo, avevo perso l’appetito ed ero notevolmente dimagrita. Non uscivo più da casa, eccetto che per qualche commissione per i miei genitori, come fare la spesa e pagare le bollette.

Le vacanze estive erano arrivate al momento giusto. Per come mi sentivo, sarebbe stato difficile proseguire negli studi.

Nonostante tutto, ero riuscita a conseguire il diploma, facendo così felici i miei genitori, sopratutto mia madre.

Ma erano tempi difficili per le giovani donne, in quel periodo. Non mi restava che cercare un'occupazione, anche se mio padre la pensava diversamente.

-Ma quale lavoro e lavoro...un bravo marito ti dovresti trovare!-

E questo sarebbe stato anche plausibile, se non avesse proseguito.

-E, se non lo farai tu, ci penserò io alla mia unica figlia!-

L’idea di consentire a un altro uomo di abbracciarmi o di fare l’amore, m’inorridiva. No, non avrei mai più potuto amare nessun altro come John. Sognavo spesso di lui, delle sue mani che mi cercavano, del calore del suo corpo stretto al mio. Per non parlare della sua bocca che, avida e insaziabile, mi mordicchiava come fossi una deliziosa ciliegia.

Ma non era solo quello ad angustiarmi. Le discussioni, tra i miei genitori, si facevano sempre più frequenti. Per non parlare delle furiose liti tra mio padre e mio zio Michele.

Da quel poco che ero riuscita a capire, lo zio era adirato con lui per una questione di mazzette, del guaio in cui si stava cacciando se avesse continuato a sfidare i clan mafiosi.

 

 

-Ricorda Renzo, finché sarò vivo io, Campisi non ti torcerà un capello. E tu sai bene quanto possa essere spietato. Se, sino ad ora non è successo nulla, è solo per il grande rispetto che porta per me, ma non durerà molto se ti ostini a fare di testa tua!-

Nascosta dietro la porta, avevo ascoltato questa conversazione col cuore in gola.

-E sai chi ha pensato bene di reclutare per dare nuovo vigore al proprio potere? Nientemeno che John Galani, quel pivello che stava dietro a tua figlia!-

Rosso in viso, mio padre si era scagliato contro di lui.

-Senti Michele, stai fuori da questa storia. Nessuno riuscirà a farmi cambiare idea! Sono disgustato da tutte queste faide e quest’arroganza. E non sarà certo quel poppante di Galani a fermarmi! –

Zio lo guardò con compassione.

-Ascolta fratello mio. Ora anche la tua famiglia è in pericolo, ma non è troppo tardi per rimediare, maledizione!-

Non avevo resistito a lungo, quelle parole mi avevano fatto troppo male.

John collegato ai clan mafiosi, forse egli stesso uno dei capi! Non ci potevo ne volevo credere. Una pugnalata al cuore avrebbe fatto meno danni.

Fu in quel momento che presi una decisione.

Contro tutto e tutti, dovevo assolutamente parlargli, capire. Avrebbe dovuto guardarmi negli occhi mentre, disperata, gli avrei riferito ciò che avevo sentito. 

Laura e Danio.

 
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Nati nella famiglia sbagliata: l'addio.

Post n°988 pubblicato il 21 Aprile 2015 da lascrivana

 

Erano trascorsi ormai alcuni mesi da quella mattina di gennaio.

L'estate era arrivata, con le sue minacce di uragani e carica di caldo umido e appiccicoso.

Il mio rapporto con John non era cambiato anche se, a volte, lo sorprendevo pensieroso e preoccupato.

-Non è nulla, stai tranquilla- era solito ripetermi.

Ma io sapevo, intuivo, che qualcosa stava cambiando. Parlando coi professori, appresi che il suo rendimento era vistosamente calato, probabilmente avrebbe dovuto ripetere l'anno. Ed eravamo alla fine ormai.

 

-Sei sempre stato un ottimo studente!- gli urlai in faccia quel mattino, nervosa oltre ogni limite.

Lui mi guardò e mi accarezzò una guancia.

-Non m'interessa più la scuola, Agnese. Ho cose più importanti davanti a me-

Furiosa gli afferrai un braccio, strattonandolo con violenza.

-Ma cosa stai dicendo, sei forse impazzito? Siamo all'ultimo anno, si può sapere cosa ti passa per la testa?-

Ero letteralmente fuori di me. Ciò che mi disse poi, non fece altro che peggiorare la situazione.

-Sei una donna Agnese, una ragazzina. Non potresti mai capire ma, e ricorda bene queste parole, tutto ciò che farò sarà solo per il tuo bene-

No, non riuscivo a capire. Trattenendo a stento le lacrime, iniziai a tempestarlo di pugni sul petto.

-Tu hai un'altra, non t'importa più nulla di me, confessalo!-

Il suo volto si fece di pietra.

-Non hai capito nulla di me. Ed è per questo motivo che, forse, è meglio se non ci vediamo per un po di tempo-

M'irrigidii. Il solo pensiero mi faceva star male.

-Stai scherzando vero?- improvvisamente, sentii che le forze stavano per abbandonarmi.

Lui non rispose, limitandosi a fissarmi con i suoi grandi occhi neri. No, non stava affatto scherzando.

Presa dal terrore, lo abbracciai con tutta la forza che avevo in corpo.

-Ti prego John, ti prometto che non ti darò più noia con le mie paturnie. Ma ti scongiuro, non lasciarmi!-

Con delicatezza, ma con estrema decisione, si sciolse dal mio abbraccio.

-Conosco le tue promesse Agnese. E sono convinto che domani sarà ancora la stessa cosa. Credimi, è la cosa migliore da fare-

Lo guardai costernata, confusa, avvilita.

-Devi avere fiducia in me Agnese, ti chiedo solo questo- proseguì con lo stesso tono.

Rabbia, frustrazione, delusione. Tutte cose che mi assalirono come un fiume in piena.

-Sei un vigliacco John. Non sei migliore di quelli che hai sempre criticato- dissi in un sibilo.

-Ti auguro tutto il male possibile, lo stesso che stai procurando a me in questo momento, ti odio!-

Senza aspettare risposta, mi voltai e cominciai a correre.

Lo feci sino a farmi scoppiare i polmoni, mentre le lacrime continuarono a scendere copiose.

Non andai a scuola quel giorno. Di soppiatto, tornai a casa e mi rifugiai nel mio letto.

-Ti odio maledetto!- mormorai prima di cadere in un sonno agitato e pieno di incubi.

 

John la osservò allontanarsi di corsa, ma non fece nulla per fermarla.

Era stata dura comportarsi a quel modo, ma non aveva potuto fare diversamente.

Qualche giorno prima, in compagnia di suo padre, era stato convocato alla maestosa villa di Carmine Campisi.

-Ho bisogno di gente nuova e decisa- aveva esordito il boss senza troppi preamboli.

-Nella zona est della città, qualche testa calda ha deciso di sfidarmi. Vorrebbero rifiutarsi di pagare per la mia sacrosanta protezione, ti rendi conto? Dobbiamo far capire loro chi è che comanda ancora-

Io fissai mio padre che, sorridendo, annuì soddisfatto.

-E abbiamo pensato a te, picciriddo- proseguì Carmine.

Non risposi subito. In quel momento, avrei solo voluto alzarmene e andarmene.

-E, il responsabile di tutto ciò, ha un nome picciriddo. Si tratta di Renzo Lucisano.

Danio e Laura

 
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Nati nella famiglia sbagliata : La minaccia.

Post n°987 pubblicato il 19 Aprile 2015 da lascrivana

 

Il tutto, accadde una gelida mattina di Gennaio. Come eravamo soliti fare, io e John ci eravamo dati appuntamento al piccolo bar nei pressi della scuola.

Succo di frutta per me, e caffè rigorosamente amaro per lui, ormai era diventata una consuetudine.

Stavamo parlando tranquillamente quando un uomo, con molta calma, si avvicinò al nostro tavolo.

-Ciao John- disse senza nemmeno degnarmi di un'occhiata.

Basso e tarchiato, indossava un cappotto dall'aspetto costoso, impreziosito da una stola di pelo che gli ricopriva per intero il collo taurino. Le dita, tozze e grassocce, erano adornate da anelli dal valore indiscusso. Senza domandare il permesso, scostò la sedia e si accomodò al nostro fianco.

Io non dissi nulla, limitandomi a fissare il mio compagno in attesa di una sua reazione. Che avvenne, ma non come mi sarei aspettata. Chiaramente in imbarazzo, John si guardò attorno, quindi si alzò in piedi.

-Buongiorno Carmine. In cosa posso esserle utile?- esclamò leggermente in affanno.

L'uomo sorrise e, nel farlo, le rughe incresparono ancor di più quel volto che sembrava scolpito nella pietra.

-Ti dovrei parlare John, ma in privato...- disse lanciandomi uno sguardo fugace.

John mi guardò in un modo che non mi piacque per nulla. Ma avevo capito l'antifona. Alzandomi a mia volta, esibii il mio sorriso migliore.

-Ti aspetto davanti a scuola John. Ma vedi di non tardare troppo, tra poco iniziano le lezioni-

Quindi, prendendomi una piccola rivincita, ignorai l'altro uomo e mi avviai verso l'uscita a testa alta.

 

-Una femmina di carattere la tua donna- disse Carmine una volta che Agnese fu uscita dal locale.

John fece per ribattere ma, l'altro, lo fermò con un gesto.

-Ed è appunto di questa cosa che ti vorrei parlare, capisci a me-

John s'irrigidì, e non solo per il tono del suo interlocutore.

Carmine Campisi, capo indiscusso di una delle famiglie più influenti di New Orleans, non si muoveva per nulla. Solo in quel istante, alzando lo sguardo, John si accorse delle due guardie del corpo che, con discrezione, stavano controlland

o il locale.

-Tuo padre non sarebbe di certo felice di questa storia, lo sai vero picciriddo?- proseguì Carmine con un mezzo sorriso stampato sul volto.

John si senti avvampare, tuttavia rimase in silenzio.

Sapeva benissimo che Rosario, suo padre, intratteneva da sempre traffici più o meno illeciti con lui. Cose che aveva sempre rifiutato d'approfondire e che non gli interessavano. Diverse volte, periodicamente, aveva avuto discussioni in tal senso, facendo infuriare il padre più di quanto avesse voluto.

-Cosa vorresti dire Carmine, non riesco a capire- disse trattenendo a stento l'irritazione.

Prima di rispondere, l'uomo slacciò alcuni bottoni del cappotto. Nel farlo, la fondina ascellare spiccò nitida sul bianco candido della camicia.

-Te lo spiego subito amico mio. Vedi, quella ragazzina, non è proprio gradita dalla famiglia, la mia e la tua, non so se mi spiego-

John, pur con tutta la propria volontà, non seppe trattenersi.

Appoggiando i pugni sul tavolino, si sporse in avanti.

-E chi è che avrebbe deciso una cosa del genere? chiese in tono di sfida.

Nonostante lo sovrastasse, Carmine non mosse un muscolo.

-Io- disse semplicemente.

-E penso che tu debba ascoltare i consigli delle persone più anziane, picciriddo. Potresti sbattere contro cose più grandi di te, e non sarebbe piacevole-

Serrando ancor di più i pugni, John cercò disperatamente qualcosa con cui ribattere, ma non trovò nulla.

-Sarebbe un peccato se le accadesse qualcosa, non credi? Quindi, ti consiglio di pensarci bene prima di prendere decisioni avventate- concluse Carmine alzandosi.

Rimasto solo, John si lasciò cadere sulla sedia. Cosa avrebbe potuto fare?

Danio

 

 
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Nati nella famiglia sbagliata: New Orleans

Post n°986 pubblicato il 18 Aprile 2015 da lascrivana

 

Avevo appena compiuto dieci anni quando, rivoltandomi la vita, mio padre decise di emigrare negli Stati Uniti.

New Orleans, Louisiana. Un mondo nuovo, una lingua sconosciuta, la morte nel cuore.

Deciso a seguire le orme del fratello, ci catapultò in un'avventura irta di pericoli e senza nessuna prospettiva concreta.

L'unica persona felice, in tutto questo, fu mia madre.

Crescere i propri figli, nella miseria e nell'ignoranza, restava infatti il suo cruccio più grande.

Appena arrivati, nonostante le proteste di Renzo, restio ad assecondare le usanze libertine degli americani, aveva sostenuto e incoraggiato il mio inserimento nella scuola pubblica d'oltre oceano.

 

“Le figlie femmine...” era solito ripetere spesso mio padre.

“...non dovrebbero mai essere troppo erudite. Così facendo, perderebbero il senso della famiglia, quello per cui sono state create”

 

Avevo da poco compiuto i diciotto anni quando, un mattino, conobbi John. In realtà, il suo vero nome era Giovanni ma il padre, contro ogni parere, aveva deciso di cambiarlo nella versione inglese.

La famiglia Galani, rispetto alla mia, si era trasferita in America molti anni prima.

E subito, nel volgere di poco tempo, il loro tenore di vita era aumentato in maniera esponenziale.

Non fu difficile per i miei genitori, appena arrivati, capirne il perché.

Una potente famiglia americana, apparentata alla lontana coi Galani, aveva bisogno di carne fresca, nuove leve.

Ma, da bambina quale ero, quelle cose non riuscivo a capirle, mi sembrava di vivere in un mondo magico, e basta.

Avevo assistito a troppe liti tra i miei genitori, ero molto triste in quel periodo.

Ma, i sani principi di mia madre, alla fine avevano avuto la meglio.

Le umiliazioni, le prevaricazioni subite durante il proprio lavoro come sguattera in uno dei migliori ristoranti di New Orleans, avevano dato i loro frutti.

Compare Monniti, l'uomo che ci aveva esortati più di tutti a imbarcarci, aveva più volte incitato mio padre a scendere a patti in cambio di una vita agiata e senza problemi.

Ma mia madre, donna forte e dal carattere combattivo, aveva sempre rifiutato, incalzando il marito in quel senso.

“Sai benissimo a cosa potremmo andare incontro. Non voglio che i miei figli crescano guardandosi le spalle”

E Renzo si era convinto.

Suo fratello Michele, aveva intrapreso una via pericolosa e piena di trabocchetti. Non avrebbe fatto altrettanto.

Mia madre voleva una vita tranquilla, per lei e per tutti noi.

 

John era diverso.

Pur restando sul vago circa il loro trasferimento dalla Florida, gli aveva rivelato di abitare a poche centinaia di metri dalla scuola che frequentavano.

A me non importava. La simpatia era nata spontanea, reciproca.

I riccioli scuri, il fisico atletico e sodo.

Mi piaceva quel ragazzo e, tutte le volte che mi guardava, mi sentivo sciogliere come neve al sole.

 

Ma non tutto poteva procedere nel migliore dei modi.

Qualcosa, una sensazione più che altro, mi diceva che tutto non sarebbe filato liscio come avremmo voluto.

E l'avremmo scoperto molto presto.

Laura & Danio

 

 
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Elucubrazioni

Post n°985 pubblicato il 16 Aprile 2015 da lascrivana

Da qualche giorno faccio un po’ di fatica a isolarmi nel mio mondo fantastico. La realtà, con le sue serie problematiche, ha inghiottito parecchio del mio tempo e della mia concentrazione. L’ultima volta che mi sono adagiata sulle soffici nuvole della mia immaginazione, ero rimasta in una cattedrale con un alchimista. Cosa mai cercassi di fare, mi sfugge ancora. Molto probabilmente non riacciufferò più quello stralcio di vita passata che mi proiettava a tratti anche in quella futura. A quanto pare per ora ho abbandonato gli immortali, per i comuni mortali. Ed è proprio rientrando nella normale routine che m’imbatto tra i numeri. Si sa che i numeri sono solo 10 a partire dallo zero; com’è noto a tutti che si possono rigenerare calcoli all’infinito; il che ricongiunge i numeri all’immortalità. Gli stessi numeri che nella vita di tutti i giorni: hanno un inizio e una fine. La domanda sorge spontanea: siamo noi a dare una fine ai numeri o sono loro a determinare la nostra? Se calcoliamo la nostra età: siamo noi ad aver stabilito la fine dei numeri; se invece li confrontiamo con il sociale, sia lavorativo sia competitivo: sono loro che determinano la nostra posizione.

Il numero uno in una gara sportiva apre le porte a un numero illimitato di possibilità. Chi invece arriva, diciamo millesimo, le sue opportunità sono pari a zero.

A questo punto mi viene naturale pensare che l’uomo non sia fatto di sola carne, ma anche di tanti numeri. Non ho mai amato giocare al lotto; penso che la fortuna possa rintracciarmi ovunque: anche se è una vita che io rincorro lei. Accidenti! Mi sfianca inseguire la buona sorte! Comunque vada, non demordo; difficilmente lascio tutto al caso; perché se lo faccio, sarà il caso a lasciarmi fuori.

Ecco fatto! Anche per stamani ho dato i numeri. Sorrido.

L’autoironia che all’improvviso mi coglie

Da ogni scaramuccia il mio animo distoglie

Mi regala pochi minuti di spensieratezza

Sufficienti a sbaragliare l’invadente tristezza

Me la canto e me la suono come un ignoto artista

Che per la gente rimane solo uno sfigato apprendista.

Laura

 
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Le vie del sapere.

Post n°984 pubblicato il 14 Aprile 2015 da lascrivana

“Il sapere ha vari mezzi per aprirsi la via nel cuore di un uomo”. Talvolta un profeta si fa avanti e diffonde la sua verità. Talvolta una setta di mistici riceve l’insegnamento di una filosofia, come pioggia in una sera d’estate, la raccoglie e la diffonde intorno con amore. O può anche accadere, che un ciarlatano, realizzi giochi di prestigio o trucchi davanti a uomini esterrefatti, e produca nell’animo altrui, senza neppure sapere come, un raggio di vera luce dai riflessi magici e illuminanti.

Tratto dal libro “Il cammino di sapienza” di Nicholas Flamel.

 

 

Sono gli stessi riflessi magici e illuminanti, che inconsapevolmente, ho beneficiato sin dalla mia primissima infanzia.

Difficilmente mi sono lasciata incantare da un uomo di carisma che presiedesse una setta religiosa, o appartenesse a una qualsiasi classe politica. A incantarmi sono state sempre le persone umili e ricchi di spirito e sentimento. Ho sempre faticosamente cercato d’interpretare un discorso difficile, quasi come una sfida alla mia stessa intelligenza, non ottenendo mai un granché di risultato.

Mi è stato più facile assimilare il linguaggio dei gesti e delle azioni.

Alla fine, rassegnata per questo mio deficit, che mi ha sempre impedito di trattenere o inserirmi in un discorso diplomatico, ho preferito un linguaggio più semplice.

Sono convinta che sia anche l’unica chiave per farsi comprendere da tutti.

E’ chiaro che a questo punto la domanda sorge spontanea come la risposta –molto probabilmente, non per tutti è desiderio di farsi intendere da tutti-.

Eppure non usano un linguaggio con un codice di uso esclusivo; utilizzano parole facilmente reperibili nel nostro vocabolario Italiano.  

Oggi, rispetto a ieri, è più facile con aggeggi elettronici sempre a portata di mano, fare una ricerca sul web; chiaramente, non si trova solo il significato delle parole verbalmente corrette d’italiano, ma anche quelle di lingua straniera e il linguaggio abbreviato della chat.

Magari, ora voi penserete, cosa abbia a che fare tutto questo con l’incipit iniziale? 

Vi rispondo subito; senza il filo conduttore del web, non avrei mai potuto arricchire e confrontare a 360 gradi tutti i miei pensieri.

Badate bene con questo non è che voglio sponsorizzare il web; bensì ritornare al punto di partenza “ Il sapere ha vari mezzi per aprirsi la via nel cuore di un uomo”.

Laura

 
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Sogno o son desta, o solo maldestra?

Post n°983 pubblicato il 13 Aprile 2015 da lascrivana

Tutto si può dire, fuorchè che la mia vita sia noiosa. Avevo trovato la pietra filosofale -attraverso l'immedesimazione dei personaggi delle storie che leggevo o scrivevo, sia bibliche che futuristche- era divenuta immortale-.

 Ps: Questi sono gli effetti collaterali della mia fervida immaginazione.

-Non sorridete! Poichè mai ci fù nella storia osservazione più veritiera-.

 
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C@nt@storie e L@ur@ hanno il piacere di presentare il racconto: "Insegnami da essere figlia", un viaggio nel tempo che mostra i due lati diversi della medaglia: Mentre nel passato ci troviamo davanti a una donna in grado di gestire una famiglia sin da giovanissima, ma anche molto ingenua e infantile per quanto concerne i rapporti sessuali; nell'ambiente odierno ci troviamo invece a dover affrontare una ragazzina impertinente che già a dieci anni sa tutto sul sesso e a dodici ha già avuto il suo primo rapporto, ma che non capisce un accidenti di come si manda avanti una casa.

 

Colpevole o innocente?