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Messaggi del 01/11/2011

POMERIGGI D' AUTUNNO 1

Post n°755 pubblicato il 01 Novembre 2011 da atapo
 
Tag: memoria

 

BAMBINE



 

Alla fine degli anni '50 la scuola terminava sempre alle 12,30. E cominciava il primo ottobre. Questo primo mese, e anche i primi giorni di novembre se la stagione si manteneva mite, prima che calassero su Bologna le nebbie fitte della pianura Padana, era una specie di interregno tra le vacanze e il vero impegno scolastico: i pomeriggi che rapidamente si accorciavano andavano goduti all'aria aperta, alla ricerca dei colori autunnali e sfidando l'aria sempre più frizzante.

Alle 12.30 si correva di corsa a casa, senza familiari ad aspettare davanti alla scuola, ormai da sole anche se in gruppetti, perchè presto si era responsabilizzati alle strade, al "non parlate con gli sconosciuti", dopo gli accordi gridati prima di salutarsi: "Ci vediamo dopo!"

Via il grembiule bianco, via il fiocco celeste, la cartella gettata in un angolo, il piatto fumante pronto in tavola... si mangiava velocemente per correre all'appuntamento, poi si afferrava il golfino di lana grossa fatto a mano dalla mamma...e via!

R partiva per prima, si chiudeva con forza alle spalle il cancello del giardino e risaliva la strada.

"Ma perchè non restate qui in giardino?"Diceva la sua mamma."Che bisogno c'è di andare sempre in giro?" C'era il bisogno che tutti i bambini hanno, il bisogno di esplorare, di avventure, le ultime prima delle giornate fredde e piovose, il bisogno di qualche ora solo per loro senza intrusioni di adulti.

In cima alla strada c'era la casa di A, che era già sul terrazzo al terzo piano in attesa. Appena vedeva R in arrivo, un "Ciao mamma" allegro, scendeva veloce le scale e la raggiungeva. Insieme percorrevano alcune strade tranquille nel quartiere residenziale di periferia, nuove costruzioni del dopoguerra che si arrampicavano sulle prime colline bolognesi, palazzine circondate da giardini alberati, surrogati di quella campagna che andavano distruggendo...

In una di quelle palazzine abitava M. Le due bambine suonavano al campanello, salivano ed entravano intimidite, in punta di piedi, in quell'appartamento signorile, dai mobili antichi pieni di ninnoli: i genitori di M erano professori di liceo e di università, avevano un aspetto severo, la mamma parlava a voce bassa e con sorrisi contenuti, il papà, sempre seduto in poltrona a leggere il giornale quando loro arrivavano, le guardava da sopra gli occhiali e le salutava con un "Ossequi" che le faceva sentire piccole piccole. M le aspettava impaziente e uscivano insieme correndo, lasciando con un sospiro di sollievo ogni soggezione...

Libere, finalmente! Le ultime case da superare, poi ecco la campagna! E verso il loro luogo preferito, quello che avevano scoperto da poco e che non avevano ancora rivelato ad altri compagni dei loro pomeriggi...

La strada finiva davanti ad una siepe; oltre questa un ripido pendio con un sentierino che scendeva lungo una rete di recinzione: creato probabilmente dai piedi di tutti coloro che erano scesi aggrappandosi a quella rete. Anche le tre amiche, che però per far prima spesso abbandonavano la presa sicura per gettarsi verso il basso, un po' correndo, un po' ruzzolando, un po' scendendo...a sedere sul terreno polveroso. In fondo passava un piccolo torrente, con poca acqua. Bisognava guadarlo, ma qualcuno aveva già collocato dei grossi sassi nei punti meno profondi ed era divertente fare equilibrismi da un appoggio all'altro, aggiungere qualche sasso qua e là, a volte anche scivolare e infangare gli scarponcini. L'argine opposto del torrente risaliva più dolcemente, fino ad una stradella polverosa che a destra portava ad una casa di contadini visibile in lontananza, a sinistra...le bambine non si chiedevano dove portasse, scoprirono anni dopo che riportava in città, verso un altro quartiere. Ora davanti a loro c'era, enorme, la polveriera: una collina nel cui ventre durante la guerra c'era stato un deposito di munizioni saltato per aria durante un bombardamento. R aveva saputo la storia dalla sua mamma, che abitava già lì durante la guerra, e naturalmente quel luogo aveva acquistato un grande fascino, aumentato dalle raccomandazioni materne: "Non ci andate, è troppo isolato, forse ci sono vipere, forse ci sono ancora esplosivi in giro..." Le bambine conoscevano questo tipo di pericolo, nella scuola c'erano i cartelli che mettevano in guardia dalle bombe inesplose che si potevano ancora trovare... Ora lungo i fianchi della collina crescevano vigneti, rovi e boscaglia e le bambine la risalivano pian piano, facendo mille scoperte e chiacchierando. Di cosa chiacchierano a quell'età tre amiche? Di tutto e di niente...I commenti sulle loro piccole vite di scolare, sugli amici, sulle presunte ingiustizie di mamma e papà, le barzellette, tante storie inventate di principi, di draghi, di grandi imprese... Nel sottobosco scoprivano i ciclamini, come in primavera avevano scoperto le violette e si attardavano a fare mazzetti. Arrivate in cima, il bosco finiva e si apriva un grande prato, dove a volte si incontravano donne chine a raccogliere radicchi selvatici. Lassù correvano nello spazio ampio, si rotolavano nell'erba simulando attacchi di immaginari nemici, restavano sdraiate a guardare le nuvole e a dargli nomi di fantasia: correvano nel cielo spinte dal vento autunnale che talvolta là senza riparo già le faceva rabbrividire. Dall'alto, ai loro piedi si stendeva la città in lontananza. Poi, pian piano riprendevano la via del ritorno.

Un giono nel bosco scoprirono una nuova meraviglia: le castagne, tante castagne! Non si erano mai chieste che alberi fossero quelli sopra le loro teste, ora ne scoprivano i frutti lì a terra, alla loro portata, solo un po' di impegno per aprire i ricci senza pungersi. Se ne riempirono le tasche, ma ce n'erano ancora tante...e allora cominciarono a infilarsi castagne dentro la canottiera, si fecero come una corazza trattenuta dall'elastico delle mutande, e ridevano della loro trovata!

Ad un tratto una voce maschile, forte, arrabbiata: "Che fate lì? Ah, disgraziate, mi rubate le castagne!" E la sagoma del contadino si affacciò al margine del bosco. Via, di corsa, rotolando, inciampando, affondando nelle foglie secche e tra i rovi...giù per il versante, poi correndo a perdifiato per la strada...e il contadino le inseguiva...e aveva un lunghissimo ramo che in cima si biforcava e con quello cercava di acchiappare le bambine...

Forse voleva solo spaventarle, chissà...certo le piccole erano velocissime ed erano scappate dalla parte opposta a lui, avevano del vantaggio...

Ripassarono il torrente a balzi tra i sassi e il fango, si inerpicarono sul versante opposto, ripidissimo, ma la paura metteva le ali ai piedi...riemersero sulla strada trafelate, piene di polvere, le mani e le ginocchia piene di graffi dei rovi: allora si portava la gonna fino all'inverno inoltrato. Ma il bottino di castagne era salvo! Ora avrebbero dovuto affrontare una grossa sgridata per gli abiti e le scarpe malridotte, una bruciante disinfettata alle ferite, ma poi,finalmente, una padellata di caldarroste! Si promisero a vicenda che non avrebbero raccontato a casa l'ultima parte di quel pomeriggio...per poter ritornare ancora nel loro regno lassù, alla polveriera.

(Come forse avrete immaginato, una di quelle bambine ero io...)

 
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