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Alcuni sintomi del long-COVID associati agli effetti del virus SARS-CoV-2 sul nervo vago

Da una ricerca è emerso che diversi sintomi del long-COVID potrebbero essere collegati agli effetti del coronavirus sul nervo vago.
Il nervo vago parte dal midollo allungato e si porta, attraverso il foro giugulare, verso il basso nel torace e nell’addome. Svolge un ruolo in diverse funzioni dell’organismo che controllano la frequenza cardiaca, la parola, il riflesso del vomito, la sudorazione e la digestione.
Dallo studio è emerso che le persone con long-COVID potrebbero andare incontro a problemi a lungo termine a livello di voce, difficoltà a deglutire, vertigini, battito cardiaco elevato, pressione sanguigna bassa e diarrea.
I ricercatori dell’ospedale universitario Germans Trias i Pujol in Spagna hanno condotto uno studio per esaminare il funzionamento del nervo vago nei pazienti con long-COVID.
Tra 348 pazienti, il 66%, circa, ha presentato almeno un sintomo che suggeriva una disfunzione del nervo vago.
E’ stata effettuata un’ampia valutazione con imaging e test funzionali per 22 pazienti nel periodo marzo-giugno 2021.
Dei 22 pazienti, 20 erano donne e l’età mediana era di 44 anni.
I sintomi più frequenti legati alla disfunzione del nervo vago erano diarrea ( 73% ), battito cardiaco elevato ( 59% ), vertigini ( 45% ), problemi di deglutizione ( 45% ), problemi di voce ( 45% ) e bassa pressione sanguigna ( 14% ).
Quasi tutti ( 19 su 22 pazienti ) presentavano tre o più sintomi correlati alla disfunzione del nervo vago.
La durata media dei sintomi è stata di 14 mesi.
Sei dei 22 pazienti hanno mostrato, all’esame mediante ultrasuoni, un cambiamento nel nervo vago a livello del collo: ispessimento del nervo vago e una maggiore ecogenicità, ad indicare un’infiammazione.
Inoltre, 10 pazienti su 22 avevano curve diaframmatiche appiattite durante un’ecografia toracica, ad indicare uan scarsa mobilità del diaframma durante la respirazione, e respirazione anormale.
In un’altra valutazione, 10 pazienti su 16 avevano più basse pressioni massime di inspirazione, suggerendo una debolezza nei muscoli respiratori.
Anche l’alimentazione e la digestione erano compromesse in alcuni pazienti, con 13 che hanno segnalato problemi di deglutizione.
Durante una valutazione della funzione gastrica e intestinale, otto pazienti non sono stati in grado di trasferire il cibo dall’esofago allo stomaco come avrebbero dovuto, mentre 9 pazienti hanno manifestato reflusso acido.
Tre pazienti hanno sofferto di ernia iatale.
Anche le voci di alcuni pazienti sono cambiate. Otto pazienti hanno avuto un test anomalo al questionario VHI-10 ( Voice Handicap Index-10 ), che permette di misurare la funzione vocale. Tra questi, 7 pazienti hanno manifestato disfonia o problemi vocali persistenti. ( Xagena2022 )
Fonte: European Congress of Clinical Microbiology and Infectious Diseases, 2022

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Effetti del virus SARS-CoV-2 sul nervo vago & sintomi del long-COVID

Da una ricerca è emerso che diversi sintomi del long-COVID potrebbero essere collegati agli effetti del coronavirus sul nervo vago.
Il nervo vago parte dal midollo allungato e si porta, attraverso il foro giugulare, verso il basso nel torace e nell’addome. Svolge un ruolo in diverse funzioni dell’organismo che controllano la frequenza cardiaca, la parola, il riflesso del vomito, la sudorazione e la digestione.
Dallo studio è emerso che le persone con long-COVID potrebbero andare incontro a problemi a lungo termine a livello di voce, difficoltà a deglutire, vertigini, battito cardiaco elevato, pressione sanguigna bassa e diarrea. ( CONTINUA SU INFETTIVOLOGIA.NET )

 

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Long-COVID ed effetti del virus SARS-CoV-2 sul nervo vago

Da una ricerca è emerso che diversi sintomi del long-COVID potrebbero essere collegati agli effetti del coronavirus sul nervo vago.
Il nervo vago parte dal midollo allungato e si porta, attraverso il foro giugulare, verso il basso nel torace e nell’addome. Svolge un ruolo in diverse funzioni dell’organismo che controllano la frequenza cardiaca, la parola, il riflesso del vomito, la sudorazione e la digestione.
Dallo studio è emerso che le persone con long-COVID potrebbero andare incontro a problemi a lungo termine a livello di voce, difficoltà a deglutire, vertigini, battito cardiaco elevato, pressione sanguigna bassa e diarrea.
I ricercatori dell’ospedale universitario Germans Trias i Pujol in Spagna hanno condotto uno studio per esaminare il funzionamento del nervo vago nei pazienti con long-COVID. ………

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Aggiornamento in Infettivologia: Fluorochinoloni

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Sicurezza neurologica: fluorochinoloni versus alternative terapeutiche

I fluorochinoloni, una delle classi di antibiotici più comunemente prescritti, sono stati implicati in eventi avversi del sistema nervoso centrale ( SNC ) e del sistema nervoso periferico ( SNP ), evidenziando la necessità di studi epidemiologici sulla sicurezza neurologica dei fluorochinoloni.
Lo scopo dello studio è stato quello di valutare la sicurezza dei fluorochinoloni per quanto riguarda il rischio di disfunzione neurologica diagnosticata. …..

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Aggiornamento in Infettivologia: Terapia antitrombotica nei pazienti con COVID sintomatico

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Terapia antitrombotica nei pazienti con COVID sintomatico clinicamente stabile: setting ambulatoriale

I pazienti ricoverati gravemente malati con COVID-19 ricevono in genere una terapia antitrombotica, sebbene non siano stati stabiliti i rischi e i benefici di questo intervento tra i pazienti ambulatoriali con COVID-19.
Si è valutato se la terapia anticoagulante o antipiastrinica possa ridurre in modo sicuro i principali esiti cardiopolmonari avversi tra i pazienti ambulatoriali sintomatici ma clinicamente stabili con COVID-19.
Lo ACTIV-4B Outpatient Thrombosis Prevention Trial è stato progettato come studio a contatto minimo, adattivo, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo per confrontare la terapia anticoagulante e antiaggregante tra 7.000 pazienti ambulatoriali sintomatici ma clinicamente stabili con COVID- 19.
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Aggiornamento in Infettivologia: Inibitori del sistema renina-angiotensina & COVID

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Inibitori del sistema renina-angiotensina & COVID: interruzione o continuazione ?

L’ingresso del virus SARS-CoV-2 nelle cellule umane dipende dall’enzima di conversione dell’angiotensina 2 ( ACE2 ), che può essere sovraregolato dagli inibitori del sistema renina-angiotensina ( RAS ).
È stata esaminata l’ipotesi secondo cui l’interruzione del trattamento cronico con ACE-inibitori ( ACEI ) o bloccanti del recettore dell’angiotensina II ( ARB; sartani ) attenui il decorso della COVID-19 di recente insorgenza.

CONTINUA SU INFETTIVOLOGIA.NET – LINK: https://www.infettivologia.net/articolo/covid-19-interruzione-versus-continuazione-degli-inibitori-del-sistema-renina-angiotensina-studio-acei-covid

 

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Imperial College London: “ la variante Omicron causa sintomi più lievi e tra il 15 e il 45% di possibilità in meno di essere ricoverati rispetto alla variante Delta ”

Imperial-College-London

Il contagio da variante Omicron sembrerebbe causare sintomi più lievi e meno gravi rispetto alla variante Delta. È quanto risulta da uno studio dell’Imperial College condotto in Gran Bretagna tra il primo e il 14 dicembre

La riduzione del rischio è nell’intervallo tra il 15 e il 25% quando l’endpoint è la presenza in ospedale, e del 40-45% in meno quando si utilizza un ricovero della durata di 1 giorno o più giorni.

Queste riduzioni di rischio di ospedalizzazione debbano essere bilanciate con un maggior rischio di infezione causato dalal variante Omicron.

Negli individui che a causa di una precedente infezione con altra variante hanno acquisito immunità naturale al virus, il rischio di ospedalizzazione causato dalla variante Omicron è ridotto di circa il 50%, mentre il rischio di degenza ospedaliera superiore a un giorno è ridotto del 61%.

La stratificazione del rischio di ospedalizzazione per stato di vaccinazione rivela poi un quadro ancora più complesso. Sembra infatti vi sia un’apparente differenza tra coloro che hanno ricevuto il vaccino AstraZeneca rispetto al vaccino Pfizer o Moderna, come ciclo primario ( prima e seconda dose ). I rapporti di rischio per la frequenza ospedaliera con Omicron per Pfizer e Moderna sono simili a quelli osservati per la Delta, mentre i rapporti di rischio con Omicron sono generalmente inferiori rispetto a Delta per i vaccinati con AstraZeneca.

Date le dimensioni limitate dei campioni, lo studio presenta dei limiti di interpretazione.

In termini generali, le stime dello studio suggeriscono che gli individui che hanno ricevuto almeno due dosi di vaccino rimangono sostanzialmente protetti contro l’ospedalizzazione, anche se la protezione contro l’infezione viene ampiamente persa contro la variante Omicron.

Il professor Neil Ferguson dell’Imperial College di Londra ha dichiarato: “ La nostra analisi mostra prove di una moderata riduzione del rischio di ospedalizzazione associato alla variante Omicron rispetto alla variante Delta. Tuttavia, questo sembra essere compensato dalla ridotta efficacia dei vaccini contro l’infezione con la variante Omicron. Data l’elevata trasmissibilità del virus Omicron, rimane il rischio per i servizi sanitari di far fronte alla crescente domanda se i casi di Omicron continuassero a crescere al ritmo osservato nelle ultime settimane “.

Fonte: Imperial College London

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Aggiornamento in Infettivologia: ACE inibitori & COVID

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COVID-19: interruzione versus continuazione degli inibitori del sistema renina-angiotensina. Studio ACEI-COVID

L’ingresso del virus SARS-CoV-2 nelle cellule umane dipende dall’enzima di conversione dell’angiotensina 2 ( ACE2 ), che può essere sovraregolato dagli inibitori del sistema renina-angiotensina ( RAS ).
È stata esaminata l’ipotesi secondo cui l’interruzione del trattamento cronico con ACE-inibitori ( ACEI ) o bloccanti del recettore dell’angiotensina II ( ARB; sartani ) attenui il decorso della COVID-19 di recente insorgenza.
ACEI-COVID era uno studio a gruppi paralleli, randomizzato, controllato, in aperto, condotto in 35 Centri in Austria e Germania.
Sono stati arruolati pazienti di età pari o superiore a 18 anni che presentavano una recente infezione sintomatica da virus SARS-CoV-2 e venivano trattati cronicamente con inibitori ACE o sartani.
I pazienti sono stati assegnati in modo casuale all’interruzione o alla continuazione dell’inibizione di RAS per 30 giorni.

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I fluorochinoloni, una delle classi di antibiotici più comunemente prescritti, sono stati implicati in eventi avversi del sistema nervoso centrale ( SNC ) e del sistema nervoso periferico ( SNP ), evidenziando la necessità di studi epidemiologici sulla sicurezza neurologica dei fluorochinoloni.

Lo scopo dello studio è stato quello di valutare la sicurezza dei fluorochinoloni per quanto riguarda il rischio di disfunzione neurologica diagnosticata.

E’ stato condotto uno studio di coorte con abbinamento al punteggio di propensione utilizzando i dati sui sinistri di una popolazione assicurata.
Lo studio ha incluso adulti a cui era stato prescritto un fluorochinolone orale o un antibiotico di confronto nel periodo compreso tra gennaio 2000 e settembre 2015 per sinusite batterica acuta, esacerbazione batterica acuta di bronchite cronica, infezione non-complicata del tratto urinario o bronchite acuta.

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