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ALLA RICERCA DELLA PIETRA FILOSOFALE: DAI TEMPLI EGIZI, ALLE CATTEDRALI GOTICHE, ALLA CAPPELLA DI SAN SEVERO

Nella nota introduttiva al suo romanzo NOTRE DAME DE PARIS datata 20 ottobre 1832, riproposta nell’edizione italiana del 1951 edita da Rizzoli, lo scrittore francese Victor Hugo, rivolgendosi ai lettori, commentando l’aggiunta nel romanzo di tre capitoli inediti, scrive: ecco finalmente l’opera sua intera, come la vagheggiò, come la fece, buona o cattiva, duratura o caduca, ma quale egli la vuole. I capitoli ritrovati avranno indubbiamente uno scarso valore agli occhi di quanti, molto giudiziosamente del resto, null’altro cercarono in Notre-Dame di Parigi se non il dramma e il romanzo. Ma, forse, ci sono altri lettori che non trovarono inutile indagare il pensiero estetico e filosofico celato in questo libro; persone che, leggendo Notre-Dame di Parigi, si sono compiaciute di scoprire sotto il romanzo qualcosa di diverso dal romanzo stesso, e di seguire, ci si consentano queste espressioni un po’ ambiziose, il sistema dello storiografo e lo scopo dell’artista, attraverso la creazione, quale che sia, del poeta.[…]

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“CIVILTÀ SOMMERSE”, MITO E REALTÀ

Il 16 gennaio 2002 il ministro indiano per la Scienza e la Tecnologia ha reso noti i primi risultati relativi alla datazione con il carbonio 14 dei manufatti provenienti dalle città sommerse nel golfo di Cambay: ebbene, tali manufatti risalgono a 9500 anni fa, 5000 anni prima di qualsiasi città riconosciuta dagli archeologi.

Così  lo scrittore/studioso inglese Graham Hancock conclude il suo libro Civiltà Sommerse, dopo un excursus  di circa 900 pagine in cui accompagna il lettore in giro per il mondo alla scoperta dei tanti siti archeologici sommersi che, a suo dire e a detta di autorevoli studiosi, si sarebbero inabissati, o comunque sarebbero stati ricoperti dal mare in un arco di tempo che va tra i 17000 e i 7000 anni fa a seguito della fine dell’ultima era glaciale, con relativo innalzamento del mare fino a 120 metri e conseguente inabissamento di città costiere; richiamando alla mente il mito del diluvio universale e quello di Atlantide, il misterioso continente scomparso a seguito di un tremendo cataclisma di cui per la prima volta parlò Platone.

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PALAZZO VECCHIONE MAGLIONE, “UNA DIMORA FILOSOFALE IN POZZUOLI”

A molti il termine Dimore Filosofali dirà poco o nulla. Viceversa dirà tanto agli studiosi e agli appassionati di ermetismo, alchimia in particolare: LE DIMORE FILOSOFALI è il titolo di una delle opere del famoso alchimista francese Fulcanelli vissuto nel ventesimo secolo.

Nelle Dimore Filosofali, esaminando i fregi in bassorilievo e i dipinti che decorano gli esterni e gli interni di alcune antiche e nobili case dispiegate sul territorio francese e belga, lo studioso cerca di dimostrare che quegli addobbi furono realizzati seguendo gli stessi canoni legati all’antica tradizione iniziatica, dove nulla era lasciato al caso, con cui nel remoto passato vennero edificati i templi e in epoca più recente le cattedrali gotiche.

Mediante quelle statue e disegni i decoratori, nella fattispecie gli scalpellini, mentre scolpivano e dipingevano, seminavano indizi attinenti al cammino che l’uomo avrebbe dovuto compiere per realizzare la Grande Opera – la trasmutazione del piombo in oro simboleggiante il passaggio dallo stato materiale a quello spirituale –  che solo gli iniziati alla tradizione sacra sarebbero in grado riconoscere, comprendere e realizzare.

Molti anni dopo, seguendo la stessa logica del Fulcanelli, la compianta storica flegrea Lina Sansone Vagni, dopo aver pubblicato nel 1992 il suo ineguagliabile capolavoro sulla figura di Raimondo di Sangro Principe di San Severo, nel 1994 diede alle stampe un libricino dal titolo eloquente UNA DIMORA FILOSOFALE IN POZZUOLI, edito da Bastogi. […]

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LEONARDO TRA REALTÀ E MISTIFICAZIONE: IL RAPPORTO TRA GESÙ E MARIA MADDALENA

Dopo aver letto il Codice Da Vinci, ero rimasto catturato dalla trama del romanzo strutturato sul presunto legame amoroso tra Gesù e Maria Maddalena, la quale rappresenterebbe l’incarnazione del femminino divino, da cui sarebbe originata la stirpe Merovingia. Ipotesi secondo molti simbolicamente confermata da Leonardo in alcune sue opere pittoriche.

Corroborato da un interesse verso il femminino divino che da anni mi spinge a studiare le antiche civiltà e le loro mitologie, in particolare quella egizia e suoi dei, sia prima che dopo aver letto il Codice, ho studiato diversi testi inerenti l’argomento.

Tra questi il saggio della Pickenett, (MARIA MADDALENA LA DEA OCCULTA DEL CRISTIANESIMO), coautrice insieme a C. Prince de LA RIVELAZIONE DEI TEMPLARI, opera citata nel romanzo di Brown unitamente al SACRO GRAAL di Baigent, Leigh, Lincoln quale fonte documentaria per affermare la propria tesi.

Ammetto che il saggio della Picknett mi aveva, inizialmente, incuriosito in quanto dà un’immagine di Gesù totalmente diversa da quella che conosciamo. Stando all’autrice il Salvatore sarebbe stato una sorta di rivoluzionario ante-litteram, dedito alla magia sessuale che avrebbe praticato unendosi carnalmente con la Maddalena, sua discepola prediletta.

Per avvalorare questa ipotesi la Picknett cita  i vangeli canonici, quelli apocrifi e gnostici, in particolare quello gnostico di Maria; la Pistis Sophia, un vangelo gnostico scritto in lingua copta in cui, se da un lato si mette in evidenza il ruolo fondamentale della Maddalena nella vita di Gesù e l’alta considerazione che il Cristo aveva di lei – questo è il motivo per cui la Picknett cita la Pistis limitandosi ai versetti relativi.

Peccato che nella Pistis, si condannano sia la pratica sessuale come strumento di iniziazione, sia l’omosessualità – l’autrice lascia inoltre intendere, neppure tanto velatamente, che Gesù non disdegnasse le pratiche omosessuali. […]

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VICTOR HUGO, L’INVESTIGATORE DELL’ANIMA UMANA

Dopo aver letto Notre Dame di Paris, scrissi un post dal titolo VICTOR HUGO, SCRITTORE E INIZIATO in cui esponevo le mie convinzioni riguardo la supposta natura iniziatica dell’opera; riconoscendo al grande scrittore francese lo status di iniziato. Cosa che, ho poi scoperto leggendo alcuni scritti sulla sua figura, più di un biografo presuppone.

Tuttavia, essendo l’opera di Hugo sterminata la cui pubblicazione di opere inedite s’è protratta per anni dopo la sua morte, mi sentii obbligato a approfondire il personaggio per valutarne meglio la personalità al fine di trovare ulteriori conferme alla mia deduzione. Di conseguenza decisi di leggere il suo capolavoro, I MISERABILI certo che, se davvero la mia supposizione fosse giusta, tra le righe del romanzo avrei trovato ulteriori conferme. Armato di pazienza e, per quanto fosse possibile, con occhio vigile, mi apprestai alla sua lettura.

Fin dalle prime pagine la natura iniziatica dell’opera mi si palesò in tutta la sua sontuosa maestosità. I ripetuti riferimenti ai conflitti interiori che colgono l’uomo quando, dopo aver commesso un crimine, trovandosi al cospetto di chi pur avendo ricevuto dal suo operato un danno, anziché punirlo denunciandolo alle autorità competenti, lo assolve confidando in un suo rinsavimento esistenziale – come fa il vescovo di Dygne nei confronti di Jean Valjean protagonista indiscusso dell’opera dando vita a un meccanismo di conversione spirituale, tema dominante dell’opera fino all’ultimo rigo – mi sembrò introducessero quello che s’è poi rivelato essere l’argomento cardine dell’opera:una profonda discussione sulla natura dell’anima umana.

Se in Delitto e Castigo di Dostoevskij il protagonista, dopo aver commesso il delitto, vive un eterno conflitto interiore che non gli darà tregua fino all’epilogo della storia, costringendolo a guardarsi sempre alle spalle e a nascondersi da tutto e da tutti temendo che gli altri siano a conoscenza del crimine che commesso e lo tengano sotto osservazione per coglierlo in flagrante quanto meno se l’aspetta, mettendo in tal modo in risalto come il crimine contenga in sé il castigo rappresentato dagli scrupoli e dalle paure che assalgono chi lo ha commesso inducendolo a vivere in un eterno stato di oppressione e di paura, la morale de I Miserabili secondo me è: essendo l’anima umana una goccia di quel grande oceano di bene che è Dio, dovendo per forza di cose la goccia contenere in sé le caratteristiche del mare da cui deriva, conterrà a sua volta in sé il bene ma offuscato dalla pesantezza materiale. Pertanto, se messa nella giusta condizione di sgravarsi dai legami materiali mediante la riflessione e la preghiera, l’anima non potrà a sua volta che tendere al bene. [… ]

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CLEMENTINA GILY: IL RINASCIMENTO DI GIORDANO BRUNO

Tra i tanti volumi editi sulla figura di Giordano Bruno voglio segnalarvi IL RINASCIMENTO DI GIORDANO BRUNO (IL MIELE E LE ARAGOSTE) della professoressa Clementina Gliy, edito da STAMPERIA DEL VALENTINO per la collana di studi tradizionali I POLIFEMI.

Nonostante si tratti di un volumetto di poco più di settanta pagine – il primo di una serie su Bruno di cui l’autrice è già impegnata nella stesura del secondo – l’opera è densa di informazioni biografiche, storiche e filosofiche sulla figura del nolano e sullo scenario europeo dell’epoca in cui visse e si mosse. In particolare lo studio della Gily, tra i maggiori esperti di Bruno nonché per anni docente di estetica della comunicazione alla Federico II di Napoli, si sofferma sul periodo in cui il filosofo soggiornò in Inghilterra alla corte di Elisabetta I e sulla coincidenza temporale tra la sua presenza a corte e la comparsa anni dopo  del genio teatrale di Shakespeare.

Il lavoro è diviso in due sezioni: IL RINASCIMENTO DI GIORDANO BRUNO e GIORDANO BRUNO, MARLOWE E SHAKESPEARE.

Nella prima parte l’autrice analizza l’impronta della filosofia di Bruno, spiegando che: come facevano Bacone e Locke, Bruno cerca la verità dell’uomo, quella che è insieme luce e oscurità; la nuova èra cerca di capirne l’intreccionon abolire l’oscuro, la materia, il male… che sono necessaria ombra onnipresente nel mondo dell’uomo; quella che in pittura mostra solidità dei corpi, protendendoli oltre la tela e figura tre dimensioni in due. In quest’ottica la Gily afferma: filosofia e scienza hanno oggi più bisogno di ieri di intersecare i campi, visto che dopo il Rinascimento il pensiero moderno scavò una mossa tra gli emisferi. […]

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IL MISTERO DI RENNES LE CHATEAU E IL PRESUNTO LEGAME AMOROSO TRA GESÙ E MARIA MADDALENA

Per cercare di comprendere quello che da oltre cinquant’anni è unanimemente riconosciuto come IL MISTERO DI RENNES LE CHATEAU bisogna partire dall’assioma secondo cui ogni leggenda si fonda su un briciolo di verità.

Rennes le Chateau è un paesino della Francia meridionale, situato nella regione della Linguadoca, ai confini con i Pirenei, dove nel 1888, durante dei lavori di restauro della chiesa del paese dedicata a Maria Maddalena, il parroco Bérenge Saunière avrebbe rinvenuto in uno dei basamenti concavi su cui poggiava la lastra di pietra dell’altare delle pergamene molto antiche su cui sarebbero trascritti rispettivamente i nomi dei re Merovingi che si sono succeduti dall’inizio della dinastia e delle frasi in latino scritte in un codice segreto che svelerebbero il segreto che avrebbe poi consentito all’abate Saunière di arricchirsi così tanto al punto non soltanto di restaurare la chiesa, ma addirittura di edificare una vera e propria struttura abitativa denominata Villa Betania con torre annessa battezzata Torre Magdala in onore di Maria Maddalena in cui allestire una ricca biblioteca. Come però abbia fatto l’abate a decriptare il codice per interpretare le frasi resta a sua volta un mistero…

Cosa avesse esattamente scoperto Saunière di così misterioso non è dato saperlo. Tuttavia è dal 1967 che si parla ufficialmente de IL MISTERO DI RENNES LE CHATEAU. A farne menzione per la prima volta fu il giornalista Gerarde de Sede ne L’OR DE RENNES, un saggio scritto a “quattro” mani con Pierre Plantard fantomatico personaggio che sarebbe appartenuto al misterioso Priorato di Sion, fondato nel 1099 da Goffredo di Buglione a sua volta diretto discendente dei Merovingi, il cui scopo sarebbe quello di riportare sul trono di Francia i discendenti della dinastia Merovingia di cui Plantard sarebbe stato discendente.Nel L’OR DE RENNES si ipotizza la presenza nella zona di Rennes le Chateau di un ricco tesoro rinvenuto da Saunière. Si tratterebbe o del tesoro di Gerusalemme trafugato dall’Imperatore Tito agli ebrei durante il sacco di Gerusalemme del 70 DC e successivamente depredato ai romani dai visigoti di Alarico durante il saccheggio di Roma del 410 DC che lo avrebbero sepolto nei pressi di Rennes le Chateau; oppure del tesoro di Bianca di Castiglia.

Secondo altri – tra cui Michael Baigent, Richard Leigh, Herny Lincoln autori del best-seller IL SANTO GRAAL – le presunte pergamene rinvenute da Saunière non si riferivano a un tesoro “materiale” bensì a un tesoro spirituale. Ovvero Saunière avrebbe rinvenuto le prove inconfutabili che la dinastia dei re Merovingi derivava direttamente da Gesù di Nazareth. Così come non si può escludere che il sacerdote avesse scoperto addirittura la tomba del Messia o quanto meno ritrovato quella di Maria Maddalena che, come avrebbero attestato le pergamene in suo possesso, sarebbe stata la sposa di Gesù e madre dei suoi figli dai quali sarebbe originata la stirpe Merovingia.  […]

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MAGIA, SPECCHIETTO PER ALLODOLE E ALLOCCHI

La storia ci insegna che è in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo in queste ore, dove le incertezze affossano le poche certezze degli uomini, che le masse in preda alla paura e all’isteria sono disposte a dare ascolto a chiunque proponga loro un elisir che le faccia sentire sicure, immortali. Nel nostro caso, immuni dal virus.

Tra la fine del XIX e gli inizi XX secolo e successivamente subito dopo la fine della Grande Guerra, in Europa e negli USA sorsero una marea di dottrine esoteriche che facevano il verso ai culti misteriosofici di antica memoria. Le sedute spiritiche divennero di moda così come divenne una moda rivolgersi a cartomanti e chiromanti per conoscere in anteprima il proprio futuro.

Contrariamente a quanto si possa pensare, a rivolgersi agli indovini e a partecipare alle sedute medianiche non erano solo persone di basso ceto dotate di scarsa intelligenza e vittime della superstizione, ma anche aristocratici e personaggi della cultura mondiale come Gabriele D’annunzio il quale, durante il suo soggiorno a Napoli, non si faceva scrupoli a partecipare alle sedute spiritiche condotte da Eusapia Palladino la più famosa medium che la storia ricordi, oggetto di approfonditi studi scientifici in Europa e in America per via delle sue straordinarie doti spiritistiche.

Da quando nel nostro paese è scoppiata l’epidemia di coronavirus, in molti  stanno facendo riferimento ai Promessi Sposi del Manzoni – precisamente al capitolo XXXI in cui si narra della peste a Milano nel 1600 e delle straordinarie analogie tra le iniziali reazioni di sufficienza delle autorità e dei cittadini alla comparsa dei primi focolai di peste in città con quelle delle nostre autorità e delle cittadinanze rispetto ai primi casi di coronavirus in Lombardia – per evidenziare come la storia si ripeta in fotocopia a distanza di secoli, chiamando in causa i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria.

Avendo gli uomini la pessima abitudine di aggrapparsi a qualunque appiglio che li faccia sentire sicuri, lasciando che la ragione venga tranquillamente spodestata dall’irrazionalità, nel timore che in tanti, colti dalla terrore del virus, possano divenire ambite prede di ciarlatani che in cambio di soldi promettono di renderli immuni dal contagio propinandogli intrugli di qualsiasi tipo o oggetti che, se indossati, avrebbero il potere di tenere alla larga il male, ripropongo il testo integrale della conferenza sulla Filosofia Ermetica che tenni nel novembre del 2003 presso la sede dell’associazione Megaris a Napoli, poi pubblicata a luglio del 2004 su Giornale Wolf.

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Ai giorni nostri sembrerà anacronistico parlare di magia. Eppure se andassimo su internet e digitassimo in un qualsiasi motore di ricerca il vocabolo magia, resteremmo sorpresi di quanto sia vasto e attuale l’argomento nonostante l’uomo, dopo aver sondato ogni remoto angolo della terra, aver raggiunto traguardi scientifici e tecnologici impensabili fino a vent’anni fa, si appresti a colonizzare lo spazio infinito.

Di origine persiana, la parola mago significa “partecipe del dono”, intendendo che il mago è il mezzo attraverso cui il potere divino si manifesti affinché l’opera creativa non abbia fine.

L’origine persiana della parola magia è attestata da Apuleio nella sua apologia DELLA MAGIA. Scritta per difendersi dall’accusa di stregoneria, il poeta nel capitolo XXV afferma: Siccome io leggo in numerosi autori, mago è nella lingua dei persiani quello che è da noi il sacerdote; e allora qual delitto è dopo tutto essere sacerdote, avere la scienza, la pratica delle ordinanze rituali, dei precetti della religione, delle regole del culto? Questa è almeno la definizione che Platone dà della magia quando ricorda con quali discipline i persiani educhino al regno il giovane principe. Ho nella memoria le parole di quell’uomo divino: “All’età di quattordici anni lo ricevono quelli chiamati regi pedagoghi. Sono scelti tra i persiani i quattro ritenuti migliori, di età matura: il più saggio, il più giusto, il più temperante, il più coraggioso…” […]

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ALLA RICERCA DELLA PIETRA FILOSOFALE: DAI TEMPLI EGIZI, ALLE CATTEDRALI GOTICHE, ALLA CAPPELLA DI SAN SEVERO

Nella nota introduttiva al suo romanzo NOTRE DAME DE PARIS datata 20 ottobre 1832, riproposta nell’edizione italiana del 1951 edita da Rizzoli, lo scrittore francese Victor Hugo, rivolgendosi ai lettori, commentando l’aggiunta nel romanzo di tre capitoli inediti, scrive: ecco finalmente l’opera sua intera, come la vagheggiò, come la fece, buona o cattiva, duratura o caduca, ma quale egli la vuole. I capitoli ritrovati avranno indubbiamente uno scarso valore agli occhi di quanti, molto giudiziosamente del resto, null’altro cercarono in Notre-Dame di Parigi se non il dramma e il romanzo. Ma, forse, ci sono altri lettori che non trovarono inutile indagare il pensiero estetico e filosofico celato in questo libro; persone che, leggendo Notre-Dame di Parigi, si sono compiaciute di scoprire sotto il romanzo qualcosa di diverso dal romanzo stesso, e di seguire, ci si consentano queste espressioni un po’ ambiziose, il sistema dello storiografo e lo scopo dell’artista, attraverso la creazione, quale che sia, del poeta.

Queste parole ci riportano alla memoria la terzina del canto IX-63 de L’Inferno de La Divina Commedia di Dante, che suona come un vero e proprio ammonimento ai lettori: O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li versi strani.

Prendendo spunto da questi versi molti autori, a partire dal 1800, hanno ipotizzato che Dante appartenesse a una società segreta, precisamente ai Fedeli d’Amore, e che la Beatrice de La Commedia, non fosse Beatrice Portinari, come tuttora ritiene l’ortodossia letteraria, bensì l’immagine umanizzata della conoscenza sacra proveniente da un remoto passato, che, svelata, rivelerebbe agli uomini verità nascoste sul reale destino dell’umanità in totale contrapposizione con quelle ufficiali divulgate dalla Chiesa.

Il primo che cercò di sondare il pensiero recondito ne La Didivina Commedia, ipotizzando che Beatrice non fosse affatto una figura di donna reale ma la maschera scelta da Dante per diffondere le proprie idee antipapali e eretiche, senza suscitare l’ira della chiesa, fu Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti il quale, tra il 1826/27, pubblicò COMMENTO ANALITICO ALLA “DIVINA COMMEDIA”; quindi nel 1842 LA BEATRICE DI DANTE-RAGIONAMENTI CRITICI.

Nella sue opere su Dante il Rossetti ipotizza che ne La commedia il poeta abbia adottato  un linguaggio criptico, comprensibile solo a chi appartenesse a quella specifica realtà politica e culturale cui egli aderiva, per scambiarsi messaggi e idee con gli altri affiliati a questo gruppo denominato Fedeli d’Amore.

Come accade sempre quando, rispetto a un’opera, si azzardano ipotesi contrastanti quelle ufficiali proposte e imposte dall’ortodossia accademica, il Rossetti si procurò non pochi nemici. Eppure la sua visione trovò l’apprezzamento di Giovanni Pascoli.

Altro autore che individuò un messaggio criptico nelle opere di Dante fu Ugo Foscolo. Nella prefazione del suo saggio IL LINGUAGGIO SEGRETO DI DANTE E DEI FEDELI D’AMORE, edito da LUNI EDITRICE, Luigi Valli scrive: Nel 1825 Ugo Foscolo, ponendo col suo genio su nuove basi l’interpretazione di Dante, gettati da parte i vecchi commenti, affermava limpidamente lo stretto legame fra La Divina Commedia e La Monarchia: affermava che La Commedia è pervasa da un profondo spirito rinnovatore politico e religioso, che ha un segreto contenuto mistico e profetico, che essa è una grande profezia esposta in un sistema occulto. 

Alla setta politico-religiosa dei Fedeli d’Amore, oltre a Dante, sarebbero appartenuti tra gli altri Guinizelli, Cavalcanti, Boccaccio e Petrarca per citare i più famosi. Ognuno di questi poeti avrebbe scritto le proprie poesie servendosi di un linguaggio criptico comprensibile solo a chi fosse dotato di conoscenze particolari e intuito necessari per la loro interpretazione. Tutti gli altri, leggendole, ne avrebbero colto solo il significato letterale e la bellezza dei versi che, bisogna dirlo, in alcuni casi, proprio perché la poesia era un messaggio criptato diretto agli affiliati, lasciava a desiderare.

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