SCHIAVONE – DI LINO, QUANDO LA POESIA HA LA VOCE DI DONNA

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Di seguito la versione integrale dell’articolo pubblicato su comunicaresenzafrontiere inerente l’inaugurazione delle terza edizione di “La poesia al Tempo del Vino e delle Rose”

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Napoli, nella sobria e accogliente atmosfera del caffè e bistrot letterario, Il Tempo del vino e delle Rose, in Piazza Dante, domenica 21 ottobre, si è inaugurata la terza edizione de “La poesia al tempo del vino e delle rose”; una serie di incontri con poeti e scrittori curati da Rosanna Bazzano, proprietaria del caffé.

Ad aprire questa nuova serie di appuntamenti le poetesse Angela Schiavone e Stefania Di Lino, coadiuvate rispettivamente da Cinzia Caputo, psicoterapeuta e poetessa, e Floriana Coppola, docente e scrittrice. In veste di lettrice, Wanda Marasco.

Ad aprire la kermesse la poetessa puteolana Angela Schiavone con la sua raccolta di poesie Drammaturgia Privata edito da Giuliano Ladolfi Editore, presentata da Cinzia Caputo che ha evidenziato come per Angela, attraverso la scrittura, “il quotidiano da foglio buttato via “ assurge ad “affermazione del mito”. Chiaro riferimento al mito di Narciso, apertamente citato da Angela in una delle sue poesie, da cui la Caputo ha preso spunto per evidenziare che, mentre quella femminile si perde nell’altro, la poesia maschile si perde in se stessa. Parlando di sé, la Schiavone non ha lesinato scavare nel proprio animo, dichiarando: “la parola scritta impone il confronto con il mondo, obbligandoci a chiederci io chi sono?… Rispondendo, Non è mai tardi per manifestare ciò che sono!”. Proseguendo nella presentazione della propria visione poetica, Angela ha dichiarato, “la poesia deve emozionare”! Detta così sembrerebbe una banalità ma non lo è affatto in quanto per la poetessa – Angela direbbe, “per la poeta” – emozione è tutto ciò che suscita sentimenti e pensieri positivi in chi legge o ascolta i versi. Riaffidando alla poesia la funzione di estraneazione dell’individuo dalla “triste” quotidianità, dove “molte volte si è costretti a vivere in un ambiente composto da persone che non vogliono vederti vivere”; proiettandolo in un universo di visioni dove il dolore esistenziale è il propellente per trovare se stessi ed essere finalmente felici. Ossimoro per dimostrare che il poeta si nutre di sofferenze per partorire gioie sotto forma di versi. E di sofferenze Angela ne ha patite tante negli ultimi tempi. Come lei stessa ha ammesso con sincerità, ma senza mai sbilanciarsi, a conferma di quanto la propria poetica attinga dalle viscere dell’anima. Meritano un plauso le letture della scrittrice Wanda Marasco che ha declamato i versi della Schiavone, ma sarebbe meglio dire sussurrato, badando al ritmo e al tono di voce perché, come lei stessa ha ammesso, “le poesie non vanno urlate!”.

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Per quanto concerne la poesia della romana Stefania Di Lino, di cui si sono letti brani tratti da LA PAROLA DETTA edito da La Vita Felice, l’alternanza sul palco con la Schiavone si è rivelata il giusto abbinamento per una mattinata all’insegna dei versi al femminile. Così come la Schiavone, la poesia della Di Lino è caratterizzata da una scrittura asciutta, scevra da manierismi, diretta, priva di punteggiatura; dove “le parole sono punti di sutura”, come ha evidenziato Floriana Coppola nel proprio intervento. E poiché le suture servono per richiudere le ferite, anche per la Di Lino la poesia è fondamentale per ricucire le piaghe dell’anima determinate dalle sofferenze della vita. Lesioni conseguenti alla forte sensibilità del poeta, quello vero,che lo spinge “a voler essere, non apparire”; ad anteporre la verità alla falsità dell’immagine truccata imposta dalla società odierna dove tutto, o quasi tutto, è taroccato per apparire bello malgrado sia privo di “vita”. Questa voglia di essere ad ogni costo della Di Lino – di affermare la propria interiorità -, è frutto di una visione etica che l’autrice ha della poesia. E lo specchio in cui si riflette per ritrovare se stessa è la figura materna nella quale ogni donna tende a volersi riconoscere nell’eterno dilemma esistenziale “cosa si è e cosa si vuole essere.” Parlando di questa ricerca interiore, la Di Lino giunge a citarsi : “la mia vita è piena di morti che erano tali anche quando erano vivi”; affermando un concetto già trasparso nell’intervento della Schiavone: “La poesia è uno strumento di scavo interiore senza sconti”.
Entrambe le poetesse hanno incentrato il proprio discorso poetico su come si possa essere morti pur essendo vivi di velata matrice evangelica, a conferma di quanto la poesia, a prescindere se uno ha un credo o no, possa risolversi in un potente martello capace di fare breccia nell’anima degli uomini fino a spingerli a ribellarsi al sistema per essere se stessi. A testimonianza di come le parole possano risolversi più potenti della spada, le storie di vita di molti poeti e scrittori, antichi e moderni, costretti a esiliare o a fuggire dal proprio paese in quanto con i propri scritti alimentavano, e tuttora alimentano, il livore delle masse verso chi governava e governa.

 

 

 

 

 

 

Questa terza edizione di “La poesia al tempo del vino e delle rose” non poteva inaugurarsi in maniera più felice, a conferma di quanto Rossana Bazzano ci tenga ché il proprio caffè letterario si distingua per la qualità degli autori proposti.

Anteponendo la qualità alla quantità, difficilmente si sbaglia!

INTERVISTA ALLO SCRITTORE DAVIDE MORGANTI

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Di seguito ripropongo in versione integrale l’intervista allo scrittore Davide Morganti pubblicata su comunicare senza frontiere 


Professore di lettere, scrittore, sceneggiatore, giornalista sportivo, chi è Davide Morganti ?

Il mio vero cognome è Palmieri. Bisogna fare questa scissione. A scuola sono il professor Palmieri, fuori sono lo scrittore Morganti. Anche se a volte i miei alunni mi chiamano professor Morganti. Ovviamente per scherzare. È una scissione che ho fatto venir fuori solo negli ultimi tempi. Per anni non ho mai detto nulla. Perfino a scuola non sapevano di questa mia “dicotomia”. Quando la scoprivano e mi chiedevano perché ne tacessi, rispondevo che non vedevo la necessità di renderla pubblica essendo il professore Palmieri.

Nella precedente risposta hai messo in risalto il tuo rapporto con gli alunni. Approfondiamolo: come si rapportano i ragazzi con questo professore che è anche uno scrittore di livello?

Sono molto incuriositi e orgogliosi tanto che molte volte mi hanno chiesto di leggere in classe i miei libri. Ovviamente mi sono sempre rifiutato in quanto reputo scorretto che un insegnante spinga gli alunni ad acquistare i propri libri per poi leggerli in classe. Solo l’idea che debbano comprare un mio libro e che poi io debba commentare me stesso mi sembra fuori da ogni logica, non solo deontologica ma del saper vivere generale!

Come nasce il rapporto tra Morganti, pardon, Palmieri e la scrittura?

Fin da piccolo ho cercato un cognome diverso da Palmieri perché mi piaceva nascondermi. Poi scelsi Morganti perché mi piaceva il cognome  di mia nonna paterna. Pensa che questo cognome mi si è talmente appiccicato addosso che ci sono persone le quali, quando scoprono che mi chiamo Palmieri, restano stupite. Per rivendicare il mio cognome reale ho preteso che nella bandella di La Consonante Kappa comparisse anche Palmieri.

Veramente volevo sapere come nasce il tuo rapporto con la scrittura…

Ah, scusa!… Francamente non lo so, scrivo da quand’ero bambino. Avevo pressappoco undici anni. Lo considero un fatto naturale. Quando da bambino ti lasci catturare da una passione artistica, o da una passione in generale, non sai, seppure lo speri, che possa essere un qualcosa che continuerai a fare da grande. Almeno così era per me. Tanto che poi, man mano che crescevo, mi chiedevo, “ma scrivo perché è una cosa che fanno tanti adolescenti, o scrivo perché un domani posso ottenere un qualcosa di più a livello personale e professionale?” E, una volta che mi ero posto la domanda, mi rispondevo, “superata l’adolescenza, vedremo se effettivamente ho il bisogno di dire qualcosa o se sto attraversando una fase che vivono molti miei coetanei!?” Ma soprattutto mi sembrava impossibile di poter fare ciò che sognavo di fare. Anche perché siamo abituati – sarebbe meglio dire “educati” – a pensare che tutto ciò che sogniamo difficilmente si realizzerà. Non a caso le nostre disillusioni nascono con la befana che non esiste!

So che hai fatto studi teologici: ciò in passato avrà certamente influito sulla tua scrittura!? Influisce tuttora o stai cercando di uscirne?

Per carità, non voglio affatto uscirne, ma ci voglio rimanere sempre più incastrato dentro! La cultura teologica permea completamente quello che scrivo. Io sono anche laureato in filosofia però la teologia è quello che più si incastra nelle mie ossessioni religiose. Considera che oltre ad aver studiato teologia ho anche studiato ebraico in sinagoga, ho pregato con gli ebrei; è una cosa che mi attraversa parecchio.

Hai fatto un percorso, seppure alla lontana, simile a quello di Erri De Luca il quale ha studiato l’ebraico per poi studiare la Bibbia dalla lingua madre.

So che De Luca traduce dall’ebraico ma penso che abbiamo fatto percorsi distinti: questa mia passione teologica risale a quando avevo diciassette anni. Credo che De Luca abbia cominciato molto più tardi. Avevo anche pensato di iscrivermi al corso di ebraico con il professor Battioni che è uno dei coordinatori della Bibbia di Gerusalemme. Ma poi non se ne fece niente in quanto, oltre a  studiare, già insegnavo religione in una scuola elementare di Cavalleggeri; poi l’ho anche insegnato alle medie e alle superiori.

I bambini come vivevano questa figura laica che insegnava religione?

Mi amavano moltissimo: dicevano che ero divertente e severo. Io ho sempre creduto che un insegnante debba essere una sorta intrattenitore/attore. Ma deve trasmettere contenuti altissimi!

Il tuo ultimo romanzo, La Consonante Kappa, ha avuto degli ottimi riscontri di critica cui però non è corrisposto lo stesso riscontro di pubblico, molto probabilmente per via della complessa architettura del romanzo dove si incastrano più personaggi e più storie, da Gesù a Lenin, passando per la caduta del muro di Berlino. Perché questo mosaico?

Come tutti i libri, il mio si può amare, odiare, denigrare o meno. Mediamente il lettore è abituato a una storia che si sviluppa linearmente dall’inizio alla fine. Per quanto mi riguarda, non ho un dogma, ossia non mi sento obbligato a scrivere una storia in maniera “rettilinea”, dall’inizio alla fine sempre con gli stessi protagonisti. Cosa che ho fatto tranquillamente in altri miei libri, come ad esempio Moremò. Ma ci sono momenti storici in cui hai voglia di pluralità. Sapevo benissimo che rischio correvo impostando il romanzo così com’è strutturato, ero consapevole che, di riflesso, non avrei avuto folle oceaniche in libreria per acquistare il mio libro. Ma scriverlo così come è era quello che volevo. Fa niente che non entrerò in classifica!

Al cinema è uscito Caina, la trasposizione cinematografica del tuo omonimo romanzo, per la regia di Stefano Amatucci, interprete Luisa Amatucci, a cui hai collaborato per la sceneggiatura. Indossare i panni di sceneggiatore è stato più facile o difficile rispetto a quelli di scrittore?

Caina è un incastro tra il romanzo che ho pubblicato con Fandango e un testo teatrale che scrissi nel 2009 dal titolo “il trova cadaveri”. Su suggerimento di Stefano, ho preso  la xenofoba Caina e questo testo teatrale, dove il trova cadaveri è un maschio che raccoglie cadaveri dalla spiaggia, e li ho scecherati. All’epoca il testo fu rappresentato al teatro Elicantropo con Stefano Meglio per la regia di Mario Gerardi: il personaggio originale è grottesco, molto buffo. Diversamente da Caina,  cupa e drammatica che Luisa Amatucci ha reso in maniera magistrale.

In passato hai tenuto laboratori di scrittura creativa. Pensi che un laboratorio sia in grado di sfornare scrittori?

No, assolutamente! Quando li coordinavo, facevo presente ai partecipanti che si veniva per confrontarsi, per leggere insieme. Personalmente lo ritengo un esercizio per aguzzare la vista sulla pagina, sui libri, più che ad appagare velleità di scrittore. Anche se poi in seguito molti di coloro che mi seguivano mi hanno detto “Davide, c’è un prima e un dopo di te per come scrivo.” Questo ti fa piacere. E uno che me lo ha detto è stato lo scrittore per ragazzi Antonio Tammaro che scrive storie delicatissime.

 Attualmente hai laboratori a Pozzuoli?

Non più .  A Napoli i laboratori di scrittura sono frequentati da tantissime persone. Evidentemente ai puteolani, ovviamente, parlo in generale, interessa ben altro. Magari rimpinzarsi più lo stomaco che la mente. O addirittura non interessa Davide Morganti, vallo a sapè!?

Quali sono gli scrittori su cui ti sei formato?

Da bambino Dostoevskij, Kafka e Strindberg. Da adulto stilisticamente mi hanno condizionato Albert Caraco e Federico Dozzi. La ricerca sulla musicalità della frase è durata parecchi anni. E ci sono scrittori che effettivamente  mi hanno indirizzato. La scrittura è un esercizio di ricerca! Non immagini quanto mi fa piacere quando chi ha letto un mio libro mi fa presente che, leggendo, aveva la sensazione che fosse stato scritto da più persone. Uno scrittore deve adeguare lo stile alla storia altrimenti fa tutto uguale, uno yogurt. E là sta la fatica: costruire storia, personaggi e stile. Ora che ci penso, un altro autore che mi piace molto è Winfriend Sebald, ha una scrittura ipnotica!

Ultima domanda, a cosa stai lavorando?

Su suggerimento di Gianfranco Di Fiore, uno scrittore bravissimo, ho ripreso dei romanzi vecchi, del 2007, del 2010 e 2017, e sto cercando di incastrarli per farne un unico romanzo. Inoltre ho anche altri due nuovi romanzi a cui lavorare. Ma non si può fare tutto!

Chiudo la mia intervista con :”Non sono mai riuscito a comprendere in che modo, in paradiso, un uomo si possa considerare beato senza sentire la sua santità diminuire sapendo che altrove, all’inferno, c’è qualcuno che soffre” dal romanzo “La Consonante K” di Davide Morganti.

UN UOMO TRA SPERANZA E NAUFRAGIO

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Spaventa sempre qualunque cambiamento comporti la perdita di una “sicurezza” radicata nel tempo. Spaventa sempre perché, all’improvviso, dopo anni vissuti con la certezza di poter gestire senza particolari problemi una famiglia, improvvisamente ti riscopri a pensare che, quanto prima, arai costretto a rimetterti nuovamente in gioco sul mercato del lavoro, nemmeno avessi vent’anni; a dover iniziare a guardarti di nuovo intorno alla ricerca di un’attività che ti consenta, prima di tutto, di dare un senso alla tua vita, con l’amara consapevolezza che ormai da tempo il tuo sguardo e la tua mente non sono più allenati a cogliere aspetti, sfumature, diversità del mondo esterno, che un tempo avresti individuato all’istante o poco più, aiutandoti a compiere quella che ti sarebbe sembrata la scelta più giusta in sintonia con le tue esigenze personali, per crescere e affermarti come uomo, per conquistare dignità!

Nel momento in cui il vento del cambiamento inizia a far sentire sempre più forte il proprio pesante respiro, ti domandi se sarai nuovamente in grado, ora che hai un’età, a districarti con abilità tra i suoi soffi; se saprai orientare la tua barca con prontezza, determinazione e sagacia affinché il vento ne gonfi le vele, spingendola verso ignoti orizzonti con l’obiettivo di rifarti una vita.

Sai bene che, rispetto al passato, quando navigatore solitario, ti divertivi volutamente a spostarti da “un’isola” all’altra, con la preoccupazione di dover salvaguardare solo alla tua incolumità anziché pure a quella dei passeggeri a bordo, oggi la condizione è completamente ribaltata: seppure i passeggeri sono giovani, forti e sempre più vaccinati alle avversità della vita, e dimostrano di sapersi muovere da soli nel mare esistenziale senza bisogno dell’ausilio di chi indichi loro la rotta giusta da seguire; seppure hai accanto un monolite di donna che, pur avendo sofferto tanto, non si è mai lasciata schiacciare dalle avversità della vita, ma ha sempre reagito con forza, coraggio e capacità uscendone vincitrice, comunque sei consapevole che il cambiamento che sta per approssimarsi modificherà in maniera radicale il tuo modo di vivere, imponendoti di rispolverare dal baule dell’animo quegli aspetti del tuo carattere necessari per costruirti una vita, atrofizzati dalla falsa sicurezza, cementata negli anni, di vivere a bordo di un “piroscafo” reputato inaffondabile. E che invece, come il Titanic, si è dimostrato di una fragilità disarmante,- complice l’ingenuità?, l’incapacità?, la fiducia mal riposta? del nocchiero, sempre più agonizzante in un oceano plumbeo, mantenuto a galla da promesse, accordi, speranze vane che stanno per cedere la presa, lasciando che la nave affondi.

Come gli altri componenti dell’equipaggio, saresti tentato di abbandonare il piroscafo per salire a bordo di una scialuppa di salvataggio e allontanarti sempre di più da quella realtà agonizzate, da quel mare assassino. Ma quello scafo in declino, piaccia o meno, rappresenta una parte importante della tua vita. Così come una parte importante della tua vita è rappresentata dai superstiti dell’equipaggio: uomini con cui hai condiviso più della metà della tua vita, con i quali hai riso, pianto, urlato di rabbia e di gioia, mangiato e giocato, ti sei incazzato e hai fatto incazzare. Persone che mai avresti pensato fossero per te tanto importanti e invece, quando ormai imbarcare acqua è diventata una condizione irreversibile, scopri che sono un pezzo importante di te, che il solo pensiero di dovertene staccare ti fa stare male perché, sia nel bene che nel male, i rapporti umani sono formativi, soprattutto quelli di lunga durata.

Nel momento in cui la barca affonda, scopri che tanti erano i falsi ufficiali che la governavano, che non si sono fatti scrupoli di abbandonarla per salire a bordo di un’altra stabile e sicura non appena la vostra ha iniziato a dare inequivocabili segni di cedimento, fregandosene del suo onesto equipaggio in balia degli elementi. Inizialmente sei portato a giustificarli questi marinai da “mare piatto”; pensi che al loro posto avresti fatto altrettanto. Ma quando poi ti soffermi a pensare alle cause del naufragio, la rabbia ti coglie in quanto ti accorgi che alcuni di quei capitani, seppure in piccola parte, sono corresponsabili del disastro.

La senti la rabbia salire dal profondo dell’anima per esplodere in tutta la propria potenza in un urlo e in un pugno che soffochi in gola e che domini stringendo le dita nella mano fino a farti male perché, tutto sommato, sei convinto che “finché c’è vita c’è speranza”. Ma nel momento in cui pensi ciò, sei anche consapevole che la tua speranza è solo un modo vile per rifiutare la sempre più evidente realtà dell’ormai prossimo naufragio.

A quel punto senti il mare alla gola; fatichi a respirare, a tenere la testa fuori dall’acqua. Ma ormai quel che resta del relitto si impenna in un ultimo, disperato, sussulto di vita. Per poi inabissarsi a testa in giù, trascinando con sé nei fondali le speranze tradite di chi, come te, su quel bastimento aveva costruito la propria vita, dato corpo alle proprie speranze, a quelle della sua donna e dei propri figli.

Aggrappato come un disperato alla ringhiera a poppa con le gambe che si agitano nel vuoto, osservi sotto di te il nero vortice fagocitare con ingordigia la nave nei fondali. Un’ultima, vana speranza ti coglie mentre vai a fondo, chiedendoti se quei fondali non rappresentassero il traumatico varco a un mondo migliore cui diversamente non avresti avuto accesso!? Un mondo dove finalmente avrai la possibilità di dare corpo ai tuoi sogni!?…

È proprio vero, la speranza è l’ultima a morire!

 

IL FOTOGRAFO DI SCENA GIANNI BICCARI SI RACCONTA

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Di seguito ripropongo in versione integrale l’intervista al fotografo di scena Gianni Biccari pubblicata su www.comunicaresenzafrontiere.it

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Dal 4 al 14 ottobre, escluso il martedì, al PAN – Palazzo delle Arti di Napoli – è in corso la mostra fotografica EMOZIONI E PALCOSCENICO 1988-2018 di Gianni Biccari, curata dallo storico della fotografia Luca Sorbo. Una carrellata di 47 scatti, scelti tra circa quindicimila negativi, con cui l’artista, per anni fotografo di scena, ripercorre la storia del teatro napoletano. Per l’occasione, abbiamo posto alcune domande a Biccari.

Questa mostra celebra la tua attività trentennale di fotografo di scena, perché questa passione per il teatro?

Mi è sempre piaciuto il mondo dello spettacolo ma essendo timido ho trovato un “modo” che mi consentisse di frequentarlo senza confrontarmi direttamente con il pubblico, dandomi nello stesso tempo la possibilità di abbinare fotografia e teatro,  due mie grandi passioni.

Malgrado ti definisci timido, fai parte di una compagnia di teatro amatoriale con cui saltuariamente ti diverti a recitare. Solcare il palcoscenico ti ha aiutato e ti aiuta nella tua attività di fotografo di scena?

Assolutamente sì! Recitando ho imparato i tempi, la mimica, la controscena: tutte cose che quando sono dietro le quinte o ai piedi del palco per fotografare mi aiutano a cogliere il momento topico della recitazione e a immortalarlo nello scatto.

Facciamo un bel passo indietro, come nasce la tua passione per la fotografia?

Alla fotografia mi sono approcciato relativamente tardi, precisamente agli inizi degli anni ottanti quando avevo poco più di vent’anni. Avendo avuto la fortuna di iniziare a lavorare molto giovane, la consapevolezza di poter contare su uno stipendio, senza avere particolari spese quali affitto, bollette in scadenza e quant’altro, poteva indurmi ad adagiarmi sugli allori. Nel momento in cui capii che stavo entrando in questa condizione oziosa, mi dissi che dovevo trovarmi un interesse alternativo al lavoro che mi consentisse di impegnare in maniera costruttiva il tempo libero. Il caso volle che mi capitasse tra le mani un almanacco di fotografia. Sfogliandolo, restai talmente affascinato dalle immagini riprodotte che decisi di provare a mia volta a fotografare. Da allora la fotografia è diventata una seconda pelle che non ho mai più dismesso, contrariamente al mio solito di non terminare ciò che comincio.

Tra le foto esposte, vedo che ci manca quella con Giorgio Albertazzi: non è esposta in quanto Albertazzi non apparteneva alla tradizione del teatro napoletano?

No, il motivo è un altro. Poiché la mostra vuole celebrare il teatro come luogo dove ha vita lo spettacolo, con il curatore della mostra, lo storico della fotografia Luca Sorbo, abbiamo adattato le fotografie allo spazio e abbiamo immaginato che ogni parete fosse un palcoscenico e che le fotografie dialogassero tra loro come in una scena teatrale. Purtroppo la foto di Albertazzi, così come tante altre che, aimè, ho dovuto sacrificare,  non si sposava con questa strategia di allestimento. Ma è sul catalogo insieme alle altre. Mi è doveroso ricordare che il catalogo è impreziosito dalla prefazione di Giulio Baffi. 

Un’altra tua grande passione è la corsa: sei un runner e hai nel tuo palmares tante maratone e mezze maratone terminate. Pensi che correre tanti chilometri e per tanto tempo possa averti temprato alla pazienza e, di conseguenza, possa averti inconsciamente insegnato che bisogna  portare a compimento ciò che si comincia ad ogni costo?

Assolutamente sì. Soprattutto quelle discipline che hai citato e che conosci bene perché anche tu sei un runner con delle maratone all’attivo. La corsa di resistenza ti tempra. Ma non solo: la corsa per me è un pensatoio. Soprattutto quando corro da solo, cosa che si ripete spesso negli ultimi tempi, penso molto, progetto. E proprio durante le mie ultime uscite in solitario ho molto pensato a questa mostra.

All’allestimento della mostra hanno collaborato tua moglie Geny e tuo figlio Matteo, anche lui appassionato di teatro, autore dei video proiettati nei monitor in sala. Possiamo dire che, contrariamente a quanto spesso accade a chi, coltivando una passione, è costretto a sacrificare la famiglia, nel tuo caso la fotografia si è risolta  in ulteriore collante per il consolidamento degli affetti familiari?

Senza dubbio! Senza la mia famiglia non avrei fatto nulla, non avrei avuto nemmeno l’input per immaginare una cosa del genere. E poi sono fortunato perché, oltre a sostenermi moralmente,  mia moglie  e mio figlio collaborano attivamente: con Geny abbiamo assemblato le cornici che vedete esposte in sala; Matteo ha curato i testi e i  video. È stato un bel gioco di squadra, coordinato in maniera magistrale da Luca Sorbo, di cui vado orgoglioso! 

All’inaugurazione della mostra erano presenti molti degli artisti immortalati nelle foto, le reazioni come sono state?

Le reazioni sono state entusiasmanti. Ma il momento in cui ho capito di aver fatto davvero un buon lavoro è stato quando, il giorno dopo, uno di loro, di cui mai farò il nome, mi ha chiamato facendomi i complimenti, rammaricandosi che non avevo messo anche una sua fotografia, dicendo, “però ‘na fotografia mia ‘a putive mettere!” Quando un grande dello spettacolo ti dice una cosa del genere, vuol dire che hai fatto qualcosa di bello! Ovviamente anche a lui ho spiegato il criterio di allestimento e mi sono ripromesso di integrare nei successivi allestimenti della mostra una sua foto: su  trentamila negativi a mia disposizione, per questa esposizione ne ho visionati poco meno della metà. Sono certo che negli altri ci sarà una sua foto che si sposa con il progetto in atto.

Sabato prossimo terrai una sorta di visita guidata in cui spiegherai al pubblico la genesi di ogni singolo scatto, come ti è venuta questa simpatica idea?

Non volevo fare un incontro tradizionale con il pubblico, tipo conferenza, dove, alla lunga, la gente si annoia. Insieme a Luca Sorbo abbiamo pensato che sarebbe stato più interessante parlare di me, della mia esperienza. Ma soprattutto parlare delle fotografie, guardandole e commentandole dal vivo.

L’avvento del digitale ha mandato in pensione il vecchio rollino fotografico. Nostalgia del rollino?

Indubbiamente la plasticità e il disegno della grana della pellicola sono irripetibili anche con il computer. Ma bisogna dire che il digitale ti dà tanti altri vantaggi, soprattutto per la sua versatilità. Tuttavia io credo molto nell’interazione tra digitale e rollino. Io uso molto la commistione tra i due procedimenti, digitalizzo i tanti negativi che ho per poi lavorarci in maniera digitale. Ma solo per migliorali. Non mi piace ritoccare in maniera eclatante una foto. L’istante dello scatto non va alterato! Tuttavia riconosco che l’avvento del digitale ha ammortizzato in maniera enorme i costi di produzione: prima per conoscere la qualità di una foto, dovevi chiuderti in camera oscura, sviluppare e attendere lo sviluppo. Oggi con il digitale, usufruendo di una memorycard puoi archiviare fino a 5 mila scatti e, avviando una sequenza motorizzata di scatti, puoi essere certo che  una buono ci sarà.

Dopo Napoli, la mostra prevede un percorso itinerante, quali città toccherà?

Ad aprile del prossimo anno dovrebbe andare a Orvieto Fotografie, una kermesse di fotografia  internazionale, e siamo in contatto con parecchi festival sia di teatro che di fotografia.

Cosa farà Biccari da grande?

Nel frattempo si deve riposare, l’allestimento di questa mostra mi ha sfiancato. Poi vorrei ricominciare a correre con maggiore assiduità e costanza. Invece, per quanto riguarda la fotografia, ho diverse cose in mente ma per ora non anticipo niente. Lo scoprirete vivendo!  

EMOZIONI E PALCOSCENICO – FOTOGRAFIE DI SCENA DI GIANNI BICCARI

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Di seguito la versione integrale dell’articolo apparso quest’oggi su comunicaresenzafrontiere inerente la mostra fotografica al PAN Palazzo delle Arti di Napoli delle foto di scena di Gianni Biccari.

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Giovedì 4 ottobre nella Sala Foyer del PAN – Palazzo delle Arti di Napoli, in presenza di un folto pubblico e di tanti attori di teatro si è inaugurata la mostra fotografica Emozioni E Palcoscenico- Fotografie di Scena 1988-2018 di Gianni Biccari.

Un percorso di immagini curato da Luca Sorbo che ripercorre i primi trent’anni di attività da fotografo di scena dell’autore.

Le 47 foto che compongono l’allestimento della mostra sono il risultato di una lunga e faticosa cernita iniziata con la visualizzazione di circa 15 mila negativi, che, come spiega lo stesso Biccari durante la presentazione del catalogo nella Sala Pan, è andata via via riducendosi fino alla scelta delle foto visibili che ritraggono in momenti di intensa recitazione artisti quali Lina Sastri, Mariano Rigillo, Aldo Giuffré, Nando Paone, Peppe Barra, Massimo Ranieri, Luisa Conte e tanti altri che hanno fatto la storia moderna del teatro napoletano.

Gli scatti di Biccari hanno un forte impatto evocativo, in quanto sanno cogliere l’istante in cui i volti degli attori assumono “maschere” di un’espressività travolgente a testimonianza della loro grandezza. Questo aspetto viene messo in risalto da Luca Sorbo, il quale sottolinea come l’intensità espressiva degli scatti di Biccari derivi certamente dall’innata passione verso il teatro che il fotografo nutre fin da bambino. Non a caso, tutt’ora, quando ha tempo, Gianni frequenta una compagnia amatoriale divertendosi a solcare il palcoscenico in veste d’attore.

Passione che ha saputo trasmettere al figlio Matteo, membro del laboratorio teatrale di Nando Paone e Cetti Sommella all’ArtGarage di Pozzuoli, nonché autore dei due brevi video che presentano la mostra nei monitor allestiti nella sala espositiva. Va inoltre ricordato l’apporto organizzativo di Genny, moglie dell’artista.

biccari palco(Gianni Biccari, al centro della foto, mentre sfoglia il catalogo della mostra; alla sua destra Luca Sorbo, a sinistra il figlio Matteo) 

Meritano di essere citate le parole con cui Biccari ha concluso la presentazione del catalogo: “Lo dico senza voler apparire presuntuoso, mi piace pensare che questa mia mostra possa servire ad arricchire il patrimonio culturale e teatrale della mia città.”

Sabato 13 ottobre, alle ore 17, è prevista un incontro/visita guidata in compagnia dell’autore il quale ripercorrerà, con l’ausilio di Luca Sorbo, ogni singolo scatto spiegandone la generazione emozionale e tecnica.

La mostra sarà visitabile fino al 14 ottobre 2018, dal lunedì al sabato dalle 9,30 alle 19,30; la domenica dalle 9,30 alle 14.

Successivamente è previsto un percorso itinerante in altre città italiane.

NAPOLI, VIA DEI MILLE 78

Chiusura Libreria Marotta (via dei Mille Napoli)

Ogni volta che mi capita di camminare a Napoli per Via dei Mille e di passare davanti al civico 78, mi coglie un senso di nostalgia misto ad amarezza: laddove oggi sorge un negozio di casalinghi, fino a poco meno di vent’anni fa c’era la Libreria Marotta, una delle librerie storiche di Napoli, sede delle edizioni Tommaso Marotta Editore con cui nel 1997 pubblicai L’Ultima Notte, la mia prima raccolta di racconti. E dove per circa tre anni frequentai il laboratorio di scrittura creativa coordinato dallo scrittore Nando Vitali, allora direttore editoriale della casa editrice. In quegli attimi mi è impossibile tenere a freno le emozioni, evitando che i ricordi riaffiorino come magma incandescente dai cassetti della memoria, riscaldando mente e cuore.

Nel momento in cui lo sguardo si posa prima sul numero civico 78 e poi all’interno del negozio, invece di soffermarsi sugli scaffali adorni di macchinette da caffè e altri attrezzi da cucina e per la casa, il sipario della fantasia si solleva, la memoria retrocede nel tempo e gli occhi rivedono gli scaffali alle pareti adorni di libri; incrociano quelli di Lino, il commesso alto e occhialuto sempre sorridente, aggiornatissimo sulle novità editoriali e sui libri in generale; tratteggiano la figura dinoccolata di Tommaso, l’editore, che quando parlavi sembrava non ti ascoltasse ma poi aveva sempre la risposta pronta, a conferma che davvero l’apparenza inganna; si incollano sulla sobria figura di Nando, quasi sempre seduto in poltrona in un angolo con le gambe accavallate a leggere un manoscritto o un libro, che parlava con un tono di voce talmente flebile che a volte faticavo a capire cosa dicesse.

Ma in particolare ricordo il momento in cui, insieme a mia moglie, entrammo in libreria per lasciare in visione il manoscritto de L’Ultima Notte, e la telefonata che ricevetti in ufficio dopo tre giorni con cui Nando mi annunciava la decisione di pubblicare il racconto.

Così come mi è impossibile non ricordare l’indecisione che mi colse quando mi fu fatto presente che dovevo contribuire alle spese di pubblicazione, e l’intransigenza di mia moglie ché il racconto doveva essere pubblicato, “costi quel costi!”

Dal momento che firmai il contratto, iniziai un via vai settimanale alla libreria per incontrarmi con Nando per limare il racconto e scegliere gli altri racconti che lo avrebbero accompagnato nella pubblicazione. Furono, quelli, momenti che mai dimenticherò. Così come mai dimenticherò il giorno in cui mi telefonarono per comunicarmi che il libro era pronto e potevo passare a ritirare le copie che mi spettavano. Già allora muoversi in auto in quella zona di Napoli era un’impresa e ancor di più lo era parcheggiare. Eppure, quel giorno tutto sembrò cospirare a mio favore: niente traffico e posto auto praticamente davanti all’ingresso della libreria.

“ Che culo!” commentò Tommaso.

Impossibile dimenticare l’emozione che provai quando, in occasione della presentazione del libro presso la libreria, le vetrine del negozio furono allestite con le copie del mio libro. Una sensazione unica che ancora oggi, quando ci penso, mi emoziona. Ho sempre considerato la pubblicazione di un libro, così come la realizzazione di qualsiasi opera d’arte, alla stregua della nascita di un figlio: per un artista non vi è nulla di più appagante che dare forma e sostanza ai propri sogni.

Per non parlare degli incontri culturali che Tommaso e Nando organizzavano periodicamente in libreria e del laboratorio di scrittura curato da Nando: in quei momenti, tra quelle mura adorne di libri, da cui si diffondeva profumo di cultura, avevo la netta sensazione di trovarmi in famiglia. Ad avallare questa percezione, lo splendido rapporto di amicizia che si consolidò tra molti di noi che frequentavano il laboratorio di scrittura, tanto che con alcuni ci vedevamo anche in privato per scambiarci opinioni sulla scrittura, sui libri che stavamo leggendo o semplicemente per il gusto di trascorrere qualche ora insieme chiacchierando del più e del meno.

Via Dei Mille 78 per me non sarà mai un semplice numero civico, rappresenterà per sempre la porta attraverso cui accedetti in forma ufficiale a quel mondo della scrittura cui mi approcciai da ragazzino per colmare la solitudine estiva, quando gli amici andavano in vacanza con le famiglie e io ero costretto a starmene da solo a casa, colmando con la forza della fantasia il vuoto interiore di quelle giornate assolate e afose, scrivendo a macchina fuori al balcone della stanza da letto al riparo delle veneziane abbassate.

Fu proprio durante una di quelle estate solitarie che prese corpo L’Ultima Notte, il mio primo vero racconto. E fu in quei locali ubicati al civico 78 che quel racconto, nato per saturare un vuoto interiore, trovò la soddisfazione di essere pubblicato, dando un senso a ciò che all’epoca mi sembrava un immeritato castigo.

Sono passati più di vent’anni dal giorno in cui per la prima volta misi piede nel civico 78 di Via Dei Mille e ancora oggi, malgrado la libreria da tempo non esista più, quando ci passo davanti, non posso fare a meno di gettare uno sguardo all’interno del negozio con la speranza di ritrovare quei volti e quell’atmosfera che segnarono il momento in cui uno dei miei sogni da ragazzo si realizzò.

Sicuramente di sogni da realizzare ne ho ancora tanti, eppure quello di pubblicare un libro ha sempre rappresentato una priorità. Forse perché inconsapevolmente sapevo che quello era l’unico modo per esorcizzare un triste periodo della mia gioventù: la pubblicazione di un libro giustificava quelle sofferenze, gli dava un senso!

FUSIONE CANTINE MEDITERRANEE – PODERE DON GIOVANNI, BRAND D’INTESA Più CHE D’IMPRESA

marchio podere cantine

Se comunemente intraprendenza, coraggio, follia, cinismo, una buona dose di fortuna, (nella vita quella non manca mai), sono qualità imprescindibili per fare impresa, in alcuni casi, seppure sempre più rari, la fiducia e il rispetto reciproco tra gli uomini, sono alla base per dare vita a una realtà imprenditoriale finalizzata alla fusione di due distinti marchi entrambi sinonimo di qualità, come è il caso delle cantine “Podere don Giovanni” e “Cantine Mediterranee”, rispettivamente di proprietà di Giovanni Severino e Vincenzo Napolitano.

La presentazione alla stampa di questa partnership è avvenuta domenica 30 settembre nei locali di Podere don Giovanni, a Borgo di Sipicciano, frazione di Galluccio in provincia di Caserta, alle pendici del vulcano di Roccamonfina, nell’incantevole scenario del parco regionale di “Roccamonfina – Foce del Garigliano”, ai confini con il basso Lazio.

Alla presenza di Luigi Farina, direttore di Spaghetti Italiani, organizzatore dell’evento; del sindaco di Galluccio, Francesco Lepore, e di Salvatore Martino, agronomo del podere, la storia di questo matrimonio di impresa è narrata dal giovane, in senso anagrafico, viticoltore Vincenzo Napolitano il quale, senza remore, racconta l’emozione che provò quando ricevette la telefonata con  cui Giovanni Severino accettava la sua proposta di mettersi in società, dando prova di fiducia in un’epoca in cui, in nome degli affari, le persone tendeno sempre di più a scannarsi.

presentazione sindaco

A conferma del rispetto dovuto al socio più “anziano”, Vincenzo sciorina i numeri che fanno di Podere don Giovanni una realtà imprenditoriale di tutto rispetto: l’azienda si estende su un territorio di 10 ettari dove sorgono oliveti e vigneti da cui si ricava aglianico e falanghina. Per la precisione su ogni ettaro sono piantate ben 5200 piante. Inizialmente l’azienda Severino produceva solo olio biologico; dal 2008 s’è dedicata alla produzione di vini. Cantine Mediterranee, forte della sua presenza sul mercato dal 1946, produce una vasta varietà di vini  e grappe, nonché lo “Spuma 66”, bianco e rosato, che si accompagna alla pizza e a piatti sfiziosi. Ubicata sul territorio vesuviano, Cantine Mediterranee produce anche il lacrima cristi.

filari

I due marchi producono complessivamente circa ottocentomila bottiglie all’anno.

L’obiettivo della fusione, come Vincenzo continua  a spiegare, è quello di fare rete, veicolo indispensabile, al giorno d’oggi, alle piccole imprese per farsi conoscere e resistere sul mercato. Le ambizioni della partnership mira a conquistare sempre di più il mercato estero – Cantine Mediterranee è già presente in Cina, in India, in vari Paesi europei e negli USA – con l’intento di rendere più agevole e meno dispendiosi i costi agli acquirenti, in quanto questo tipo di marketing consente agli imprenditori di interloquire con un’unica realtà commerciale in grado di offrire loro più prodotti, evitando di essere costretti a dover comprare da più fornitori  con l’onere di dover acquistare anche ciò che non serve perché spesso l’acquisto di un prodotto è vincolato a quello di un altro, riducendo considerevolmente i costi.

Al termine della presentazione della fusione commerciale tra le due aziende, di cui al momento resta segreto il nome del nuovo brand, c’è stata una breve visita alle cantine di Podere don Giovanni, che sarà sede della nuova azienda, e una passeggiata tra l’immensa distesa di filari di viti da cui si ricava l’aglianico. Quindi è seguito un buffet allestito dallo chef stellato Antonio Arfé.

arfé

A questo punto non ci resta che attendere la nascita del nuovo marchio e apprezzarne i prodotti.

Se davvero  “il buongiorno si vede dal mattino”, c’è da scommettere che, a breve, un nuovo nettare degli dei allieterà i nostri palati!

LA BOTTEGA DEI SEMPLICI PENSIERI: COSTRUIRE UN MONDO SENZA DIVERSITA’

signora e ragazze

Martedi 25 settembre, nell’ambito di Malazé, il festival ArcheoEnoGastronomico in corso di svolgimento nei campi flegrei dal 15 al 25 settembre, presso Villa Avellino – Residenza Storica, a Pozzuoli, a partire dalle 19.30 si svolgerà un incontro con lassociazione La Bottega Dei Semplici Pensieri il cui scopo è quello di inserire i ragazzi down in maniera stabile nel mondo del lavoro, attraverso una serie di laboratori di formazione nell’ambito del catering, del bar e della ristorazione che, laddove non si raggiungesse l’obiettivo primario, rappresentano ugualmente una sorta di “percorso terapeutico”, favorendo l’acquisizione da parte dei ragazzi di maggiore indipendenza e autostima.

In quel contesto l’associazione presenterà il progetto Brindisi Solidale che “prevede la nascita di un piccolo apecar modificato dove i ragazzi possono offrire un brindisi agli eventi o a matrimoni, se gli sposi vogliono festeggiare in maniera solidale, a fronte di una donazione.

Al fine di conoscere meglio La Bottega, abbiamo posto alcune domande a Mariolina Trapanese presidente dell’associazione.

 

Signora lo scopo principale della vostra associazione prevede l’adeguata formazione e il successivo inserimento nel mondo del lavoro dei ragazzi down: come nasce tale iniziativa che è sia un onere che un onore sociale?

Nasce da un’esperienza personale di avere un figlio con un deficit intellettivo. Quindi insieme con altre mamme ci siamo incontrate al termine di un ciclo scolastico. Oltre le scuole superiori – i ragazzi hanno frequentato l’istituto alberghiero -, non vedevamo nessun tipo di futuro per i nostri figli. E non volevamo vanificare la loro esperienza scolastica. A questo punto abbiamo detto “ok, diamoci da fare” e abbiamo messo in piedi tutta una serie di attività, attraverso dei progetti, che potessero migliorare sempre di più la loro formazione avvenuta già in età scolare. In questo modo abbiamo creato la nostra associazione, ponendoci l’ambizioso scopo di creare una scuola di formazione per ragazzi diversamente abili. Seppure non le nascondo che le difficoltà sono tante!

Difficoltà di che tipo? 

Purtroppo come associazione non abbiamo una sede adeguata per il tipo di lavoro che facciamo.  Quindi, per il momento, ci adoperiamo con progetti extrasede. Del resto, come lei stesso vede, qui dove stiamo non possiamo fare granché (attualmente la sede dell’associazione è situata  in un appartamento su piano rialzato in un condominio sito in  Corso Italia 388,  a Quarto n.d.r.). Abbiamo fatto la richiesta per avere un bene confiscato al fine di poter disporre di una struttura ricettiva che ci consentisse di creare sia laboratori di formazione che eventi in maniera del tutto autonoma.

Malgrado non abbiate una sede confacente alle vostre necessità, comunque riuscite e fare cose pregevoli come appunto inserire nel mondo del lavoro alcuni dei vostri ragazzi.

Per quanto concerne l’inserimento nel mondo del lavoro, abbiamo cominciato con Garanzia Giovani e tre dei nostri ragazzi sono riusciti a ottenere un contratto di lavoro per sei mesi. Oltre ciò, abbiamo messo a punto dei progetti, tra cui Raccogliendo Mi Trasformo dove i ragazzi stazionano su un campo agricolo dal momento della semina. Questo progetto lo facciamo in collaborazione con l’Università di Agraria di Napoli, presso il centro di sperimentazione a Castel Volturno. I ragazzi seminano il mais e da quel momento in poi seguono tutto il percorso relativo alla trasformazione e crescita del seme in pannocchia. Lo scorso anno ci siamo occupati della produzione della farina di polenta. Quest’anno vogliamo andare oltre, creando dei biscotti. In virtù di ciò ci siamo accordati con delle aziende. Nel caso specifico Casa Infante che accoglie i nostri ragazzi nei suoi laboratori e li avvia, con l’ausilio di tutor, all’autonomia della preparazione dei biscotti. Questo è uno dei traguardi che abbiamo raggiunto nell’anno in corso.

muro bottega

Se non erro avete fatto anche dei corsi per pizzaioli

Abbiamo tenuto un corso per pizzaioli alla Multicenter School. Successivamente i ragazzi hanno fatto esperienze in alcune pizzerie napoletane. Purtroppo tutto si conclude con l’esperienza. Il passaggio successivo che prevede l’integrazione a tempo indeterminato nel mondo del lavoro è molto lontano. Almeno per quel che riguarda il nostro territorio. Questo è il motivo per cui ci siamo dato come obiettivo uno step successivo che contempla la nascita della cooperativa sociale per concretizzare il percorso di formazione compiuto dai ragazzi. A riguardo sempre con la Multicenter School abbiamo creato all’interno dell’istituto un angolo bar, nominato Ke-bar, che in realtà è un’aula di formazione dove i nostri ragazzi, mediante turnover, si alternano al banco in modo da migliorare sempre di più le loro conoscenze, capacità lavorative e il rapporto con l’utenza. A riguardo mi lasci dire che, ragionando con il direttore della scuola, convenimmo che tale esperienza è formativa non solo per i nostri ragazzi, ma anche per gli stessi studenti della Multicenter in quanto li educa ad avere un approccio normale verso ragazzi con deficit di apprendimento.

Le istituzioni vi supportano adeguatamente?

Per alcuni aspetti sicuramente ci sono vicine – approvano, ci danno i patrocini. Ultimamente abbiamo vinto un bando europeo, Benessere giovani, sia con il Comune di Quarto che con quello di Pozzuoli.

Il bando è inerente alle attività specifiche che svolgete, nel senso è legato alla formazione professionale di cui parlavamo prima?

No, creiamo anche altri tipi di laboratori in quanto ci piace ragionare a trecentosessanta gradi per offrire sia l’apertura mentale sia la possibilità di mettere in moto fantasie. Secondo me, la cultura, comunque la tocchi, è una forma di crescita! Con il comune di Quarto metteremo in piedi un laboratorio di mosaico e si chiamerà Mosaicheart con l’ausilio di una docente cui seguirà una mostra dove esporremo le opere dei ragazzi.

Prima mi accennava alle difficoltà che avete nell’interagire con le istituzioni

Purtroppo con le istituzioni non riesco ancora a trovare il giusto interlocutore al fine di ottenere una sede adeguata per tutto ciò che facciamo. Questa è la cosa che più mi addolora. In sei anni che operiamo, penso che abbiamo dimostrato abbondantemente la nostra serietà ed efficacia. E penso che meriteremmo un minimo di attenzione in più da parte delle varie istituzioni, anziché essere sballottati da un ufficio all’altro, uscendone sempre con un pugno di mosche! Da più di anno e mezzo abbiamo fatto richiesta al comune di Quarto di un bene confiscato gestito dal comune. Ma finora non c’è stato nemmeno il varo del bando cui potremmo almeno partecipare. Consideri che all’epoca in cui il Comune fu commissariato, ebbi modo di pqrlare con il commissario, era il vice Prefetto di Napoli, il quale ebbe  modo di apprezzare il progetto, affermando che meritava attenzione.

Mentre invece qual è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione?

Per il momento non ho avuto modo di incontrarmi né con il sindaco né con qualche altro rappresentante. Mi hanno detto di aspettare il bando che sarebbe uscito di lì a poco. Per ora nulla. Tuttavia non le nascondo che in noi sta maturando il pensiero e la volontà di spostarci dal territorio flegreo, o almeno da Quarto, per andare verso Napoli. Non è detto che lì non troveremmo maggiore attenzione da parte di chi di dovere.

I ragazzi di cui vi interessate sono locali?

Assolutamente no! Ormai la Bottega è conosciuta per cui da noi vengono non solo dalla zona flegrea ma da Napoli, Secondigliano, Fuorigrotta, Lago Patria. Siamo una realtà ben nota nell’ambiente. Tenga presente che quando inaugurammo il Ke-bar, per il servizio che fece per quell’occasione, il giornalista Giuseppe De Caro fu premiato a livello nazionale. Inoltre abbiamo avuto modo di collaborare anche con l’AIS, l’associazione italiana sommelier, consentendo alla Bottega di crescere e migliorare.

Non le è mai venuto il dubbio che le difficoltà istituzionali possano derivare dal vostro non essere in alcun modo politicizzati, anziché derivare da antipatici intralci burocratici?

Voglio proprio sperare di no! Per le questioni che stiamo trattando credo che l’obiettivo di tutti debba andare al di là delle mere questioni di partito. I ragazzi e le famiglie che si rivolgono a noi lo fanno unicamente perché sanno che cosa facciamo e le opportunità che offriamo loro. Se poi anche in questo contesto entrassero in gioco le beghe politiche, vuol dire che in questo paese, mi riferisco all’Italia in generale, davvero non c’è speranza. Non solo per chi è diverso, ma per tutti. Qui si parla di civiltà e penso che la civiltà debba prescindere dalle casacche di partito. O almeno, dovrebbe!

Al di là dell’introduzione dei vostri ragazzi nel mondo del lavoro, avete altri obietti?

Educare gli altri, i cosiddetti normodotati, a vedere i nostri ragazzi come una risorsa e non un peso per la società.

Cosa farete martedì sera a Villa Avellino?

Proporremo il nostro progetto Brindisi Solidale che prevede la nascita di un piccolo apecar modificato dove i ragazzi possano offrire un brindisi a eventi e matrimoni, se gli sposi volessero festeggiare in maniera solidale, a fronte di una donazione. Per noi martedì sera rappresenta la prova del nove perché per la prima volta i ragazzi si muoveranno in assoluta autonomia fuori dalle tranquille mura di una scuola. E contestualmente lanciare un messaggio sociale che non si riducesse solo agli alunni della Multicenter,  ma venisse recepito dal mondo esterno, facendosi notare e apprezzare come risorse lavorative.

locandina

Avete altri progetti in corso di realizzazione?

Sì, un altro che si chiama “semplicemente chef”  a cui collaborano quattro istituti alberghieri. Si tratta di un contest dedicato esclusivamente a ragazzi diversamente abili: i ragazzi della bottega sono stati preparati da uno chef; quelli della scuola dai loro professori. Ci siamo ritrovati l’anno scorso in un evento organizzato a Gambero Rosso a Nola. Le assicuro che è stata un’esperienza bellissima, entusiasmante. Anche per chi pratica questo mondo ad alto livello come appunto a Gambero Rosso che ci ha accolti e ha potuto valutare di persona che cosa significa dedicarsi ai ragazzi e prepararli.

Lei è convinta che il mondo esterno sia pronto a un confronto di questo genere?

Sì perché già ci hanno chiamato in altri circostanze e i ragazzi ne sono sempre usciti a testa alta.

Nel loro percorso formativo come e da chi sono accompagnati i ragazzi della vostra bottega?

Il nostro punto di partenza era ed è quello di costruire un lavoro integrato. Lo stiamo realizzando grazie alla fortuna di aver incontrato alcuni anni fa cinque/sei ragazzi che vennero da noi tramite la Caritas per esercitare il servizio civile. Da allora questi ragazzi non sono più andati via perché sono rimasti affascinati  dall’idea di una crescita comune. Grazie a questo rapporto sinergico tra il ragazzo normodotato e il diversamente abile, attraverso un lavoro di formazione che prevede per entrambi  la presenza di un tutor, puntiamo a realizzare entro il  2019 la operativa sociale. Questo progetto prevede che i ragazzi normodotati siano integrati ai nostri progetti, divenendo collaboratori dei nostri ragazzi. Una cosa del genere la vedrete già in opera martedì all’Apecar di Villa Avellino.

Signora qual è Il suo sogno nel cassetto?

Vedere realizzata la scuola di formazione e la villa per eventi gestita dai ragazzi. E ovviamente vedere i ragazzi volare via  da questo nido rappresentato dalla bottega per inserirsi con tutti i crismi nel mondo del lavoro e del quotidiano senza alcuna difficoltà!

 

Terminata l’intervista, la signora Trapanese mi presenta due  sue collaboratrici, Elvira e Martina. Ponendosi tra loro, scattiamo la foto che correda l’intervista. Dopo i saluti di commiato, mentre mi accompagna alla porta, la signora mi offre una confezione di biscotti prodotti dai ragazzi della bottega affinché li assaggi: sono ottimi!

 

ALTOFEST: SE LA POLITICA ALZA MURI, LA CULTURA LI ABBATTE

ALTOFEST (1)

Mercoledì 19 settembre, nell’ambito della XIII° edizione di  Malazè – il festival ArcheoEnoGastronomico che è in corso di svolgimento nei campi flegrei dal 15 al 25 settembre -, presso la corte d’ingresso di Villa Avellino – Residenza Storica, a Pozzuoli, si è tenuto un lab con Anna Gesualdi e Giovanni Trono, rappresentati di Altofest, il festival di arti performative, i quali, durante il dibattito moderato da Fabio Borghese, hanno illustrato a un pubblico ristretto ma interessato, cosa è Altofest e quali sono le sue finalità.

Altofest, ci spiega Giovanni Trono, è un progetto che inizia a prendere forma nel 2008, all’epoca della crisi del sistema bancario, per fronteggiare il vuoto di pubblico venutosi a creare nei teatri conseguente al crack finanziario in corso sull’intero pianeta, con l’intento riaccostare le persone al teatro, portando gli artisti tra la gente.

Ufficialmente il festival ha inizio nel 2011 con il coinvolgimento diretto dei cittadini del centro storico di Napoli.

La peculiarità di Altofest è quella di generare una sinergia tra cittadini e artisti, un vero e proprio scambio culturale, tipo quelli che avvengono tra scuole di diverse nazioni: i cittadini ospitano gli artisti nelle proprie case per una decina di giorni; gli artisti esprimono le proprie perfomance nei luoghi che li ospitano, rielaborando la partitura dello spettacolo in rapporto all’ambiente in cui si trovano, muovendosi tra le mura di casa come se fossero in un vero e proprio teatro. Mentre chi li ospita continua a vivere la propria quotidianità in maniera del tutto normale, per nulla condizionato dalla presenza estranea.

In questo modo, chiarisce Anna Gesualdi, si dà esattamente corso al duplice significato del vocabolo ospite che contempla sia chi accoglie che chi viene accolto.

Mentre la selezione degli artisti avviene mediante il varo di un bando globale – per la la selezione delle opere si terrà conto del loro alto impatto estetico in quanto, come chiarisce Anna,  “Altofest segue una visione estetica definita e questa visione estetica ha di conseguenza una ricaduta sociale generando un nuovo linguaggio”-  la scelta del pubblico avviene tramite il passaparola tanto che sono gli stessi cittadini a proporsi agli organizzatori per ospitare gli artisti, permettendo che per una decina di giorni la propria casa si trasformi in un vero e proprio laboratorio teatrale.

Per quanto concerne invece gli spettatori che assisteranno alle varie performance artistiche, sarà stesso chi ospita gli artisti a invitare il pubblico presso la propria casa per assistere allo spettacolo, lasciando che le persone entrino ed escano dalle mura domestiche come se si muovessero in un qualsiasi luogo pubblico.

Questo scambio sinergico tra cittadini e artisti, dove ognuno sacrifica una piccola parte della propria intimità per lasciare spazio all’altro, è un interessante esperimento sociale. Soprattutto in un contesto socio/politico come è quello attuale dove lo straniero è considerato sempre più alla stregua di un nemico da respingere, se non addirittura da combattere, anziché da accogliere.

Un esperimento, Altofest, di notevole interesse sociale e artistico tanto da suscitare l’attenzione della  Fondazione La Valletta e l’organizzazione del festival sull’isola di Malta dal 13 aprile al 13 maggio 2018.

Evento che costrinse i responsabili di Altofest a trasferirsi sull’isola un paio di mesi prima della data di inizio per integrarsi a loro volta con il nuovo ambiente al fine di preparare il “terreno”, così come avviene prima di seminare un campo. Ovvero muoversi tra i quartieri dell’isola per far comprendere ai maltesi, popolo che ha subito due secoli di colonizzazione inglese ed è quindi prevenuto verso lo straniero, cosa esattamente ci si attendeva da loro. Alla fine il festival ha visto il coinvolgimento di ben 11 comunità dell’isola e ha ottenuto un notevole successo a conferma dell’assoluta validità del progetto di matrice napoletana, come ci tengono a precisare con giusto orgoglio Anna e Giovanni.

Laddove la politica edifica muri per difendersi dallo straniero, Altofest li abbatte per far spazio allo straniero!

CONVERSARE CORRENDO

L'immagine può contenere: 3 persone, persone in piedi e spazio all'aperto

Corro da più di vent’anni e mai ho vissuto la corsa semplicemente  come attività sportiva. Per quanto mi riguarda correre era, è e sarà sempre prima di tutto un momento di aggregazione sociale; un sano pretesto per condividere qualche ora con gli amici al fine di scambiare con loro, mentre ci alleniamo, qualche simpatica battuta, qualche aneddoto divertente o piccante. Cogliere a pretesto le decine di chilometri che si percorrono durante un medio o un lungo per dar vita a discussioni serie, che abbiano come argomento la famiglia, i figli, il lavoro, la politica. Se non addirittura volgere il pensiero a chi non c’è più, tipo un genitore o un amico, e onorarne la memoria parlandone con nostalgia mentre le scarpette asfaltano la strada.

Ciò accade soprattutto quando non si ha l’assillo di dover preparare una gara, ma si corre per il solo gusto di correre, da soli o con gli amici. Nel primo caso, man mano che le gambe macinano chilometri, i pensieri si purificano e, quando hai finito, hai la netta sensazione di sentirti più leggero. Non soltanto perché, correndo, hai bruciato calorie e, dunque, hai perso un po’ di chilo. Ma soprattutto perché, correndo, la tua mente rimuginava sui tanti problemi che assillano la quotidianità e, quando giungi al traguardo, hai la netta sensazione di aver trovato la soluzione a qualcuno di essi. Se non, addirittura, la riflessione ti è servita ad acquisire la consapevolezza che molti di quei problemi che ti assillavano un paio d’ore prima di iniziare a correre, sembrandoti macigni senza soluzione, in realtà sono inezie che si possono risolvere con un minimo di razionalità!

Se invece corri insieme a un amico o in gruppo, la compagnia ha la magica capacità di rendere meno stancante la seduta di allenamento, indipendentemente se devi fare un lavoro particolare o correre per una ventina di chilometri. Mentre corri affiancato a un altro runner, non fa niente se lo conosci da tempo o se è la prima volta che lo vedi – magari vi siete incrociati lungo la strada e, salutandovi, appurato che dovevate fare gli stessi chilometri, avete deciso di correre insieme -, inizi a parlare di te, del perché hai iniziato a correre, e, senza rendertene conto, l’argomento di conversazione slitta su questioni più intime nemmeno vi conosceste chissà da quanto.

In maniera del tutto naturale, così come avvenne alcune domenica fa mentre con un amico percorrevamo il Sangermano, la salita che da Agnano di Napoli si inerpica per quasi due chilometri fino all’accademia aeronautica di Pozzuoli, ti ritrovi a parlare di tuo padre che non è più; delle sue passioni per l’arte e il calcio che aveva praticato fino a sessant’anni quando si manifestarono i primi sintomi dell’Alzheimer – i vuoti di memoria, il non riconoscere i familiari -, rendendolo ai tuoi occhi un estraneo tanto che, quando andavi a trovarlo, ti intrattenevi giusto cinque minuti, suscitando la rabbia di tua sorella e la giustificazione di tua madre la quale invece aveva capito che il tuo “fuggire” era conseguente al fatto che non riuscivi a sopportare la vista di tuo padre inebetito; dei quattro anni in cui, da quando si allettò il 16 dicembre del 2007, tutte le mattine prima di recarti a lavoro, passavi da lui per pulirlo e cambiargli le medicazioni alle piaghe da decubito che gli scavavano la schiena in maniera indegna e dolorosa. Il tutto sotto lo sguardo vigile di tua madre, pronta a intervenire e a rimproverarti se papà manifestava sofferenza. Spiegare che quei quattro anni in cui fu allettato per te rappresentarono un grande insegnamento di vita in quanto ti hanno fatto capire quanto futile sia la vita. Facendoti apprezzare il valore di ogni singolo istante. Inducendoti ad approfittare di ogni momento “buono” che la vita ti riserva in quanto non puoi sapere quel che ti aspetta dopo!

Oppure parlare animatamente di politica, come è successo ieri mattina sempre percorrendo il Sangermano. L’amico con cui si è intavolata la discussione, inizialmente voleva fermarsi perché non pensava di farcela. E invece, distratto dalla conversazione che stavamo intavolando, ha completato l’intero percorso senza particolari patemi. A conferma che correre in compagnia ha la capacità  di alleviare la fatica, sia fisica che mentale.

Non so se e quando tornerò ad allenarmi per gareggiare. L’incidente di circa un anno fa, a poco più di un mese dalla maratona di Firenze, con conseguente frattura della spalla sinistra, che mi costrinse a portarecper un mese il tutore e ad andare nel capoluogo toscano in veste di turista, mi ha fatto passare la voglia di fare allenamenti mirati per preparare una gara. Per ora preferisco correre per divertirmi e rilassarmi. E già questo è una motivazione che giustifica ampiamente le levatacce mattutine che faccio per ritrovarmi con gli amici alle 5,30 sul lungomare di Pozzuoli per fare i classici dieci chilometri di allenamento.

Per quanto mi riguarda, non vi è nulla di più piacevole che iniziare la giornata facendo qualcosa che piace, soprattutto se hai modo di condividerla con chi nutre la tua stessa passione!