INTERVISTA AL MAESTRO ZEN VINCENZO CROSIO

il-koan-del-ramocrosio

Di seguito la versione integrale dell’intervista a Vincenzo Crosio pubblicata su comunicaresenzafrontiere.it; a margine la successiva puntualizzazione di Vincenzo in un commento su Facebook

————————————————————————————————————————————————-

Pozzuoli. Sabato 12 gennaio, per la rassegna “Quattro Chiacchiere Con L’Autore”, presso Lux In Fabula si è svolto l’incontro con il maestro zen Vincenzo Crosio che, presentando il  suo libro IL KOAN DEL RAMO SPEZZATO edito da Aletti Editore dove si affronta il tema dell’ikebana, l’arte giapponese di disporre in un vaso i fiori spezzati, ha discusso in maniera diffusa della filosofia zen e del concetto secondo cui nell’universo nulla è perfetto ma perfettibile, ossia migliorabile.

Per essere più chiaro Vincenzo ha mostrato ai presenti prima una composizione di fiori e foglie colti e disposti da lui stesso nel vaso in modo da formare con le loro estremità una spirale tendente verso l’alto, simbolo della vita in eterna evoluzione; quindi una tazza  di ceramica  giapponese: mostrandone il fondo grezzo, ha spiegato che non si trattava di un errore dell’artigiano bensì di una caratteristica voluta apposta per testimoniare che nell’universo nulla di perfetto; che si parte dal grezzo per ottenere, dopo un lungo processo di raffinazione mediante il lavoro, la tazza e le sue delicate decorazioni.

Poiché tale procedimento di purificazione, secondo lo zen, sarebbe infinito, ecco il motivo della presenza di un piccolo errore in qualsiasi opera si rifaccia a tale filosofia. Ciò ricalca il concetto, sempre cinese, dello yin e dello yang, il nero e il bianco, dove nel nero vi è una goccia di bianco e viceversa a testimonianza che gli opposti non sono mai separati l’uno dall’altro.

A fine serata abbiamo posto alcune domanda al maestro Crosio.

E’ un’anomalia che un occidentale rivesta il ruolo di maestro zen o rientra nella norma?

Rientra nella norma perché l’incontro tra Oriente e Occidente è destinato a verificarsi. In fondo si tratta di capirsi: due più due fa quattro sia in Oriente che in Occidente, come diceva Newton.

Enzo come ti sei avvicinato a questa realtà?

Da giovane ho avuto un’esperienza molto dura, la mia generazione negli anni settanta si è impattata con gli anni di piombo. Mi trovai a Parma e fui letteralmente ospitato, curato ed educato dal monastero zen di Fudenji in quanto ero un samurai sconfitto.

In che senso eri un samurai sconfitto?…

Sono stato un guerriero del movimento del settantasette. Alla fine tutto questo cozzava contro le imperizie, una non conoscenza che lo Zen invece ha formato.

Oggi che attività svolgi?

Sono pensionato. La mia attività era quella di insegnante e sono stato anche rettore e direttore del seminario teologico avendo l’attitudine a quella che definisco la teologia della grazia: io sono un teologo della grazia, spero che gli uomini siano felici!

Quindi il tuo ruolo di maestro zen ti sarà stato di aiuto nel rapporto con gli studenti…

Moltissimo! Non lo dico per vanteria ma capire tutte le dinamiche di una ragazzo, soprattutto quelle di chi viveva nei rioni a rischio, ha significato letteralmente salvare dalla criminalità, dalla droga e dall’alcol tanti giovani. A scuola avevamo una “scuola del samurai” che era molto disciplinata ma nello stesso tempo molto aperta alle affettività. Tutto ciò l’ho sempre considerato come un compito affidatomi da Dio di cui non ne ero consapevole: di fronte al dolore estremo di alcune persone è come se mi fossi gettato nel fuoco insieme a loro per salvarle.

Suggeriresti a chiunque di avvicinarsi all’ikebana?

Si! Ordinare i fiori nel vaso, che sembrerebbe una sciocchezza, introduce a un fatto pratico, ossia le mani devono comporre un vaso di fiori seguendo dei criteri personali ma che ubbidiscono a un gusto che alla fine fa sì che questo gesto semplice produca la bellezza in un salotto, in una cucina, perfino in un bagno. Attraverso l’ikebana possiamo rendere vivibili anche gli spazi più imbarazzanti, a conferma che gli opposti, in questo caso bello e brutto, si compenetrano l’uno nell’altro. Proprio come indicano i simboli dello yin e dello yang!

Secondo alcuni, noi occidentali in virtù del nostro vivere caotico non saremmo portati per le dottrine meditative di tipo orientale. Tu che da occidentale sei assurto al grado di maestro zen ovviamente sconfessi questa teoria…

Assolutamente sì! Ogni popolo ha dentro di sé un cuore zen, ossia generoso, e una delle città occidentali dove si attua in maniera inconsapevole la filosofia zen è Napoli, essendo per natura disposta all’accoglienza e alla generosità verso il prossimo. In qualche modo l’incontro tra Oriente e Occidente è esattamente l’incontro che descrive il mio maestro il quale chiese a un monaco tibetano “scusi ma l’occidente non le ha insegnato niente?”.

————————————————————————————————————————————————–

Commento all’articolo di Vincenzo Crosio apparso su Facebook: “Grazie a Vincenzo Giarritiello, una persona colta e molto disponibile…anche se chiamarmi maestro e poi maestro zen è un po’ eccessivo. Ho raggiunto nella ordinazione laica – ripeto laica- il grado di Maestro assistente I, che non è poi così oneroso, anzi. L’unico maestro per me è uno solo, il principio creatore, l’infinita misteriosa genesi ed evoluzione del tutto. Sono solo un praticante e nemmeno così bravo! Come spiego nell’intervista la ‘regola morale’ ,la ‘paramita’ , mi ha forgiato all’attenzione degli altri, questo sì e lo devo ai miei maestri del Monastero Zen di Salsomaggiore che ho avuto l’onore di servire per oltre 20 anni con dedizione. In cambio ne ho ricevuto educazione, nutrimento e sapienza. Mi ha forgiato come uomo, consapevole che esistono delle pratiche e dei doveri, in cui tutti siamo chiamati ad agire. Agire oggi significa aver cura di sé e degli altri, dell’uno e dei molti, con una felice espressione di un famosissimo Sutra , il ‘Sandokai’, la via dell’uno e dei molti. Ecco la via di mezzo è esattamente la via dell’uno e di molti.”

INTERVISTA AL PITTORE CIRO D’ALESSIO

ciro-dalessio-pittore-pozzuoli

Di seguito l’intervista integrale al pittore Ciro D’Alessio pubblicata su comunicaresenzafrontiere.it 

Ciro sei napoletano o puteolano?

Napoletano.

Come mai hai lo studio a Pozzuoli?

Pozzuoli è una città tranquilla, vivibile, piena di storia e, per quanto mi riguarda, molto interes­sata alle manifestazioni artistiche per cui quando trovai questo gruppo di amici che esponeva sulle Rampe Causa decisi di unirmi a loro e successivamente aprii questo mio spazio proprio accanto alla sede di Terra di Pozzuoli. (Via Marconi, 3A – nei pressi del Rione Terra)

Esporre sulle Rampe Causa cosa rappresenta per un pittore di professione come te?

Rispetto ad altre esposizioni di questo genere che si fanno a Napoli e in tante altre città, questo è un luogo in cui si sta tra amici. Per cui questa familiarità rende l’esposizione un momento non solo professionale ma di simpatica aggregazione. Oltre ovviamente alla visibilità che ne deriva per chi espone in quanto le rampe, congiungendo la zona alta di Pozzuoli con quella del porto, sono frequentatissime soprattutto nei fine settimana.

Osservando i tuoi dipinti mi sembra di capire che tu ami dipingere con la spatola…

Sì, sono oli applicati a spatola.

Hai dei riferimenti artistici?

No, seguo il mio percorso cercando di ricavarmi un mio spazio nel mondo dell’arte contemporanea. Certo, faccio riferimento sia alla lezione ottocentesca prestando attenzione alla natura, sia a quella novecentesca dove l’arte viene intesa come una forma autonoma, ovvero espressione di un pensiero tramite colori e gesti.

I tuoi quadri sono pieni di luce. Poiché si dice che l’espressione artistica riflette lo stato interiore di chi la manifesta, ciò indicherebbe che sei una persona solare!

Non saprei: la nostra interiorità è complicata per cui a volte le manifestazioni artistiche sono solari ma l’intimità di chi le realizza vive una condizione totalmente diversa che non esterna quel che si è ma ciò che si vorrebbe essere. Se non addirittura qualcosa di molto più profondo che va al di là della personalità descrittiva dell’individuo.

Ogni artista ha qualcosa da comunicare, il tuo messaggio qual è?

Non credo di avere un messaggio specifico da comunicare, diversamente non sarebbe arte ma opera messianica. Personalmente ritengo che l’arte sia la sintesi tra l’universale e il particolare che si esprime in un’immagine; l’incontro tra relativo e assoluto da cui ha origine la vita stessa, in questo caso rappresentata dall’espressione artistica!

Tu dipingi in quanto senti il bisogno naturale di dipingere…

Certo, ma penso che questo valga per tutti essendo l’arte una necessità espressiva.

Quindi il significato delle tue opere lo deleghi all’interpretazione di chi le ammira?

Anche! Per me dipingere è un giocare, un dialogare con l’osservatore: io propongo l’immagine, lui la completa con la sua immaginazione interpretativa.

Volendo accostarti a un grande pittore, alcuni tuoi quadri mi ricordano Van Gogh, Renoir, Mo­net…

Grazie per l’accostamento che mi lusinga molto. Per quanto mi riguarda cerco di fare il mio per­corso individuale, anche se ci sono dei grandi maestri che sono punti di riferimento imprescindibili per chiunque dipinga, ma ognuno deve rilucere di luce propria attraverso un lavoro di ricerca perso­nale, altrimenti non “fai” ma “rifai”, il che è diverso! Sicuramente ciò che accomuna me e tanti altri artisti ai grandi pittori da lei citati è il gusto per la materia intesa come materia pittorica che non si riduce a immagine ma che fuoriesce dalla superficie e sembra avere una vita propria.

Tu dipingi da che eri ragazzo?

Sì! Ho fatto il mio primo quadro a olio a diciassette anni e da allora non ho più smesso.

Hai fatto studi specifici?

No! Presi la licenza classica e successivamente iniziai a studiare filosofia. Inizialmente la pittura rappresen­tava un momento di svago dalla fatica degli studi. Poi quel momento diventò più importan­te dello studio e decisi di farne il mio lavoro.

Auspici per il 2019?

Da poco ho allestito questo studio e spero diventi un punto d’incontro e di riferimento per chi ha interesse per la pittura. Fare parte di Terra di Pozzuoli mi consente di confrontarmi con altri pittori ricevendo sempre nuovi stimoli e idee e, spero, dando a mia volta suggerimenti utili agli altri. Del resto ritengo sia questo il senso dell’associazionismo: crescere insieme!

 

A YANN MOIX BISOGNAVA RISPONDERE “GRAZIE AL CAZZO!”

yann moix

Alcuni giorni fa lo scrittore francese Yann Moix ha confidato alla rivista Marie-Claire la propria incapacità di amare una donna di 50 anni, preferendo quelle di 25 anni, possibilmente asiatiche, in quanto “il loro corpo è straordinario” mentre “quello di una cinquantenne non lo è affatto”.

Come era prevedibile la dichiarazione ha innescato un vespaio di polemiche che si sarebbero potute tranquillamente spegnere sul nascere rispondendogli con un colorito “grazie al cazzo!”

Scusate il francesismo…

Leggendo la dichiarazione si deduce infatti che lo scrittore utilizzasse il verbo amare per intendere il rapporto sessuale anziché un rapporto di coppia dove le componenti che uniscono i due sono molteplici; dove la sfera sessuale è una dei tanti collanti della coppia ma non l’unico.

Ovvio che se un uomo dell’età dello scrittore dovesse scegliere una donna con cui trascorrere qualche ora di sesso, soprattutto se fosse costretto a pagare per farlo, si orienterebbe verso una molto più giovane di lui per sentirsi a sua volta giovane mentre stringe a sé quel corpo fresco, sodo e profumato di vita.

A essere sinceri dalla dichiarazione di Moix non si capisce se lo scrittore ami andare a prostitute, ma la sua confessata predilezione per le orientali lo lascerebbe supporre…

Tuttavia se così fosse, non ci sarebbe nulla di male essendo ognuno libero di vivere come meglio crede la propria sessualità e di fare del proprio denaro ciò che vuole.

Parlando di amore come sentimento esso si nutre non solo di emozioni sensuali – quelle appartengono alla sfera del desiderio e una volta appagate spesso non ritornano più allontanando per sempre coloro che avevano condiviso quel momento di passione – ma di interessi comuni, intelligenza, educazione, attenzione verso l’altro, la complicità e il gusto di divertirsi insieme. Aspetti   che inducono a pianificare un progetto di vita comune e a ritrovarsi in maniera naturale l’uno nelle braccia dell’altra in quanto l’amore fisico tra chi si ama è unione di anime. I corpi non sono altro che un involucro per cui chi amiamo ci apparirà sempre bellissimo in barba agli anni che avrà perché l’amore non ha età. Viceversa un rapporto tra chi si piace solo fisicamente è sesso e nel tempo è condannato a morire perché a tenerlo vivo c’è solo la bellezza fisica la quale negli anni sfiorirà.

Per non essere frainteso, specifico che non ho assolutamente nulla contro il sesso fine a se stesso. La chiarificazione era necessaria per spiegare qual è per me la differenza tra fare l’amore e fare sesso. Punto!

Evidentemente Moix ha usato in maniera impropria il verbo amare, volendosi riferire al rapporto sessuale; chi si è sdegnato per la sua affermazione o non ha colto il senso reale delle sue parole, o le ha strumentalizzate per attaccarlo.

A mio avviso lo scrittore ha detto una tale banalità che mi verrebbe da replicare il francesismo di cui sopra…

INTERVISTA A SALVATORE VOLPE, COORDINATORE DI “TERRA DI POZZUOLI”

salvatore-volpe-associazione-terra-flegrea-amore-giarritiello

Di seguito l’intervista integrale pubblicata su comunicaresenzarontiere.it

Come nasce l’idea di fondare Terra di Pozzuoli?

A Pozzuoli e in generale sul territorio flegreo abbiamo sempre avuto la necessità di esprimere arte in quanto riteniamo fosse necessario dare spazio ai tanti artisti, non solo pittori, che abitano in loco.

Anche perché da sempre Pozzuoli porta la nomea di avere una sua scuola e un suo stato di artisti. Per cui il nostro scopo iniziale, a partire da Nino D’Amore fondatore e Presidente dell’associazione, era quello di raccogliere principalmente artisti di origine flegrea. Seppure in parte, ci siamo riusciti e per il secondo anno consecutivo ci proporremo sul territorio. A riguardo abbiamo già presentato la richiesta al Comune per poter nuovamente usufruire di quelle che ormai riteniamo le “nostre” scale, le Rampe Raffaello Causa, su cui esponiamo in maniera da dare visibilità ai nostri associati.

Dell’associazione fanno parte solo artisti flegrei?

Purtroppo pochi e questo è un nostro grande rammarico! A Pozzuoli vivono tantissimi artisti di valore ma, non so perché, sono restii a partecipare. Alla nostra associazione sono iscritti artisti provenienti da ogni parte di Napoli, dal giuglianese, perfino dalla provincia di Avellino. Non capisco perché invece quelli puteolani e flegrei latitino.

Ha cercato di dare una spiegazione a questa latitanza?

Personalmente in alcuni casi ho riscontrato una sorta di ritrosia ad esporre o perché timidi o perché non si reputassero all’altezza per un confronto pubblico: diciamo mancanza di autostima.

Voi raccogliete solo pittori o anche artisti di altro genere?

Siamo aperti a tutte le forme d’arte. A esempio quella presepiale, la ceramica, la scultura. In particolare l’arte presepiale è legatissima alla cultura napoletana ed è molto bella sia da praticarsi che da vedersi.

Chi ebbe l’idea di “occupare” artisticamente le rampe Causa?

In passato esisteva già un’associazione di artisti flegrei, Arte/Artisti di cui anch’io facevo parte, presieduta da Lino Chiaromonte con cui siamo rimasti amici, che usufruiva di questo spazio per esporre. Entrambi frequentavamo il bar Il Grottino che sta sulle scale. Originariamente Lino aveva un’associazione a Napoli, ma nel momento in cui si trasferì a vivere a Pozzuoli e ci conoscemmo, a entrambi venne l’idea di “adottare” le scale come luogo di esposizione. Successivamente, quando con Nino D’Amore abbiamo fondato Terra di Pozzuoli, ritenemmo giusto proseguire su questa linea in quanto, essendo le Rampe Causa frequentatissime, si prestavano a dare visibilità a coloro che vi avrebbero esposto. Inizialmente all’associazione eravamo cinque o sei iscritti, fino ad arrivare a un massimo di cinquanta. Poiché in seguito il Comune ci ridusse lo spazio espositivo per timore che sulle scale si potessero creare degli assembramenti e qualcuno si potesse fare male, per conseguenza logica si è anche ridotto il numero di iscritti. A tutt’oggi siamo una ventina.

Presumo che la riduzione di spazio avrà ridotto anche i vostri progetti futuri…

Certamente! Le nostre ambizioni organizzative contemplavano tra l’altro delle estemporanee e delle manifestazioni allargate sul territorio, oltre a laboratori di pittura che teniamo in sede. Purtroppo tale limitazione ci ha costretti a rivedere i piani originari, lasciandone molti nel cassetto con il proposito di riprenderli in futuro.

Quali sono i vostri propositi per il 2019?

Fermo restando la possibilità di continuare a usufruire delle Rampe Causa – cosa che sapremo non prima di febbraio perché solo allora il Comune dovrebbe rispondere alla nostra richiesta di riutilizzo delle stesse – le quali per noi hanno un significato affettivo in quanto la gente ha imparato a conoscerci in virtù della nostra presenza sulle Rampe, gli obiettivi per il 2019 contemplano la crescita sia in termini di associati che di organizzazione di eventi; sperando che quest’anno collaborino con noi anche altri artisti flegrei in modo da sfatare l’antipatica voce secondo cui a Pozzuoli è impossibile fare comunità. Se ci riuscissimo, potremmo dire di avere ottenuto un grosso risultato!

Auguri!

CON LA MAFIA NIGERIANA L’ITALIA FA POKERISSIMO

nigeria-schiave.jpg_982521881 (1)

Che sul litorale casertano ci fosse qualche problema di illegalità dovuto agli immigrati, soprattutto di colore, è cosa nota da tempo a quanti vivono tra Castelvolturno e Mondragone o sono costretti a transitare su quel tratto di Domitiana per motivi di lavoro o per recarsi al mare; non fosse altro per la presenza costante sul ciglio delle strade di giovani prostitute di colore, in molti casi dalle eloquenti fattezze minorili, che a qualunque ora del giorno esercitano il mestiere più antico del mondo, non per loro volontà ma perché costrette con la forza dai loro stessi connazionali, o per la presenza, sempre a bordo strada o a ridosso di villette fatiscenti un tempo edificate con l’ambizione di essere case di villeggiatura sul mare ma poi abbandonate e successivamente occupate dagli immigrati, di uomini di colore di tutte le età che apparentemente oziano o discu­tono tra loro ma che in realtà hanno tutta la parvenza di essere delle vere e proprie “sentinelle” con il compito di vigilare e avvertire chi di dovere dell’arrivo delle forze dell’ordine.

Malgrado le reiterate denunce nel corso degli anni degli amministratori comunali e delle associazioni di cittadini per il degrado e l’esponenziale crescita della criminalità a causa della presenza degli immigrati, sembrava che davvero quelle zone fossero terra di nessuno, in quanto nemmeno il presidio costante delle forze dell’ordine riusciva ad arginare il fenomeno immigratorio che alimentava le attività criminali, per lo più spaccio di droga e sfruttamento della prostituzione.

Il proliferare dei crimini in molti lo attribuivano alla presenza dominante del clan dei casalesi sul territorio che, a loro dire, aveva stipulato un accordo con la criminalità straniera, in particolare con la mafia nigeriana, per la gestione del traffico di stupefacenti e di armi e della tratta umana ricavandone benefici economici.

Malgrado le attività illegali si svolgessero alla luce del giorno, sembrava che nulla e nessuno potesse arginarle, alimentando nei cittadini la convinzione dell’impotenza dello Stato nei confronti del crimine organizzato.

Ad accrescere questa amara supposizione si aggiunge la notizia di pochi giorni fa che uomini dell’FBI americana stanno giungendo in Italia per indagare con l’ausilio di investigatori italiani sul fenomeno della mafia nigeriana che non si “limiterebbe” allo spaccio di droga e allo sfruttamento della prostituzione ma sarebbe dedita all’orribile e redditizio traffico di organi umani.

Come si sia potuto arrivare a tanto resta un mistero. Magari se, non appena sul litorale casertano si manifestarono i primi sintomi del male cui seguirono gli allarmi dei cittadini, chi di dovere fosse intervenuto con decisione per sradicare a monte le radici di quel cancro che oggi, con oltre centomila affiliati, è tra le più pericolose ed efferate organizzazioni criminali presenti in Italia contemplando tra i propri riti di affiliazione molto probabilmente anche il cannibalismo, forse oggi non staremmo qui a discutere di mafia nigeriana.

Speriamo che l’interazione tra investigatori italiani e americani dia i suoi frutti, annientando almeno questo mostro.

In un paese in cui le mafie spadroneggiano da sud a nord in maniera tentacolare, dove in molti casi è acclarata la collusione tra criminalità e politica, l’insorgere sul territorio nazionale della mafia nigeriana sarebbe l’estrema, triste testimonianza che in Italia la lotta alla criminalità organizzata è un’utopia.

Dopo ma “mafia” siciliana, la “ndrangheta” calabrese, la “sacra corona unita” pugliese e la “camorra” campana, con il proliferare della mafia nigeriana l’Italia fa un pokerissimo di tutto rispetto che le non fa certo onore!

PERE CATAPERE, LA GUIDA SU NAPOLI DI ERNESTO NOCERA

ernesto nocera. pere catapere

Di seguito la versione integrale della recensione pubblicata su comunicaresenzafrontiere.it 

Solo il sincero amore per la propria città poteva consentire a Ernesto Nocera, classe 1931, la realizzazione di una brillante e dettagliatissima guida turistica qual è Père Catapère, edito da Il Quaderno Edizioni, che ha il merito di presentare Napoli alla napoletana; abbinando alla storia, alla cultura, alle indicazioni gastronomiche e curiosità generali, il gusto dell’aneddotica popolare frammista a considerazioni personali che arricchiscono di contenuti e colori la storia di una città mito nel mondo. Come avviene quando si chiacchiera tra amici, utilizzando un linguaggio semplice, chiaro ma incisivo, spesso ironico, l’autore ci guida in una passeggiata ideale tra le strade, le piazze e i vicoli di quella che per secoli fu una delle capitali più apprezzate d’Europa e tuttora, malgrado le infinite contraddizioni che la caratterizzano, è tra le città più visitate di Italia e del mondo. Per questa sua “passeggiata” l’autore propone un itinerario particolarmente suggestivo che inizia nel caos di Montesanto; attraversa la Pignasecca e il suo pittoresco mercato e, inerpicandosi in funicolare sulla collina del Vomero, converge a  San Martino dove svetta Castel Sant’Elmo con la certosa e il suo ricco museo poco più in basso; per poi scendere la Pedamentina, la lunga scalinata panoramica che da San Martino arriva  fin giù Montesanto intersecando il Corso Vittorio Emanuele, congiungendosi con il decumano maggiore, meglio noto come Spaccanapoli, che come una ferita mai rimarginata, taglia per oltre un chilometro il centro storico della città, vera anima di Napoli. In quel chilometro attraversato da un’infinità di strade, vicoli, piazze e piazzette ornati da monumenti, residenze storiche, chiese e locali tutti con una personalissima  storia che arricchisce ulteriormente il bagaglio storico/culturale della città e dei suoi misteri, si è sviluppata e si condensa la millenaria storia partenopea. In questo denso dedalo di anime, da buon napoletano, l’autore si muove con maestria, non limitandosi a segnalare al turista i luoghi da visitare ma dove potersi fermare per sorbire un buon caffè e un’ottima sfogliatella, o in quale pizzeria e trattoria recarsi a mangiare per gustare una buona pizza e assaggiare le prelibatezze della cucina napoletana, spendendo poco.  A dimostrazione che Napoli è davvero una città a dimensione d’uomo. Personalmente mi sentirei di suggerire la lettura del libro non solo ai turisti ma, prima di tutto, a quei tanti napoletani che hanno la presunzione di conoscere la città come le proprie tasche: li invito a mettersi in “viaggio” libro alla mano, seguendo dettagliatamente le indicazioni di Ernesto Nocera. Scommetto che i primi a scoprire aspetti ignoti della città sarebbero loro stessi. Non escludendo che in questo modo imparerebbero ad amarla più di quanto realmente dicono e, soprattutto, dimostrano di farlo con i fatti. Del resto lo stesso autore in uno dei suoi tanti spunti personali evidenzia come, essendo Napoli un monumento a cielo aperto, spesso i napoletani non sanno di camminare in una via storica o di trovarsi a ridosso di un palazzo dove in passato si svolsero eventi tragici o vi risedette un personaggio di prestigio mondiale. Per apprezzare il valore delle cose bisogna conoscerle. Con la sua guida Ernesto Nocera ce ne dà la possibilità.

INCONTRO CON LA PITTRICE ANNA VARRIALE

ANNA VARRIALE

Di seguito l’intervista integrale alla pittrice Anna Varriale pubblicata su comunicaresenzafrontiere.it

La sensazione che si ha ammirando i dipinti di Anna Varriale è che hanno un anima. La Natività, un quadro realizzato quest’anno, emana vibrazioni che rapiscono, emozionano oltre una semplice tela dipinta.

Anna la tua passione per la pittura nasce da bambina?

Assolutamente no. Avevo ventidue anni quando ho iniziato a dipingere. Fu una persona a me molto vicina che, vedendo un mio disegno, mi spinse a proseguire su questa strada regalandomi tutto il necessario per dipingere, cavalletti inclusi.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti?

Non prediligo soggetti particolari. Mi piace spaziare; dipingo tutto ciò che mi colpisce e mi piace, dai paesaggi alle nature morte.

So che nella tua vita artistica per un lungo periodo non hai più dipinto, solo da un po’ hai ripreso?

Si, per molto tempo ho abbandonato la pittura.

Per quale motivo?

Non credevo in me in quanto, essendo autodidatta, non avendo fatto studi d’arte, mi sentivo un pesce fuor d’acqua. A questa mia insicurezza si sono aggiunte problematica esistenziali che mi hanno spinta ad abbandonare la pittura. Solo da qualche anno ho ricominciato a dipingere. 

I tuoi quadri hanno una vaga impronta fotografica, sbaglio?

Sì, mi piace ritrarre dal vivo senza alterare la realtà. Se dovessi darmi una collocazione stilistica, mi definirei impressionista.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici? A quali pittori ti rifai?

Da giovane ero attratta dalla pittura classica. In particolare mi piacevano Caravaggio, Rembrandt, nonché i pittori del 400/500. Conto di ritornarci. Al momento sono in una fase di sperimentazione.

Caravaggio e Rembrandt erano pittori che lavoravano molto col chiaro/scuro mentre i tuoi quadri sono pieni di luce…

Adesso sì! Ecco perché ho detto che sto sperimentando. Mi sto approcciando anche a un altro tipo di pittura.

ANNA VARRIALE 1

Si dice che i vari periodi che caratterizzano lo sviluppo artistico di un pittore sarebbero conseguenza delle variazioni del suoi stati d’animo. Questo tuo periodo di luminosità artistica potrebbe essere conseguenza di un momento di serenità interiore che stai attualmente attraversando?

Non saprei. Ripeto, sono in una fase di sperimentazione. Tuttavia, se la vogliamo mettere così, diciamo che questo momento di luminosità rappresenta una mia rinascita interiore. Prima i miei quadri erano poveri di luce, probabilmente perché artisticamente non avevo il coraggio di manifestare tutto ciò che avrei voluto mettere su tela.

Oltre a esporre qui a Pozzuoli sulle Rampe Causa, hai già esposto altrove?

Sì, il 24 novembre in una galleria a Via Merliani.

A livello di soddisfazioni la pittura ti gratifica solo moralmente oppure anche in altri termini?

Al momento artisticamente sono alla ricerca di un riscontro che attestasse finalmente il mio effettivo valore di pittrice. Già quello sarebbe tanto.

Come artista sei “libera” o fai parte di un’associazione?

Pur essendo indipendente, mi sono iscritta all’associazione di artisti puteolani Terra di Pozzuoli coordinata dal pittore Nino D’amore.

Non vivendo d’arte, come fai a conciliare la tua passione per la pittura con il lavoro?

Con fatica. Ma ci riesco. Per spostarmi durante un evento con i miei quadri, non avendo nessuno accanto, mi organizzo da sola. Come lavoro faccio la dama di compagnia. Di notte lavoro, di giorno ho tempo per dipingere. Quando c’è la passione a sostenerti, non esista ostacolo che possa fermarti!

Pensi che davvero, come qualcuno sostiene, l’arte possa salvare l’umanità?

Sì, assolutamente! L’arte è un rifugio e uno sfogo per la fantasia. Penso che chiunque riesca a manifestare le proprie fantasie attraverso l’arte, sotto qualunque forma la esprima, può trasmettere un messaggio positivo per la società. L’arte è comunicazione di anime! Oggi purtroppo la gente comunica senza riflettere, ripetendo come un mantra quello che sente dire in televisione o legge sui giornali. L’arte invece obbliga a riflettere, dunque impone di far funzionare il cervello e il cuore sia dell’artista che dello spettatore. Ecco perché penso che possa salvare l’umanità!

 

CHI COME ME…

quelli come come METRONAPOLI

Chi come me è abituato a svegliarsi prima dell’alba per andare a correre e a scendere di casa poco dopo le sette per recarsi in auto a lavoro, fino a quando non sarà costretto a dover andare in ufficio con i mezzi pubblici, difficilmente si renderà conto di quante persone verso le sei del mattino già affollano le fermate di autobus e treni per iniziare la propria giornata.

Chi come me è abituato a rientrare a casa poco dopo le sei del mattino da una seduta di allenamento per infilarsi sotto la doccia, difficilmente immaginerà che in quel preciso istante in cui l’acqua scorre sul proprio corpo per cancellare via i segni della corsa, centinaia di persone si accalcano alle porte di un treno o di un autobus: uomini, donne, ragazzi di ogni età e nazionalità nello stesso momento in cui esco dalla doccia e indosso l’accappatoio, soddisfatto per aver iniziato la giornata facendo una tra le cose che più mi piacciono, già sono in strada per dare un senso al proprio esistere; per porre le basi del proprio futuro in una società dove il futuro, soprattutto per i giovani, è praticamente un miraggio.

Chi come me, pur potendo starsene a letto fino alle sei del mattino, si alza a notte fonda per andare a correre, solo quando sarà costretto a dover scendere a sua volta con le tenebre per recarsi a lavoro avrà modo di apprezzare l’umanità.

Le auto incolonnate dalle sette del mattino sulla tangenziale, cui egli si accoda con la propria da più di trent’anni per andare in ufficio, testimoniano l’esistenza di un’umanità inconsapevolmente privilegiata essendole concesso il lusso di spostarsi di casa con un certo agio. Viceversa la fila di gente sulla fermata della metro alle sei del mattino certifica che a molti non è concesso nemmeno il privilegio di alzarsi con comodo dal letto, fare colazione con i propri cari o guardare il TG mentre sorbiscono il caffè.

È a costoro che dovrebbe rivolgere con la mente un rispettoso buongiorno chiunque come me è abituato a scendere di casa all’alba per andare a correre, passeggiare o fare sport. Un’umanità costretta a fare enormi sacrifici per dare un senso al proprio esistere, senza escludere che alla fine in molti subiscano l’umiliazione di uno stipendio da fame.

Un conto è sentire parlare del suo esistere per interposta persona, altro è incrociarla, quest’umanità, per strada, imbacuccata nei cappotti e nei giacconi per proteggersi dal freddo umido e pungente del primo mattino, come mi è successo questa mattina quando sono sceso di casa presto per andare anch’io a lavoro con i mezzi pubblici.

A tutte queste donne, a questi uomini, a questi studenti, a questi extracomunitari andrà da oggi il mio rispettoso pensiero ogni volta che la mattina scenderò di casa con il buio per fare jogging .

Chissà, forse è per questo che la vita è fatta di alti e bassi. Diversamente non avremmo la possibilità di apprezzare ciò che abbiamo, fosse solo la possibilità di alzarci presto per andare a correre con gli amici mentre la stragrande maggioranza delle persone a quell’ora si sta già preparando per avviarsi alla fermata di un tram per andare a lavoro.

È proprio vero, ci si accorge di quanto si è fortunati solo quando non si è più nella condizione di esserlo.

WALTER MOLINO E LA SUA WEBAPP PER I CAMPI FLEGREI

MOLINO 1

Di seguito in versione inegrale l’intervista pubblicata su comunicaresenzafrontiere.it  a Rosario Walter Molino ideatore della webapp www.totemgo.com


Pozzuoli presso l’ Associazione, Lux In Fabula, nell’ambito della manifestazione “QUATTRO CHIACCHIERE CON L’AUTORE”, si è svolto l’incontro con l’informatico  Rosario Walter Molino ideatore della web-app www.totemgo.com.

TOTEMGO  è un’applicazione multimediale e interattiva finalizzata a far conoscere il territorio flegreo. Al termine dell’ incontro abbiamo intervistato Molino.

Qual è lo scopo di TotemGo?

Poter divulgare le peculiarità della mia città, Pozzuoli, al mondo intero, creando un maggiore senso di consapevolezza di cosa sono i campi flegrei nel complessivo.

Perché l’hai battezzata TotemGo?

Il nome TotemGo deriva dall’unione delle parole “totem” e “go”. Totem perché la App utilizza il paradigma dei totem per descrivere un luogo. Quindi non più in maniera monolitica ma frammentata su più punti grazie all’utilizzo del gps: se voglio descrivere un luogo, non lo descrivo su un’unica pagina bensì frammentato su più punti e geolocalizzato con il gps. L’altra parola, go, che in inglese significa andare , indica la possibilità che la app ti concede di spostarti da un luogo all’altro virtualmente.

Perché creare una web-app anziché la classica app?

La web-app ti garantisce l’universalità, con qualsiasi dispositivo riusciamo a connetterci a TotemGo, per cui c’è la libertà di accesso a qualunque informazione senza dover installare alcune applicazione sul proprio dispositivo.

TotemGo nasce nel 2015, da allora a oggi come si è sviluppato?

Il 31 marzo 2015 sono state create le caratteristiche basilari della app: la creazione dei totem con il gps, le guide, la possibilità di leggere ciò che gli utenti hanno scritto, di fare il download in pdf delle guide e dei totem creati, e la possibilità di creare una sorta di caccia al tesoro con il gps. Il 2016 è stato l’anno della connettività, consentendo agli utenti la possibilità di creare degli eventi legati a una città e con il sistema rss feed far sì che sulla app arrivino i titoli dei quotidiani presenti su internet legati alla città in questione. A esempio per Pozzuoli la connettività permette di consultare i giornali locali online, ovviamente previo consenso da parte loro. Il 2017 è stato l’anno dei geobooks e della realtà aumentata la quale permette che foto e dipinti dell’epoca possono essere sovrapposti a ciò che si sta guardando al momento con lo smartphone, consentendo di appurare le differenze del sito tra ieri e oggi. I geobook è un sistema innovativo che consente di collegare il luogo che si sta guardando ai libri che ne parlano. Se dovessi trovarmi in prossimità del Tempio di Serapide, mi arriveranno i link riguardanti i libri che ne parlano, mediante la connessione con librerie online tipo Città Vulcano messa a punto da Lux In Fabula in cui sono archiviati in forma digitale tutta una serie di volumi che parlano di Pozzuoli e dei Campi Flegrei. Il 2018 è stato l’anno della realtà virtuale, della ricerca e della scrittura vocale. La realtà virtuale permette di inserire foto a 360 gradi, permettendo all’utente di compiere un viaggio virtuale inserendo il proprio smartphone negli occhialini di realtà virtuale. In tal senso la caratteristica di TotemGo è quella di creare in automatico un percorso virtuale servendosi del meccanismo dei totem e del gps.

MOLINO 2

Poiché TotemGo consente agli utenti che si registrano di interagire attivamente con la app inserendo foto, creando percorsi, giochi e quant’altro, possiamo paragonarlo a Wikipedia?

Tipo wikipedia in quanto nel nostro caso è il solo utente il gestore delle proprie informazioni, gli altri non possono modificarle; ma possono segnalare se sul portale viene inserito qualcosa di offensivo o inopportuno, permettendo agli amministratori di intervenire per levarlo e bloccare per sempre chi li aveva inseriti.

Progetti per il futuro?

Al momento sono talmente immerso nello sviluppo e propaganda di questo progetto che non ho tempo di pensare ad altro.

A noi non resta che utilizzare l’ app e augurare un forte in bocca al lupo all’ intraprendente informatico/geniale puteolano!

MA DAVVERO CHI NON HA VOTATO PD E’ UN IDIOTA?


pd

Nella puntata di Otto e Mezzo di mercoledì 5 dicembre, a una domanda della Gruber “lo capiranno gli elettori?”, lo scrittore Gianrico Carofiglio ha risposto in maniera testuale, “gli elettori negli ultimi tempi non hanno dato ottima prova di sé ma può darsi che vedano un pochettino più lungo.” (da 19:20 a 19:10).

Da quando le elezioni del 4 marzo hanno letteralmente terremotato il PD, relegandolo al secondo posto come partito con il 18,72% di preferenze, dietro al M5S con il 32,68%, e davanti alla lega con quasi il 15% di voti, e soprattutto da quando si formò la maggioranza gialloverde, M5S-Lega, che attualmente governa il paese, non passa giorno che dal Pd e dai suoi sostenitori non arrivino frecciate all’inettitudine degli elettori per la scelta politica.

Dimenticando, forse, che il primo partito di centrosinistra in Italia, il Pd, se davvero si fosse fatto carico delle problematiche della povera gente, mai sarebbe stato abbandonato da due milioni e mezzo di elettori i cui voti hanno rimpinguato per lo più il M5S.

È facile attribuire all’incapacità di giudizio dei votanti il motivo per cui oggi al governo abbiamo i populisti del M5S e i razzisti della Lega.

Ma se si cancella l’articolo 18 dallo statuto dei lavoratori, si difende a spada tratta la legge Fornero, si agisce in maniera tale da dare a intendere che si hanno a cuore più  le banche che non i risparmiatori truffati da quelle stesse banche, se si vuole riformare a ogni costo la Costituzione con l’appoggio di Berlusconi fino a “ieri” considerato il nemico giurato della sinistra, se si varano una riforma del lavoro e della scuola che, anziché migliorarle, hanno peggiorato le cose, se si vara una legge elettorale propagandandola come la più bella d’Europa per poi vedersela mestamente bocciare per incostituzionalità, se prima dici una cosa e poi fai esattamente l’opposto, non c’è da stupirsi poi se gli elettori ti abbandonano, preferendo chi, per quanto urli ai quattro venti contro gli immigrati, l’UE e l’euro, mostra di farsi promotore delle problematiche reali della maggioranza dei cittadini.

Così come è indubbio che fare oggi proposte per il bene del paese, mentre all’epoca in cui si era al governo si trasmise nella gente la percezione di sfasciarlo il paese, o quanto meno di tutelare solo le fasce privilegiate, le cosiddette “caste”, non aiuta certo ad accrescere nei propri confronti la simpatia degli elettori.

La sinistra, se esiste davvero, torni a fare la sinistra e allora sì che gli elettori torneranno a votarla.

Fino a quando la sinistra farà politica nei salotti televisivi e non, e nei quartieri “bene”, difficilmente riguadagnerà la fiducia della gente.

Sostenere implicitamente o esplicitamente che chi non vota Pd è un idiota mette rigorosamente a rischio i valori democratici.

La prima cosa che dovrebbe fare un vero “democratico” è accettare le scelte altrui, cercando di sforzarsi di capire i motivi della perdita della propria credibilità agli occhi della gente. Denigrarle perché si sente intellettualmente superiore è indice di superbia che non paga mai.

Così facendo, discrimina, allontanando sempre più gente da sé!