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GLI ANGELI HANNO BISOGNO D’AMORE (racconto)

Ogni volta che si trasferiva nella casa in collina lasciatagli dal nonno per trascorrere un periodo di vacanza, Federico era solito ripetere i gesti di quando, ragazzino, vi trascorreva le estati. In quel modo, diceva, aveva l’illusione di rallentare lo scorrere del tempo, di sconfiggere la vecchiaia.

Quella mattina si alzò che il cielo appena rischiariva all’orizzonte. Zaino in spalla, uscì di casa e si avviò su in paese da dove avrebbe poi proseguito sul sentiero del bosco fino alla pozza d’acqua posta a mille metri. Per raggiungerla avrebbe dovuto camminare almeno per un paio di ore, da solo, per un dislivello di quasi seicento metri immerso nella fitta boscaglia.

Quando giunse in piazza notò una strana agitazione: un nutrito gruppo di persone discuteva animatamente attorno a una pattuglia dei carabinieri. Accanto alla gazzella dell’arma era parcheggiata una jeep della protezione civile.

Incuriosito si avvicinò per capire cosa stesse succedendo: un bambino mancava da casa dal pomeriggio del giorno prima. I genitori, una coppia romana in vacanza, dopo averlo cercato a lungo nel bosco, in serata avevano dato l’allarme. Le ricerche si erano protratte per tutta la notte alla luce delle torce e delle fotoelettriche con esito negativo. Ora si stava facendo il punto sulla cartina geografica aperta sul cofano della pattuglia, dividendo i soccorritori in gruppi di due, affidando a ognuno un’area precisa in cui effettuare le ricerche.

“Tu dove vai?” gli chiese il maresciallo che stava tracciando una linea rossa sulla carta.

“Salgo alla pozza”

“Bene, ti lascio il mio cellullare, se dovessi vedere o trovare qualcosa che indichi la presenza del bambino, chiama subito!”

“Va bene! Come si chiama il bambino?

“Valerio!” […]

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CIAO, SIGNOR FELICE

La telefonata, di quelle che non vorresti ricevere mai, arrivò a fine giugno di quest’anno. Era Alessio Bandinelli, il mio amico enologo di Raggiolo: “Enzo purtroppo devo darti una triste notizia”.

In quell’attimo capii subito cosa stava per riferirmi, non lo lasciai continuare:

“Nonno Felice!?”, mormorai.

“Sì” rispose senza aggiungere altro.

“Quando è successo?”

“Pochi giorni fa”

“Ha smesso di soffrire!” dissi con convinzione.

“Sì, è vero…” ammise con amarezza.

Felice Ristori era nato 93 anni fa. Sposato con Maria Minocchi da cui aveva avuto Lena, l’unica figlia, madre di Alessio; rimasto vedevo circa vent’anni fa, pur vivendo a Firenze, era sempre rimasto legato a Raggiolo, suo paese di origine, dove, non appena le stagioni iniziavano a farsi miti, si trasferiva per raggiungere la famiglia di Alessio al quale lo univa un legame indissolubile che era molto di più del “semplice” rapporto tra nonno e nipote. Chi avesse avuto la fortuna di vederli discutere o camminare insieme avrebbe giurato che quell’uomo anziano dall’aria gioviale e quel giovane alto e robusto fossero amici veri. Negli ultimi due anni a rafforzare la sua voglia di trasferirsi a Raggiolo era sopraggiunta la nascita di Guido, il figlio di Alessio e Susi, con cui Felice faceva lunghe chiacchierate sotto lo sguardo incantato del bambino. […]

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CHI ERA MARIA MADDALENA?

Di seguito l’articolo pubblicato su QuiCampiflegrei.it

Tra i tanti santi celebrati dal calendario cristiano una delle figure più controverse, se non in assoluto la più ambigua, è certamente Maria Maddalena che si celebra il 22 di luglio.

Di lei non si sa nulla, né chi fosse né da dove provenisse. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, nel loro saggio LA RIVELAZIONE DEI TEMPLARI, Sperling & Kupfer Editore, gli studiosi Lynn Picknett e Clive Prince sostengono che, contrariamente a quanto afferma la tradizione, la Maddalena non proveniva dalla città di Magdala ubicata sulle rive del lago di Tiberiade in quanto, all’epoca dei fatti narrati dai vangeli, nei documenti romani relativi ai censimenti nelle città delle provincie dell’Impero, a quel tempo in Palestina non compariva nessuna città con questo nome. Sembra invece che in Egitto ne esistesse una con un nome assonante. Per cui gli autori non escludono che Maria Maddalena fosse egiziana, azzardando che possa essere stata una sacerdotessa di Iside visto che in molti luoghi dove sorgevano templi dedicata alla dea egiziana successivamente furono edificate chiese in suo onore… […]

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GIUSEPPE PETRARCA E LA SUA “NOTTE NERA”

Di seguito l’intervista pubblicata su QuiCampiflegrei.it

Giovedì 9 luglio a Pozzuoli, nello splendido scenario di Terrazza Lopez con vista sul Tempio di Sarapide, si è presentato il romanzo NOTTE NERA di Giuseppe Petrarca, edito da HOMO SCRIVENS. Dopo l’intervento introduttivo del dottor Carmelo Cicala, proprietario dell’Hotel Neronensis, di cui la “terrazza” è parte integrante, che ha illustrato agli ospiti in sala i progetti in cantiere per il futuro, la serata è stata ufficialmente aperta dal giornalista Ciro Biondi il quale, dopo aver presentato i relatori, ha passato la parola allo scrittore Pino Imperatore presente in qualità di relatore. Sono intervenute: Anna Copertino, Enza D’Esculapio, Ginella Palmieri; letture di Liliana Palermo. A fine serata, durante l’elegante convivio offerto dalla padrona di casa Pasqualina Petrarca, ne abbiamo approfittato per porre alcune domande all’autore.

Giuseppe, Notte Nera è il tuo quarto poliziesco. Ai tuoi romanzi incominci a lavorare solo dopo che hai la trama ben strutturata in mente o le storie si sviluppano man mano che le scrivi?

Io ripeto sempre quel che diceva Giorgio Manganelli: l’autore scrive sotto dettatura. A volte lo scrittore scrive al di fuori di se stesso, della propria esistenza, della propria esperienza personale, in mondi sconosciuti. Ecco perché poi i personaggi prendono strade diverse. Siamo noi che in qualche modo creiamo delle storie che poi nel tragitto narrativo cambiano completamente. Io credo che tutto quello che si scrive all’inizio, anche per quanto concerne le storyboard, ossia le tavole su cui strutturare la storia, non vengono poi seguite pedissequamente. Man mano che vai avanti nella scrittura c’è uno stravolgimento, un itinere continuo ed è questa la cosa più straordinaria che fa della scrittura un’avventura affascinante.

Si dice che scrivere un giallo equivale a impostare e poi risolvere un problema matematico: devi avere tutti i dati per poi riuscire ad arrivare al risultato finale. Quando apponi la parola fine alla storia, vieni mai colto dal dubbio che manchi qualche elemento per renderla credibile come avresti voluto che fosse?

Poiché i miei sono dei gialli atipici in quanto, seppure in maniera maldestra, utilizzo l’architrave del noir – colpi di scena, suspense – perché mi piace accattivare il lettore con le mie storie, in realtà affronto tematiche di fondo etico/sociale che riguardano un po’ tutti noi, per cui, alla fine la soluzione del caso è relativa rispetto ai dubbi che posso aver infuso nel lettore riguardo i mali della società, essendo la storia il pretesto attraverso cui ho modo di affrontare i veri temi che mi interessano. […]

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NANDO PAONE: DA GRANDE VOGLIO FARE L’ATTORE

Di seguito l’intervista all’attore Nando Paone pubblicata su QuiCampiflegrei.it

Attore di teatro e cinema, caratterista per eccellenza, Nando Paone insieme a sua moglie, l’attrice Cetty Sommella, ha istituito a Pozzuoli, presso l’Art Garage, un laboratorio teatrale e, successivamente, ha fondato il Teatro Sala Moliere, proponendo ogni anno un calendario interessante, includendo serate di reading con nomi importanti del teatro italiano come Renato Carpentieri e Alessandro Preziosi.  In questa lunga intervista l’attore racconta i suoi esordi teatrali e cinematografici, parlando del suo rapporto con grandi personaggi dello spettacolo quali Eduardo, Gassman, Bud Spencer, Vincenzo Salemme e tanti altri, non omettendo di narrare aneddoti simpatici.

 Nando quando nasce la tua passione per la recitazione?

Da bambino. La scintilla scoppiò intorno ai 14/15 anni: stavamo andando al cinema – all’epoca andare al cinema non significava andare a vedere un determinato film, ma proprio “andare al cinema”, quel che c’era c’era. Eravamo un gruppo di scugnizzi bagnolesi squattrinati: facevamo la colletta; uno di noi pagava il biglietto, entrava, apriva la porta laterale e gli altri, uno dopo l’altro, s’imbucavano in sala. Ricordo che andammo a vedere L’inquilino del terzo piano, un thriller bello tosto diretto e interpretato da Roman Polansky. Restai incantato dalla sua interpretazione. Il mondo dello spettacolo mi affascinava, ma fino a quel momento ero proiettato verso la costruzione artistica; la scenografia, per intenderci, perché ho sempre reputato che nel campo dell’arte non ci fosse da prendere molto. Infatti, al di là di quel che se ne pensi, questo mestiere ti dà la notorietà ma non la ricchezza. I ricchi son pochi.

Che studi hai fatto?

L’istituto d’arte, sono maestro d’arte. Quindi decisi di fare architettura, ma non mi sono laureato perché, poco dopo che mi iscrissi all’università, iniziai a guadagnare i primi soldi come attore professionista, percependo i contributi. Prima di allora lavoravo in una compagnia cosiddetta primaria, ossia professionale, ma, essendo giovane, poiché credo che all’epoca fosse consentito, non guadagnavo fiscalmente. Per un paio d’anni, precisamente intorno ai diciassette anni, ho lavorato con la compagnia di Mico Galdieri che è stato un eminente personaggio soprattutto del teatro napoletano. In seguito, sempre con la sua compagnia, andammo a fare uno spettacolo a Roma dove venni notato da un’agente cinematografico che, per la cronaca, dopo quarantasei anni è ancora la mia agente, e fu così che iniziai il mio percorso nel cinema. All’epoca, siamo intorno alla fine degli anni settanta, in Italia si faceva tantissimo cinema, circa 300 film all’anno. Su 300, 100 mi richiedevano; su 100, ne interpretavo 6/7.

Nando tu hai lavorato con Bud Spencer: di questo personaggio che rivendicava con orgoglio le proprie origini napoletane, tanto da sottolineare “io non sono italiano, ma napoletano”, che ricordo hai?

 All’epoca in cui lavorammo insieme, lui era letteralmente un divo. Io sono cresciuto con i film di Bud Spencer e Terence Hill tipo LO CHIAMAVANO TRINITÀ, quindi per quelli della mia generazione lui era un mito! Diversamente da quel che si potrebbe immaginare, era un personaggio molto schivo: stava sempre per conto suo con i suoi collaboratori più stretti, non si univa mai alle tavolate di tutti noi. Tuttavia la cosa molto significativa, che poi mi sono spiegato anni dopo sentendolo esaltare la propria napoletanità, io ero l’unico che salutava. Ad esempio, se eravamo radunati nella hall dell’albergo e lui passava, non salutava nessuno. Poi si girava verso di me e mi rivolgeva uno stentoreo “Ué guagliò!” a cui rispondevo prontamente “buongiorno, signor Carlo”, o “buonasera signor Carlo”, suscitando l’invidia degli altri che mi chiedevano “ma perché saluta solo te?”. […}

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NANDO VITALI E I SUOI “CHIODI STORTI” da LUX IN FABULA

Con la diffusione sul proprio canale Facebook  del video in cui lo scrittore Nando Vitali racconta se stesso e il suo ultimo romanzo, CHIODI STORTI edito da EDIZIONI IOD, sabato 4 luglio si è conclusa presso Lux In Fabula la seconda edizione di QUATTRO CHIACCHIERE CON L’AUTORE.

Persona schiva, dotata di un ricco bagaglio culturale, fondatore e direttore della rivista letteraria Achab, dopo aver lavorato per anni come direttore editoriale per diverse case editrici napoletane, Vitali nel tempo ha acquisito la consapevolezza che anche in sé albergava il germe della narrativa, dando alle stampe dodici anni fa al suo primo romanzo, CHIODI STORTI, oggi rieditato.

Lo scrittore apre il filmato spiegando qual è secondo lui la funzione sociale dello scrittore – la associa metaforicamente al cardellino che i minatori esponevano nei luoghi dove scavavano per essere avvisati attraverso l’eventuale morte dell’uccellino se l’ambienta in cui lavoravano si stesse saturando di gas, salvandosi così la vita fuggendo in tempo. Quindi dopo aver citato FERROPOLI, il suo romanzo più famoso ambientato a Bagnoli suo quartiere d’origine, Vitali racconta la trama di CHIODI STORTI, frutto dell’esperienza di laboratorio di scrittura con un gruppo di ragazzini a rischio di Ponticelli. […]

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NECROPOLI DEL PONTE COPIN: LA VERGOGNA ARCHEOLOGICA DI POZZUOLI

A seguire l’articolo pubblicato su QuiCampiFlegrei.it

Il 28 giugno 2018 insieme alla giornalista Danila Mancini de La Voce di Napoli facemmo un sopralluogo in vari siti archeologici di Pozzuoli per sondarne lo stato di abbandono e degrado. Iniziammo con quelli sul lago d’Averno, appurando l’assoluto decadimento della pseudo grotta della Sibilla, fino a qualche anno fa gestita da Carlo Santillo la cui famiglia per oltre un secolo ha funto da Caronte “traghettando” in spalla nella pozza d’acqua naturale che sorge all’interno della spelonca personaggi illustri tra cui lo Zar di Russia Nicola II, D’Annunzio, Maria José, donna Rachele Mussolini. Quindi constatammo che, malgrado fosse stata riaperta pochi mesi prima in pompa magna alla presenza delle autorità comunali e della soprintendenza archeologica – si era in piena campagna elettorale -, la Grotta di Cocceio era nuovamente chiusa per tutelare la colonia di pipistrelli che nel corso degli anni vi aveva nidificato, nonostante all’inizio si sostenesse che la riapertura non avrebbe affatto influito negativamente sull’ecosistema della grotta.

Ad oggi in tanti ironizzano che per rivederla aperta bisogna attendere le prossime elezioni. Se così fosse, la riapertura dovrebbe essere imminente dato che a settembre ci saranno quelle regionali…

Ciò che però sconvolse di più Danila fu la scoperta, per lei, della necropoli sottostante il Ponte Copin, meglio noto come “ponte Azzurro”. Nel momento in cui le mostrai quell’immenso tesoro archeologico che da decenni, non si capisce perché, giace completamente abbandonato nella più fitta vegetazione, nemmeno fossimo nella foresta amazzonica, ammutolì. […]

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