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RAGGIOLO, LA CASTAGNATURA AL TEMPO DEL COVID

Malgrado l’emergenza covid abbia sconvolto la vita di tutti noi, in tanti grazie a internet, in particolare ai social, abbiamo scoperto e stiamo scoprendo la possibilità di continuare la nostra vita sociale in virtuale.

Sicuramente ritrovarsi al di là di uno schermo di un PC, di un telefonino o di un tablet non è la stessa cosa dell’incontrarsi a tu per tu in un bar, per strada o a casa per scambiare quattro chiacchiere tra amici.

Tuttavia nell’attesa che l’emergenza sanitaria passi, possiamo affermare che grazie alle chat molti di noi durante il lockdown non solo hanno avuto la possibilità di continuare a lavorare e studiare tranquillamente, si fa per dire, da casa, ma anche di proseguire la propria vita sociale formando gruppi di chat con gli amici di sempre, facendo nuove amicizie perché in quei gruppi spesso c’erano sconosciuti con cui si è simpatizzato.

Idem è accaduto e sta tuttora accadendo per molti enti, sia pubblici che privati, e associazioni culturali che hanno dovuto sospendere le proprie attività al pubblico, reinventandole in rete.

Seppure organizzare la presentazione di un libro, un convegno, un dibattito, una mostra e quant’altro non è la stessa cosa che farlo dal vivo, questo tipo di soluzione, paradossalmente, garantisce l’accesso e l’interazione all’evento di un pubblico molto più vasto rispetto a quello che realmente presenzierebbe dal vivo.  […]

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ITALIANI E IL “BUON SENSO DI STA MINCHIA”.

Ogni qualvolta ascolto il Presidente Del Consiglio Giuseppe Conte confidare nel “buon senso degli italiani” per contenere il diffondersi del covid 19, mi coglie un misto di rabbia e ilarità nervosa.

Se oggi ci troviamo in una situazione sempre più drammatica, al di là delle evidenti falle nel sistema organizzativo locale e nazionale per contenere la diffusione del virus – lasciarsi sorprendere dalla prima ondata ci sta, dalla seconda francamente no!, lo dico da cittadino che crede nelle istituzioni -, è inutile negare che la diffusione del virus ha trovato e trova le porte spalancate anche per via di un atteggiamento a dir poco irresponsabile di una buona fetta di connazionali i quali credono che il covid sia una balla creata ad arte dai poteri occulti per renderci sempre di più loro schiavi; oppure poco più di un’influenza che si può tranquillamente curare standosene a casa imbottendosi di antibiotici e tachipirina. […]

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PAOLA DE MICHELI E QUELLO 0,1% DI CONTAGI CHE NON GIUSTIFICA IL CAOS TRASPORTI

In origine a essere marchiati come untori furono i runner: anche se corressero a tarda da sera o al mattino presto, da soli o in gruppetti distanziati di due metri l’uno dall’altro, c’era chi, nascosto dietro ai vetri delle case, non appena ne vedeva qualcuno, subito lo riprendeva con lo smart phone e ne diffondeva le immagini sui social mettendolo alla gogna pubblica. Poi correva a telefonare alle forze dell’ordine per denunciarlo, attendendone pazientemente l’arrivo da dietro ai vetri per assistere al fermo.

Dopo i runner, a macchiarsi del marchio di untori toccò a palestre, piscine e tutti quei luoghi dove si svolgevano le attività sportive. Poi fu la volta di ristoranti, bar, pub, discoteche e quei locali dove la gente si ritrovava per trascorrere un momento di aggregazione, bevendo o mangiando tra amici.

Infine fu la volta di musei, cinema, teatri, biblioteche, scuole di ogni ordine e grado e di tutte le attività commerciali, lasciando aperte solo quelle che vendevano beni di prima necessità, impedendo alle persone di uscire di casa, se non in casi di comprovata necessità.

Tutti accettarono, seppure a muso duro, le restrizioni perché consapevoli che quello era l’unico modo per arginare il contagio.

Per non penalizzare chi andava a lavoro o era costretto a doversi spostare per forza maggiore, si lasciarono in essere i mezzi pubblici, riducendone drasticamente la capienza, senza però preoccuparsi di aumentarne le corse tanto, con l’esiguo numero di gente in strada, quelli in circolazione bastavano e avanzavano. […]

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