Il seguente racconto fa parte de La Scelta, la racconta di racconti che pubblicai con le Edizioni Tracce

Chiunque avesse conosciuto Eusebio il pescatore ne parlava con devoto rispetto, ammonendo chi lo definiva “un uomo di mare!” che “Eusebio è il mare!”

Breve storia di Eusebio il pescatore

Il seguente racconto fa parte de La Scelta, la racconta di racconti che pubblicai con le Edizioni Tracce

Chiunque avesse conosciuto Eusebio il pescatore ne parlava con devoto rispetto, ammonendo chi lo definiva “un uomo di mare!” che “Eusebio è il mare!”

L’intera esistenza trascorsa a regolare il proprio respiro col flusso e riflusso delle maree, induceva Eusebio ad affermare: “Solo vivendo il mare ci si rende conto che la vita e la morte sono cucite insieme da un esile filo, pronto a spezzarsi in qualunque momento, e senza preavviso!”, indicando l’orizzonte lontano.

In quelle parole sussurrate mentre intrecciava le reti o armeggiava intorno a una nassa, non traspariva né tristezza né amarezza. Solo accettazione per un destino segnato ancora prima di nascere.

Eusebio, come ogni uomo di mare, era cosciente della sorte che l’attendeva, ma non se ne preoccupava più del dovuto perché sapeva che “il mare, prima o poi, inghiotte ciò che rese!” […]

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papà

BUON ONOMASTICO PAPÀ

Mio padre si chiamava Ciro, oggi avrebbe festeggiato l’onomastico. Per ricordarlo pubblico degli stralci del romanzo inedito a lui dedicato in cui racconto il dramma che affrontammo quando si ammalò di Alzheimer, alternando la narrazioni della bufera che dovemmo fronteggiare per circa 10 anni, di cui gli ultimi 4 furono un vero incubo, con episodi a mio avviso significativi della sua vita e della nostra al suo fianco.

[…] In vita sua papà di rospi ne aveva dovuti ingoiare tanti. Uno dei più difficili fu sicuramente quando, poco più che ragazzo, fu costretto ad abbandonare gli studi: terminate le scuole di avviamento, iniziò a frequentare l’istituto d’arte per appagare la propria passione per l’arte e il disegno.

Dopo pochi mesi di scuola, il padre, ex sommergibilista, che lavorava come operaio presso un presidio del Ministero della Difesa a Portici, gli comunicò che doveva lasciare la scuola e trovarsi un lavoro per contribuire al sostentamento della famiglia perché con il suo solo stipendio non ce la si faceva a tirare avanti.

Papà era il secondogenito, il primo maschio di quattro femmine e due maschi: seppure a malincuore, obbedì.

Quelle rare volte che affrontavamo l’argomento e gli chiedevo il motivo per cui non avesse cercato di convincere il nonno a lasciargli continuare gli studi, la sua risposta era sempre la stessa:

<< All’epoca era difficile campare, i soldi non bastavano mai. La guerra, oltre alla morte e alla distruzione, aveva seminato tanta fame. Davanti alla necessità, nella vita bisogna sacrificarsi: mettere da parte i sogni e pensare alle cose serie! >>.

Confesso che, ogni volta che gli sentivo ripetere quelle parole, mi veniva da chiedergli:

<< Perché, adoperarsi per la realizzazione di un sogno non è una cosa seria? >>.

Percependo nella sua risposta una leggera sfumatura di amarezza, tacevo per non gravare ulteriormente il tormento del suo animo.

Ho sempre creduto che l’aver dovuto rinunciare all’istituto d’arte per papà avesse rappresentato la più cocente delle delusioni. Più volte mi sono chiesto se in cuor suo fosse mai stato tentato di rispondere al nonno: “Mi dispiace, io voglio continuare a studiare perché sento che quella è la mia strada!”. Ma non l’abbia fatto per il rispetto che nutriva nei suoi confronti e anche perché la situazione finanziaria in famiglia era veramente disastrosa.

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UNA PIZZA CON PAPÀ, TRENTACINQUE ANNI DOPO

Ieri mattina, approfittando che era il secondo giorno di zona gialla e ci si poteva spostare da un comune all’altro senza l’incubo che le forze dell’ordine ti fermassero e ti chiedessero l’autocertificazione per giustificare dove andavi, decisi di farmi un giro per Napoli.

Con la mascherina sul viso, presi la metro e scesi a Piazza Amadeo per passare dalla Feltrinelli e dare uno sguardo alle novità librarie.

Malgrado il cielo fosse parzialmente nuvoloso, visto che non pioveva, una volta uscito dalla libreria, decisi di allungarmi a piedi fino e Piazza Garibaldi per prendere la metro alla stazione centrale e rientrare a casa.

Alla fine di Corso Garibaldi fui colto da un moto di nostalgia ripensando all’epoca in cui lo percorrevo in senso inverso in compagnia di papà per andare a lavoro, quando fui assunto come stagionale presso il negozio di giocattoli dove lui lavorava da che era ragazzo.

In quell’attimo con la mente riandai al giorno in cui, durante la pausa pranzo, andammo mangiare insieme una pizza in un locale storico nei pressi del capolinea della circumvesuviana: io ordinai una margherita, lui la solita marinara.

Quando finimmo, mi chiese se volessi qualche altra cosa. “Una marinara” risposi.

Ricordo con quanta gioia mi fissò mentre divoravo la seconda pizza e il divertimento con cui raccontò l’episodio ai colleghi quando rientrammo.

“Giarritiè, a stu figlio tuo è meglio a lo fa nu vestito che a lo invità a pranzo” disse divertito Orlando il cassiere.

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NOTTE DI NATALE

Il presente racconto appartiene alla raccolta di racconti LA SCELTA che pubblicai nel 1999 con le Edizioni Tracce

Il cielo versava una neve sottile, impalpabile, imbiancando il giardino e il viale che sbucava sulla strada del paese. Sul selciato, alla luce dei lampioni, impresse nel nevischio ghiacciato, risaltavano le orme dei pneumatici delle auto dirette alla villa illuminata a festa.

Da una delle grandi vetrate del salone si riflettevano sul prato innevato le luci multicolori del grande albero di Natale sistemato in un angolo della sala accanto al camino acceso d’un fuoco crepitante.

Nel mezzo della sala, illuminata da due grossi lampadari a gocce che pendevano dal soffitto, era apparecchiata la tavola per il cenone, intorno alla quale era riunita, come ogni anno, la famiglia al completo per salutare la nascita della luce che avrebbe redento il mondo.

Nei cuori dei presenti, sia pure rischiarati da ampi sorrisi, regnava una grande tristezza per il bambino dagli occhiali scuri che sedeva al centro del desco tra la mamma e il papà, intento a mangiare una fetta di panettone.

Si chiamava Erminio ed era cieco dalla nascita. […]

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IL SEME

Elio abitava al secondo piano di un prefabbricato cubico di un vasto complesso edilizio edificato a metà degli anni ottanta per accogliere gli sfollati del terremoto. Visto da lontano l’agglomerato urbano infondeva una tristezza infinita. Era un ghetto che all’approssimarsi delle elezioni si trasformava in ambita riserva di caccia per i politici locali che vi si recavano in pompa magna col loro seguito di ruffiani e guardaspalle, sfoggiando dentature ingiallite e mal curate, pance prominenti, sigari puzzolenti tra le labbra. Lasciandosi dietro un’intensa scia di profumo da quattro soldi con cui ammortizzavano il proprio disgusto per quel degrado urbano frutto dei loro maneggi di potere.

Sfacciatamente, con un finto sorriso stampato sulle labbra, si recavano casa per casa, fingendosi interessati alle problematiche della povera gente, barattando un “semplice ” voto in cambio del pagamento di un’utenza o di una spesa.

Sebbene gli abitanti del quartiere fossero consapevoli vittime di quella commedia che si replicava puntualmente a ogni tornata elettorale, accoglievano sempre calorosamente il teatrante di turno e, offrendogli una tazza di caffe o un bicchiere di vino con i taralli, gli esternavano le proprie preoccupazioni e speranze per una vita migliore. […]

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L’ANGELO COL CUSCINO

A seguire il racconto sull’anoressia che ho pubblicato su www.quicampiflegrei.it

I fatti che sto per narrare riguardano il dramma dell’anoressia che ha colpito la figlia di una coppia di amici. Prima di riferirli, ho chiesto la loro autorizzazione: lei disse subito di sì; con lui ci sentimmo in seguito:

<<Vincenzo, non c’è bisogno che mi chieda il permesso, sta storia devi raccontarla! Spero che possa servire affinché la gente capisca che in queste cose porre la massima attenzione non è mai abbastanza. Basta un attimo di rilassamento e rischi di piombare in un baratro da cui non ne esci più!>>.

Per rispetto della privacy ometterò nomi e luogo dove il dramma si è consumato, limitandomi alle iniziali dei protagonisti e della città.

Fortunatamente la vicenda volge verso il lieto fine, seppure ce ne vorrà del tempo perché le cose si normalizzino.

Ringrazio M. e S. per avermi concesso la loro fiducia, che la Vita li aiuti.

L’adolescenza è un’età critica, basta un niente perché nella testa dei ragazzi scatti la molla che li induca a commettere una follia, un gesto sconsiderato.

Per quanto i genitori possano seguirli con attenzione, cercando di cogliere il minimo segnale che tradisca uno squilibrio mentale o una condizione di disagio, intervenendo prontamente per evitare il peggio, gli adolescenti sanno mistificare così bene i propri stati d’animo tanto da rendere impossibile intuire il sopraggiungere dell’incombente tragedia, munendosi degli strumenti per fronteggiarla.

Questo vale per qualsiasi adolescente, figurarsi per una ragazza di vent’anni che non accetta di crescere, pretendendo d’essere trattata come una bambina.

M. e S. dal momento in cui compresero che M. aveva un problema, adottarono tutte le soluzioni: la portarono dai migliori specialisti, nella speranza riuscissero a farle accettare la crescita e i cambiamenti fisici che ne derivavano; la iscrissero a svariate attività artistiche e intellettuali, affinché attraverso l’impegno e il confronto con gli altri, trovasse se stessa.

Malgrado le problematiche che l’affliggevano, M. si diplomò e si iscrisse a un corso di fotografia, arte verso cui mostrava particolari capacità.

Alcuni anni fa tutti e tre furono nostri ospiti per qualche giorno a Raggiolo: all’epoca M. aveva poco più di dodici anni e non si staccava un attimo dalla madre. Osservando con quanta pazienza lei le prestava attenzione supportata dal marito, mia moglie e io non potemmo fare a meno di provare profonda stima, comprensione e rispetto per quella coppia di genitori, immaginando la sofferenza che albergava nei loro cuori.

Un pomeriggio che eravamo sdraiati in giardino a goderci il fresco della sera, lui mi fece una confessione:

<<Vincé, spero di vivere il più a lungo possibile per potermi occupare di M.: l’hai vista, seppure ha quasi tredici anni, è una bambina. Il mio cruccio più grande è che un giorno qualche disgraziato possa avvicinarla e approfittare della sua innocenza!>>.

Ascoltandolo, capì a cosa si riferisse. Come se mi avesse letto nel pensiero, aggiunse:

<<Fisicamente sta già assumendo i tratti della donna: che ne so se un giorno qualche farabutto non decida di…>>.

Da allora non ci siamo più rivisti fino a giugno di quest’anno, subito dopo la fine del lockdown, quando scesero per venire a trovare i rispettivi genitori.

Ci incontrammo a un bar del Vomero. Quando vidi la ragazza, rimasi sconvolto: era praticamente poco meno di uno scheletro!

Mentre passeggiavamo per via Luca Giordano, parlando con S., le chiesi:

<<M. come sta?>>.

<<Vincenzo, come vuoi che stia, non vedi com’è dimagrata?>>.

<<Certo che lo vedo, per questo mi sono permesso di chiedertelo…>>

<<Mangia appena un pugno di riso: lo fa per non ingrassare perché non vuole che le crescano i seni!>>.

<<Che tragedia>> mormorai.

<<Hai detto bene, è una tragedia! La sto portando da uno specialista nella speranza la convinca a nutrirsi come si deve, ormai è a un passo dall’anoressia!>>.

Quell’ultima parola mi mise i brividi!

<<S., stalle vicino!>>.

<<Ovvio che le sto vicino, ma non credere sia facile: M. è capricciosa e stizzosa. Non è semplice gestirla!>>. […]

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LO SCUGNIZZO

Questo racconto è stato scritto per le celebrazioni che QuiCampiFlegrei.it sta dedicando alle Quattro Giornate di Napoli. Esso è un omaggio ai tanti scugnizzi che in quelle drammatiche giornate sacrificarono impavidamente la vita per liberare la città dal giogo nazifascista. I fatti e i personaggi narrati sono esclusivamente frutto della fantasia dell’autore: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Il suo nome era Pasquale Cafiero, classe 1930, ma tutti lo chiamavano “lo scugnizzo”. Quel nomignolo gli era stato affibbiato all’epoca della guerra, quando Napoli insorse contro i tedeschi: Pasquale faceva parte di un gruppo di scugnizzi – i ragazzini del popolo – che tra il 27 e il 30 settembre del 1943 combatterono al fianco dei partigiani contro i nazifascisti, dando vita alle Quattro Giornate di Napoli!

Di lui si sapeva che era un pensionato delle poste, che era vedovo e aveva due figli – un maschio, Giuseppe, e una femmina, Assuntina -, nonché una sfilza di nipoti e qualche pronipote. Le sue abitudini erano ben radicate: si alzava tutte le mattine alle cinque; metteva sul fuoco la macchinetta del caffè; andava in bagno per farsi la barba; tornava in cucina, versava il caffè nella la tazzina e andava nel soggiorno dove accendeva la televisione; si sedeva in poltrona e restava a guardarla fino a quando non arrivava Assuntina con il giornale e il solito cornetto mignon alla crema.

Dopo aver fatto colazione e sfogliato il quotidiano, verso le dieci si vestiva e scendeva per la solita passeggiata intorno al palazzo. Chiunque lo incrociasse, faceva un leggero inchino, salutandolo:

<<Buongiorno, scugnizzo!>>.

<<Buongiorno>> rispondeva, abbozzando un sorriso.

Rientrava a casa per la mezza perché all’una doveva pranzare. Dopo mangiato, salutata Assuntina, si metteva sul letto e riposava fino alle cinque. Al risveglio, accendeva nuovamente la televisione e restava incollato davanti allo schermo fino alle sette, quando la figlia gli portava la cena. Finito di mangiare, si infilava il pigiama e se ne andava a letto, continuando a guardare la tv da sotto le lenzuola. Spesso si addormentava con il televisore acceso, costringendo i vicini durante la notte a picchiare in maniera esasperata i pugni sulla parete perché lo spegnesse.

La vita di Pasquale si svolgeva in fotocopia ogni giorno dell’anno, incluse le feste quando i figli lo andavano a trovare con la famiglia.

Il 27 settembre, però, le sue abitudini cambiavano. […]

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LA SIGNORA COL CAPPELLO

Da quando il lockdown imposto dal governo per arginare l’epidemia di covid era terminato e si poteva nuovamente uscire di casa, per smaltire i chili di troppo presi durante la reclusione casalinga, aveva coltivato l’abitudine di recarsi a piedi al lago d’Averno, fare un paio di giri dell’intero perimetro dello specchio d’acqua e poi ritornare a casa.

Durante quelle lunghe passeggiate aveva imparato ad apprezzare non solo la frescura del luogo ma anche l’importanza storica e archeologica che lo caratterizzavano. Documentandosi su internet aveva appreso che il bacino era di origine vulcanica; che l’etimo del nome “averno” era greco e significava “senza uccelli” per indicare la mancanza di volatili nel luogo conseguente alle esalazioni venefiche che anticamente si levavano dall’acqua, uccidendo ogni creatura che avesse la sventura di sorvolarne la superficie.

Questo fu il motivo per cui sia Omero nell’Odissea che Virgilio nell’Eneide vi avevano localizzato l’ingresso all’Ade. Sempre lì nel 37 a.C. il generale romano Marco Vespasiano Agrippa, richiamato a Roma da Ottaviano in lotta contro Sesto Pompeo, decise di costruire un canale tra il mare e il laghi di Lucrino e d’Averno perché vi stazionasse la flotta romana, dando origine al Porto Julius così chiamato in onore di Ottaviano.

Tra le tante grotte scavate dai romani sulla collina che cingeva il bacino  – la più famosa era la grotta di Cocceio, opera dell’architetto Lucio Cocceio Aucto, lunga quasi un chilometro che congiungeva il lago con Cuma – quella che lo affascinava era la pseudo grotta della Sibilla, da anni abbandonata nel degrado più assoluto: per decenni fu considerata la residenza della Sibilla cumana, fino a quando Amedeo Maiuri non scoprì l’antro dell’acropoli di Cuma, affermando dall’alto della propria autorità che quella era la vera grotta della Sibilla mentre l’altra era una delle tante cisterne costruite per rifornire d’acqua la flotta romana. […]

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FOGLIE CADENTI

 

Di seguito il racconto pubblicato su QuiCampiFlegrei.it

Sono anni che trascorro le vacanze estive a Raggiolo ma mai mi era capitato d’essere tra gli ultimi villeggianti ad andare via. Ero solito partire poco prima della fine del mese, per cui non avevo mai assistito al mesto rito del suo svuotarsi. Eppure tanti me ne avevano parlato, paragonandolo a una lenta agonia che inizia subito dopo ferragosto, ma di cui prendi consapevolezza solo alcuni giorni dopo, quando incominci a non avere più difficoltà nel parcheggiare l’auto.

Ascoltandoli, provavo a immaginarmi la tristezza con cui Raggiolo, che ad agosto si popola di oltre mille anime, nel giro di pochi giorni torna alle proprie scarne decine di abitanti. Ancor di più provavo a immaginarmi il silenzio che vi avrebbe regnato una volta che si sarebbe svuotato; soprattutto al mattino quando il buongiorno delle giornate estive è scandito dal rumore delle motoseghe e dei decespugliatori già in piena attività subito dopo l’alba per sfruttare il fresco del mattino e la luce del giorno.

Quest’anno, dopo essere rientrato a casa il 23 agosto, sono dovuto ritornarvi il 28. Se nell’andare via si respirava la malinconia dell’abbandono, quando vi ritornai, gli ampi spazi vuoti lungo i margini della strada, fino a qualche giorno prima occupati dai veicoli in sosta, apparivano come tanti gusci di uova appena schiuse i cui pulcini avevano preso il largo verso mondi sconosciuti. Questo significava che il paese era pronto a riacquistare la propria anima solitaria, silenziosa e densa di aromi naturali diffusi nell’aria che hanno contribuito renderlo uno dei borghi più belli d’Italia. […]

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LA PUTTANA

La donna giaceva nuda sul letto, lo sguardo inespressivo fisso al soffitto. L’uomo si dimenava su di lei con moto crescente, affannandole l’alito puzzolente sul viso. Con un ultimo, violento sussulto, le riversò nel ventre il proprio piacere. Quindi, spossato e sudato, le cadde addosso a peso morto.

Senza fiatare, con un violento strattone lei si liberò di lui, si alzò e rivestì.

“Tieni” disse l’uomo dandole quattro soldi.

“Ne mancano due” rispose, fissando le monete nel palmo della sua mano.

“Quattro soldi sono più che sufficienti vista la brevità dell’atto!”

“La durata striminzita non è dipesa da me…” disse con ironia. Da sotto la veste trasse il piccolo pugnale puntandoglielo contro.

Con rabbia l’uomo prese dalla borsa legata alla cintola altre due monete.

“Puttana!” mormorò sprezzante, gettandole le monete sul pavimento ai suoi piedi.

Lei fece spallucce e si chinò a prenderle: quel sostantivo non la offendeva, era una seconda pelle.

Aveva iniziato il mestiere all’età di undici anni, non appena le erano venute le prime regole. Nonostante fosse poco più che bambina, già da tempo il suo corpo aveva assunto i tratti distinti e provocanti della femminilità. Ai suoi genitori, una misera coppia di contadini nubiani migrati da Migdul, in Egitto, in Galilea, non era sfuggito il modo lussurioso con cui gli uomini la guardavano. Tra questi vi era un mercante che, non appena poteva, cercava un pretesto per passare da loro solo per ammirarla, attratto dalla sua pelle nera come l’ebano. Quando il sangue si arrestò, la madre la truccò, le pettinò i lunghi capelli corvini che le ricadevano sulle spalle a mo’ di scialle e la vestì da donna, invitando il mercante a pranzo. Quando questi la vide, la sua lussuria diventò incontenibile. Senza mezzi termini offrì loro cinquanta denari perché gli fosse concesso il privilegio di schiudere per primo quel fiore del mistero. Da allora gli uomini un’infinità di avvicendarono nel suo letto come api su un fiore profumato. Perfino gli stranieri vi giungevano apposta per regalarsi un momento di piacere con “la puttana nera”, come la chiamavano in paese. […]

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