intervista

LA MIA INTERVISTA SU “ENTI E ISTITUZIONI TV”

Mercoledì 3 aprile ho avuto il privilegio di inaugurare la rubrica di interviste SOCIALIZZIAMO de Il Blog di Gio’ di Giovanna Di Francia sull’emittente ENTI E ISTITUZIONI TV. Ho parlato della mia attività di scrittore, del mio rapporto con la scrittura e, ovviamente dei miei libri. In particolare di UN UOMO BUONO -mio padre malato di Alzheimer (Edizioni Helicon). 

E’ stata una piacevole chiacchierata con una seria e brava professionista sensibile alle tematiche sociali.

Per vedere l’intervista cliccate qui

L’Alchimia secondo Jung

L’Alchimia secondo Jung

Quando si parla di alchimia in molti infastiditi storcono perché ritengono l’argomento un’insulsaggine.

A dire il vero tutti i torti non hanno visto che per secoli, anzi per millenni, l’alchimia ha rappresentato uno dei sogni irrealizzati e irrealizzabili dell’uomo: tra(s)mutare il piombo in oro mediante un lungo e laborioso processo di laboratorio che prevede la fusione e la distillazione dei metalli.

Chiuso nel suo laboratorio, avvolto dai vapori che si di diffondevano dalle storte e dagli alambicchi posti sui fornelli in cui cuocevano gli elementi da cui ricavare la materia prima da porre nell’athanor, il forno degli alchimisti, per ottenere l’oro, l’alchimista conduceva una vita di solitudine e speranze vane, ponendosi alla mercé di truffatori pronti a sfruttare la sua credulità per arricchirsi alle sue spalle proponendogli formule e pietre misteriose che, se correttamente praticate e usate, gli avrebbero consentito la realizzazione del suo sogno.

Nonostante ciò solo il fatto che di alchimia se ne parli da millenni – secondo alcuni il termine alchimia deriverebbe dall’antico egitto per indicare la terra nera di quelle zone, secondo altri sarebbe invece di origine araba, al-kimia, la chimica – indicherebbe che l’alchimia è molto più di una chimera (un sogno irrealizzabile non può durare in eterno com’è invece il caso dell’alchimia). Se unitamente a ciò consideriamo i grandi uomini che nel corso dei tempi se ne sono occupati – Tommaso d’Aquino, Raimondo Lullo, Nicolas Flamel, Isaac Newton, Gianbattista della Porta, Giordano Bruno per citarne alcuni –, è evidente che non è da trascurare la probabilità che l’alchimia non fosse solo una chimere ma qualcosa di molto più serio non alla portata di tutti.

Certo c’è chi sostiene di essere riuscito nella realizzazione materiale del piombo in oro, ad esempio l’alchimista che si firmava Fulcanelli. Tuttavia anche Fulcanelli nelle sue opere – Il mistero delle cattedrali e Le dimore filosofali – lascia intendere che l’opera è molto complessa e per realizzarla lui ci impegò oltre trent’anni e alla fine ciò avvenne solo per volontà di Dio.

Secondo Eugène Canseliet, biografo e allievo di Fulcanelli, il maestro la trasmutazione del piombo in oro l’avrebbe realizzata per davvero. Ma i dubbi che ciò fosse vero sono tanti. Anche perché, seppure stando alle attuali conoscenze, è possibile produrre l’oro in laboratorio, la quantità che se ne produrrebbe sarebbe talmente irrisoria e richiederebbe dei costi notevoli per cui non varrebbe la pena impegnarsi in un’operazione del genere.

Come sarebbe stato possibile a Fulcanelli, vissuto a cavallo tra XIX e il XX secolo, operare la trasmutazione del piombo in oro visto gli alti costo, le elevate conoscenze e, soprattutto, l’imponente tecnologia che ciò richiedeva?

Non sarebbe molto più probabile invece che Fulcanelli avesse realizzato la Grande Opera, come viene definita la realizzazione alchemica, in rapporto alla propria persona, elevandosi dallo stato di uomo a quello di Super Uomo in termini psicologici tanto cari a Nietzsche?

Di alchimia se ne è occupato in maniera approfondita anche lo psicologo Carl Gustav Jung il quale all’alchimia e ai suoi simboli ha dedicato anni di studi, pubblicando due interessanti volumi, Psicologia e Alchimia e Mysterium Coniunctionis. Nel primo Jung confronta le immagini di quattrocento sogni di alcuni suoi pazienti con quelle che accompagnano i testi di alchimia. Nel secondo, invece, prende in esame l’unione degli opposti, ossia la capacità dell’individuo di accettarsi, integrando in sé quell’aspetto della propria personalità che rinnega anziché accettarlo come parte imprescindibile di sé.

In questa logica il rapporto maschio/femmina sarebbe rappresentato dall’unione della coscienza con l’inconscio/anima. Ciò determinerebbe uno hiero gamos, matrimonio sacro, dove dall’unione del Re con la Regina (la coscienza e l’inconscio/anima) nasce il figlio sacro, il rebis, che racchiuderebbe in sé la natura maschile e quella femminile.

A seguito dei suoi studi Jung giunse alla conclusione che l’alchimia rappresentasse lo sviluppo interiore dell’individuo dallo stato inconscio a quello cosciente, armonizzando lentamente il proprio io con il mondo esterno attraverso un percorso di studi dove la filosofia assume un ruolo apicale.

Citando uno dei tanti testi alchemici Jung propone un brano in cui si esortano gli individui a leggere e rileggere i testi alchemici, seppure inizialmente risultasse difficile comprenderli, perché il segreto dello svelamento dell’arcano starebbe proprio nella costanza con cui ci si approccia allo studio che, alla lunga, in maniera del tutto inconscia attiverà nello studioso dei meccanismi interiori rendendolo sempre più vicino alla comprensione dei testi e dunque allo svelamento del mistero rappresentato da se stesso.

La purificazione interiore avverrebbe attraverso la lettura dei testi di filosofia la cui funzione, com’è noto, consiste nel contribuire alla crescita interiore dell’individuo. Tale processo psicologico lo troveremmo rappresentato nel dogma dell’Immacolata Concezione dove, diversamente da quanto si crede, con il termine concezione non si indicherebbe il concepimento di un figlio da parte della Madonna senza commettere peccato, bensì l’acquisizione di un pensiero puro che darà vita all’Uomo Nuovo. In questa logica la Madonna rappresenterebbe la conoscenza sacra i cui dettami consentirebbero all’uomo di elevarsi a figlio di Dio.

Secondo Wikipedia il termine concepimento, sinonimo di concezione, deriva dal latino cum capere, cioè “accogliere in sé” o “prendere insieme” ed indica l’atto del concepire un figlio. Il prodotto del concepimento prende il nome di concepito. Tuttavia, come riferisce il vocabolario dei sinonimo e contrari Treccani, il termine concepire non è riferito soltanto al concepimento di un figlio ma anche ad accogliere nel proprio animo, nel proprio intelletto.

Attraverso la lettura e, soprattutto, attraverso lo studio alimentiamo in noi una concezione. Per cui è ovvio che leggendo e studiando testi il cui fine è quello di contribuire alla crescita interiore dell’individuo, alla fine ci riscopriremmo diversi da quello che eravamo prima che ci approcciassimo a essi.

Dunque il dogma dell’Immacolata Concezione si presterebbe a una seconda chiave di lettura: per diventare figli di Dio bisogna purificare il proprio pensiero. E ciò sarebbe possibile solo nutrendolo leggendo e studiando le opere dei filosofi, come appunto afferma più di un testo alchemico citato da Jung.

Secondo questa visione psicologica il laboratorio dell’alchimista sarebbe rappresentato dall’inconscio dello studioso il quale, attraverso le letture e lo studio della filosofia, attiverebbe in sé un processo di crescita interiore che alla lunga culminerà nella trasmutazione del piombo in oro, ovvero dell’individuo dallo stato umano a quello “divino”.

Da quando lo pubblicai a maggio del 2021, ho sempre desiderato presentare UN UOMO BUONO (mio padre malato di Alzheimer) a Cavalleggeri. È lì che sono nato e cresciuto ed è lì che papà ha vissuto da quando si sposò fino al giorno in cui si spense.  Utilizzo il verbo spegnere non perché provi difficoltà a usare il verbo morire, ma perché davvero nel suo lungo e sofferto calvario – da quando si ammalò fino alla fine dei suoi giorni – papà visse come una candela che si consuma lentamente.

Presentazione “UN UOMO BUONO” nella chiesa di San ciro a Cavalleggeri d’Aosta

Da quando lo pubblicai a maggio del 2021, ho sempre desiderato presentare UN UOMO BUONO (mio padre malato di Alzheimer) a Cavalleggeri. È lì che sono nato e cresciuto ed è lì che papà ha vissuto da quando si sposò fino al giorno in cui si spense.  Utilizzo il verbo spegnere non perché provi difficoltà a usare il verbo morire, ma perché davvero nel suo lungo e sofferto calvario papà visse come una candela che si consuma lentamente.

La serata si è aperta con i saluti del parroco Pier Paolo Mantelli cui sono seguiti gli interventi degli illustri relatori, – la dottoressa Raffaella Villani e il giornalista e responsabile della CARITAS di Pozzuoli Ciro Biondi –  che hanno analizzato aspetti diversi del libro.

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Dopo aver parlato in linea generale libro, Ciro Biondi si è soffermato a tracciare un quadro della condizione drammatica di quanti si ritrovano a dover affrontare una tragedia simile a quella che vissi con i miei familiari nell’accudire papà, mettendo in risalto le carenze del sistema sanitario italiano, un tempo tra i migliori al mondo, in termini di assistenza agli ammalati e sostegno alle loro famiglie. Senza tralasciare l’incognita badanti, un problema non secondario per chi ha bisogno di una persona che si occupi dei propri cari costantemente.

La dottoressa Villani, conoscendo bene la mia famiglia e avendo operato per anni a Cavalleggeri in ambito sociale, ha sottolineato non solo gli aspetti caratteriali di papà e mamma, ma anche l’anonima funzione di recupero dei ragazzi a rischio che papà svolse in assoluto anonimato insieme ad altre persone del quartiere attraverso il calcio di cui era un grande appassionato allenando i ragazzini nel campo da rugby del poligono.

I loro interventi sono stati intervallati dalla lettura della professoressa Floriana Vernola di un estratto dal libro.

Oltre ai filmati evidenziati nel post cui potete accedere cliccandoci sopra, di seguito la play list di You Tube  dove sono raccolti tutti i video della presentazione.

Povere Creature, il film del regista greco Yorgos Lanthimos, interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Mark Ruffalo, molto probabilmente farà storcere il naso a coloro che vivono il sesso come un tabù; identificando in esso un mero strumento per la procreazione della specie e non anche un mezzo di crescita personale; imparando a conoscere se stessi regalandosi piacere, da soli o in compagnia, svelando i misteri racchiusi nel proprio corpo; vivendo la promiscuità sessuale come una condizione imprescindibile per stabilire ciò di cui si ha bisogno da ciò di cui si può fare volentieri a meno.

“POVERE CREATURE”, IL SESSO COME STRUMENTO DI CONOSCENZA E CRESCITA INTERIORE DI UNA DONNA

Povere Creature, il film del regista greco Yorgos Lanthimos, interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Mark Ruffalo, molto probabilmente farà storcere il naso a quanti vivono il sesso come un tabù, identificando in esso un mero strumento per la procreazione della specie e non anche un mezzo di crescita personale, imparando a conoscere se stessi regalandosi il piacere sensuale, da soli o in compagnia, svelando in questo modo i misteri del proprio corpo; vivendo la promiscuità sessuale come una condizione imprescindibile per stabilire ciò di cui si ha realmente bisogno da ciò di cui si può fare volentieri a meno.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore scozzese Alasdair Gray, racconta la storia di Bella Baxter, interpretata da Emma Stone che per questa interpretazione ha vinto l’oscar 2024 come miglior attrice protagonista – il film ha vinto altri tre oscar su undici candidature: Miglior trucco, Miglior Costumi, Miglior Scenografie. Una storia che per molti versi ricorda Frankenstein. Seppure, a mio parere, qui l’atmosfera gotica è ammortizzata dalla verve ironica della sceneggiatura e surreale della scenografia e dalle riprese che in più di un inquadratura ricordano le opere dei grandi pittori surrealisti, in particolare Hescher.

La trama è una sorta di apologia del sesso quale mezzo di ricerca e di sviluppo interiore. Attraverso la scoperta del sesso, Bella evolve come donna, servendosi degli uomini come oggetto per il proprio piacere sessuale. Anche quando si prostituisce, condizione in cui l’oggetto di piacere dovrebbe essere lei, la figura maschile risulta schiava di quella femminile a cui basta pronunciare un semplice Formidable dopo il rapporto per compiacere il maschio.

Per la complessità della vicenda narrata, il soggetto riporta alla mente anche la biblica figura di Eva che, ammaliata dal serpente, mangiò la mela del peccato, offrendola poi ad Adamo affinché a sua volta ne apprezzasse il gustoso sapore. Disubbidendo così alla volontà di Dio che per questa loro trasgressione li punì scacciandoli dal paradiso, condannandoli alle sofferenze della vita terrena.

Più di un esegeta biblico ha identificato nel serpente della Genesi un simbo fallico. Se davvero così fosse, quando Eva accettò di mordere la mela, in realtà acconsentì di giacere con il serpente, scoprendo le gioie del sesso che poi condivise con Adamo.

Questa chiave di lettura fa sì che la conoscenza acquisita da Adamo ed Eva non fosse solo quella del piacere sessuale, ma anche quella scientifica dato che attraverso il propagarsi della specie tramite il sesso avviene il diffondersi delle conoscenze nel corso delle generazioni da cui deriva lo sviluppo degli uomini e delle società.

Il film è una metafora esistenziale dove l’esasperata ricerca del piacere fisico unita alle manipolazioni genetiche perpetrate dalla scienza non solo possono creare mostri, ma possono condurre all’asservimento delle masse come pecore belanti verso chi possiede la conoscenza.

Al di là delle disquisizioni filosofiche, politiche e sociali alimentate dal film, l’interpretazione della Stone è magistrale e da sola vale il prezzo del biglietto.

Nella chiesa del Carmine, a Pozzuoli, si è presentato ANCHE IN CARCERE VIENE NATALE di Giovanna Di Francia

Nella chiesa del Carmine, a Pozzuoli, si è presentato ANCHE IN CARCERE VIENE NATALE di Giovanna Di Francia

Di seguito il mio intervento alla presentazione del libro di Giovanna Di Francia ANCHE IN CARCERE VIENE NATALE che si è svolta ieri sera a Pozzuoli presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie, meglio nota come chiesa del Carmine, a cui ha partecipato don Manuel Josè Rosa.

Quando fui contattato da Giovanna Di Francia perché l’aiutassi a raccogliere in un libro i post pubblicati sul suo blog in cui raccontava la propria esperienza di volontaria presso la casa circondariale femminile di Pozzuoli, vissi un dejavu. Per un attimo ritornai all’estate del 2006, all’epoca che coordinai un laboratorio di scrittura creativa presso la sezione femminile del carcere minorile di Nisida, raccontando in un diario settimanale sul mio blog quell’esperienza che per me resterà tra le più formative sia come uomo che come appassionato della scrittura. Facendone successivamente un libro, LE MIE RAGAZZE: RAGAZZE ROM SCRIVONO.

Seppure i nostri percorsi ed esperienze sono diversi – Giovanna opera da anni come volontaria presso il carcere di Pozzuoli, dopo aver effettuato un lungo percorso formativo. Io invece, mi approcciai a quell’esperienza sostenuto unicamente dalle mie precedenti esperienze di laboratorio creativo per ragazzi che tenevo presso una libreria di Pozzuoli, dall’entusiasmante idea che la vita mi stesse concedendo la possibilità di dare il mio piccolo contributo all’integrazione sociale di chi aveva sbagliato e dai suggerimenti degli operatori e delle operatrici carcerari che lavoravono a Nisida. E, soprattutto, dalla fiducia in me risposta dal direttore della struttura penitenziaria, il dottor Gianluca Guida. Essendo convinto che tutti nella vita, se sbagliamo, abbiamo diritto a una seconda opportunità, e forse anche a qualcuna in più, ritengo fondamentale il lavoro di quanti come Giovanna sacrificano il proprio tempo per dedicarsi al sostegno e al recupero di chi ha commesso degli errori tanto da meritarsi di essere rinchiuso in una cella, con la consapevolezza che ciò non avvenga. Ma se solo una di quelle tante persone, che nel corso degli anni si incontrano tra quelle fredde mura, riuscisse a reintegrarsi davvero nella società grazie al lavoro dei volontari e al proprio impegno, sarebbe una grande conquista. […]

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Nel momento in cui il caso è diventato pubblico, spesso al vocabolo influencer vi si associa ironicamente quello di deficienters per indicarne i followers, dimenticandosi che deficienters lo siamo stati e lo siamo un po’ tutti: quanti da ragazzi non erano e non sono fan di un attore, di un cantante, di una band musicale, di un calciatore, di un personaggio famoso del quale copiavano e copiano il modo di vestirsi, i comportamenti, il linguaggio, il modo di mangiare e di fumare per illudersi di essere come loro?

Dispiace dirlo, deficienters lo siamo un po’ tutti

Da quando è esploso il Pandoro gate che ha come protagonista in negativo Chiara Ferragni – l’influencer è accusata di pubblicità ingannevole al fine di arricchirsi sulle spalle di quanti avrebbero acquistato un pandoro Balocco dal costo maggiorato convinti che parte del ricavato sarebbe poi andato in beneficenza all’ospedale Regina Margherita di Milano, come lei stessa asseriva in uno spot pubblicitario, mentre in realtà la Balocco aveva già provveduto a versare un obolo di 50 mila euro nelle casse del nosocomio, per cui il restante andava nelle tasche della Ferragni  – ha visto calare, si fa per dire, da oltre 30 milioni a poco più di 29 milioni il numero di followers, ossia di persone che la seguono sui social, imitandola in qualunque cosa faccia e correndo ad acquistare qualunque prodotto pubblicizzi per non sentirsi da meno.

Lo scandalo ha indotto alcune aziende che utilizzavano l’influencer come testimonial a sospendere la collaborazione. La prima è stata la Safilo Group produttrice di occhiali. A seguire la Coca-Cola; lo stesso starebbe per fare Monnalisa, noto marchio di abbigliamento per bambini. Una caduta d’immagine non da poco per la Ferragni, anche perché pare che lo stesso schema del Pandoro Balocco sarebbe stato adotatto per la vendita delle uova di Pasqua di Dolci Preziosi di cui la stessa Ferragni fu testimonial. […]

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Scorcio del Rione Terra di pozzuoli prima del restauro. Sullo sfondo il Capo Miseno. Anno 1995

NCOPP ‘A TERRA, LE FOTO DI BICCARI RICORDANO IL DRAMMA DEL RIONE TERRA

Serbare la memoria storica di un luogo è fondamentale non solo per attrarre turisti mediante le bellezze paesaggistiche e archeologiche, ma prima di tutto per comprendere ciò che oggi è diventato il suo popolo. Dal modo in cui sono serbate le antiche vestigia di un luogo abbiamo, infatti, modo di intuire quanto i loro eredi hanno rispetto per i propri avi e per se stessi. È come quando, entrando in una casa di estranei, guardandoci intorno, dal modo con cui è arredata e tenuta comprendiamo la qualità delle persone che la abitano.

Ncopp ‘a terra, la mostra fotografica di Gianni Biccari allestita a Pozzuoli nella chiesa di San Liborio, sul Rione Terra, dal 28 dicembre al 7 gennaio, è una rassegna di foto scattate dall’artista flegreo nel 1995, all’epoca in cui da poco era stato allestito il cantiere per la ristrutturazione della Rocca che, a distanza di trent’anni, non è ancora completata. […]

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L’ultima cosa che i suoi occhi stanchi di dolore videro fu lo sguardo commosso dei veterinari che le avevano provate tutte per strapparlo alla morte, dopo le orrende ferite inferte da mani di mostro per appropriarsi della sua pelliccia. Non si sa se per rivenderla o per il semplice gusto di scuoiarlo vivo. Abbandonato agonizzante sul marciapiede, il caso volle che a trovarlo in quelle pietose condizioni fosse un veterinario del canile municipale che subito lo avvolse in una coperta e lo portò in ambulatorio per cercare di curarlo con il sostegno dei colleghi.

IN RICORDO DI LEONE VITTIMA DELLA CRUDELTA’ UMANA

L’ultima cosa che i suoi occhi stanchi di dolore videro fu lo sguardo commosso dei veterinari che le avevano provate tutte per strapparlo alla morte, dopo le orrende ferite inferte da mani di mostro per appropriarsi della sua pelliccia. Non si sa se per rivenderla o per il semplice gusto di scuoiarlo vivo. Abbandonato agonizzante sul marciapiede, il caso volle che a trovarlo in quelle pietose condizioni fosse un veterinario del canile municipale che subito lo avvolse in una coperta e lo portò in ambulatorio per cercare di curarlo con il sostegno dei colleghi.

Per la tenacia con cui l’animale rispondeva alle cure, tradendo la propria voglia di vivere a ogni costo, lo avevano ribattezzato Leone. Fasciato di bende come una mummia, aveva lottato per quattro giorni tra la vita e la morte, alimentando la speranza che ce l’avrebbe fatta a sopravvivere. Purtroppo non fu cosi. Nel momento in cui esalò l’ultimo respiro, mani amorose ne ricomposero il corpo per poi fotografarlo e diffondere la foto sui social a testimonianza che, fortunatamente, nel mondo non vivono solo criminali e mostri. Ma anche anime sensibili che riconoscono agli animali pari dignità degli esseri umani. […]

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IL VENTO DEL DESTINO, di Martina Fiorenza, edito da Kindle e disponibile su Amazon, è un gradevole racconto di poco più di 50 pagina che si lascia leggere piacevolmente come se bevessimo una bibita fresca e dissetante. Ambientata alla fine degli anni trenta, la storia narra le vicende di Ester ed Eva, due ragazzine polacche di origine ebrea costrette a vivere la tragedia dell’olocausto.

IL VENTO DEL DESTINO, di Martina Fiorenza

IL VENTO DEL DESTINO, di Martina Fiorenza, edito da Kindle e disponibile su Amazon, è un gradevole racconto di poco più di 50 pagina che si lascia leggere piacevolmente come se bevessimo una bibita fresca e dissetante. Ambientata alla fine degli anni trenta, la storia narra le vicende di Ester ed Eva, due ragazzine polacche di origine ebrea costrette a vivere la tragedia dell’olocausto.

Scritto in prima persona – la voce narrante è Ester –, a quanti avranno la fortuna di leggerlo, il libro stupirà per la freschezza e maturità di linguaggio, per la capacità dell’autrice di immedesimarsi nel personaggio dando voce a Ester – in gergo tecnico ciò si chiama punto di vista -, per la descrizione degli ambienti e quella psicologica dei personaggi, per i dialoghi bene impostati da far sorgere il dubbio che davvero chi scriva non abbia vissuto quella tragica vicenda.

Vi chiederete perché il libro vi “stupirà”. Vi stupirà perché l’autrice ha solo quattordici anni: Martina si è licenziata quest’anno all’IC 3° Gadda di Quarto. In un’epoca dove sempre più ragazzi hanno integrato il telefonino al proprio corpo facendone un’appendice insostituibile, nutrendosi non solo di libri ma sempre più di meme e messaggi di fantomatici influencer, servendosi della scrittura quasi unicamente per chattare e scambiarsi messaggi sui social in maniera spesso sgrammaticata e telegrafica, trovarsi al cospetto di una ragazzina che già può vantare un interessante curriculum da scrittrice, agli occhi dei più sembrerà un’anomalia.  Non lo è certo per il sottoscritto che per anni ha tenuto a Pozzuoli laboratori di scrittura creativa per ragazzi, integrando a queste esperienze un laboratorio di scrittura presso la sezione femminile del carcere minorile di Nisida. […]

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Diversi sono i dipinti e le opere d’arte dove, nel corso dei secoli, la Maddalena è stata ritratta incinta.  Uno tra i più famosi è sicuramente quello di Piero della Francesca presente ad Arezzo, nella chiesa di San Francesco, appartenente al ciclo degli affreschi denominato Storia della Vera Croce.

A Napoli sulle tracce di Maria Maddalena

 

Un’amica cui è noto il mio interesse per la figura di Maria Maddalena mi ha telefonato chiedendomi se fossi a conoscenza della presenza a Napoli, precisamente in via Bartolomeo Capasso, nel complesso monastico benedettino di San Sossio e San Severino tanto caro agli angioini, di due dipinti che ritraggono due madonne gravide

Al mio diniego ha risposto che mi avrebbe inviato le foto dei quadri. Nel momento in cui le ho ricevute, osservandole con attenzione, seppure le immagini fossero sfocate, mi sono reso conto che effettivamente sia la Madonna sulla mezza luna sia quella distesa sotto la deposizione hanno il pancione.

L’assunzione nella chiesa dei SS Severino e Sossio

A quel punto l’ho richiamata per chiederle come ne fosse venuta a conoscenza. Ha risposto che glieli aveva segnalati un suo amico che ne era venuto a conoscenza durante una visita guidata, aggiungendo: “tra breve la chiesa verrà chiusa per improrogabili lavori di restauro perché dalla volta cadono calcinacci e da alcuni pilastri si sono staccate le decorazioni. Se ci tieni a vederli dal vivo, affrettati”. […]

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