PARADOSSI

Di seguito la versione integrale del racconto pubblicato su comunicaresenzafrontiere.it 

Svuotato d’ogni sostanza, il tempo ristagnava come nebbia nella stanza arredata con due sole sedie di legno, disposte l’una di fronte all’altra, rispettivamente occupate da un uomo sereno e da uno triste, entrambi vestiti di niente.
Fasci di luce, cadenti dal soffitto, avvolgevano le loro figure in opache fluorescenze, esaltandone i contrastanti stati d’animo trasparenti sui loro volti.
“Rabbi, potrai mai perdonarmi?” – chiese l’uomo triste, fissando la scacchiera di marmo del pavimento.
“Perdonarti di cosa?” – replicò serenamente l’altro.
“Di averti venduto come bestia al mercato.”
“Nelle azioni degli uomini dimora la volontà di Dio!”
“Mia madre, povera donna, sarà maledetta in eterno per avermi dato alla luce” – piagnucolò l’uomo triste. Dai suoi occhi il dolore stillava al suolo.
“Eppure il ricordo del figlio ne allevierà la sofferenza dal cuore ogniqualvolta la solitudine busserà alla porta della vecchiaia” – replicò l’uomo sereno.
“Il nome mio, immaginato nel silenzio del tempio, riecheggerà peggio di una bestemmia” – mormorò afflitto l’uomo triste.
“Ma rimarrà impresso in eterno nella memoria della vita, perché il dubbio marchiato dalle tue labbra sulla mia guancia ha sancito la vittoria del bene sul male!”
L’uomo triste levò lo sguardo, e crucciato fissò l’uomo sereno, non comprendendo il senso delle sue parole.
“Se il dubbio non ti avesse colto – continuò l’uomo sereno – e non mi avessi ingannato, come avrei potuto rimuovere, per sempre, dal cuore degli uomini la cenere che adombra le loro coscienze affinché la chiarezza attecchisca in loro?…Condanneresti mai il ferro del chirurgo?”
“Rabbi, che sarà di me?” – implorò l’uomo triste.
“L’ignoranza e l’ipocrisia umana ti condanneranno quale unico colpevole dei mali del mondo, così come la terra maledice il contadino che la ara preparandola alla semina per renderla feconda; o come l’albero ingiuria la mano che lo mutila affinché la vita rifiorisca rigogliosa dal suo stesso tronco; oppure come la pietra di cava sputa addosso all’artista che la violenta con martello e scalpello per donarle forma e senso.”
All’improvviso la stanza piombò nel buio.
Il timore riecheggiò nelle tenebre.
“Rabbi, che succede?”- riecheggiò la voce spaventata dell’uomo triste.
”L’ombra è figlia della luce: le tue labbra hanno spalancato le porte alla luce. Quanto più splendente sarà la luce, tanto più spessa sarà l’ombra che essa proietterà sul mondo, Giuda!”

 

Vincenzo Giarritiello

IL ROGO DI “NOTRE DAME” DE PARIS, TRA REALTA’ E FANTASIA

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A seguire le considerazioni sul rogo di Notre Dame pubblicate su comunicaresenzafrontiere

Ieri sera mentre guardavo incredulo alla televisione l’incendio di Notre Dame a Parigi, il crollo della guglia mi ha ricordato quello delle “torri gemelle” di New York dell’11 settembre 2001. Con la differenza, non da poco, che mentre quella tragedia fu causata da un attentato di matrice islamica dove perirono poco meno di 3 mila persone, l’incendio di Notre Dame non ha prodotto né vittime né feriti e sarebbe da addebitarsi quasi sicuramente a negligenza umana, non a caso gli inquirenti hanno aperto un’inchiesta per incendio colposo escludendo il terrorismo.

Se per molti, non solo per i parigini, Notre Dame rappresentava un simbolo della cristianità, e dunque il suo rogo è una ferita mortale al cuore della Chiesa e dei suoi milioni di fedeli, per me essa effigiava un “libro di pietra”, definizione adottata dallo scrittore francese Victor Hugo nel suo capolavoro IL GOBBO DI NOTRE DAME. Nel libro quinto del secondo capitolo intitolato QUESTO UCCIDERA’ QUELLO, con “questo” lo scrittore si riferisce ai libri di carta prodotti mediante l’invenzione della stampa, mentre con “quello” ai libri di pietra come le cattedrali e Templi dell’antichità, sulle cui mura i costruttori avrebbero inciso sotto forma di sculture messaggi in codice racchiudendovi i misteri dell’umanità. Tali messaggi sarebbero decodificabili solo dagli iniziati, ossia coloro che abbandonano la vita comune e dopo un lungo cammino catartico fatto di studio, lavoro, preghiera e di una condotta di morigerata, assurgono al grado di INIZIATO.

Ovviamente Hugo non fu il solo a intuire – sarebbe più giusto dire “sapere” – che le cattedrali gotiche erano Templi sulle cui pareti gli antichi avevano inciso messaggi in codice. Un altro che affrontò in maniera dettagliata il tema fu l’alchimista francese Fulcanelli che scrisse due saggi, IL MISTERO DELLE CATTEDRALI e LE DIMORE FILOSOFALI, dove asseriva con l’ausilio di foto e dipinti che sulle pareti della Cattedrale di Chartres e di altre cattedrali gotiche francesi, inclusa Notre Dame a Parigi, i fregi scolpiti sulle mure e sulle colonne svelassero il mistero della Grande Opera, ossia come realizzare la trasmutazione alchemica del “piombo” in “oro”. Dove il piombo simboleggia l’uomo schiavo della materialità, mentre l’oro l’uomo spiritualizzato, cioè chiunque sacrifica la materia per elevarsi spiritualmente. Ma non solo: tali fregi, come ad esempio quelli presenti in molti templi egizi, testimonierebbero che gli antichi erano in possesso di profonde conoscenze scientifiche, ad esempio come produrre e utilizzare l’energia elettrica…

La precedente lunga premessa era indispensabile per giustificare la riproposizione su questa “pagina” delle considerazioni che scrissi sul mio blog quattro anni fa, subito dopo aver letto IL GOBBO DI NOTRE DAME. Spero sia un buon auspicio affinché in tempi brevi Notre Dame sia nuovamente riconsegnata all’umanità in tutto il suo splendore artistico, religioso e iniziatico.

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Di libri sull’ermetismo ne ho letti tanti. Così come ne ho letti diversi sul significato ermetico delle cattedrali gotiche e degli antichi insediamenti archeologici quali la piana di Giza in Egitto con le sue misteriose piramidi e la sfinge. Ogni autore, analizzando quei siti millenari, sembra faccia chissà quali scoperte legate alle origine della civiltà umana; alla presunta esistenza in un lontano passato di una civiltà tecnologicamente avanzata nella quale molti identificano l’Atlantide di cui parla Platone nel Timeo e nel Crizia.

Perfino il Fulcanelli, famoso per IL MISTERO DELLE CATTEDRALI, analizzando i portali e le statue di Notre Dames de Paris, giunge alla conclusione che quei simboli racchiuderebbero il segreto della Pietra Filosofale e farebbero riferimento a un antico passato dell’umanità sepolto nella sabbia del deserto…

Poi leggi NOTRE DAMES DE PARIS di Victor Hugo e ti rendi conto che lo scrittore francese è stato l’antesignano di tali teorie e studi; che il Fulcanelli e tutti gli altri che hanno successivamente affrontato l’argomento gli hanno semplicemente fatto il verso, prendendo spunto dal suo grandioso romanzo…

Addirittura nel 2° capitolo del libro 5° intitolato QUESTO UCCIDERà QUELLO, parlando dei “libri di pietra” uccisi da quelli stampati, riferendosi ai monumenti dell’antichità costruiti con gli stessi criteri filosofici con cui successivamente furono edificate le cattedrali gotiche, in rapporto alle piramidi d’Egitto Hugo suppone che sulla loro superficie “sono scivolate le acque del diluvio”.

Tesi che oggi tende sempre più ad accreditarsi grazie alle moderne strumentazioni atte a misurare l’età dei monumenti, anticipando di migliaia di anni la costruzione delle piramidi e della sfinge. Questa ipotesi è avvalorata negli ultimi anni dall’archeo-astronomia, neo-disciplina scientifica grazie alla quale, attraverso sofisticati software, è possibile risalire all’esatta posizione delle stelle in cielo migliaia di anni fa.

Mediante questa nuova tecnica di ricerca, prendendo in esame la piana di Ghiza con le sue piramidi e il Nilo, più studiosi sono giunti alla conclusione che il sito riproporrebbe in terra l’esatta disposizione della costellazione di Orione” così com’era circa 10.300 anni fa: le tre piramidi riprodurrebbero quella che all’epoca era l’esatta posizione in cielo delle tre stelle che ne formano la “cintura” mentre il Nilo l’equivalente posizione della Via Lattea.

Tesi ampiamente discussa e suffragata dallo scrittore britannico Graham Hancock nel suo best seller IMPRONTE DEGLI DEI. Hancock addirittura riferisce che le scanalature sulla sfinge sarebbero conseguenza dell’erosione dell’acqua e risalirebbero a oltre 9 mila anni fa, epoca dell’ultima glaciazione, dunque di un vero e proprio diluvio che si abbatté sulla terra. Inoltre egli ipotizza che la testa originale della sfinge non sarebbe quella attuale ritraente il volto del faraone Chefren, bensì tutta la struttura, non solo il corpo, in origine riproducesse un leone in riferimento alla costellazione del Leone in cui sorgeva il sole circa 10.500 anni fa. Solo successivamente, circa 2500 anni, la testa della sfinge sarebbe stata modificata in quella che conosciamo oggi…

Fantasie? Probabile! Una cosa è certa, nel suo romanzo Victor Hugo, seppure en passant, afferma che le acque del diluvio sarebbero scivolate sulle pareti delle piramidi…

Come faceva lo scrittore francese a conoscere una possibile verità che solo negli ultimi vent’anni sta tendendo ad affermarsi, seppure osteggiata dall’archeologia ufficiale?

Potere della sua geniale fantasia o che?…

Vincenzo Giarritiello

INTERVISTA ALLA SCRITTRICE CLARA CECCHI

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Di seguito l’intervista integrale pubblicata su comunicaresenzafrontiere

Clara Cecchi, scrittrice e poetessa fiorentina, è molto apprezzata soprattutto in rete grazie alla collaborazione con diverse testate on line tra cui GIORNALE WOLF fondato e diretto da Clementina Gily e COMUNICARE SENZA FRONTIERE.

Negli ultimi tempi si è rivelata un affidabile editor collaborando alla revisione di due romanzi e a una raccolta di racconti. Laureata in Lettere e Filosofia, è esperta di letteratura femminile. Alcuni suoi racconti e poesie sono stati premiati in diversi concorsi letterari e pubblicati in antologie. Impegnata nel volontariato, insegna italiano ad adulti e bambini in una scuola per stranieri nel quartiere dove vive.

Quando pubblicherà un libro tutto suo?

Spero presto. Il problema è riuscire a trovare il tempo e le condizioni adatte affinché questo sogno che ho da tempo si possa realizzare.

Com’è possibile che una scrittrice come lei, cui tanti riconoscono un’alta qualità di scrittura, non abbia pubblicato ancora nulla di suo?

Le risposte potrebbero essere molteplici. Credo che alla base vi sia la mia soddisfazione di proporre qualcosa che davvero meriti d’essere pubblicato. Ciò sicuramente deriva dal mio essere una persona piuttosto esigente quindi, leggendo e rileggendo i miei scritti, trovo sempre da correggere, tirandolo alla lunga. E poi trovare un ambiente che ti permetta di pubblicare non è molto semplice.

Con “ambiente” a cosa si riferisce?

Un ambiente letterario in genere: ci sono tantissimi aspiranti scrittori più o meno validi che vorrebbero pubblicare e le case editrici disposte a rischiare non sono tante, per cui non è molto facile.

Lei ha partecipato e vinto a diversi premi letterari sia con i racconti che con la poesia: le riesce meglio scrivere in prosa o in versi?

Amo entrambi: la poesia mi viene più spontanea in determinati momenti della vita, quando mi è più difficile raccogliere le fila dei miei pensieri. Il racconto presuppone un’attenzione e un tempo maggiore: strutturare una trama, portarla avanti fino alla quadratura del cerchio richiede tempo e fatica. La poesia è invece immediata, una sorta di scatto fotografico.

Lei si è laureata in Lettere e Filosofia con una tesi su Anna Banti, scrittrice fiorentina scomparsa agli inizi degli anni ottanta. Inoltre so che predilige leggere per lo più scrittrici: perché questa predilezione alla letteratura di genere?

Prima di tutto vorrei specificare “letteratura femminile” e non “ per donne” in quanto c’è una certa differenza…

Non parliamo di Harmony o Liala…

No, pur essendo una lettrice onnivora per cui leggo di tutto, dal fumetto all’Harmony appunto. Però quando si parla di letteratura femminile, mi riferisco a una letteratura “al femminile”. Ossia una letteratura che tratti problemi legati alla condizione della donna nella società in cui vive. Questo mi è nato perché già al liceo quando si facevano i cosiddetti seminari attivi all’interno della scuola mi sono spesso impegnata in attività e ricerche che riguardassero la condizione femminile. All’epoca mi interessai della condizione delle casalinghe e con un amico andavo per strada a intervistare le donne con il suo vecchi registratore Philips, chiedendo loro come si svolgesse la loro vita, cosa gli mancasse, cosa avrebbero voluto… A volte i mariti le strattonavano via perché non avevano piacere che le mogli parlassero dei loro problemi di donna. Al di là di queste cose che risalgono agli anni settanta, quando poi sono andata all’università ho avuto questo desiderio di approfondire il mondo femminile in tutti i suoi aspetti e chiesi una tesi sull’argomento. Successivamente ho sempre continuato ad approfondire il mondo femminile non solo nella letteratura occidentale ma allargandomi a quella di altri paesi per capire come determinati problemi fossero vissuti in diverse parti del mondo

Quali sono le autrici a lei più care?

A parte la Anna Banti che è la mia scrittrice del cuore, mi piacciono le scrittrici sudamericane che trovo più affini al mio carattere. Ad esempio Isabella Allende, Marcela Serrano. Oppure le scrittrici inglesi o irlandesi.

Tuttora è in atto una discussione su Oriana Fallaci, fiorentina come lei, cosa ne pensa?

Per quanto mi riguarda, la Fallaci è una questione controversa. Inizialmente l’ho adorata – mi sono commossa e ho pianto leggendo LETTERE A UN BAMBINO MAI NATO, e mi è molto piaciuto UN UOMO. Non mi sono riconosciuta nell’Oriana dell’ultimo periodo, in particolare per certe sue idee secondo me troppo estreme, seppure le avesse maturate in base a sue esperienze personali. Non giriamoci intorno, tutti conosciamo le polemiche che sono sorte a seguito di alcune sue posizioni sull’immigrazione per intenderci…

So che a Firenze ci furono molte controversie riguardo la Fallaci

Sì, si crearono fazioni pro o contro addirittura per dedicarle una via dopo la sua scomparsa. Diciamo che l’ultima Fallaci mi ha lasciata molto perplessa. Quell’aspetto di intolleranza che traspare chiaramente dai suo ultimi testi mi hanno suscitato molti dubbi.

Lei insegna italiano agli stranieri, pensa che questa esperienza possa servirle come scrittrice?

In parte sì. Ho insegnato molti anni fa in scuole per stranieri. Quello che sto facendo oggi è volontariato in una scuola del quartiere dove abito. Sicuramente è interessante dal punto di vista linguistico, mi è sempre piaciuto studiare l’etimologia delle parole e la costruzione pulita delle frasi. Penso che da ciò derivi la mia passione per la revisione dei testi. Ma quello che più mi appaga è lo scambio culturale con queste persone che avviene mediante le conversazioni che facciamo in classe accomunando idee e tradizioni di culture diverse. Questo lo trovo soddisfacente!

Quando ci delizierà con una sua opera?

Spero presto. Sono presa da tante cose per cui non ho molto tempo da dedicare alla scrittura. Meno male che dormo poco per cui la notte riesco a scrivere con continuità, trovando la concentrazione necessaria.

Qual è il sogno di Clara Cecchi?

Diventare una scrittrice vera!

 

Vincenzo Giarritiello

ANTONIO MANNO E LE SUE “STORIE” ALL’ART-GARAGE DI POZZUOLI

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Di seguito la versione integrale dell’intervista pubblicata su comunicaresenzafrontiere

Pozzuoli: Sabato 13 aprile, per la rassegna ARTinGARAGE, curata da Gianni Biccari, all’Art Garage di Pozzuoli – Parco Bognar 21, adiacente alla stazione Metropolitana FS – si è inaugurata la mostra fotografica “STORIE”, di Antonio Manno.

L’esposizione durerà fino al 3 maggio e sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 22; il sabato dalle 10 alle 20; domenica chiusa. Ingresso libero.

Per l’occasione abbiamo intervistato l’autore.

Antonio quando hai scoperto la passione per la fotografia?

All’età di sedici/diciassette anni ho iniziato i primi timidi approcci. Poi a ventidue anni ho avuto l’opportunità di andare a lavorare a La spezia e in quei luoghi di una tale bellezza, come Le Cinque Terre e i tanti borghi marinari, per me sconosciuti, ho iniziato a fotografare per mostrarli ai parenti e agli amici quando tornavo a Napoli. Ovviamente non mi limitavo a fotografare i luoghi ma tra i miei soggetti rientravano anche le persone.

La tua mostra qui all’Art Garage si intitola STORIE, esattamente che tipo di storie?

Le storie della gente! Credo che dietro a ogni ritratto o scena che ritrae l’ambiente di lavoro o di vita di una persona ci sono tante storie. Principalmente la sua storia e quella di chi vive con lei, familiari o amici. Cercare di raccontarle attraverso uno sguardo, uno scatto. Ma anche attraverso il conoscersi prima di scattare la fotografia in quanto credo che prima dell’istantanea debba nascere un rapporto di fiducia tra il soggetto e chi lo ritrae.

Che tipo di approccio utilizzi per fotografare gli sconosciuti?

I miei scatti non sono i cosiddetti “scatti rubati”, non mi piace fotografare di nascosto una persona! Anche perché “rubare” una foto significa che il soggetto non sta guardando in camera e, come dice Ferdinando Scianna, “il ritratto è quando uno ti guarda”. Personalmente chiedo sempre alle persone se posso fotografarle e difficilmente mi rispondono di no. Forse perché ho un bel modo di avvicinarle…

Tu vivi di fotografia o di tutt’altro?

Sono impiegato civile presso il Ministero della Difesa, faccio il tipografo dall’età di dodici anni. Praticamente non ho mai smesso.

Auspichi di poter vivere un giorno di fotografia o preferisci rimanga un hobby?

Premesso che è difficile vivere di fotografia, a meno che non ti dedichi alle foto di cerimonia, mi piacerebbe che la mia fotografia fosse riconosciuta nel tempo. Non mi interessa arricchirmi con la fotografia, per quanto i soldi siano molto importanti, ma vorrei lasciare un’impronta di me come fotografo, anche se ciò accadesse negli anni a venire.

Preferisci fotografare solo in bianco e nero o alterni anche con il colore?

Fotografo anche a colori, ma credo che la vera fotografia sia in bianco e nero. Il colore, come molti sostengono, e io mi associo, distrae tanto: l’occhio di chi guarda si perde nelle sfumature cromatiche. Nel bianco e nero invece è il soggetto che catalizza lo sguardo del pubblico. Ovviamente ci sono poi foto che ad alcuni possono dire molto e ad altri nulla, sia fossero a colori o in bianco e nero, ma è un fatto squisitamente soggettivo che però non va trascurato.

Sei solito trattare le foto con Photoshop o preferisci lasciarle così come sono?

Se la foto mi convince così com’è, non la ritocco. Diversamente utilizzo Photoshop. Va però detto che essendo Photoshop un programma infinito, io ne conosco l’utilizzo solo per il 4-5%. Ossia per quello che mi serve a trattare una fotografia come quando si stampava in camera oscura.

Riguardo i soggetti da fotografare, hai preferenze o spazi senza confini?

Guardando le foto esposte ti accorgi che i soggetti ritratti sono per lo più persone anziane, ossia individui che secondo me hanno molto da raccontare avendo vissuto tanto. E poi, rispetto a un adolescente o a un trentenne per i quali l’apparenza ha un valore primario, una persona anziana non ha nulla da mascherare e dunque si mostra così com’è, senza “veli” fisici e morali.

Nelle tue foto risaltano molto le rughe sui volti dei soggetti, che cosa rappresentano per te le rughe?

Un fatto, una storia. Credo che le rughe siano la scrittura dell’esistenza umana. Verso di loro nutro una sorta di riverenza, ma non mi sognerei mai di ritoccarle per marcarle. Se lo facessi è come se alterassi un bel romanzo.

Da quando il digitale ha spodestato l’analogico, continui a stampare come facevi un tempo o hai abbandonato?

No, non stampo più, i costi di una stampa digitale sono abissali! Seppure pare che lentamente stia ritornando la moda del rullino in bianco e nero e di stampare in camera oscura. Magari nel tempo tornerò a farlo anch’io. Per ora, no. Ma ammetto che il fascino di veder “nascere” una foto in camera oscura non te lo toglie nessuno, è come veder nascere un figlio!

Hai già scattato la “foto della vita”?

Ci sono dieci fotografie che amo più di tutte, che sento più mie. Ma preferisco non averla ancora scattata, questo è per me una grande motivazione per fare sempre meglio.

C’è un momento che avresti voluto immortalare con uno scatto e che invece hai omesso di farlo?

Tantissimi! Uno in particolare: nel 2007 sono stato ad Auscwitz. Uscendo da un blok ad Auswitz 1 vidi in un angolo di marciapiede quattro ragazzi seduti che piangevano. Fui tentato di scattargli una foto, mi trattenni per rispetto del dolore che stavano vivendo in quel momento. Magari, se l’avessi scattata, quella sarebbe potuta essere la foto della vita…

Qual è il sogno di Antonio Manno fotografo?

Una pubblicazione con le mie foto.

Questa è la prima mostra che fai?

La prima dopo più di dieci anni.

Perché la decisione di ricomparire in pubblico dopo tanto tempo? Cosa ti ha spinto a farlo?

Pubblico molto sui social; la mia pagina Facebook è accessibile a chiunque in quanto credo che la fotografia, ma penso che il discorso possa estendersi a qualsiasi forma d’arte, vada condivisa. Per cui le mie foto, seppure virtualmente, sono sempre visibili da tutti. Ma stamparle, toccarle, vederle esposte un metro da me, per giunta in questo formato, mi fa sentire bene. È una bella scarica di adrenalina!

Progetti per il futuro?

Mi godo il momento!

 

Vincenzo Giarritiello

ANTONINO TALAMO: COME TRASFORMARE IL CORPO IN STRUMENTO DI PERCUSSIONE

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Di seguito la versione integrale dell’articolo pubblicato su comunicaresenzafrontiere

Pozzuoli – Serata dai ritmi intensi, tipicamente sudamericani, quella che si è svolta sabato 13 aprile da Lux In fabula: per QUATTRO CHIACCHIERE CON L’AUTORE, il multipercussionista Antonino Talamo, classe 1978, ha presentato il libro BATUQUE NA MAO, vero e proprio manuale per utilizzare il proprio corpo come strumento di percussione da suonarsi rigorosamente con le mani.

Contrariamente a quanto si potrebbe presumere vista l’apparenza frivola dell’argomento, in maniera molto professionale l’artista, che ha alle spalle un bagaglio di esperienze musicali di tutto rispetto – nel 2000 ha fatto parte del gruppo LA CONTRADA DI LUCIANO RUSSO; dal 2006 coordina il laboratorio di percussioni corporali BATUQUE NA MAO, da cui appunto il titolo del libro; dal 2012 al 2018 ha collaborato con la manifestazione teatrale ALTOFEST; nel 2017 con IL POZZO E IL PENDOLO e I DUELLANTI; nel 2018 con DIGNITA’ AUTONOME DI PROSTITUZIONE a Cinecittà – ha spiegato ai presenti in sala come fare per trasformare il proprio corpo in strumento di percussione e come ciò consenta agli individui un’ulteriore scoperta di se stessi.

Illustrando quali modalità adottare per far sì che i vari organi e arti del corpo – gambe, braccia, torace, bocca – si prestino all’utilizzo musicale, Talamo ha altresì spiegato che tale approccio corporale è un’ottima premessa empatica con il prossimo in quanto la consapevolezza che il corpo fisico possa prestarsi a un utilizzo diverso da quello canonico presuppone un approccio mentale di notevole elasticità; quindi coloro che riescono a entrare in questa logica altresì sono capaci di comunicare tra loro con particolare intesa essendo accomunati da una visione alternativa e alta del proprio corpo rispetto alla visione comune.

Nel suo libro Talamo non si limita semplicemente a darci delle indicazioni tecniche, ma coglie l’occasione per aprirci un varco in un mondo a noi del tutto ignoto, di stampo tipicamente sudamericano, per lo più brasiliano, con ripetuti e affascinanti richiami magici, che meriterebbe d’essere sondato con profondità e rispetto.

Attraverso il suo libro il musicista ci dice come fare!

 

Vincenzo Giarritiello

“IO SILANO…CHI SONO?” GUGLIELMO MOSCHETTI RACCONTA IL SUO ROMANZO DA LUX IN FABULA – POZZUOLI

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Di seguito la versione integrale dell’articolo pubblicato su comunicaresenzafrontiere.it

Serata davvero particolare quella di sabato 6 aprile nella sede di Lux In Fabula, a Pozzuoli, dove si è presentato il romanzo IO SILANO… CHI SONO? di Guglielmo Moschetti, edizioni GM.

Poliziotto in pensione con la passione della scrittura, prima di entrare nel merito del testo, l’autore ha tracciato in maniera certosina il proprio passato professionale, illustrando ai presenti i propri successi investigativi con l’ausilio di un filmato composto da un collage di foto e articoli di giornali dell’epoca relativi alle varie operazioni di polizia cui Moschetti ha preso parte durante la lunga carriera di poliziotto, spesso servendosi dell’intuito.

Con fare appassionato l’autore si è soffermato su ogni singolo fotogramma, raccontando nei dettagli l’operazione di polizia cui si riferiva, citando i colleghi e i superiori che vi avevano partecipato, dimostrando tra l’altro una memoria di ferro.

Tale premessa introduttiva gli è poi servita per spiegare il motivo per cui è nato il libro e i tanti altri che ha scritto, tra cui diversi manuali dell’ABC investigativo per quanti decidessero di diventare guardia giurata.

In tutte le sue opere, sia saggi che narrativa, Moschetti ripropone sempre uno spaccato del proprio passato professionale a dimostrazione che un autore, quando crea, non può prescindere dal trarre ispirazione dalla vita.

Appassionato di fantascienza, in particolare delle opere di Peter Kolosimo, Moschetti ha trasposto nel romanzo, oltre al suo passato di poliziotto, la passione per la fantascienza dando vita a un thriller fantascientifico il cui protagonista, Silano, è un agente al soldo di un’agenzia per la sicurezza del pianeta da cui riceve ordini telepaticamente: “Inviato a Napoli per una nuova missione” Silano si imbatte in un uomo che sta per suicidarsi….

Il romanzo, caratterizzato da una scrittura fluida e da una trama ben strutturata, è un susseguirsi di colpi di scena con un finale a sorpresa.

Buona Lettura!

Vincenzo Giarritiello

ANTONIO IOVINO SI RACCONTA: “IL GRUCCIONE”, UNA STORIA LUNGA OLTRE 100 ANNI

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A seguire l’intervista integrale all’imprenditore Antonio Iovino, titolare dell’agriturismo IL GRUCCIONE, pubblicata su comunicaresenzafrontiere.it

Per quanti amano gli agriturismi segnaliamo IL GRUCCIONE, sito a Pozzuoli in Via San Gennaro 63; tel. 0815206719. Posizionato sulla sommità della collina delimitante la strada che da Napoli si inerpica all’Accademia Aereonautica di Pozzuoli per poi declinare a capofitto verso il capoluogo flegreo, Il Gruccione si affaccia, all’esterno, sul mare, offrendo un panorama da sogno e, all’interno, sul cratere di Agnano.

Oltre a gustare i piatti tipici della tradizione flegrea e Puteolana cucinati con prodotti autoctoni, i clienti hanno l’opportunità di assaggiare l’ottimo vino delle Cantine Antonio Iovino, acquistabile presso il punto vendita aziendale unitamente a tutta una serie di prodotti agricoli di rigorosa produzione locale. Per conoscere il segreto del successo di questa realtà economica flegrea, abbiamo intervistato il proprietario Antonio Iovino.

 

Come nasce IL GRUCCIONE?

Nasce dopo un lungo percorso di lavoro familiare protrattosi per oltre un secolo. La mia famiglia produce vino dal 1892. Prima mio nonno e poi mio padre producevano il cosiddetto “vino del contadino”: producevamo uve di Piedirosso e Falanghina che successivamente imbottigliavamo completando la filiera vinicola. Nel 2003 il sottoscritto ha imbottigliato la prima bottiglia di vino DOC Antonio Iovino. Ho il marchio DOC dei Campi flegrei e rientro nel disciplinare del DOC dei Campi Flegrei, per cui il marchio è registrato. Abbiamo iniziato prima con l’attività vitivinicola, poi si è affiancata quella agricola con la semina di prodotti di stagione. Da qui è nata l’idea di affrontare la sfida legata all’agriturismo, cucinando i nostri prodotti e abbinandoli alle pietanze del nostro menù.

Le vostre ricette sono tipiche dei Campi Flegrei o “toccate” anche altre realtà culinarie?

Per quanto ci riguarda siamo legatissimi al territorio flegreo, quindi ci preoccupiamo di attenerci scrupolosamente alla tradizione flegrea. Nello stesso tempo abbiamo dato vita a una cucina rivisitata, che di base si attiene a quella del territorio, adattandola a modo nostro. Ad esempio, quando è il periodo dei mandarini, ci siamo inventati uno spaghetto con mandarini e alici del golfo di Pozzuoli che è una bontà, glielo assicuro!

Pozzuoli e i campi flegrei richiamano al mare: la vostra cucina tratta solo piatti di terra o anche di mare?

Come lei vede le nostre terrazze si affacciano non solo sul golfo di Pozzuoli ma anche su quello di Napoli. Per cui in ambito culinario siamo fortunati perché possiamo offrire pure piatti di pesce, ma esclusivamente pesce azzurro. Ossia pesce povero e del golfo di Pozzuoli: alici, parametro, cozze flegree abbinandoli ai nostri prodotti agricoli.

Il pesce lo proponete in qualunque stagione o solo in determinati periodi dell’anno?

Solo in periodi particolari e con il pescato consentito del Golfo di Pozzuoli!

Quindi se uno volesse venire da voi per gustare un piatto di pesce deve venire in estate…

Sì perché quello è il periodo delle cozze, delle alici puteolane e del parametro.

Tra i tanti prodotti tipici del territorio flegreo, negli ultimi tempi si sta riscoprendo la cicerchia, voi la trattate?

La cicerchia è un legume tipicamente bacolese. Noi siamo legati alla tradizione puteolana, trattiamo altri tipi di legumi, ad esempio il fagiolo piccolo dei campi flegrei.

Suo figlio Giuseppe è chef: la decisione di estendervi dalla produzione vinicola alla ristorazione è una conseguenza della scelta professionale di suo figlio, oppure Giuseppe ha preso spunto dall’evoluzione dell’azienda di famiglia?

Essendo giovane mio figlio ha tratto spunto e vantaggio dall’iniziativa imprenditoriale che abbiamo intrapreso a livello familiare. Da anni faccio parte di un’associazione nazionale della Coldiretti. Provenendo da una famiglia contadina, anche mio figlio ha nell’animo la passione per la terra ed è stato eletto nella Coldiretti come un agri-chef. Inoltre è vicepresidente regionale degli agriturismi campani.

Sul lago d’Averno avete rilevato uno storico vigneto che apparteneva a un glorioso marchio di vini flegrei che purtroppo non esiste più, cosa producete?

Prima di rispondere, faccio una premessa: i nostri vigneti sono tutti storici e rientrano in un disciplinare speciale della regione Campania. Siamo tre le prime dodici aziende storiche della Campania! Il vigneto del lago d’Averno cui lei si riferisce è un vigneto antico su cui sono piantate viti di 80/100 anni fa. Purtroppo una storica cantina che ha fatto da apripista nel settore dei vini flegrei ha chiuso e io ho voluto rilevare quei vigneti perché non morissero e continuassero a dare l’ottimo vino che tutti conoscono.

Voi producete solo Piedirosso e Falanghina o anche altri tipi di vini?

Esclusivamente Piedirosso e Falanghina DOP dei Campi Flegrei. Se lei prende una bottiglia del nostro vino “Cantine Iovino Antonio”, sull’etichetta leggerà, “prodotto all’origine”. Significa dalla vite alla bottiglia finita. Noi non compriamo uva, né commercializziamo vino e quant’altro. I prodotti che offriamo ai nostri clienti sono tipici del territorio e di nostra esclusiva produzione! I nostri vini hanno partecipato a importanti fiere, distinguendosi sempre per l’alta qualità: siamo stati al Vinitaly, al ProWine di Dusseseldorf, a Radici del sud a Bari. Lo scorso anno, tramite l’ambasciata italiana presso il Parlamento Europeo a Bruxelles, in occasione della festa della Repubblica Italiana, gli europarlamentari italiani, incluso il Presidente Tajani, hanno brindato con il nostro Piedirosso annata 2016! Oltre a questa bella soddisfazione che attesta la qualità dei nostri vini, un ulteriore attestato di qualità lo abbiamo avuto da Gambero Rosso e da Guido Veronelli. Senza contare i tanti articoli su riveste specializzate che testimoniano la bontà e la tipicità dei nostri vini.

Voi qui nell’agriturismo avete anche un punto vendita, qual è il prodotto che va per la maggiore?

Ovviamente il vino e poi tutti i prodotti ortofrutticoli stagionali. Lei quando viene a fare la spesa da noi non troverà mai delle primizie, come spesso accade altrove. Noi seminiamo, raccogliamo e vendiamo in base ai tempi di semina e di maturazione richiesti per natura dai singoli ortaggi. Ad Aprile abbiamo seminato il pomodoro puteolano e quello vesuviano con il pizzo. A marzo abbiamo seminato le zucchine che inizieranno a sbocciare verso giugno.

Quali sono i progetti per il futuro?

Migliorarci sempre come azienda vinicola in quanto anche il vino, come tutte le cose della vita, è in continua evoluzione. Rispetto ad altri marchi standardizzati nella loro produzione, annata per annata i nostri vini cambiano in quanto, essendo come azienda legati moltissimo al territorio e al clima, la nostra produzione vinicola è soggetta a questi fattori. Penso che il rispetto con cui ci rapportiamo alla natura, non forzandola nella maturazione, ma rispettandone i tempi di semina e germogliazione, garantisce la bontà dei nostri prodotti. Noi non sottomettiamo la natura alle nostre esigenze commerciali forzandola, bensì ci affidiamo completamente a lei. I nostri prodotti riflettono gli umori della terra. Devo dire che fino a oggi siamo stati ben ripagati!

Qual è il sogno di Antonio Iovino?

Che questo territorio, uno dei più belli al mondo, si sviluppasse turisticamente anziché limitarsi a essere transito obbligato per chi va alle isole, facendo conoscere finalmente nel mondo la bellezza dei campi flegrei!

Vincenzo Giarritiello

RELAZIONE TENUTA AL CONVEGNO “POZZUOLI E’ MEMORIA”

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Di seguito la relazione che ho tenuto venerdì 4 aprile al convegno POZZUOLI E’ MEMORIA, nell’ambito della rassegna “Giovedì Letterari al Museo del Mare” in svolgimento al MMN (Museo del Mare di Napoli).

Il video integrale del mio intervento.


Da ragazzino mi piaceva molto ascoltare le storie risalenti all’epoca della seconda guerra mondiale. In particolare mi piacevano quelle in cui si narrava di persone che avessero fatto qualcosa di speciale, ma di cui si era persa ogni traccia, le quali mi diventavano familiari grazie alla potenza affabulatrice dei narratori, quasi sempre i nonni. Pur conoscendole a memoria quelle storie, non appena mi si presentava l’occasione, chiedevo di raccontarmele di nuovo. Se mi si rispondeva “ma già la conosci”, replicavo, “mi piace, voglio sentirla ancora”.

Negli anni ho maturato la convinzione che ogni individuo, per quanto umile fosse la sua condizione sociale, ha un’interessante storia personale da raccontare. L’importante è trovare chi sappia raccontarla e il mezzo per diffonderla.

In virtù di ciò, quando Carla De Ciampis e Fulvio Mastroianni mi proposero di collaborare con “Comunicare Senza Frontiere”, il loro sito web, accettai a patto che mi fosse concessa l’opportunità di dare voce non solo a persone di un certo spessore culturale e sociale, ma anche a quelle comuni. Fu così che mi inventai il ciclo di interviste che va ormai avanti da quasi un anno, durante il quale ho intervistato non solo artisti di professione tipo gli scrittori Davide Morganti e Nando Vitali, i registi Maria Di Razza e Sandro Dionisi, il cantautore Nicola Dragotto, la geologa Ann Pizzorusso autrice di TWITTANDO DA VINCI, una sorta di Codice Da Vinci in chiave scientifica, Gaetano Bonelli fondatore e curatore del Museo di Napoli,  il maestro d’arte Antonio Isabettini e Rosario Mattera, questi ultimi entrambi al nostro tavolo questa sera, solo per citarne alcuni senza far torto a tutti gli altri, ma anche a chi si diletta artisticamente o è impegnato nel volontariato, il cui operato passa sotto traccia perché non riesce a trovare i canali giusti che gli garantiscono la meritata visibilità e dunque la possibilità di lasciare nel tempo un’impronta di ciò che ha fatto al di là delle contingenze quotidiane.

Questo fu uno dei motivi per cui con Claudio Correale e Enzo Di Bonito decidemmo di dar vita alla rassegna QUATTRO CHIACCHIERE CON L’AUTORE. A essa hanno partecipato persone che svolgono tutt’altra professione per vivere, ma sono accomunate dalla passione per l’arte a trecentosessanta gradi. Si va da chi ama scrivere a chi dipinge, a chi fotografa, a chi si preoccupa di mettere in risalto aspetti storici del territorio ignoti ai più. È il caso di Aldo Cherillo che tenne un’interessantissima conferenza sul lago d’Agnano prosciugato pochi anni dopo l’unità di Italia, ma la cui esistenza è tutt’oggi testimoniata dallo sbocco a mare presso il Dazio di Bagnoli di un rigagnolo di acqua termale che per oltre un chilometro scorre sottoterra in un canale artificiale proveniente dalle terme di Agnano, inglobando lungo il suo percorso gli scarichi di molti edifici abusivi sorti negli anni, traducendosi in fogna, affogando la storia nella…

Poiché due più due fa quattro, approfittando della mia collaborazione con Comunicare Senza Frontiere, mi assunsi l’impegno di tenere una cronaca completa della rassegna, evento per evento, senza escludere di intervistare qualcuno dei protagonisti.

In breve ciò si sta rivelando di un’efficacia straordinaria per garantire visibilità ai partecipanti grazie alla condivisione attraverso i vari social, Facebook in primis, degli articoli e delle interviste fatti da me.

Contrariamente a quanto si pensa, i vituperati social non sono esclusivamente strumenti da aborrire a prescindere in quanto si prestano a un utilizzo sconsiderato, spesso criminale, da parte di molti frequentatori. Come qualsiasi strumento, la loro funzione è neutrale. A determinarne la “tendenza”, è sempre chi se ne serve.

È per me motivo di gioia, dopo aver pubblicato e condiviso un pezzo, essere contatto dai diretti interessati per ringraziarmi. La felicità che percepisco nella loro voce o la gioia che traspare dai loro sguardi mi ripagano ampiamente dell’impegno profuso nell’offrirgli una piccola vetrina.

Ancora oggi tante persone guardano con sufficienza o addirittura con scherno chi si adopera culturalmente, definendolo un illuso o addirittura un fallito. In pochi immaginano quanta fatica costi scrivere un raccontino di mezza pagina o una breve poesia che abbiano un senso. Pochi sono in grado di apprezzare l’impegno di chi dipinge o di chi fotografa. Oppure la tenacia e la pazienza di chi fa ricerche al fine di riportare alla luce e tenere viva la storia del territorio.

Il lavoro che sto svolgendo lo considero una sorta di archivio in cui raccolgo gli articoli e le interviste sia in rete che su carta, riproponendoli integralmente sul mio blog e stampandoli per poi conservarli in faldoni, affinché non vadano dispersi e dimenticati.

Il lavoro sinergico con Lux In fabula  e Comunicare Senza Frontiere è finalizzato non solo a far conoscere e dare voce a quanti a livello amatoriale si impegnano artisticamente e culturalmente, ma anche a lasciare nel tempo una testimonianza tangibile del loro lavoro.

Entrando nel merito del valore artistico dei protagonisti, personalmente mai stroncherò chi pratica l’arte per puro diletto seppure fosse evidente che non è  portato: praticandola a mia volta, so bene quanto valore abbiano il sostegno e l’incoraggiamento morale degli altri quando si decide di rendere pubbliche le proprie creazioni.

È vero, fare cultura è una cosa seria, e sicuramente c’è chi, pur non avendo un particolare talento artistico, si ostina a voler praticare l’arte a ogni costo in quanto facendolo trova una ragione di vita. Stroncare senza “se” e senza “ma” lo ritengo privare una persona della fiducia in se stessa, della speranza e della dignità, rischiando di gettarla in un baratro senza fondo da cui difficilmente risalirà.

A chi non ha le qualità necessarie per essere un nuovo Picasso, un nuovo Dante o un nuovo Henri Cartier-Bresson non si deve mai dire “lassa sta’, nun è arta toia!”. Bisogna invece spronarlo, dicendogli “bravo, si vede che hai talento. Affinalo con lo studio e con la pratica e vedrai che alla lunga anche tu otterrai dei buoni risultati!”.

Ovviamente così facendo si corre anche il rischio di imbattersi in chi invece pensa d’essere un novello Michelangelo o D’Annunzio, e, se solo ti permettessi di dargli dei consigli o di fargli delle annotazioni garbate per aiutarlo a crescere artisticamente, ti guarderà risentito dall’alto in basso come se tu non capissi a quale genio ti trovi davanti.

Chi si impegna con umiltà nel fare qualcosa di costruttivo per sé e per gli altri, a mio avviso va sostenuto sempre. Non gli si devono mai tarpare le ali, seppure vola basso. Offrirgli un supporto che gli garantisca di lasciare una traccia nel tempo di sé credo possa incentivarlo a coltivare e ad affinare il talento e, dunque, ad alimentare propria la crescita interiore perché diventi una persona migliore.

Nell’epoca attuale in cui c’è sovrabbondanza di mezzi di comunicazione, è paradossale che si dia spazio sempre ai soliti “noti”. Metterne qualcuno a disposizione anche degli “sconosciuti” affinché ci si possa ricordare di loro e di ciò che fecero, credo debba essere un dovere della società multimediale qual è la nostra.

Dare voce e visibilità a chi non riesce a ottenerle è quello che cerchiamo di fare con questo nostro lavoro.

Speriamo di riuscirci!

DA LUX IN FABULA, SERATA DEDICATA AL FOTOGRAFO ALDO ADINOLFI

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Pozzuoli. Sabato 30 marzo, per la rassegna QUATTRO CHIACCHIERE CON L’AUTORE, da Lux In Fabula il fotografo Aldo Adinolfi ha proiettato una serie di foto digitalizzate divise in tre categorie. Si è iniziato con quelle che ritraevano i pescatori di Pozzuoli.

Quindi si è passati a scatti riguardanti i tanti viaggi compiuti da Aldo per il mondo insieme a un gruppo di amici storici, tra cui lo studioso Enzo Di Bonito. Per finire con una vera e propria chicca: foto scattate durante lo sgombero del Rione Terra agli inizi degli anni settanta quando aveva poco più di quindici anni.

Seppure la fotografia sia per Aldo un’incontenibile passione – chi lo conosce, difficilmente può immaginarselo senza la macchina fotografica appesa al collo – egli ha iniziato il suo lavoro nella pubblica amministrazione proprio come fotografico per conto dell’ufficio dei Beni Culturali, ritraendo strutture architettoniche. Successivamente spostato in altri ambiti, si è dedicato alla fotografia come passatempo, facendo reportage di viaggio in cui ha ritratto gli indiani d’America dal New Mexico al Canada. Oppure i luoghi della terra Santa.

Nei suoi scatti Adinolfi predilige immortalare i volti delle persone, essendo la fotografia nata proprio con questo intento.

Per essendo umile e schivo, Aldo ha affrontato la serata con il piglio giusto, spiegando la genesi di ogni scatto con dettagliata precisione, soffermandosi finanche sui tempi di esposizione utilizzati per ogni singolo scatto che commentava.

Alla domanda se fosse “un nikonista o un canonista”, nel senso se amasse fotografare con una Nikon o con una Canon, non ha esitato a rispondere “nikonista”; spiegando che la Nikon nasce come fabbrica di macchine fotografiche, mentre la Canon inizialmente produceva accessori: “Tuttora è possibile adattare gli obiettivi di una vecchia Nikon alle attuali digitali, mentre per ogni Canon devi comprare quegli appositi!”.

La serata si è conclusa con un gradito buffet offerto dall’artista.

 

Vincenzo Giarritiello

 

FEDERICO RIGHI E LE SUE FOTO SUI VIAGGIATORI DELLA CUMANA ESPOSTE A POZZUOLI

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Pozzuoli: Sabato 30 marzo, per la rassegna ARTinGARAGE curata da Gianni Biccari, all’Art Garage di Pozzuoli – Parco Bognar 21, adiacente alla stazione Metropolitana FS – si è inaugurata la mostra fotografica “I FLEGREI: a state of mind”, di Federico Righi. L’esposizione si protrarrà fino al 12 aprile e sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 22; il sabato dalle 10 alle 20; domenica chiusa.

Per l’occasione abbiamo intervistato l’autore.

Federico la tua mostra si intitola, “I FLEGREI: A STATE O THE MIND”, ossia “i flegrei: uno stato mentale”, cosa vuoi esattamente intendere con ciò?

Viaggio moltissimo nei treni della cumana che, soprattutto quelli vecchi, evocano dei pensieri che riportano all’epoca del grand tour. Riallacciandomi al discorso del grand tour ho immaginato i flegrei non come un popolo, ma come una condizione mentale che fosse la stessa di chiunque a quell’epoca venisse nei campi flegrei e restava affascinato respirandone l’aria, ammirandone i colori e i sapori, emozionalmente rapito dai sussulti della terra, come accadde a Goethe durante il suo viaggio in questi luoghi.

Quindi una condizione mentale inconscia…

Sì, ma che si riflette nei volti, negli sguardi delle persone. Secondo me il flegreo è una sorta di dio sceso in terra che, qualunque cosa gli accada, ha la forza di reagire, di combattere, di ricominciare.

I tuoi scatti sono rubati, o coordinati con i soggetti ritratti?

I miei scatti seguono la scia della street photography che, secondo me, è la vera fotografia, ossia immortalare l’istante. Non a caso Cartier Bresson diceva, “la fotografia è il momento decisivo”. Occhio, cuore e mente si devono trovare sulla stessa linea dell’obiettivo e devono scattare quel momento anziché un altro. Io credo di aver abituato il mio occhio a guardare i movimenti degli sguardi delle persone e aver raggiunto una condizione tale da percepire quando è l’istante in cui posso scattare per coglierne l’essenza da imprimere per sempre sulla foto.

Ti è mai capitato che qualcuno si sentisse infastidito dall’essere fotografato?

Una sola volta e, ascoltate le ragioni, ho accettato di cancellare la foto dalla memoria.

La tua passione nasce da ragazzino o è maturata nel tempo?

Il primo scatto l’ho fatto con la macchina di papà a cinque anni. A undici già sviluppavo le mie fotografie. Quindi ho abbandonato per poi riprendere da grande seguendo il mio maestro Augusto De Luca, fino a tagliarmi un mio spazio al punto da essere riconosciuto dalla comunità fotografica.

Vivi di fotografia?

No, sono un funzionario dello stato. La fotografia è un hobby, se così si può dire, che mi ha dato e mi sta dando tante soddisfazioni.

Questa è la tua prima mostra?

Come personale, sì. In passato ho partecipato a diverse collettive. Faccio anche installazioni, come ad esempio quella di Aversa contro la violenza sulle donne che ebbe un buon seguito.

Che cosa rappresenta per te la fotografia?

Un elemento che porta il ricordo. La fotografia cristallizza l’istante rendendolo eterno! E poi è uno strumento per la documentazione per cui ha tante sfaccettare che spaziano dal reportage, alla narrativa, alla storia.

Prossimi progetti?

Le foto qui esposte mi sono valse il PREMIO AUTORE REGIONE CAMPANIA e hanno determinato che il prossimo congresso FIAF, federazione italiana associazioni fotografiche, si svolgesse al MAN di Napoli. E poi ho in preparazione diversi cose che vedranno la luce nei prossimi anni.

In bocca al lupo

Crepi!

Vincenzo Giarritiello