Mr Big muore d’infarto e le azioni di Peloton crollano

And just like that, Sex and the City reboot sends Peloton shares tumbling | News | The Times

Premettendo che chi ha amato Sex and the City non dovrebbe vedere And Just Like That… perché è come ritrovare un amante, lasciato nel pieno della sua possanza fisica, imbolsito e incanutito, praticamente irriconoscibile, Mr Big che muore dopo una sessione forsennata di spinning sulla sua cyclette Peloton ha fatto collassare le azioni della casa produttrice che vanta un prodotto attraverso cui è possibile seguire in streaming allenamenti di ogni tipo. Non ancora commercializzata in Europa (ad eccezione di Regno Unito e Germania), negli Stati Uniti, durante i primi mesi di lockdown, è stata comprata da più di tre milioni di persone, nonostante il modello base costi 2.200 dollari. Peloton ha fatto sapere di aver approvato l’uso della bici nello show, ma di non essere stata edotta “sul ruolo che avrebbe avuto nella trama“. La trama, già. Quella che ha voluto che Carrie corresse dietro a Mr Big per anni e proprio ora che erano felicemente sposi, la pedalata fatale. Chi conosce bene le dinamiche e i personaggi della vecchia serie, sa che Mr Big era un tipo da sigari cubani, cocktail e bistecche, dunque: “uno stile di vita sopra le righe” secondo la portavoce del comitato scientifico di Peloton. Che aggiunge: “Per quanto se ne sa, pedalare sulla Peloton potrebbe averlo persino ritardato, l’infarto“.

And just like that…Big died.

Can Yaman, oltre ai muscoli c’è di più (?)

Can Yaman, spuntano i primi dubbi: la rivelazione stupisce tutti

Can Yaman, un emerito sconosciuto per chi non bazzica in ambiti social dediti al pettegolezzo nazionalpopolare, né si interessa della pseudo vita amorosa di giornaliste-starlette come Diletta Leotta, con Sembra strano anche a me è nella top ten dei libri più venduti di questa settimana. Il 32enne turco, già attore e modello, ora scrittore per soldi, in un’intervista a TV Sorrisi e Canzoni svela: “Nel libro racconto tutto quello che mi è successo prima di diventare attore. I miei genitori, la mia infanzia, quello che ho vissuto e che mi ha portato a diventare la persona che sono adesso“, e aggiunge tante altre cose così interessanti che sarebbe un peccato spoilerare. L’autobiografia di Yaman è in libreria dal 30 novembre, ma Mondadori, magnanimamente, ha pensato a un concorso che farà felici due fan del bel turco, a patto che comprino il libro nella versione standard o con profumo. Ora, se è vero che a tutti è concesso il beneficio del dubbio – e dunque a scatola chiusa chi può dire che Yaman non sia uno scrittore? – è anche vero che ognuno dovrebbe curare il suo orticello senza sconfinare, ma tant’è. Emanuele Trevi, vincitore del Premio Strega 2021, è rimasto nella top ten due o tre settimane. Scommettiamo che Yaman saprà fare di meglio?

Dove osano gli uomini

Vestiti da donna, da uomo e unisex. Perché questa convenzione.

Inutile gridare alla scandalo, la rivoluzione genderless non si fermerà, e se gli uomini trovano liberatorio indossare outfit da sempre prerogativa delle donne, facciano pure; così,  sdoganata la gonna, i fashion designer hanno deciso di andare oltre e nelle ultimissime collezioni propongono il lurex, l’oro e la vernice. Tuttavia il punto è un altro: quando negli anni Ottanta Armani propose il blazer alle donne in carriera, non le privò della femminilità, mentre i maschi che ora osano persino l’abito da sera devono essere consapevoli di travestirsi da donna, perché quello è un capo pensato per il sex appeal femminile, e dunque non sarà mai unisex. Se poi il 61enne Mark Bryan, ingegnere etero felicemente sposato con prole, ha deciso di indossare ogni giorno gonne e tacchi a spillo per combattere gli stereotipi di genere, libero di farlo. Ma anche lui sappia che il risultato è lontano da quello ottenuto dall’attore Timothée Chalamet che a una première si è presentato con una blusa in pailletes, ed era bellissimo. Perché la giovinezza non è uno stereotipo, come non lo è il buon gusto di riconoscersi troppo vecchi per salire sulle barricate.

Mark Bryan, il 61enne etero che ama indossare gonne e tacco 12 - Gay.it

Mark Bryan

Moda Uomo 2019: Timothée Chalamet sceglie la felpa di paillettes Louis Vuitton | Vogue Italia

Timothée Chalamet

Coffee table book, so chic!

Selected Works · Vincent Peters

Vincent Peters, Monica Bellucci

Storie tutte da leggere a corredo di fotografie di star del cinema o della moda: sono i coffee table book in grado di farsi apprezzare e notare, giacché il loro posto è il tavolo in salotto o la libreria. Sempre in bella vista, come si fa con ogni oggetto meritevole di attenzione. Nel caso di questi libri deluxe il piacere che se ne trae non è solo visivo ma anche materico, e se i destinatari sono lettori di razza anche olfattivo. (Sì, sono di parte, ma ognuno gode a modo suo). Tra i coffee table book più belli da regalare a Natale figura quello di Vincent Peters, Selected Works, (60 euro) inconfondibilmente suggestivo grazie agli scatti in bianco e nero, e Tom Ford 002 (110 euro) un omaggio dello stilista e regista texano al mondo della moda e delle campagne pubblicitarie attraverso i lavori di fotografi del calibro di Steven Meisel e Nick Knight. Per un pizzico di sano campanilismo Versace Sfilate – Tutte le collezioni (49.90 euro) in cui oltre alla biografia di Gianni e Donatella Versace ci sono le immagini relative a 120 collezioni, e le foto delle top che hanno sfilato per il brand.

Selected works. Ediz. illustrata : Peters, Vincent: Amazon.it: Libri

Vincent Peters, Laetitia Casta

An ode to beauty | Selected Works · Vincent Peters | Un Vaillant Martien

Vincent Peters, Charlize Theron

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Alcune foto dal libro di Tom Ford

 tom ford 002 j lo bella hadid justin timberlake joan smalls

tom ford 002

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Immagini dal libro di Versace

Libri moda, quello su Gianni e Donatella Versace è da collezione

Gianni e Donatella Versace

Esce 'Versace Sfilate', 40 anni di collezioni in un libro - Notizie : medias (#1343929)

Donatella Versace con le top Carla Bruni, Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Helena Christensen.

A Londra: Donatella presenta il libro “Versace Sfilate: Tutte le collezioni”

Bella Hadid

In photography, you are always searching, selecting and taking away… If you make these decisions, then photography is always a journey of self-discovery“.

Vincent Peters

La “Commissione Dubbio e Precauzione” e l’indignazione di chi non sa pensare

NASCE LA COMMISSIONE DUBBIO E PRECAUZIONE - The Italian Tribune

Come riportato ieri dall’Indipendente: “È nata la “Commissione Dubbio e Precauzione”, un’iniziativa indetta con lo scopo di indagare dati alla mano sulla gestione pandemica e sulla campagna vaccinale nel nostro Paese, promossa da Massimo Cacciari, Giorgio Agamben, Ugo Mattei e Carlo Freccero. La Commissione è stata presentata nella giornata di ieri tramite una videoconferenza di oltre 10 ore: più di 50 relatori – in buona parte medici e scienziati – hanno infatti lanciato i lavori tramite una diretta che Facebook ha però prontamente oscurato“. Le perplessità hanno riguardato il vaccino contro il Covid, la sua somministrazione di massa, le politiche autoritarie, la deriva biopolitica, l’utilizzo del Green Pass e del Super Green Pass e la fine dello Stato d’emergenza che, è notizia di poco fa, molto probabilmente il governo allungherà fino ad aprile 2022. Ovviamente le polemiche a riguardo dell’evento che vorrebbe proteggere e stimolare il pensiero critico sono dilagate; Cacciari ha commentato: “Oggi regna un pensiero unico, che non ammette neanche l’esercizio del dubbio. Ha dell’incredibile, me ne rendo conto, ma ormai è un atteggiamento molto diffuso, che è stato assunto dalla gran parte dei media, delle tv e dei giornali“. Sempre Cacciari, il 26 novembre scorso aveva dichiarato: “Sono stufo di farmi strumentalizzare da giornali e tv, da questa Ansa di Stato. Ormai è impossibile in Italia fare una discussione tecnica, impossibile. A questo punto parlino gli scienziati. Mi hanno deluso tutti i giornalisti, chi più e chi meno, con pochissimi, una minoranza, che si rendono conto del delirio in cui viviamo. Ma non hanno voce. Abbiate pietà di me, basta. E’ diventato impossibile discutere con chi comanda in questo Paese, prendiamone atto. E quindi parlino gli esperti e gli scienziati. Io di Covid non parlo più”.

Qualche ora fa Ugo Mattei, in collegamento skype con L’Aria che tira, ha sottolineato che delle dieci ore di diretta su YouTube sono stati estrapolati, da chi di dovere, due o tre interventi con la volontà di assimilarli a boutade terrapiattiste. La conduttrice del programma Myrta Merlino, che fremeva di garbata indignazione, è stata fatta a pezzi dal giurista con poche battute che sarebbero state molte di più se non si fosse data prontamente la parola agli altri ospiti. Ma uscendo dalla cronaca minuta, il nodo cruciale di questo ambaradan è sempre lo stesso: per non vedere più contrapposti ai no vax e ai no green pass i cittadini diligenti basterebbe che lo Stato rendesse obbligatorio il vaccino. Facile, no?

Siamo quello che siamo

You Are You | ClampArt

Quando la fotografa Lindsay Morris seppe dell’esistenza di Camp I Am, il primo campo estivo americano per bambini che non si riconoscono nel genere attribuito alla nascita, non esitò a portarci il figlio che già manifestava le stesse inquietudini. Fotografò alcuni ospiti che poi ha rintracciato a distanza di anni, scoprendo che alcuni sono gay cisgender e altri donne trans. Camp I Am ha chiuso i battenti nel 2018, ma negli Stati Uniti ci sono ancora centri in cui i bambini non binari vengono accolti e rispettati per quello che sono. Persone. Le testimonianze degli ex bambini concordano: al campo potevano essere se stessi, si sentivano al sicuro. Qualcuno lo ha definito un posto magico.

PRIMA

Lindsay Morris Photography Gender Nonconforming Camp

Lindsay Morris: You Are You – aCurator

Lindsay Morris: You Are You – aCurator

DOPO

The Kids of Camp I Am, a Decade Later - The New York Times

The Kids of Camp I Am, a Decade Later - The New York Times

The Kids of Camp I Am, a Decade Later - The New York Times

The Kids of Camp I Am, a Decade Later - The New York Times

Il Gesù Gattino, opera di un pazzo che c’aveva visto bene

detail from Cats’ Christmas by Louis Wain, ink and gouache on mirror glass, c.1935.

Cats’ Christmas

Non era esattamente un pazzo Louis Wain, o almeno non lo era secondo me, quando immaginò un mondo governato dai gatti, e non intendeva neppure essere blasfemo quando dipinse Cats’ Christmas con un bel gattino nelle vesti di Gesù Bambino. Il punto è che, ricoverato al Bethlem Royal Hospital per schizofrenia, finì la sua esistenza disegnando gatti antropomorfi molto probabilmente perché, oltre ad amarli, riuscivano ad avere un effetto terapeutico sulle sue inquietudini, alle quali non era estraneo il dolore in misura clinicamente rilevante. Ora il Bethlem Museum of the Mind gli ha dedicato una mostra in cui, tra gli altri, sono esposti Cats’ Christmas, Carol Singing Cats e Cats with Plum Pudding, dipinti da Wain sui muri dell’ospedale psichiatrico e rimasti lì fino al 1930.

Nelle sale un biopic ne ripercorre le gesta. Con tutti i limiti di una narrazione che cerca di suscitare compassione nello spettatore, alterando il senso stesso della follia che non cerca mai il plauso altrui.

Louis Wain Print Carol Singing Cats Louis Wain Cat Poster | Etsy

Carol Singing Cats

Brown and White Cats with Plum Pudding" by Louis Wain | White cats, Louis wain cats, Cat art

Cats with Plum Pudding

Louis Wain's anthropomorphic cats to go on display at Bethlem museum | Drawing | The Guardian

Ernest H Mills, Louis Wain and cat

San Giuseppe nell’esegesi gender

Il Guercino e l'abbraccio di san Giuseppe

Il libro Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe, è una raccolta di studi a cura di Marinella Perroni e Antonio Autiero. Nasce da una serie di considerazioni sul dissolvimento dell’opposizione binaria maschio/femmina propria dei gender studies che obbliga a ripensare la categoria di “maschile” associata al concetto di potere e dominio.

Scrive Marinella Perroni che “dopo i decenni in cui i diversi femminismi hanno imposto di ripensare drasticamente concezioni antropologiche androcentriche, nonché assetti sociali, politici e religiosi patriarcali, da più parti viene segnalata la necessità, divenuta ormai imprescindibile e urgente, di ripensare l’universo del maschile sia dal punto di vista socio-politico che al livello simbolico, di liberarlo da secolari distorsioni e da antiche e nuove reticenze. Cioè da tutto ciò che impedisce di sottoporlo a interrogativi, analisi, valutazioni, ripensamenti, ricollocazioni. Su questo sfondo dinamico di profonda ristrutturazione delle identità di genere possono allora muoversi e incrociarsi anche sguardi diversi su Giuseppe di Nazaret, su ciò che egli ha significato per la tradizione cristiano-cattolica, ma anche su quanto la sua figura di uomo prima ancora che di padre può evocare e provocare in chi le si rivolge con occhio attento, andando alla ricerca dei suoi possibili significati, più o meno palesi o più o meno reconditi“. All’interno del volume le riflessioni di Michela Murgia, Cristina Oddone, Paolo Naso, Daniele Bouchard, Elizabeth E. Green, Silvia Zanconato, Simona Segoloni Ruta, Andrea Grillo, Andreas Heek, Arianna De Simone e Giusi Quarenghi, i quali hanno preso spunto da una frase di papa Francesco contenuta nella lettera apostolica Patris corde in cui Giuseppe viene definito “persona comune” e incarnazione di “tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in seconda fila“. Autiero chiarisce: “Nel codice della sua giustizia si trova l’inclusione di una empatia espressa in termini di responsabilità e di cura. E soprattutto emerge quel fattore genetico della uguaglianza in dignità, dell’autonomia relazionale e della condivisione dei compiti, orizzonti ben lontani da quella presunta convinzione di identità, risultante da una costruzione di ruoli mai soggetti a critica, per metterne a nudo la genesi storica, le dipendenze culturali, le inclinazioni al dominio“. In buona sostanza Giuseppe non esercita il ruolo maritale, si prende semplicemente cura della sua famiglia. Affinché sia chiaro una volta per tutte che è vero che ci sono differenze sessuali e biologiche tra maschi e femmine, ma le caratteristiche a cui comunemente si ricorre per distinguere gli uni dalle altre non hanno alcuna base biologica.

In alto una tela attribuita al Guercino

Luciana Littizzetto: non mi chiameranno mai mamma, pazienza

Luciana Littizzetto racconta figli in affido Io mamma di cuore - Tiscali Spettacoli

L’ultimo libro pubblicato da Luciana Littizzetto – già in testa alle classifiche – si intitola Io mi fido di te e racconta la storia dei suoi due figli avuti in affido quando avevano 9 e 11 anni. La fiducia gioca un ruolo importante in questa narrazione, giacché Vanessa e Jordan ne hanno nei confronti della madre ma a giorni alterni, come succede in ogni nucleo famigliare che non sia saltato fuori da quell’improbabile spot anni Novanta in cui tutto funzionava a meraviglia, soprattutto la mattina a colazione. La singolarità di questi ragazzi, però, sta nel fatto di non aver voluto prendere il cognome della madre (che tuttavia ha già fatto testamento “e almeno questa cosa della linea ereditaria è andata“) e nel rifiuto categorico di chiamarla mamma, come confessa la stessa Lucianina a chiusura dell’intervista che le ha fatto Elvira Serra: “Non mi chiameranno mai mamma, me ne sono fatta una ragione. Pazienza. Io la faccio, la madre“. A questo punto sarebbe troppo dire che Vanessa e Jordan sono degli ingrati? Perché non sarà politicamente corretto affermare che sono stati fortunati a ritrovarsi in un ambiente agiato e soprattutto nella condizione di figli amati, cosa non scontata neppure per la prole naturale, ma tant’è, e invece Jordan “fece la sceneggiata del dizionario dicendo leggi cosa vuol dire essere madre, lì ho patito molto…“. Comunque, al di là di ogni giudizio morale, è valsa la pena leggere l’intervista nella sua interezza perché da par suo Littizzetto alterna toni drammatici e leggeri, schivando le derive patetiche a cui pure una storia del genere si presta. Confermando ancora una volta d’essere donna estremamente intelligente.

Foto: Luciana Littizzetto con Jordan, 24 anni, che lavora in produzione nel cinema, e Vanessa, 27, social media manager.

Dall’incipit di Io mi fido di te:

“Caro te. Femmina o maschio, poco importa. Te che non sei nato dalla mia pancia ma dal mio cuore. Te che hai una faccia diversa dalla mia, anche se tutti dicono che mi somigli.

Te che la vita è bastarda, perché ti ha fatto nascere in un posto e rinascere in un altro. E non hai potuto scegliere. Nessuna delle due volte.

Te che una mamma ce l’avevi ma poi n’è arrivata un’altra e adesso ne hai due ed è un gran casino.

Te che sei da maneggiare con cura come c’è scritto sulle robe fragili. Che sei fatto di spine e ogni tanto pungi e ti dispiace. Che a volte non ci stai dentro, che vuoi scappare e non sai da cosa.

Te che per paura di essere lasciato lasci, che non ti fidi mai, te che «Dimmi che mi vuoi bene ma dimmelo venti volte di seguito».

Te che «Posso venire nel letto con te?», te che «Dimmi che non mi lasci anche tu»”.

I “Diari di Wuhan” da una sedia di tortura a dondolo

Badiucao, il "Banksy cinese" che sfida il regime dipingendo con il sangue - la Repubblica

L’artista dissidente cinese Badiucao, su una sedia di tortura a dondolo, ha letto a Brescia alcune pagine dai “Diari di Wuhan”, raccolta di mail ricevute da amici e conoscenti che abitavano a Wuhan nella prima fase della pandemia, quando il resto del mondo pensava che non ne sarebbe mai stato interessato. Sono racconti di vita quotidiana, ma soprattutto del modo in cui il Governo cinese gestì le informazioni sul Covid, prima censurando la realtà e poi arrivando a intimidire, tra gli altri, il medico Li Wenliang, il primo a dare l’allarme sul nuovo coronavirus. La performance di Badiucao si inserisce nella mostra La Cina (non) è vicina, con buona pace della lettera inviata dall’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese alla Città di Brescia, in cui si invitava a cancellare la mostra. Tra le altre cose, in merito alla produzione del Banksy cinese si legge: “Le opere che espone sono piene di bugie e mettono in pericolo le relazioni Italia-Cina“. Così tipico dei regimi totalitari da risultare banale il solo fatto di sottolinearlo.

Alcune opere di Badiucao.

No I Can’t No I Don’t Understand

Xi’s going on a bear hunt

Badiucao, Love Always Wins (2021; stampa digitale, 100 x 80 cm)

Love Always Wins