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RELATIVITA' DEL PENSARE, OVVERO QUANDO IL PENSIERO DIVENTA BYTE

Post n°594 pubblicato il 26 Luglio 2006 da bargalla
Foto di ossimora

Provo una strana, piacevole sensazione nel postare in un blog che non è il mio. Non è come limitarsi a commentare il pensiero di chi solitamente “abita” in questa dimora, di più, il condividerne le idee mi porta a corrispondere anche con quanti abitualmente frequentano il blog di Ossimora, senza per questo avere minimamente la pretesa di venir meno a quelli che sono i doveri che il mio essere ospite, spero gradito, comporta.

Ma ho come l’impressione di violare, seppur invitato, uno spazio che non mi appartiene, per quanto, neanche il blog sul quale di solito scrivo abbia i confini ben definiti che per logica si associano alla dimensione spazio e di conseguenza anche quello che ritengo essere il “mio” spazio diventa relativo e opinabile.

Non per niente e non a caso, specie in questo ambito, si parla di spazio e di realtà virtuale; l’esserci e il non esserci, non avendo alcunché di tangibile, se non questi pensieri che divengono bytes, sfuggono a qualsiasi definizione, correndo in mille direzioni diverse su quel “sistema binario” che con sole due cifre, l’uno e lo zero, ha rivoluzionato il percorso del comune sentire.

Non è certo il caso di scomodare il buon Einstein e la sua legge sulla relatività, che attiene a campi ben più fisici che concettuali, ma forse, qui più che altrove, il pensiero di ognuno si sublima fino a diventare propriamente relativo, eludendo persino se stesso e pur essendo identitario, vanifica ogni tentativo di essere codificato in appartenenze.

Il pensiero di uno, per quanto discutibile, diventa il pensiero di tutti.

Per formazione, buona o forse sbagliata chissà, mi trovo spesso in conflitto con il pensiero dominante e dominato e quando trovo qualcuno che trasmette sulla mia stessa lunghezza d’onda, mi sembra di non essere quel naufrago che pensavo e affido ai miei post la valenza che di solito si dà ai messaggi in bottiglia.

Improbabile che qualcuno li trovi, ma se un gioco di correnti dovesse dare un senso alla stoica, forse irrazionale, ambizione di chi è sempre alla ricerca di un altrove che non sia la più banale “isola che non c’è” credo proprio che non ci sia niente di più gratificante che rapportarsi con chi pensa che nonostante tutto sia ugualmente “dolce naufragar in questo mare” dove la solitudine per assurdo e per scelta, ogni giorno diventa l’unico approdo possibile.

 
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