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« E venne il temporaleCOLPO DI SPUGNA »

3' e 37" di sana follia

Post n°597 pubblicato il 28 Luglio 2006 da magdalene57


S.velate Velature

Ci sono molti ricordi che si legano al pensiero di altre persone. Il significato cambia a seconda del senso che ha attraversato lo spazio vitale di chi li ha vissuti. Certe volte si ha la fortuna di poterli condividere nel gusto, nella colorazione, nella percezione quasi tattile. A volte organica.
Ho sempre avuto il vizio di attorniarmi di presenze utili alle mie inventorialità. Ricordo che da bambina raccontavo delle storie che sentivo nel vento della fantasia. C’era quell’anno che verrà di Lucio Dalla che la radio sfiorettava come una rivendicazione sul presente amaro che sempre circonda gli animi dei sognatori. E i miei cugini più piccoli mi chiedevano dei perché che io non sapevo dare, ma l’illusione di poter essere didassica senza appartenere a una scuola mi rendeva grazia. E poesia. E quell’uomo a cui Lucio scriveva era un uomo morto da tempo che sarebbe tornato anche se nessuno mi aveva raccontato delle teorie new age dell’immortalità dell’Anima. Da bambini le cose si sanno senza saperle. Questa è la vera innocenza.

Cosi mia cugina V. che aveva di me la percezione di una sapiente, scrisse nel tema libero la mia interpretazione. Ma l’essere creativi non è interpretare e se non sei in grado di credere fino in fondo rischi la derisione o la perversione. Che diversa appare pur recandoti il medesimo danno. Il tema fu valutato male e a  pensarci ora, la sua maestra poteva essere taciuta da un qualunquista mediocre. Ma allora lei fu in grado solo di difendersi con la classica discolpa a carico di altri. Sconosciuti ed ignari del gesto compiuto. Che, amaramente comprendo, è quello che sempre si fa nel vivere.
Dopo molti anni, a una classica cena di famiglia, il delitto compiuto venne alla luce. Eri una casinista che confondevi le idee a noi che credevamo in te.

Che colpa era stata la mia? Di aver immaginato una possibile assoluzione. Dolce e sincera come certi tramonti estivi. Io ho sorriso. Perché ho capito che la mia meraviglia non era affare da poco. Già infante era in grado di manifestare il suo libero discernimento.  

Il senso dell’ignaro non è cosa da tutti. E di questo un po’ mi vanto.

 

Scalza

 
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