Un anno

Più o meno un anno fa

cominciava il mio calvario

La vita dopo il lockdown

non contenta

mi riservava un’altra sorpresa.

Ricordo ancora le giornata infinite,

il sole fino a tardi,

il via vai sotto casa dei vacanzieri verso la spiaggia.

E io con la felpa addosso, nonostante il caldo,

cercavo di vincere il dolore nella mia testa.

Le notti insonni, il sudore.

Il mio corpo così pesante.

Ho fatto amicizia con le 4 mura,

il giaciglio sempre diverso

(non sopportavo il mio solito letto).

La musica in cuffia contro il dolore,

l’albero della seta di fronte a casa

che osservavo dal terrazzo, e col quale dialogavo.

Anche mangiare era una tortura,

quel cibo per me da sempre consolatorio.

E’ passato quasi un anno.

Sta tornando la ‘normalità’.

Di nuovo.

La vita va avanti

Le cicatrici aumentano.

Le paure anche.

Non c’è una frase ad effetto
con cui chiudere questa riflessione.

Semplicemente questo.

 

 

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I wonder

Mi sono auto convinta di essere poco socievole

Per la verità, se mi trovo in compagnia
qualche  parola di circostanza la tiro fuori

Ma quanto a cercarla è un’altra storia.

Mi capita invece talvolta
di osservare  le persone 
che incrocio lungo la strada,
mentre cammino o pedalo

e chiedermi chi sono, cosa pensano, qual è il loro vissuto

al di là delle facciate sociali

del ‘più e del meno’ al quale non possiamo sottrarci.

Il lato vero. Quello più nascosto.

Mi scopro a chiedermelo soprattutto degli anziani

quelli che ogni giorno fanno la loro passeggiata

per lo più solitaria

o portando a spasso un vecchio cane.

Mi capita di immaginare di fermare uno di loro

e chiedere …

“Ma tu cosa pensi davvero?”

 

 

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Osservando voli di rondini

Penso…

Sono magnifiche!

Ed io mi sento grata.

Ascolto il loro garrire festoso

ammiro il loro sfrecciare.

Le osservo descrivere linee invisibili

nel cielo

senza mai scontrarsi.

Con abili colpi d’ala

riescono a virare in tempo

in perfetto equilibrio.

Non hanno niente da imparare, loro.

Sono grata.

Con loro posso essere ovunque.

E sorridere.

 

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Ho scelto…

….di non rispondere alle provocazioni

… di sorvolare sulle risposte sgradite

e su quelle che non capisco del tutto 

… di non reagire anche se velatamente stuzzicata

… di ‘contare fino a dieci’

Ho scelto di scegliere il silenzio

quando gettare benzina sul fuoco
sembra lo sport preferito

Meglio aspettare la cenere.

Ci si cucinano delle ottime patate.

 

 

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Nostalgia

La nostalgia è un male incurabile.
Puoi cercare di distrarti
facendo altro
ma lei è sempre lì in agguato
a sorprenderti
nei momenti di silenzio o di stanchezza.

Quel qualcosa (qualcuno) che ti manca
come fuoco sotto la cenere
è pronto a ravvivarsi e avvolgerti
come una coperta subdola.

 

Nostalgia

Tra passato e presente

Sto cercando di capire se la mia ritrosia nei confronti della vita,

per quel poco che può offrire in questo periodo,

non sia in realtà paura, camuffata da scarso interesse.

Presto riabbraccerò mio figlio, nella sua nuova casa.

Un momento che spettavo da più di un anno.

Sto vivendo quest’attesa con un misto di ansia e trepidazione.

Ho quasi perso il posto sul treno (a proposito…)
per aver aspettato troppo a prenotare il biglietto.

Una sorta di scaramanzia?

Non nego di pensare già al dopo.

E così rovino tutto.

Già! Penso al dopo, invece di assaporare l’attesa

che mi separa dal momento che diverrà un felice presente,

prima di diventare un triste passato.

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Il treno

Ascoltando il silenzio a volte trovi le parole

ma sono così evanescenti

basta un piccolo rumore per farle fuggire.

E poi c’è quel treno

che da tanto aspetti di prendere

che si fa beffa di te

ogni giorno, ad orari regolari.

Lo senti sferragliare

e andarsene.

“Ma presto ti fregherò, caro treno.

Presto, anzi ….prestissimo!

Troverò il mio posto a bordo…

 

Finalmente….”

 

 

treno

Stress


Il ritorno alla ‘normalità’, che per me è da intendersi ‘lavoro’,

non è stato proprio una passeggiata.

Non so se dipenda dal mese di clausura e
dai ritmi blandi che lo hanno caratterizzato.

O magari da qualche strascico che il virus può avermi lasciato.

Sta di fatto che mi ha comportato in pochi giorni
un notevole accumulo di stress tanto da togliermi il sonno.

Di notte nella mia mente insonne è un turbinio di pensieri,
per lo più relativi al lavoro e ai personaggi con i quali mi devo rapportare,
non senza patemi.

Ne consegue che sto apprezzando ancora di più il silenzio.

Soprattutto nel primo pomeriggio, al ritorno dal lavoro,
con la casa vuota e i rumori esterni che giungono ovattati.

Sento solo il ticchettio della tastiera e poco altro.

Sperando in una pennichella che tarda comunque ad arrivare.

 

 

Silenzi

 

 

Il prima, il dopo

E mentre la situazione contingente
fa allungare la lista dei ‘ora non posso, cosa farò dopo?’
si passa il tempo a pensare
ad ascoltare se stessi
anche di notte, quando il sonno non arriva
Com’era la vita prima?
quante cose ho rimandato per pigrizia
quante cose, ora, dico a me stessa
‘se le avessi fatte finché potevo!’
E poi pensi alla leggerezza con la quale c’è chi riesce
a far finta di niente
chi è riuscito ad autoconvincersi che è tutta un’invenzione
che i numeri sono falsi
che non c’è nessuna pandemia
che c’è un disegno occulto per sottomettere l’umanità
renderla schiava e povera.
Mi chiedo, come si fa ad accettare di vivere in un mondo simile?
E’ come stare accanto a qualcuno pur sapendo che si tratta di un orco
capace di indicibili nefandezze
disprezzandolo, criticandolo, odiandolo segretamente
ma nonostante tutto continuiamo a condividere la nostra vita con lui.
Penso che chi crede questo stia vivendo un inferno peggiore
di chi ha scelto di rispettare le regole e di fare il possibile
non senza difficoltà

affinché questa guerra finisca.

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Effetto tristezza

Forse esagero un po’, ma comincio a capire cosa provano
le persone chiuse in una cella.

Quando si dice ‘vedere il sole a scacchi’.

Io che sono sempre stata amante del grigio, del buio,
delle giornate cupe e senza luce.

Le ho sempre sentite più vicine al mio stato d’animo.

Adesso mi trovo costretta alla clausura forzata,
non so ancora per quanto.

Mi scopro malinconica, ad osservare dalla finestra il sole,
i colori della stagione,
a immaginare il tepore sulla pelle
e la sensazione di dover socchiudere gli occhi
per proteggerli da un sole già primaverile.

E tutto questo mi manca e mi rende triste.

Fuori è un tripudio di fiori, alberi che sbocciano,
verde che dilaga.

La poca gente che passa ha già abiti leggeri.

A poche centinaia di metri da casa mia,

immagino il mare che sciacquetta placido

e manda scintille argentate.

Sì. Questa cosa mi rende molto triste …

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