Il tempo rafforza, il tempo aiuta, il tempo guarisce … e chi più ne ha più metta.

They say that “Time assuages” –
Time never did assuage –
An actual suffering strengthens
As Sinews do, with age –

Time is a Test of Trouble –
But not a Remedy –
If such it prove, it prove too
There was no Malady –

Emily Dickinson

Dicono che” Il tempo rafforza-
Il tempo non rafforza mai-
Una sofferenza di oggi indurisce
come fanno i Nervi, con l’età-

Il tempo è un Test di Tribolazioni
ma non un Rimedio-
Se dimostriamo questo allora
dimostriamo anche che là non vi era malattia-

sofferenza

 

Insieme a Montecatini Terme ,finalmente la Cappella degli Scrovegni, a Padova è patrimonio UNESCO !,

 Il ciclo affrescato del Trecento di Padova è patrimonio dell’Umanità. Ben 3.694 metri lineari di affreschi consegnati dalla storia con la forza di nomi come Giotto, Giusto de’ Menabuoi, Guariento, Jacopo Avanzo, Altichieri da Zevio, Jacopo da Verona. Otto siti affrescati che immortalano quella che fu la “scuola” del Trecento artistico padovano, tra la Cappella degli Scrovegni e la Chiesa degli Eremitani, tra Palazzo della Ragione e la Cappella della Reggia Carrarese, con il Battistero della Cattedrale, la Basilica e il Convento di Sant’Antonio e gli oratori di San Giorgio e San Michele. Tutto questo tesoro ha ottenuto il sigillo dell’Unesco come “world heritage site”, patrimonio dell’umanità. Così come Montecatini Terme. L’Italia conta adesso 57 siti nella lista più ambita: sono 1.122 nel mondo.

Si chiama Padova Urbs Picta, la città dipinta, nome criptico capace di incorporare i colori e la luce del ciclo più completo di affreschi realizzato dal maestro toscano, in quella che è conosciuta a livello mondiale come la “Giotto’s Chapel”. Così la quarantaquattresima sessione del Comitato internazionale dell’Unesco, riunita a Fuzhou in Cina, con i rintocchi del martelletto del viceministro per l’educazione della Repubblica popolare cinese Tian Xuejun nella veste di portavoce del Cominato Unesco, ha sancito l’iscrizione di Padova dopo un lungo percorso iniziato addirittura nel 1996. Un iter lungo e faticoso, quello compiuto in questi 27 anni, perché Giotto e i suoi affreschi, seppur considerati un gioiello di indiscutibile valore, erano però giudicati un sito troppo piccolo e avulso da un contesto generale per diventare patrimonio mondiale dell’Umanità.

Sono serviti la tenacia e l’impegno delle forze culturali, politiche e istituzionali di Padova, per immaginare un orizzonte diverso, con un contesto più ampio, destinato a diventare un unicum nel panorama artistico del pianeta: dal sindaco Sergio Giordani, all’assessore alla Cultura Andrea Colasio, allo storico Giuliano Pisani, al project manager Giorgio Andrian, fino ai rappresentanti della Diocesi di Padova, dell’Arca del Santo, dell’Accademia Galileiana e dell’Università di Padova. In questo percorso globale con i cicli pittorici del XIV secolo, Giotto e la Cappella degli Scrovegni diventano la pietra angolare in grado di reggere l’intero impianto.

Del resto, sono i numeri a parlare: negli ultimi dieci anni gli affreschi di Giotto sono riusciti ad attrarre a Padova più di 3 milioni di turisti. Nel 2018 per la prima volta sono stati superati i 300 mila visitatori, record confermato anche nel 2019, prima che la pandemia facesse crollare tutti i contatori. “Adesso abbiamo una grande responsabilità di cui siamo consapevoli” commenta raggiante il sindaco di Padova Sergio Giordani. “Quello di oggi non è un traguardo, ma il punto di partenza di un nuovo impegno che con il supporto di Unesco intraprendiamo per essere all’altezza di questo prestigioso riconoscimento. Da oggi gli affreschi della nostra Padova meravigliosa sono finalmente Patrimonio Mondiale. E’ una gioia immensa che non dimenticherò mai”.
scrovegni

La gentilezza , tra i piaceri umani,è sicuramente il più appagante…

In un certo senso, la gentilezza è sempre un azzardo, perché si fonda sulla sensibilità nei confronti degli altri, sulla capacità di identificarsi con i loro piaceri e le loro sofferenze.La gentilezza nasce dall’empatia, dalla capacità di mettersi nei panni di un altro, cosa non semplice e che non a tutti piace. Ma se il piacere della gentilezza, come del resto tutti i più grandi piaceri umani, può essere rischioso , non di meno rientra tra le cose più appaganti alla nostra portata. Oggi, appena si comincia a crescere, gran parte di noi crede intimamente che la gentilezza sia la virtù dei perdenti. Accettare , tuttavia ,di ragionare in termini di vincenti e perdenti significa che stiamo già mettendo a confronto noi stessi con la paura del mondo per la generosità. Infatti, una delle cose che i nemici della generosità non si chiedono mai – e che la rendono un nemico nascosto in ognuno di noi – è perché mai proviamo una cosa del genere.
Perché mai siamo spinti, in qualche modo, a essere gentili verso gli altri, per non dire verso noi stessi? Perché la generosità conta per noi? Forse, una delle cose che la contraddistinguono, diversamente da quel che accade a un ideale astratto come la giustizia, è che, rispetto alla gran parte delle situazioni quotidiane, sappiamo esattamente cosa sia; tuttavia, proprio il fatto di sapere cosa sia un gesto gentile ci rende più agevole il rifiuto di compierlo.

 

gentilezza

Spazio e tempo: due facce della stessa medaglia.

Cosa sono lo spazio e il tempo? Dar loro una dimensione è difficile, allora come si possono pensare? Saranno due entità diverse ma dipendenti l’una dall’altra oppure un’immensa bolla che contiene tutta l ‘esistenza nel senso più ampio possibile? Nella nostra storia evolutiva quanto è cambiato il rapporto che esiste tra spazio e tempo, accertato che questo rapporto esiste? Esiste tra loro una relazione così chiara che spesso siamo portati a pensare che siano la stessa cosa espressa in modo diverso.
Questo spiega perché io posso considerare il “qui” ( spazio), pensando all’ “adesso” (tempo); l’”avanti” quando penso al “dopo”; il “dietro” al “prima”, e via dicendo, praticamente relazionandomi con il Tempo nel suo essere soltanto “percepito” e mai fisicamente “occupato” o “percorso”, e con lo Spazio, invece, secondo la sua duplice natura. Infatti lo Spazio è “percepito”, e “occupato”, perché fisicamente dimostrabile
Risulta pertanto che noi tendiamo per istinto a identificare le due entità proprio per la percezione che di esse abbiamo come sovrapponibili per cui pensiamo di potersi muovere nello spazio coinvolgendo anche il Tempo, e non viceversa.

spazio, tempo

Aiuto, si è ristretta l’intelligenza

intelligenza

Aiuto, si è ristretta l’intelligenza

Ragazzi, si sta accorciando il Quoziente Intellettivo. L’intelligenza si restringe, il regresso colpisce le menti. E non si tratta di una tesi avanzata da reazionari antimoderni. Una denuncia di Cristophe Clavé ci ha messo la pulce nel cervello. “Il QI medio della popolazione mondiale era sempre aumentato – scrive lo studioso di strategie d’impresa- nell’ultimo ventennio è invece in diminuzione, a partire dai paesi più sviluppati”. Sono andato a indagare e ho avuto altre conferme. Per esempio la ricerca di due studiosi norvegesi, Brent Bratsberg e Ole Rogeberg, pubblicata dall’Accademia Nazionale delle Scienze sulla rivista Procedings, che in un arco temporale ampio di 40 anni e su un campione largo di 730 mila giovani confermano quella conclusione: si è invertito l’effetto Flynn, lo scienziato che conduceva studi sul Quoziente Intellettivo e ne vedeva lo sviluppo continuo nella popolazione nell’arco del ‘900. E invece, secondo i ricercatori è in atto da più di quattro decenni una regressione costante e crescente del QI. Fra i nati a metà degli anni ’70 e i ragazzi nati nel 1991 ci sono più di 5 punti di differenza. E cala ancora il Quoziente con i nati dopo il duemila. Studi analoghi compiuti negli Stati Uniti, in Germania e nel Regno Unito confermano il trend negativo. Cosa sta succedendo e soprattutto perché?

Tralascio le motivazioni genetiche, ambientali e alimentari; le ricerche ammettono che esse spiegano solo in parte il declino progressivo dell’intelligenza umana. Mi soffermo sul nostro sistema di vita, di relazione, di educazione, il rapporto con le tecnologie, a cominciare dalla prima, il linguaggio. Clavé insiste sull’impoverimento del linguaggio. È un dato accertato: oggi usiamo un lessico molto più povero del passato, con meno vocaboli; magari pratichiamo più lingue ma conosciamo meno la lingua madre. E al contrario del “volgare illustre” che auspicava Dante, usiamo un volgare plebeo, basic, sincopato, tecnico-commerciale, povero di tempi, modi e forme espressive.

Lo scarso lessico atrofizza l’intelligenza, che si esercita meno nella scelta dei vocaboli e dei tempi più appropriati. E ci facilitano i tutorial, i correttori automatici. Meno fatica, meno doveri, più liberi: ma la libertà qui coincide con l’impoverimento della mente. Strada facendo si capovolge in una maggiore malleabilità a essere veicolati dai regimi di sorveglianza, dai sistemi totalitari. Basta leggere 1984 di Orwell o Fahrenheit 451 di Bradbury per capire la sequenza tra parole ridotte e manipolazione, pensieri impoveriti e precotti, morte del senso critico.

Ma spingiamoci oltre. Noi viviamo in un mondo che ci sembra sempre più globale ed esteso, senza confini; eppure è un mondo da una parte sempre più ridotto e dall’altra sempre più delegato. Si spegne il confronto col pensiero e con la storia, con la religione e con la tradizione, con le differenze e le identità, tutto si riduce al solo presente globale vigente. Un mondo sempre più piccolo. I modelli vengono ridotti a un solo canone e quando diventa ideologico assume le vesti del politicamente corretto; il resto è vietato, cancellato. Non c’è passato, e di conseguenza non c’è futuro che non sia la continuazione infinita e uniforme del presente e delle sue prescrizioni. C’è una durata automatica, priva di possibili divergenze; non c’è possibilità di paragone con altri sistemi di idee e di vita. E l’idea stessa di educazione viene respinta a priori o distorta in corso d’opera.

E poi, una vita amministrata, sempre più mediata e surrogata dai mezzi di cui disponiamo, delegata alla potenza tecnologica e a un benessere preconfezionato; una vita che si cimenta sempre meno con l’imprevisto, le variazioni, le necessità che aguzzano l’ingegno. Nella vita artificiale e prefabbricata – lo denunciava già tanti anni Saul Bellow e faceva il paio con “la chiusura della mente americana” di cui scriveva Allan Bloom – l’intelligenza perde gli stimoli, agisce in automatico, deve solo apprendere le procedure, senza mai uscire dal programma e dall’unica via prescritta. Una mutazione letale per la mente.

Insomma l’intelligenza si accorcia perché si stanno restringendo i nostri mondi e le nostre possibilità anche se a prima vista si direbbe esattamente il contrario: meno originalità e più uniformità, schiacciati sul presente e sul Modello Unico di Vita, deprivati del pensiero, della cultura e dei saperi umanistici, sempre più “ammaestrati” e ridotti ai riflessi condizionati. Il mondo ci arriva comodamente a casa nostra, basta pagare.

Per dare una periodizzazione storica a questo declino potremmo dividerla in tre fasi. La prima, indicata dai ricercatori, parte dalla metà degli anni Settanta, quando gli effetti del benessere e delle comodità correlati alla contestazione globale hanno prodotto una prima tendenza involutiva della nostra intelligenza e un rigetto dell’educazione. La seconda degli ultimi vent’anni, con l’espansione prodigiosa del web, ha ulteriormente ridotto la sfera del pensare e parlare in relazione all’agire, inserendoci in procedure automatiche e puramente tecnologiche. I flussi informativi hanno sostituito i percorsi formativi.

La terza è ancora in corso: presto capiremo quali effetti avrà sulla nostra intelligenza e in particolare su quella dei ragazzi, la clausura planetaria per il lockdown, la scuola a distanza, l’interruzione di ogni forma di relazione civile, sociale, culturale, salvo quelle che arrivano dal video.

Insomma stiamo entrando a occhi bendati e orecchie tappate nell’era globale della stupidità. E non si notano in giro Grete che denuncino e mobilitino la gente per l’intelligenza in pericolo.

Marcello Veneziani , Panorama n. 15 (2021)

Il canovaccio e lo zafferano….

Basta niente ,a volte , a riportare alla memoria  qualcuno che è entrato per caso nella vita e ci ha lasciato un ricordo.  Oggi mi è capitato in mano un canovaccio da cucina, ormai consunto dall’uso e sbiadito nei colori che  dovevano essere bellissimi,  al centro un grande croco fucsia, con stami e pistilli quasi invisibili. Me lo vendette un marocchino tanti anni fa, quando  si contavano  gli immigrati maghrebini, e  vivevano vendendo piccoli oggetti. Ho  rivisto quell’uomo, direi quell’ometto, tanto era mingherlino, sembrava un  vecchio, ma non lo era… distrutto dalle fatiche di una vita dura e triste, lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia. Lo trovai  sotto il portico di casa, seduto per terra, appoggiato ad un pilastro….mi rassicurò dicendo di essere entrato  perchè aveva visto il cancello aperto e la curiosità l’aveva indotto ad avventurarsi. Stanco, sfinito dal caldo e dai passi si era fermato all’ombra a riposare. Capii subito che era  male in arnese, mi svanì l’apprensione, lo aiutai ad alzarsi  e lo invitai a prendere posto su una sedia più confortevole e ci volle parecchio a convincerlo, voleva tornare a  terra… Mi disse di aver molta sete e  mi chiese di barattare un bottiglia d’acqua con qualcosa di suo, molto dignitosamente. Lo invitai a d  entrare , per mangiare con noi, cortesemente  accettò di dividere il pranzo, ma volle rimanere fuori in disparte… rifocillato decise di riprendere la sua strada, dopo avermi offerto quel canovaccio  col croco , che accettai per non offenderlo e gli comprai altra roba. Felice mi raccontò come al suo paese, da crochi come quello, ricavassero il prezioso zafferano, un lavoro lungo giorni e giorni, che impegnava intere famiglie, ma rendeva pochissimo nonostante  lo zafferano abbia , sui nostri mercati, un prezzo molto elevato.  Quell’ometto mingherlino divenne il mio amico del venerdi, gli chiesi perchè avesse scelto quel giorno e mi disse…col pesce vado sicuro… motivi religiosi.  Veniva, mangiava, prendeva l’acqua e mi portava sempre nuovi asciugamani, poi si tratteneva a raccontarmi di se, della sua famiglia, del suo paese e dal desiderio di poter tornare un giorno, quando avesse fatto qualche soldo. Passarono le settimane estive, arrivò l’autunno e di tanto in tanto il venerdi lo aspettavo invano e , quando ricompariva lo vedevo sempre più piccolo e vecchio. Mi disse che si era ammalato di stomaco e che si stava indebolendo, piangeva , doveva ricoverarsi per cure, ma non aveva denaro, il poco rimasto lo conservava per i figli.  Ricordo di aver faticato non poco a farlo salire sulla mia auto,  gli diedi del denaro  dicendogli che era un prestito e lo accompagnai io stessa alla stazione. Passò l’autunno, venne l’inverno ,uno di quegli inverni rigidi, con tanta neve e del mio amico nessuna notizia, pensavo a lui di tanto in tanto, chiedendomi quale fosse stata la su sorte. Ricordo , era gennaio perchè le giornate incominciavano ad allungarsi,un pomeriggio nevoso e freddo, raccolti attorno al camino sentimmo un bussare insistente ai vetri. I vetri appannati mi impedivano di vedere , con la mano aprii una visuale ai miei occhi stupiti.. Che ci faceva lì il mio amico  marocchino in una sera da lupi, come quella, alla mia porta? Subito aprii e lo invitai ad entrare perchè si scaldasse e mi raccontasse di se, dopo tanto tempo… Come al solito rifiutò, mi prese la mano per farmi uscire, me la baciò e poi mi diede una carezza dicendomi:” vengo da ospedale, non sono guarito, domani con aereo a casa, dovevo salutarti per dirti grazie, tu sei stata mia amica ed io ti voglio bene…. Piansi, come piansi a quelle parole , alla vista di quell’ometto mingherlino e malato che  aveva fatto nella neve quasi sei km per venirmi a salutare e per dirmi che non poteva restituire il denaro.  Quale denaro? chi ci pensava più, quel gesto mi aveva ripagato cento volte. Lo portai al treno e lì mi abbracciò, le nostre lacrime si ghiacciavano, lo vidi sparire e non seppi più nulla di lui, ma il suo ricordo mi è ancora vivo nella mente….  Nell’armadio della cucina c’è ancora una bella pila di canovacci colorati….e lui è lì!!!!!!