Il colore della Pace…

Talil Sorek era una ragazza israeliana tredicenne quando ha scritto questa poesia che ha vinto un premio ed è diventata famosa in tutto il mondo. Attraverso un’immagine molto semplice, Talil ci fa riflettere su ciò che può significare la parola “pace”in una zona come il Medio Oriente, teatro di molte terribili guerre. Molti bambini, nati qui non sanno cosa sia il suono del silenzio diverso dal momento in cui si sentono spari e scoppi di bombe, non  sanno cosa significhi godere una notte di luna, sdraiati sull’erba ai  margini di un bosco.

13 anni

Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero
per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo
per la sabbia ardente,
ma avevo l’arancio
per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.

Talil Sorek

….e ci sono anche donne difficili, per carattere, per difesa…e sono quelle che più di altre hanno bisogno d’amore.

 

Donne difficili..

Non è da tutti
amare le donne difficili,
spigolose, quasi inaccessibili.
Solo apparentemente
sono solari ed estroverse,
anche sicure di sé,
ma in realtà sempre
diffidenti e insicure,
sempre sulla difensiva.
E si tengono tutto dentro.
Non guardatele troppo negli occhi, perché non vogliono far vedere a nessuno la loro rabbia, delusione, paura, fragilità.
La solitudine le accompagna, anche quando hanno decine di corteggiatori.
Perché amano
ma non dipendono mai dall’amore, da quell’amore che per loro è solo un sogno.
E sono dure, prima di tutto
con se stesse.
Solo chi sa guardare “oltre” il sorriso riesce a vedere il muro impenetrabile che hanno eretto.
Che difende la loro interiorità
ricca ma ferita, spaventata.
La loro sensibilità
troppe volte ferita.
Il difficile vissuto
che solo loro conoscono.
Perché sono donne spigolose, difficili, quasi inaccessibili.
Quelle con l’anima in fiamme
e il sorriso splendente.

Agostino Degas

 

donna difficile

Sarà questo poesia? Un ricordo, un’ emozione improvvisa, una lacrima di nostalgia?

 

Da un tuo cortile aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina in ombra aver guardato
quelle luci disperse
che non so ancora chiamare per nome
né ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio d’acqua
nel segreto pozzo,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzioso uccello addormentato,
la volta dell’androne, l’umido
– forse son queste cose la poesia.

Jorge Luis Borges

 

gelsomino

Che sarà mai la nostra anima? Wislawa Szymborska prova a raccontarcela…

Ma la nostra anima com’è? Così ce la descrive Wisława Szymborska

Una delle domande su cui spesso non abbiamo tempo di fermarci a riflettere – e in realtà, anche avendo tempo, non abbiamo modo di procurarci grandi risposte – è proprio questa: come sarà mai la nostra anima?
Wislawa Szymborska ha provato a raccontarcela in questa bellissima poesia, scritta con un linguaggio semplice e diretto , ricca, tuttavia di spunti su cui riflettere su cosa sia l’anima.E tutto questo è tipico di questa poetessa polacca, Premio Nobel per la letteratura, che sa sempre toccare temi semplici o meno abbordabili con un linguaggio quotidiano,facile, ilare e ironico, o serio ,di comprensione immediata. La quotidianità di fatti, ed emozioni sono la sua poesia.

Qualche parola sull’anima
L’anima la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.

Giorno dopo giorno,
anno dopo anno
possono passare senza di lei.

A volte
nidifica un po’ più a lungo
solo in estasi e paure dell’infanzia.
A volte solo nello stupore
dell’essere vecchi.

Di rado ci dà una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valigie
o percorrere le strade con scarpe strette.

Quando si compilano moduli
e si trita la carne
di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni
partecipa a una,
e anche questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio.

Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno alla chetichella.

È schifiltosa:
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari la disgustano.

Gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi.
E’ presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto.

Tra gli oggetti materiali
le piacciono gli orologi a pendolo
e gli specchi, che lavorano con zelo
anche quando nessun

Non dice da dove viene
e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.

Si direbbe che
così come lei a noi,
anche noi
siamo necessari a lei per qualcosa.

Sentir parlare di poesie sull’anima può far pensare a qualcosa di tremendo, a metà tra lo sdolcinato e l’esoterico, invece io credo che qui ci sia tutt’altro: una lucidissima raffigurazione di quello che possiamo capire, con gli strumenti che abbiamo, di quella parte di noi che ci portiamo dietro a volte senza accorgercene.

Rene-Magritte-The-victory

Vorrei quel che non sarà mai più…

Quel Che Non Sarà Mai…

Vorrei sentire il tuo odore profumato di te
che risveglia tutti i miei sensi,
e mi fa sentire viva
vorrei toccarti,
percorrere le linee dure del tuo corpo,
che mi fa sentire donna
vorrei assaggiarti
piano piano
per sentire il tuo sapore ribollire sul mio palato,
che mi fa avere ancora più fame
vorrei fare l’amore con te
perdermi in te e tu perderti in me,
sentire il nostro piacere che esplode insieme…
che ci travolge…
e ci fa sentire amanti
e sentire quell’estasi che solo un atto d’amore può…
vorrei quel che non sarà mai…

Anne Sexton

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Pace non trovo…

Poeta, intellettuale, viaggiatore: in Francesco Petrarca troviamo l’animo europeo ante litteram. Il suo Canzoniere è uno scrigno di versi preziosi, ma questo sonetto riesce a trasmetterci subito il brivido della passione amorosa, quando questa ci travolge ed è più forte di ogni nostro sforzo e uccide la volontà di dire no.
Pace non trovo et non ò da far guerra è l’incipit del sonetto CXXXIV del Canzoniere . Esso rappresenta una riflessione relativa al dissidio interiore del poeta causato da Amore . Il poeta ce la racconta attraverso una serie di affermazioni paradossali e contraddittorie dove già il primo verso esprime questa condizione di incertezza: il poeta non trova la propria pace interiore, ma non ha mezzi per fare alcuna guerra.
Petrarca esprime direttamente alla donna amata, Laura, le ambiguità alle quali la passione l’ha costretto e per le quali non trova rimedio. E’ un meraviglioso canto d’amore, il perdersi consapevole nell’altro.

Pace non trovo, et non ò da far guerra,
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra;
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

 

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Inno alla bellezza, che ci fa vivere…nonostante tutto. Il mondo è meraviglioso e noi siamo una di quelle meraviglie, ma non ce ne rendiamo conto.

“La bellezza cammina fra di noi come una giovane madre quasi intimidita dalla propria gloria. La bellezza è una forza che incute paura come la tempesta scuote al di sotto e al di sopra di noi la terra e il cielo. La bellezza è fatta di delicati sussurri parla dentro al nostro spirito la sua voce cede ai nostri silenzi come una fievole luce che trema per paura dell’ombra. La bellezza grida tra le montagne tra un battito d’ali e un ruggito di leoni. La bellezza sorge da oriente con l’alba si sporge sulla terra dalle finestre del tramonto arriva sulle colline con la primavera danza con le foglie d’autunno e con un soffio di neve tra i capelli. La bellezza non è un bisogno ma un’estasi, non è una bocca assetata né una mano vuota protesa in avanti ma piuttosto ha un cuore infuocato e un’anima incantata. Non è la linfa della corteccia rugosa né un’ala attaccata a un artiglio. La bellezza è un giardino sempre in fiore e una schiera d’angeli sempre in volo. La bellezza è la vita quando la vita si rivela. La bellezza è l’eternità che si contempla allo specchio e noi siamo l’eternità e lo specchio.”

(Kahlil Gibran)

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Saluto speciale. Una lettera di John Keats ai genitori.

 
Sweet,  sweet is the greeting of eyes
And sweet is the voice in its greeting.
When adieux have grown old and goodbyes
Fade away when old time is retreating.

Warm the nerve of a welcoming hand
and earnest a kiss on the brow,
When we meet over the sea and o’er land
Where furrows are new to the plough.

 

John Keat
Dolce, dolce è il saluto degli occhi
e dolce è la voce in questo saluto.
Quando gli adieux sono diventati vecchi e
i goodbyes svaniscono nell’allontanarsi del passato.

Caloroso il benvenuto in una stretta di mano
e serio un bacio sulla fronte,
quando ci incontriamo oltre il mare e sulla terra
dove i solchi sono nuovi per l’aratro

John Keats

poesia di john keats

John Keats’ handwritten poem “Sweet, sweet is the greeting of eyes” written at Keswick on 28 June 1818 in a letter to George and Georgiana Keats.

Life’s October

    Ottobre

 

Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.

Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulla vigne saccheggiate.

Sole d’autunno inatteso,
che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell’anima.

Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.

E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.

Vincenzo Cardarelli

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