Il Pasolini che morì per la patria-

 

Lui si che può essere considerato un vero fratello d’Italia: morì per non tradire l’amor patrio e la bandiera tricolore, era il fratello minore di PierPaolo Pasolini. La storia non è sconosciuta ma merita di essere ricostruita nei particolari in vista della giornata delle Foibe, in cui l’eccidio di Porzus rientra a buon diritto.
Guido Pasolini non aveva vent’anni ed era stato educato da suo padre militare all’amore per l’Italia. Perciò decise di andare sui monti tra i partigiani della Brigata Osoppo che volevano combattere i nazisti invasori e i loro alleati fascisti nel nome della Patria e della Libertà. Assunse il nome di battaglia di Ermes. A ricostruire la sua storia è ora un prezioso volumetto edito da Garzanti, Lettera al fratello, che raccoglie lettere, scritti, poesie di PierPaolo Pasolini a suo fratello Guido, ma anche qualche missiva di Guido a lui, alla loro madre e al loro padre. Il sottinteso tra i due fratelli è l’amore fraterno congiunto nell’amore filiale; la loro premura è non far soffrire la madre, nasconderle tutto ciò che può arrecarle apprensione e dolore. Ma prima di raccontare la storia sentimentale, ricostruiamo la storia civile. A differenza di PierPaolo che con la madre si rifugia in un posto sicuro, Guido decide di andare sui monti a combattere; si arruola nella Brigata Osoppo, compie azioni temerarie, ruba le armi ai tedeschi, partecipa ad agguati. Ma non devono vedersela solo col nemico tedesco; hanno sulle spalle un ingombrante alleato sloveno e i loro compagni comunisti italiani militanti nella Brigata Garibaldi. Il progetto degli sloveni e dei comunisti italiani è assorbire la Brigata Osoppo nei loro ranghi e combattere per annettere quel pezzo di Italia orientale alla Jugoslavia di Tito. E cominciano i primi scontri tra partigiani. Racconta Guido in una lettera al fratello: “un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere ‘uomini liberi’ e che ragionava come un federale fascista” E invece, aggiunge noi “a fronte alta dichiariamo di essere Italian e di combattere per la bandiera italiana, non per lo ‘straccio’russo”. Non vogliamo “sostituire la stella rossa alla stella tricolore”. E infatti Guido e altri suoi compagni di lotta fondano un giornale, “Quelli del Tricolore”, vogliono restare “italiani che parlano agli italiani”. I comunisti, invece nota Guido, “hanno intenzione di costruire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia”. Dunque ai partigiani comunisti, come agli sloveni, non interessa né la Patria né la libertà, e la loro sintesi che è l’Indipendenza dell’Italia. Vogliono instaurare un regime comunista sovietico, con le armi, anche a guerra finita e a nemico sconfitto; vogliono il cambio d’invasore.
Nella postilla alla lettera, Guido chiede tramite PierPaolo a sua madre di mandarle qualche indumento, un fazzoletto tricolore e uno verde. La raccomandazione che rivolge al suo fratello maggiore è “Non dire nulla alla mamma: si spaventerebbe per nulla”; quel nulla vorrebbe forse rassicurare anche suo fratello e tradisce una spavalda fiducia nell’avvenire. Ma le cose non andarono così, il 12 febbraio insieme agli altri del suo gruppo, Guido verrà ucciso dai partigiani comunisti filo-titini. Prima di loro, cinque giorni prima, i partigiani avevano trucidato il v.Comandante della Brigata Osoppo, Francesco De Gregori, nome di battaglia Bolla, che aveva difeso la libertà e l’amor patrio e aveva respinto l’idea di confluire nella comune Brigata e asservirsi agli sloveni. Lo fucilarono, gli cavarono gli occhi. De Gregori fu poi insignito della Medaglia d’oro; in sua memoria fu chiamato Francesco suo nipote, il grande cantautore che conosciamo.
A sua madre, Guido chiede libri sul risorgimento italiano di Adolfo Omodeo, e le Poesie a Casarsa, la prima opera giovanile pubblicata dal fratello. Guido scrive anche a suo padre e gli parla della sua passione politica che lo porterà ad aderire al Partito d’Azione. A sua volta la madre scrive al marito e gli racconta dei figli, si preoccupa del loro mangiare e nota la differenza tra PierPaolo che è più prudente e sa tacere quando è opportuno, al riparo nel loro rifugio, mentre Guido è più spericolato, va “tenuto a freno, quel bambino” di diciannove anni.
E lui, PierPaolo? Racconta del fratello ma usa due corde lontane dall’impegno civile e dalle passioni politiche e bellicose: racconta suo fratello in una forma di realismo onirico, per cui rivisita il loro comune passato come se fosse un sogno. E poi si lascia condurre dalla chiave affettiva, sentimentale, lirica: la struggente fotografia di suo fratello quando aveva quattordici anni, che rivede insieme a sua madre e altre tenerezze. PierPaolo dà voce al suo dolore ma lo separa dal suo significato storico o ideale, “non credo a nessuna delle illusioni umane”, fonema, anche se poi si iscrive, solo per amor fraterno, al partito d’Azione (salvo finire per via del suo canone inverso del martirio, iscritto al Pci e poi espulso). Reputa che il tempo cancellerà quelle “passioni inutili” e il “gratuito entusiasmo dei tuoi diciannove anni”. Reputa quella di Guido una “bellissima morte” e a noi che leggiamo viene spontaneo e atroce il paragone con la morte del poeta, trent’anni dopo, non altrettanto bella. “Tu avevi molta fiducia negli uomini”, mentre lui riversa tutto nella scrittura. Tu, dice il fratello, “hai combattuto per quella Patria che ti ha insegnato nostro padre e per quella libertà che ti avevo insegnato io”. Quanto ai suoi assassini, Pierpaolo li chiama per nome “i comunisti della Garibaldi. Gentaglia certo senza chiarezza interiore, senza patria, mossa a combattere dal puro egoismo”. Per la verità egoisti non erano, ma spietati collettivisti, accecati dal sogno comunista. E Pasolini giudica ipocrita e rivoltante quell’abbraccio e quel bacio, dopo il massacro a Porzus, tra il capo della Garibaldi e il capo della Osoppo.
Pur nel suo disincanto, PierPaolo ha poi un fremito quando vede scendere dal soffitto la bandiera tricolore, con i suoi “tre fatali colori”; è “la nostra bandiera” e ricorda che “Guido è morto per quella bandiera”. Nel discorso commemorativo lo chiama “il suo dolcissimo tricolore”. Il patriottismo di PierPaolo sembra nascere dal suo amor familiare e fraterno, e come sostengo da tempo, è forse da definirsi matriottismo. Contrappone quel sentire patrio e amorevole alla “malvagità inumana, inimmaginabile, affatto ingiustificabile di coloro che furono colpevoli della tua morte”.
Infine Pierpaolo pubblica su una rivista friulana, Il Stroligut, una specie di testamento spirituale a firma di suo fratello Guido che intitola “Il martire ai vivi”. Che esordisce così: “Coscientemente ho cercato la morte dopo una breve giovinezza, che pure a me pare eterna”. Ne ricostruisce la storia e il travaglio, per poi dire: “L’Italia non è caduta…poiché la sua grandezza è tutta spirituale e s’innalza sopra le miserie proprie e altrui. È per questa spirituale grandezza che io sono morto”. Ammira l’anelito spirituale del fratello, lui che poi si professerà materialista storico. Per concludere che in quella “spirituale grandezza” trovava “specchiati e riassunti tutti gli affetti che mi hanno fatto morire per lei”. Parole di Pierpaolo; atti, vita, morte e passione del fratello Guido.

Marcello Veneziani

Il sapore della castagna

 

 

Il passato, alle volte, si nasconde dentro il guscio di una castagna. Tornando al paese d’origine, ho visto fiammeggiare al porto un’improvvisata fornace che arrostiva castagne. Mi sono avvicinato con l’avidità di un bambino e ho chiesto un “coppo” (un cartoccio) di caldarroste: me le ha incartate in un giornale, costavano solo un euro, contro i cinque, dieci delle grandi città, dove te le confezionano però in due appositi vani, quello dei frutti e quello per le bucce. Ma in paese è tutto più primitivo e naïve. Erano piccole quelle castagne, non come i marroni delle grandi città, non facevano bella figura; ma avevano il sapore e il profumo verace di un tempo, qualcosa che non ricordavo più da decenni.

Il sapore di una castagna è la versione campestre della madeleine di Marcel Proust: riattiva i ricordi e riannoda i lacci della memoria. Da una piccola porta si accede a un immenso passato.

Un mondo, a lungo dimenticato, si è riaperto d’improvviso mentre sbucciavo le castagne bollenti, inalavo odori di un tempo e addentavo le annerite e indorate delizie. Un’isola d’infanzia in mezzo al mare della senilità.

Ho rivisto allora, morso dopo morso, i banchi di legno grezzo dei primi giorni di scuola, in prima elementare, con i calamai e le sedioline incorporate, piccole e dure. E i nostri grembiuli, col fiocco azzurro e il colletto bianco, ho sentito l’odore del gesso che stride sulla lavagna e ho rivisto il cassino, di cui avevo scordato l’aspetto e pure il nome. La prima poesia che imparammo a memoria nei primi giorni di scuola era dedicata proprio alla castagna, regina dell’autunno. “Cotta, bruciata e ballotta, attenti che scotta”, l’insidia del riccio che la ricopre, il gusto del frutto, la gravidanza del castagnaccio. Fu lei, la castagna, a iniziarci alla poesia, fu il primitivo rudimento di letteratura. Era autunno, e il libro di lettura seguiva in quel tempo il corso naturale delle stagioni.

Poi dopo la scuola tornavo a casa, era pomeriggio e scendeva il buio vespertino, calavano le prime umidità autunnali, e i primi freddi. Era un po’ triste la strada di casa a quell’ora d’autunno, soprattutto quando era bagnata di pioggerelle recenti. Ma quando rientravo a casa c’era aria di festa e calore di vita: i miei avevano tirato fuori quel tegame nero coi buchi, che aveva ai miei occhi un aspetto giocoso, con cui si arrostivano le castagne. La fiamma le abbronzava e si sentiva nell’aria un odore misto a bruciato. Per essere ammesse in padella le castagne erano segnate da una croce che ne spaccava la buccia; mi raccomando il taglio, dicevano, altrimenti scoppiano. Quella breccia nel guscio sarebbe poi diventato l’appiglio per sbucciarle, appena tolte dal fuoco con le dita scottate; l’impazienza di sbucciarle e mangiarle superava il timore di ustionarsi. Alle castagne arrostite, non so perché, ci pensava mio padre, di solito inoperoso in cucina; quando invece le castagne erano bollite in pentola, sia nella versione sbucciata e guarnita col lauro (l’alloro), sia nella versione integrale, non spogliata, era compito di mia madre. Le castagne ne uscivano di tutti i colori: giallo-nere se arrostite, grigio-rosse se bollite senza buccia, bianco-avorio se preservate ancora nella loro buccia marrone. Erano i grandi, prometeici, a tirare le castagne dal fuoco.

Il tempo delle castagne è per me associato a una piccola preistoria domestica, ancora priva di televisore e di altre comodità moderne: da qui l’associazione di idee tra le castagne e il tempo perduto. In alcune case le castagne arrostivano sui bracieri ed erano perciò associate ai primi freddi nell’era antica, che precede i termosifoni e perfino le stufe.

In quel tempo, così come oggi, amavo l’estate con tutta l’anima e il corpo, mi riempiva gli occhi di vita e m’intristiva l’autunno, le giornate più corte e non più vissute all’aperto, i pomeriggi a casa, tra i compiti, i giochi e la tristezza del clima, il mese dei morti e dei vestiti pesanti. L’unica vera, scoppiettante gioia domestica di quella ritirata autunnale erano le castagne sul fuoco; erano la consolazione della stagione. Si creava un’atmosfera speciale in quei momenti e in quella catena di smontaggio famigliare nel passaggio delle castagne dalla padella alle mani bambine e dalle mani alla bocca golosa. Vita semplice, di poche pretese, addolcita da piccole delizie della natura.

Associo quei momenti pomeridiani delle castagne al cerchio di luce disegnato da un abat-jour, circondato dall’ombra della stanza e dall’imbrunire che s’intravedeva dal balcone e dalle finestre. La castagna era un fuori programma, non la mangiavi a pranzo, a cena, a colazione, ma fuori dai pasti; era una piccola festa, una dolce pausa offerta dalla natura, un frutto temprato dal fuoco.

La castagna mi pareva la metafora cristiana della vita: appena raccolta è respingente e può pungerti, ma se riesci a togliere il riccio accedi al frutto, passando però da altre due bucce: quella più dura, color mogano lucido, come un vestito e poi la vestaglia più esile, come una maglieria intima che copre il corpo nudo della castagna. Solo dopo aver sbucciato i tre strati accedi al frutto; sarà il fuoco a renderlo maturo per i nostri appetiti. Nulla ti è dato in natura senza la fatica di raccogliere, di sgusciare senza ferirti e poi sbucciare. Non so se già esiste la castagna ogm, o se l’Intelligenza Artificiale produrrà la Castagna Artificiale. Ma nella castagna vedo occhieggiare la natura e la favola, il mondo arcaico e l’infanzia perduta e ritrovata per poco.

Marcello Veneziani

Il mio amico, me stesso…

 

Nel vano di tutte le finestre della casa c’era una piccola cassapanca che faceva da gradino, ma non bastava: per poter guardare fuori dovevi sdilungarti e premere il naso contro il vetro e bisognava crescere ancora di un bel po’ per poter arrivare sino alla maniglia e aprire. Era comunque uno dei miei posti segreti di osservazione. In punta di piedi sulla cassapanca spiavo quello che da lì si poteva vedere.

Uno spicchio di marciapiede, un portone e alcune delle finestre incorniciate di bugnato del palazzo di fronte, il muro di un giardino, da cui sbucava un cipresso allampanato, i fili della luce sotto le grondaie che, alla giusta stagione, si offrivano ai rapidi riposi delle rondini.

Un giorno d’improvviso ebbi l’impressione di vedermi a specchio nella finestra della casa di fronte, ma pallido, slavato, una larva.
Feci un cenno vago con la mano, ma la larva non rispose.
Insistei.
La figurina di cera staccò il naso dal vetro e scomparve nel buio di uno stanzone. Case antiche, grandi, con i pavimenti un po’ avvallati, dove tutto galleggiava come nell’ombra.

L’incontro muto si ripeté spesso e alla fine il pallido dirimpettaio mosse la sua mano in risposta. Poi il tempo intiepidì e i grandi spalancarono le finestre. Anche la casa di fronte aprì le sue. Approfittai della prima occasione di incontro diciamo così «a cielo aperto» per gridare un ciao entusiasta, ma l’altro voltandosi spaventato verso il fondo della stanza mi fece cenno di non parlare. Aveva ragione, pensai: non potevamo strillare, i grandi sarebbero intervenuti.

Mettemmo in pratica tutti i linguaggi muti che conoscevamo e molti ce ne inventammo ed era molto più divertente.

Gli incontri continuarono. Riuscii a capire che si chiamava Alfredo, anzi Alfredino. Riuscii a capire che non andava a scuola, beato lui, e che usciva raramente. Perché? Riuscii a capire che aveva una malattia, una specie di bronchite che non finiva mai.

Per vivificare i nostri incontri gesticolanti pensai bene di riesumare e piazzare sul vasto davanzale della finestra un vecchio teatrino con tanto di fondali e quinte, fornito di una compagnia di burattini scalcagnati, di cui alcuni senza una gamba o senza un braccio. Ce n’era uno destinato a recitare sempre la stessa parte: il decapitato. Alfredo era estasiato, anche se non poteva sentire tutte le voci, pigolii, urla che ero capace di produrre, ovviamente sottotono, vista la segretezza dei nostri incontri. Durante una di queste performance, mi accorsi che accanto ad Alfredino era comparsa una donna, senza dubbio la madre che, pur con molta dolcezza, costrinse il figlio a ritirarsi. La finestra si chiuse.

Dopo qualche giorno, mia madre mi si avvicinò tutta compunta come la vedevo solo le rare volte che riceveva le signore col cappello a cui versava quella disgustosa cosa che chiamavano te, brodaglia che in casa appariva solo in quelle occasioni o per qualche malessere digestivo. Aveva ricevuto una telefonata dalla madre di Alfredino che mi invitava a fare una rappresentazione dei miei burattini a casa sua. Quella povera creatura aveva tanto insistito, tanto pianto. Quindi il giorno dopo sarei andato, ma… ma non dovevo toccarlo, né fare altri giochi, solo uno spettacolino, una merenda e poi via.
Non dovevo toccarlo?
No, lui era malato. Non poteva essere toccato.
Mi potrei ammalare anch’io?
No, potresti fargli molto male.
Ma come?
Se si fosse ferito, anche un graffio, avrebbe potuto dissanguarsi in poco tempo perché le sue ferite non si richiudevano: il sangue non coagulava.

Alfredo aveva quella che si chiama «la malattia reale», pontificò mia madre.
Reale dei re?
Sì, se la trasmettevano le famiglie reali perché si sposavano tra parenti.

Poi con un certo disprezzo: «Ma questi di essere nobili se lo sognano» e abbassando la voce: «Si chiama emofilia». C’era nel pronunciare la parola quel biasimo impietoso che da più grande capii chiamarsi «stigma». Né altro più volle dirmi. Ma afferrai che diceva alla serva: «Lei lo sapeva di certo che sarebbe potuto nascere così, ma l’ha voluto lo stesso». La condanna definitiva.

Il giorno dopo traversai la strada da portone a portone, come traversassi il Giordano. Lui era in fondo al salone, si alzò dalla sedia, e fermo sul posto, mi salutò con un cenno della mano, lo stesso che mi faceva dalla finestra. Io ruppi il silenzio con un vigoroso ciao Alfredino! che risuonò veramente inopportuno tra quelle mura.

La madre che mi aveva accolto con molta gentilezza e un po’ di sussiego si mise subito tra di noi per marcare una distanza invalicabile. Mi indicò un tavolino evidentemente predisposto per la mia performance e supervisionò con silenzioso disappunto le mie mani che manovravano per montare quinte e scene irte di spigoli e punte acuminate. Poi aprii il sipario e iniziai lo spettacolo. Dopo un po’ la signora, parzialmente rassicurata, se ne uscì dalla stanza, infischiandosene della scena tragica che si stava svolgendo sul palcoscenico, con un autoritario: «Vado a prepararvi la merenda». Non senza aver fatto al figlio un imperioso, ripetuto segno con la mano che lo inchiodava alla sedia.

Tutto filò liscio. Alfredino rideva e batteva le mani, io prolungai la pièce con una serie di confuse improvvisazioni. Tra i burattini c’era anche la strega di Biancaneve, naso adunco, porro peloso, cappuccio e veste nera. Decisi di finire lo spettacolo con una metamorfosi: facevo infilzare da una specie di Orlando la perfida megera che morendo si trasformava in un bellissimo principe (non si badava al gender ancora). Sipario.

Alfredino non applaudì anche perché intanto era rientrata la madre con due piatti di merenda: pane burro e marmellata. Da consumare ognuno alla propria postazione. Ma Alfredino con voce piagnucolosa si mise a chiedere alla madre di vedere i burattini da vicino e la madre alla fine consentì, naturalmente sotto la sua stretta supervisione.
«Quale vuoi vedere?»
«La strega» e le porgevo la strega e lei la metteva sotto gli occhi del bambino senza fargliela toccare.
«Orlando!». E le porsi Orlando.
La signora urlò: si era punta.
Bisogna sapere che per rendere Orlando più affascinante ed efficiente, io gli avevo legato alla mano un ben appuntito ago da lana trafugato dal cestino del cucito di casa. Tragedia! La signora prese per un braccio il figlio e lo trascinò fuori dalla stanza con una serie di cachinni agghiaccianti. Più per il pericolo corso dal figlio che per la sua feritina ancorché abbastanza profonda. Capii che era il caso di fare fagotto e mi affrettai a riporre baracca e burattini. Venne la serva per accompagnarmi. Addirittura attraversò la strada con me quasi temesse che potessi tornare indietro.

Prima di lasciarmi sul portone di casa, mi diede un bigliettino.

Era di Alfredino, v’era scritto: «Non sono una strega, non morirò per diventare un principe».

Rimasi fulminato. A casa dissi che era andato tutto benissimo, come al solito. Alfredino non si affacciò più alla finestra. Io partii per le vacanze.

Quando tornai mi dissero che i dirimpettai si erano trasferiti in una città in cui c’era un ospedale specializzato nella malattia di «quella povera creatura». Andai a frugare tra i burattini e ne tirai fuori il terribile Orlando. Mi chiusi in bagno e con la sua spada mi trafisse un dito. Volevo vedere in quanto tempo il sangue avrebbe finito di colare.

Franco Brogi Taviani

  Illustrazione di Roberto Cigna

me stesso

Abbiamo bisogno di veri conservatori.

 

 

Ma c’è ancora da qualche parte un pensatore veramente conservatore o dobbiamo ormai ricordare solo i grandi del passato che non ci sono più? Dopo la morte di Roger Scruton e quella più recente di Alasdair McIntyre, considerati come gli ultimi dei mohicani, sembra che i conservatori, coerentemente con la loro indole, siano ormai solo un ricordo del passato. Si, sul piano politico c’è ancora un partito conservatore in Inghilterra e c’è un raggruppamento conservatore nel Parlamento europeo, ma se cerchi autori di riferimento, una linea di pensiero a cui si ispirano, brancoli nel buio, tra effimeri placebo e vaghi slogan. Dalla vicina Francia sono arrivati in questi ultimi mesi tre pamphlet di stampo conservatore, di tre autori ormai oltre i settant’anni e lontani dall’impegno politico. La prima è Chantal Delsol, scrittrice e filosofa parigina d’ispirazione cristiana, accademica, editorialista del Figaro, che ha recentemente pubblicato da Cantagalli Il crepuscolo dell’universale; un saggio che critica la deviazione del cristianesimo in religione umanitaria, della persona in individualismo sradicato e dell’universalità in globalitarismo. In opposizione a questa tendenza Delsol vede profilarsi nel mondo il ritorno a una visione olistica, comunitaria, organica, in cui il valore del tutto è superiore a quello dei singoli individui. Intanto, nota, la modernità invecchia male, l’Europa diventa come previde Dostoevskij “una necropoli”, l’Occidente vive l’ebbrezza per la cancellazione del passato e delle identità; al posto delle nazioni tra non molto ci saranno solo i marchi di alcune aziende, la Coca Cola, Microsoft e gli altri giganti del web, Nike e Jonny Walker.
Pascal Bruckner, saggista e polemista, da anni polemizza con lo spirito di autodenigrazione dell’Occidente nichilista e progressista, che si vergogna della sua civiltà e delle sue tradizioni e si autocondanna nel nome del razzismo, dell’islamofobia e di tutte le altre ben note fobie di cui si auto-accusa. L’ultimo suo pamphlet, Povero me. Quando le vittime sono i nuovi eroi (tradotto da Guanda) è una critica serrata del vittimismo, la nuova ideologia che ha preso il posto dell’edonismo e dell’ottimismo progressista e che veicola risentimento e spirito di vendetta. Mali antichi, un tempo giustificati dall’odio di classe e oggi invece da questo vittimismo piangente, questuante e risarcitorio.
Il nome di Bruckner in Francia è spesso associato a quello di un filosofo conservatore, Alain Fienkelkraut, ebreo di origine polacca e autore di molti saggi divergenti rispetto al mainstream e al progressismo dominante. Ora è uscito Pescatore di perle, edito da Feltrinelli, un pamphlet schiettamente conservatore, polemico contro la barbarie dello sradicamento, nemica di ogni eccellenza e di ogni legame identitario. Fienkelkraut difende coraggiosamente un outsider cancellato dalla cultura dominante, Renaud Camus, fino a ieri riconosciuto come uno dei più importanti scrittori di lingua francese; ma da quando ha denunciato il pericolo della Grande Sostituzione, a causa dei flussi migratori e della deculturazione di massa, è considerato quasi un eversivo, comunque un autore da silenzare. Anche Fienkelkraut come Bruckner, sottolinea sulla scia di Hannah Arendt la malattia dell’uomo contemporaneo: il risentimento verso la vita, la realtà, la natura, verso tutto ciò che ci è dato. Il contrario di un conservatore, che invece difende l’essere in quanto tale e accoglie il proprio destino (amor fati). A suo parere il trans è la figura emblematica del nostro tempo, colui che sostituisce l’essere con l’io voglio, che rifiuta “gli arresti domiciliari” in un’identità, e vuole abolire il fato, la natura, la realtà. Conclude il suo libro con un prontuario di riflessioni di un conservatore che non teme l’accusa di retrotopia (Bauman) e non si vergogna di ritenere migliori molte cose del passato rispetto a quelle presenti. Per esempio, cogliendo fior da fiore: “il mondo reale era meglio dello schermo totale”, “L’uniforme era meglio dell’uniformità”, “Le mucche, le galline e i maiali vivevano meglio che negli allevamenti intensivi”, “i paesaggi erano migliori prima delle pale eoliche”, “Il passato era migliore quando veniva studiato e non incriminato”, “Il presente era migliore quando non parlava da solo”, “Il progresso era migliore quando non era un processo automatico”, “L’università era migliore prima del fanatismo woke”, “La nostalgia era migliore prima della sua criminalizzazione”, “Essere in lutto era meglio che elaborare il lutto”, “L’intimità era migliore prima che si riversasse su Facebook o su Instagram”, “Città, teatri, musei, luoghi di culto erano migliori prima della McDonaldizzazione universale”, “Gli occhi vedevano meglio quando c’erano i poeti”. E la citazione finale di Holderlin: “Molto però è da conservare. È necessaria la fedeltà”. Che fa il paio con una citazione iniziale da Milan Kundera: “Europeo: colui che ha nostalgia dell’Europa”. Come dire che l’UE non è Europa, ma la sua caricatura svuotata di senso. Infine la confessione di uomo all’antica: “abitando il mondo di un tempo, ho scritto a penna”. E all’ecologista che si chiede: “Che mondo lasceremo ai nostri figli?”, egli replica con un’altra domanda: “A quali figli lasceremo il mondo?”.
Voi direte che si tratta di pur pregevoli lamenti di un vecchio che rimpiange il passato e vive ormai di ricordi e di rancori: è questa l‘essenza del conservatore? No, semmai quella è l’indole, l’intima tendenza del suo carattere, soprattutto quando la sua vita è nella fase conclusiva; ma quando pensa, il conservatore pratica l’arte preziosa della comparazione e della compensazione e lo fa con lucido realismo prima che con rimpianto: paragona le epoche, nota le differenze e dopo aver sottratto il passato all’obbligo di attenersi al presente, sottrae il futuro all’obbligo di adeguarsi al presente. Per difendere il passato dagli artigli dell’attualità, finisce col difendere il futuro dalla maledizione di proseguire automaticamente le tendenze presenti.
Certo, una società equilibrata ha bisogno sia di sani principi conservatori che di sani precetti innovatori. Se il verbo nobile del conservatore è salvare, il verbo nobile del progressista è migliorare. Abbiamo bisogno di ambedue. Invece la malattia del primo è la paura del futuro e dell’ignoto, mentre la malattia dell’altro è l’odio del passato e di ciò che preesiste. Oggi le due malattie si sono coalizzate e fuse, sicché l’atteggiamento prevalente è la paura del futuro congiunta all’odio del passato. Abbiamo smesso di gioire sia per ciò che nasce che per ciò che perdura. Eppure in una società armoniosa la tensione verso il passato e verso il futuro sono come sistole e diastole del cuore, una trae forza dall’altra. Chi ben conserva può progredire bene e viceversa. Se l’idea del progresso è precipitata nel nostro tempo che teme il futuro con angoscia, l’idea conservatrice viene condannata come un’imperdonabile ottusità di chi vive col retrovisore. E invece in un’epoca malata di rapidità, cancellazione e sradicamento abbiamo bisogno di una sensibilità conservatrice. Uno scrittore che non era un conservatore, Albert Camus, diceva che ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo; ma a noi tocca un compito più grande: “impedire che il mondo si distrugga”. Mettere in salvo, la missione del conservatore.

 Marcello Veneziani

C’era una volta il sud ma ora non c’è più…

 

 

Ma come ti salta in mente di dedicare un nuovo libro a un racconto di pensieri, sentimenti e immagini intitolato “C’era una volta il sud”? Il mondo ha altro per la testa che i ricordi del passato, per giunta del sud e della provincia; il mondo è in preda a troppe cattiverie per mettersi a fare l’elegia del tempo andato, è tempo di attaccare o difendersi, di azzannarsi prima che ti azzannino… E poi siamo nel tempo dell’Intelligenza artificiale. Ma sì, certo, avrete ragione voi, però non vogliamo concederci una pausa, pensare ad altro, lasciarci visitare da immagini, figure e memorie che ci ristorano la mente e riaprono le braccia ai nostri cari?
È un libro di immagini e scritti dedicato al sud ma sono convinto che anche chi non è del sud si troverà a casa: perché si parla di un tempo passato che non fu solo a Mezzogiorno, perché si parla di provincia e non c’è cosa più universale che il mondo provinciale, il piccolo paese, il piccolo rione, la località che ci avvolse nella sua calda prossimità, a nord come a sud, e ovunque. È un libro in formato grande, illustrato (in libreria, edito da Rizzoli) in cui si può seguire il filo delle fotografie, tutte in bianco e nero perché riportano a un passato mitico, diverso dal presente; o si può seguire il filo del racconto di pensieri e di ricordi che si intreccia all’album fotografico. Ma cosa dici, di che parli? È un passeggio, anzi uno struscio nel tempo, un viaggio multisensoriale tra gli odori, i sapori, le voci, le figure, i pensieri di un mondo che viene descritto come chiuso, piccolo, asfittico e locale e invece non è vero. Quel mondo era molto più grande nel suo piccolo rispetto al mondo globale di oggi che è solitario, virtuale, introverso: c’era il paese, c’era la campagna, c’era il mare (o per altri la montagna), c’erano gli animali, c’erano i vecchi e i bambini, tanti bambini, c’era la comunità, c’era l’antichità, c’era il favoloso, c’erano altri mondi oltre quello presente. Ed era un mondo aperto, corale, altro che chiuso; le case erano un via vai di famigliari, tanti figli, tanti cugini, le nonne e le zie “vacantine” che vivevano nella stessa casa, e altrettanti amici, vicini di casa, persone che uscivano ed entravano di continuo dalle porte, parlavano dai balconi e dalle finestre; era un insieme aperto, e all’aperto. Si viveva la vita gratis, nel senso che si pagava solo poche cose perché pochi erano i soldi, ma quasi tutto era gratis, per natura, cortesia, come l’acqua delle fontane, le panchine del giardino, il mare in cui bagnarsi, i frutti appesi da cogliere per le strade, i giochi. Vuoi dire che vivevano nel paradiso terrestre e non lo sapevano? Ma no, che dite. Quel mondo era anche duro, crudele, classista, affamato, malvestito, inclemente. Non puoi rimpiangerlo, tantomeno è possibile ritornarvi, e anche se volessi e potessi farlo non ci torneresti, non riusciresti più a vivere in quel modo.
E allora perché raccontarlo? Perché ci fa bene, ci fa stare bene, ci restituisce fette di vita, angoli di paese, ricordi e care presenze ora assenti; perché incuriosisce, diverte, fa pensare, e suscita pure qualche sentimento, magari ci aiuta a non perdere la nostra sensibilità, a non diventare automi o umanoidi artificiali. Il mondo non era racchiuso nello smartphone.
C’era una volta il sud narra con testi e immagini un mondo favoloso, un’epoca che non è più la nostra da decenni: il sud della civiltà contadina e delle famiglie numerose, il sud devoto e superstizioso, arcaico e “fatigatore”, il sud delle processioni, dei matrimoni, dei funerali, del lutto prolungato, della vita di campagna, della vita ai bordi del mare, dei circoli, delle sale da barba o dello struscio di paese. Ci sono innumerevoli scorci, quadretti di vita, immagini e figure di quel tempo, modi di dire e di fare, di quel mondo arcaico che non fu l’età dell’oro semmai l’età del pane come la chiamò Felice Chilanti. Un mondo comunitario, povero e aspro ma ricco di umanità. Figure mitiche e fenotipi, come il ciaciacco, o sgalliffo, lo sparamiinpetto, lo speranzuolo, e poi il barbiere di compagnia, la prostituta, la masciara, la bizzoca, il sacrestano. Mondi cancellati, o in via di scomparsa, di cui cerchiamo di mettere in salvo la memoria e le sue ultime tracce, prima che cali la notte e la frettolosa dimenticanza. Le foto non riguardano personaggi famosi, eventi celebri, non sono foto d’arte o di eventi storici, ma sono immagini della vita quotidiana, della gente comune; foto ricordo, in prevalenza amatoriali, private e personali, tratte dagli album di famiglia e dai ricordi paesani.
A questo viaggio ho voluto aggiungere in fondo al testo alcune riflessioni sul significato della fotografia nella nostra epoca, cercando di smentire luoghi comuni o di vedere lati nascosti di quel mondo: la fotografia è il diorama del ritorno, nasce da una forma di nostalgia preventiva, la volontà di salvare l’attimo fuggente e le vite in transito. Non è vero che l’era della riproducibilità tecnica dell’arte uccide l’aura che un tempo riguardava l’opera d’arte. A dircelo è proprio colui che teorizzò in un famoso saggio quella morte dell’aura: in quelle stesse pagine Benjamin scrisse – in un passaggio trascurato da tutti – che quell’aura resta nelle fotografie che ritraggono volti, anche se sono immagini seriali, perché sprigionano a rivederle, quel ricordo affettivo, quell’atmosfera, quella magia indicibile di figure care perdute nel tempo. Se il tempo per Platone è l’immagine mobile dell’eterno, la fotografia è l’immagine immobile di ciò che è passato. La fotografia trasforma in mito il passato. Il poeta Coleridge sognò di trovarsi in paradiso, e qualcuno gli donò un fiore. Al suo risveglio, il sognatore si trovò con quel fiore in mano. Così è la fotografia, come i fiori venuti in sogno e poi portati nella realtà. A me capitò un’esperienza analoga: sognai che ero bambino e mio padre mi dava una delle sue caramelle all’orzo. Quando mi svegliai trovai davanti a una fila di libri, appena traslocati, una caramella all’orzo che poi tenni per anni in vista. Nel libro consiglio pure un esercizio particolare con le foto, per rianimarle e vederle rivivere. Scopritelo se vi interessa.
Giorni fa sono tornato nella piazza del mio paese, detta il Palazzuolo, dove giocavo da bambino e dove un tempo si faceva lo struscio: la piazza è un quadrato vuoto al centro e circondato come da una cornice senza quadro, da due file di alberi e una serie di panchine, cinque per ogni lato, in tutto venti. Era la controra e mi sono accorto che su ciascuna di queste panchine c’era una persona sola, e non i gruppi, come succedeva un tempo. Sarà stato un caso momentaneo, ma ho avuto la percezione che i venti di solitudine e le venti solitudini sulle venti panchine della piazza, dicano davvero che il sud c’era una volta e ora non c’è più, è solo una periferia del mondo globale, sempre più devitalizzata, denatalizzata, svuotata, in declino sociale e demografico. Ho scritto questo libro per ripopolare almeno virtualmente quelle panchine.

Marcello Veneziani

L’uomo del gas magico…non è un serial killer.

Chi adora l’inverno per la neve, chi l’estate per il senso di libertà. Chi odia la primavera per gli uccellini con troppa voglia di vivere già alle cinque del mattino, chi l’autunno per l’eterna indecisione davanti all’armadio: “cosa metto oggi?”  Io, invece, entro nel mio paradiso proprio nelle stagioni di passaggio. Avrebbe più senso se dicessi “purgatorio”, penserete voi. Eppure, è in quei momenti sospesi che trovo una pace e una serenità che solo il paradiso riesce a darmi.

Da piccolo non era cosi.

Da piccolo non era affatto cosi. Non notavo nemmeno il passare delle stagioni. Certo, mi accorgevo che gli alberi si spogliavano in inverno per rivestirsi in primavera, e mi domandavo che senso avesse tutta quella perdita di tempo. Notavo che nei miei cassetti sparivano i pantaloncini per lasciare spazio ai pantaloni lunghi e alle calzamaglie. Ma non me ne curavo  . Ero attento ad altro: al conto alla rovescia verso le feste di paese, alle sagre, a qualsiasi occasione in cui sapevo che ci sarebbe stato l’uomo del gas magico. Nome inquietante, lo so. In un altro contesto potrebbe essere un serial killer… o semplicemente un anestesista.. Eppure, per me l’uomo dal gas magico era l’uomo sul ciglio della strada accanto a una bancarella piena di giocattoli e una miriade di palloncini svolazzanti.  Aveva una forma strana, quasi buffa. Mi chiedevo se fosse diventato così a forza di vendere palloncini. Forse la sua pancia era così gonfia perché un giorno aveva provato a volare via. Forse non c’era riuscito perché ormai era troppo grande. Ma io, che ero piccolo, magari ce l’avrei fatta. “Magari io posso farcela” mi dicevo . Volevo volare solo per scoprire dove finissero i palloncini quando il bambino di turno lasciava andare il filo. All’inizio vanno su, piano piano, come a chiederti: “Sicuro che vuoi che me ne vada?” E poi continuano a salire. In questo caso le reazione potevano essere due: La prima, il bambino che ha voluto lasciare il palloncino lo guarda incuriosito, affascinato e divertito. La seconda il bambino, che il palloncino col cavolo che voleva lasciarlo, adesso urla e piange e se ne frega altamente del dove andrà il palloncino, perché il suo unico pensiero e che non è più legato alla sua mano. Ma c’è una terza reazione. Più rara. Forse strana  .In realtà c’è una terza possibile, rara e, di certo, strana reazione. Il bambino lascia volontariamente il palloncino, lo guarda andare sempre più alto, lentamente, e lo rassicura ” Vai. Raggiungi gli altri palloncini. Grazie.”

Un addio sproporzionato per un palloncino, penserete. Immaginate cosa farebbe lo stesso bambino alla morte del suo pesciolino rosso. Catastrofe. Nemmeno a dirlo la terza reazione era la mia .Ero attento alle feste di paese, quelle tradizionali dove si segue una statua per le vie e si salutano amici e conoscenti. Attento alle sagre, anche quelle con il tartufo del Kazakistan (che poi veniva dal paese accanto). Ma soprattutto, attento a rivedere l’uomo del gas magico, sperando di convincere i miei genitori a comprarmi un palloncino. Rosso o giallo, sempre.  Un palloncino, giallo o rosso, con cui, giocare un paio d’ore o forse più. Immaginare di poterlo far muovere con la sola forza del pensiero. La sensazione che il palloncino mi seguisse, non perchè legato al mio polso da un filo, ma perchè dipendente da me, perchè mi voleva bene.  Sapevo, però, che non sarebbe durato. A un certo punto mi sarei stufato. Lui si sarebbe sgonfiato, avrebbe perso la sua forma, la sua forza. E allora lo avrei lasciato andare. Lo avrei lasciato andare con la speranza che raggiungesse quel posto lontano dove vanno tutti i palloncini che hanno reso felice un bambino. Un posto dove restano sempre uguali, così come li ricorda quel bambino.  Crescendo ho smesso di cercare nuovi palloncini. Crescendo avrei potuto comprarli da me. Avrei potuto giocare e sognare ogni giorno e non lasciarli andare mai.  Ma crescendo ho capito che in fondo, io, i palloncini li lasciavo andare non perchè mi stufassi, non perchè ci fosse un altro gioco a sostituirli. Ho capito che in fondo, io, i palloncini li lasciavo andare solo perché sapevo che prima o poi l’avrebbero fatto loro. Si sarebbero sgonfiati. O peggio sarebbero scoppiati facendomi anche paura. Mi sarei ritrovato con un filo legato al polso, e dall’altra parte… il nulla, un nodo di plastica. Crescendo ho finalmente capito che in fondo, io, i palloncini e le persone che mi amano, li lascio andare non perchè mi stufo di loro, non perchè li sostituisco.

Io li lascio prima che loro possano lasciare me.

Ed io non voglio essere lasciato.

Non di nuovo.

Non adesso.

Da___L’uomo del gas magico…non è un serial killer

 

gasmagico

Nostalgia del Papa grande…

Nell’aprile di vent’anni fa si celebrò il congedo maestoso della cristianità cattolica apostolica e romana dal mondo e dal tempo. Dopo una lunga malattia e un lunghissimo pontificato, morì Giovanni Paolo II e la sua impronta apparve grandiosa sulla storia del secolo e sulla fede cristiana. Grandiosa fu pure la cerimonia di addio al Papa; parvero le esequie planetarie di un’epoca a lui dedicata. Andava via un gigante, Karol Magno, al secolo Wojtyla.

Dopo di lui venne un papa acuto e gentile, che non aveva l’attitudine a regnare e a scuotere i popoli; alle sue dimissioni subentrò un papa pop, green e poco ieratico che cercava la simpatia del suo tempo e si curava meno del collasso della fede cristiana. Sicché dopo vent’anni non si è spenta la nostalgia di Giovanni Paolo II, della sua figura, della sua voce, del suo carisma, del suo volto luminoso, ma anche dei suoi gesti rituali e perfino teatrali, della potenza dei suoi messaggi e della sua parola. Nostalgia della sua Chiesa, del suo pontificato e della sua tempra, di quel che visse e affrontò, la sua lotta al nazismo e al comunismo, il suo amor patrio e il suo vano appello all’Europa a unirsi nel nome delle radici cristiane.

Giovanni Paolo II fronteggiò la scristianizzazione del mondo a partire dall’occidente, nel tempo del nichilismo gaio e dell’ateismo pratico, in cui l’Occidente si vergognava di sé e il fanatismo islamico si espandeva. Affrontò il deserto dell’indifferenza e il gelo del cinismo. La sua lunga lotta con l’Occidente sazio e disperato fu coronata da un magnifico insuccesso. E’ stato il papa dell’Europa che si unisce e tramonta, del comunismo sconfitto da un altro materialismo, del riarmo islamico e dal relativismo etico. Mai un papa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai è stato così inascoltato. Amato ma non seguito. Giovanni Paolo II fermò l’onda del Concilio Vaticano II, ma senza tornare indietro, alla Chiesa preconciliare. Vanamente il Papa invocò il riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa, si oppose alla deriva morale dell’Occidente e al dominio globale del capitalismo. Non abbracciò l’idea di uno scontro di civiltà e di un conflitto religioso con l’Islam. Per lui la prima minaccia all’occidente e alla cristianità non proveniva dall’esterno ma dall’interno. La stessa caduta del comunismo a cui il Papa contribuì in modo decisivo, non fu letta da lui solo come la vittoria dei valori di libertà e dignità umana ispirati dal cristianesimo: ma come il passaggio dall’ateismo ideologico e militante del comunismo all’ateismo pratico e consumista delle società egoiste e capitaliste.

A differenza di Papa Francesco, mai tornato in Argentina, Giovanni Paolo II tornò più volte nella sua patria polacca, rivolse appelli vibranti al risveglio spirituale e religioso e al risorgimento nazionale e tradizionale del mondo slavo. In Polonia il Papa celebrò la sua patria, s’inginocchiò davanti alla tomba del Milite Ignoto, ricordò il sacrificio di martiri ed eroi, difese il patrimonio millenario della tradizione cristiana, affidandolo nelle mani della Madre di Dio, e infine sollevò un grido, da “figlio della terra polacca” e da pontefice: “Scenda il tuo Spirito! E rinnovi la faccia della terra”. Cominciò allora il risorgimento della Polonia e poi di altri paesi dell’est che portò alla disfatta del comunismo e alla caduta di odiosi muri e cortine di ferro. Finì il comunismo, cominciò l’Europa. In un’altra tappa polacca, Papa Wojtyla si appellò “al linguaggio degli avi” e alle “lingue slavi affini”, definendosi non a caso “il primo Papa slavo nella storia della Chiesa”. Forse proprio per questo – aggiunse – Cristo lo ha scelto”. E seguitò: “Questo Papa porta nel suo animo profondamente impressa la storia della sua nazione e anche la storia dei popoli fratelli e limitrofi”. E ancora: “Non è un disegno provvidenziale… che questo Papa slavo proprio ora esprima l’unità spirituale dell’Europa cristiana?”.

Lo ricordo nel 2002 quando il Papa entrò nell’aula di Montecitorio come un apostrofo bianco e curvo, in mezzo al blu istituzionale dei poteri civili. La chiave del suo discorso in Parlamento fu la tradizione, “il patrimonio di valori trasmesso dagli avi”, l’impossibilità di comprendere l’Italia e l’Europa “fuori da quella linfa vitale costituita dal cristianesimo”, la necessità di “fondare la casa comune europea sul cemento di quella straordinaria eredità religiosa, culturale e civile che ha reso grande l’Europa nei secoli”, “le tracce gloriose che la religione cristiana ha impresso nel costume e nella cultura del popolo italiano”, le testimonianze d’arte e di bellezza fiorite in Italia nel nome della fede, il diritto naturale e il sentire comune tramandato; e il suo appello agli italiani a “continuare nel presente e nel futuro a vivere secondo la sua luminosa tradizione”. Un grande discorso che dista anni luce dal presente.

Anche Papa Wojtyla tendeva la mano all’Africa, apriva all’accoglienza, si appellava alla carità e alla solidarietà, invocava la giustizia sociale e amava i poveri. Ma il contesto dei suoi appelli era opposto a quello del suo successore Bergoglio: Giovanni Paolo II predicava, pregava, accoglieva nel nome della civiltà europea e della tradizione cristiana, tenendo ben saldi i riferimenti all’identità religiosa dei popoli e delle nazioni. Non chiedeva di abbattere i confini ma di conciliare l’amor patrio e i diritti delle nazioni con la carità e il dialogo. Vent’anni dopo si avverte ancora la sua mancanza. Karol Magno.

 Marcello Veneziani                                                                                                                                   

Quest’anno mi auguro di percorrere un milione di chilometri sull’Autostrada del Sole.

 

La voglia che viene visitando la mostra “L’alba dell’Autostrada del Sole” alla Galleria nazionale d’Arte Moderna. La A1 fu inaugurata nel 1964 con tre mesi di anticipo rispetto alla scadenza fissata: quando mai è più accaduta una cosa del genere?

Un milione di questi chilometri. È l’augurio che faccio a me stesso e all’amico lettore e mi scaturisce spontaneo visitando la mostra “L’alba dell’Autostrada del Sole” alla Galleria nazionale d’Arte Moderna, Roma. Proprio un’opera d’arte moderna, l’Autostrada del Sole, grande opera di una grande Italia perduta. E che però percorrendo il lungo nastro d’asfalto si può continuamente ritrovare. L’Autostrada del Sole, già il nome è uno splendore, fu l’apoteosi del miracolo italiano: inaugurata nel 1964 da Aldo Moro con tre mesi di anticipo rispetto alla scadenza fissata dalla convenzione Iri-Anas. E’ mai più accaduto che una grande o anche media o perfino piccola opera pubblica italiana venisse completata in anticipo? Era davvero un prodigio l’Italia di quegli anni. Al casello di Firenze il presidente del Consiglio parlò di “impresa ardita e geniale, per il cui successo sono state impiegate con straordinario risultato le grandi risorse della scienza, della tecnica, del lavoro, della genialità creatrice del popolo italiano”. In mostra a Roma ci sono le commoventi foto d’epoca, in bianco e nero, e le suggestive foto d’oggi, a colori, commissionate a fotografi quali Luca Campigotto e Silvia Camporesi. Mettono voglia di partire, il primo giorno dell’anno, e di non fermarsi più.

Camillo Langone

 

autostrada

Cose preziosissime. Chi le ha viste?

C’erano una volta cose preziosissime.
La parola data o la stretta di mano,
quando valevano più di cento firme
fatte davanti al notaio.

La dignità quando non era mai in vendita,
perché era l’unico capitale
che una persona possedeva.

Il rispetto per le persone anziane,
quando la vecchiaia non era ancora emarginazione,ma significava esperienza, saggezza,essere ascoltati dai più giovani.

I valori, sia umani, civili, religiosi,
quando valevano molto di più delle cose di valore.

Il tempo quando scorreva a ritmi naturali
e la gente non aveva la necessità di guardare l’orologio ogni cinque minuti.

C’erano una volta cose preziosissime…

 

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Capita a tutti di ragionare su di noi, prima o dopo…

 

Sono giunto a quella età per cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Si direbbe che il quadro dei miei giorni, come le regioni di montagna, si componga di materiali diversi agglomerati alla rinfusa. Vi ravviso la mia natura, già di per sé stessa composita, formata in parti eguali di cultura e d’istinto. Affiorano qua e là i graniti dell’inevitabile; dappertutto, le frane del caso. Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per ravvisarvi un piano, per individuare una vena di piombo o d’oro, il fluire d’un corso d’acqua sotterraneo, ma questo schema fittizio non è che un miraggio della memoria. Di tanto in tanto, credo di riconoscere la fatalità in un incontro, in un presagio, in un determinato susseguirsi di avvenimenti, ma vi sono troppe vie che non conducono in alcun luogo, troppe cifre che a sommarle non danno alcun totale. In questa difformità, in questo disordine, percepisco la presenza di un individuo, ma si direbbe che sia stata sempre la forza delle circostanze a tracciarne il profilo; e le sue fattezze si confondono come quelle di un’immagine che si riflette nell’acqua.

Marguerite Yourcenar “Memorie di Adriano”

 

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