Pasqua è il momento giusto per la tornanza…

 

 

Dove stiamo andando? Sempre verso casa, risponde Enrico di Ofterdingen, nell’opera a lui dedicata dal poeta Novalis. Ogni viaggio e ogni passaggio è sempre ispirato dal desiderio di tornare, anche quando andiamo a cercare una vita diversa. Oggi è Pasqua, che è giorno del Passaggio e della Vita che risorge, una festa religiosa ricca di tornanti, naturali e soprannaturali, stradali ed esistenziali. E io vorrei parlarvi della tornanza. Personale, sociale e spirituale. Parto da un fatto personale, irrilevante per voi, ma per me importante: dopo aver predicato per una vita e poi scritto Ritorno a sud, con questa Pasqua sono tornato davvero a sud, ho deciso, di risorgere, nel mio piccolo, nel mio paese natale. Ho preso casa a Bisceglie e ci torno dopo una vita passata altrove. Ma vi dirò poi alla fine perché, intanto vorrei dirvi della tornanza.

È un’espressione recente per indicare un moto antico, il ritorno a casa. Si oppone alla permanenza e all’erranza, cioè allo stare sempre nel posto in cui si nacque e nell’andare, partire, migrare. È la terza via, curva o a spirale. Se volete, si può definire pure remigrazione, per citare un libro famoso rilanciato da La Verità ma dedicato ai flussi migratori; la tornanza invece è un fenomeno nostrano. Viene usata di solito per indicare il ritorno a sud, e c’è un movimento e un progetto, di Antonio Prota e Flavio Albano, che sfida lo spopolamento del Sud Italia e vuol far rivivere i borghi italiani; ci sono libri, podcast, c’è un festival, un hub e un’academy a supporto e poi, a sé, c’è l’opera e la missione del poeta Franco Arminio tra Alliano e le contrade del sud.

Ma la tornanza, in realtà, può essere declinata in tre modi diversi. Si può riferire sia al sud che alla provincia – del nord, del centro, del sud d’Italia – e può infine riferirsi anche al rimpatrio, ovvero al ritorno in Italia di giovani, soprattutto cervelli, partiti all’estero dove si sono definitivamente formati e affermati e poi sono presi da quella fertile, operosa nostalgia che li riconduce a percorrere la curva a gomito della vita ed essere tornanti. A tal proposito vorrei citarvi l’opera benemerita di un ematologo dell’Istituto oncologico di Bari, Attilio Guarini. Lo definiscono, ma con positiva ironia, “ladro di medici” perché va a “rubare” medici, biologi e ricercatori dal nord e da altre mete, dalla Cina agli Usa, dalla Spagna all’Inghilterra, e li riporta a Bari. Ma non per riprendere a fare, come si dice da noi, gli “stangachiazze”, ovvero coloro che stanno tutto il santo giorno in piazza; ma per proseguire la loro ricerca ad alto livello in Puglia. Lavorano sull’Intelligenza Artificiale e in genere sulle nuove tecnologie, sulla biologia molecolare, lo studio dei linfomi, dei mielomi. Guarini era partito da un piccolo nucleo di tre ematologi, ora si sono decuplicati e sono d’esempio per altri casi, paralleli o convergenti. Sulla scia della tornanza, è nato uno smart working particolare, con un progetto di telemedicina, il cosiddetto ospedale diffuso, grazie all’ingegner Alessandro Zaccaria e ad altri suoi collaboratori. Ma torniamo al nostro tema pasquale, la tornanza.

Certo, sarebbe bello che vi fosse un efficace programma governativo, sia a livello nazionale che regionale, in grado di incentivare, agevolare e generare le precondizioni favorevoli per un ritorno in patria, o un ritorno a sud, o in provincia – al centro, a settentrione e nel meridione – che è sempre stata la miniera di umanità del nostro Paese. Un progetto rivolto in primis alle intelligenze in fuga e ai più intraprendenti spiriti imprenditoriali. Il sud, la provincia e infine l’Italia rischiano di morire dissanguati da questa emorragia permanente, tante famiglie rischiano di estinguersi in loco.

Ma resta da capire una cosa: c’è davvero questo desiderio di tornare o è solo una posa letteraria o una vaga aspirazione dei superstiti in loco? Si, c’è. Non riguarda tutti, forse non riguarda tanti, ma quel desiderio c’è, insistente, e c’è oggi più di ieri, e ,vorrei sporgermi a dire, meno di domani. Lo sento in giro, conosco vite tornanti o che aspirano a farlo. In molti si fanno due conti: perdono qualcosa nelle loro entrate nel loro rientro ma il costo della vita a casa è più basso, accettabile, e spesso c’è il supporto di una famiglia, di una rete sociale e parentale che ammortizza i costi e le difficoltà. Certo, parliamo di un fenomeno minoritario e non di massa. Ma sono i flussi minoritari a imprimere il segno a un’epoca. Noi, per esempio, diciamo di vivere in un’epoca di migrazioni, ed è vero, e non è la prima volta nella storia: ma non dimentichiamo che su questo pianeta i migranti sono milioni mentre i restanti sono miliardi (otto miliardi di umani abitano ora il nostro pianeta, chi si sposta è una enorme ma esigua minoranza). Ora, tra i restanti e i migranti dobbiamo prendere in considerazione i tornanti, o i “remigrati”, per citare il libro-proposta di Martin Sellner; i tornanti nostrani e i remigrati nelle loro terre d’origini. La storia non procede solo in una direzione, e non imbocca mai strade definitive, ma è varia, contraddittoria, fatta di flussi e riflussi, esodo e ritorno. Le vite, come certi amori, “fanno immensi giri e poi ritornano”.

La tornanza riguarda soprattutto i giovani che quando erano più giovani lasciarono i loro luoghi d’origine e ora potrebbero tornare. Ma può riguardare anche i vecchi, coloro che ormai sono in pensione o comunque hanno la possibilità di tornare. In questo caso, che mi riguarda più direttamente, si tratta di concepire l’esistenza come un cerchio: si tratta di chiudere il cerchio e far combaciare la fine con l’inizio. Ritrovare l’origine, nonostante le assenze che gremiscono i luoghi in cui si torna, le più care e più dolorose assenze. Ritrovare i fratelli, a volte i nipoti e i cugini, ritrovare gli amici, ritrovare i posti, l’aria, la luce, le pietre, il mare, la campagna, i frutti, la vita di un tempo, quella che resta quando tutto passa. E ritrovare gli avi, la città antica, le strade di una volta. Se è vero che da vecchi si torna bambini, voglio ritrovare quel seme d’infanzia che resta ancora vivo e custodito dentro di noi, al riparo del tempo e dei suoi affanni. Dopo aver scritto per una vita sulla nostalgia del ritorno, è tempo di tener fede alle parole, di rendere la vita la continuazione coerente della scrittura e del pensiero e di ritrovare la strada di casa. Non ritorni assoluti e definitivi, resta l’esistenza pendolare e viandante, ma se pure ET in un memorabile film indicava dalla terra col suo dito nostalgico “casa”, la via di casa, noi che non siamo marziani, ancor più sentiamo il conato del ritorno, la voglia di ricongiungerci con la terra madre, la città paterna e il mare-mater. E di compiere come scriveva Plotino, il filosofo del ritorno, il viaggio da casa a Casa. Come viatico della tornanza ecco la celebre poesia Itaca di Kavafis che sfiletto e cito a bocconi prelibati: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze(…) Sempre devi avere in mente Itaca –raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso”. Si è fatto tardi, è ora di rincasare.

 

Marcello Veneziani

Aprile di Anna Frank è una poesia che ci spinge a trovare la speranza anche nei momenti più bui della nostra vita.

 

Anna Frank è un angelo che ha saputo donare amore all’Umanità, che ha saputo rispondere alla barbarie con la delicatezza e il rispetto per la vita. Attraverso la sua poesia un’immagine di primavera si è trasformata in momento di gioia, di felicità.

In un mondo che oggi sta diventando sempre più compresso e insicuro, la voce di Anna Frank ci arriva come una lezione di pace interiore valida ancora oggi ;lei ci insegna che fermarsi, guardare in alto e ritrovare se stessi non è un lusso, ma una necessità per non smarrirsi. In mezzo al caos moderno, il suo invito a cercare il cielo è il primo passo per disconnettersi dall’ansia e tornare a respirare davvero.

Anna Frank con il suo Diario è riuscita a lasciare una traccia indelebile per le future generazioni di cosa significa la cattiveria, la persecuzione, la discriminazione. È riuscita a dare testimonianza di come si vive la fuga, la paura, la sottomissione. Dovremmo farne tutti tesoro.

Aprile fu scritta nel 1943 in un momento in cui le tenebre imperversavano in ogni parte del Pianeta. La quattordicenne Annalies Marie Frank meditò questi versi mentre era rinchiusa nel suo nascondiglio di Amsterdam. Dalla fessura di un abbaino, Anna fissava un grande ippocastano che stava germogliando nel cortile: quel pezzetto di natura era il suo unico contatto con un mondo che le era stato proibito. Quella piccola soffitta era l’unico rifugio contro la deportazione, ma è lì che ha saputo celebrare un inno alla libertà interiore. È in quei pochi metri quadri ha saputo celebrare un inno alla speranza e all’essere felici sempre. Ha saputo condividere un immenso pensiero che tutti dovremmo scolpire nella nostra mente e nel nostro cuore.
Aprile

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.

Non le case o i tetti, ma il cielo.

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

Anna Frank

Quando tutto appare buio, il giusto sguardo trova la luce
Aprile la poesia di Anna Frank nasce dentro uno spazio chiuso, ma non è una poesia sulla chiusura. È un testo sull’apertura possibile, anche quando tutto sembra negarla.
Dentro questi versi si muove una tensione fortissima tra ciò che limita e ciò che libera. Da una parte la soffitta, che non è solo un luogo fisico ma la condizione di una vita sospesa, costretta, minacciata. Dall’altra il cielo, che diventa immediatamente qualcosa di più di uno spazio naturale: è una dimensione interiore, una possibilità di respiro.

Il cuore della poesia non è la fuga, ma lo sguardo. Non il cambiamento della realtà, ma il modo in cui la si attraversa. Ed è proprio per questo che il messaggio di Anna Frank arriva fino a noi con una forza intatta. Perché parla a tutte quelle situazioni in cui la vita si restringe. Non solo nelle condizioni estreme che lei ha vissuto, ma anche nelle forme più silenziose e quotidiane di smarrimento, di fatica, di perdita di senso.

Quando la scrittura di un semplice diario diventa testimonianza
Per comprendere fino in fondo la forza di questi versi, è necessario collocarli dentro il tempo in cui sono nati.
Il Diario di Anna Frank viene scritto in un arco temporale preciso, che va dal 12 giugno 1942 al 1º agosto 1944. Non è un racconto costruito a posteriori, ma una scrittura che cresce giorno dopo giorno dentro l’esperienza.
Anna riceve il diario il giorno del suo tredicesimo compleanno. All’inizio è ancora una ragazza che vive una vita apparentemente normale ad Amsterdam. Poche settimane dopo, il 6 luglio 1942, tutto cambia. La famiglia è costretta a nascondersi nell’alloggio segreto al numero 263 di Prinsengracht. È lì, in quello spazio ristretto, che prende forma la maggior parte delle pagine che conosciamo. Da quel momento i versi scritti, in quella che poi è stata definita la casa di Anna Frank, sono diventati universali e senza tempo.
L’ultima annotazione è datata 1º agosto 1944, appena tre giorni prima dell’arresto da parte della Gestapo. In quella pagina, Anna riflette sulla sua doppia natura, su ciò che mostra agli altri e su ciò che custodisce dentro di sé. È una consapevolezza sorprendente, che mostra una maturità rara.
C’è poi un passaggio meno noto, ma decisivo. Nel marzo del 1944, Anna ascolta alla radio un appello del ministro dell’istruzione olandese in esilio, che invita a conservare diari e testimonianze della guerra. Da quel momento, il suo modo di scrivere cambia.
Anna non è più soltanto una ragazza che affida pensieri alla carta. Inizia a rileggere, correggere, riscrivere il suo diario con l’intenzione di pubblicarlo dopo la guerra, dandogli un titolo preciso: Het Achterhuis, l’alloggio segreto. In quel gesto si compie un passaggio fondamentale.
La sua scrittura diventa cosciente, assume una responsabilità più ampia. Non riguarda più soltanto sé stessa, ma ciò che sta accadendo al mondo.
Anna, nell’ultimo anno della sua vita, diventa una giovane autrice consapevole. Trasforma la sua esperienza individuale in una testimonianza collettiva. Ed è dentro questa consapevolezza che anche i versi di “Aprile” acquistano un significato ancora più profondo.

L’anatomia della felicità secondo Anna Frank
Leggere la poesia Aprile di Anna Frank non significa solo analizzare dei versi scritti ottant’anni fa, ma scoprire un vero e proprio manuale di resistenza emotiva. In un’epoca come la nostra, dove l’incertezza e il rumore digitale spesso ci tolgono il respiro, Anna ci indica una via d’uscita che non richiede passaporti, ma solo coraggio interiore.
La sua non è una felicità ingenua. È una conquista. Prima di arrivare a quella “purezza” di cui parla, Anna ci suggerisce un percorso preciso, quasi terapeutico, per ritrovare la luce anche quando ci sentiamo prigionieri delle nostre stesse paure.

La prima strofa della poesia ci immerge immediatamente nello spirito di resistenza interiore che la piccola Anna è riuscita a condividere con l’umanità intera.

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.

La poesia si apre con un invito che è già una presa di posizione. Anna Frank non impone, non spiega, non giudica. Dice “prova”. È una parola semplice, ma radicale. Perché riconosce che uscire dalla sofferenza non è automatico. Richiede un atto, anche minimo.

Quel “anche tu” crea una relazione immediata. Non c’è distanza tra chi scrive e chi legge. C’è una condivisione di esperienza. La solitudine, la tristezza, l’infelicità non sono concetti astratti, ma condizioni reali, vissute.
Eppure, proprio dentro queste condizioni, Anna introduce una possibilità.
“Guardare fuori dalla soffitta” è un gesto che va oltre il piano fisico. La soffitta diventa il simbolo di tutto ciò che ci chiude: pensieri che si ripetono, emozioni che ci immobilizzano, situazioni da cui sembra impossibile uscire.
Guardare fuori significa interrompere quel movimento interno che ci riporta sempre nello stesso punto. Non cambiare ciò che accade, ma spostarsi rispetto a ciò che accade.
C’è poi un dettaglio che rende questi versi ancora più veri: “quando il tempo è così bello” Anna Frank non costruisce un’illusione. Non dice che tutto è sempre bello. Dice che esistono momenti, anche dentro le giornate più difficili, in cui qualcosa si apre. Una luce. Un frammento. Una possibilità. Il punto è accorgersene.

Non le case o i tetti, ma il cielo.

Questo verso segna un passaggio decisivo. La piccola Anna introduce una distinzione che è allo stesso tempo concreta e simbolica. Le case e i tetti rappresentano il mondo costruito dall’uomo, ma anche i suoi limiti. Sono ciò che definisce lo spazio della vita quotidiana, ma anche ciò che può diventare una forma di chiusura.
Dentro quelle case lei è nascosta. Dentro quei tetti si consuma la minaccia. Il cielo, invece, è ciò che resta libero. Non può essere controllato, non può essere confinato. È uno spazio che sfugge alla violenza della storia.
Scegliere il cielo significa allora scegliere una direzione dello sguardo. Non negare ciò che esiste, ma non lasciarsi definire completamente da ciò che limita.
È un passaggio fondamentale anche per noi. Perché spesso ciò che ci blocca non è solo ciò che viviamo, ma il modo in cui continuiamo a guardarlo. Restiamo fermi sulle stesse immagini, sugli stessi pensieri, sugli stessi confini.

Anna Frank suggerisce una possibilità diversa. Bisogna spostare lo sguardo verso ciò che non è chiuso.

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

Qui la poesia raggiunge il suo punto più alto. Il problema non è la soffitta, ma la paura. Quel naturale timore di perdere la vita, di rimanere vittima della barbarie, che periodicamente caratterizza l’agire di parte dell’umanità.
La paura è ciò che chiude lo sguardo, che lo abbassa, che lo blocca. È ciò che trasforma anche ciò che è aperto in qualcosa di irraggiungibile.
Anna introduce una relazione profonda tra paura, purezza e felicità.
Essere “puri dentro” non significa essere innocenti o senza errori. Significa non lasciare che la paura trasformi la propria interiorità. Non permettere che il male subito diventi una chiusura definitiva. È una forma di resistenza profondissima.
E la felicità, in questo contesto, non è uno stato leggero o superficiale. È la conseguenza di uno sguardo che riesce ancora a restare aperto, nonostante tutto.

Il fatto che queste parole arrivino da una ragazza costretta a vivere nascosta per sfuggire alla deportazione durante la Shoah rende questo passaggio ancora più radicale. Non è una riflessione teorica. È una posizione esistenziale.

La libertà che nessuno può togliere
Aprile di Anna Frank è una poesia breve, ma racchiude una verità che riguarda il modo in cui attraversiamo la vita quando questa si fa difficile, incerta, a tratti incomprensibile.

Non sempre è possibile intervenire su ciò che accade. Ci sono momenti in cui gli eventi superano la nostra capacità di controllo, in cui la realtà impone limiti che non dipendono dalla volontà individuale. È proprio in queste condizioni che emerge un altro livello dell’esperienza umana, meno visibile ma decisivo.

Anna Frank, costretta in uno spazio ristretto e segnata da una condizione di pericolo costante, individua uno spazio che non coincide con il luogo fisico in cui si trova. È uno spazio interiore, legato allo sguardo, alla possibilità di mantenere un rapporto con la vita che non sia completamente determinato dalle circostanze.

Guardare il cielo, nei suoi versi, non è un gesto evasivo. È un modo per non ridurre l’esperienza umana a ciò che la limita. È una forma di continuità con qualcosa che resta, anche quando molto viene meno.

La libertà, in questo senso, assume una forma diversa da quella che siamo abituati a riconoscere. Non coincide con l’assenza di vincoli, ma con la possibilità di mantenere un orientamento, una direzione dello sguardo che non si chiude completamente su ciò che accade.

Anche la felicità, allora, si colloca su un piano meno immediato. Non appare come uno stato stabile o garantito, ma come una condizione che può emergere in modo intermittente, legata alla capacità di restare in relazione con ciò che continua a esistere, nonostante tutto.

In questo passaggio si comprende il valore più profondo della poesia. Non tanto nella promessa di un cambiamento, quanto nella possibilità di abitare diversamente ciò che non cambia.

La voce di Anna Frank continua a interrogare proprio questo punto. Invita a riconoscere che, anche quando lo spazio si restringe, resta una dimensione in cui è ancora possibile muoversi. È lì che si gioca una parte essenziale dell’esperienza umana.

Saro Trovato__da___Libreriamo.it

 

AnnaFrank

Galimberti: “Noi viviamo finché c’è qualcuno che ci ama”.Quando manca l’amore, succede qualcosa che non vediamo…

Comunicare non basta più: senza amore perdiamo le relazioni, e con esse una parte di noi…

Viviamo in una società sempre più orientata alla produttività, dove l’uomo rischia di perdere centralità: è la riflessione del filosofo Umberto Galimberti. Ciò che appare evidente è “un collasso dei sentimenti, delle relazioni autentiche, dell’umanità, perché le categorie prevalenti della tecnica e dell’economia globalizzata sono quelle della ragione strumentale: ‘raggiungere il massimo obiettivo con il minimo utilizzo di mezzi’. Al di fuori di questo non c’è pensiero: tutto il resto appare come sovrabbondanza, come eccesso, come spreco. Ma la dimensione umana non è solo razionalità, è anche sentimento che finisce invece per essere trascurato come valore”.

D’altronde in una società come la nostra, nella quale sono aumentati esponenzialmente i mezzi di comunicazione, paradossalmente non abbiamo più niente da dire e ciascuno di noi si sente sempre più solo ed emarginato: le nuove generazioni, infatti, incapaci di provare emozioni, vivono una vera e propria anestesia emotiva che finisce con emarginarli dal mondo.  “Eppure la vita non è solo razionalità: è anche sentimento, ed è proprio questo che oggi rischia di scomparire.” Ognuno di noi dovrebbe impegnarsi per renderla degna di essere vissuta, facendo rifiorire le proprie passioni ed ambizioni, sperimentando le proprie attitudini personali, esaudendo i propri sogni, così da vivere pienamente ed intensamente senza mai voltarsi indietro ma volgendo lo sguardo in avanti dove tutto è ancora possibile. Ed allora cosa conta davvero nella nostra vita?

“La condizione elementare e fondamentale per continuare a vivere si chiama amore. L’aveva detto bene Freud: la vita funziona se qualcuno ci ama. Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. Noi viviamo finché c’è qualcuno che ci ama: sono convinto che molte persone anziane ‘se ne vanno’ perché nessuno le ama più. I bambini non amati diventano intellettualmente deprivati e sentimentalmente incapaci di cogliere risonanze emotive nelle loro esperienze. L’amore è la categoria della vita ma comporta una condizione di gratuità: oggi mancano le condizioni dell’amore perché – in prevalenza dell’interesse come valore, queste le significative parole utilizzate da Umberto Galimberti per continuare la sua ragguardevole disamina. La condizione fondamentale ed imprescindibile per continuare a vivere è proprio l’amore: si tratta di un sentimento profondo, capace di arricchire la nostra vita, rendendola degna di essere vissuta.D’altronde “l’amore è un’opera d’arte, è scoprire il segreto dell’altro, essendone curioso, nella sua continua cangianza”.

Spesso basta solo un piccolo gesto d’amore per permettere a chi ci sta accanto di rifiorire: si pensi, ad esempio, agli anziani che alle volte avrebbero solo bisogno di un caldo abbraccio o di una dolce carezza per continuare a vivere serenamente, perché l’amore riempie il cuore di gioia e può salvarci veramente; anche i bambini hanno bisogno di sentirsi amati, protetti, desiderati dai propri genitori, perché ciò che conta è l’affetto ricevuto ed ogni attenzione è una forma di amore.

La redazione di__ascuolaoggi.blog     Valentina  Tropea

Maria Rita Parsi: “Un bambino trattato con amore sarà in grado di donarlo a se stesso e agli altri. Non essere ascoltati o non essere oggetto di attenzioni produce la sottovalutazione di se stessi”.

Un bambino amato diventerà ben presto un adulto capace di amare non solo se stesso ma anche gli altri mentre un bambino non ascoltato o non oggetto di sufficienti attenzioni diventerà un adulto insicuro, incapace di…

La funzione genitoriale implica senz’altro una grande responsabilità, un impegno ed una presenza costante nei confronti di chi siamo chiamati a crescere ed educare congruamente e consapevolmente. È proprio per tale motivo che spesso ci si chiede cosa serva per poter essere definiti dei buoni genitori, adulti di riferimento in grado di modulare la propria autorevolezza senza mai dimenticare l’importantissima funzione pedagogica svolta. In realtà non esistono manuali da seguire, regole da osservare, protocolli ai quali attenersi, perché genitori si diventa col tempo grazie all’esperienza acquista ed al legame che si è riusciti ad instaurare con i propri figli, rimanendo al loro fianco ed imparando a conoscerli fino in fondo. Alle volte però, nonostante l’impegno profuso, ci si sente inadeguati, non all’altezza del ruolo che si è chiamati a rivestire, in colpa per non aver dedicato ai propri figli il tempo migliore, prediligendo il lavoro quale primaria necessità e trascurando chi invece si aveva il dovere di tutelare e proteggere: ecco allora perché i genitori spesso diventano “amici” dei figli, trasformandosi in educatori servizievoli ed accondiscendenti, che assecondano ogni loro capriccio pur di sentirsi meno in colpa a causa del poco tempo trascorso assieme.

In tale prospettiva appare considerevole richiamare alla mente il pensiero della psicologa e psicoterapeuta italiana Maria Rita Parsi che ci ha lasciati inaspettatamente ormai più di un mese fa ma il cui ricordo continua a vivere nei nostri cuori.

“Gli adulti, i genitori, sono dei punti di riferimento, delle guide che accompagnano il bambino e lo affiancano nei momenti di iniziazione, nei passaggi cruciali da un’età all’atra. Fra adulti e bambini parlerei di amore, affetto, solidarietà e rispetto; il rapporto con un adulto non può essere paragonato a quello con un amichetto, gli adulti nei confronti dei bambini sono e devono essere investiti di responsabilità, la responsabilità dell’educare. Vi è poi la tenerezza, la complicità, il conoscere così bene i propri figli da saper donare ad ognuno di essi la comprensione di cui hanno bisogno e la certezza rassicurante di essere dalla loro parte. Un rapporto che poi si ribalta quando il bambino diventa adulto e il genitore anziano”, queste le parole intrise di significato utilizzate dalla psicologa italiana per descrivere il rapporto che dovrebbe intercorrere tra un adulto ed un bambino. Dunque i genitori dovranno fungere da esempio, non dimenticando mai che “solo chi ha ricevuto rispetto, è in grado di rispettare se stesso e il resto del mondo”.  Pertanto “chi è stato trattato con amore, sarà in grado di donarlo a se stesso e agli altri. Non essere ascoltati o non essere oggetto di sufficienti attenzioni produce non solo il non rispetto per gli altri, ma anche la sottovalutazione di se stessi”, così come spiegatoci molto accuratamente e dettagliatamente da Maria Rita Parsi.  D’altronde un bambino amato diventerà ben presto un adulto capace di amare non solo se stesso ma anche gli altri mentre un bambino non ascoltato o non oggetto di sufficienti attenzioni diventerà un adulto insicuro, incapace di accrescere e nutrire la propria autostima. Ecco perché i genitori non devono solo “nutrire i figli quando hanno fame o coccolarli quando piangono, ma anche avere la capacità di lasciarli andare quando sono pronti a fare da sé. Solo se vieni rispettato, sin dai primi momenti della tua vita, comprenderai che bisogna rispettare te stesso e gli altri. Chi si sente invisibile può instaurare prima una lotta fatta di blocchi e rifiuti, poi manifestare disagio sia a livello individuale che sociale. Il non rispetto, alla lunga, crea catastrofi”.

La Redazione  di___ascuolaoggi.blog

 

 

Alla ricerca dei frutti perduti

 

 

Sono seduto sotto l’albero dei pistazzi e non mi sembra vero. Voi mi chiederete cos’è mai quest’albero e perché tanta meraviglia. Perché appartiene a un tempo così remoto e a un luogo così desueto che a volte dubiti che sia mai esistito; sembra quasi generato dalla fantasia, venuto dal regno puerile dell’immaginazione. I pistazzi, come li chiamavano al mio paese, sono le carrube, quelle stecche marroni di legname dolce e commestibile, dal baccello tenero, salvo qualche insidioso nocciolo insinuato al centro, che piacevano ai bambini e agli equini e che raramente si vedono in giro. Conosco una drogheria a Roma che li vende ancora, anzi li espone in vetrina come rarità naïve; è merce amatoriale, più della madeleine di Marcel Proust ti restituisce un mondo magico e campestre sepolto nell’infanzia. L’albero dei pistazzi potrebbe essere la versione terrona dell’Albero degli zoccoli, famoso film sul mondo magico e rurale bergamasco di Ermanno Olmi. Da bambino, avevo una visione generazionale della frutta secca: le noci aggrinzite nei loro gherigli amari mi parevano adatti ai vecchi, le castagne del monaco o mosciarelle avevano per me un dolce sapore materno, la mandorla era giovanile, soprattutto quelle fresche, la nocella era la bambina della frutta secca. Cuginette venute da lontano erano le noccioline americane. E poi la frutta sparita nel tempo o diradata, come le mele limoncelle, le giuggiole, i lazzeruoli, i corbezzoli, le cotogne, i gelsi e da noi i mitici cibi del paradiso.

Ma oltre i dessert offerti gratis o a poco prezzo da Madre Natura, c’era tutta una varietà di micro-golosità per un arcaico street food: i zippi dolci, ovvero le radici di liquirizia da succhiare fino a ridurle a stopposi filamenti gialli, i pesciolini di liquirizia, i lacci e le rotelle; e poi le fave arrostite, le semenze, i lupini, intrattenimento al cinema nell’era che precede i pop corn e per i più esigenti e primitivi le pelose, piccoli crostacei da sgranocchiare durante le proiezioni, venduti in apposite cassette in legno all’entrata del cinema.
Ma oltre il regno vegetale e mangereccio c’era un regno curioso di oggetti domestici o d’asporto ormai introvabili che appartengono a una privata, personale preistoria e raccontano un altro tempo vivo e reale che appare oggi favoloso e surreale. Ciascuno apre un piccolo universo di memorie e di abitudini. Da bambino ero innamorato del macinino del caffè che sembrava una casetta in legno, col suo delizioso cassettino in cui si accumulava il caffè macinato. Ero felice e onorato quando mi affidavano l’incarico di macinare i chicchi, concorrendo alla preparazione di una bevanda a me proibita, perché rendeva nervosi, e innervosirsi era consentito solo ai grandi. O la macchinetta del caffè turco-napoletano che a differenza della moka si rovesciava e restava per me un mistero quel colpo di teatro in piena ebollizione. E poi la sportella, ossia il cestino da calare dalla finestra per ritirare la spesa o mandare giù le chiavi per aprire il portone (non si aprivano i portoni da casa col citofono) o dare i soldi al ragazzo che aveva portato la spesa. In casa campeggiavano il ciccinato e la quartara, recipienti per l’acqua e altri liquidi dell’era pre-glaciale (cioè senza frigorifero). Nella prima infanzia conoscemmo il braciere, per scaldarci. Altro recipiente per altra funzione, soprattutto serale, era la borsa calda, che nelle sere fredde d’inverno ci passavamo tra i piedi mio padre ed io, quando dormivo insieme a loro nel lettone o quantomeno ero ammesso nella fase preliminare per farmi dolcemente tramortire dai racconti per addormentarmi. Prezioso era il battipanni che era la bacchetta magica per accedere al terrazzo dove erano stesi i panni e io godevo a nuotare in mezzo a quel biancore svolazzante fino a scoprire ai bordi del terrazzo la striscia azzurra del mare, non lontano da casa. Il battipanni serviva anche, così dicevano, a picchiare i bambini discoli; io invece lo usavo come surrogato della chitarra, mimavo di suonarlo, prima che mi regalassero una chitarra vera. Fumavo pure i maccheroni, che usavo crudi come sigarette. Poi c’era il picchietto, indispensabile in cucina, per lo sterminio delle mosche e la bonifica della casa. Le mosche amavano posarsi sulla carta dei giornali, attratti dall’odore di petrolio; ma la loro passione per la lettura era punita con la morte. Tra gli strumenti ludici spiccavano la carriola e il curuo (trottola primitiva), costruiti artigianalmente dai padri o dai fratelli maggiori per il sollazzo primordiale dei bambini o dei fratelli minori. Arnese prezioso per signore a cui noi bambini furtivamente accedevamo erano i ventagli, per darci le arie e fronteggiare con sollievo la calura estiva.
Le civetterie di casa erano la cipria e il rossetto per le donne e la brillantina e la pettinessa da taschino per i maschi, più lo spruzzo di profumo per entrambi. I gagà più genuini usavano olio d’oliva per lucidare e lubrificare la capigliatura; ingrassare i capelli era considerato un beneficio per la chioma. La brillantina faceva rima baciata con la cromatina per le scarpe, in modo che tutto luccicasse, dalla testa ai piedi. Non poteva mancare il fazzoletto da taschino o da borsetta, utile in caso di raffreddore, sudate, pianti e schizzi di vario tipo. C’era poi il cappello borsalino o la paglietta, che serviva soprattutto a sollevarlo per gli ossequi alla signora.
Un mondo intero abita i fondali della nostra memoria, racchiuso in una cassapanca di ricordi. Rivedo come in un sogno quel mondo tramite gli oggetti e i frutti di quel tempo; anche per evadere dall’incubo di guerra dei nostri giorni. Come eravamo antichi…

Marcello Veneziani

Rompicapo. Così ho vinto la sfida del cubo …

 

Chiunque abbia avuto in mano il Cubo di Rubik ha avuto la tentazione di tirarlo contro un muro. E in tanti l’hanno fatto. Il rompicapo che ha 43 milioni di miliardi di configurazioni possibili, ma può essere risolto in 3 secondi (il record del mondo dall’aprile dell’anno scorso è del cinese Xuanyi Geng, 7 anni), scatena reazioni contrastanti.
Anch’io ho subito lo stesso effetto.
Sono un boomer e sono stato travolto agli inizi degli anni Ottanta dalla Rubikmania, l’uragano che tra il 1981 e il 1982 travolse il mondo guadagnando le copertine delle riviste più importanti (Time, per citarne una) e ha avuto per settimane sei libri sui dieci più venduti nella classifica del New York Times. Una follia collettiva che portò Ernő Rubik, da sconosciuto professore di design di una piccola scuola di Budapest nell’Ungheria dove vigeva l’economia pianificata comunista, a diventare una figura leggendaria con la sua creazione colorata che impegnava le mani di buona parte della popolazione mondiale. E che non riusciva a risolverla perché, dopo poche mosse, non si è più in grado di tornare al punto di partenza.

Anch’io giravo e rigiravo il Cubo, ma più mi sforzavo di trovare una soluzione, più questa si allontanava e il Cubo era sempre più mescolato. Bello, con tutti i suoi 26 cubetti colorati che componevano a ogni mossa una configurazione diversa (il Cubo ha 27 cubetti, ma quello centrale funge da perno e non affiora mai «in superficie»), ma non era quello che volevo. Dopo giorni, o forse erano settimane, di sforzi inutili e, anzi, controproducenti, la prima autofolgorazione: «Paolo, non hai ancora capito che i cubetti non sono disposti a caso, ma ognuno deve occupare una posizione ben definita se vuoi tornare a comporre le sei facce ognuna con il suo colore»?

Nota per i non-cubisti, Rubik ha pensato a sei colori: bianco (la faccia superiore del Cubo), giallo (quella opposta inferiore), e poi rosso opposto all’arancione e verde opposto al blu per le quattro facce laterali. Mi misi allora a dare un nome e una posizione a ciascun cubetto: «Il cubetto BRV (con le facce bianca, rossa e verde) deve andare nello spigolo in alto a sinistra». E così per tutti gli altri. Ero sicuro che avrei presto trovato la strada per risolvere il Cubo. Studiavo e analizzavo attentamente le mosse: «Dunque: devo prima fare una rotazione superiore, poi giro il lato a sinistra e infine giro lo strato inferiore, così il cubetto va al posto giusto».

Grande soddisfazione quando finalmente riuscii a sistemare il primo dei tre strati del Cubo. E una ancora maggiore quando completai anche lo strato centrale. La mia autostima arrivò a livelli altissimi quando sistemai anche i quattro cubetti centrali dello strato inferiore.

C’ero quasi: mancavano solo i quattro cubetti di spigolo dello strato inferiore ed era fatta: «Ernő, adesso lo completo». Come era arrivata nella stratosfera, la mia autostima cadde pesantemente al rientro dell’atmosfera e si schiantò rapidamente al suolo.

Gli ultimi quattro cubetti era impossibile sistemarli.
Più mi sforzavo, più il Cubo si mescolava.

Venni assalito dalla tentazione di lanciare il Cubo contro il muro. Lo sistemai sul ripiano sopra la scrivania dove, in un luglio bollente e afoso, preparavo l’esame di Chimica all’Università. Ogni tanto alzavo lo sguardo, il Cubo mi guardava e mi diceva: «Non mi risolverai mai». Abbassavo lo sguardo rassegnato, ma non sconfitto, e tornavo a occuparmi di rapporti stechiometrici e della struttura del benzene. A volte la soluzione arriva quando meno te l’aspetti.

Sull’aereo che mi portava in Thailandia per le vacanze (avevo passato benino l’esame di Chimica), un ingegnere taiwanese vede che armeggio con il Cubo e mi chiede: «Ho trovato una soluzione per risolverlo. Non è la più veloce, ma se vuoi te la insegno. Dopo aver completato i primi due strati, devi fare tredici mosse con la mano destra e altre tredici speculari con la sinistra». Miracolo! Risolvo il Cubo e mi sembra di librarmi nell’aria fuori dall’aereo. Ripongo il Cubo nella retina del sedile di fronte al mio, posso addormentarmi in pace con il mondo mentre ascolto in cuffia Don’t Stop Believin’ dei Journey. Hanno ragione: non smettere mai di crederci.

Ora capisco le parole di Rubik: «Se lo risolvi non vinci, vinci se hai giocato».

Grazie Ernő.

Paolo Virtuni è in libreria con «Sei facce di genialità. Il cubo di Rubik e la sua storia»  . Baldini + Castoldi

                                                         Illustrazione di  Danila Riccio

cubo Rubik

Non va sempre tutto bene.

 

Vi sarà capitato. Eravate in preda alla disperazione per aver perso il lavoro, o non sapevate da che parte girarvi per un lutto o una malattia, ed ecco che qualcuno – come l’attore di una soap – vi ha garantito: «Andrà tutto bene». O vi ha assicurato: «Nessuna prova è mai più grande di quanto tu possa sopportare». E via di seguito, con frasi grondanti ottimismo, da: «l’importante è pensare positivo», a «potrebbe andare peggio», fino a «non piangere». In un crescendo di consigli che non lasciano spazio ai sentimenti e all’autenticità, e che sminuiscono la sofferenza che è lì, tangibile.

Questo modello, cioè essere positivi a tutti i costi utilizzando la chiave della felicità coatta per nascondere come polvere sotto il tappeto ogni negatività, in pratica convincendoci che l’emozione del momento è sbagliata, è cattiva, ci fa stare male e quindi non dovrebbe esistere, viene chiamato positività tossica. Perché nega la realtà del nostro sentire, portandoci a sopprimere quello che proviamo, nella convinzione che ignorare la negatività sconfiggendola con iniezioni di positività ci farà vivere meglio, circondati da quelle good vibes, quelle buone vibrazioni che i guru del pensiero positivo ammanniscono quando invitano ad avere una visione ottimistica della vita, concentrandosi sulle soluzioni, non sui problemi.

La differenza sostanziale tra pensiero positivo e positività tossica è questa: il primo non incita alla positività forzata ma vede opportunità dappertutto, mentre la seconda nella positività trova la soluzione a qualsiasi evento sciagurato.

In ogni caso pensare positivo risulta attraente per via di alcune dinamiche: o ci dà la sensazione di avere il controllo sulla nostra vita, o ci permette di assolverci dalle responsabilità nei confronti delle vite altrui.

La maggior parte della letteratura sul pensiero positivo somministra una formula semplicissima: se cambiamo modo di pensare, cambierà anche la nostra vita. Nell’equazione non sono presenti altri fattori, e questo significa che grazie all’atteggiamento giusto e a ingenti dosi di positività avremo il controllo, tutto diventerà come desideriamo, ognuno sarà responsabile di se stesso e sapremo sempre chi o cosa incolpare quando la situazione prenderà una brutta piega.

In fondo è un po’ come affidarsi a un’entità superiore che sbriga per noi le pratiche fastidiose. Ah, come sto male! Vabbè, ma se non ci penso, o se penso che andrà tutto bene, la positività avrà la meglio sulla negatività… Bel pensiero magico appreso quando, da bambini, ci hanno insegnato che la rabbia, la tristezza, il disgusto e molto altro ancora non sono emozioni che è il caso di provare: nel senso che quando eravamo arrabbiati, da piccoli, ci dicevano che non c’era ragione di esserlo (cosa ne sapevano genitori, insegnanti, parenti?), e che i bravi bambini e le brave bambine sono allegri e sorridenti.
Positivi.
Sempre.

E se fin da piccoli veniamo addestrati a selezionare le emozioni in base a un indice di gradimento che sprona a sopprimere le emozioni «sbagliate», e ci fa preferire quelle giuste e positive, da adulti è facilissimo cadere nella trappola della positività tossica, che porta a negare la realtà.

Perché sostenere che tutto va «alla grande» anche se è vero il contrario, può diventare uno scudo. Un modo per non entrare in relazione con noi stessi e nemmeno con il prossimo. Reprimere o ignorare ciò che sentiamo, cercando di rendere più gestibili i sentimenti che ci schiacciano, rischia di danneggiarci nella mente e nel corpo: magari per evitare un po’ di pensieri, a strategia si aggiunge strategia: mangiare e bere in maniera smodata, distrarsi con la televisione o lo sport, socializzare compulsivamente o aiutare gli altri in modo eccessivo diventano vie di fuga, tattiche di distrazione utili per anestetizzare.

Che è poi l’invito ricevuto quando un interlocutore di quelli super positivi e super tossici ci ha fatto credere che non ci stessimo impegnando abbastanza per essere felici, o che le nostre emozioni non fossero così importanti: la notizia è che il pianeta della felicità no limits non esiste, e chi sostiene che possiamo essere sempre gioiosi e sereni, e che questo dipende solo dal nostro impegno, non solo ci sta manipolando ma cerca anche di zittirci e farci sentire incapaci perché (dopo aver perso il lavoro o una persona amata) non riusciamo ad essere contenti.

Oh, e ci mancherebbe altro, viene da dire. Prima di cercare di convincere qualcuno, o noi stessi, a guardare solo il lato positivo delle cose, è bene sapere che non tutte le situazioni hanno lati positivi. In definitiva? Riconoscere ed esprimere le emozioni, dando spazio anche a quelle che vorremmo lasciar fuori dalla porta: frustrazione, dolore, rabbia, tristezza, angoscia ci ricordano che non è possibile essere sempre allegri e soddisfatti, e che le frasi fatte come «andrà tutto bene» sono come un cerotto applicato su una frattura.

Tra l’altro chi le pronuncia come fa a conoscere il finale?

Anna Tagliacarne

Illustrazione di Roberto Cigna

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Arrestano il principe Andrea e gli sciacalli si avventano

Hanno arrestato il terzo figlio della regina Elisabetta in base a una sorta di abuso d’ufficio, ipotesi di reato molto opinabile e non proprio terribile che ovviamente non interessa a nessuno. Tutti i guai penali (e non) che hanno coinvolto un membro della famiglia reale britannica.
Sessuofobi e monarcofobi, gli sciacalli che si sono avventati sul principe Andrea (continuo a chiamarlo principe perché principi si nasce e lui ci è nato eccome). Hanno arrestato il terzo figlio della regina Elisabetta in base a un’accusa che non ho capito bene, una sorta di abuso d’ufficio, ipotesi di reato molto opinabile e non proprio terribile che ovviamente non interessa a nessuno. La sciacallesca frenesia è invece eccitata dal principe erotomane: gli sarebbe bastato essere casto o plebeo e l’avrebbe fatta franca.
Poco graziosamente lo hanno arrestato nel giorno del suo compleanno, sebbene fosse da tempo senza incarichi, impossibilitato a reiterare eventuali illeciti. Lo hanno sbattuto dentro senza incriminazione formale, e pensare che in Italia soltanto ieri si gridava al fascismo per un decreto sul fermo preventivo di pregiudicati pronti a spaccar teste. Mentre il governo Starmer, essendo di sinistra, ha licenza di tiranneggiare: oggi in Inghilterra si finisce in manette anche solo per un post contro Hamas. Dio salvi il Re e salvi pure il principe, inseguito dal branco famelico dei guardoni repubblicani.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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Il mondo di Rosa, che non ricorda niente.

Ha visto due guerre mondiali, fatto tre figli, lavorato come cucitrice. Ma tutte queste cose Rosa, malata di Alzheimer, non le ricorda. Eppure un lampo le attraversa lo sguardo, quando a trovarla arriva il nipote. 

Il mondo di Rosa, che non ricorda niente

Illustrazione di Michela Fabbri

 

 

Che vive a fare Rosa?

Rosa non sente, Rosa non ricorda, Rosa non connette.

Alzheimer, la chiamano così, questa malattia che divora i nostri anziani.

Rosa è mia nonna.
Rosa non lo sa, non sa di avere l’Alzheimer. Rosa non sa più niente.
Neppure di se stessa. Neppure dei suoi familiari.
Riconosce solo qualcuno.
Forse non riconosce neppure me.

Non ho mai voglia di andare a trovarla.
Gli altri nipoti non ci vanno mai.
Che ci vado a fare?

M’invento scuse per rimandare la visita.
Oggi no, devo scrivere un articolo.
Oggi no, devo fare la spesa.
Giornate frenetiche.
Oggi no, ho quell’intervista da sbobinare.
E rimando, rimando, rimando.
Sento le voci della coscienza, m’intimano di fare uno sforzo.
Ma che ci vado a fare?
Fa male vederla così, le mani conserte, le dita raggrinzite, la pelle ispida, i capelli bianchi, gli occhi languidi, lo sguardo inanimato, perso nell’infinito statico delle sue stanze.

95 anni, in attesa della fine.
L’angoscia mi pervade.

È inutile parlarle, non ci sente. Per farsi sentire, bisogna urlare.
E infatti, ogni giorno, le grida si propagano fino al quarto piano.
Anna le urla nell’orecchio sinistro, quello dove qualcosa riesce ancora a captare.

Anna viene dall’Ucraina.
Rosa non sa dove sia l’Ucraina.
Rosa non è mai salita su un aereo.
Adesso le loro vite sono indissolubili.
Rosa e Anna, la vecchia e la badante.
Legate da un filo fragile. Vivono l’una accanto all’altra, catapultate dal destino sotto lo stesso tetto.
Anna conosce Rosa meglio di me.
Anna e Rosa.
Disperazioni che s’incontrano.
Due anime sotto il cielo, dentro l’eco di un silenzio sempre uguale.
La noia delle ore, la televisione che vomita immagini.
E Rosa guarda, può soltanto guardare.
La sua mente è un bosco di notte, groviglio di neuroni in preda al vento.
Memorie soffocate.
Ha visto due guerre mondiali, ma non se le ricorda.
Ha fatto tre figli, ma non se li ricorda.
Ha lavorato come cucitrice, ma non se lo ricorda.

Fissa il vuoto, poi la tv, poi ancora il vuoto.
Tedio quotidiano, il tempo immobile.
Sente le mani secche, si soffia nelle mani.
Mi chiede che ore sono, mi chiede se fuori piove.
Non piove. C’è il riverbero del sole. Getta nella stanza uno squarcio di luce.

Mi chiede se sono sposato. Dico sì, non ti ricordi il matrimonio? Dice no.
Passano cinque minuti, si gira e mi chiede la stessa cosa.
Ma davvero non ti ricordi il matrimonio? Dice no.

Il cimitero dei ricordi.
Il passato un libro vuoto.

Io ho da fare, che vengo a fare a trovare Rosa?
Lei mangia, dorme, mangia ancora, dorme ancora.
I familiari si alternano, il figlio, la figlia.
Vengono da Rosa ma non sanno che fare.
Non sanno cosa dire.

Vengono qui a fare presenza, come me.
Contano i giri delle lancette.
Dieci minuti lunghi un secolo.
Soltanto mia madre parla con Rosa.
Soltanto lei.
S’impegna, l’accarezza, la lava, le sorride.
È triste assistere Rosa, è pesante come il macigno della vecchiaia.
Perché Rosa non ci sente, Rosa non ricorda, Rosa non connette.
Vite di scarto.
Le labbra mute.

Però sorride, ogni volta che mi vede.
Quando entro in casa sua, sorride.
Come una scintilla.
Come un ricordo senza tempo, un passato che riaffiora.
I pomeriggi al parco quando avevo 10 anni.
La strada per accompagnarmi ai campi da tennis.
I tortelli che preparavi.
Ti ricordi, nonna?
I dolci che cucinavi.
Le serate sul divano.
Il gatto che rincorrevi.
Ti ricordi, nonna?

Dice sì.
Un lampo di speranza, sorrisi evanescenti.
Allora forse sì, ha senso venire a trovare Rosa.
Perché a noi, nipoti indaffarati, passare dieci minuti con Rosa non cambia nulla nell’arco della giornata.
A Rosa, dieci minuti coi suoi nipoti, cambia il senso della giornata.
Cambia il senso di un’esistenza troppo vuota per essere lasciati soli.

Fermiamo il tempo, accantoniamo noi stessi.
Bastano venti minuti.
Diamo loro dignità.
Regaliamo loro l’illusione di un ricordo.
Andiamo a trovare i nostri nonni, orfani dei loro nipoti menefreghisti.

di Jacopo Storni

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha lanciato un nuovo allarme sui giovani: “Il problema non sono i social, è l’intelligenza artificiale”.

 

Nel dibattito sempre più acceso sul rapporto tra giovani e tecnologia, Paolo Crepet lancia un nuovo allarme: “Il problema non sono i social, il problema è l’intelligenza artificiale”. Una tecnologia che, sottolinea lo psichiatra, rischia di modificare in profondità il funzionamento del pensiero umano, la creatività e la libertà individuale se non viene governata con consapevolezza.

Paolo Crepet è intervenuto a Pomeriggio 24 su Rai News 24 sulle varie proposte legislative per vietare i social agli adolescenti, come quella approvata dall’Assemblea nazionale in Francia.  Pur sottolineando l’urgenza di provvedimenti istituzionali per limitare l’accesso alle piattaforme ai giovani, lo psichiatra ha affermato: “Il problema non sono i social, il problema è l’intelligenza artificiale“.Secondo Crepet, l’uso indiscriminato dell’IA per qualunque aspetto della vita quotidiana produce un effetto anestetizzante sul cervello umano: “Se io per qualsiasi cosa, da Garibaldi alla fidanzata piuttosto che non so quale altro argomento anche culinario, chiedo all’intelligenza artificiale, è fatta: il nostro cervello è meglio metterlo in garage che è lo stesso”.
E ha proposto un esempio: “Io penso che leggere sia un aiuto dal punto di vista cognitivo. Perché se io leggo 20 pagine di Calvino e devo poi riferire alla mia classe facendo un riassunto, questa è un’attività, una skill cognitiva preziosa. Se la tolgo, sono più povero mentalmente”.
L’argomento affrontato da Crepet è più attuale che mai. Come evidenziato da un’indagine promossa da Telefono Azzurro, il 75% dei ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni usa strumenti di IA. L’impiego principale riguarda compiti scolastici, ricerche e spiegazioni. Ma sempre più adolescenti utilizzano i chatbot anche per chiedere consigli personali.
Uno dei passaggi più significativi del ragionamento di Crepet riguarda il futuro della creatività umana. “Pensate a che cosa accadrà della creatività umana con l’intelligenza artificiale. Non dico che non ci sarà, ma sarà del tutto diversa. Sarà completamente diversa. Perché scrivere con l’intelligenza artificiale non è la stessa cosa che arrabbiarti per ogni virgola, ogni aggettivo che usi”.
Crepet ha proseguito parlando di seduzione della facilità: “La seduzione verso il facile, verso il comodo, è ovvia. Il problema è che l’uomo ha sempre fatto fatica per rinnovarsi. Se adesso non la fa più è perché ci sono altre cose che rinnovano l’umanità e che sono gli algoritmi”. Quando deleghiamo alle macchine ogni sforzo, avverte lo psichiatra, rischiamo di smettere di pensare davvero. La mente si adagia, la creatività si assottiglia, la capacità critica si indebolisce.
“Se Musk dice che il futuro del lavoro sarà robot e intelligenza artificiale, noi cosa facciamo? Se poi dicono anche che camperemo 130 anni, cosa facciamo per 130 anni a non fare niente? È lunga, eh”, ha esclamato.
Crepet ha sottolineato che l’intelligenza artificiale, così come i social, non è da demonizzare in sé. Il problema è che “non ci sono le giuste competenze nell’approcciarsi a questi strumenti”, ha aggiunto.
A suo avviso, è importante “riportare la tecnologia digitale a quello che è sempre stata e dovrebbe essere, cioè uno strumento di ricerca, di apprendimento. Uno strumento di apprendimento, non l’unico”, ha precisato.

“Le tecnologie digitali o si governano oppure sono loro a governare noi. E io vorrei ancora governare la mia testa”, ha concluso.
Camilla Ferrandi__V:Scuola