Notte d’Agosto..in questo cielo ci sei tu, che mi fai compagnia . Ti sento in ogni vibrare della natura!

Notte d’estate
L’acqua della fonte
suona il suo tamburo
d’argento.

Gli alberi
tèssono il vento
e i fiori lo tingono
di profumo.

Una ragnatela
immensa
fa della luna
una stella.

Federico Garcia Lorca

 

ragnartela

 

Pensieri stellari nella notte di San Lorenzo…

Come si diventa filosofi da bambini? Guardando le stelle. Era una sera d’estate e noi bambini passeggiavamo davanti ai grandi in campagna, a poca distanza dal mare, quando scoprimmo in cielo un arazzo grandioso di stelle. Alla meraviglia di quello spettacolo che a casa, in città, non avevo mai visto, udì la voce di mio padre che citava il suo Kant: “Due cose riempiono l’anima di ammirazione e di venerazione, il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Senza capirla coglievo con mente puerile la straordinaria bellezza perché sentivo combaciare il mio essere al mondo, la visione delle stelle e il fremito che suscitavano dentro di me. Fu la prima percezione dell’armonia, della simmetria tra microcosmo e macrocosmo. Quella citazione mi spinse ad amare sin d’allora quella cosa strana che insegnava mio padre, e che era al tempo stesso la sua gioia e il suo lavoro, la sua missione e la sua professione. L’iniziazione alla filosofia partì da quella citazione e dalla connessione tra lassù e quaggiù.
Col tempo del disincanto quella citazione della Ragion Pratica apparve una didascalia dell’ovvio, un po’ manierista. Anzi, col tempo, parve lacunosa, perché contemplava il cielo stellato e l’anima, cioè la trascendenza e l’interiorità, ma non c’era nel mezzo il mondo, la storia, la terra, i legami comunitari, la famiglia, le eredità: era la fondazione metafisica, cosmica e morale dell’individuo solitario.
Però a ripensarci nelle sere d’agosto, davanti a un arazzo brillante di stelle, ti accorgi della sconfinata bellezza di quella massima che riesce a far collimare finito e infinito, coscienza e universo, estetica e morale, umano e celeste in armonioso equilibrio.
Il cielo stellato fu il primo altro regno, la prima figurazione dell’Aldilà, il luogo remoto dove abitano gli dei o dimora l’Essere. Le stelle sono la fonte luminosa del mistero, l’origine celeste della religione e della meraviglia da cui scaturisce il pensiero. Ma i cieli stellati cambiano se li vedi da Konigsberg, dove Kant nacque, visse e morì, o se li vedi dal Mediterraneo, dove il cielo stellato non è una rarità, ma è familiare nei cieli sgombri del sud.
Cosa ci attira del cielo stellato? La siderale distanza, la luce che brilla nel buio, la perenne fissità. Sono gli elementi costitutivi del Mito. Nietzsche lo chiamò Amore per il lontano ed è quella forza misteriosa che ti porta ad amare la lontananza e a fondare su quell’amore ogni proiezione spirituale ed elevazione morale. Il romantico s’innamora della loro distanza e patisce l’incanto; ma il saggio, come Plotino, ci spiega che in quell’amore del lontano c’è la nostalgia di lassù, perché la parte migliore di noi, non caduca, abita nei cieli e infine vi torna. Plotino dà forza e teoria a una percezione antica. In Patagonia le ultime tribù ancora pensano che le stelle siano le anime dei morti che vegliano nei cieli e praticano la caccia nella via lattea. Per Plotino le stelle sono dei a vista d’occhio, anime beate che vivono nella perfezione, contemplando il mondo intelligibile, superiori al tempo, al ricordo e all’attesa. Per noi che le vediamo da quaggiù sono il ponte col passato e con l’avvenire, conservano la memoria del mondo e insieme custodiscono le speranze del futuro, stanno lì da sempre. Che le stelle siano il ponte col passato ce lo spiega proprio la loro lontananza: distano anni luce, e quella misura iperbolica, spazio-temporale, ci dice che noi vediamo delle stelle il passato, è il loro ricordo che giunge a noi dopo anni di distanza. Lo spazio e il tempo si fondono nella lontananza. La spiegazione astrofisica combacia con la visione poetica: le “vaghe stelle dell’orsa” suscitano le Ricordanze leopardiane. Fiorisce la nostalgia, che è il dolore della distanza. Ma le stelle sono anche il calice delle nostre speranze. Nel De bello gallico, Giulio Cesare usò l’espressione de sideribus riferendosi ai soldati che aspettavano sotto le stelle il ritorno dei loro commilitoni dal campo di battaglia. Quell’attesa speranzosa era affidata alle stelle, il ponte che li collegava ai loro fratelli al fronte: quell’attesa fu chiamata desiderio.
Da dove scaturiscono le stelle? Gli astrofisici hanno le loro risposte. Gli umanisti si accontentano di almeno un paio: quella dantesca, “L’amor che move il sole e le altre stelle” che allude a un’energia originaria, e quella nietzscheana “E dal caos nacque una stella danzante” che evoca il magma iniziale e il big bang. Non a caso con le stelle si concludono le tre cantiche della Divina Commedia.
Ci incanta la stella cometa, guida del cammino verso il divino, luce regina dei presepi domestici con le volte stellate di carta, i nostri cieli in una stanza. Vedere la cometa è concesso forse una volta nella vita. Ernst Junger scrisse in un denso libretto del suo privilegio di aver visto “Due volte la cometa”, a 75 anni di distanza. L’incanto delle stelle cadenti nella notte di San Lorenzo nasce dal contrasto tra la fissità perenne e remota delle stelle e la loro spettacolare caducità semel in anno.
Prezioso il consiglio di Pavel Florenkij inviato dal gulag ai suoi figli: “Quando provate dolore nell’anima guardate le stelle. Quando vi sentite tristi, quando qualcuno vi offende, quando non vi riesce qualcosa o vi sovrasta la tempesta interiore, uscite fuori e rimanete a tu per tu con il cielo”. Ci sono tante cose in cielo e in terra oltre il nostro piccolo ego. Male è trascinare le stelle in terra e farne utopie per stravolgere il mondo. Restituiamo le stelle alla loro siderale, inerme lontananza, tra sovrumani silenzi, interminati spazi e profondissima quiete. Il naufragare è dolce, nel mare di stelle. Il cielo stellato è nostalgia allo stato puro, non per un tempo passato o per un luogo remoto, ma per un’origine dimenticata. Come stelle filanti noi passiamo, il cielo resta.

MV

Rileggo Oceano mare, chiara metafora della vita e ritrovo la mia vita nelle parole di Baricco.

 

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così… Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. 
Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.”
“La realtà sfuma e tutto diventa memoria.
Perfino tu, a poco a poco, hai cessato di essere un desiderio e sei diventato un ricordo.
“Il futuro è un’idea che si è staccata da me. Non è importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo[…] Futuro. Il mio, è già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull’altro, come se fossero uno solo. Da qui alla mia morte, ci sarà quell’istante, e basta.”

Alessandro Baricco – Oceano Mare –

oceano mare

Il vento.

 

Sono stati giorni di vento questi ultimi. E si è fatto sentire, violento, cattivo,come ormai ci ha abituati, noi che lo conoscevamo anche benevolo, amico giocoso di brezze tenere, giocherellone a volte, venticello chiacchierino, anche se non ha mai parlato, ed ora più che mai è diventato    colui che fa . Perchè su questa terra solo agli uomini è stato dato il dono della parola? Lui ha un’altra qualità: Profuma sempre, anche se  il vento è inodore,ma si impregna, basta respirarlo con tanta intensità per essere facilmente travolti da tutto quello che trasporta nel suo quotidiano andare . Ha il profumo dei gelsomini, delle zagare, la lieve fragranza delle rose e delle viole,sa di fieno e di tiglio, sa di borotalco quando ha appena sfiorato la carrozzina di un bimbo. Il profumo del mare, del salmastro si mischia alla resina dei pini sbattuti con violenza in una notte di burrasca, quando sfoga la sua rabbia di vagabondo , senza meta, senza casa.E quando trova riposo è un ristagno di miasmi di rifiuti, di fumi di ciminiere,tra la vita sudicia degli uomini, che non sanno più ascoltare la sua dolce voce quando canta tra le foglie, che lo salutano col dolce stormire, nella forza di un temporale, nel turbinio dei fiocchi di neve,quando rompe il silenzio ovattato di un paesaggio innevato. Il vento conosce il mondo, perchè ogni cosa animata e no risponde al suo passaggio, e chissà quante cose potrebbe raccontarci se solo avesse il dono della parola, unico testimone attendibile nello sfacelo del mondo, perchè ne è anche protagonista  Questa  forse è la dimostrazione che la parola ce l’ha, ma è un discorso che non possiamo o non vogliamo comprendere. A me piace molto di più abbandonarmi nel suo abbraccio, lasciare che liberi la mia mente, immaginarlo anche foriero di tenerezze giunte da chissà dove, che mi fanno felice.. a me piace quando riempie i miei silenzi e le mie solitudini, quando muove una porta e mi fa sobbalzare il cuore…

il vento

Le grandi ricchezze della solitudine…

 

Ma, come si sa, l’uomo appartiene ad una specie sociale, quindi non educato per vivere solo. E a chi non capita di uscire da solo per una passeggiata? Uscire da soli ha una grande importanza, sedersi sotto un albero non con un libro, non con qualcuno, ma in compagnia di se stesso e osservare una foglia che cade, staccata dal ramo dal vento, porre attenzione al volo degli uccelli, osservarne magari uno in particolare in ogni sua azione, ascoltare il canto di un pescatore in lontananza; porre attenzione ai propri pensieri e come questi si rincorrano l’un l’altro nello spazio della mente. Chiunque sia capace a stare solo e osservare tutte queste cose, scoprirà di potere godere di enormi ricchezze che nessun governo tasserà mai, nulla e nessuno potrà corrompere e che non ti potrà mai essere tolto.

 

Donna seduta sotto un albero Foto Stock, Donna seduta sotto un albero Immagini | Depositphotos

Come le notti bianche…

Ecco cosa sono i sogni, a volte desideri, ma quasi sempre momenti vissuti, che tuttavia non ci tornano come ricordi dell’attimo reale, ma delle emozioni vissute in quell’attimo, che abbiamo voglia di rivivere a modo nostro.

realizzare-i-propri-sogni

“Il sogno è il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo sia la scena, l’attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l’autore, il pubblico e il critico.”

CARL GUSTAV JUNG

“Invano il sognatore rovista nei suoi vecchi sogni, come fra la cenere, cercandovi una piccola scintilla per soffiarci sopra e riscaldare con il fuoco rinnovato il proprio cuore freddo, e far risorgere ciò che prima gli era così caro, che commuoveva la sua anima, che gli faceva ribollire il sangue, da strappargli le lacrime dagli occhi, così ingannandolo meravigliosamente.”

FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ

 

Tutto calcolato…

 

Tutto calcolato.

Bella esce dal porto la nave. Il fumo rosa
nella polvere d’oro della sera. Dunque,
per quante volte ti abbiano rifiutato o tu abbia rifiutato,
una casa bianca sul colle chiede il tuo sguardo,
un bambino si bagna i piedi in mare sorridendo,
un uccello di notte canta anche per te.
Dunque, rinviamo di nuovo, incoroniamo
sul vetro incrinato questa piccola farfalla.

Jannis Ritsos

 

vladimjr Kush

Vladimir Kush

La nostalgia non è una malattia.

Ma la nostalgia è un vizio o una malattia? È vero che ci rende prigionieri dei ricordi, non ci fa vivere nella pienezza del presente e fa procedere a testa indietro verso il futuro, ostaggi della retro-topia, come la chiamava Zigmunt Bauman? L’unica nostalgia oggi ammessa è il vintage, la commercializzazione di oggetti e mode del passato.
A lungo, nostalgico è stato un appellativo usato per definire e deprecare chi ha posizioni politiche reazionarie, a partire dai neofascisti; ma la stessa cosa vale per i monarchici e i nostalgici dei Savoia, degli Asburgo, dei Borboni. Perfino Federico Fellini definì il suo Amarcord “un film sul fascismo dentro di noi” affermando che il fascismo e l’infanzia fossero stagioni permanenti in lui. Ma la nostalgia è un sentimento impolitico o al più prepolitico che non si fonda sulla memoria, che è un tornare alla mente, ma sul ricordo, che è un tornare al cuore. La nostalgia va oltre il piano storico, politico e polemico; tocca l’anima, la vita, il pensiero, l’arte, la letteratura, la metafisica.
C’è una filosofia della nostalgia che va ricercata prima in Platone e poi in Plotino, il suo pensiero del ritorno all’Origine, per ricongiungersi all’Uno, alla Casa, allo stesso Platone; e il suo vivere sulle tracce di tre civiltà perdute o declinanti: egizia, da cui proveniva, greca in cui si riconosceva, romana in cui viveva al tempo del suo declino, nel terzo secolo dopo Cristo. Filosofia del ritorno e della nostalgia fu pure quella di Giovanbattista Vico. E altri percorsi nostalgici furono intrapresi nell’ottocento da poeti e scrittori romantici o nel novecento in ambito psicologico, da Jung a Hillman. Ma c’è soprattutto una letteratura della Nostalgia che si oppone alla letteratura dell’Esodo, come l’Odissea alla Bibbia: parte da Omero e poi percorre tutti i tempi, fino ai nostri giorni. E trionfa con Marcel Proust che percorse contromano il novecento fino a raggiungere il cuore del secolo precedente. Con Proust avviene la rivoluzione copernicana della nostalgia, perché non si riferisce più a un luogo lontano ma a un tempo perduto. Tre fili dorati s’intrecciano nella Recerche: la curvatura del tempo, col passato che riaffiora nel presente; il ponte dei ricordi, introspettivo, che collega la realtà all’antro nascosto dell’anima, dove sorgono le idee e i sentimenti. E infine la scoperta che le cose sono animate; liberate dall’inerzia del banale parlano e vibrano in esse tracce allusive di un tempo remoto. La nostalgia di Proust scava nella memoria, nel cuore dei tempi e nella vita nascosta delle cose.
La nostalgia non è una patologia come talvolta si ripete, ma una facoltà innata dell’anima, un sentimento originario che  ci costituisce. I doni della nostalgia sono copiosi, anche se intinti nell’amarezza. Bisogna però distinguere i piani e le forme della nostalgia. Come l’Afrodite platonica c’è una nostalgia urania, celeste, e una nostalgia pandemia, volgare. C’è la nostalgia come alibi per non affrontare la realtà e rifugiarsi nel passato, nel già vissuto. C’è la nostalgia come prigionia che inibisce il rapporto con la vita reale e la con il futuro. C’è la nostalgia come velleità di restaurare pezzi di passato o fingere che il tempo non sia trascorso.
Ma c’è pure la nostalgia che non nega la realtà, non rifiuta il presente e tantomeno il futuro – c’è pure la nostalgia dell’avvenire – e non oppone il mito alla realtà, ma vive il mito sapendolo distante dall’odierno fluire dei giorni. Quella nostalgia è un’apertura dell’anima agli incanti del passato, è una fedeltà intelligente ai nostri mondi perduti, è una carezza tenera e struggente a quel che ci è caro, tra affetti, cose, paesaggi che durano oltre la loro scomparsa. E in questa chiave la nostalgia si fa gravida e feconda di pensieri, opere e visioni, genera poesia e narrazioni. La poesia nasce da una nostalgia preventiva: mentre vivi un’esperienza, un incontro, una presenza, prefiguri il suo svanire, avverti il presagio della sua assenza. E da quel sentimento di perdita sorge la poesia, che è il tentativo di eternizzare o far tesoro di quel momento, quel luogo, e portarlo in salvo nell’altrove della poesia, oltre il tempo e lo spazio. La poesia salva i volti, le anime, i mondi dalla rovina e li custodisce nella teca della nostalgia. E poi la musica, e il cinema, e l’arte, coltivano la nostalgia, e attraverso di lei toccano la grazia dei momenti indimenticabili.
Nella nostalgia non fingi che quel mondo sia ancora vivo e reale, cogli tutto lo scarto tra il passato e il presente; quel che è vivo del passato è semmai la tradizione, che si trasmette e si tramanda. Ma la nostalgia sa di abitare un mondo che non c’è più e non pretende di ripristinarlo, non è preda del revanscismo e nemmeno dello spiritismo. Il fascino della nostalgia è lì: evoca un evento o uno stato irripetibile. Non puoi rifarlo né puoi cancellarlo. Come i classici, le grandi imprese, gli affetti e gli amori perduti. Si addice alla distanza nello spazio o nel tempo; nostalgia del primo tipo fu quella di Ulisse nel suo percorso a ritroso verso la sua Itaca; nostalgia del secondo tipo fu quella di Proust alla ricerca del tempo perduto. Nel nostro tempo, le distanze si accorciano e sono possibili i ritorni; mentre restano irraggiungibili i mondi perduti del passato, e dunque la nostalgia si addice più all’infanzia, alla giovinezza ormai lontana, piuttosto che alla casa remota, alla patria lontana. La nostalgia è quel dolce dolore che pervade l’anima e la mente per una lontananza che sentiamo vicina e per un’assenza che avvertiamo presente.

MV

Guardando le stelle…

Guardando le stelle.

Sdraiata sull’erba fresca, cala la notte,
i miei occhi vanno al cielo subito
come attratti da una calamita.
All’improvviso una luce attraversa il cielo
inizia un dialogo
là un luccichio
là uno sfavillare
e di rimando un baluginio
la luna e le stelle chiacchierano.
E se chiudo gli occhi mi pare
persino, anche se sommessamente ,
si, credo proprio di potere ascoltare
il finale di un coro come
se le stelle avessero dato l’ultimo
tocco d’archetto.
Provo ad immaginare allora che cosa possano pensare le stelle di me che le sto guardando mentre loro guardano me e non mi parlano, ma io so che in questo mondo che gira velocemente il loro spettacolo mi regala una dolcissima serenità, sorrido appagata da tanto incanto, mentre il sipario si apre su un nuovo gioco di luci, e la notte è ancora lunga…

 

guardando stelle1

Un pomeriggio di vento…

 

un pomeriggio di vento

 

Un pomeriggio di vento
che tutto arruffa: i capelli come l’anima e i pensieri.
Intrigo, nodi, diritto e rovescio ma non ne esce un maglione,biancheria sbattuta, un fischio confuso, una porta che sbatte, un’altra ribatte, si piegano i rami a spazzare il vialetto, corron le nuvole
e gonfiano il petto, non battono gli uccelli le ali, volan sul vento su, sempre più su, dove si perdono i sogni e gli aquiloni.