Le 7 regole di Albert Einstein per affrontare il caos quotidiano: come gestire lo stress e non esaurire le energie.

Regole di Einstein per la vita: scegliere priorità, coltivare passioni, smontare problemi, difendere il pensiero critico e frenare l’indignazione

Mettere a fuoco ciò che conta (e lasciare andare il resto)
Curiosità, passioni e problemi “da smontare”
Seguire ciò che affascina e non farsi travolgere dalla politica
Pensiero critico e diritto alla conoscenza

Mettere a fuoco ciò che conta (e lasciare andare il resto)
Einstein insisteva su un punto: l’energia mentale è limitata. Usarla per tutto significa sprecarla. Nella vita quotidiana questo vuol dire imparare a selezionare:

Impegni davvero importanti
attività che portano valore (studio, affetti, salute)
cose che si possono tranquillamente lasciare andare
Concentrarsi su poche priorità rende più lucidi e presenti. Aiuta a dire qualche “no” in più e a non riempire le giornate solo per abitudine.

Curiosità, passioni e problemi “da smontare”
Einstein amava attività in cui non era un campione, ma che gli facevano stare bene. Il messaggio è semplice: non serve essere perfetti per meritarsi uno spazio per le proprie passioni.

Dedicarsi a qualcosa che diverte davvero:
abbassa la tensione
riattiva la creatività
offre una pausa reale dalla pressione quotidiana
Allo stesso tempo, di fronte alle difficoltà, proponeva un cambio di sguardo. Un problema non è una condanna, ma qualcosa da analizzare pezzo per pezzo, come se fosse un meccanismo da smontare.

Questo approccio riduce la sensazione di blocco,
spinge a cercare soluzioni alternative,
aiuta a non farsi guidare solo dalla paura.

Seguire ciò che affascina e non farsi travolgere dalla politica.
Per Einstein il percorso contava quanto il risultato. Inseguiva domande enormi anche sapendo che forse non avrebbe trovato tutte le risposte. È un invito a dare spazio a ciò che accende davvero la curiosità, anche se è difficile o non garantisce un successo immediato.

Quando si segue un interesse autentico:
imparare diventa più naturale
la fatica pesa meno
si scoprono lati nuovi di sé

Sul fronte dell’attualità, Einstein metteva in guardia da un rischio: lasciare che la politica diventi una fonte costante di rabbia. Informarsi è fondamentale, ma vivere in uno stato di indignazione continua logora e non rende più lucidi.

Mantenere calma e distanza critica permette di:
capire meglio ciò che succede
usare le proprie idee in modo costruttivo
non farsi manipolare da slogan e conflitti inutili

Pensiero critico e diritto alla conoscenza
Einstein criticava apertamente l’obbedienza cieca. Considerava pericoloso seguire l’autorità o la maggioranza senza porsi domande. Nell’epoca delle fake news, il suo messaggio è ancora più attuale. Difendere il pensiero critico significa:

verificare le informazioni
non condividere tutto a impulso
accettare un po’ di dubbio invece di risposte facili

Un’altra idea centrale riguarda l’accesso al sapere. Per Einstein, conoscenza e istruzione non sono un lusso per pochi, ma elementi che dovrebbero essere accessibili a tutti.

Questo principio oggi parla di:

scuola e università come strumenti di uguaglianza
cultura condivisa come base per una società più giusta
responsabilità di non tenere il sapere “chiuso”, ma di diffonderlo.

Le sette lezioni di Einstein, messe insieme, non sono un manuale complicato. Invitano a scegliere le proprie priorità, coltivare passioni, affrontare i problemi in modo attivo e seguire ciò che affascina .Suggeriscono inoltre di non farsi consumare dalla politica, di pensare con la propria testa e di credere nel valore della conoscenza per tutti. Piccoli aggiustamenti quotidiani che, sommati, possono cambiare davvero il modo in cui si vive ogni giorno.

da_Studenti.it

Quel pomeriggio di fine Ramadan.

Nella mia vita ci sono molte lingue.
La mia lingua madre, l’italiano. Trascurata e data per scontata come tutte le madri, e che per questo spesso uso con frettolosità.
Il piemontese delle Langhe, lingua nonna di cui comprendo ogni sfumatura, ma che non ho mai osato parlare.
L’inglese, lingua del lavoro che ormai è una seconda pelle, piena di nei, bitorzoli, rughe e imperfezioni anche più della prima.
L’arabo classico con cui ho battagliato per anni sulle pagine dei libri di grammatica, fino a dichiarare la resa.
Il persiano, vecchio amore doloroso che in questi giorni di guerra, per quanto ormai mi suoni remoto e incomprensibile, ha ripreso a far male.

Il derdja, lingua che soffre di un ingiusto sottoinquadramento tra i dialetti, e con cui le mie orecchie hanno ormai un’affinità dettata dall’affetto.
E infine il francese, lingua delle dichiarazioni d’amore e dei discorsi di famiglia, di questa famiglia in cui sono entrata sposandomi.

Manca poco alla fine del ramadan, e mia suocera frigge i makrout, piccoli rombi di semola, zucchero e burro farciti di pasta di datteri, che vengono dorati nell’olio bollente e poi tuffati in uno sciroppo a base di miele e acqua di fiori d’arancio. Nei giorni dell’Eid, questi dolcetti partiranno verso altre case da cui ne arriveranno di nuovi e diversi, finché il tavolino da caffè del salotto sarà più ricco e variegato del bancone di una pasticceria.

Nel frattempo, io spilucco il fliou. Mia suocera sa che lo stufato di patate che si cucina con questa menta è uno dei miei piatti preferiti, e non manca mai di prepararmelo. In cambio, io mi occupo di staccare le foglioline dal lungo stelo, un lavoro minuzioso per cui occorre pazienza. E mia suocera, dopo quasi un mese di digiuno diurno, la pazienza l’ha decisamente esaurita. Il profumo della menta mi fa sorridere. Da noi il fliou non c’è, ed è un vero peccato. Quando non sono qui, ne ho così tanta nostalgia da aver chiamato con il suo nome uno dei miei due gatti. Appena l’ho visto, nel gattile, mi è parso tenero e giulivo proprio come questa pianta.

Mia suocera ha le palpebre pesanti per la mancanza del caffè, e il nervoso facile per quella delle sigarette. Io invece sono fresca del mio espresso pomeridiano e del litro d’acqua che ho bevuto davanti al PC mentre lavoravo, solo per avere la scusa per alzarmi ogni tanto e passare dieci minuti in bagno a guardare il cellulare. Nessuna di noi due è una donna di casa.

Mia suocera è un medico giramondo ex campionessa di atletica. Io, assai più modestamente, sono laureata in lingue e ho scritto un romanzo. Eppure passiamo la gran parte del nostro tempo insieme in questa cucina, a preparare le ricette lunghe e piene di passaggi della tradizione algerina. Ricette pensate per essere cucinate da molte mani, ognuna impegnata in qualcosa, e accompagnate da migliaia, milioni di parole.

Si parla di tante cose nelle cucine di questo paese. In tutte le cucine del mondo, per la verità. Nei romanzi e nei film i segreti sono sempre sussurrati in camera da letto, o in lunghi corridoi in penombra dal pavimento scricchiolante. Un immaginario zampillato direttamente dalle abitudini di vita della borghesia europea dell’Ottocento, che il cibo lo riceveva già pronto dalle mani della servitù. Ma nelle cucine se ne dicono molti di più. E si ride anche. Si ride di tutto, incluse le proprie sbadataggini. Come ora che nel lavare il fliou senza accorgermene mi sono inzuppata la maglietta.

Mi chiedo se qualcuno abbia mai parlato di colonialismo emotivo. Perché a volte mi pare di esserlo, una colonialista emotiva. Ogni manciata di mesi arrivo qui e mi prendo l’amore di questa donna, che mi prepara le patate con la menta come se fossi una sua figlia ancora bambina.

Esco sul terrazzo e guardo il cielo blu pavone, così grande e impregnato di colore che ormai sono convinta che la pallida volta sotto cui sono cresciuta non ne sia che un’imitazione sbiadita e fasulla.

Che il cielo vero sia quello che ho davanti ai miei occhi, che si spalma senza riserve sul soffitto di questo continente che è poi la terra originaria di tutti noi. Mi siedo al sole e lascio che la maglietta si asciughi.

Valentina Fornelli è in libreria con «La costellazione del pesce» (Solferino)

      Illustrazione Alice Micol

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Alla vita (1948) di Nazim Hikmet: la poesia che svela quanto sia importante vivere.

Alla vita di Nazim Hikmet è una poesia che mette al centro il vero valore del vivere, la consapevolezza che esistere è qualcosa da prendere sul serio, qualcosa che non può essere banalizzato né, peggio ancora, sprecato.

Il poeta condivide un pensiero profondissimo: vivere è la cosa più importante che ci sia, a qualsiasi età. Non bisogna farsi illusioni né aggrapparsi a false speranze. La vita non è altrove, non è rimandata, non è qualcosa che arriverà dopo. È quella che si affronta ogni giorno, dentro la realtà concreta delle cose.
Ed è proprio per questo che diventa essenziale: perché non c’è nulla di più significativo di ciò che viviamo, giorno dopo giorno.

I versi del poeta turco acquistano un significato ancora più profondo se si considera il contesto in cui nascono. Nel 1948 Hikmet è rinchiuso nel carcere di Bursa, in Anatolia: sono passati dieci anni dal suo arresto, avvenuto nel 1938, quando fu accusato di attività sovversive dal regime turco successivo alla morte di Mustafa Kemal Atatürk.
È proprio in questa condizione di privazione che la sua riflessione sulla vita si fa ancora più radicale: comprendere il valore del vivere non quando tutto è pieno, ma quando tutto sembra mancare.

Leggiamo la poesia

Alla vita di Nazim Hikmet

 
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro il muro, ad esempio, le mani legate
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli altri uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più povero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Il valore assoluto del vivere
Alla vita è una poesia di Nazim Hikmet che ruota attorno a un messaggio tanto semplice quanto radicale: vivere è un atto serio, essenziale, non rimandabile. Hikmet costruisce un vero e proprio manifesto esistenziale in cui la vita non è mai data per scontata, ma continuamente scelta, riconosciuta e difesa. Al centro della poesia emerge con forza la centralità del presente. Non esiste un “dopo” a cui delegare il senso dell’esistenza: tutto si gioca nell’esperienza concreta del vivere quotidiano. In questo senso, Hikmet invita a liberarsi da ogni illusione, a non aspettarsi nulla né dall’esterno né da un ipotetico aldilà. La vita basta a se stessa e trova significato proprio nel suo essere vissuta. Ma vivere, per il poeta, non è solo un fatto individuale. È anche una responsabilità verso gli altri, una tensione etica che può arrivare fino al sacrificio. L’esistenza acquista valore quando esce da sé e si apre all’umanità, anche a quella che non conosciamo. Ed è proprio nella consapevolezza della fragilità della vita, nella sua natura limitata, “povera”, che si nasconde la sua straordinaria bellezza. Infine, la poesia si apre a una dimensione ancora più profonda: quella della continuità. Anche di fronte alla morte, l’uomo è chiamato a scegliere la vita, a restare dentro il suo flusso, a credere nel suo valore. È una tensione che non nega il limite, ma lo attraversa, trasformandolo in consapevolezza.

La vita come compito assoluto e non delegabile
L’incipit della poesia di Nazim Hikmet è di una chiarezza quasi imperativa:

La vita non è uno scherzo.

Hikmet apre il testo con una formula che ha il tono di un ammonimento, ma anche di una rivelazione. Non c’è nulla di decorativo in questa affermazione: il poeta non sta semplicemente invitando alla serietà, ma sta ridefinendo il rapporto stesso tra l’uomo e la sua esistenza. La vita, per Hikmet, non può essere trattata come qualcosa di secondario, accessorio o sostituibile. Non è un intervallo, non è una prova in vista di altro, non è un passaggio verso una dimensione ulteriore. È il luogo concreto e irripetibile in cui tutto accade. Per questo il vivere diventa un compito assoluto, qualcosa che richiede presenza, lucidità, adesione. La forza di questi versi sta nel rifiuto di ogni superficialità. Hikmet sembra opporsi a tutte le forme di alienazione che svuotano la vita del suo peso: la distrazione, l’attesa, la delega, l’idea che il senso possa trovarsi altrove. La serietà che il poeta invoca non è rigidità morale, ma intensità di coscienza. Prendere la vita sul serio significa riconoscere che non possediamo altro di più vero del tempo che ci è dato.

Il rifiuto delle illusioni e la centralità radicale del presente
Uno dei nuclei più forti della poesia è il rifiuto di ogni compensazione esterna. Hikmet scrive che non bisogna aspettarsi nulla “dal di fuori o nell’aldilà”, e in questa espressione è racchiusa una visione del mondo di straordinaria nettezza. Il poeta sottrae al lettore ogni possibile via di fuga: non c’è un altrove che possa riscattare ciò che non si vive qui, non c’è una promessa futura a cui affidare ciò che il presente non sa contenere.  La vita, allora, non si giustifica con qualcosa che viene dopo. Si giustifica da sé. Questo è forse uno degli aspetti più moderni e più sconvolgenti della poesia. Hikmet non propone una fede consolatoria, ma una fedeltà al reale. Chiede di stare dentro la vita per quello che è, senza alleggerirla con illusioni e senza impoverirla con false speranze  .In questa prospettiva, il presente diventa la sola dimensione autentica del vivere. Non come spazio minimo e contingente, ma come luogo in cui si concentra tutta la densità dell’esistenza. La poesia non invita a vivere nell’immediatezza superficiale, ma nella pienezza del qui e ora. Non perché il futuro non esista, ma perché il senso della vita non può mai essere rimandato completamente al futuro senza perdere verità. È in questo passaggio che il contesto carcerario si fa decisivo. Un uomo a cui è stato sottratto il movimento, il tempo aperto, la libertà del domani, arriva a dire che il vivere non può dipendere da ciò che manca. La vita conserva il suo valore anche quando è ridotta all’essenziale. Anzi, forse proprio allora lo rivela con più forza.

La serietà del vivere come scelta etica
La poesia di Hikmet non si limita però a una meditazione individuale sull’esistenza. A un certo punto, il discorso si apre e si fa etico. Prendere la vita sul serio non significa soltanto riconoscerne il valore per sé, ma essere capaci di collocarla in una relazione con gli altri. È qui che entrano in scena le immagini più drammatiche del testo: il muro, le mani legate, il laboratorio, il camice bianco. Non sono semplici dettagli realistici, ma figure che alludono a due possibili forme del sacrificio umano: quella politica e quella scientifica, quella della repressione e quella della dedizione alla collettività. Hikmet sta dicendo che la vita va presa sul serio fino al punto da poterla offrire per qualcosa che la supera. Ma questo passaggio va letto con attenzione. Non c’è in lui culto della morte, né esaltazione retorica del martirio. Al contrario, il sacrificio acquista senso proprio perché la vita è il bene più prezioso. Solo ciò che ha valore può essere donato veramente. La possibilità di morire “affinché vivano gli altri uomini” non svaluta la vita individuale, ma ne mostra la dignità più alta: la capacità di partecipare a un orizzonte umano più ampio del proprio destino personale. Questa apertura verso gli altri è profondamente coerente con la vicenda di Hikmet. Scrivendo dal carcere, il poeta non si chiude nella sua sofferenza privata, ma continua a pensarsi in rapporto all’umanità. Il suo io non si restringe, si allarga. E questo rende la poesia ancora più intensa: il vivere non è serio soltanto perché è fragile, ma perché è sempre già legato alla vita degli altri.

La contraddizione che contiene tutta l’esistenza
Uno dei versi più alti della poesia è senza dubbio quello in cui Hikmet afferma “che nulla è più bello, più povero della vita”. È un’espressione apparentemente contraddittoria, ma proprio per questo capace di contenere il nucleo più profondo del testo. La vita è bella perché è l’unico luogo dell’esperienza, del desiderio, dell’amore, della presenza. Ma è anche povera perché è esposta al limite, alla perdita, al dolore, alla morte. Hikmet non separa queste due dimensioni: non idealizza la vita rendendola pura bellezza, né la riduce a pura miseria. La pensa nella sua doppiezza essenziale. La sua povertà non ne annulla la grandezza, così come la sua bellezza non ne cancella la fragilità. È proprio questa unione di splendore e precarietà a fondare il valore della vita. Se fosse infinita, disponibile, inesauribile, non avrebbe lo stesso peso. Conta perché finisce. Conta perché può essere ferita. Conta perché non si può sostituire. In questo senso, la poesia di Hikmet è profondamente anti-retorica. Non ci invita ad amare la vita perché è facile, armoniosa o rassicurante. Ci invita a riconoscerla come preziosa proprio nel suo essere vulnerabile. Ed è questa consapevolezza che rende il testo così forte: non si fonda sull’ottimismo, ma su una lucidità che non rinuncia, nonostante tutto, ad affermare il valore dell’esistenza.

La vecchiaia e gli ulivi: vivere oltre la logica dell’utile
Nell’ultima parte della poesia, il discorso si sposta su un piano ancora più meditativo. L’immagine di chi, a settant’anni, pianta degli ulivi è una delle più celebri di Hikmet, ma anche una delle più profonde. Non va letta come un semplice simbolo di speranza, né come una scena idillica. In realtà, racchiude una precisa idea del vivere. Piantare ulivi a settant’anni significa compiere un gesto che eccede la logica dell’utile. Chi pianta un albero destinato a crescere lentamente sa che forse non ne vedrà mai pienamente i frutti. Eppure lo fa. Questo gesto non risponde al calcolo, né al possesso, né all’interesse individuale. Non si pianta “per i figli”, dice il poeta, cioè non si vive soltanto in funzione di una trasmissione patrimoniale o biologica. Si pianta perché si continua a scegliere la vita. La grandezza di questa immagine sta nel fatto che la vecchiaia non viene presentata come un tempo di congedo passivo, ma come uno spazio ancora pieno di adesione all’esistenza. Hikmet non oppone la vita alla morte in modo ingenuo. Dice anzi con estrema lucidità che la morte fa paura. Ma proprio dentro questa paura, e non fuori da essa, l’uomo può continuare a dare più peso alla vita.  Questo passaggio è decisivo. La poesia non ci chiede di ignorare il limite, ma di non lasciare che il limite diventi il criterio unico con cui leggere l’esistenza. Piantare ulivi significa affermare che la vita ha senso anche quando non coincide più con la prospettiva del possesso o della durata personale. È un gesto di fedeltà al mondo, alla continuità del vivente, alla possibilità che qualcosa prosegua oltre di noi senza che questo renda meno intenso il nostro esserci.La poesia scritta dal carcere: quando la privazione illumina il valore della vita Alla luce del contesto biografico, Alla vita acquista una profondità ulteriore. Hikmet scrive questi versi mentre è imprigionato, separato dalla libertà, dal movimento, dalla possibilità di scegliere il proprio spazio. Eppure la poesia non è dominata dal lamento. Questo è forse il suo aspetto più straordinario.  Il carcere non cancella il valore della vita, ma lo rende più visibile. Privato di ciò che normalmente accompagna l’esistenza, Hikmet arriva a una forma di essenzialità estrema. La vita non coincide più con l’espansione delle possibilità, ma con la coscienza del suo peso intrinseco. È come se la sottrazione materiale producesse un guadagno di verità  ,Per questo il testo non va letto soltanto come una poesia sulla speranza, e neppure solo come una risposta morale alla repressione politica. È qualcosa di ancora più radicale: una riflessione su quanto la vita possa diventare luminosa proprio quando viene minacciata, ristretta, impoverita. Hikmet non celebra la sofferenza, ma mostra che perfino in una condizione di privazione si può giungere a vedere con più precisione quanto vivere sia importante. In questo senso, la sua voce acquista un’autorevolezza particolare. Non parla da una condizione di pienezza, ma da un’esperienza di mancanza. E proprio per questo ciò che dice non appare teorico, ma conquistato. La sua consapevolezza non è una formula, è un’esperienza pensata fino in fondo.

Vivere come atto di coscienza
Alla fine, Alla vita lascia al lettore un messaggio che va oltre il tempo storico e oltre la biografia del poeta. Hikmet ci dice che vivere è molto più che esistere biologicamente. È assumere la propria presenza nel mondo come qualcosa di serio, fragile e prezioso. È non disperdere il proprio tempo in illusioni, non trattare la vita come un fatto ovvio, non smettere di riconoscerne il peso anche quando sembra ridursi  .La sua poesia ci ricorda che il valore della vita non dipende dalla sua facilità, né dalla sua sicurezza. Dipende dalla capacità di prenderne coscienza. E questa coscienza, in Nazim Hikmet, non produce chiusura o paura, ma apertura, responsabilità, adesione più intensa all’esistenza. È forse per questo che Alla vita continua a parlare con tanta forza ai lettori contemporanei. Perché in un mondo in cui spesso si vive distrattamente, consumando giorni senza abitarli davvero, questi versi ci riportano all’essenziale. Ci ricordano che la vita pesa di più sulla bilancia quando smettiamo di darla per scontata.

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Umberto Galimberti: “Educare alla felicità è saper dire NO quando tutti dicono sì”. I genitori vogliono essere amici dei figli, ma così si smette di educare.

Galimberti: “Educare alla felicità è saper dire NO quando tutti dicono sì”. I genitori vogliono essere amici dei figli, ma così si smette di educare

Galimberti riflette sul rapporto tra genitori e figli: troppa accondiscendenza, pochi limiti e il rischio di smettere di educare davvero…   “Abbiamo smesso di dire NO”. È da qui che parte la riflessione di Umberto Galimberti sul rapporto tra genitori e figli, sempre più segnato dal bisogno di essere accettati piuttosto che di educare. Un cambiamento profondo che, secondo il filosofo, rischia di lasciare i giovani senza limiti e senza strumenti per affrontare la realtà.  Con il passare del tempo, infatti, i genitori, pur di essere accettati dai propri figli, si sono trasformati in educatori accondiscendenti e servizievoli, incapaci di modulare correttamente la propria autorevolezza, così pensando erroneamente di poter colmare quel senso di vuoto generato dalla loro assenza.

Assistiamo ad un vero e proprio capovolgimento di principi e valori e nell’era della tecnica l’efficienza e la produttività diventano finalità da perseguire senza mai volgere lo sguardo indietro, così da massimizzare il risultato con il minimo sforzo.  Ecco allora che il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti pone l’accento sul rapporto intercorrente tra genitori e figli, esprimendo il suo pensiero in merito in tal modo:

“Ma come è successo tutto questo? Abbiamo smesso di dire NO! Le cose oggi stanno così: i genitori non vogliono più fare i genitori! Vogliono essere amici dei loro figli. Se dici no, traumatizzi. Se imponi un limite, sei autoritario. Se chiedi rispetto, sei rigido. E allora si arretra, si negozia tutto, si evita lo scontro. E intanto i figli crescono senza confini, senza strumenti per reggere un NO quando arriva davvero. E mentre la famiglia arretra, qualcun altro prende spazio. I social. Sempre accesi e sempre presenti. Sempre lì a dire: reagisci, esagera, fatti vedere. Un flusso continuo che premia l’eccesso, la reazione, l’umiliazione. Dove chi urla vince. Dove l’altro non è una persona ma un contenuto. Un bersaglio”.

I genitori, pertanto, disorientati ed incapaci di esercitare adeguatamente la propria funzione pedagogica, arretrano, diventando amici dei loro figli, smettendo di educare: d’altronde chi esige rispetto potrebbe apparire rigido, autoritario, e così si preferisce negoziare, scendere a compromesso, evitando lo scontro ma al contempo crescendo figli viziati, senza limiti, privi di strumenti per far fronte ai ‘no’ che la vita porrà loro dinanzi.

“La verità è che stiamo smettendo di educare. Educare non è proteggere da tutto. È insegnare il limite, la responsabilità; è insegnare che l’altro esiste. E che non tutto è permesso. È saper dire NO quando tutti dicono sì”, queste le parole utilizzate da Umberto Galimberti per culminare la sua disamina ed offrire ottimi spunti di riflessione. D’altronde i genitori, iperprotettivi ed eccessivamente presenti, hanno deresponsabilizzato i propri figli che, incapaci di costruire la propria identità, vivono un’afasia del cuore e della mente, non avendo contezza della risonanza emotiva dei propri comportamenti. Non dimentichiamo, infatti, che educare significa istruire, formare, allevare, guidare, e non assecondare o accondiscendere: ogni genitore, in qualità di educatore, deve ristabilire il giusto equilibrio, imparando a dire i ‘no’ che aiutano a crescere e smettendo di compiacere a tutti i costi i propri figli.

La redazione __di__ascuolaoggi.net

Pasqua è il momento giusto per la tornanza…

 

 

Dove stiamo andando? Sempre verso casa, risponde Enrico di Ofterdingen, nell’opera a lui dedicata dal poeta Novalis. Ogni viaggio e ogni passaggio è sempre ispirato dal desiderio di tornare, anche quando andiamo a cercare una vita diversa. Oggi è Pasqua, che è giorno del Passaggio e della Vita che risorge, una festa religiosa ricca di tornanti, naturali e soprannaturali, stradali ed esistenziali. E io vorrei parlarvi della tornanza. Personale, sociale e spirituale. Parto da un fatto personale, irrilevante per voi, ma per me importante: dopo aver predicato per una vita e poi scritto Ritorno a sud, con questa Pasqua sono tornato davvero a sud, ho deciso, di risorgere, nel mio piccolo, nel mio paese natale. Ho preso casa a Bisceglie e ci torno dopo una vita passata altrove. Ma vi dirò poi alla fine perché, intanto vorrei dirvi della tornanza.

È un’espressione recente per indicare un moto antico, il ritorno a casa. Si oppone alla permanenza e all’erranza, cioè allo stare sempre nel posto in cui si nacque e nell’andare, partire, migrare. È la terza via, curva o a spirale. Se volete, si può definire pure remigrazione, per citare un libro famoso rilanciato da La Verità ma dedicato ai flussi migratori; la tornanza invece è un fenomeno nostrano. Viene usata di solito per indicare il ritorno a sud, e c’è un movimento e un progetto, di Antonio Prota e Flavio Albano, che sfida lo spopolamento del Sud Italia e vuol far rivivere i borghi italiani; ci sono libri, podcast, c’è un festival, un hub e un’academy a supporto e poi, a sé, c’è l’opera e la missione del poeta Franco Arminio tra Alliano e le contrade del sud.

Ma la tornanza, in realtà, può essere declinata in tre modi diversi. Si può riferire sia al sud che alla provincia – del nord, del centro, del sud d’Italia – e può infine riferirsi anche al rimpatrio, ovvero al ritorno in Italia di giovani, soprattutto cervelli, partiti all’estero dove si sono definitivamente formati e affermati e poi sono presi da quella fertile, operosa nostalgia che li riconduce a percorrere la curva a gomito della vita ed essere tornanti. A tal proposito vorrei citarvi l’opera benemerita di un ematologo dell’Istituto oncologico di Bari, Attilio Guarini. Lo definiscono, ma con positiva ironia, “ladro di medici” perché va a “rubare” medici, biologi e ricercatori dal nord e da altre mete, dalla Cina agli Usa, dalla Spagna all’Inghilterra, e li riporta a Bari. Ma non per riprendere a fare, come si dice da noi, gli “stangachiazze”, ovvero coloro che stanno tutto il santo giorno in piazza; ma per proseguire la loro ricerca ad alto livello in Puglia. Lavorano sull’Intelligenza Artificiale e in genere sulle nuove tecnologie, sulla biologia molecolare, lo studio dei linfomi, dei mielomi. Guarini era partito da un piccolo nucleo di tre ematologi, ora si sono decuplicati e sono d’esempio per altri casi, paralleli o convergenti. Sulla scia della tornanza, è nato uno smart working particolare, con un progetto di telemedicina, il cosiddetto ospedale diffuso, grazie all’ingegner Alessandro Zaccaria e ad altri suoi collaboratori. Ma torniamo al nostro tema pasquale, la tornanza.

Certo, sarebbe bello che vi fosse un efficace programma governativo, sia a livello nazionale che regionale, in grado di incentivare, agevolare e generare le precondizioni favorevoli per un ritorno in patria, o un ritorno a sud, o in provincia – al centro, a settentrione e nel meridione – che è sempre stata la miniera di umanità del nostro Paese. Un progetto rivolto in primis alle intelligenze in fuga e ai più intraprendenti spiriti imprenditoriali. Il sud, la provincia e infine l’Italia rischiano di morire dissanguati da questa emorragia permanente, tante famiglie rischiano di estinguersi in loco.

Ma resta da capire una cosa: c’è davvero questo desiderio di tornare o è solo una posa letteraria o una vaga aspirazione dei superstiti in loco? Si, c’è. Non riguarda tutti, forse non riguarda tanti, ma quel desiderio c’è, insistente, e c’è oggi più di ieri, e ,vorrei sporgermi a dire, meno di domani. Lo sento in giro, conosco vite tornanti o che aspirano a farlo. In molti si fanno due conti: perdono qualcosa nelle loro entrate nel loro rientro ma il costo della vita a casa è più basso, accettabile, e spesso c’è il supporto di una famiglia, di una rete sociale e parentale che ammortizza i costi e le difficoltà. Certo, parliamo di un fenomeno minoritario e non di massa. Ma sono i flussi minoritari a imprimere il segno a un’epoca. Noi, per esempio, diciamo di vivere in un’epoca di migrazioni, ed è vero, e non è la prima volta nella storia: ma non dimentichiamo che su questo pianeta i migranti sono milioni mentre i restanti sono miliardi (otto miliardi di umani abitano ora il nostro pianeta, chi si sposta è una enorme ma esigua minoranza). Ora, tra i restanti e i migranti dobbiamo prendere in considerazione i tornanti, o i “remigrati”, per citare il libro-proposta di Martin Sellner; i tornanti nostrani e i remigrati nelle loro terre d’origini. La storia non procede solo in una direzione, e non imbocca mai strade definitive, ma è varia, contraddittoria, fatta di flussi e riflussi, esodo e ritorno. Le vite, come certi amori, “fanno immensi giri e poi ritornano”.

La tornanza riguarda soprattutto i giovani che quando erano più giovani lasciarono i loro luoghi d’origine e ora potrebbero tornare. Ma può riguardare anche i vecchi, coloro che ormai sono in pensione o comunque hanno la possibilità di tornare. In questo caso, che mi riguarda più direttamente, si tratta di concepire l’esistenza come un cerchio: si tratta di chiudere il cerchio e far combaciare la fine con l’inizio. Ritrovare l’origine, nonostante le assenze che gremiscono i luoghi in cui si torna, le più care e più dolorose assenze. Ritrovare i fratelli, a volte i nipoti e i cugini, ritrovare gli amici, ritrovare i posti, l’aria, la luce, le pietre, il mare, la campagna, i frutti, la vita di un tempo, quella che resta quando tutto passa. E ritrovare gli avi, la città antica, le strade di una volta. Se è vero che da vecchi si torna bambini, voglio ritrovare quel seme d’infanzia che resta ancora vivo e custodito dentro di noi, al riparo del tempo e dei suoi affanni. Dopo aver scritto per una vita sulla nostalgia del ritorno, è tempo di tener fede alle parole, di rendere la vita la continuazione coerente della scrittura e del pensiero e di ritrovare la strada di casa. Non ritorni assoluti e definitivi, resta l’esistenza pendolare e viandante, ma se pure ET in un memorabile film indicava dalla terra col suo dito nostalgico “casa”, la via di casa, noi che non siamo marziani, ancor più sentiamo il conato del ritorno, la voglia di ricongiungerci con la terra madre, la città paterna e il mare-mater. E di compiere come scriveva Plotino, il filosofo del ritorno, il viaggio da casa a Casa. Come viatico della tornanza ecco la celebre poesia Itaca di Kavafis che sfiletto e cito a bocconi prelibati: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze(…) Sempre devi avere in mente Itaca –raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso”. Si è fatto tardi, è ora di rincasare.

 

Marcello Veneziani

Aprile di Anna Frank è una poesia che ci spinge a trovare la speranza anche nei momenti più bui della nostra vita.

 

Anna Frank è un angelo che ha saputo donare amore all’Umanità, che ha saputo rispondere alla barbarie con la delicatezza e il rispetto per la vita. Attraverso la sua poesia un’immagine di primavera si è trasformata in momento di gioia, di felicità.

In un mondo che oggi sta diventando sempre più compresso e insicuro, la voce di Anna Frank ci arriva come una lezione di pace interiore valida ancora oggi ;lei ci insegna che fermarsi, guardare in alto e ritrovare se stessi non è un lusso, ma una necessità per non smarrirsi. In mezzo al caos moderno, il suo invito a cercare il cielo è il primo passo per disconnettersi dall’ansia e tornare a respirare davvero.

Anna Frank con il suo Diario è riuscita a lasciare una traccia indelebile per le future generazioni di cosa significa la cattiveria, la persecuzione, la discriminazione. È riuscita a dare testimonianza di come si vive la fuga, la paura, la sottomissione. Dovremmo farne tutti tesoro.

Aprile fu scritta nel 1943 in un momento in cui le tenebre imperversavano in ogni parte del Pianeta. La quattordicenne Annalies Marie Frank meditò questi versi mentre era rinchiusa nel suo nascondiglio di Amsterdam. Dalla fessura di un abbaino, Anna fissava un grande ippocastano che stava germogliando nel cortile: quel pezzetto di natura era il suo unico contatto con un mondo che le era stato proibito. Quella piccola soffitta era l’unico rifugio contro la deportazione, ma è lì che ha saputo celebrare un inno alla libertà interiore. È in quei pochi metri quadri ha saputo celebrare un inno alla speranza e all’essere felici sempre. Ha saputo condividere un immenso pensiero che tutti dovremmo scolpire nella nostra mente e nel nostro cuore.
Aprile

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.

Non le case o i tetti, ma il cielo.

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

Anna Frank

Quando tutto appare buio, il giusto sguardo trova la luce
Aprile la poesia di Anna Frank nasce dentro uno spazio chiuso, ma non è una poesia sulla chiusura. È un testo sull’apertura possibile, anche quando tutto sembra negarla.
Dentro questi versi si muove una tensione fortissima tra ciò che limita e ciò che libera. Da una parte la soffitta, che non è solo un luogo fisico ma la condizione di una vita sospesa, costretta, minacciata. Dall’altra il cielo, che diventa immediatamente qualcosa di più di uno spazio naturale: è una dimensione interiore, una possibilità di respiro.

Il cuore della poesia non è la fuga, ma lo sguardo. Non il cambiamento della realtà, ma il modo in cui la si attraversa. Ed è proprio per questo che il messaggio di Anna Frank arriva fino a noi con una forza intatta. Perché parla a tutte quelle situazioni in cui la vita si restringe. Non solo nelle condizioni estreme che lei ha vissuto, ma anche nelle forme più silenziose e quotidiane di smarrimento, di fatica, di perdita di senso.

Quando la scrittura di un semplice diario diventa testimonianza
Per comprendere fino in fondo la forza di questi versi, è necessario collocarli dentro il tempo in cui sono nati.
Il Diario di Anna Frank viene scritto in un arco temporale preciso, che va dal 12 giugno 1942 al 1º agosto 1944. Non è un racconto costruito a posteriori, ma una scrittura che cresce giorno dopo giorno dentro l’esperienza.
Anna riceve il diario il giorno del suo tredicesimo compleanno. All’inizio è ancora una ragazza che vive una vita apparentemente normale ad Amsterdam. Poche settimane dopo, il 6 luglio 1942, tutto cambia. La famiglia è costretta a nascondersi nell’alloggio segreto al numero 263 di Prinsengracht. È lì, in quello spazio ristretto, che prende forma la maggior parte delle pagine che conosciamo. Da quel momento i versi scritti, in quella che poi è stata definita la casa di Anna Frank, sono diventati universali e senza tempo.
L’ultima annotazione è datata 1º agosto 1944, appena tre giorni prima dell’arresto da parte della Gestapo. In quella pagina, Anna riflette sulla sua doppia natura, su ciò che mostra agli altri e su ciò che custodisce dentro di sé. È una consapevolezza sorprendente, che mostra una maturità rara.
C’è poi un passaggio meno noto, ma decisivo. Nel marzo del 1944, Anna ascolta alla radio un appello del ministro dell’istruzione olandese in esilio, che invita a conservare diari e testimonianze della guerra. Da quel momento, il suo modo di scrivere cambia.
Anna non è più soltanto una ragazza che affida pensieri alla carta. Inizia a rileggere, correggere, riscrivere il suo diario con l’intenzione di pubblicarlo dopo la guerra, dandogli un titolo preciso: Het Achterhuis, l’alloggio segreto. In quel gesto si compie un passaggio fondamentale.
La sua scrittura diventa cosciente, assume una responsabilità più ampia. Non riguarda più soltanto sé stessa, ma ciò che sta accadendo al mondo.
Anna, nell’ultimo anno della sua vita, diventa una giovane autrice consapevole. Trasforma la sua esperienza individuale in una testimonianza collettiva. Ed è dentro questa consapevolezza che anche i versi di “Aprile” acquistano un significato ancora più profondo.

L’anatomia della felicità secondo Anna Frank
Leggere la poesia Aprile di Anna Frank non significa solo analizzare dei versi scritti ottant’anni fa, ma scoprire un vero e proprio manuale di resistenza emotiva. In un’epoca come la nostra, dove l’incertezza e il rumore digitale spesso ci tolgono il respiro, Anna ci indica una via d’uscita che non richiede passaporti, ma solo coraggio interiore.
La sua non è una felicità ingenua. È una conquista. Prima di arrivare a quella “purezza” di cui parla, Anna ci suggerisce un percorso preciso, quasi terapeutico, per ritrovare la luce anche quando ci sentiamo prigionieri delle nostre stesse paure.

La prima strofa della poesia ci immerge immediatamente nello spirito di resistenza interiore che la piccola Anna è riuscita a condividere con l’umanità intera.

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.

La poesia si apre con un invito che è già una presa di posizione. Anna Frank non impone, non spiega, non giudica. Dice “prova”. È una parola semplice, ma radicale. Perché riconosce che uscire dalla sofferenza non è automatico. Richiede un atto, anche minimo.

Quel “anche tu” crea una relazione immediata. Non c’è distanza tra chi scrive e chi legge. C’è una condivisione di esperienza. La solitudine, la tristezza, l’infelicità non sono concetti astratti, ma condizioni reali, vissute.
Eppure, proprio dentro queste condizioni, Anna introduce una possibilità.
“Guardare fuori dalla soffitta” è un gesto che va oltre il piano fisico. La soffitta diventa il simbolo di tutto ciò che ci chiude: pensieri che si ripetono, emozioni che ci immobilizzano, situazioni da cui sembra impossibile uscire.
Guardare fuori significa interrompere quel movimento interno che ci riporta sempre nello stesso punto. Non cambiare ciò che accade, ma spostarsi rispetto a ciò che accade.
C’è poi un dettaglio che rende questi versi ancora più veri: “quando il tempo è così bello” Anna Frank non costruisce un’illusione. Non dice che tutto è sempre bello. Dice che esistono momenti, anche dentro le giornate più difficili, in cui qualcosa si apre. Una luce. Un frammento. Una possibilità. Il punto è accorgersene.

Non le case o i tetti, ma il cielo.

Questo verso segna un passaggio decisivo. La piccola Anna introduce una distinzione che è allo stesso tempo concreta e simbolica. Le case e i tetti rappresentano il mondo costruito dall’uomo, ma anche i suoi limiti. Sono ciò che definisce lo spazio della vita quotidiana, ma anche ciò che può diventare una forma di chiusura.
Dentro quelle case lei è nascosta. Dentro quei tetti si consuma la minaccia. Il cielo, invece, è ciò che resta libero. Non può essere controllato, non può essere confinato. È uno spazio che sfugge alla violenza della storia.
Scegliere il cielo significa allora scegliere una direzione dello sguardo. Non negare ciò che esiste, ma non lasciarsi definire completamente da ciò che limita.
È un passaggio fondamentale anche per noi. Perché spesso ciò che ci blocca non è solo ciò che viviamo, ma il modo in cui continuiamo a guardarlo. Restiamo fermi sulle stesse immagini, sugli stessi pensieri, sugli stessi confini.

Anna Frank suggerisce una possibilità diversa. Bisogna spostare lo sguardo verso ciò che non è chiuso.

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

Qui la poesia raggiunge il suo punto più alto. Il problema non è la soffitta, ma la paura. Quel naturale timore di perdere la vita, di rimanere vittima della barbarie, che periodicamente caratterizza l’agire di parte dell’umanità.
La paura è ciò che chiude lo sguardo, che lo abbassa, che lo blocca. È ciò che trasforma anche ciò che è aperto in qualcosa di irraggiungibile.
Anna introduce una relazione profonda tra paura, purezza e felicità.
Essere “puri dentro” non significa essere innocenti o senza errori. Significa non lasciare che la paura trasformi la propria interiorità. Non permettere che il male subito diventi una chiusura definitiva. È una forma di resistenza profondissima.
E la felicità, in questo contesto, non è uno stato leggero o superficiale. È la conseguenza di uno sguardo che riesce ancora a restare aperto, nonostante tutto.

Il fatto che queste parole arrivino da una ragazza costretta a vivere nascosta per sfuggire alla deportazione durante la Shoah rende questo passaggio ancora più radicale. Non è una riflessione teorica. È una posizione esistenziale.

La libertà che nessuno può togliere
Aprile di Anna Frank è una poesia breve, ma racchiude una verità che riguarda il modo in cui attraversiamo la vita quando questa si fa difficile, incerta, a tratti incomprensibile.

Non sempre è possibile intervenire su ciò che accade. Ci sono momenti in cui gli eventi superano la nostra capacità di controllo, in cui la realtà impone limiti che non dipendono dalla volontà individuale. È proprio in queste condizioni che emerge un altro livello dell’esperienza umana, meno visibile ma decisivo.

Anna Frank, costretta in uno spazio ristretto e segnata da una condizione di pericolo costante, individua uno spazio che non coincide con il luogo fisico in cui si trova. È uno spazio interiore, legato allo sguardo, alla possibilità di mantenere un rapporto con la vita che non sia completamente determinato dalle circostanze.

Guardare il cielo, nei suoi versi, non è un gesto evasivo. È un modo per non ridurre l’esperienza umana a ciò che la limita. È una forma di continuità con qualcosa che resta, anche quando molto viene meno.

La libertà, in questo senso, assume una forma diversa da quella che siamo abituati a riconoscere. Non coincide con l’assenza di vincoli, ma con la possibilità di mantenere un orientamento, una direzione dello sguardo che non si chiude completamente su ciò che accade.

Anche la felicità, allora, si colloca su un piano meno immediato. Non appare come uno stato stabile o garantito, ma come una condizione che può emergere in modo intermittente, legata alla capacità di restare in relazione con ciò che continua a esistere, nonostante tutto.

In questo passaggio si comprende il valore più profondo della poesia. Non tanto nella promessa di un cambiamento, quanto nella possibilità di abitare diversamente ciò che non cambia.

La voce di Anna Frank continua a interrogare proprio questo punto. Invita a riconoscere che, anche quando lo spazio si restringe, resta una dimensione in cui è ancora possibile muoversi. È lì che si gioca una parte essenziale dell’esperienza umana.

Saro Trovato__da___Libreriamo.it

 

AnnaFrank

Meloni a fette oppure no?

 

 

Insomma, che succede al governo Meloni con la botta del referendum perduto? La spiegazione piatta e superficiale è che ha vinto l’Italia del no, che era poi non solo il no alla riforma ma soprattutto il no al governo Meloni. Ma è una spiegazione che non spiega nulla. Era scontato che l’Italia di opposizione, con poche defezioni, votasse compatta in quel modo, ma non era prevedibile che il No diventasse la maggioranza dei votanti: resta da spiegare perché un arcipelago di minoranze si trova poi maggioranza nelle urne; da dove proviene la differenza, lo scarto di due milioni di voti a vantaggio del no, quando si partiva da uno scarto equivalente a favore del governo Meloni? È lì che bisogna trovare la chiave.
A mio parere la principale spiegazione resta il mutato clima internazionale tra dazi, occupazioni, invasioni, guerre, distruzioni, minacce e gli effetti che ha generato nella gente tra riflessi e paure. Una guerra pericolosa e insensata che risponde al disegno egemonico di Israele nel Medio Oriente; il governo Meloni è stato assimilato per affinità politica al duo Trump-Netanyahu, scontando colpe altrui. Naturalmente la guerra per noi italiani non vuol dire solo paura del conflitto, mobilitazione in armi; vuol dire crisi energetica, ricaduta economica nella vita corrente.
Fino a ieri il quadro internazionale era il punto di maggior consenso per la Meloni: vederla considerata e rispettata nei consessi mondiali è stata la prima argomentazione di questi anni in suo favore. Quando chiedevi quale fosse il successo della Meloni ti rispondevano con quello che vedevano in tv: il suo protagonismo internazionale era visto come il segno di una mutata considerazione dell’Italia a livello mondiale. Ora, quello che è stato il punto di forza della Meloni, la politica estera, è diventato il suo punto debole: la Meloni doveva essere il ponte tra l’Unione europea e agli Stati Uniti, l’alleata preferita di Trump, ma tutto questo si è capovolto da quando l’aspirante Nobel della Pace ha preteso il Nobel della guerra. Così la Meloni è rimasta schiacciata tra la prepotenza dell’Alleato e l’impotenza dell’Unione Europea; e tra la situazione esplosiva del Medio Oriente e l’appiattimento europeo sull’Ucraina nella guerra unilaterale che abbiamo dichiarato alla Russia a nostro danno. Insomma la politica estera è diventata il tallone d’Achille della Meloni e la smentita nei fatti del sovranismo con cui si era presentata agli italiani. Bisogna pure aggiungere che il voto giovanile al referendum è stato molto condizionato dal quadro internazionale: il loro era un no alla guerra, a Trump, a Israele e al loro terminale italiano, oltre i ProPal o gli Antifa.
Ma torniamo alle cose di casa nostra. Dopo tre anni e mezzo di prudenza e piccoli passi, in cui il bene principale del governo era la sua stabilità duratura, l’unica cosa che veniva prospettata al paese era la riforma della giustizia, ossia il compimento di un progetto berlusconiano. Riforma condivisibile, intendiamoci, che non metteva a repentaglio la Costituzione, l’equilibrio tra i poteri, la democrazia: ma si possono concentrare gli sforzi su quella riforma rispetto a ogni altra priorità e riforma, mobilitare il paese su quel tema che veniva recepito come un regolamento di conti tra politica e magistratura? Qui permettetemi di dar voce a quel segmento critico di elettori della Meloni che dice: l’abbiamo votata per cambiare, dopo aver avuto un governo tecno-politico di coalizione generale; ma dopo tre anni e mezzo cosa è cambiato davvero per noi italiani, per noi cittadini, per noi contribuenti, per noi famiglie? Cosa è cambiato sul piano dei flussi migratori, della sicurezza, del declino culturale e sociale, dei “valori”, della salute, della vita pubblica, dei servizi e della pubblica amministrazione? quella fetta di elettorato risponde che non è cambiato niente o quasi e qualcuno aggiunge: di tracce della destra sociale e nazionale al governo neanche l’ombra. A loro io continuo a replicare che se l’avesse fatto, avrebbero fatto cadere il suo governo. Comunque non ci ha nemmeno provato, neppure in quegli ambiti meno condizionati dagli assetti sovranazionali. Poi, se si andasse a votare, di fronte all’alternativa della sinistra al governo, una parte degli scontenti ripiegherebbe comunque sul sostegno alla Meloni. Intendiamoci, questo ragionamento o questo malumore non riguarda l’intera platea degli elettori meloniani ma solo una porzione, pur consistente; però le elezioni si vincono se tieni unito il corpo sparso del tuo consenso, e invece si perdono se quel coagulo elettorale si sfilaccia. C’è chi obbietta: ma quel malcontento riguarda quel cinque, dieci per cento di destra, il voto alla Meloni è più ampio. Vero, ma se togli quel cinque, dieci per cento, la Meloni perde la sfida.
Insomma sul referendum ha influito il clima generale di sfiducia; la gente, o meglio una fetta non maggioritaria ma determinante del popolo italiano, non si fida di nessuno, e ha paura; e chi ha paura non vuole scossoni, diventa conservatore ma non nel senso dei valori. Questo è un paese di rivoluzionari a parole e immobilista nei fatti; la cosa più difficile da fare sono le riforme. La Meloni non ha perso la simpatia popolare che riscuote nel Paese, anche se si è appannato il suo appeal e si è incrinata quell’aura vincente. In ogni caso, l’insofferenza verso la Meloni non è paragonabile all’odio che si avvertiva in mezza Italia contro Berlusconi quando era al governo. La Meloni non suscita odio, e l’antipatia che riscuote in una parte del paese resta di tipo politico e ideologico, non è personale o umana.
Com’era prevedibile il superamento della sconfitta richiede riti sacrificali e si sono perciò trovati alcuni capri espiatori. Qui magari hanno ragione i critici e gli oppositori a osservare: c’è stato bisogno di una sconfitta per farli dimettere, non sarebbe stato più credibile farlo prima? Vero, ma in politica non conta ciò che è giusto o ciò che è bene ma conta il messaggio di forza o di debolezza che dai al Paese. Se mandi via dal governo i tuoi che sono stati attaccati dalla stampa e dall’opposizione dai un segno di debolezza. Se lo fai dopo una sconfitta, invece, può essere un rito sacrificale per riprendere vigore.
Resta ora da compiere una scelta di fondo per l’ultimo giro di boa prima del voto: tirare a campare, come un governo democristiano di piccolo cabotaggio, senza più osare riforme oppure tentare il colpo d’ala e di reni, coi rischi che comporta un’azione tardiva in una compagine ammaccata. Temo la sintesi al peggio: la parvenza di un drastico cambio di passo solo annunciato per continuare poi di fatto a galleggiare. E magari rinchiudersi in un bunker in cui ci si fida solo dei famigliari.
Però lasciateci tornare sul tema dell’inadeguatezza del ceto di governo; la sua sola giustificazione è che dall’altra parte non è meglio. Inadeguati sono in tanti, anche nel cerchio più ristretto e militante della Meloni, e lo vediamo ogni giorno. Ma questa è la realtà, ora non si può fare altrimenti. Vorreste per questo lasciare il campo a Schlein & C. o ai tecnici alla Draghi e Monti? No, per carità. E qui siamo punto e daccapo. Però lasciateci dire infine una cosa: chi, come noi, aveva espresso “da destra” critiche ragionate al governo Meloni evidentemente non aveva torto. Se le avessero prese in considerazione anziché sentirsi traditi e pugnalati, e se avessero capito che volevano spingere a cercare rimedi e non facevano “il gioco della sinistra” per trarre immaginari vantaggi, sarebbe stato più utile per loro. Una critica preventiva vale molto più della constatazione postuma del sinistro. Aprite la mente e gli scenari, chiudete le sezioni in cui siete ancora barricati.

Marcello Veneziani

Il pensiero italiano in breve…

 

 

 

Va’ pensiero nel giorno del compleanno dell’Italia unita, nata il 17 marzo del 1861, che non ricorderà nessuno. E riprende in sintesi come nacque e da chi l’idea dell’Italia. Il pensiero italiano è una parabola durata sette secoli. Nacque nel Medioevo finì nel Novecento, salvo imprevisti. È possibile esporre e definire il pensiero italiano? Non la storia della filosofia italiana ma dei filosofi che pensarono l’Italia. Su proposta della “Dante Alighieri” che veicola l’italianità nel mondo a partire dalla nostra lingua, mi sono cimentato a sintetizzare in dieci brevi video-pillole il cammino del pensiero italiano, che si snoda parallelo alla nascita e diffusione della lingua italiana.
Il primo a pensare l’Italia fu proprio Dante Alighieri. Egli infatti non è solo il padre della lingua italiana ma è il padre della civiltà italiana e ha pensato l’Italia quando era un ricordo e una profezia, “nave sanza nocchiere in gran tempesta”: un ricordo della civiltà italica ormai alle spalle, cresciuta all’ombra della romanità; e un’attesa, un presagio, dell’Italia ventura. Oltre che poeta massimo, Dante fu per Giovanni Gentile un vero pensatore; e in opere come il Convivio, in parte nel De vulgari eloquentia e poi nel de Monarchia, Dante espose un pensiero italiano ispirato da Platone e da Aristotele, dalla tradizione romana e cristiana, con profonde implicazioni spirituali e civili. Sul piano poetico Petrarca proseguì il filo sommerso dell’invocazione lirica all’Italia. Ma sul piano del pensiero politico la vigorosa ripresa avvenne con Niccolò Machiavelli. Il suo Principe è universale, come la Monarchia dantesca ma il suo pensiero è rivolto a colui che dovrà unire l’Italia, seguendo la lezione degli antichi. Il suo pensiero si può sintetizzare in tre punti: la trascendenza degli scopi sui mezzi, che poi fu volgarizzato nella massima il fine giustifica i mezzi, in realtà Machiavelli distingueva la transitorietà degli strumenti rispetto alla nobile finalità degli scopi (oggi i mezzi si sostituiscono ai fini); l’autonomia della politica dalla morale e dalla fede, che non escludeva tuttavia la decisiva importanza del legame religioso nel tenere uniti i popoli; e infine la questione che al principe non basti solo essere, occorre pure sembrare; ossia è importante l’arte politica, l’estetica, la comunicazione, la capacità di impressionare. “Amo la patria mia più che l’anima mia”, il suo rovello.
Nell’umanesimo e poi nel rinascimento il pensiero dell’Italia trovò corpo in Marsilio Ficino, che fondò a Firenze l’Accademia platonica e tradusse le opere dei classici e il de Monarchia di Dante. Poi trovò espressione nel pensiero fiorito a sud, tra Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella che pure non esprimono un pensiero dell’Italia. I filosofi antichi venivano ripresi per fondare un pensiero laico e civile, con forti ascendenze magiche e naturalistiche, gettando le basi eroiche all’individualismo. Il rinascimento è il presupposto del risorgimento sul piano del pensiero, ne costituisce l’antefatto storico e ideale.
Il pensiero dell’Italia assunse un preciso contorno con Giambattista Vico che dopo aver scoperto le matrici italiche dell’antichissima sapienza, oppose il pensiero mediterraneo, italiano, cattolico e romano al razionalismo cartesiano, che poi sarà illuminismo, e al protestantesimo del nord Europa, soprattutto di Olanda e Germania. Vico sottolineò il nesso vitale tra pensiero e geografia, prefigurò il risorgimento delle nazioni, oppose al primato della ragione il valore del mito e della fantasia creatrice, la centralità della storia, del sentire comune e delle tradizioni. Con la sua Scienza nuova prende corpo un pensiero italiano e universale come già fu con Dante e con Machiavelli.
Il versante tragico del pensiero italiano fu espresso da Giacomo Leopardi; egli non fu solo poeta, ma come sostennero Gentile e poi Severino, pensatore esistenziale e cosmico; pensò l’avvento del nichilismo prima che si palesasse. Con lui l’Italia si fa rimpianto e invettiva, nasce quel filone (già dantesco) degli antitaliani, severi con i costumi decadenti del proprio paese, antiretorici. Leopardi pensò e amò l’Italia ma ne descrisse l’impossibile rinascita rispetto al glorioso passato.
Diversa tempra e diverso atteggiamento invece prevalse tra quegli autori che sulla scia di Dante, Machiavelli, Vico diedero vita al pensiero risorgimentale. A partire da Vincenzo Cuoco, allievo di Vico, poi Giuseppe Mazzini e Vincenzo Gioberti, ad Antonio Rosmini, fino ai fratelli Spaventa e Francesco De Sanctis. L’impronta del pensiero risorgimentale è spiritualista e romantica, anche se via via si allontana dal pensiero religioso per farsi pensiero civile, secolare e laico. Ma sul terreno filosofico resta profondamente spiritualistico e percorso da un afflato religioso.
Quando l’Italia si unì, Benedetto Croce fu il più alto interprete dell’Italia post-risorgimentale. Considerato a ragione da Gramsci il Papa laico della cultura italiana, esercitò il suo magistero nell’ambito del pensiero, della storia e della letteratura italiana. Ma il suo pensiero oscillò tra il sud (Napoli in particolare) che rappresentava il legame con la storia passata e l’Europa, che costituiva il futuro nella sua visione liberale. Sullo sfondo la lezione dei fratelli Spaventa, a cui Croce era legato anche da vincoli familiari, in tema di “circolazione del pensiero europeo” . Croce porta l’Italia in Europa.
Il pensiero italiano invece fu il filo conduttore costante dell’opera di Giovanni Gentile. Egli legò in una linea coerente tutti gli autori prima citati; la sua filosofia sarebbe stata l’esito finale di quel percorso. Gentile pensò l’Italia come nazione e paradigma del pensiero mondiale. Parallelamente a Gentile sorse in Italia agli inizi del Novecento l’interventismo della cultura, tra esteti armati (D’Annunzio e Marinetti prima di tutti) e Papini, Soffici e Prezzolini, esponenti di quell’Idealismo militante che voleva tradursi in nazionalismo senza però disdegnare influssi e riferimenti a culture europee.
All’ombra di Croce e di Gentile ma nei ranghi del socialismo e poi del comunismo, crebbe Antonio Gramsci che pensò l’Italia nella chiave del marxismo rivoluzionario e della sua filosofia della prassi. Elaborò il nazionalpopolare, ripensò la letteratura nazionale, attribuì al partito comunista il ruolo di Intellettuale Collettivo e di Principe, erede dunque sia del pensiero religioso che del potere politico, teorizzò l’egemonia culturale come premessa per la conquista politica e sociale. Con Togliatti e con l’italo-marxismo sorse in Italia l’egemonia postuma del gramscismo, poi ibridato col pensiero di Gobetti e di Salvemini e si fece gramsciazionismo, come lo definisce Dino Cofrancesco: un nuovo illuminismo per le masse, per liberarsi dal predominio cattolico e tradizionale.
Finite le grandi narrazioni del Novecento, il pensiero italiano si slegò dal contesto nazionale: scientismo e neopositivismo, esistenzialismo e filosofia analitica, lo stesso marxismo furono filosofie senza territorio, globali, contro il provincialismo. Non mancarono autori di notevole incidenza, da Pareyson ad Abbagnano, da Sciacca a Spirito, da Garin a Geymonat, da Calogero a Bontadini fino a Vattimo e Severino, solo per citarne alcuni; ma il loro pensiero non si configurò come italiano, non ebbe cioè diretta attinenza con l’idea dell’Italia. Filosofi italiani ma senza un pensiero dell’Italia. L’ultimo che pensò la tradizione italiana e prefigurò un nuovo risorgimento fu il pensatore cattolico Augusto del Noce. L’ultimo tentativo di ricostruire un profilo del pensiero italiano è di Roberto Esposito nel Pensiero vivente (2010). Chi assegna valore al pensiero nazionale è tacciato di provincialismo: mi chiedo se non sia più provinciale sentirsi periferia di un impero globale e seguire i suoi trend come riflessi condizionati. Resta la domanda finale: è ancora possibile un pensiero italiano, venendo meno sia il pensiero che l’italianità? Si avverò la tesi di Hegel: la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero. Il proprio tempo, dunque, non il proprio luogo, la matrice nazionale. Il pensiero restò spaesato, non ebbe più casa. E si perse nel tempo.

Marcello Veneziani

Maria Rita Parsi: “Un bambino trattato con amore sarà in grado di donarlo a se stesso e agli altri. Non essere ascoltati o non essere oggetto di attenzioni produce la sottovalutazione di se stessi”.

Un bambino amato diventerà ben presto un adulto capace di amare non solo se stesso ma anche gli altri mentre un bambino non ascoltato o non oggetto di sufficienti attenzioni diventerà un adulto insicuro, incapace di…

La funzione genitoriale implica senz’altro una grande responsabilità, un impegno ed una presenza costante nei confronti di chi siamo chiamati a crescere ed educare congruamente e consapevolmente. È proprio per tale motivo che spesso ci si chiede cosa serva per poter essere definiti dei buoni genitori, adulti di riferimento in grado di modulare la propria autorevolezza senza mai dimenticare l’importantissima funzione pedagogica svolta. In realtà non esistono manuali da seguire, regole da osservare, protocolli ai quali attenersi, perché genitori si diventa col tempo grazie all’esperienza acquista ed al legame che si è riusciti ad instaurare con i propri figli, rimanendo al loro fianco ed imparando a conoscerli fino in fondo. Alle volte però, nonostante l’impegno profuso, ci si sente inadeguati, non all’altezza del ruolo che si è chiamati a rivestire, in colpa per non aver dedicato ai propri figli il tempo migliore, prediligendo il lavoro quale primaria necessità e trascurando chi invece si aveva il dovere di tutelare e proteggere: ecco allora perché i genitori spesso diventano “amici” dei figli, trasformandosi in educatori servizievoli ed accondiscendenti, che assecondano ogni loro capriccio pur di sentirsi meno in colpa a causa del poco tempo trascorso assieme.

In tale prospettiva appare considerevole richiamare alla mente il pensiero della psicologa e psicoterapeuta italiana Maria Rita Parsi che ci ha lasciati inaspettatamente ormai più di un mese fa ma il cui ricordo continua a vivere nei nostri cuori.

“Gli adulti, i genitori, sono dei punti di riferimento, delle guide che accompagnano il bambino e lo affiancano nei momenti di iniziazione, nei passaggi cruciali da un’età all’atra. Fra adulti e bambini parlerei di amore, affetto, solidarietà e rispetto; il rapporto con un adulto non può essere paragonato a quello con un amichetto, gli adulti nei confronti dei bambini sono e devono essere investiti di responsabilità, la responsabilità dell’educare. Vi è poi la tenerezza, la complicità, il conoscere così bene i propri figli da saper donare ad ognuno di essi la comprensione di cui hanno bisogno e la certezza rassicurante di essere dalla loro parte. Un rapporto che poi si ribalta quando il bambino diventa adulto e il genitore anziano”, queste le parole intrise di significato utilizzate dalla psicologa italiana per descrivere il rapporto che dovrebbe intercorrere tra un adulto ed un bambino. Dunque i genitori dovranno fungere da esempio, non dimenticando mai che “solo chi ha ricevuto rispetto, è in grado di rispettare se stesso e il resto del mondo”.  Pertanto “chi è stato trattato con amore, sarà in grado di donarlo a se stesso e agli altri. Non essere ascoltati o non essere oggetto di sufficienti attenzioni produce non solo il non rispetto per gli altri, ma anche la sottovalutazione di se stessi”, così come spiegatoci molto accuratamente e dettagliatamente da Maria Rita Parsi.  D’altronde un bambino amato diventerà ben presto un adulto capace di amare non solo se stesso ma anche gli altri mentre un bambino non ascoltato o non oggetto di sufficienti attenzioni diventerà un adulto insicuro, incapace di accrescere e nutrire la propria autostima. Ecco perché i genitori non devono solo “nutrire i figli quando hanno fame o coccolarli quando piangono, ma anche avere la capacità di lasciarli andare quando sono pronti a fare da sé. Solo se vieni rispettato, sin dai primi momenti della tua vita, comprenderai che bisogna rispettare te stesso e gli altri. Chi si sente invisibile può instaurare prima una lotta fatta di blocchi e rifiuti, poi manifestare disagio sia a livello individuale che sociale. Il non rispetto, alla lunga, crea catastrofi”.

La Redazione  di___ascuolaoggi.blog

 

 

Alda Merini: “Cerca di accettarti così come sei. Non cambiare per piacere agli altri. Chi ti ama, accarezzerà le tue insicurezze. Fatti un dono vero, resta come sei”

 

Occorre coltivare la propria autenticità, facendo rifiorire la bellezza di chi è in grado di accettarsi, di rimanere se stesso senza scendere a compromessi, senza dover cambiare per compiacere gli altri…
Nel cammino della vita il tempo, inesorabile e veloce, modula e scandisce ogni attimo della nostra esistenza e così i ricordi arricchiscono la nostra memoria, tinteggiandola di mille colori. Ogni istante vissuto intensamente e pienamente merita di essere ricordato e, con lo scorrere del tempo, ci si rende conto che è più importante godersi il viaggio che la destinazione, in compagnia di chi ha saputo amarci per ciò che siamo veramente senza pretendere di cambiarci e soprattutto senza giudicarci con leggerezza. In una società come la nostra, nella quale per essere accettati occorre omologarsi e conformarsi, avere il coraggio di mostrarsi per ciò che si è veramente, valorizzando la propria identità, appare impresa assai difficile e spesso si preferisce cambiare pur di ricevere consenso ed approvazione.  Ma imparare ad accettare se stessi, coltivando la propria autostima, è l’unico modo per amarsi realmente, senza scendere a compromessi e soprattutto senza indossare una maschera che celi non solo il nostro volto ma anche la nostra vera essenza.

In tale prospettiva appare considerevole riportare i versi della poetessa e scrittrice italiana Alda Merini che, attraverso le sue parole, riesce sempre ad emozionarci, arrivando dritta al cuore:

“Cerca di accettarti così come sei..

Non cambiare per piacere agli altri.

Chi ti ama, accarezzerà le tue insicurezze.

Chi vorrà starti accanto si accoccolerà alle pieghe della tua anima.

Sii te stessa sempre.

Fatti un dono vero, resta come sei.”

Ecco allora l’importanza di coltivare la propria autenticità, facendo rifiorire la bellezza di chi è in grado di accettarsi, di rimanere se stesso senza dover cambiare per compiacere gli altri, ed anzi valorizzando la propria unicità senza nascondere quelle fragilità e debolezze che fanno parte di ciascuno di noi e delle quali non bisogna mai vergognarsi. D’altronde ci capiterà di incontrare tante persone lungo il cammino ma saranno poche quelle che resteranno al nostro fianco, capaci di amarci incondizionatamente e di accarezzare le nostre insicurezze senza mai farci sentire a disagio, senza mai chiederci nulla in cambio, perché chi ama lo fa col cuore e non ha bisogno di altro se non del nostro immenso amore.  La vera rivoluzione, in un mondo in cui si ricerca spasmodicamente approvazione, è avere il coraggio di rimanere se stessi, coltivando il proprio valore, accrescendo la propria autostima, consapevoli che cambiare per compiacere gli altri sarebbe un gravissimo errore che non potremmo mai perdonarci, perché occorre ritornare ad ascoltarsi, a guardarsi dentro, regalandosi ancora la possibilità di essere felici.

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