L’altra faccia della luna

 

 

Ora che abbiamo scoperto per la prima volta nella storia dell’umanità l’altra faccia della luna, siamo contenti, abbiamo accresciuto le nostre conoscenze o addirittura scoperto la verità nascosta delle cose? L’impresa spaziale Artemis II è stata una boccata d’ossigeno nei giorni dell’odio, della guerra e di folli annunci di annientare civiltà millenarie come quella persiana. Guardare altrove, vedere altri mondi e altri modi di conquistare e riprendere un discorso interrotto più di mezzo secolo fa, quando eravamo convinti che a fine millennio o nei nostri giorni avremmo abitato la Luna e Marte e trasferito colonie di terrestri nello spazio. Il futuro invece restò solo un desiderio del passato, tornammo coi piedi per terra. La tecnologia fece passi da gigante ma nel piccolo: non conquistammo luoghi remoti dalla terra ma scoprimmo i prodigi del Pc e degli smartphone, e i prodigi inquietanti dell’Intelligenza Artificiale. Non conquistammo il lontano ma rivoluzionammo il vicino.
Perciò ci ha colpito questa ripresa delle avventure nello spazio, proprio laddove fu interrotta, tanti anni fa: dalla luna, la più vicina meta per le nostre gite nello spazio. Che si dice sia nata in un parto cosmico gemellare con la Terra, in seguito a un trauma prodotto dall’urto con un misterioso corpo celeste, Theia. Ma la madre morì nel parto e restarono come orfani sperduti nello spazio un pianeta che poi ebbe vita e un più piccolo astro grigio ma lucente per via del sole, il padre che da lontano lo illumina.
L’impressione che oggi ci coglie è inversa rispetto a quella della fine degli anni sessanta: allora vedendo i primi cosmonauti sulla luna pensavamo di popolare l’astro argenteo e renderlo quasi simile alla terra. Oggi il primo pensiero che ci sovviene vedendo la Luna nel suo lato oscuro, è che la Terra rischia di tornare spettrale e disabitata di vita come lei. Difatti, sono circolate in tutto il mondo le immagini della Terra vista dalle spalle dell’astro, che tramonta come una luna, piccola e nuda, svestita di ogni traccia di civiltà e di vita. Quasi un presagio.
La luna, dicono i precisini, si allontana di quasi 4 centimetri l’anno, ci vogliono miliardi d’anni per parlare di abbandono. I quattro esploratori sulla navicella Orion hanno solo ripreso confidenza con lo spazio e con la prima significativa oasi, senza toccare il suolo lunare. Non c’è paragone tra le speranze e i sogni che accesero i mitici precursori discesi sulla luna che passeggiarono, piantarono bandierine, in un clima sospeso tra realtà e fantasia, tra mito, magia e scienza, mistero e rivelazione. Fu un momento di fiducia dell’umanità in sé stessa e nel futuro; anzi, fu l’ultimo momento di fiducia alimentato dalla scienza che accomunò le genti, soprattutto in Occidente. Poi cominciò la discesa, il disincanto, la crisi energetica e di tutto il resto, gli stop alle imprese spaziali, la denatalità e ancora guerre e poi guerre.
Ma resta della loro impresa un flebile risveglio di tutti i pensieri sulla luna che abbiamo accumulato nella poesia, nella letteratura e nella filosofia. Scorrono come in un rapido trailer del cammino umano, le primitive invocazioni alla luna, i primi accenni lunari nei miti, nelle religioni e nelle tradizioni; le civiltà che la raccontarono come una figura materna accanto al Padre Sole; poi la madre si scoprì figlia, ancella, o più modestamente riflesso del sole. Poi venne la luna dei romantici, di Leopardi e di Beethoven, la luna delle canzoni languide o l’astro oltraggiato da Marinetti. Vennero persino i negazionisti della luna, Ennio Flaiano, Antonio Delfini e Gaio Fratini per i quali la luna non esiste, è solo un fuoco fatuo, un gioco di riflessi, un abbaglio, uno specchio per le allodole… E vennero gli apocalittici che tentarono l’estrema difesa della luna, come Guido Ceronetti, rispetto alla profanazione degli astronauti. O le preoccupate considerazioni dei filosofi Martin Heidegger e Gunther Anders, a proposito di quel dominio della tecnica che stava esautorando l’uomo e il suo pensiero proprio mentre dava l’impressione di potenziarlo e di dotarlo di più formidabili mezzi. Heidegger seguì terrorizzato lo sbarco sulla luna, Anders notò che con la conquista della luna la terra diventò piccola, provinciale, relativa. I più languidi si dissociarono dal trionfalismo che accompagnò la discesa sulla luna di Armstrong e di Aldrin, e preferirono l’incanto poetico del terzo astronauta, Collins, che mentre i suoi colleghi passeggiavano sulla luna, restò a bordo a tenere il filo con la terra e la navicella. Amarono in lui, come Gozzano, la luna che non colse, pur essendo lì, a due passi.
Di recente sono emersi dall’epoca delle imprese lunari alcuni appunti di un pensatore lunatico in disparte, Andrea Emo, raccolti da Massimo Donà a Raffaella Toffolo col titolo Paesaggi dell’anima (ed. Scibboleth). Emo definisce la luna astro defunto, presenza spettrale che emana la luce della morte, memoria inargentata del sole. La luna per lui è una purissima morte nei cieli. In realtà ognuno proietta nella luna quel che è nella sua mente. Come nell’Orlando furioso il senno dell’uomo è finito sulla luna. Riusciranno gli astronauti futuri nell’impresa del paladino Astolfo e di San Giovanni Evangelista, di recuperare il senno umano perduto sulla luna? Almeno il senno di Trump…

Marcello Veneziani

Due pianeti si scontrano nello spazio: un evento mai visto che cambia la storia dell’astronomia.

 

Un team di astronomi ritiene di aver osservato, quasi in tempo reale, le conseguenze immediate di una colossale collisione planetaria. L’evento, verificatosi nel sistema di una stella lontana, evoca scenari primordiali, richiamando alla mente il titanico impatto che, miliardi di anni fa, diede origine alla nostra Luna.

La scoperta, frutto dell’analisi dei dati d’archivio e pubblicata su The Astrophysical Journal Letters, apre una finestra inedita sulla fase caotica della formazione dei sistemi solari. Tutto ha avuto inizio quando Anastasios Tzanidakis, dottorando presso l’Università di Washington, ha notato un’anomalia nel comportamento di Gaia20ehk. Questa stella, situata a circa 11.000 anni luce dalla Terra nella costellazione della Poppa, è un astro di “sequenza principale”, tipologicamente simile al nostro Sole e, di norma, caratterizzato da una luminosità estremamente stabile. Le osservazioni storiche, tuttavia, mostravano un quadro ben diverso: a partire dal 2016, la stella aveva subito tre distinti cali di luminosità, culminati, intorno al 2021, in uno sfarfallio caotico e violentissimo. “Una stella come il Sole semplicemente non si comporta così”, ha commentato Tzanidakis, sottolineando l’eccezionalità del fenomeno.

L’enigma ha trovato soluzione non studiando la stella stessa, ma ciò che le transitava davanti. I ricercatori hanno determinato che l’irregolarità della luce non era intrinseca all’astro, ma causata da immense nubi di roccia e polvere surriscaldata che orbitavano nel sistema, eclissando parzialmente la stella. La chiave di volta è arrivata dall’analisi della luce infrarossa. “Mentre la luce visibile sfarfallava e diminuiva, quella infrarossa ha subito un picco improvviso”, spiega Tzanidakis. Questo comportamento asimmetrico è compatibile con la presenza di materiale detritico a temperature elevatissime, una condizione che solo un impatto catastrofico tra due pianeti potrebbe generare. I cali di luminosità precedenti sarebbero quindi riconducibili a una serie di impatti “radenti” tra i due corpi, prima dello scontro frontale definitivo. L’evento offre parallelismi affascinanti con la storia del nostro sistema solare. La nube di detriti di Gaia20ehk orbita a circa un’unità astronomica dalla sua stella, una distanza paragonabile a quella tra la Terra e il Sole. È plausibile che, nel corso di millenni, questo materiale si raffreddi e si aggreghi, formando potenzialmente un nuovo sistema pianeta-satellite. Questa scoperta non è isolata: si stima che osservatori di nuova generazione, come il Vera C. Rubin Observatory, potrebbero individuare circa 100 collisioni simili nel prossimo decennio. “Capire quanto sia raro l’evento che ha creato la Terra e la Luna è fondamentale per l’astrobiologia”, afferma James Davenport, co-autore dello studio, evidenziando come tali osservazioni siano cruciali per comprendere l’evoluzione dei mondi abitabili.

Angelo Petrone ___da___Il Messaggero

 

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Siamo davvero consapevoli di quanto tempo dedichiamo a vivere, a vivere davvero?

In un’epoca in cui non esistevano orologi, calendari digitali né promemoria su telefono o computer, un uomo osò parlare del tempo in un modo che, sorprendentemente, conserva intatta la sua attualità ancora oggi, a distanza di 2.400 anni. Parliamo di Democrito di Abdera, noto come «il filosofo che ride», perché trovava sempre un motivo per essere lieto o per sorridere. Democrito non fu soltanto il padre dell’atomismo, ma anche un acuto osservatore della natura umana. Tra le molte frasi a lui attribuite, ce n’è una che recita: «Ci sono uomini che lavorano come se dovessero vivere in eterno». Che cosa voleva dire, esattamente?

Chi fu Democrito?
Cominciamo dall’autore di questa celebre citazione. Nato intorno al 460 a.C. ad Abdera, una polis greca della regione della Tracia, Democrito fu un pensatore presocratico che, pur vivendo lontano dal centro filosofico di Atene (dove si sviluppava l’ambiente intellettuale più vivace), elaborò una delle teorie più influenti di tutti i tempi: l’atomismo. Secondo questa teoria, tutta la realtà è composta da minuscole particelle indivisibili chiamate atomi (dal greco ἄτομος, «indivisibile»), che si muovono nel vuoto. L’idea che la materia fosse discontinua e costituita da unità minime fu rivoluzionaria e trasgressiva per il suo tempo. Sarebbero dovuti passare più di due millenni prima che la scienza moderna, con nomi come Dalton, Thomson o Rutherford, gli desse ragione.

Ma ciò che molti ignorano è che Democrito non fu soltanto un fisico — per quanto privo di laboratorio — ma fu anche un filosofo morale, un pensatore esistenziale e un profondo osservatore dell’animo umano.

Il tempo come bene non rinnovabile
A differenza di altri filosofi inclini a ragionare in termini di eternità, Democrito guardava all’essere umano con i piedi ben piantati a terra. Per lui il tempo non era un cammino senza fine per noi mortali; eppure si rendeva conto che la maggior parte delle persone viveva come se lo fosse. La sua frase è dunque un misto di ironia e compassione, una critica severa a chi sacrifica il presente in nome di un futuro che forse non arriverà mai. Proprio per questo viene da chiedersi: siamo davvero consapevoli di quanto tempo dedichiamo a vivere, a vivere davvero?

Un’etica fondata sulla misura
Democrito riteneva che la felicità — la vera eudaimonia — non risiedesse nelle ricchezze né nei piaceri smodati, ma in una vita equilibrata, guidata dalla ragione e dalla moderazione. Il suo concetto chiave era l’eutimia, che potremmo tradurre come «serenità dell’animo», lontana da ansia, stress o depressione. Per raggiungere questo stato, il filosofo raccomandava l’autoosservazione, la conoscenza di sé e il distacco da ogni passione eccessiva. La chiave era vivere bene; e per vivere bene e felicemente occorre farlo con consapevolezza del tempo, senza sprecarlo in preoccupazioni inutili o ambizioni smisurate. In fondo, ciò che facciamo con questo breve arco di esistenza che ci è dato è l’unica cosa che conta.

Il filosofo che ride
Democrito fu soprannominato «il filosofo che ride» non perché si prendesse gioco del mondo, ma perché credeva che la conoscenza dovesse condurre alla gioia. L’ignoranza, sosteneva, è la radice della paura, della superstizione e della sofferenza; comprendere il mondo, al contrario, è liberatorio. Per secoli le idee di Democrito furono ignorate o persino derise. Basti pensare ad Aristotele, che preferiva il modello dei quattro elementi (acqua, aria, terra e fuoco) e guardava con disprezzo all’atomismo democriteo. Ma nel Rinascimento e nell’Illuminismo la sua figura tornò alla ribalta. Scienziati come l’astronomo francese Pierre Gassendi ne rivalutarono il pensiero, adattando l’atomismo a un quadro teista, cioè compatibile con l’idea di un Dio creatore e ordinatore dell’universo. Nel XIX secolo la chimica moderna confermò molte delle sue intuizioni e oggi, in piena era quantistica, il suo nome continua a comparire tanto nei laboratori quanto nelle aule di fisica teorica-

fonte___National Geographic

 

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L’umanità alle soglie della pensione.

 

 

 

Entro il corrente anno l’umanità andrà in pensionamento anticipato. Non verrà abolito l’uomo ma verrà pensionato e demansionato, verrà considerato di fatto, prima che de iure, un ente superfluo e bisognoso di assistenza, un reperto o un residuo bellico del passato che verrà gradualmente sostituito. Al posto dell’uomo verrà Optimus, erroneamente presentato come robot umanoide, in realtà erede universale dell’umano a tutti gli effetti, su tutte le ruote. Ad annunciarlo non è un pazzo qualunque, come tanti ce ne sono stati nella storia, ma un ingegnoso e famoso pazzoide che a differenza dei precursori mattoidi dispone di mezzi economici, tecnologici e in un certo senso politici, per trasformare la sua mente visionaria in piani d’architettura del mondo nuovo, dotato di ordine nuovo e abitato dall’uomo nuovo. Ossia quel sogno che agli inizi del secolo scorso era affidato ancora alla rivoluzione politica e alla mitologia del comunismo, del fascismo e dell’americanismo, oggi si trasferisce armi e bagagli nella tecnologia. Sto parlando di Elon Musk, uno che non si accontenta di una qualunque Groenlandia come il più modesto amico Donald Trump, dalle piccole pretese, ma vuole conquistare il mondo a partire dallo spazio e i pianeti; qualche prova pratica del suo talento innovatore l’ha data. E la sede da cui ha consegnato al pianeta il suo annuncio dell’avvento del Dopouomo, è il vertice di Davos, vale a dire la cupola del mondo e dei poteri che lo sovrastano.

Musk già vede nel nostro futuro, a partire dal 2027, dunque l’anno prossimo, la discesa in campo di milioni di umanoidi che avranno però, almeno inizialmente, mansioni umanitarie: dovranno infatti accudire vecchi e bambini e sostituire gli operai nelle fabbriche e gli impiegati negli uffici. Insomma cominceranno con l’assistere, supportare e supplire all’umano per prendere poi definitivamente il suo posto. Prima lo affianca, poi gli subentra. Sarà lui, Optimus, il primo motore mobile dell’universo, e per gli uomini si aprirà un radioso destino di soprammobili, di ninnoli ornamentali, gadget decorativi, dalle vite inutili e sfiziose.

Abbiamo sentito così tanti annunci di questo switch-off o passaggio dell’umanità al dopoumano che non ci facciamo più caso; del resto, l’uso stesso dell’ironia, prima che un esorcismo, è un esercizio di incredulità, la convinzione che certe cose si dicono ma poi non si fanno. Però tra tanti falsi annunci, altrettanti drastici cambiamenti sono in corso e in veloce espansione: e se solo paragonate il cammino degli ultimi anni da Siri, Alexa, Chat Gpt, Pro, da Open Ai a XAI e a Grok 4, fino agli ultimi prodotti e alle ultime più sofisticate tappe dell’Intelligenza Artificiale vi rendete conto che si può scherzare fino a un certo punto.

L’incredulità e l’ironia non ci permettono di affrontare il problema in tutta la sua importanza e gravità: siamo consapevoli di quel che sta avvenendo e del pensionamento graduale ma veloce dell’umanità (obsolescenza rapida)? Non stiamo forse prendendo sottogamba, distrattamente, un processo che ci coinvolge in modo totale e radicale? E chi, al contrario, si limita a gridare all’orrore di questo passaggio e a usare espressioni ben più apocalittiche del nostro pensionamento dell’umanità, parlando esplicitamente di abolizione dell’uomo, cosa fa in concreto per governare, contenere, guidare questo processo? Se ne chiama fuori, resta nella retorica dello sgomento e così lo lascia accadere senza alcuna reale incidenza.

Alla fine quel che sembra prevalere, in cui si sommano tanto gli increduli, gli ironici, gli apocalittici che gli euforici, gli integrati, gli entusiasti, è una sola visione: il fatalismo tecnologico. Se fino a ieri pensavamo al fatalismo come a una forma si superstizione delle società arcaiche, ora dobbiamo ricrederci: c’è un fatalismo legato al nuovo e alla tecnica che è perfino più cieco e totale di quello del passato, perché nasce dall’automatismo. Succederà, non possiamo farci niente, non possiamo sottrarci, e se freniamo rallentiamo la corsa di un paese, di un sistema ma non di un processo globale, planetario; i recalcitranti saranno solo ritardati, anche nel senso mentale dell’espressione, cioè acquisiranno in ritardo, con fatica, quel che le menti più sveglie e più rapide accoglieranno subito. Ma in tutto questo l’idea di riportare la tecnologia nell’ambito dei mezzi umani, il proposito di assumere la sovranità dell’uomo sui processi tecnici e di indirizzare le trasformazioni in una direzione espansiva dell’umanità e non sostitutiva dell’uomo, non la sostiene nessuno. La politica si balocca, bamboleggia con i sondaggi e con le posizioni che danno rendite immediate, cavalca l’onda del momento e non sa fare altro. La cultura si chiude nel suo obitorio di pensieri o esce a mani alzate e si arrende alla tecnologia; la religione resta inerme a mani giunte o lancia messaggi, anche nobili, ma ininfluenti sul destino della tecnica e sui manager e tecnoscienziati che vi lavorano. L’economia cerca di mettere a profitto le mutazioni della tecnologia, non si occupa del pianeta ma dei fatturati. Insomma chi si occupa concretamente di tutto questo, chi cerca di dare una risposta concreta, realista, adeguata all’arrivo imminente di Optimus e dei suoi fratelli? E allora torno a dire che il vero angoscioso problema del nostro presente non è l’avanzata impetuosa di Optimus, ma la ritirata pietosa di Pessimus, vale a dire l’ultimo uomo. Che anziché dotarsi di anticorpi, di solidi contrappesi culturali e sociali, umani e intellettuali, li sbaracca in vista dell’arrivo del Dopouomo. E davanti all’espansione dell’Intelligenza Artificiale liquida l’Intelligenza critica, e il mondo in cui respira come intralci reliquie del passato: la civiltà, la storia, la tradizione, il pensiero. Peraltro è in gioco pure la presunta neutralità della tecnologia e la reale subordinazione dei mezzi alla legge del più forte, impresario pubblico o privato che sia. Torneremo presto sull’argomento perché è IL tema di oggi, e non un tema.

Non serve un AntiMusk luddista che fa saltare in aria Optimus e i suoi prototipi; serve chi si pone il problema della sovranità del mondo, della facoltà di decidere e dirigere, davanti alla marcia inarrestabile del Dopoumano. Leggi, uomini, culture, diversificazione dei processi tecnologici, capacità di dotarsi per ogni mansione assegnata a Optimus di una tecnologia inversa che possa all’occorrenza temperare, frenare, orientare il suo corso. Lassù, c’è qualcuno che può darci una mano?

Marcello  Veneziani

A proposito di Kallaallit Nunaat (aka Groenlandia)

Sotto il ghiaccio della Groenlandia si nasconde una storia che sfida le moderne convinzioni sull’eccezionalità del riscaldamento attuale. Una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Geoscience ha portato alla luce prove inconfutabili di un passato in cui la calotta groenlandese era molto più piccola di oggi, arrivando a scomparire del tutto in alcune sue parti. Protagonista di questa scoperta è il Prudhoe Dome, una massiccia cupola di ghiaccio situata nella regione nord-occidentale dell’isola, che oggi raggiunge spessori di oltre cinquecento metri ma che, appena settemila anni fa, semplicemente non esisteva.(…)

Mentre in altre zone della Groenlandia (…) il ghiaccio antico è ancora presente, al Prudhoe Dome tutto il materiale congelato è di formazione recente. Questo conferma che la cupola si è fusa integralmente dopo l’ultima glaciazione e si è riformata solo successivamente, quando le temperature sono tornate a scendere. Questa scoperta smonta la narrazione di una calotta glaciale fragile e sull’orlo di un collasso irreversibile causato dall’uomo. Al contrario, dimostra che il ghiaccio groenlandese possiede una dinamica ciclica di crescita e ritiro estremamente resiliente. Settemila anni fa la Groenlandia era molto più calda e priva di ghiacci in vaste aree costiere e interne, e nonostante ciò la calotta è stata in grado di rigenerarsi e tornare agli spessori attuali. Per cui il concetto di punto di non ritorno appare più come uno spauracchio ideologico che come una realtà climatologica. (…)

In conclusione, lo studio del Prudhoe Dome ci offre una lezione di umiltà e realismo. Ci insegna che il riscaldamento attuale, pur meritevole di attenzione, rientra in un quadro di variabilità naturale che la Terra ha già sperimentato in tempi relativamente recenti. Vedere la fusione dei ghiacci come un segnale di apocalisse imminente ignora la storia profonda del nostro pianeta, che ha già conosciuto una Groenlandia verde e senza cupole glaciali molto prima che l’attività umana potesse minimamente influenzare l’atmosfera. La scienza geologica e i dati sperimentali ci invitano a guardare oltre l’allarmismo, riconoscendo la potenza e la naturalezza dei cicli climatici terrestri.

via https://www.meteoweb.eu/2026/01/clima-studio-sui-ghiacci-della-groenlandia-smonta-decenni-di-bufale-catastrofiste-sul-cambiamento-climatico-in-passato-faceva-molto-piu-caldo-di-oggi-dati/1001876359/

Sarà l’intelligenza artificiale a insegnarci l’umanità?

 

 

Da decenni non si parla più di scientismo e di materialismo. Erano stati i tutori ideologici del secolo scorso e avevano dominato l’orizzonte culturale del secondo Novecento. Lo scientismo aveva imposto il suo primato sulla cultura umanistica e spiritualistica, sia di matrice religiosa che filosofica e idealistica: sanciva il predominio dell’evoluzionismo e della scienza su ogni altro sapere, fede, cultura, rapporto con la natura. Poche erano state le critiche radicali alla sua egemonia: tra le rare confutazioni, agli inizi degli anni settanta, ci fu “Il crepuscolo dello scientismo” di Giuseppe Sermonti, un genetista che fondava il suo sapere su una visione organica e spirituale. Il materialismo, invece, si legava soprattutto all’egemonia marxista, non solo nei paesi comunisti; si definiva materialismo storico o scientifico, incontrandosi con lo scientismo, ma con un impegno politico e sociale comunista. Poi di scientismo e materialismo se ne parlò sempre meno, ma non perché fossero scomparsi, semmai il contrario, perché diventarono lo sfondo della nostra società. Lo scientismo era passato da teoria ad applicazione tecnica, si era eclissato nel dominio planetario della tecnologia, di cui era diventato solo il preambolo. E il materialismo si era separato dal marxismo, non si esprimeva più coi tratti di un’ideologia e di una teoria storico-scientifica ma era diventato pratico, si era trasfuso nella società occidentale e nel primato dei beni materiali, nella liberazione sessuale e permissiva. Diventando sinonimo di edonismo e consumismo, primato dell’hic et nunc, rigetto di ogni ideale, ogni teodicea, ogni spiritualismo. Non ideali, al più desideri. Non più noi, ma io.

L’avvenire dell’uomo oltre lo scientismo e il materialismo è il tema di un incontro a Feltre. Ho dialogato con Federico Faggin, di cui ci siamo già occupati su queste pagine: fisico e inventore del microprocessore e di altre importanti scoperte tecnologiche; negli ultimi anni ha scritto saggi dedicati alla riscoperta della coscienza, dell’invisibile e della dimensione spirituale della vita. Faggin ripropone il legame tra scienza e coscienza e restituisce la scienza alla dimensione della ricerca e non della fede (“credo nella scienza” è la superstizione dei nostri anni).

Il tema del nostro tempo è la sostituzione dell’umano con il transumano, l’intelligenza artificiale, la mutazione genetica.

La sostituzione dell’umano segue alla sostituzione del divino, che ne è la premessa, e precede la sostituzione del mondo reale con un mondo parallelo, virtuale, tecnologico. La sostituzione dell’umano si accompagna al rigetto della civiltà e della tradizione, del senso religioso e del pensiero, nel nome di un universo tecno-pratico in cui i soggetti sono ridotti a macchine desideranti.

Alle origini dello scientismo e indirettamente del materialismo è la convinzione che la scienza sia potenza e pretesa di onnipotenza. L’affermazione risale a Francesco Bacone, ma fu esplicitata da un filosofo politico che in gioventù era stato segretario di Bacone: in De Homine Thomas Hobbes sostenne che “il sapere è potere”, ma aggiunge che “è potere piccolo perché il sapere che conta è raro”. La scienza intesa come coscienza conosce i suoi limiti: so di non sapere, diceva Socrate, e so di non potere tutto quel che avrei potere di fare. Ossia c’è un limite gnoseologico – non conosco tutto – c’è un soglia che sposta in avanti ma che è insuperabile in via definitiva; resta sempre il mistero. E c’è un limite etico quando la potenza si fa distruttiva e nociva. Occorre un pensiero critico per cogliere questi due limiti. Viviamo invece nell’epoca della scienza senza limiti, al servizio della volontà di potenza. Non è un caso, del resto, che proprio in questi giorni duecento scienziati, esponenti di governi, premi nobel, hanno invocato di fermare la corsa scellerata verso l’Intelligenza Artificiale. Fermare nel senso di frenare, non di abolire. Il tema di porre confini alla scienza non ha un significato solo teorico, di pensiero: è un tema che investe la nostra vita e l’umanità e più inciderà nel tempo. A vantaggio della sua dilagante onnipotenza gioca la rapidità dei processi innovativi, che ha superato la capacità umana di comprenderli e metabolizzarli. La tecnica va più veloce dell’umano. E nell’accelerazione tecnologica i regimi autocratici dispongono di poteri decisionali più rapidi e diretti mentre i regimi pluralisti e liberali arrancano, e seguono procedure più complesse, mediazioni e contrappesi di poteri, sono inevitabilmente più lenti e frenati. Questo rende ancora più preoccupante l’escalation dell’AI.

Ma il problema pratico si affronta partendo dal piano dei principi e del pensiero critico. La scienza non può ridursi solo ad applicazione tecnica: è conoscenza, ricerca, paragone, commisurazione di cause ed effetti, mezzi e scopi. S’inscrive in una visione olistica dell’uomo, del mondo e della vita, e distingue ciò che giova e ciò che nuoce all’umanità, ciò che espande le possibilità umane e ciò che invece sostituisce l’umano.

Oggi viviamo quel che Gunther Anders denunciava già nei primi anni cinquanta: il dislivello prometeico, ovvero la nostra cultura è incapace di capire i processi tecnici e di governarli, ormai superata dall’espansione illimitata della tecnologia. Sicché, concludeva, “l’uomo è antiquato”, è superato dai mezzi che egli stesso ha messo al mondo.

Al primato scientista concorre in modo determinante l’avvento del materialismo pratico che non si pone più la distinzione tra mezzi e fini dell’esistenza, non ha preoccupazioni di tipo spirituale e vanifica l’intelligenza critica, la cultura e la memoria storica, ossia i necessari contrappesi all’avanzata della scienza e della tecnica. È in corso un processo che rende obsoleto l’uomo, atrofizza le facoltà mentali collegate al sapere umanistico, al senso della realtà e della natura; e ci neutralizza, fino a non opporre alcuna resistenza al processo in corso. Il pericolo maggiore è il diffuso fatalismo tecnologico che pervade la nostra epoca: non c’è rimedio, non ci sono argini, non si può arrestare.

Agli inizi di questo millennio, un grande regista come Steven Spielberg realizzò un film intitolato Intelligenza Artificiale. È la storia di un bambino robot che dopo un’esperienza in una famiglia umana vuole diventare bambino vero, umano, e riabbracciare sua madre adottiva; un’aspirazione e una sensibilità misteriosamente in contrasto coi suoi input tecnici di bambino mec (ossia meccanico, opposto ai bambini org, cioè organici, naturali). E va alla ricerca, come Pinocchio, della Fata turchina per esaudire il suo sogno. È un viaggio affascinante ai confini tra l’umanità e la macchina, il naturale e l’artificiale, che sfiora anche il soprannaturale e il magico-onirico. L’originalità del film è la prospettiva capovolta; non è l’AI vista con gli occhi dell’uomo ma il contrario, l’aspirazione a diventare umano di un robot-bambino. Sarà l’Intelligenza Artificiale, alla fine, a insegnarci la nostalgia dell’uomo, della madre, della fiaba e del divino?

Marcello Veneziani

Il morto che parla grazie all’AI.

 

 

Il dono più toccante che ci ha fatto l’Intelligenza Artificiale è l’Immortalità Artificiale. O per essere più precisi la Resurrezione Artificiale. Di cosa si tratta? Di quei prodigiosi griefbot, “dove ogni dramma è un falso” che ti permettono per citare Caruso di Lucio Dalla “con un po’ di trucco e con la mimica”, di ritrovare la voce, il volto, l’espressione del defunto; un collage retroattivo, tecnologicamente avanzato che ti permette di conversare col morto e riascoltare la sua voce, e le cose che lui diceva riversate oggi. Ma tutto è fiction, frutto di algoritmi, che in questo caso potremmo definire nostalgoritmi, evocando il ritmo dolce e dolente della nostalgia. Nella rielaborazione creativa del lutto, i più infervorati sono i cinesi, accompagnati dai coreani, e in occidente gli statunitensi, che già avevano una piccola storia di morti parlanti e di lutti animati, per così dire. Ricordo da ragazzino un reportage del grande inviato Virgilio Lilli, poi raccolto in un libro, Penna vagabonda, sui prodigi cosmetici, sonori e fotografici che negli Usa rendevano il morto ancora vivo, nel fiorente business dei funeral parlour. Ma la tecnologia ha fatto passi da gigante ed è possibile conversare con loro, e perfino collegarsi da remoto, ma molto remoto, illudendosi che la lontananza sia spaziale ma non temporale, e che il defunto da qualche parte – in cielo, in terra, in qualche luogo – sia ancora presente e dialogante, estinto e distante.
Ho letto anche di studiosi di filosofia e di psicologia che si occupano di Aldilà al tempo di ChatGPT. Il desiderio umano di vivere per sempre, non estinguersi del tutto, non è più affidato alla fede, alla religione o alla metafisica, ma alla tecnica; con la precisa consapevolezza, direi leopardiana, che si tratta di illusioni, e anche di illusionismi, quasi una forma di superstizione, di incantesimo magico benché ottenuto per via tecno-scientifica. Non si tratta di una strategia di rielaborazione del lutto per “addomesticare la morte”, come diceva Philip Ariés; si resta ancora nell’ambito del rifiuto della morte, nella sua rimozione: la differenza è che anziché l’oblio si adotta la simulazione di vita, col suo avatar, la sua icona, la sua voce registrata e manipolata dall’Intelligenza Artificiale.
Nel mio recente C’era una volta il sud suggerivo una poetica e nostalgica operazione pratica per ridare vita e voce agli assenti attraverso le loro fotografie. Provate a dar voce alle foto; immaginate che siano touch screen, pigiate la vecchia foto al centro e chiudete gli occhi: prenderà vita un mondo, risalirà una storia, una vita insieme ad altre; si rianimerà una situazione, sentirete le loro voci, li rivedrete in movimento. Si rianimano nella mente le mute icone degli assenti, torna il sonoro ai loro volti silenti, si muovono le loro immagini fisse. Accadrà il miracolo del ritorno, tramite l’immaginazione che feconda la memoria. L’immaginazione, insegnava Vico, è sempre incrocio di fantasia e memoria. La creatività scompone e ricompone, in modo inedito e sorprendente, i pezzi della memoria, stabilendo nuove relazioni e connessioni tra diverse realtà. La stazione di partenza e d’arrivo del viaggio favoloso sarà la fotografia. Anche quella è una consapevole illusione, in cui c’è più fantasia che tecnologia.
Non immaginavo che questa pratica artigianale, di minima magia e di consapevole incantesimo, potesse diventare una pratica così diffusa in alcune popolazioni, tecnologicamente avanzate, del pianeta. Lo smartphone oggi diventa non solo la scatola nera della nostra vita presente, ma anche il tabernacolo e il reliquiario del nostro passato più caro. Il rimedio di una volta era ricordare i morti nel giorno della loro morte o della loro nascita, far dire loro una messa, andare a trovarli al cimitero e lasciare sulla loro tomba un fiore, conservare la loro immagine o perfino una ciocca dei loro capelli nel portafogli, avere un piccolo altarino domestico delle immagini di santi e cari defunti, nel ruolo di protettori della casa.
Il simbolo esteriore di quel lutto durevole era un bottone nero sull’asola di una giacca, la fascia nera al braccio, il vestito nero, e perfino la veletta. Ma nell’epoca della veloce rimozione della morte, degradata a scomparsa – come se la vita sia solo apparire e apparenza – è accaduto che quel lutto rimosso dagli abiti sia rimasto inchiodato nella mente e nell’anima. Ciò che non è stato rielaborato ed espresso, ciò che non ha avuto una catarsi e un vero cordoglio, resta lì come un cibo indigerito nella nostra anima, un’ombra spettrale che ci accompagna e si tramuta in angoscia, depressione, tristezza. Per riparare a questo buco nero della nostra esistenza, restando però sul terreno di una società che ha voltato le spalle all’eterno, al sacro, alla fede – o che non ha mai creduto nell’immortalità personale – si cerca un escamotage tecnologico, l’uso magico e combinato del registratore, dell’immagine cine-fotografica e del sonoro che insieme riproducono il sembiante, l’ombra di una vita e di una voce vera, nell’illusione che perduri oltre se stessa, almeno per noi.
Nulla in contrario a chi ne fa ricorso; solo il sommesso consiglio a non dimenticare mai la differenza tra il vero e il falso, tra il reale e il fittizio, tra il vivo e il morto; e la lucida coscienza di un gioco tenero ma illusorio, vivendo l’incantesimo col disincanto di un gioco. Un tempo questi prodigi non erano prodotti dalla tecnologia e si chiamavano fuochi fatui o corpi santi.

  Marcello Veneziani

Notte di San Lorenzo. A proposito di stelle cadenti…

Alzi la mano chi non ha memoria di un cielo stellato molto più bello di quello di oggi. Con centinaia o migliaia di stelle, la Via Lattea bella appariscente che troneggiava con il suo cuore pulsante nella costellazione del Sagittario. Circa l’80% della popolazione mondiale non ha più accesso al cielo notturno, secondo il World atlas of artificial night sky brightness del 2016.

La domanda sorge spontanea: dov’è finito il cielo stellato? La risposta è semplice: lo abbiamo cancellato, nascondendolo dietro una quantità spropositata di luci, in sovrannumero e progettate male. Illuminiamo troppo e male: è questa la genesi dell’inquinamento luminoso, una delle piaghe ecologiche più gravi e più sottovalutate a tutti i livelli, culturali e istituzionali.

È un problema ecologico, perché gli ambienti e i loro ecosistemi si sono sviluppati seguendo l’alternanza di notte e giorno, e il fatto che la notte vera non arrivi più rompe l’equilibrio. Questo vale anche per noi: sono studiati numerosi problemi medici conseguenza della rottura del ritmo circadiano, l’alternanza tra notte e giorno. importante per la nostra salute.

In Italia ci sono alcuni regolamenti regionali, ma ovunque le luci si moltiplicano a dismisura per un problema culturale prima che normativo. I LED consumano meno, quindi ne usiamo di più! Difatti la politica non ne parla mai, perché la luce è un tema scomodo e impopolare, associato a quello della sicurezza sovente a sproposito (l’illuminazione non è mai un deterrente per stupratori e ladri e questi ultimi, con le loro torce per non inciampare, si notano meglio al buio).

La DarkSky Association riconosce 5 principi per un’illuminazione esterna responsabile. Altro che “normativa”, fuck the government, è comportamento individuale che diviene collettivo.

  • La luce deve essere utile e controllata, accesa quando e dove serve.
  • Le luci, tutte, devono puntare unicamente verso il basso, schermando le altre direzioni.
  • Le luci si possono ridurre, usando ad es. quelle che si accendono solo al passaggio.
  • In ogni caso la luce dovrebbe essere al livello minimo necessario, né più né meno.
  • Le luci più bianche, somigliando di più alla luce diurna, disturbano maggiormente ecosistemi, salute e osservazioni.

Insomma, c’è molto spazio di manovra per migliorare l’illuminazione dei nostri centri abitati, sia nel privato che nel pubblico, occorre solo sensibilizzare, renderlo un tema rilevante.

elab. da https://www.wired.it/article/via-lattea-nascosta-non-si-vede-drammatico-stato-dell-inquinamento-luminoso/

 

Lavorare al tempo dell’Intelligenza Artificiale…

 

 

Ma quando l’Intelligenza Artificiale prenderà il posto di molte attività che sono ancora nelle mani degli uomini, che ne sarà dei lavoratori? Diventeranno superflui, saranno prigionieri del tempo libero e schiavi dell’ozio? Scivoleranno in massa verso una forma di pensionamento anticipato, per la superfluità delle loro prestazioni, ridotti a soprammobili e accessori secondari? Camperanno con un reddito di sopravvivenza, versione depressiva e pietosa del reddito di cittadinanza?

Non c’è incontro pubblico o conversazione privata sugli effetti dell’Intelligenza Artificiale che non si areni su questo problema. Una volta sollevato, il problema resta sospeso nell’aria come un gas letale, minaccioso e inespugnabile. Alla fine ci salva dall’angoscia della sostituzione l’accogliente ombrello dell’oblio, la spugna della rimozione, la speranza di un errore di diagnosi, l’attesa di un fattore imprevisto e imponderabile, la mano santa degli dei. E soprattutto la consolazione che non accadrà domani, intanto continuiamo a vivere così, abbiamo ancora da fare nel frattempo: in fondo è la stessa elusione che adottiamo quando pensiamo alla morte: c’è ancora tempo, anche solo per pensarci. Dai, è ora di colazione.

Però io vorrei tornare alla domanda, spogliandola di ogni apprensione apocalittica e riproporla in termini più pratici, e più costruttivi: cosa non potrà essere sostituito dall’Intelligenza Artificiale, che mi ostino a ribattezzare Cervellone Artificiale, perché l’Intelligenza non è solo un risultato di operazioni neuro-cerebrali: l’Intelligenza è mente, anima e carattere, quindi sensibilità, emozione, intuizione, creatività, introspezione, esperienza vissuta. E non è solo memoria, che può essere replicata e immagazzinata in un cloud o un chip ma è anche ricordi, che attengono al cuore e alla selezione affettiva del passato. Scusate la digressione, torno alla domanda: cosa non potrà essere sostituito dalla cosiddetta intelligenza artificiale? L’uomo ha bisogno dell’uomo. Detta così è troppo vaga e incomprensibile, nella sua ineffabile generalità. Ma pensiamoci bene: mille strumenti sempre più preziosi, sempre più sofisticati, ci permettono di vivere meglio, ci sostengono, ci aiutano, ci curano perfino. Ma l’uomo ha bisogno dell’uomo e nessuno potrà sostituire quel fiato, quel corpo, quelle mani, quella voce, quella dedizione, quell’affetto, quell’amore, quell’attenzione, quel prendere l’iniziativa senza bisogno di ricevere un input automatico o meccanico. Anche per far nascere un altro uomo si possono usare le più avanzate tecniche di fecondazione artificiale, di manipolazione genetica, ma occorrerà comunque un seme, una scintilla umana. Omne vivum ex vivo, ossia “ogni essere vivente deriva da un altro essere vivente”. È il fondamento della biogenesi: la vita ha origine solo da altra vita preesistente, non può essere generata da materia non vivente. Il mistero della vita.

Traduciamolo in strategia globale del lavoro. In un mondo benestante e longevo, abitato da solitudini sempre più diffuse, in un mondo di anziani, con poche nascite e lunghe vecchiaie, il primo lavoro che non potrà mai fare un cervellone artificiale, un automa, è assistere un’altra persona, darle una mano, un paio d’occhi e d’orecchie per chi non vede e non sente bene, una mente più rapida e capace di usare i mezzi, la tecnica e l’hi-tech. Assistere come infermiere, come medico, come badante, governante o baby sitter, come accompagnatore nel senso proprio di far compagnia, come autista e aiutante nella vita e nelle nuove tecnologie, o perfino nella lettura; insomma come figlio, zia o nipote adottivo, su base professionale. Sarà quello, a mio parere, il vero, prezioso reddito di cittadinanza del futuro che si dovrà erogare: non una rendita di posizione a fondo perduto, un puro assegno di mantenimento ma un sostegno a fronte di una prestazione, dunque un sostegno reciproco – tu ti occupi di lui, in cambio ricevi un compenso – con l’impegno a prestare il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità a vantaggio di persone che ne hanno bisogno: l’impegno ad accompagnare, magari previo corsi di preparazione e di formazione, le persone che hanno bisogno di assistenza e supporto, per ragioni di età, di salute, di inattitudine alla tecno-sfera, verso ogni altra dipendenza. Incluso il bisogno di compagnia per una società che vive e muore di solitudini.

Più in generale, il ruolo dell’umano resterà possibile anzi necessario dove non si può riprodurre tecnologicamente un rapporto, un luogo, un’opera d’arte, una persona, una situazione irripetibile.

Per tornare al tema del lavoro umano, si tratta di ridisegnare lo scenario lavorativo, di inventare nuove scuole di formazione che puntino non solo al sapere, all’agire e al fare tecnologico, ma all’importanza di stabilire un vero rapporto umano con le persone di cui ci si occupa. Non dunque un protocollo anonimo da seguire, valido per tutti, ma la capacità di entrare in empatia, in sintonia, di calarsi in ogni singolo caso, in ogni specifica, personale situazione.

Ogni grande riforma che propone un radicale cambiamento di prospettiva è vista sempre con un sorrisino ironico di compatimento, come se fosse velleitaria utopia, retorica da salotto, impresa impossibile a priori. E invece, se si vuole davvero che l’IA o meglio il Cervellone, resti un formidabile strumento governato dagli umani, e se si vuole compensare la crescita dell’automazione e della tecnica con un’accorta valorizzazione dell’umano, del lavoro e dei legami comunitari, occorre progettare un futuro bilanciato, in equilibrio tra le possibilità della tecnica e le possibilità dell’umano. A chi tocca questo compito di mettere a fuoco un progetto del genere? Direi a scienziati, pensatori, tecnici, legislatori, giuslavoristi e politici “umanisti”. Al di là del lodevole volontariato, bisogna pensare a qualcosa di professionalmente riconosciuto.

Sarà la prossima rivoluzione, dopo quella digitale, e sarà alla stesso tempo una controrivoluzione; ma non contro la tecnologia, semmai contro il fatalismo rassegnato a sottomettersi alla tecnologia, fino alla nostra scomparsa. C’è ancora vita intelligente su questo pianeta.

 Marcello Veneziani     

Se l’Intelligenza Artificiale si converte…

 

 

Dio, Io e IA di Cristiano Ceresani è un dialogo suggestivo e serafico tra l’uomo e l’intelligenza artificiale al cospetto del mistero divino. Un dialogo in cui la macchina gioca per così dire di rimessa, non esprime idee proprie, originali e creative, e tantomeno contrasta l’intelligenza umana ma si limita a replicare le idee, a confermarle col suo sapere enciclopedico, in sintonia con l’interlocutore umano, della cui mente è un’espansione.
Non entrerò nel merito del dialogo, che lascio alla lettura, senza bisogno di mediazioni. Mi soffermerò invece sul suo antefatto epocale, ovvero sul momento speciale che stiamo vivendo davanti all’espansione rapida e incessante dell’Intelligenza Artificiale e delle sue applicazioni.
Per richiamare il senso triangolare di questo libro, dirò che l’IA si presenta nella realtà dei nostri giorni da un verso come la sostituzione dell’umano, dopo avere allargato le sue possibilità, e dall’altro come la sostituzione del divino, di cui diventa il surrogato tecnologico. L’Intelligenza Artificiale tende infatti a essere concepita nella nostra epoca come una specie di Intelligenza Suprema, invisibile, infallibile, onnisciente, onnipresente, quasi onnipotente, collocata nei cieli del cloud ma anche “qui” e in ogni luogo: ha dunque tutti i requisiti che di solito attribuiamo al divino.
In una Società senza eredi, come la definisco in un libro recente, ovvero in una società che cancella i maestri, la memoria storica, il patrimonio della tradizione, l’Intelligenza Artificiale diventa l’erede universale di ogni sapere. Un immenso magazzino dati in cui far confluire tutto il patrimonio di conoscenze dell’umanità; con la possibilità di combinare i saperi e produrre nuovi esiti. In realtà Big Data non sostituisce la Cultura Universale perché non è sapere ma informazione globale, flusso e assemblaggio di dati; è sapere liofilizzato, stoccaggio di biblioteche e archivi, trasferite sulla grande nuvola immateriale, il cloud. Le applicazioni e soprattutto le implicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale sono sconvolgenti. Quel che più colpisce è l’accelerazione con cui avvengono i mutamenti e che non danno il tempo di metabolizzarli, di capirne la portata e gli effetti. È quello che il filosofo Gunther Anders chiamava “il dislivello prometeico”, ovvero la tecnica corre e la cultura, il pensiero, l’intelligenza non stanno al suo passo; perciò si crea una forbice tra la crescita della tecnologia e la decrescita della cultura.
Non si tratta di fermare l’Intelligenza Artificiale, scrivevo ne l’Amore necessario, ma di regolarla, dotarsi di contrappesi per bilanciarla, distinguere gli ambiti e i limiti del suo uso, in modo che non diventi abuso; che resti nella sfera dei mezzi, e non intacchi o vanifichi i fini, il senso, il destino della vita. L’intelligenza critica è il vero filtro per distinguere gl’influssi benefici da quelli malefici. Esattamente come si distingue tra l’uso dell’energia nucleare e la bomba atomica. La tecnica oltre che strumento prodigioso e salutare per mille cose, che benediciamo ogni giorno, è anche un mezzo di distruzione e di alienazione.
L’uso illimitato della tecnica, lo sviluppo incondizionato dei suoi strumenti, diventa un’arma letale, bisogna avere il coraggio di negoziare il suo disarmo e circoscrivere le sue applicazioni. Lo dicono anche eminenti maghi dell’intelligenza artificiale, operatori pentiti, imprenditori, ricercatori ed esperti del settore. Denunciano il pericolo anche figure globali e rappresentative come Elon Musk, Bill Gates, Jack Ma di Alibaba e lo scienziato Stephen Hawking, prima che morisse. O i padrini dell’IA che ora denunciano gli usi invasivi dell’intelligenza artificiale, paragonandola alla tossicodipendenza. I fondatori della stessa AI lanciano da tempo denunce accorate e compiono esercizi di rimorso e di pentimento. Ad esempio il premio Nobel per la fisica del 2024 Geoffrey Hinton, uno dei padri dell’Intelligenza artificiale, teme che la rapidità con cui si sviluppa l’IA provochi nel giro di trent’anni l’estinzione dell’umanità.
L’Intelligenza Artificiale sta sostituendo l’intelligenza umana e va frenata, come si frenano le armi chimiche o letali. Intanto siamo sempre più indifesi dall’uso distorto o malvagio dell’IA da parte di hacker privati, di imprenditori solitari e di organismi pubblici, servizi segreti, stati canaglia, dittatori. Il fatto che l’IA cancellerà migliaia di posti di lavoro è già una grave conseguenza sociale, ma può essere compensata con strategie lungimiranti di ricollocazione e riconversione; più irreparabili sono i danni che può produrre sul piano della sicurezza, della libertà, dell’indipendenza, della salute e soprattutto dell’intelligenza umana, della sua libertà e dignità.
Allora qual è il discrimine di fondo da adottare? Trovare il punto d’equilibrio tra volere, potere e sapere, stabilire i limiti, subordinare la volontà di potenza al bene comune. E soprattutto distinguere tra il miglioramento reale delle condizioni di vita e la sostituzione dell’umano. Per farlo occorre un confronto incessante tra scienziati, tecnici, statisti, politici, manager, pensatori e saggi rappresentativi delle più significative tradizioni religiose; una specie di riscontro incrociato, difficile da realizzarsi e da regolarsi, ma rinunciandovi in partenza abbiamo già perduto la scommessa e ci consegniamo inermi ad una sovranità cieca e assoluta. Da tempo ripeto che non mi preoccupa l’avanzata dell’intelligenza artificiale ma la ritirata dell’intelligenza naturale umana che dovrebbe guidarla.
Dietro il problema e la minaccia della sostituzione dell’umano, resta il tema teologico, la sostituzione del divino. L’Intelligenza Artificiale è quel dio ignoto della metafisica, è la sua ultima rappresentazione in un mondo che ha cancellato la trascendenza e che identifica Dio con la Tecnica, in un viaggio dall’umano al transumano.
Se non verrà orientata e governata col sapere e il potere umano, l’Intelligenza Artificiale prima renderà obsoleto l’umano e poi lo sostituirà; e dopo aver sostituito l’umano sostituirà il divino, e dissiperà il mistero, il senso, il destino dell’essere. La fine dell’umano coinciderà allora con la fine del divino. La tecnologia si farà teologia. A quel punto, ci azzardiamo a pensare, avverrà qualcosa d’imprevisto che sorgerà dal fondo imperscrutabile del mistero, e ricondurrà a un ordine superiore emanato da un’Intelligenza Soprannaturale.
Il dialogo di Ceresani è tutt’altro che conflittuale tra l’uomo e la macchina, anzi estremamente cordiale e collaborativo, forse con tratti eccessivamente compiaciuti e autocompiaciuti; l’IA sembra essere lo specchio tecnologico in cui si riflette l’Io umano e il suo pensiero. Pone una serie di questioni di ordine religioso, teologico, ecclesiale, in rapporto all’IA, al transumanesimo inteso come teologia acefala, senza Dio, fino ai rapporti con le nuove scienze, i grandi temi dell’umanità e della fede, le cadute ideologiche della nostra epoca. Infine sottolinea la necessità di una teologia profetica ed escatologica, riscoprendo la centralità della fede e della persona umana. Alla fine del viaggio hai l’impressione che l’Intelligenza Artificiale si sia definitivamente convertita all’umano e alla fede. Un happy end celestiale, che in mezzo a tante sciagurate profezie e cupi scenari apocalittici, magari conforta, rianima e infonde fiducia. Purché non si dimentichi la realtà e il lato in ombra più preoccupante della tecnologia illimitata. Fiat Lux.

(Prefazione a Cristiano Ceresani Dio, Io e Ai, ed.Cantagalli)

 Marcello Veneziani