Antropologia di un gesto, Paolo e Francesca si baciano ancora.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, il bacio di Paolo e Francesca
Jean-Auguste-Dominique Ingres, il bacio di Paolo e Francesca

Dalla Divina Commedia ai personaggi contemporanei. Non c’è contatto che abbia colpito di più la fantasia letteraria

Dal bacio di Paolo e Francesca a quello di Paola e Francesca. Il primo, reso immortale da Dante finì in tragedia, il secondo fra Paola Turci e Francesca Pascale, con un matrimonio. Gli amanti della Divina Commedia furono sorpresi sul fatto dal di lei marito. La cantautrice e l’ex di Berlusconi sono state paparazzate labbra sulle labbra. In un caso galeotto fu il libro, nell’altro uno yacht. Eppure, al di là delle differenze è pur sempre un bacio a simboleggiare l’amor che a nullo amato amar perdona. E non è un caso che magazine, tv e social in questi giorni abbiano tutti rispolverato i versi del V Canto dell’Inferno, rendendo iconiche le testimonial dell’amore LGBTQIA+.

Perché quello di Paolo e Francesca è il bacio più celebre della letteratura. Un bacio che nasce da un altro bacio letterario. Quello altrettanto proibito che Ginevra, moglie di re Artù, scambia con il prode Lancillotto, raccontato dal grande poeta Chrétien de Troyes, nel libro che accende la passione dei due young adulterers.

Quel turbine di desiderio immortalato dalle terzine vertiginose di Dante ha colonizzato la vita sentimentale di generazioni di studenti. Mescolandosi ai turbamenti dell’adolescenza. “Ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene – dice Antonello Venditti in Compagno di scuola – perché, ditemi, chi non si è mai innamorato di quella del primo banco?”.

Gli unici a poter contendere agli amanti di Rimini la palma del bacio fatale sono gli amanti di Verona, Giulietta e Romeo. Con una bella differenza. I primi sono due ragazzini ingenui, tutti fremiti e palpiti. Basta un libro a farli andare fuori di cabeza. Mentre la Giulietta di Shakespeare appare molto più scafata di Romeo, quasi una metrosexual. Lui, ingenuo, paragona le sue labbra a due timidi pellegrini in cerca della sacra bocca dell’amata. Mentre la ragazza Capuleti la sa lunga e valuta da uno a dieci l’arte filematica del Montecchi. “You kiss by a book” – gli dice compiaciuta – “baci come un libro stampato” o, se preferite, “baci da manuale”. Insomma, il libro galeotto è diventato un tutorial.

Il sì di Paola Turci e Francesca Pascale a Montalcino il 2 luglio 2022

Il sì di Paola Turci e Francesca Pascale a Montalcino il 2 luglio 2022 

Quello che evidentemente non ha letto Otello che, accecato dalla gelosia, scambia i baci d’amore di Desdemona per prove del suo tradimento. E quando la uccide nel sonno, la bacia e continua a parlarle di baci: “E non c’è altro modo che questo: uccidermi, per morire in un bacio”. La scena ha una lunga eco letteraria e musicale, fino al libretto scritto da Arrigo Boito per l’Otello di Verdi dove il Moro dopo il femminicidio canta “un bacio, un bacio ancora, un altro bacio”. Con una sorta di triangolazione delle citazioni, perché la frase di Boito si ispira a un passo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo dove Lorenzo, uno dei protagonisti del romanzo, scrive all’agognata Lauretta “O! un altro tuo bacio, e abbandonami poscia a’ miei sogni e a’ miei soavi delirj: io ti morrò ai piedi”.

Insomma, sulla letteratura piovono baci in tutte le direzioni, come quelli di cui Vronsky copre il viso e le spalle di Anna Karenina nell’omonimo romanzo di Tolstoj. Ma la fiaba e il fantasy sono un vero catalogo di prodigi filematici, aspirazioni bocca a bocca, suzioni fatali. A cominciare da quelle del Dracula di Bram Stoker, il più nefasto tirabaci dell’Ottocento.

Ma la magia del bacio, il suo potere di cambiare anima e corpo delle persone ha nelle favole e poi nel cinema la sua consacrazione. L’idea di fondo è che in ogni ranocchio è nascosto un principe e in ogni serpente una principessa che solo un bacio potrà restituire alla loro bellezza originaria. A questo genere appartengono storie come La donna serpente di Carlo Gozzi una favola teatrale settecentesca. O ancor prima l’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, dove il prode cavaliere Brandimarte libera la fata Febosilla trasformata in rettile da un mago invidioso. Va da sé che l’indomito slinguazza senza esitazioni il biscione. E il lieto fine è assicurato.

Alla stessa famiglia di miracolate appartiene la Bella addormentata nel bosco, svegliata dal bacio del principe dopo un sonno di cento anni. Senza dire di Biancaneve che dopo aver assaggiato la mela della strega piomba in uno stato di ibernazione da cui solo le labbra amorevoli del principe la tirano fuori. Più o meno come succede ad Anna, principessa di Arendelle e coprotagonista di Frozen-Il regno di ghiaccio, il film d’animazione che ha stracciato tutti i record d’incasso.

Ma non si creda che siano solo e sempre le donne ad aver bisogno degli uomini. Anche i principi hanno i loro inestetismi da incantesimo. Trasformati in mostri come ne La bella e la bestia. E nemmeno i paperi fanno eccezione. Ne La leggenda di Papertù, geniale crasi fra Paperino e Artù, il pennuto più famoso di sempre viene trasformato in rospo dalla perfida maga Ameliana. L’incantesimo viene spezzato solo dal bacio della principessa Paperinevra, Paperina più Ginevra.

Ma adesso, al tempo del #MeToo, quei baci favolosi incappano spesso e volentieri nelle censure del politicamente corretto. Nel 2017 Sara Hall, una mamma inglese, ha chiesto di cancellare la Bella addormentata dai programmi scolastici del Regno. Motivazione. Il principe è uno stalker che ha baciato la dormiente senza il suo consenso. Ha rincarato la dose la sociologa giapponese Kazue Muta che ha accusato il principe di Biancaneve di atti osceni su una partner priva di sensi.

Per ragioni analoghe l’attrice Keira Knightley ha deciso di vietare a sua figlia Cenerentola e pure La sirenetta. Con tutto il rispetto, accusare di sessismo un autore di 2000 anni fa o i fratelli Grimm è come multare per eccesso di velocità i piloti di Formula Uno.

In realtà, questo revisionismo applicato alla fiaba è la prova provata della potenza simbolica di questo gesto antico quanto il mondo. A partire dalle Metamorfosi di Ovidio dove lo scultore Pigmalione bacia la statua di Galatea e la trasforma in una bellissima donna in carne e ossa. Fino al mondo dei Manga e degli Anime, dove siti specializzati stilano la classifica dei baci più amati dagli adolescenti. Insomma, con buona pace della cancel culture, il bacio resta un evergreen del discorso amoroso. Di ieri e di oggi.

Donatello, Madonna Dudley-

Tra i fili conduttori della meravigliosa mostra di Donatello in corso a Firenze a Palazzo Strozzi e al Bargello, c’è certamente il tema della Madonna con il Bambino. È impressionante e insieme commovente la quantità di varianti che Donatello riesce a creare su quello stesso soggetto, come se avesse avuto l’opportunità di essere testimone di mille differenti istanti della relazione tra Maria e suo figlio.

Cambiano i gesti; cambiano soprattutto le pose del Bambino, che come accade nella realtà di ogni bambino non sta fermo, cambia posizione, cerca la madre in modi ogni volta diversi. A volte s’abbarbica al suo volto, a volte si agita sulle ginocchia, a volte le si stringe il collo, a volte si mette teneramente guancia a guancia. Con Donatello il soggetto più amato dal popolo cristiano si vivifica, proponendosi ogni volta in modo irripetibile, proprio com’è irripetibile ogni istante della vita.  C’è però un’opzione preferenziale a cui Donatello ricorre con maggiore frequenza. Riguarda Maria, che tante volte troviamo rappresentata di profilo, mentre rivolge il suo sguardo al Bambino. In mostra ce n’è più di una, compresa quella più celebre, la Madonna Pazzi, che campeggia sui manifesti. C’è ad esempio la bellissima e misteriosa Madonna Dudley, conservata a Londra: una lastra di marmo poco grande – quanto un foglio A4 – che sembra scolpita più che con uno scalpello con la grazia di un soffio. È misteriosa non perché sia sfuggente, ma perché, grazie a tanta leggerezza esecutiva, ci mette direttamente davanti al mistero costitutivo del rapporto tra Maria e suo figlio. Anche la Madonna Dudley ci appare di profilo. Perché Donatello insisteva tanto su questa scelta? Stando di profilo, Maria punta sempre il suo sguardo sul Bambino. È uno sguardo inevitabilmente intenso, profondo e affrancato da ogni psicologismo.In un certo senso può sembrare escludente, in quanto noi siamo tagliati fuori dall’asse di quello sguardo. Eppure è tale la densità umana di quel guardare, che alla fine, ci si sente invece tutti inclusi. Quello di Maria è infatti uno sguardo originato da un’attrattiva, così tenera, fragile e insieme così totalizzante. Difficile non sentirsene investiti, al punto che è difficile anche a noi levare lo sguardo da immagini come queste.

https://piccolenote.ilgiornale.it/56340/donatello-madonna-dudley

Progetto un mondo___una poesia bellissima di Wislawa Szymborska.

Progetto un mondo, nuova edizione,
nuova edizione, riveduta,
per gli idioti, ché ridano,
per i malinconici, ché piangano,
per i calvi, ché si pettinino,
per i sordi, ché gli parlino.

Ecco un capitolo:
La lingua di Animali e Piante,
dove per ogni specie
c’è il vocabolario adatto.
Anche un semplice buongiorno
scambiato con un pesce,
àncora alla vita
te, il pesce, chiunque.

Quell’improvvisazione di foresta,
da tanto presentita, d’un tratto
nelle parole manifesta!
Quell’epica di gufi!
Quegli aforismi di riccio,
composti quando
siamo convinti
che stia solo dormendo!

Il Tempo (capitolo secondo)
ha il diritto di intromettersi
in tutto, bene o male che sia.
Tuttavia – lui che sgretola montagne,
sposta oceani
ed è presente al moto delle stelle,
non avrà il minimo potere
sugli amanti, perché troppo nudi,
troppo avvinti, col cuore in gola
arruffato come un passero.

La vecchiaia è solo la morale
a fronte d’una vita criminosa.
Ah, dunque sono giovani tutti!
La Sofferenza (capitolo terzo)
non insulta il corpo.
La morte
ti coglie nel tuo letto.

E sognerai
che non occorre affatto respirare,
che il silenzio senza respiro
è una musica passabile,
sei piccolo come una scintilla
e ti spegni al ritmo di quella.

Una morte solo così. Hai sentito
più dolore tenendo in mano una rosa
e provato maggiore sgomento
per un petalo sul pavimento.

Un mondo solo così. Solo così
vivere. E morire solo quel tanto.
E tutto il resto eccolo qui –
è come Bach suonato sul bicchiere
per un istante.

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                 Il sogno__Pablo Picasso

Quando Van Gogh copiava…

 

Vincent Van Gogh aveva davvero l’estate nel cuore e negli occhi. Quando nel 1888 decise di andare nel Sud della Francia, vi andò in particolare per cercare e sperimentare l’estate nella sua massima intensità (o gloria, come lui scrive nelle lettere). L’estate per lui è la natura spinta sin sulla soglia dell’assoluto; è la luce che si avvicina a quell’“alta nota gialla” cercata per tutta la sua vita. Di estate ci si può anche bruciare, come succede quando ci si inoltra nell’indicibile. L’estate è un respiro ardente. È un cielo sul quale non scende mai il buio della notte. Van Gogh cercava l’estate; o meglio era simbiotico all’estate in quanto aveva l’estate dentro.

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Questo quadro, uno dei suoi più iconici, oggi conservato al Musée d’Orsay, è emblematico. Van Gogh lo dipinse copiando il venerato maestro François Millet:

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aveva preso l’immagine da un’incisione tratta dal prototipo, per questo rispetto all’originale il soggetto ci appare rovesciato. Per Millet  quel soggetto rappresentava una sorta di elogio della Francia rurale. Per Van Gogh invece rappresenta il sogno: il sogno di poter essere semplice come il suo maestro. O, ancor di più, semplice come i due contadini che fanno da soggetto. Dipinse questo quadro mentre era ricoverato nella casa di cura di Saint-Remy, per via della crisi nervosa che lo aveva colto a fine 1888 in occasione del litigio con Paul Gauguin. Lo dipinse (chi lo avrebbe detto…) in pieno inverno, a dimostrazione di quanto avesse davvero introiettato la dimensione dell’estate. È un quadro che a vederlo commuove, per quel senso di pace e di riposo che comunica. È il momento della siesta. Lui e lei si distendono all’ombra di un covone, ciascuno cercando la posizione che più si addice al sonno. Lui si è tolto gli zoccoli e se ne sta con le mani dietro la testa e il capello calato sopra gli occhi, come volesse non perdersi nulla dell’intensità del cielo e respirare quell’aria impregnata di sole. Lei invece si è accucciata a pancia in giù e sembra cercar rifugio appoggiando la testa sul fianco del compagno. I due falcetti in primo piano sono allineati, come a indicare un pieno accordo, uno star bene assieme. Chi non vorrebbe vivere un momento così? Un momento in cui la vita è investita da una pienezza e da una pace senza che noi si debba fare nulla: semplicemente dormire…Questo quadro è stato dipinto nel cuore dell’inverno da un artista che stava cercando di arginare una malattia nervosa che gli stava divorando la vita: date le premesse, è quindi un quadro che non avrebbe potuto esser dipinto. Invece è qui, davanti ai nostri occhi, come un grande regalo che non sappiamo spiegare e che proprio per questo non può non riempirci di gratitudine.

 

 

Aochoo!!

Protagonista di Aochoo è una tenera nonnina che, foulard in testa, starnutisce di colpo. La dentiera prende il volo insieme alla borsa ed al bastone. Il poderoso starnuto provoca uno spostamento d’aria, al punto da investire anche un uomo con l’ombrello posto più in là e che, secondo alcuni, potrebbe essere un autoritratto dell’artista. L’immagine, realizzata alla fine della strada più ripida del paese, se vista ad una certa distanza dà l’illusione che lo starnuto della signora possa aver addirittura spostato le case.Lo street artist Banksy torna così a farsi cronista dei nostri giorni, quelli del Covid ,raccontando con un pizzico di spirito e di ironia la pandemia che stiamo vivendo. Per la sua ultima opera ha scelto un muro di una casa di Bristol, sua città natale.

Chi è Banksy?
Banksy è oggi considerato uno dei più grandi interpreti della street art contemporanea. Le sue opere compaiono misteriosamente sui muri delle città e, ogni volta, riescono sempre a suscitare un grande interesse. Sulla sua identità non sappiamo praticamente nulla. L’unico dato certo è che è nato a Bristol e che il suo primo graffito è datato 1997. Tra le sue fonti di ispirazione vi è il francese Blek Le Rat, dal quale ha appreso l’uso dello stencil e il ricorso al soggetto del topo, diventato quasi una sua firma. Il supporto che predilige è il muro che, come ha avuto modo di affermare, resta per lui “una grande arma è […] una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” e che, come confermano i suoi lavori si rivela lo spazio adatto per comunicare messaggi così attuali a tutta la collettività.

bansky

L’estasi di Santa Teresa d’Avila, opera di Gianlorenzo Bernini…

 

santa teresa

 

Ci sono opere d’arte nascoste alla vista delle persone perché ritenute scandalose o altre perché la loro interpretazione potrebbe minare il concetto di sacralità; questi , che sono valori fittizi della nostra società.

Prendiamo a modello una delle più belle e discusse opere di   Gianlorenzo Bernini: L’Estasi di Santa Teresa all’interno della cappella Corsaro, nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria. La Scena rappresenta Santa Teresa d’Avila in estasi mistica, nell’atto cioè di essere sopraffatta dalla visione soprannaturale di Dio.

“L’anima mia si riempiva tutta d’una gran luce – scriveva al riguardo Teresa – mentre un angelo sorridente mi feriva con pungente strale d’amore”.

Il Bernini scolpisce la santa immaginandola semidistesa su una coltre di nuvole, mentre un angelo sorridente, in realtà più simile al cupido della mitologia classica che a un’entità spirituale cristiana, sta per trafiggerle simbolicamente il cuore con una freccia . Qual’era dunque il vero intendimento del Bernini? Come era suo solito , l’artista esprime la volontà di strabiliare il pubblico con un chiaro intendimento di doppio significato. La collocazione e gli atteggiamenti dei personaggi sono estremamente enfatizzati, come se si trattasse di attori su un palcoscenico. Questo aspetto del resto è sottolineato dalla presenza, ai lati della cappella, di due finti balconi dai quali, come da un palco teatrale, le statue raffiguranti vari membri della famiglia Corsaro, committente dell’opera, assistono all’estasi si Santa Teresa.
Il confine tra realtà e finzione si fa dunque sempre più incerto, e come nel teatro la vita diventa sogno, nell’arte barocca il marmo può farsi addirittura carne. Sotto il magistrale scalpello del Bernini, infatti, l’estasi della santa assume le forme di un abbandono sottilmente sensuale, sottolineato tra l’altro dall’intensa espressione del volto, con il capo abbandonato all’indietro, e dallo scomposto agitarsi delle vesti. Lo scultore, dunque, trasferisce in una dimensione quasi del tutto terrena ricordando le toccanti parole di Santa Teresa: “ Dio fa scaturire il latte delle celesti consolazioni, che infonde nuova vita, non soltanto nelle potenze dell’anima, ma anche nei sensi del corpo” ed è proprio al corpo che l’artista dedica la massima attenzione, indagandone le emozioni e sottolineandone la sensualità. In questo modo egli abbandona definitivamente la compostezza classicheggiante della scultura rinascimentale per dedicarsi al libero gioco delle forme al fine di strabiliare e di coinvolgere emotivamente gli spettatori nel gran teatro della scultura barocca.

Santa teresa.1

Gianlorenzo Bernini (Napoli 1598 – Roma 1680) architetto e scultore italiano fu un dei più originali, versatili e prolifici maestri del BAROCCO italiano.
Figlio dello scultore fiorentino Pietro Bernini, la sua famiglia si trasferì a Roma nel 1605.
Se si eccettua un suo viaggio a Parigi nel 1665, Gianlorenzo Bernini lavorò a Roma come architetto, scultore e pittore per tutta la sua vita.
Il colonnato di piazza San Pietro a Roma, è una delle più geniali invenzioni prospettiche dello stesso e dell’architettura del seicento.

La festa del lavoro. 1 maggio

 Pensando che domani sarà il 1° maggio, la festa del lavoro, mi è venuto alla mente il grande quadro “Quarto Stato” , opera di  Giuseppe  Pelizza di Volpedo, grande non solo perché ha un grande valore politico ,ma perché le sue dimensioni sono davvero eccezionali.

Quarto Stato

Dal primo maggio al 30 giugno ‘Il Quarto Stato’, capolavoro di Giuseppe Pelizza da Volpedo, sarà in mostra nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio.
. Simbolica l’apertura della mostra nel giorno della festa dei lavoratori, dato che ai lavoratori è dedicato questo enorme dipinto alto due metri e 93 centimetri e lungo cinque metri e 45.   Proviene  dal Museo del Novecento di Milano, dove è esposto dall’inaugurazione del 2010.Perchè abbia pensato a quest’opera non è il mio amore per l’autore, che ammiro,  ma per lo stato d’animo che sto vivendo, e credo di non essere l’unica in questo periodo, un’ era della mia vita tra le più brutte. Infatti   il dipinto è la rappresentazione del disagio, dello sconforto che arriva alla disperazione.   Il popolo, non solo di braccianti, operai, è quel popolo di cui fanno parte  quei cittadini, fuori dalla casta del potere, ai quali dovremmo accodarci tutti coloro  che  sono stanchi di vedere annullati tutti i nostri diritti in nome di una sudditanza mascherata da democrazia, vogliosi di potere esprimere i propri pensieri, che, se dissenzienti dal main stream del potere e dei media, oggi ti condannano al ghetto fascista.

L’autore del dipinto nacque nella seconda metà dell’ottocento e morì  nei primi anni del novecento, dopo una lunga carriera da pittore, iniziata da giovanissimo e che perfezionò seguendo scuole di maestri come Fattori, Segantini, studiò con Signorini nel periodo dei macchiaioli per approdare al divisionismo insieme a Matteo  Olivero e altri pittori di quel periodo pittorico, che correva parallelo all’impressionismo francese e le sue derivazioni tecniche. Non ebbe molta fortuna tra il pubblico, la sua produzione si trova principalmente nei musei di arte moderna. “Quarto Stato” deve la sua fama e fortuna al  Partito Socialista, che, all’inizio del Novecento, iniziò ad usare il dipinto per propagandare il movimento dei lavoratori. Di seguito alcuni dipinti della sua produzione.

pelizza

 

divisionismo

 

 

La fine dell’uomo in scena alla Biennale..

 

 

Finalmente l’umanità sta per cessare. Finalmente il Pianeta potrà sopravvivere senza il suo inquinatore e disturbatore, in via d’estinzione. Finisce l’uomo, sopraffatto dal Transumano, dal Fluid gender, dall’Animale, dalla Macchina e dall’Intelligenza artificiale. La liberazione arriva al suo ultimo stadio, la liberazione dall’umano. Ad annunciarlo, con malcelata soddisfazione, è la Biennale di Venezia,  in laguna; il suo ambasciatore è un Elefante che campeggia a dimensione naturale nel padiglione centrale, per dare la lieta novella agli umani (presumo che a visitare la mostra non verranno altri pachidermi o altre specie zoologiche ma solo umani). L’uomo non è più al centro del mondo. Certo, se così fosse, la Biennale dovrebbe essere affidata e allestita direttamente da un team di bestie; pure gli artisti dovrebbero essere animali, che so, ippopotami, scimmie, sciacalli, zanzare, polpi. Ma con stridente contraddizione e lampante masochismo, è ancora l’uomo ad annunciare e inscenare la fine dell’uomo  .Da tempo, la Biennale è il barometro del tempo che fa, il tempo occidentale e global, ovviamente ripassato nella padella del mainstream e del politically correct. La Biennale è il catalogo dei nuovi pregiudizi, obblighi e tendenze dell’epoca ed è l’apoteosi di un nuovo determinismo; la strada è quella, senza alternative, si va in quella direzione. La Biennale raffigura, e spesso sfigura, l’ideologia del presente e annuncia il futuro secondo i canoni vigenti. È perfetta la progressione tematica di questa mostra: sparisce l’umano tra l’animale e l’artificiale; sparisce l’antropocentrismo per lasciare il posto all’ecocentrismo, il protagonismo assoluto del pianeta, dell’ambiente e dell’animalismo; sparisce la differenza tra il maschile e il femminile, sopraffatti dal transgenico, l’androgino e il femminismo militante; sparisce il corpo umano tra metamorfosi e cyborg; sparisce la nostra civiltà per far posto al terzo mondo, nella versione sradicata e apolide; sparisce la storia per far posto ai discendenti delle “vittime” del colonialismo. Si crea così una nuova piramide o gerarchia, come la Fiera dell’est di Angelo Branduardi. L’artificiale vince sul naturale, l’animale vince sull’umano, il nero vince sul bianco, l’Africa vince sull’Europa, il primordiale vince sul civile, il trans vince sui due sessi, il femminile vince sul maschile. Evviva, siamo finalmente annientati. Che sollievo.

Morte dell’arte, verrebbe da dire, ma qui a morire con l’arte è pure il mondo che abbiamo finora conosciuto e frequentato; finisce il nostro statuto di uomini, la nostra differenza sessuale, la nostra identità civile e culturale. Vince l’estraneo, muore il nostrano. Nell’esposizione, l’arte muta in spettacolo: si inscena la trovata, non il “manufatto”, un po’ come succedeva nei circhi coi fenomeni da baraccone (la donna cannone, il nano volante, il trasformista, il mangiafuoco). Tutto è allestimento, performance, installazione; non opera d’arte. Gli artisti prescelti per raccontare questa gioiosa catastrofe dell’umanità sono naturalmente donne, nere, africane, meglio se espatriate, ancor meglio se appartenenti a quelle minoranze protette che ormai ben conosciamo. Per completare l’opera del conformismo finto trasgressivo, c’è l’atto eroico d’impegno civile: è stata cacciata la Russia dal suo padiglione nella Biennale, come se gli artisti russi abbiano responsabilità nella guerra, adottando così una discriminazione di tipo etnico-nazionale; al suo posto troneggia l’Ucraina, che nella città del Luogo Comune ha una piazza centrale tutta sua, con un cumulo di sacchi come set.

Ma cos’è l’arte, cosa resta dell’arte secondo la Biennale? E’ una domanda che ci facciamo non da oggi, anche a proposito della stessa Biennale, di cui la miglior critica sul campo resta quella di Alberto Sordi e Signora in un film del ’78 dedicato alle Vacanze Intelligenti. In modo grossolano ma divertente, la coppia di fruttaroli romani in visita alla Biennale ne rivela il punto debole più elementare: non distinguere ciò che è arte da ciò che non è, al punto che i visitatori scambiano la pingue moglie seduta per un’installazione di pop art. D’altronde le stesse “opere” esposte possono essere scambiate per oggetti comuni, scarabocchi puerili, scene per il teatro. Tanto è vero che un manifestante antirusso, semi nudo con saluti nazista, è stato scambiato ieri per un’opera esposta. Al di là dell’impressionismo naive del film, assai efficace non solo dal punto di vista della comicità, qual è il punto centrale dell’arte contemporanea, espresso dalla Biennale? È la sostituzione dell’opera d’arte con l’intenzione dell’autore; non conta la capacità di arrivare alle anime tramite gli occhi, non conta l’opera e la maestria dell’artista ma le intenzioni del soggetto che l’ha prodotta (cosa ha voluto dire e denunciare l’autore). Non il valore oggettivo dell’opera ma il proposito soggettivo dell’autore, che ho difficoltà a definire artista. Conta il messaggio, meglio se in forma di denuncia e adesione militante, non la bellezza dell’opera. Un lascito del vecchio impegno ideologico. È caduto il confine tra arte e non arte, ha ragione Peter Burger. Frutto della convinzione, veicolata nel ’68, che la creatività sia universale: tutti sono artisti, non ci sono più confini tra bello e brutto, tra valore e disvalore, tra genio e banalità. Il narcisismo e la psicanalisi stuprano la realtà; l’arte perde la sua aura, il mito e la bellezza. Restano la vanità e l’inconscio dell’autore e il prevedibile sconcerto prodotto dalla sua perfomance. L’arte perde il suo linguaggio e la sua motivazione; si confonde con la società, con la non arte, con la pubblicità. A proposito, l’arte sovverte il mondo, ma poi si piega ai voleri degli sponsor. E questo la dice lunga sulla finta trasgressione e sul vero conformismo dell’arte odierna, sottomessa al mercato, all’industria e alle ditte che la sostengono, anche a Venezia. L’umanità sparisce ma ora dobbiamo andare in pubblicità; restate con noi.

 

 M V

Don Chisciotte…

 

Chi meglio di Nazim Hikmet poteva farsi difensore con ammirazione di Don Chisciotte? Per molti anni della sua vita combattè contro la disperazione, la lontananza, la paura di non rivedere mai più il suo grande amore. Anni e anni di sofferenze, di prigionie, di lotte hanno rinvigorito il suo sentimento al punto di vedere lei dovunque, lei e il Bosforo in ogni tramonto, lei nel profumo di un fiore , lei in una fetta di pane e in sorso di vino rosso come le labbra di quella donna fino al giorno in cui potè finalmente ribaciarle in un tempo ritrovato,anche se breve.
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Don Chisciotte

Il cavaliere dell’eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare, il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c’era il mondo
con i suoi giganti assurdi e abbietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.

Lo so quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c’è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
è la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.

da Poesie d’amore- Nazim Hikmet

don chisciotte

Amo l’arte e immergermi in lei è piacevolmente distensivo.. contemplare la bellezza non stanca mai…

 Per questo motivo, poichè ho trovato un  sito che propone la contemplazione dell’arte in Alta Definizione  nei minimi particolari, ho piacere di condividerlo con coloro che si accosteranno a questo blog proponendo la visita  alla Cappella degli Scrovegni a Padova, opera di Giotto, patrimonio Unesco ! Il LINK vi porterà a passare un po’ di tempo in modo gradevole!

https://www.haltadefinizione.com/visualizzatore/opera/cappella-degli-scrovegni-giotto-di-bondone#scroll

Cappella-degli-Scrovegni-gli-affreschi-di-Giotto