Il destino dell’Europa è oltre l’Occidente-

 

 

 

Poi d’improvviso, come d’incanto, spariscono le rivolte e le repressioni a Caracas e a Teheran. E resta solo la scia di discussioni e di litigi nostrani, coi maestri cantori dell’Occidente libero, moderno e democratico che ti chiedono: ma tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia, dicono? No, che non ci vivrei, perché dovrei andarci? E non vivrei nemmeno in Cina, in Corea, in Nigeria, in Groenlandia. Non sono il mio mondo, la mia vita, la mia storia, la mia gente. Perché mai dovrei lasciare il mio paese, la mia civiltà? Il problema è opposto: noi che viviamo qui (e che non vivremmo mai lì) non possiamo decidere cosa è meglio per chi abita lì. Noi che nemmeno siamo in grado di capire cosa è successo e come mai ora sembra tutto rientrato. Tocca a loro deciderlo, noi possiamo solo augurarci e anche impegnarci con i mezzi ragionevoli della diplomazia e della pressione internazionale che decidano il più possibile in modo libero e incruento. Ma non possiamo sostituirci a loro, decidere al posto loro e perfino intervenire con le armi per imporre quel che a noi sembra la soluzione migliore (che magari è quella più utile ai nostri affari o più vicina solo al nostro punto di vista). Anche perché quei popoli non sono come ce li raccontano media e intelligence, contrari per intero ai loro regimi, ma sono divisi, tra favorevoli e contrari, tra sostenitori e nemici giurati del regime; tanti preferiscono il male minore o il male già conosciuto al male sconosciuto. Non credo che la maggioranza degli iraniani preferirebbe lo scià al posto dell’ayatollah; se devono cercare un ricambio lo faranno in Iran, non con pacchi Amazon catapultati dagli Usa o comunque da fuori… C’è chi preferisce i tiranni di casa propria ai padroni di fuori e c’è chi nel nome della liberazione è pronto a schierarsi anche coi nemici di fuori pur di cacciare i tiranni di dentro. Sappiamo pure che le sanzioni di solito stringono i popoli ai loro regimi, anziché allontanarli; accadde in Iraq e in altri tempi anche da noi… Insomma, il quadro è variegato; e se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno, dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano. La vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio.
Penso che sia maturo il tempo per considerare fittizia la definizione odierna di occidente. Il nostro mondo ha perso o largamente rifiuta ogni identità derivata dalla sua storia e dalla sua civiltà, si vergogna del suo passato, rinnega le sue radici cristiane, ricusa quasi tutti i precedenti storici perché dominati da forme politiche e giuridiche, valori morali e culturali, precetti religiosi rigettati e rinnegati da tempo. E accetta la definizione di occidente solo come regno della libertà e della modernità, dei diritti umani e individuali. Ma nella realtà “l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa è diventata la vera essenza dell’Occidente… gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire poco alla volta l’identità europea con un’identità occidentale tendenzialmente americana”. Lo scrive un “filosofo geopolitico” tedesco, Hauke Ritz, in un libro intrigante, “Perché l’Occidente odia la Russa” (Fazi Editore), con una prefazione di Luciano Canfora.
L’Europa, lo vediamo ogni giorno, è ridotta a periferia strategica degli Usa; ma arrivati a questa condizione, secondo Ritz, per paura della Russia. Magari giustificata ai tempi in cui l’Urss era potente e in competizione con l’Usa, senza mai peraltro sconfinare apertamente rispetto agli accordi di Jalta, in cui si spartirono le aree di influenza del mondo. Ma la paura della Russia, nel nuovo millennio, è stata alimentata in modo surrettizio da quando la Russia non ha accettato di diventare una potenza regionale subordinata all’ordine mondiale americano, facendo seguire alla colonizzazione commerciale e culturale anche quella geopolitica e militare. In effetti se consideriamo la minaccia islamica e il pericolo cinese, quella russa non è obiettivamente una preoccupazione prioritaria; ma agli occhi degli Usa, un’alleanza anche solo economica tra Russia ed Europa, magari via Germania, era il pericolo da scongiurare perché liberava l’Europa (oltre che la Russia) dalla sudditanza e dalla dipendenza dagli Stati Uniti. Nel nome di questa sudditanza gli europei hanno accettato perfino che l’antico contenzioso tra Russia e Ucraina, per tre secoli annessa alla Russia, assai affine pur nella contrastata vicinanza, diventasse ai propri occhi una dichiarazione di guerra e d’invasione contro l’Europa, come ci ripeteva Biden per farci considerare in guerra con la Russia fino a riarmarci in funzione anti-Putin. Ora, per completare la follia, pretendiamo di dichiarare guerra pure agli Usa di Trump per la folle volontà di annessione della Groenlandia. Lo spettacolo del gruppetto di soldati mandati dall’Europa in Groenlandia e la relativa minaccia di altri dazi di Trump agli europei sembrano davvero una farsa, di quelle che nel gergo cabarettistico sono indicate come “scemo e più scemo”. L’Occidente diviso intorno a un freezer…
La strada del realismo, invece, dovrebbe portarci al confronto, forte e paritario, con entrambi – con la Russia e con gli Usa – alla ricerca di una nostra terzietà, indipendenza e autonomia politica e strategica. Il problema non è essere ostili a entrambi ma cercare un accordo per allearsi con entrambi, restando, a tutti gli effetti, padroni in casa nostra.
Nel delineare una risposta dell’Europa alla russofobia e alla americanizzazione, Ritz indica un percorso di “ritorno all’Europa”. La preoccupazione dello studioso è mostrare che il suo auspicio non ha nulla di conservatore, reazionario, antimoderno ma per indicarlo usa verbi precisi: tornare all’Europa, ritrovare la sovranità, riportare l’Europa a una visione sociale e solidale, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni europee, far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo per bilanciare il primato del tecnicismo di matrice Usa, riallacciarsi a una tradizione culturale che “è stata in grado di stabilire un legame con la trascendenza in modo laico”. Verbi che indicano tutti un ritorno. Non si tratterebbe, dice Ritz, di “un ritorno attivo alla religione” e alla professione di fede, ma si “riconoscerebbe come valore l’ordine mondiale cristiano secolarizzato”. Insomma il cristianesimo come religione civile e ordo civilis.
Non possiamo, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, ossia nel nome “degli orrori delle due guerre mondiali” lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente. Per lo stesso gigantesco complesso, nota Ritz, la Germania ha sostenuto a Gaza “una politica di pulizia etnica per sfuggire così alla vergogna per il genocidio degli ebrei europei avvenuto in passato”.
Si tratta dunque di rigettare la definizione stessa di Occidente e di accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare, come non ci stancheremo mai di ripetere. E pensare l’Europa come luogo d’incontro tra Usa e Russia, e più vastamente tra Oriente e Occidente. Ma soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo. Ad avercela, un’Europa così.

 

Marcello Veneziani

Breve storia della sinistra in Italia..

 

 

 

Questa settimana si è celebrato il Concistoro solenne della sinistra italiana. L’occasione è stato il cinquantennale della nascita del quotidiano la Repubblica in cui sono convenuti gli stati generali della sinistra intera e i suoi alleati. C’erano o ci sono passati davvero tutti, come capita ai funerali di un Papa e al Conclave che ne consegue. O come fu, ai suoi tempi, il funerale di Enrico Berlinguer, l’ultimo grande evento di popolo del Pci (più in piccolo lo stesso congedo avvenne per il Msi coi funerali di Almirante, quattro anni dopo). Il Concistoro de la Repubblica è stato indubbiamente un’occasione più significativa di un congresso del Pd, per intenderci. È l’occasione per fare un bilancio e una riflessione generale sulla sinistra tra ieri e oggi.

Cinquant’anni fa accaddero due eventi che cambiarono in modo decisivo la sinistra in Italia: uno fu l’avvento alla guida del Partito Socialista di Bettino Craxi, di cui domani ricorre l’anniversario della morte; l’altro fu appunto la fondazione de la Repubblica dal seno de l’Espresso. Con questi due avvenimenti fu liquidato di fatto il vecchio Pci e prese corpo la modernizzazione della sinistra, ben tredici anni prima della caduta del comunismo e poi della fondazione del Partito democratico, allora Pds. Sul piano ideologico, il passaggio fu dal socialismo di Marx al socialismo di Proudhon, che Craxi, delfino di Pietro Nenni, consegnò proprio a l’Espresso; un testo ispirato da Luciano Pellicani, anche se Proudhon fu solo un pretesto per tagliare la barba al profeta Marx e per tagliare i ponti col vecchio Psi subalterno al Pci. La Repubblica, invece, propose un disegno diverso, sintetizzare il mondo della sinistra, dal Pci al movimento venuto dal ’68, dalla cattolicesimo democratico al socialismo liberale e azionista, in una specie di ecumenismo liberal e radical, in cui cioè l’evoluzione del comunismo non fosse verso la socialdemocrazia europea ma verso qualcosa più in linea con la Left atlantica. Per dirla in breve, un passaggio da Gramsci a Gobetti o forse una sintesi (il cosiddetto gramsciazionismo). In questo progetto venivano via via convogliati i partiti laici, il cattolicesimo democratico e il vecchio Pci. Non si trattava del catto-comunismo, come lo aveva prefigurato Franco Rodano, in cui permaneva viva la tensione ideale e morale, l’impronta cattolica, comunista e anticapitalista, popolare e anticapitalista; ma segnava piuttosto la fuoruscita dall’oscurantismo cattolico e comunista verso un nuovo illuminismo laicista, nel segno della modernità occidentale. La Repubblica nasceva da una costola del settimanale L’Espresso, si reputava discendente del Mondo di Panunzio e i suoi giornalisti provenivano in parte dalla galassia extraparlamentare e dai giornali alla sinistra del Pci, alcuni dal Corriere della sera (come Giampaolo Pansa) e dal Giorno (come Giorgio Bocca). Più rari da l’Unità.

Veniva liquidato della sinistra il tratto nazionalpopolare e anticapitalista, lo spirito a suo modo religioso e non moderno (potremmo quasi dire pasoliniano), e veniva prefigurato l’incontro della sinistra con le forze produttive, imprenditoriali, capitalistiche, con i laici e con una Dc liberata dall’ispirazione cristiana e conservatrice, modernizzata, allora identificata in De Mita e nei suoi alleati (Moro era un’altra cosa). Curiosamente, questo progetto trasversale – che Augusto del Noce colse più di tutti – ebbe come antagonista non solo il mondo conservatore, tradizionalista, ma anche il Psi di Craxi, disegnato non a caso come un nuovo duce, decisionista e patriottardo.

Veniva liquidato il vecchio antiamericanismo della sinistra sub-sovietica; e veniva adottato un filoamericanismo intermittente, che si interrompe quando va al potere un conservatore o peggio un Tycoon come Trump; allora rinasce l’antiamericanismo. Col nazionalpopolare veniva liquidato non tanto Gramsci – reinterpretato in chiave gobettiana e quasi liberal- ma la vecchia tradizione comunista che potremmo definire dei Peppone e dei Peppino: ove Peppone è il mitico sindaco comunista padano disegnato da Guareschi e Peppino è il sindacalista Di Vittorio, il leggendario leader della Cgil dalla parte dei “cafoni”. Finiva l’antico legame col proletariato, contadino e operaio, e avveniva una graduale sostituzione del compagno di borgata col borghese di città, ex studente sessantottino con l’eskimo, poi magari insegnante, dedito a un’attività intellettuale e borghese; quello che pure il compagno regista Ettore Scola prenderà in giro nel film la Terrazza e che gli avversari chiameranno radical chic. Al posto del Pci nasceva una specie di Partito radicale di massa, il giornale di riferimento non era più l’Unità ma appunto la Repubblica, e l’Intellettuale Collettivo prendeva il posto del Partito Comunista. Il maggiore artefice e regista di questa mutazione antropologica della sinistra fu la Repubblica di Eugenio Scalfari: poi prese corpo quel progetto politico trasversale che diventò l’Ulivo.

Dopo il ventennio scalfariano, avvenne un’ulteriore svolta: la Repubblica si spostò sempre di più – nella proprietà, nella direzione ventennale di Ezio Mauro e nella guida ideologica – da Roma al Piemonte e i due elementi preminenti furono l’antiberlusconismo e l’antifascismo. Avveniva una sostanziale trasmutazione: il nemico principale non era più il capitalismo presente ma il fascismo passato, elevato dal guru principale di quel mondo, Umberto Eco, a eterno (Ur-fascismo) fino a coincidere con la tradizione. L’antiberlusconismo serviva a dare ancora una faccia da padrone e da riccone al nemico; per giunta Berlusconi era stato amico di Craxi e fu lo sdoganatore della destra postfascista. Dunque, tutti i requisiti per elevarlo a nemico assoluto, anche perché il centro alleato alla destra vince. Mentre si avversava il malefico Cavaliere si sposavano i grandi padroni piemontesi, da Carlo De Benedetti, diventato editore de la Repubblica, al gruppo Agnelli, diventato editore prima del Corriere e infine editore de la Repubblica, oltreché la Stampa.

L’esperienza di Repubblica ebbe un grande successo mediatico e culturale, fu punto di raccolta della supremazia intellettuale della sinistra; ma un grande insuccesso politico, perché destinò la sinistra a un ruolo minoritario e perdente rispetto al suo avversario (ieri Berlusconi, oggi Meloni), lontano dal comune sentire popolare e nazionale, incapace di esprimere una linea sociale e una leadership efficace e coerente. Non aver tenuto conto né della lezione socialdemocratica del nord Europa né della lezione craxiana in Italia, portò la sinistra prima a liquidare i suoi leader politici (come d’Alema, Veltroni, e altri) poi a finire nella terra di nessuno, ben rappresentata dalla guida di un’aliena, Elly Schlein (pur cresciuta politicamente rispetto ai disastrosi inizi); o inseguendo sempre papi stranieri, a volte anche in senso letterale. Sul piano sindacale, l’antagonista non è più il padronato ma lo Stato, almeno quando governa il centro-destra. Sicché gli scioperi si fanno non più contro lo sfruttamento dei capitalisti ma contro i cittadini-utenti. Fermano i servizi pubblici, non le fabbriche private.

Ma l’antifascismo antistorico, l’adozione dell’ideologia woke, la deriva giudiziaria, il tradimento della matrice socialista e popolare e la pretesa superiorità etica ed etnica della sinistra possono funzionare per legittimare alcune oligarchie e alcuni gruppi sociali e intellettuali e soprattutto per censurare ed escludere altri; ma sono perdenti sul piano politico e non incidono nella realtà. Perciò si celebra il Concistoro di una chiesa che non parla più al mondo e parla sempre meno ai suoi fedeli perché parla solo a se stessa di se stessa. Ci vorrebbe una rivoluzionaria spregiudicatezza…

Marcello Veneziani

Recalcati: “Amare un figlio significa non volerlo come te”. La frase che mette in crisi il nostro modo di essere genitori.

 
Massimo Recalcati riflette sull’amore genitoriale senza aspettative e sulla libertà dei figli: perché volerli “come noi” può diventare il modo più sicuro per perderli…

Molti genitori credono di amare davvero i propri figli, ma spesso li amano solo quando assomigliano a loro o seguono le strade che avevano immaginato per loro. È qui che l’amore rischia di diventare una gabbia. Ed allora sorge spontanea una domanda: un genitore dovrà essere servizievole, accondiscendente, trasformandosi quasi in un “amico” del figlio oppure dovrà recuperare la sua autorevolezza così da impartire direttive da seguire, regole da rispettare, indicando la strada giusta da percorrere, rinunciando così ad un rapporto estremamente confidenziale ed affabile?  Per rispondere adeguatamente a tale quesito sarà molto importante prendere in considerazione il pensiero dello psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati, il quale inizia la sua profonda riflessione evidenziando la differenza esistente tra il rapporto padre-figlio ed il rapporto padre-figlia.  Mentre nel rapporto padre-figlio, infatti, prevale l’aspetto conflittuale, e cioè soggiacere al dominio del padre od oltrepassare il padre stesso, nel rapporto padre-figlia, invece, prevale il desiderio di amore incondizionato da parte della figlia stessa, così come spiegatoci molto accuratamente dallo psicoanalista.“Questo a sua volta comporterebbe una maggiore difficoltà dei padri ad accettare la separazione e la libertà delle loro figlie. Mentre la separazione dal figlio maschio riflette più coerentemente la condizione del conflitto da cui deriva, la separazione da una figlia appare più contrastata perché implica una perdita amorosa senza ritorno”, secondo quanto dichiarato da Massimo Recalcati. Alcuni studi “dimostrerebbero che avere dei padri casalinghi, disponibili alla cura delle cose di casa e alle relazioni affettive, faciliterebbe le figlie ad avere futuri meno vincolati agli stereotipi sessisti. Professioni considerate tipicamente maschili diventerebbero accessibili a queste figlie liberate dalla presenza eccessivamente ingombrante di un padre dedito esclusivamente alla sua realizzazione personale”, in tal modo il saggista italiano continua la sua ragguardevole disamina.

Dunque le figlie di padri casalinghi avranno più libertà nel decidere la propria vita professionale? Aver avuto un padre capace di realizzarsi nella vita professionale condizionerebbe la loro possibilità di intraprendere carriere ritenute tipicamente maschili? In realtà non esistono risposte standard. In tale prospettiva Massimo Recalcati, senza alcuna esitazione ma con forte determinazione, dichiara che: “Un padre e una madre capaci di vivere la propria vita con slancio e generatività il loro lavoro e la loro relazione creano in famiglia quella circolazione di ossigeno di cui si nutre positivamente il desiderio dei loro figli. Un padre e una madre che sanno rinunciare al diritto di proprietà sui loro figli producono un clima positivo di libertà e di rispetto che favorisce la crescita non conformistica dei loro stessi figli”.

Pertanto il dono più grande che i genitori possono fare ai propri figli è un solo: “non avere aspettative su di loro”, non plasmandoli a proprio piacimento ma lasciandoli liberi di sbagliare e di trovare la loro strada. D’altronde ciò che conta veramente è un amore senza aspettative, definito da Massimo Recalcati come “dono privo di contropartite”, capace di lasciare liberi i propri figli di essere quello che davvero desiderano.

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La felicità è amare ciò che conta veramente.

Recalcati: “La felicità è amare ciò che conta veramente. L’uomo felice guarda il mondo con occhi curiosi, senza mai smettere di stupirsi”.  La misura della felicità è unica per ciascuno: come possiamo davvero riconoscerla e imparare ad amare ciò che conta, vivendo ogni giorno come un dono da riscoprire?

Ci si chiede spesso cosa possa renderci felici e soprattutto come poter realizzarci pienamente, riscoprendo uno stato d’animo di profonda soddisfazione, gioia e benessere.  Ed allora che cos’è davvero la felicità e come possiamo raggiungerla? Esiste un manuale di istruzioni da seguire così da poter essere davvero felici?

Per poter rispondere a tale interrogativo sarà senz’altro indispensabile richiamare alla mente il pensiero dello psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati, il quale con grande forza e determinazione esprime in tal modo il suo pensiero:

“Non esiste una misura universale della felicità, questo significa che il criterio della felicità è sempre singolare. Ciascuno ha un proprio criterio di felicità: quella che potrebbe apparire agli occhi di qualcuno una vita infelice, può essere per chi la vive pienamente felice e viceversa. Questa è una definizione che noi potremmo dare, in realtà, dei sistemi totalitari. Quando c’è totalitarismo, quando c’è autoritarismo? Quando si vuole imporre una misura universale della felicità, quando si vuole imporre cosa bisogna fare per essere felici. È quello che a volte accade nel rapporto tra genitori e figli, quando cioè i genitori vorrebbero imporre ai propri figli il loro criterio di felicità. Quando, per esempio, i genitori hanno progetti sui figli che non tengono conto della misura singolare della felicità dei loro stessi figli”.
Spesso, dunque, sono proprio i genitori che, ignorando le ambizioni, le passioni, le attitudini dei loro figli, impongono loro una misura universale delle felicità, stabilendo perentoriamente cosa bisogna fare per essere felici.
Ecco allora che la “la felicità è amare quello che si ha. L’uomo felice non è colui che ha tutto, ma colui che sa desiderare ciò che conta. La beatitudine su questa terra è quando amiamo quello che abbiamo”, così come ci spiega molto accuratamente lo psicoanalista Massimo Recalcati. Dunque “ogni giorno mi piace per quello che è e vorrei ripetere questo giorno”. Quindi la formula della felicità è poter dire “ancora come adesso”. Pertanto “il vero nuovo è in una piega dello stesso”.
Solo in tale prospettiva si potrà amare la vita nella sua interezza, riscoprendo la bellezza di ogni singolo istante, di ogni momento vissuto pienamente, perché quell’attimo racchiude emozioni sempre nuove e diverse nonostante la sua inevitabile ripetitività.
La felicità, pertanto, risiede nella nostra capacità di continuare a guardare il mondo con occhi curiosi senza mai smettere di stupirci, desiderando ciò che conta veramente, perché le cose semplici, quelle di inestimabile valore, riempiono il cuore di amore e rendono la nostra vita degna di essere vissuta.
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Cos’è l’oversharing e perchè ne soffriamo tutti…

 

L’over sharing, la mania di condividere troppo di sé, è uno dei fenomeni più diffusi del nostro tempo.

A prima vista può sembrare solo un eccesso di confidenza o una moda legata ai social, ma in realtà nasconde dinamiche psicologiche profonde.Condividere continuamente emozioni, dettagli intimi, dolori e trionfi puó sembrare un semplice gesto di apertura ma spesso è una richiesta di riconoscimento, un bisogno di essere visti e sentiti quando, dentro, regna una sensazione di vuoto o di invisibilità. Dietro questa compulsione si nasconde spesso un sistema nervoso autonomo che non riesce a trovare un equilibrio stabile.

Chi sente l’urgenza di esporre tutto di sé può avere un’attivazione continua del sistema simpatico, come se il corpo vivesse in uno stato di “allerta emotiva” costante. Questo succede spesso in chi ha vissuto traumi, infanzie emotivamente instabili, o non ha mai sperimentato uno sguardo sicuro che contenesse e riconoscesse le proprie emozioni.  Il corpo, senza rendersene conto, cerca regolarmente una scarica: raccontarsi, pubblicare, cercare like diventa un modo per calmare momentaneamente la tensione interna.  A livello energetico, l’oversharing è come tenere le porte della propria casa sempre aperte.

Si disperde forza vitale. Più energia emotiva si riversa all’esterno senza filtro, più si crea una vulnerabilità sottile: si diventa permeabili agli sguardi, ai giudizi, persino alle proiezioni degli altri. Questa dispersione costante indebolisce il campo energetico, portando stanchezza, sensazione di svuotamento, e talvolta la percezione di non avere mai abbastanza “nutrimento interiore”.

Ti capita mai di sentirti così?  Sul piano spirituale, condividere senza misura impedisce di abitare il silenzio interiore. Non si lascia sedimentare l’esperienza, non si permette all’anima di trasformare i vissuti in saggezza. È come se ogni emozione venisse “svenduta” subito, prima di essere assimilata, e ciò impedisce la vera integrazione. La mania di esporre continuamente sé stessi crea un legame di dipendenza con l’esterno: il senso di sé non nasce più da un centro saldo, ma dal riflesso nello sguardo altrui. Il cammino opposto, quello della ritenzione e della sacralità interiore, richiede coraggio. Significa tollerare il silenzio, sopportare l’ansia di non essere subito approvati, e imparare a regolare il proprio sistema nervoso autonomo dall’interno. Significa coltivare spazi segreti, momenti in cui ciò che accade dentro di noi resta nostro, si trasforma lentamente e acquista un potere diverso, intimo e magnetico. Solo così la parola, quando decideremo di offrirla, diventerà vera forza creativa e non più semplice scarico emotivo.

Claudia Crispolti

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Le doti picomirandolesche di Marcello Veneziani non hanno paragoni oggi…

 

” Senza eredi” è una vasta raccolta di ritratti di maestri da Marsilio Ficino a Federico Faggin, passando per Cioran, Cristina Campo, Cesare De Michelis. Veneziani è riuscito a sintetizzare molti dei più importanti libri filosofico-letterari degli ultimi cinque o sei secoli

I Fiori nell’ Arte – Un’ampia immersione tra i più stupendi dipinti floreali dal ‘600 a Van Gogh anche in un mitico video .

 Questa bellissima raccolta è opera di Tony Kospan, ottimo blogger  di Blog. Il Mondo di orso sognante- 
 Per chi, come me, ama l’arte, specialmente la pittura, ecco questo bellssimo post-
Monet – Donna con parasole nel prato 
Siamo pronti a fare insieme,
e comodamente seduti,
un piccolo viaggio nella storia dell’arte…
tutto immerso nei fiori
Astolfo Petrazzi – Allegoria dell’estate
 
I FIORI NELL’ARTE 
Dal Seicento a Van Gogh
 
La Fiasca fiorita (Cagnacci o Caravaggio) 
 
La Fiasca fiorita è considerata una della più belle natura morte di tutti i tempi.
L’opera rappresenta ancor oggi un enigma, in quanto nessun studioso è riuscito a scioglierne il mistero dell’attribuzione.
Molti i nomi in campo, più vicini alla realtà restano Caravaggio e Cagnacci.
Unico fatto certo è che si tratta di un quadro eseguito da un maestro della pittura.
 
Brueghel – Ghirlanda di fiori
 
Il criterio da me utilizzato nella scelta di questi dipinti è stato il rilievo che l’elemento floreale assume nel dipinto che deve esser eguale se non superiore al resto della figura.
 
Gregory Frank Harris – Tra le rose
Questo originale approccio metodologico, la storia della pittura vista attraverso i fiori, partendo dal naturalismo caravaggesco di fine ‘500 fino all’affermazione della modernità con Van Gogh è stato già utilizzato in diverse recenti mostre tenutesi in Italia ed altrove.
Eugène Delacroix – Il cesto di fiori
 
 
Nel corso dei secoli, i quadri di fiori o i quadri di figura, dove l’elemento floreale assume un rilievo simbolico hanno raggiunto spesso un’intensità ed un’originalità estetica assai elevata.
 
 
Otto Scholderer – La composizione floreale
A testimoniarlo i capolavori di Caravaggio, Cagnacci, Gentileschi, Dolci e altri grandi pittori che hanno eccezionalmente dipinto quadri di fiori, ma anche di Rembrandt, ad esempio, quando ritrae la moglie come Flora.
 

David Burliuk
 
L’osservazione di tante belle opere floreali potrebbe forse aiutarci se non a risolvere, almeno ad avvicinarci al mistero ancora racchiuso nella straordinaria bellezza della Fiasca fiorita.
 Louis Marie de Schryver – Il carrettino dei fiori
Paul Cézanne – Vaso di fiori
 
 
Jean Baptiste Robie 
 Sidney Harold Meteyard – Fiori di melo
L’arte floreale è presente anche nel soprannome “Mario de’ Fiori” di questo artista romano molto apprezzato nelle Corti Europee del ‘600
Mario Nuzzi detto Mario de’ Fiori – Autoritratto con valletto e fiori 
 
Mario Nuzzi e Lauri – La Primavera
E se nel ‘700 il tema floreale sembra perder importanza, nel secolo successivo se ne registra una forte e decisiva ripresa.
Mentre però molti specialisti riducono la loro pittura di fiori ad una produzione altamente specifica e inevitabilmente commerciale, sono invece i protagonisti dei maggiori movimenti (dal Romanticismo al Realismo, dall’Impressionismo al Simbolismo) a riprendere questo genere dandogli nuovi significati e nuove valenze.
 
 
Monet
 
Jean-Francois Millet – Il bouquet di margherite
 
Artisti come Hayez, Delacroix, Courbet, Manet, Monet, Cezanne, Renoir, De Nittis, Boldini, Zandomeneghi, Klimt, Van Gogh e Previati si sono applicati nel dipingere fiori
 
Hayez – Fiori
Van Gogh – Iris
 
 
 
Van Gogh – Ramo di mandorlo in fiore
ispirandosi però alla volontà più moderna di scardinare gli schematismi seicenteschi unendo a nuove valenze simboliche la magia della pura visione dell’occhio dell’artista che registra le impressioni della natura fino a creare una realtà superiore, quella dell’arte.
 Chi volesse conoscere la storia di tutti i girasoli di Van Gogh fre bia pouce
 
Van Gogh – Vaso con girasoli
 
Ovviamente le immagini qui proposte non esauriscono,  neanche lontanamente il mondo dell’arte dei fiori.
 

Il post però non finisce qua!

Infatti nel video che segue, dedicato anch’esso ai fiori nell’arte, possiamo ammirare tantissimi altri dipinti.
E’ il bellissimo e famosissimo video “Duetto dei Fiori” con immagini floreali di pittori fiamminghi del XVII sec. e musica classica, scomparso dal web, ma per fortuna ritrovato anche se con diverso titolo.
 
Buona visione.
 
Se vi va, dite quale dipinto floreale vi piace di più.
Frecce (174)

Daniel Seghers
CIAO DA TONY KOSPAN

Il libero arbitrio che plasmò l’occidente è ridotto a libertà di fare ciò che ci piace.

Impieghiamo energie esorbitanti in battaglie culturali su temi che attengono narcisisticamente soltanto a ciò che noi, e noi soltanto, sentiamo come buono e giusto. E così finiscono per trionfare concezioni che dell’uomo non sanno più cosa farsene

Il libero arbitrio rappresenta uno dei fattori che più hanno favorito l’ascesa della cultura occidentale. Il fato, la natura e la necessità che incombevano sulla maggior parte delle antiche civiltà sono stati quanto meno addomesticati in occidente grazie alla convinzione che gli esseri umani, pur con tutte le difficoltà, sono comunque liberi di seguire ciò che detta loro la coscienza e quindi, almeno in parte, artefici del loro destino. Come ci ha insegnato Rodney Stark, questa convinzione ebbe “conseguenze comportamentali” notevoli, la più importante delle quali fu forse la tendenza a non rassegnarsi ad accettare le cose come stanno, ma a tentare di migliorarle. La scienza e la tecnica occidentale debbono sicuramente molto a questa tendenza. Per non dire della valorizzazione del diritto dell’individuo alla libera scelta, che sta alla base del rifiuto da parte dell’Europa medievale della schiavitù nonché successivamente della nascita delle istituzioni dello stato di diritto. Ragioni più che sufficienti, dunque, per essere seriamente preoccupati della crisi in cui si trova oggi in occidente la consapevolezza della libertà.

Ridotta a libertà di fare ciò che ci piace, la libertà ha progressivamente perso di vista la responsabilità. Libertà non significa più seguire ciò che detta la coscienza, bensì ciò che istintivamente ci attrae. Non la esercitiamo più perché vogliamo perseguire un’idea di bene per noi e per gli altri, una sorta di pratica eroica, considerate le difficoltà, gli imprevisti con i quali sempre bisogna fare i conti nell’esercizio di questa libertà; la esercitiamo piuttosto per soddisfare i nostri desideri, considerati come un diritto che deve essere garantito dalla politica a ogni singolo individuo e magari allargato, grazie all’apparato scientifico tecnologico, ad ambiti fino a ieri inimmaginabili e, per di più, in un mondo fondamentalmente insensato.

Questa singolarizzazione estrema della libertà ha prodotto un esito paradossale: da una parte, la crescente rinuncia a fare con responsabilità quel poco che è in nostro potere per orientare al meglio il nostro destino e quello dei nostri simili; dall’altra, un timore paralizzante di fronte all’incertezza, quasi che l’incertezza sia diventata scandalosa in un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnica. D’altra parte, se il mondo è soltanto la risultante casuale e priva di senso di processi evolutivi per i quali, poniamo, l’ibridazione uomo macchina grazie alle cosiddette intelligenze artificiali è soltanto l’ultimo stadio di sviluppo, che senso può avere la libertà? Un mondo siffatto è ovvio che può essere compatibile con una libertà ridotta a soddisfazione di desideri, ma rende del tutto insignificante la consapevolezza della libertà, il sapere perché voglio fare una determinata cosa piuttosto che un’altra. E pensare che una certa modernità tecnologica era entrata fastosamente in scena proprio all’insegna di un uomo che si apprestava a diventare finalmente padrone del proprio destino. Ma evidentemente in quel desiderio c’era qualcosa che non andava. C’era di sicuro la sopravvalutazione di una ragione ritenuta capace di vincere finalmente l’ignoranza e la superstizione, riducendo il mondo a una sostanza omogenea sotto controllo scientifico, ma in questa volontà di eliminare dal mondo l’incertezza c’era anche una forma di cecità rispetto all’incertezza prodotta dalla pluralità e dalla libertà degli uomini. E forse è per questo che stiamo essiccando la libertà, riducendola alla semplice libertà di fare ciò che ci piace, a tutto vantaggio di concezioni del mondo che dell’uomo non sanno più che farsene.

Non è un caso che impieghiamo ormai energie esorbitanti in battaglie culturali su temi che attengono narcisisticamente soltanto al nostro emotivismo identitario, ciò che noi, e noi soltanto, sentiamo come buono e giusto.Tutta la cosiddetta cancel culture è espressione di questo narcisismo, una malattia che ha poco a poco infettato le nostre élite politico-culturali, dietro la quale sta precisamente il rifiuto dell’umanesimo occidentale. Lo stesso si può dire del multiculturalismo, declinato come indifferenza nei confronti delle differenze, dell’antiumanesimo insito nell’ambientalismo apocalittico, del genderismo che cerca in tutti modi di affossare la famiglia come cellula fondamentale della società, e si potrebbe continuare.

Natura, ragione e libertà hanno smesso di illuminarsi reciprocamente. Di conseguenza non sappiamo più distinguere tra la natura dell’uomo, quella di un animale e quella di una pianta, conferendo a ciascuna forma di natura il suo grado di dignità, né sappiamo più comprendere in che senso uomini, piante e animali partecipano di una medesima natura. Quanto alla libertà, come ho già detto, non c’è più alcun limite, alcuna misura, che essa, aiutata dalla ragione e dalla responsabilità, sappia cogliere nella natura delle cose; la realtà e quindi gli altri sembrano esserle sempre più indifferenti; conta soltanto il soddisfacimento dei nostri singolarissimi desideri. Ma questo non ha nulla a che fare con il libero arbitrio della tradizione occidentale.

Sergio Belardinelli

 

libertà

Seduzione e innamoramento…

È vero che vi è anche chi riesce a indurre qualcuno a innamorarsi di lui o di lei, ma in questo caso non si tratta di amore ma di una contraffazione, abbastanza frequente peraltro: la seduzione. Il termine è formato dal pronome” sé” e dal fonema “duzione” che viene dal verbo latino ducere, “condurre”(da cui anche dux, duce), per cui la se-duzione è la conduzione dell’altro verso di sé, atto supremo di narcisismo che sfrutta come un parassita la sete di “amore dell’altro. L’amore vero è l’esatto opposto, è la co2nduzione di sé verso l’altro, la riconduzione all’altro di tutte le nostre energie, così da abbattere la statua de”ll’ego e dilatare l’anima per crearvi all’interno una radura accogliente. Perché si possa parlare propriamente di amore, l’ego deve venire inciso, ferito, lacerato, e poi aperto, tirato, disteso.., un po’ come la pasta quando si fanno le tagliatelle che viene tirata e stesa con il mattarello. Al sorgere dell’amore infatti l’ego viene attratto in modo irresistibile, e quindi necessariamente doloroso, da una forza molto più intensa, qualcosa di avvolgente e di primigenio che l’attira ma anche lo spaventa, una specie di magnetismo cosmico che giace al fondo dei viventi e che all’improvviso inizia a emettere una specie di radiazione incontenibile-

Vito Mancuso

OIP

Da un libro datato (1977) ,ma sempre molto attuale…

 

Viviamo in un mondo piuttosto sgradevole, dove non soltanto la gente, ma anche i poteri stabiliti hanno interesse a comunicarci degli affetti tristi.

La tristezza, gli affetti tristi sono tutti quelli che diminuiscono la nostra potenza d’azione. I poteri stabiliti hanno bisogno delle nostre tristezze per fare di noi degli schiavi. Il tiranno, il prete, i compratori d’anime hanno bisogno di persuaderci che la vita è dura e pesante. I poteri hanno meno bisogno di reprimerci che di angosciarci, o, come dice Virgilio, di amministrare e organizzare i nostri piccoli intimi terrori. Il lungo pianto universale sulla vita: la mancanza-a-essere che è la vita… Si ha un bel dire “balliamo”, uno non è affatto contento. Si ha un bel dire “che disgrazia la morte”, si sarebbe dovuto vivere per avere qualcosa da perdere. I malati, sia nell’anima che nel corpo, non ci molleranno, come vampiri, finché non ci avranno comunicato la loro nevrosi e la loro angoscia, la loro prediletta castrazione, il risentimento contro la vita, l’immondo contagio. È tutta questione di sangue. Non è facile essere un uomo libero: fuggire la peste, organizzare gli incontri, aumentare la potenza d’azione, commuoversi di gioia, moltiplicare gli affetti che esprimono o sviluppano un massimo di affermazione. L’ Anima e il Corpo, l’anima non è né di sopra né di dietro, essa è “con”, e sulla strada, esposta a tutti i contatti, gli incontri, in compagnia di coloro che la seguono sullo stesso cammino, “sentire insieme a loro, cogliere la vibrazione della loro anima e della loro carne mentre passa”*, il contrario di una morale della salvezza, insegnare all’anima a vivere la propria vita e non a salvarla.

Gilles Deleuze e Claire Parnet __ Conversazioni

 

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