Solo il lupo mannaro ha paura del lupo mannaro…

Sono contenta di essere nata quando in Italia c’era ancora la Monarchia, sono contenta di aver imparato a leggere e scrivere piccolissima come gioco durante la guerra, sono contenta di aver avuto fin da piccola l’insegnamento di appuntare qualcosa di ogni giorno, qualcosa che mi avesse colpito, entusiasmato, fatta felice, resa triste ed arrabbiata , qualcosa di nuovo che mi avesse regalato un’emozione qualunque; sì, sono felice perchè i miei ricordi sono molto lontani nel tempo, ho vissuto tutta la storia di questa nostra repubblica, ancora prima che nascesse dopo un referendum vinto con un piccolissimo scarto, che mi ha lasciato sempre tanti dubbi, anche perchè, secondo le speranze dei comunisti, che spadroneggiavano allora la politica italiana, avrebbe consegnato alla Russia di Stalin uno stato nuovo di zecca. I ricordi che mi tornano alla mente in questi giorni si sovrappongono alla frenesia di quei giorni. L’ Italia tappezzata di migliaia e migliaia di Stalin con tanto di baffoni si contrapponeva a un bianco scudo crociato su fondo azzurro, che voleva farsi strada sfidando l’alterigia di chi sognava il comunismo, eppure l’Italia, sfiancata dal fascismo, evidentemente non era così traumatizzata da gettarsi tra le loro braccia e scelse diversamente. Per anni e anni quella sconfitta lasciò l’amaro in bocca agli sconfitti, che non riuscirono mai ad avere un loro governo, nonostante il sessantotto, il terrorismo, le varie scissioni di partiti, un amaro in bocca che incominciò ad addolcirsi colla creazione di questa Europa,in cui siamo dentro fino al collo economicamente e non politicamente, e ciò nonostante capace di influenzare i mercati finanziari al punto di indebolire talmente un governo da portarlo alle dimissioni. E l’Italia ha avuto il suo primo colpo di stato quando, dopo una rapida nomina a Senatore a vita di Mario Monti, cadde il governo Berlusconi e si insediò il governo Monti, che portò questo paese alla rovina, checche ne dica il buon Letta, abile mistificatore di fatti e parole. A proposito di parole tutti ora conoscono la parola spread, che fino allora si usava solo in ambito finanziario. In quei giorni gli amici delle sinistre italiane, ebbero il loro da fare a farlo salire tanto che stamattina Letta ha detto che l’Italia falli per colpa del governo Berlusconi. Ma qui non siano nei primi anni del novecento, e molti italiani, anche se distratti dai media e intendo tutti i media, ricordano benissimo come andò. Draghi era impegnato a far fallire la Grecia e diede qualche buon consiglio sicuramente al presidente Napolitano, il più famoso comunista italiano di tutti i tempi, per cambiare le cose, che finalmente portavano sugli scranni del governo coloro che mai furono eletti per occupare quei posti, e che proprio non vogliono abbandonare ed ora sono lanciatissimi a rincorrere una vittoria elettorale. La loro intellighenzia massima, il suprematismo culturale di cui si ritengono portatori, tuttavia non riesce a aprire i loro occhi, che cercano di sostituire quelli degli elettori affinchè vedano le verità che vogliono far vedere loro. Ma non siamo più nel quarantotto quando la gente non votò i comunisti perchè ” mangiavano i bambini”. Ora siamo nell’era dei media, dei social, dove non va perso neanche uno starnuto politico sia in onda che fuori onda, la gente è informata, si confronta, non vive più di ideologie, di cui non si nutrono più nemmeno i partiti, ma vive una vita grama ogni giorno e sa a chi attribuire la colpa dei suoi guai, delle sue privazioni, di tutto quello che non funziona. La gente ora sente Berlusconi parlare di presidenzialismo con parole ben diverse da come le ha presentate Letta stamattina a Rai1.” Berlusconi vuole togliere Mattarella come ha fatto cadere , insieme ai Leghisti, Draghi. Peccato che i fatti siano tanto recenti che solo i mistificatori come quest’uomo avrebbero il coraggio di descrivere in questo modo. Se dobbiamo goderci quaranta giorni di stronzate simili stiano a casa e risparmino energia elettrica consumata dal loro pulmino itinerante. Se ogni riforma costituzionale dovesse entrare in vigore all’istante, come mai alla Camera e al Senato i senatori e deputati son rimasti quelli che ora temono per la loro poltrona, e non sono decaduti al momento dell’approvazione della legge ?

letta

Pensieri stellari nella notte di San Lorenzo…

Come si diventa filosofi da bambini? Guardando le stelle. Era una sera d’estate e noi bambini passeggiavamo davanti ai grandi in campagna, a poca distanza dal mare, quando scoprimmo in cielo un arazzo grandioso di stelle. Alla meraviglia di quello spettacolo che a casa, in città, non avevo mai visto, udì la voce di mio padre che citava il suo Kant: “Due cose riempiono l’anima di ammirazione e di venerazione, il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Senza capirla coglievo con mente puerile la straordinaria bellezza perché sentivo combaciare il mio essere al mondo, la visione delle stelle e il fremito che suscitavano dentro di me. Fu la prima percezione dell’armonia, della simmetria tra microcosmo e macrocosmo. Quella citazione mi spinse ad amare sin d’allora quella cosa strana che insegnava mio padre, e che era al tempo stesso la sua gioia e il suo lavoro, la sua missione e la sua professione. L’iniziazione alla filosofia partì da quella citazione e dalla connessione tra lassù e quaggiù.
Col tempo del disincanto quella citazione della Ragion Pratica apparve una didascalia dell’ovvio, un po’ manierista. Anzi, col tempo, parve lacunosa, perché contemplava il cielo stellato e l’anima, cioè la trascendenza e l’interiorità, ma non c’era nel mezzo il mondo, la storia, la terra, i legami comunitari, la famiglia, le eredità: era la fondazione metafisica, cosmica e morale dell’individuo solitario.
Però a ripensarci nelle sere d’agosto, davanti a un arazzo brillante di stelle, ti accorgi della sconfinata bellezza di quella massima che riesce a far collimare finito e infinito, coscienza e universo, estetica e morale, umano e celeste in armonioso equilibrio.
Il cielo stellato fu il primo altro regno, la prima figurazione dell’Aldilà, il luogo remoto dove abitano gli dei o dimora l’Essere. Le stelle sono la fonte luminosa del mistero, l’origine celeste della religione e della meraviglia da cui scaturisce il pensiero. Ma i cieli stellati cambiano se li vedi da Konigsberg, dove Kant nacque, visse e morì, o se li vedi dal Mediterraneo, dove il cielo stellato non è una rarità, ma è familiare nei cieli sgombri del sud.
Cosa ci attira del cielo stellato? La siderale distanza, la luce che brilla nel buio, la perenne fissità. Sono gli elementi costitutivi del Mito. Nietzsche lo chiamò Amore per il lontano ed è quella forza misteriosa che ti porta ad amare la lontananza e a fondare su quell’amore ogni proiezione spirituale ed elevazione morale. Il romantico s’innamora della loro distanza e patisce l’incanto; ma il saggio, come Plotino, ci spiega che in quell’amore del lontano c’è la nostalgia di lassù, perché la parte migliore di noi, non caduca, abita nei cieli e infine vi torna. Plotino dà forza e teoria a una percezione antica. In Patagonia le ultime tribù ancora pensano che le stelle siano le anime dei morti che vegliano nei cieli e praticano la caccia nella via lattea. Per Plotino le stelle sono dei a vista d’occhio, anime beate che vivono nella perfezione, contemplando il mondo intelligibile, superiori al tempo, al ricordo e all’attesa. Per noi che le vediamo da quaggiù sono il ponte col passato e con l’avvenire, conservano la memoria del mondo e insieme custodiscono le speranze del futuro, stanno lì da sempre. Che le stelle siano il ponte col passato ce lo spiega proprio la loro lontananza: distano anni luce, e quella misura iperbolica, spazio-temporale, ci dice che noi vediamo delle stelle il passato, è il loro ricordo che giunge a noi dopo anni di distanza. Lo spazio e il tempo si fondono nella lontananza. La spiegazione astrofisica combacia con la visione poetica: le “vaghe stelle dell’orsa” suscitano le Ricordanze leopardiane. Fiorisce la nostalgia, che è il dolore della distanza. Ma le stelle sono anche il calice delle nostre speranze. Nel De bello gallico, Giulio Cesare usò l’espressione de sideribus riferendosi ai soldati che aspettavano sotto le stelle il ritorno dei loro commilitoni dal campo di battaglia. Quell’attesa speranzosa era affidata alle stelle, il ponte che li collegava ai loro fratelli al fronte: quell’attesa fu chiamata desiderio.
Da dove scaturiscono le stelle? Gli astrofisici hanno le loro risposte. Gli umanisti si accontentano di almeno un paio: quella dantesca, “L’amor che move il sole e le altre stelle” che allude a un’energia originaria, e quella nietzscheana “E dal caos nacque una stella danzante” che evoca il magma iniziale e il big bang. Non a caso con le stelle si concludono le tre cantiche della Divina Commedia.
Ci incanta la stella cometa, guida del cammino verso il divino, luce regina dei presepi domestici con le volte stellate di carta, i nostri cieli in una stanza. Vedere la cometa è concesso forse una volta nella vita. Ernst Junger scrisse in un denso libretto del suo privilegio di aver visto “Due volte la cometa”, a 75 anni di distanza. L’incanto delle stelle cadenti nella notte di San Lorenzo nasce dal contrasto tra la fissità perenne e remota delle stelle e la loro spettacolare caducità semel in anno.
Prezioso il consiglio di Pavel Florenkij inviato dal gulag ai suoi figli: “Quando provate dolore nell’anima guardate le stelle. Quando vi sentite tristi, quando qualcuno vi offende, quando non vi riesce qualcosa o vi sovrasta la tempesta interiore, uscite fuori e rimanete a tu per tu con il cielo”. Ci sono tante cose in cielo e in terra oltre il nostro piccolo ego. Male è trascinare le stelle in terra e farne utopie per stravolgere il mondo. Restituiamo le stelle alla loro siderale, inerme lontananza, tra sovrumani silenzi, interminati spazi e profondissima quiete. Il naufragare è dolce, nel mare di stelle. Il cielo stellato è nostalgia allo stato puro, non per un tempo passato o per un luogo remoto, ma per un’origine dimenticata. Come stelle filanti noi passiamo, il cielo resta.

MV

Rileggo Oceano mare, chiara metafora della vita e ritrovo la mia vita nelle parole di Baricco.

 

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così… Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. 
Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.”
“La realtà sfuma e tutto diventa memoria.
Perfino tu, a poco a poco, hai cessato di essere un desiderio e sei diventato un ricordo.
“Il futuro è un’idea che si è staccata da me. Non è importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo[…] Futuro. Il mio, è già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull’altro, come se fossero uno solo. Da qui alla mia morte, ci sarà quell’istante, e basta.”

Alessandro Baricco – Oceano Mare –

oceano mare

Scienza e magia…a volte insieme.

 

Amo la scienza, ma altrettanto amo il concetto di magia, di magico e non penso che queste idee siano in conflitto. L’evidenza e la magia stanno insieme come la musica e la canzone, come l’inchiostro e la poesia, come la verità e la metafora.Una buona metafora non distrugge la verità, la riporta soltanto a un contesto più umano- Invece per me la magia è come ricercare il significato, un atto interpretativo ,un coltivare intenzionalmente lo stupore e la gratitudine- Comprendere la fisica che fa aprire le ali per uno stupendo volo di airone è una gioia ed arricchimento, come lo è contemplare le sottigliezze che trasformano il momento in cui l’airone scivola nell’aria in poesia.
Vi sono due percorsi per la magia:l’immaginazione e l’attenta osservazione. L’immaginazione è la finzione che noi amiamo, ossia la verità costruita sulla falsa riga- Osservazione attenta è la ricerca voluta di informazioni,la geometria di un alveare;la lentezza perfetta di un avvoltoio; sentire la vita in un albero-
La magia necessita della nostra intenzione, la nostra scelta di essere partecipi. E dobbiamo scegliere di incontrarla a metà strada. E quando lo facciamo, spesso scopriamo che la magia non è lasciare andare ciò che è reale. Essa è la sintesi di questo:il nettare del fatto diventa il miele del suo signicato.Un cenno di tutto ciò che che non si può quantificare-

airone

La controra. Per chi non sa cosa sia ve la spiega uno dei miei autori preferiti.

 

Voi non sapete cosa vi perdete a non praticare la controra, rito e delizia dell’ozio pomeridiano estivo. Certo, tante cose si perdono i meridionali che vanno a dormire per un paio d’ore in pieno giorno. Ma quando la calura incombe c’è solo un rimedio che pure somiglia a una resa: stendersi su un letto e cedere al sonno fino a che passa la fase acuta della canicola. Quest’arte di cedere prende il nome di controra, che indica un tempo inverso e sospeso nel cuore del giorno. La controra è uno spreco regale, e un regalo a se stessi che si concedono a metà giornata i suoi devoti, anche più umili. E’ uno dei piaceri ineffabili del sud, di quelli improduttivi che fanno inorridire stakanovisti, calvinisti e turbocapitalisti.
La controra è il filo conduttore per raccontare il sud, per ritrovare la sua magia e i suoi incantesimi arcaici, domestici e pomeridiani. Perché la controra, a cui ho dedicato non pochi scritti, è il vizio e lo splendore del sud; anzi sono convinto che i peggiori vizi del sud coincidano con le sue migliori virtù; ne sono la loro degenerazione, ma in origine avevano un’impronta nobile e felice. Il viaggio nella controra è un ossimoro, perché è come dire muoversi intorno a una stasi, pellegrinaggio nell’inerzia.
Valentino Losito ha pubblicato un libro dedicato alla controra, Zitti zitti piano piano (ed.Secop, p.176, 12 euro) e mi ha chiesto, in veste di antesignano del tema, di scriverne la prefazione. Il libro è un viaggio nel sud, di pomeriggio in pomeriggio, d’estate in estate, con qualche gita a Roma e qualche apporto poetico e letterario di estrazione settentrionale, come i meriggi estivi del triestino Umberto Saba o il meriggiare pallido e assorto del genovese Eugenio Montale. Roma, si sa, è la patria della pennica o pennichella, dell’abbiocco e della cecagna, che da noi in alcune zone del sud si traduce con “appapazzarsi” (dal sostantivo papazza). Saba e Montale invece mostrano che, oltre il sud, l’incanto poetico del meriggio lambisce gli estremi del mare nostrum, mediterraneo, in quelle che paiono le ascelle d’Italia, ligure e giuliana.
Il modo di dire Zitti zitti piano piano è la chiave d’accesso in casa e nelle stanze adibite al riposo, mentre qualcuno sta sognando con gli dei perché è il tempo magico e sospeso della controra. Tutto si fa in silenzio, con calma, cercando di non fare rumore. La controra ci conduce in un mondo di abitudini, liturgie domestiche, allusioni, bisogni che si fanno voluttà, magia, pratiche di vita e di sospensione della medesima, e s’intromette in ambiti che non sono direttamente connessi al suo rito pomeridiano: canzoni, film, liriche, linguaggi.
Chi crede che la controra ci chiuda a chiave nel nostro sud, sbaglia di grosso, perché in altre forme, dalla siesta spagnola e messicana all’inemuri giapponese fino ai pomeriggi oziosi del russo Oblomov, ci sono altre espressioni di abbandono ai demoni meridiani, all’ozio o quantomeno a brevi parentesi oniriche che rimettono al mondo.
Controra è l’ora contraria all’agire. Arriva dopo mezzogiorno, ma il mezzogiorno a sua volta al sud arriva come sempre in ritardo, dopo le due. E si protrae in un pomeriggio infinito che nei suoi apici tocca le cinque e minaccia pure di andare oltre, fino al calar del sole o quando il suo fulgore si fa inoffensivo e spariscono i suoi demoni e le sue empuse. Losito ricorda una variante furba e leggera della controra: il ricorso al divano, per distinguere il sonno della notte dal riposo pomeridiano. Ma io conoscevo e conosco integralisti della controra che il pomeriggio si rimettono il pigiama e vanno a dormire nel letto, altrimenti non è vera controra. Qualcuno dirà che la controra è comunque un privilegio perché non tutti possono permettersi di sospendere due-tre ore del giorno per il riposo pomeridiano. Ma la controra è dei vecchi e dei bambini, costretti alla controra da nonne, zie e madri incantatrici, ma tocca trasversalmente ogni ceto. D’estate si fa controra anche sotto un albero, pausa magari breve ma intensa, dopo aver fatigato duramente.
Pur soffermandosi da pugliese su molti aspetti della controra della sua terra, Losito sostiene che la patria della controra sia la Sicilia. Può darsi, ma la vera differenza è che in Sicilia la controra si è fatta letteratura, è stata per così dire inscenata, come vuole l’indole teatrale dei siculi che si applica anche ai lutti; mentre in Puglia è rimasta muta e casalinga, quasi sommersa, complice segreta della vita quotidiana, per non svegliare chi dorme.
Ricordo i pomeriggi al porto dove i pescatori e soprattutto le loro donne rammendavano le reti. Era un’immagine operosa e calma, al tempo stesso: e l’arte di rammendare evoca la facoltà di rammentare, non solo per assonanza – che da noi è spesso coincidenza perché la t diventa spesso d – rammendando le reti si rammentano le imprese marine a esse legate, i pesci irretiti, le tempeste e le bonacce, la rete del tempo che si sfilaccia e va ricucita dalla memoria delle mani, come una ferita risanata.
Eppure sin da piccoli c’insegnarono che “chi dorme non piglia pesci”; ma poi scoprivamo che il tempo prezioso, da non sprecare, alle volte andava anche ammazzato, per sopprimere i demoni della noia. E andando avanti con la scuola, scoprimmo che l’otium vale molto più del nec-otium, l’ozio classico è più nobile del negozio indaffarato e mercantile, perché la contemplazione è superiore all’azione, secondo la cultura classica e il mondo antico.
“La fretta è del diavolo mentre la lentezza è di Dio” dice un proverbio persiano; e Dio nel nostro sud levantino può davvero definirsi come “il primo motore immobile”, secondo la definizione di Aristotele. Dio mette in moto il mondo ma Lui resta immobile nella divina inoperosità di un’eterna controra. E’ vero, “chi dorme non piglia pesci”, ma “vede gli dei” e abita con loro, seppur nel breve arco della controra.

 M, V

controra

Perchè il vangelo può accompagnarsi con la filosofia Zen…

 

“Interrogato dai farisei: “Quando viene il regno di Dio?”,

Gesù rispose loro:
“Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, né si potrà dire:
‘Eccolo qui’ oppure ‘Eccolo là’, poiché il regno di Dio è già in mezzo a voi.”.

(Vangelo secondo Luca)

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“Niente di speciale” avrebbe detto un maestro zen; é la vita ti tutti i giorni, sono le cose e le persone che si trovano fra noi.”

C’era una volta un re[….]raccontami una storia e la storia cominciò:C’era una volta un re…

Dire se sia meglio l’informazione giornalistica oppure quella di Radio e TV, è davvero un grosso dilemma, in questo clima preelettorale. Leggere la stampa, ascoltare i talck show, specialmente quelli allineati alla sinistra è un accapponare di pelle mai successa prima per quanto si evidenzia come la créme de la créme intellettualmente elevata per intelligenza e verità non si accorga di proporre un dietro la scena della politica veramente penoso. Il loro continuo sottolineare che l’elettore medio non capisce le sottigliezze della politica evidenzia doppiamente la poca considerazione di coloro che stanno penosamente inseguendo per una crocetta sulle schede elettorali. Mai come ora i giochi di palazzo sono chiari, semplici, evidenti, anche al più sciocco degli elettori. Ci si accorda per i collegi, per candidature certe tra persone che sono in contrasto tra di loro da anni, ognuno per motivi diversi comunque molto lontani come intenti di programmi gli uni dagli altri, in cambio di un ‘autonomia di programma, che , come spiega Letta non significa”liberi tutti”. Come può il liberismo di Calenda allinearsi alle tasse di successione, patrimoniali varie, alla sudditanza estrema alla finanza di Letta, scordando come si produce ricchezza in un paese, e soprattutto come questa ricchezza possa essere toccata con mano dai cittadini? I diktat Europei hanno distrutto il nostro paese e continueranno a farlo fintanto che avremo leader capaci solo di sottomettersi invece di cercare di portare davvero fuori il paese da una crisi gravissima, voluta non soltanto dal mercato , ma da una leadership incosciente, incapace di vedere le vere necessità del nostro paese, che è da sempre, il più bel paese del mondo, ma dipendente per i suoi bisogni vitali e crescita dagli altri paesi. Non abbiamo nulla in Italia se non una tracotanza che ci portiamo dietro di un paese, culla della cultura, e di questa portatrice nel mondo. Ma la gente, che andrà a votare a settembre, sta già facendo i conti con un caro vita in continua crescita, col prezzo energetico insostenibile, colle piccole aziende che chiudono fagocitate dalle multinazionali, alle quali i nostri ultimi governi, non so se proprio legali dal punto di vista democratico, hanno svenduto tutto quanto ci fosse di appetibile nel nostro paese, se persino le poche risorse energetiche del nostro sottosuolo sono sfruttate da altri paesi e noi paghiamo prezzi esorbitanti. E il teatrino a cui siamo costretti ad assistere non è altro che un tiro alla fune per vincere le elezioni. Ammucchiate molto simili a quelle che avvengono in certi club privati per il divertimento di personaggi molto per bene, raffinati, colti e portatori di verità. Alla fine di questa storia saranno i poveri elettori medi, che non comprendono, secondo loro, i sottili giochi della politica , a  votare un governo, che potrà governare solo se gradito ai DEM Americani e a Bruxelles.Ci sarebbe da invocare l’osservazione attenta internazionale per queste nostre difficili elezioni, ma sappiamo già chi siano gli osservatori per cui mi pare di raccontare quella storiella che un tempo si raccontava ai bambini noiosi ” C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva-raccontami una storia – e la storia cominciò-c’era una volta un re…[all’infinito].

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Piccola confessione..

 

Ogni volta che mi prende la voglia di scrivere, so che desidero scrivere non ciò che chiunque è capace di dire, ma proprio perchè non so come dirlo. Infatti se non respiro scrivendo, se non piango scrivendo, se non sono presa dalla gioia scrivendo, allora preferisco non farlo, perchè è come un viaggio per ritrovare luoghi, la mia vita, le nostre vite, le nostre anime e molte altre. Il tempo cancella sogni, desideri, tutto quello che è stato, quello che resta è una montagna di emozioni di ogni genere, che fanno di noi persone sconosciute, se non a chi sa leggere tra le righe vuote di chi vive  senza sapere perchè…

scrittura

New York Times: la caduta di Draghi? Un trionfo della democrazia.

Dal New York Times arriva una lezione di democrazia alle élite culturali italiane rimaste orfane dopo la caduta del governo Draghi, essendo la sua caduta un vulnus insanabile e i responsabili della sua caduta degli irresponsabili, se non addirittura criminali (tale l’implicito nell’accusa di “draghicidio”).

Questo il titolo dell’articolo di Christopher Caldwell: “La caduta di Mario Draghi è un trionfo della democrazia, non una minaccia per essa”.

Nella nota, Caldwell richiama appunto come la dismissione di Draghi sia stata definita una “catastrofe”, con la JP Morgan che è arrivata addirittura  a parlare di “un colpo di stato populista” (sic) e ricorda come i suoi oppositori siano bollati come “filo-putiniani”. Secondo Caldwell è arduo identificare il Governatore d’Italia come “simbolo della democrazia”, in quanto non è stato eletto, ma scelto dal presidente Mattarella per presiedere un governo tecnico. E, “per quanto onorabile e capace possa essere Draghi, le sue dimissioni sono un trionfo della democrazia, almeno per come è stata tradizionalmente intesa la parola democrazia”.

“Il problema dell’Italia – continua Caldwell – è che i suoi governi ormai servono due padroni: l’elettorato e i mercati finanziari globali. Forse questo è vero per tutti i paesi dell’economia globale. Ma non è così che dovrebbe funzionare la democrazia, e l’Italia è in una situazione particolare” che aggrava tale dipendenza a motivo dall’elevato debito pubblico e di altre criticità.“Più volte negli ultimi decenni la politica ordinaria in Italia è stata sospesa e governi ‘tecnici’ come quello Draghi sono stati chiamati a realizzare misure di emergenza. Ciò significa che il governo italiano ascolta meno i cittadini, anche se li invita a fare grandi sacrifici”. Quindi, dopo una digressione sul populismo di alcune forze politiche italiane che hanno di fatto sfiduciato il governo, ricorda come Draghi sia andato al potere per stabilizzare una situazione difficile, in quanto si diceva che il banchiere centrale “aveva la ‘credibilità’ per calmare i mercati”. “Ma in cosa consiste la credibilità di Draghi? – si chiede Caldwell nel passaggio più importante della nota -. In una democrazia la credibilità deriva da un mandato popolare. In un ‘governo tecnico’, la credibilità deriva dai collegamenti con banchieri, autorità di regolamentazione [finanziaria] e altri addetti ai lavori. Quando una persona nella posizione di Draghi prende il potere, può non essere chiaro se la democrazia stia cercando l’aiuto delle istituzioni finanziarie o se le istituzioni finanziarie abbiano messo la democrazia in un angolo”.

Il rischio insito in tale situazione è che ciò che “i gestori del rischio tecnocratici stanno gestendo potrebbe essere la democrazia stessa”.

Quindi, dopo aver richiamato alcune riforme del governo Draghi che avrebbero irritato gli italiani, spiega come l’irritazione di fondo più che altro era per “l’affronto” portato alla stessa democrazia dalle istituzione finanziarie e dagli ambiti internazionali a esse correlate.

E conclude: “Agli italiani è stato essenzialmente detto: puoi avere i soldi per salvare il tuo paese solo se il tuo primo ministro è Draghi, altrimenti non ne avrai. Date le circostanze, non c’è nulla di ‘populista’ né di filo-putiniano o di irragionevole nel preoccuparsi delle conseguenze per la democrazia”.

Articolo lucido e intelligente, mentre registriamo con qualche sconcerto le parole del leader del partito democratico, Enrico Letta: ““Vogliamo la verità e sapere se è stato Putin a far cadere Governo Draghi”. Dichiarazione che nasce da un documento più o meno tossico pubblicato su un giornaletto italiano.

In politica, anche quella con la p minuscola, servirebbe un po’ di igiene verbale. Questa, in particolare, indulge ad aggiungere anche l’igiene mentale.

Il poveretto, evidentemente, si vuole accreditare presso Washington come atlantista di vaglia, riecheggiando polemiche che hanno dilaniato la politica americana. Ma ciò che oltre Atlantico è tragedia lacerante, qui risuona come grottesco teatro dell’assurdo. Una teatro del quale il nipote del più noto Gianni appare prigioniero, condizione che indulge alla compassione.

Chiediamo scusa ai lettori per la digressione, era solo per accennare alle prospettive che si sono aperte dopo la caduta del Drago: se la campagna elettorale inizia così, ne vedremo delle belle. Per fortuna sarà breve e balneare.

Il vento.

 

Sono stati giorni di vento questi ultimi. E si è fatto sentire, violento, cattivo,come ormai ci ha abituati, noi che lo conoscevamo anche benevolo, amico giocoso di brezze tenere, giocherellone a volte, venticello chiacchierino, anche se non ha mai parlato, ed ora più che mai è diventato    colui che fa . Perchè su questa terra solo agli uomini è stato dato il dono della parola? Lui ha un’altra qualità: Profuma sempre, anche se  il vento è inodore,ma si impregna, basta respirarlo con tanta intensità per essere facilmente travolti da tutto quello che trasporta nel suo quotidiano andare . Ha il profumo dei gelsomini, delle zagare, la lieve fragranza delle rose e delle viole,sa di fieno e di tiglio, sa di borotalco quando ha appena sfiorato la carrozzina di un bimbo. Il profumo del mare, del salmastro si mischia alla resina dei pini sbattuti con violenza in una notte di burrasca, quando sfoga la sua rabbia di vagabondo , senza meta, senza casa.E quando trova riposo è un ristagno di miasmi di rifiuti, di fumi di ciminiere,tra la vita sudicia degli uomini, che non sanno più ascoltare la sua dolce voce quando canta tra le foglie, che lo salutano col dolce stormire, nella forza di un temporale, nel turbinio dei fiocchi di neve,quando rompe il silenzio ovattato di un paesaggio innevato. Il vento conosce il mondo, perchè ogni cosa animata e no risponde al suo passaggio, e chissà quante cose potrebbe raccontarci se solo avesse il dono della parola, unico testimone attendibile nello sfacelo del mondo, perchè ne è anche protagonista  Questa  forse è la dimostrazione che la parola ce l’ha, ma è un discorso che non possiamo o non vogliamo comprendere. A me piace molto di più abbandonarmi nel suo abbraccio, lasciare che liberi la mia mente, immaginarlo anche foriero di tenerezze giunte da chissà dove, che mi fanno felice.. a me piace quando riempie i miei silenzi e le mie solitudini, quando muove una porta e mi fa sobbalzare il cuore…

il vento