A proposito di Kallaallit Nunaat (aka Groenlandia)

Sotto il ghiaccio della Groenlandia si nasconde una storia che sfida le moderne convinzioni sull’eccezionalità del riscaldamento attuale. Una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Geoscience ha portato alla luce prove inconfutabili di un passato in cui la calotta groenlandese era molto più piccola di oggi, arrivando a scomparire del tutto in alcune sue parti. Protagonista di questa scoperta è il Prudhoe Dome, una massiccia cupola di ghiaccio situata nella regione nord-occidentale dell’isola, che oggi raggiunge spessori di oltre cinquecento metri ma che, appena settemila anni fa, semplicemente non esisteva.(…)

Mentre in altre zone della Groenlandia (…) il ghiaccio antico è ancora presente, al Prudhoe Dome tutto il materiale congelato è di formazione recente. Questo conferma che la cupola si è fusa integralmente dopo l’ultima glaciazione e si è riformata solo successivamente, quando le temperature sono tornate a scendere. Questa scoperta smonta la narrazione di una calotta glaciale fragile e sull’orlo di un collasso irreversibile causato dall’uomo. Al contrario, dimostra che il ghiaccio groenlandese possiede una dinamica ciclica di crescita e ritiro estremamente resiliente. Settemila anni fa la Groenlandia era molto più calda e priva di ghiacci in vaste aree costiere e interne, e nonostante ciò la calotta è stata in grado di rigenerarsi e tornare agli spessori attuali. Per cui il concetto di punto di non ritorno appare più come uno spauracchio ideologico che come una realtà climatologica. (…)

In conclusione, lo studio del Prudhoe Dome ci offre una lezione di umiltà e realismo. Ci insegna che il riscaldamento attuale, pur meritevole di attenzione, rientra in un quadro di variabilità naturale che la Terra ha già sperimentato in tempi relativamente recenti. Vedere la fusione dei ghiacci come un segnale di apocalisse imminente ignora la storia profonda del nostro pianeta, che ha già conosciuto una Groenlandia verde e senza cupole glaciali molto prima che l’attività umana potesse minimamente influenzare l’atmosfera. La scienza geologica e i dati sperimentali ci invitano a guardare oltre l’allarmismo, riconoscendo la potenza e la naturalezza dei cicli climatici terrestri.

via https://www.meteoweb.eu/2026/01/clima-studio-sui-ghiacci-della-groenlandia-smonta-decenni-di-bufale-catastrofiste-sul-cambiamento-climatico-in-passato-faceva-molto-piu-caldo-di-oggi-dati/1001876359/

Epifania della Corea…

Non esiste il vuoto dove riposare lo sguardo al mercato di Namdaemun: pile altissime di abiti e di biancheria per la casa minacciano di rovinare a terra, insegne luminose di marchi occidentali scorrono all’infinito, bancarelle spartane emanano profumi invitanti. Il tempo del battito di palpebra, per ricordarsi che questo luogo esiste dal 1414, nonostante tutto.

Ma ecco che arrivano! Graziose ragazze dal volto riflettente, indossano un grande bigodino sulla fronte atto a tenere in forma la frangetta. Attraversano il gelo siberiano spavalde in minigonna, le gambe strette in spesse calze color carne, le unghie in acrilico ornate. Samsung Galaxy Z Fold7 nella stud leather shoulder bag nera di Matin Kim. Armeggiano con un Iced Americano di Ediya Coffee e 1.000 won di hotteok, quintessenza della bontà da passeggio, trionfo bollente di zucchero e frutta secca.

Accanto, anziani silenziosi con immensa dignità trascinano carretti instabili sui quali, legati con corde, pezzi di cartone verranno scambiati più tardi per qualche moneta.

Da qualche parte, lì in mezzo, è conficcata una sottile porta in plastica. Fa capolino una ajumma, signora in guanti e grembiule, che prende per mano i passanti e li porta all’interno di un corridoio chiamato Kalguksu Alley. Ci si siede su sgabelli, le gambe incrociate, i gomiti sul tavolo incontrano quelli di sconosciuti, sguardi amichevoli, le cuoche si muovono con agilità sul posto. Si ordinano ciotole fumanti di «tagliatelle al coltello» in brodo nutriente. Un tocco di kimchi o di gochujang, pasta piccante fermentata, le guance rosse per il gradito tepore. E poi il bibimbap sormontato da verdure tutte diverse, freschissime e croccanti. Alla base orzo, che regala il gradevole sapore di nocciola di una volta. Un sorso di makgeolli, vino di riso leggero.

Così, ci si guarda intorno per una visione d’insieme.

Si fa epifania della Corea, caleidoscopio roboante di antitesi: il luogo dove il futuro vive nel presente e il passato non si sgretola.

Noemi Pelagalli è in libreria con Made in Korea. Dalle origini al K- pop (Corbaccio)

Illustrazione di Camilla Zaggia

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La tv è ferma a Garlasco.

 

 

 

Appena sento la parola Garlasco cambio canale. Per mesi interi la tv si è avvitata su un tema e un delitto e su tutte le sue sfumature, indizi, pieghe, chiacchiere e distinguo, come se fosse la chiave di tutti gli avvenimenti e i misteri, della vita e della morte, della giustizia e della miseria umana. Naturalmente Garlasco è solo un esempio di cronaca diventata cronica, perché si ripete all’infinito. Lo stesso successe per anni con Avetrana o con Cogne, solo per citare un paio di precedenti geo-maniacali. La tregua di questi ultimi giorni è dovuta all’irrompere di altri tragici fatti di cronaca, come la strage di Crans-Montana. Ci sono paesi, a volte sconosciuti, che nel loro piccolo diventano capitali dell’orrore, macabre località rituali dove si ritiene che il Demonio faccia il sindaco. Ci sono poveri diavoli che vengono elevati a rappresentazione cosmica del Male, e invece sono solo dei poveracci, anche se assassini, meritevoli di carcere e di oblio. A volte compiono quaranta, cinquant’anni alcuni delitti che riaffiorano ciclicamente come se fossero tappe storiche: Emanuela Orlandi o Simonetta Cesaroni, immagini che rivediamo da quando eravamo ragazzi. Si aspettano gli anniversari di certi fatti di cronaca per riparlarne ancora e si pescano per la ricorrenza nuovi particolari per montare il solito teatrino annunciando svolte e colpi di scena nelle indagini. Ci campano programmi tv, si eccitano visibilmente alcuni conduttori o quantomeno fingono per eccitare a loro volta i loro narco-spettatori; arrivano i soliti psico-esperti, sfilano i testimoni e gli avvocati, fanno tappezzeria i guardoni a tempo indeterminato. Ma c’è gente che li vede quei polpettoni riscaldati, che ancora vede e rivede quelle ossessioni monomaniacali di cronaca, che non ha di meglio da fare, da vedere, da sentire che piccole variazioni intorno allo stesso tema? Evidentemente si, altrimenti non si farebbero. Dai, dicono i normalizzatori, succedeva pure con i cantastorie nelle piazze d’una volta, non è una novità, raccontavano sempre gli stessi delitti e la gente accorreva. Sarà. Quei programmi li vede passivamente, assiste come si assiste a una messa, un rito collettivo e consuetudinario, salvo una minoranza più accanita e morbosa; c’è chi ama la ripetizione, dà sicurezza e la sensazione di essere già informati sull’argomento; c’è familiarità con la routine criminale. Eppure ogni giorno la vita sforna nuovi mostri e nuovi delitti, freschi di sangue, ma solo pochissimi diventano saghe, cerimonie rituali, tormentoni, gli altri no, passano inosservati; ce ne sarebbero a centinaia, di cruenti e ben contorti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e la varietà fantasiosa delle tipologie criminali. Perché questi corsi intensivi solo su uno, due, tre casi? Cosa li rende Racconto Collettivo, pantomima nazionale, cos’hanno di più e di peggio di tanti altri efferati assassini, a volte spettacolari, con retroscena romanzeschi e intrecci ben più gustosi?
La politica annoia, e vi capisco; ma se il rimedio è Garlasco o roba simile, siete messi male, scendete perfino al di sotto del teatrino politico. Ma tuffatevi in un bel programma storico, per esempio, non dico culturale che è per pochi e neanche ce ne sono; vedete i documentari sugli animali o sui luoghi esotici, a volte persino gli insetti sono più avvincenti del solito copione di cronaca nera. Andate sui film o sullo sport. Meglio sarebbe decidere di spegnere la tv e leggere qualcosa, ascoltare, vedere altro; e quando è possibile uscire, incontrare, visitare qualcuno, ultimare quel lavoretto a lungo rinviato, fare esercizi ginnici, cucire. Giocate col cane, o col gatto. Se tutto questo vi è impossibile, almeno variate il menù, cercate la novità e non ingarlaschitevi pure voi. Altra iattura sono i programmi di cucina che ingrassano le menti senza deliziare i palati; troppi teorici di gastronomia, pochi pratici. Ci sono poi programmi all’insaputa del pubblico che fanno meno ascolti delle pecorelle degli intervalli tv di un tempo, che almeno avevano una funzione rilassante, se non lassativa. Quei programmi sarebbero da studiare per capire il segreto del loro insuccesso. Andrebbero visti per una missione umanitaria, curarsi dei programmi più sfortunati, soccorrere evangelicamente la pecorella smarrita, scappata dai vecchi intervalli…
Vedere la tv per me significa esercitare l’arte rapida dello slalom: cambio canale appena appare quel cerchio di persone intorno ai pacchi che agita le mani e vive una convulsione collettiva; o quando sento la sigla mortifera di alcuni programmi ormai insopportabili per lungodegenza; o quando appaiono quelle facce da divano per spot ripetitivi; autentici stalker del sofà, che andrebbero denunciati per molestie reiterate, come altri onnipresenti spot. Poi ci sono le facce ormai insopportabili da talk show, gli ospiti fissi, le compagnie di giro, sai già sai cosa diranno e come, le conduttrici che portano sempre lì, allo stesso punto, parli dello Yeti o del terremoto nelle Filippine e loro riconducono la colpa a Giorgia Meloni… Ormai non solo le loro labbra sono finte, anche le parole che vi escono non hanno alcuna attinenza con la realtà. Sgomma via…
La tv suscita un virtuoso esercizio di fuga, slalom e zapping continuo; l’unica salvezza è un film, a patto che non ci siano i soliti quattro ingredienti woke – migranti e neri, donne abusate e femministe, omosex e omofobi, e se film storici, i soliti cattivi, i turpi nazifascisti. Dopo alcuni tentativi di fuga, di solito mi arrendo ma non nel senso che accetto quel che passa il pessimo convento ma cambio stanza se sono in compagnia o spengo la tv; passo a leggere, a pensare, ad ascoltare, a fare altro. E sono grato alla tv perché stimola il desiderio di evaderla, aguzza l’ingegno di trovare alternative migliori; più è ripetitiva, molesta, miserabile e più suscita reazioni virtuose e perfino creative, ci rende più laboriosi, mossi dall’ardente desiderio di sfuggire al castigo televisivo. Questa è la vera funzione culturale, catartica, educativa, pedagogica della tv: a vederla ti spinge a fare altro; attiva facoltà altrimenti atrofizzate, ti fa riscoprire relazioni e mansioni altrimenti dimenticate. Naturalmente devi avere dentro di te un residuo spirito critico, una minima capacità reattiva e intellettiva, altrimenti vieni fagocitato o ipnotizzato da qualunque tele-minchiata.
Un tempo la tv era considerata il focolare domestico, oggi più semplicemente è la brace dell’istupidimento collettivo; fa pendant con la padella, che è l’i-pad, o lo smartphone, che si contende con la tv il ruolo di fabbrica per il peggioramento della specie umana. Ma anche quella, a saperla usare, sarebbe perfino preziosa…Un tempo Pasolini esortava a spegnere la tv, ma oggi se lo fai vuol dire che ti consegni definitivamente al concorrente tascabile, all’i-phone. Non suggerisco, perciò, di spegnere nulla ma di “assumere” tutto per poco e ben filtrato, selezionando il menu in una dieta bilanciata, valorizzando le alternative. Parola d’ordine: non Garlasco più.

Marcello   Veneziani

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Sia benedetta la povertà (della Coop)..

Ci volevano i fatturati in calo, i margini in discesa, la difficoltà a pagare il lavoro domenicale per far partorire al politburo cooperativo la proposta non dico di santificare ma almeno di rispettare le feste

Sia benedetta la povertà. La povertà della Coop, non quella dell’amico lettore né tantomeno la mia, perché io non ho bisogno di essere povero per rammentare la volontà di Dio: “Ricordati di santificare le feste”. La Coop invece ne ha bisogno, ci volevano i fatturati in calo, i margini in discesa, la difficoltà a pagare il lavoro domenicale (giustamente più costoso di quello feriale) per far partorire al politburo cooperativo la proposta non dico di santificare ma almeno di rispettare le feste. E insieme alle feste i lavoratori, immagini di Cristo. Non so se la proposta di chiudere i supermercati la domenica, tutti i supermercati, tutte le domeniche, verrà accolta: prego di sì, anche se la vedo dura. La chiusura domenicale è qualcosa di profondamente cristiano e profondamente umano e pertanto ha nemici innumerevoli, essendo innumerevoli i nemici della nostra civiltà che è cristiana e umana oppure non è. Sono una legione (“il mio nome è Legione”) i fanatici del lavoro perpetuo, un ideale cinese che nel breve-medio periodo potrebbe anche prevalere. E però la proposta Coop ha svelato che l’anticristianesimo è antieconomico.

 
Camillo Langone__da___IL  FOGLIO

 

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Crepet: “Perdere la testa è una cosa meravigliosa. L’emozione è il sale della vita”

 

A volte un amore può distrarre, far prendere altre strade, “far perdere la testa” ma se c’è qualcosa che non possiamo governare allora questi sono proprio i sentimenti…

Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e saggista italiano in un suo recente intervento riporta un breve dialogo avuto con una giovane ragazza: “Una ragazza a Mantova mi dice “Io ho tante paure”. Una ragazza carina si vedeva e questa mi fa “ho tante paure”. Eh, vabbè dico all’ età tua. Eh, “ma ce n’è una ancora più grande” qual è? “Quella di innamorarmi”. No dice, non si preoccupi “Io mi sono organizzata così” mi fa, e come ti sei organizzata? “Mi faccio piacere quelli che non mi piacciono tanto, appena vedo che c’è uno che mi fa perdere la testa scappo via”.

I genitori dovrebbero trasmettere il senso più profondo della vita, quello che fa spazio prima di tutto alle emozioni destabilizzanti, alla capacità di rialzarsi dopo una caduta, invece, questo senso di difendere e preservare sempre i giovani spesso li fa anche rinunciare alle passioni più intense, quelle più travolgenti.  Paurosi delle emozioni più belle, più pure ed ingenue. Paurosi della vita, di un amore giovane che sconvolge i piani e le idee. Per Crepet tutto questo è impensabile, un ragazzo non può arrivare al punto di creare delle strategie per difendersi dall’amore, per tenerlo lontano, per fare da scudo a ciò che lo fa sentire vivo. I genitori non possono privare i figli di ciò che loro per primi hanno sperimentato.  A volte un amore può distrarre, far prendere altre strade, “far perdere la testa” ma se c’è qualcosa che non possiamo governare allora questi sono proprio i sentimenti ed è proprio dall’ imprevedibilità che a volte nascono i migliori progetti, pertanto l’esperto domanda: “Chi è quel genitore che ha insegnato questo a un figlio? Che le emozioni sono cose? Sabbie mobili?”. Un genitore deve preparare alla vita, esserci nelle gioie e soprattutto nei momenti nei quali per i figli arriva un periodo duro da affrontare. Ma non può in nessun modo evitare la sofferenza di un cuore infranto, di una delusione che sia amorosa o in qualsiasi altro contesto. È così che si cresce, che si diventa grandi.

Le emozioni sono le nostre prime sentinelle d’allarme, quelle che ci permettono di distinguere un posto sicuro, da uno meno sicuro, per il nostro cuore. Non evitando ma accogliendo in pieno. D’altronde, secondo Crepet, questo: “è il senso della vita. È il sale della vita l’emozione” E conclude: “Perdere la testa è una cosa meravigliosa, ma perché la testa deve stare sempre ferma?”. Conosciamo benissimo gli standard della nostra società che vuole giovani sempre puntuali, precisi e attenti. Ma l’esperto chiede ai genitori una maggiore autenticità. Sarebbe per tutti motivo di orgoglio avere un figlio che segue le tappe come questi si aspetterebbero, ma è importante, prima di tutto, capire se questo va anche nella direzione della sua felicità perché altrimenti sarebbe meglio seguire il proprio cuore e “perdere la testa”.

La Redazione__ di___ascuolaoggiblog

Il pianeta comandò: quest’anno tutti materialisti.

 

 

Dall’alto della sua stellare veggenza, l’astrologo Paolo Fox prevede che quest’anno finalmente sarà dominato dal materialismo più che dalla spiritualità. Meno male, non se ne poteva più di questo spiritualismo, quest’overdose di santi e pensatori, orazioni e consacrazioni, culti e sacrifici, idealisti e anime belle.
Non ne potevamo più di tanta devozione, tanta mistica e tanto raccoglimento spirituale. Usciamo finalmente dai Pesci (io un po’ all’antica ero fermo all’era dell’Acquario, credevo di essere ancora dentro quell’Eone, evidentemente mi sono distratto); grazie al transito di Nettuno stiamo entrando in Ariete che essendo un caprone, testardo e cornuto, spingerà le ambizioni e le competizioni, a colpi di corna, e scalciando terra terra, secondo materialismo. Non sarà materialismo storico, semmai materialismo faidate, devoto non a Marx ma solo a Kazzimiei, divinità indiscussa nell’epoca in cui non ci sono altri dei, e in cui trionfa l’individualismo e tutti i suoi parenti prossimi: egoismo, egocentrismo, personalismo, narcisismo, meglio se patologico. Ma non è colpa nostra, ragazzi, se siamo così introversi ed ego-riferiti, è l’affollamento di pianeti in segni di fuoco a ridurci in questo stato di auto-gravidanza permanente davanti allo specchio. Sono loro a mettere incinta la nostra vanità e a titillare la nostra avidità di beni materiali. La colpa non è più della società, come dicevano i materialisti storici e dialettici di una volta, ma dei pianeti che non si fanno gli astri loro e si buttano sulla Terra, influenzandoci così malamente e pesantemente.
Fox ci avverte che il nuovo anno durerà in realtà almeno 14 anni, ossia quanto Mattarella al Quirinale, perché tanta sarà la permanenza di Nettuno in Ariete: nel 2040, poi, chi vivrà vedrà, e ci sarà magari la svolta. Però per consolarci ci batte la mano sulla spalla e ci dice: il fuoco planetario non vuol dire solo incendio e distruzione, ma anche coraggio e innovazione. Meno male, l’avevamo presa brutta.
Ma sarà solo roba pratica, prosaica, materiale, niente spiritualità, poesia e ispirazione, come invece succedeva fino all’altro giorno del passato anno.
Il buon senso comune vi farà dire che sono tutte astronerie, come diremmo in fiorentino finto, aspirando la ci; non c’è alcun fondamento alle previsioni astrologiche, servono solo ad alimentare conversazioni in salotto e articolesse sui giornali (come questa). Sarà come dice il Veggente Planetario, ma non mi ero accorto in questi anni di vivere sotto l’egida dello spiritualismo o nel segno dello Spirito; mi pareva di essere già dentro, e da un pezzo, quel che Fox descrive per l’anno nascente, il crasso 2026.
Per non arrendermi al dettato planetario, coltivo la tenue speranza di una legge astrale del contrappasso: e mi auguro, vi auguro, che se quando ha dominato nei cieli lo spiritualismo ha trionfato in terra il materialismo, per una misteriosa legge di compensazione e per una legge astrofisica, che imprime una spinta uguale e contraria ai terrestri; ora che è l’avvento astrale del materialismo, per lo stesso principio reattivo, sarà la rivincita dello spiritualismo. Tié.
In realtà, siamo carne e spirito, anima e materia, e non si può tifare per l’una contro l’altra, il buon senso ci dice che si deve favorire il loro legame, la loro osmosi e conoscere e coltivare i loro punti di incrocio. Magari stabilendo i ranghi, le priorità e le gerarchie: sul piano delle necessità primarie vengono prima i bisogni corporali, sul piano delle finalità significative vengono prima i bisogni spirituali.
Ma poi sarà vero che gli astri ci cambino così radicalmente, non contiamo proprio niente noi, non dico il libero arbitrio, ma anche la genetica e i genitori, e poi le circostanze storiche, sociali, terrene, la nostra mente e i nostro carattere? E sarà vero che in base agli astri l’umanità intera si adegui al nuovo corso planetario, senza differenze di popoli, di culture, di caratteri e senza differenze personali? Già sono paradossali gli oroscopi applicati a interi stock di persone, raggruppate per affinità mensili di nascita e segno zodiacale, e conosciamo troppi casi di coinquilini dello stesso segno zodiacale che sono totalmente diversi nella loro indole e nei loro comportamenti. Figuriamoci se pretendiamo di estendere, per ragioni di target e di attenzioni globali, un cambiamento così radicale a tutta l’umanità, occidente e oriente, nord e sud, cretini e intelligenti, belli e brutti, ricchi e poveri, maschi e femmine, giovani e vecchi, animali e piante, e via dicendo.
L’unica comparazione logica che si può fare con queste previsioni astrologiche è con la moda: come si dice che quest’anno certi capi vestiari si portano corti, colorati, sbottonati, così si dice che quest’anno si porta corto lo spiritualismo e lungo il materialismo, secondo i pianeti. Gli astri dettano la moda un po’ come i sarti, gli stilisti: l’astrologia è una forma di alta moda, anzi altissima, distante anni luce.
La gente con l’astrologia ha un rapporto schizofrenico, ironico e credente, frivolo e mistico, tra il salottiero e l’oracolare; ci scherza su ma li ascolta e un po’ si adegua o si atteggia al loro canone, trova tracce caricaturali della propria identità; dice di non esserne succube ma non vuole nemmeno uscire dal gruppo e sentirsi tagliato fuori dalle stelle, spianetato o addirittura c-astrato. È una fede debole, intermittente, ma in fondo tenace, che supplisce alla religione e al destino, ne offre un surrogato più giocoso e fatale, che ci libera dalla fatica del libero arbitrio e dei ragionamenti consequenziali, costruendo sontuosi alibi alle nostre scelte. E come furbescamente Ulisse rispondeva a Polifemo che l’artefice dello scherzo atroce costato un occhio al ciclope era stato Nessuno, così noi possiamo rispondere a chi chiede ragione dei nostri comportamenti: è stato Nettuno, è lui il colpevole. Noi non c’entriamo, siamo vittime della sua influenza inesorabile, siamo marionette nelle sue mani. Come te non c’è Nettuno, parafrasando una vecchia canzone di Rita Pavone.
Non so se sia possibile ribellarsi agli astri, e mandarli a quel buco nero, ma agli astrologi magari sì.

Marcello   Veneziani

Seneca svela perché la gentilezza rende più forti ed ha il potere del successo.

Essere gentili è da deboli? Seneca, in “Sui benefici” ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà.

Seneca svela perché la gentilezza rende più forti ed ha il potere del successo
Siamo in un mondo in cui la prepotenza sembra sia la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, un’analisi rigorosa del pensiero di Lucio Anneo Seneca rivela l’esatto contrario: la benevolenza non è un segno di cedimento, ma la suprema tecnologia del potere e della stabilità.

Nel suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il “beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo che non teme l’usura del tempo.  Il cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:

Che cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)

La forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti
Proprio partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza interrompe il circuito della violenza. Questa fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del proprio stato d’animo.Non è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le regole del gioco dai difetti altrui.

La gentilezza è fonte di successo
Per Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.  Per spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora architettonica folgorante:

La società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)

In questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere abbattuto. Il successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la struttura stessa a proteggere chi la sostiene.

La gentilezza non prevede di essere misurata
La grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti. Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore a fondo perduto.

Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato.
(De Beneficiis, Libro I, 2.3)

La logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta. Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.  Quest’approccio è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità come persone degne e di valore.
La perseveranza che ammansisce il mondo
Seneca sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non accetta la sconfitta morale.

Qualcuno è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche quelli che sono usciti dalla sua memoria.
(De Beneficiis, Libro I, 2.5)

Non bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale, offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un alleato.  In questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di sostenere il peso di un gesto gratuito. Il prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.  Egli è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così tanto da non aver paura di perdere nulla.

Essere gentili richiede coraggio
In ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo. Il successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.  La gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali. In questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.La gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.  Essere gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e libertà interiore.

Per questo, non resta che ringraziare Seneca per questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi suggerimenti.

Saro Trovato__da__Libreriamo.it

Tragedia Crans- Montana / E quella domanda aperta sui nostri giovani (e i genitori).

 

La tragedia di Crans Montana fa sorgere delle domande più ampie su cosa sia il divertimento per i giovani, cosa cerchino nelle serate nei locali

Si può solo commuoversi, compatire, stare in silenzio di fronte all’enorme tragedia successa la notte di capodanno sui monti della Svizzera, a Crans Montana. Vedere morire tanti ragazzi, oltretutto in quel modo così straziante e drammaticissimo. Che mistero. Quante domande, sanguinanti e tumultuose sono esplose per sempre nel cuore dei genitori dei figli morti o feriti e di quanti hanno partecipato alla festa. Speriamo che anche nel cuore di tutti, per molto tempo, le stesse domande, gli stessi interrogativi permangano e portino dei pensieri buoni di riflessione, di pensamento e di ripensamento. Certo non potranno bastarci gli accertamenti e le indagini inerenti le varie responsabilità penali e organizzative…
Penso che tante persone si saranno anche chiesti se la forma di divertimento scelta quella sera sia proprio l’unica possibile per tutti i ragazzi. D’accordo era l’ultimo dell’anno, ma, in fondo in fondo, tutti i sabati, iniziando dal venerdì sera, tutto l’anno, non parliamo poi dell’estate, in tutte le città italiane e del mondo sviluppato ci sono numerosissimi luoghi e locali, la c.d. movida, in cui più o meno bene, con più o meno soldi, si può vivere lo stesso divertimento. Perché tutti – il 95% dei ragazzi? – finiscono per scegliere, oppure sono costretti a scegliere di “imbucarsi” (è il loro lessico) in locali che allestiscono il divertimento in questo modo?
Ossia locali in cui si sta al buio, la musica è assordante, tutti fumano, l’uso dell’alcool è fuori controllo, le luci psichedeliche fanno la loro parte di stordimento e obnubilamento, l’ammassamento degli uni sopra gli altri è la modalità di rapporto. I ragazzi delle mie comunità, candidamente, hanno sempre detto che sono luoghi brutti e insopportabili, che se avessero saputo scegliere altro lo avrebbero fatto.

Sono locali pensati e voluti affinché tutto sia al massimo, all’unisono, veloce, fortissimo e questo ben si sposa con tanta mentalità, tanto bisogno dei giovani, quello di vivere, appunto, tutto al massimo, potentemente, freneticamente, spritzantemente, sopra le righe, nel casino.
Queste le modalità interne ai locali. E quelle esterne? Come vi giungono i giovani, con quale preparazione, attraverso quali “liturgie”? Quanti happy hour prima dell’ingresso, durante il pomeriggio e poi, poi – ecco il grande tabù, il fatto per gli adulti sempre più innominabile, impensabile: la droga, le sostanze stupefacenti. Il loro uso è ormai cosi diffuso, sdoganato, tollerato in tante fasce giovanili, tanti giovani vi ricorrono senza conoscere realmente i gravi e duraturi effetti che lasciano nell’organismPartono da casa che sono degli angeli – dicono i genitori, i nonni – entrano nei locali che sono altre persone, irriconoscibili e aggressive. D’altra parte, a ogni buon conto, per reggere per dieci ore un ritmo di così elevata tensione e forte movimento, di “sbattimento” e tanto altro… un “aiutino” dall’esterno della persona ci vuole sicuramente.
Così i ragazzi entrano nei locali che hanno in cuore e in corpo una carica, un’esplosività, spesso artatamente cercata, davvero impressionante e che dobbiamo seriamente iniziare a prendere in considerazione.
Da quali e quante cose gravi scappano per andare a rinchiudersi in luoghi così brutti e/o cosa veramente cercano in luoghi siffatti, cosa si aspettano? Che bisogni hanno necessità di esprimere proprio in quei momenti e in quelle situazioni. O cosa vogliono dimenticare?
Perché i nostri giovani saranno diventati così? Ci sarà un altro modo per vivere la musica, il divertimento, il tempo libero?
Offrire queste considerazioni da parte mia forse è stato prematuro, così a ridosso della tragedia, ma bisognerà pur cominciare a chiamare per nome le cose, i fatti, certi luoghi, certi momenti. Non si può continuare a tacere!

Una situazione, un fenomeno oltremodo allarmante è quello riguardante una vasta, maggioritaria fascia di genitori che non sa dire il proprio parere ai figli quando chiedono di potersi recare in questi locali (quando ancora lo chiedono!), che non sa dire di no, non sa portare ragioni forti e non sa opporsi. Non solo quando i figli sono minorenni, ma finché son figli, cioè sempre. Attanagliati da questa impotenza, dalla conseguente paura, dall’inevitabile umiliazione che comporta non è possibile vivere, alzarsi al mattino, andare al lavoro, costruire un mondo nuovo. Se gli adulti restano così si rintanano in casa e i figli… nei locali di cui abbiam detto.

Per il futuro, per evitare tragedie del genere, tutti chiederanno vengano costruiti locali per il divertimento con più uscite, con molte più uscite. Ma il grande problema è quando i ragazzi sono usciti tutti, come aiutarli a non entrare più.
Silvio Cattarina__da__Sussidiario. net

Le profezie della Fallaci.

 

Davanti a fatti di peso mondiale che accadono contemporaneamente, ma il cui senso è opposto, si evita accuratamente di metterli in relazione. Oppure ci si nasconde dietro una parolina furba: paradosso. Mi riferisco ai recenti accadimenti che riguardano l’islam in politica. Nelle più grandi città dell’Occidente vengono eletti democraticamente sindaci musulmani. Intanto, nella capitale della più potente nazione islamica, Teheran, accade l’esatto contrario: il popolo minuto, ma tutt’altro che straccione, morde il tallone degli ayatollah che lo schiacciano da quarantasei anni. La cosa incredibile è che gran parte dei media occidentali riesca a esaltare entrambi i fenomeni, come se fossero compatibili.
Una spiegazione c’è, ed è poco nobile: la stupidità dell’Occidente, a cui non sono servite né le lezioni della storia né le profezie di Oriana Fallaci. L’egemonia culturale oggi non è di destra o di sinistra: è quella della balordaggine, figlia della perdita di memoria. Non ci incanta più il Vangelo, che peraltro racconta fatti; ci incanta invece il Corano, nel cui nome ci lasciamo strappare le radici. La narrazione dominante si è fatta sedurre dalle versioni incravattate dell’islam politico. Ogni volta si ripete che questa volta è diverso, moderato, intelligente, moderno. Poi, con un certo ritardo e qualche maceria in più, si scopre che era una favola utile a chi pensava di dormire tranquillo dopo aver affidato il pollaio ai lupi, credendo fossero tutti come quello di Gubbio, ammansito da san Francesco. Da noi il problema è che i fratacchioni sono spesso islamo-comunisti. Non succede solo a New York, ma anche in Italia e in Francia, dove il tifo pro Pal e le indulgenze verso Hamas si intrecciano con l’adorazione per i «sindaci coranici».
Il problema non è la fede, che appartiene alla coscienza e alla libertà individuale. Ognuno preghi come crede, o non preghi affatto. Il problema nasce quando una religione diventa progetto politico, giuridico, normativo, quando pretende di regolare la vita di tutti. Se la sharia riguardasse solo l’anima di chi la invoca, ciascuno si schiavizzi come preferisce. Ma l’islam politico non si accontenta mai della propria coscienza: tende a islamizzare anche quelle degli altri. E questo è il punto che l’Occidente finge ostinatamente di non vedere.

Londra ha da anni un sindaco musulmano praticante, Sadiq Khan, eletto e rieletto nel nome della diversità. New York si prepara ad avere Zohran Mamdani. Non è una questione di tappetini da preghiera, ma di segnali politici: collaboratori scelti e poi scartati per antisemitismo, giuramenti sul Corano che non sono gesti devozionali ma messaggi pubblici. Un giuramento non è mai neutro: indica quale legge si riconosce come superiore. E il Corano non è un libro di poesie simboliche, ma un testo che contiene prescrizioni civili, penali, sociali. Far finta che non sia così non è tolleranza: è autoinganno.
La sinistra europea e italiana beve queste notizie come un tonico morale. Sindaco musulmano a Londra? Progresso. A New York? Avanzamento della storia. È lo stesso entusiasmo ingenuo con cui la sinistra francese dei «non sottomessi» si è sdraiata dinanzi al verbo filo-islamico e spesso antisemita, convinta di poterlo usare come strumento politico. Mélenchon pensa di guidare la corrente, ma è già stato trascinato a valle. L’islam politico non è ancillare: chiede obbedienza. Non vale solo a sinistra. Donald Trump, che non è un teorico ma possiede una brutale capacità di sintesi, protesta. Poi però in Siria, d’accordo con Erdogan, legittima un presidente proveniente da al Qaeda, ripulito da due anni di cosmetica diplomatica. Ci dicono che è cambiato. Lo dicevano anche di altri. Queste conversioni funzionano nei comunicati stampa, meno nella realtà.

Il quadro cambia, e diventa serio, guardando all’Iran. Qui non c’è folklore. C’è un popolo stremato  che scende in strada: commercianti, studenti, famiglie soffocate dall’inflazione, da un’economia al collasso, da un potere che reprime, impicca, tortura e mente. Si gridano parole semplici e pericolose: «Libertà», «Morte al dittatore». Ed è una notizia enorme, perché quei mercati storici che oggi protestano furono un pilastro della rivoluzione islamica. Oggi si ribellano al regime che contribuirono a creare. Questo è un segno. Non da manipolare, ma da rispettare.

Il paradosso occidentale si mostra nella sua miseria smemorata: ieri ha sostenuto Khomeini in nome dell’anti-imperialismo; oggi finge stupore davanti alla ferocia degli ayatollah. Una teocrazia fu scambiata per una liberazione. Sempre convinti di poter usare l’islam politico contro il nemico di turno. È sempre finita allo stesso modo. E intanto, mentre predichiamo prudenza altrove, si è acceso un nuovo incendio in America Latina: il Venezuela, dove l’intervento riuscito degli Usa per sloggiare da un potere dispotico un comunista narcotrafficante, temo spinga la Cina a reazioni sanguinarie in altre latitudini.  Che fare ora per l’Iran? La tentazione è intervenire, bombardare, «aiutare» con le armi un qualche islamico malleabile. Abbiamo già visto dove porta. In Iraq ha prodotto solo caos e fanatismo. Ripetere lo schema sarebbe un crimine travestito da altruismo. Questa volta bisognerebbe fare qualcosa di più difficile: non intervenire militarmente. Lasciare spazio a chi lotta dall’interno, senza trasformarlo in pedina geopolitica. Nessun eroismo con i morti degli altri. Se una speranza esiste, oggi, viene da popoli stanchi ma ribelli. Forse l’Occidente potrebbe fare un gesto davvero rivoluzionario: smettere di credersi protagonista della storia e limitarsi a non peggiorarla.
Vittorio Feltri

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Propositi per l’anno nuovo! …siamo ancora in tempo.

 

 

Siete pronti per l’anno che verrà? Il passaggio di anno è solo uno scherzo illusorio del calendario, nulla più, un confine fittizio, convenzionale; ma è l’occasione per tirare le somme, darsi delle mete, misurarsi col tempo che passa. E magari promettere qualcosa a qualcuno o a imprecisati dei.
Lo faccio ogni anno, stavolta provo a farlo in pubblico, a mezzo stampa perché non è un fatto personale. Non è un esercizio egocentrico semmai il contrario: tentare di versare il proprio io nel tempo e nel mondo. Darsi dei compiti, superando la propria sfera privata e individuale. Allora proviamoci.
Il primo impegno personale e universale, lo dico con un’espressione spagnola, è essere hombre verticalCos’è un uomo verticale?
Semplicemente un uomo che sta eretto, direte voi, un tempo si sarebbe detto in piedi tra le rovine; oggi direi in piedi tra tanti sdraiati, inginocchiati e non per pregare, a tappetino e non perché islamici, o capovolti e non per assenza di gravità. Stare in piedi vuol dire mantenere un contegno, uno stile, una dignità. Ripristinare una gerarchia di priorità e di principi nella vita. E mantenere libera coerenza. Nessuna pretesa da superuomo, nessuna albagia da razza eletta, conosciamo i nostri limiti e le nostre debolezze, ma reputiamo non negoziabile la coerenza, il rispetto di sé e degli altri, dunque il senso dell’onore.
L’uomo verticale ancora di più ama sopra ogni cosa la verità. Amare la verità vuol dire testimoniare il vero, senza pretendere di possedere la verità. Perché la verità, non mi stancherò mai di dirlo, è più grande di noi e della nostra mente, noi non la possediamo semmai ne siamo posseduti; e non la conosciamo mai per intero ma solo per uno o più lati. La poligonia del vero, diceva Vincenzo Gioberti, solo Dio conosce la verità per intero. Quel che conta, dunque, non è la pretesa di conoscere la verità, che sarebbe velleitaria e arrogante ma la ricerca del vero e l’amor del vero; possiamo sbagliare ma se diciamo o facciamo una cosa siate certi che lo diciamo o lo facciamo perché la reputiamo vera e non possiamo tacerla. Di conseguenza, siamo pronti a scontare le reazioni e le ritorsioni, i morsi dei cani, gli insulti dei cortigiani, le recite dei burattini ma non basteranno a fermarci o a farci tacere. Ci mettiamo tutto noi stessi in quel che diciamo, tutto meno la pretesa di avere in tasca la verità; possiamo anche sbagliarci. Vorrei che fosse questo l’impegno per l’anno che viene; ma si capisce che non è una promessa legata a un anno, perché si lega, e ci lega, a una vita intera. Se ci capiterà di imbatterci nei potenti avremo poco da dare ma nulla da chiedere. Questa è la nostra libertà e la nostra vera ricchezza.
Ma “uomo verticale” non vuol dire solo questo. Vuol dire non esaurire la propria vita e il proprio sguardo in chiave orizzontale e dunque nel rapporto con gli altri uomini e con la società; vuol dire guardare in alto, protendersi verso il cielo, capire che il destino, la grazia, la provvidenza, il divino non ti aspettano dietro l’angolo o sotto una botola, ma discendono dall’alto e all’alto ti riportano. (Breve parentesi personale: a casa dei miei ho ritrovato in questi giorni di Natale un mio scritto liceale, un volumone acerbo, dattiloscritto e rilegato, con un titolo dalla tesi abbastanza esplicita: Proposta verticale nell’era orizzontale. Vale anche adesso). La dimensione verticale è la visione della trascendenza e l’anelito a innalzarsi verso il cielo. In realtà l’hombre vertical più compiuto è colui che non solo vive in piedi ma coltiva il pensiero verticale. Non solo le gambe lo tengono in piedi, ma la testa.
Al proposito di mantenere la posizione eretta e considerare l’uomo e il pensiero verticali, vorrei che si unisse un altro impegno per il futuro: a congiungere il cerchio della vita, fino a far si che la fine coincida con l’inizio, torni al principio, in tutti i sensi. Il compito di una vita è chiudere il cerchio, portare a compimento il cammino, tornare laddove iniziò la nostra avventura terrena. Non conta la lunghezza della vita ma la sua compiutezza, ossia la capacità di chiudere il cerchio e la tensione a farlo. Guardatevi indietro e dite in tutta franchezza se è stato questo il codice d’onore della vostra vita o no, se avete ceduto o vi siete talvolta perduti. Pensiero verticale e vita circolare: vorrei che fosse questo il senso e la bussola della nostra vita, la tensione ideale e morale, e tutto il resto sia compreso in questo duplice proposito: il pensiero verticale ci è padre, la vita circolare ci è madre.
Ma tutto questo ha un senso se non sono parole e basta, ma atti conseguenti, comportamenti, attitudini che riguardano concretamente la nostra vita, hanno precise ricadute nelle nostre scelte quotidiane e producono trasformazioni in noi e intorno a noi. Bisogna saperle tradurre nella vita di ogni giorno, imparare l’arte del cerchio e della retta. Che non è il furbo colpo al cerchio e colpo alla botte, ma qualcosa di più essenziale. Come avrete notato nei propositi per il nuovo anno non trova posto la politica; non val la pena infognarsi in quel sottobosco stantio. Tempo perso che trascina nella melma e nella ragnatela.
E rispetto al tempo e al mondo che impegni assumersi? Far nascere, ciascuno nel proprio ambito e secondo le proprie possibilità. Ovvero piantare alberi, generare vite, opere, dare inizio, fondare, costruire, lavorare; e vivere la comunità nella prossimità, a partire da chi è vicino. Amare.
È la vera risposta all’accidia e al malanimo, diffusi e concentrati
Perciò l’augurio è che quello stupido rito di fine anno non sia soltanto l’euforia prescritta di una festa del calendario e l’occasione giuliva per una distrazione generale dalla vita reale; ma il contrario, l’occasione per riprendere in mano la propria vita, e pensarla, orientarla nelle cose che sono in nostro potere e che, come pensava Machiavelli, sono la nostra meta e la nostra metà di pertinenza; l’altra metà è in balia della “fortuna” e di altri nomi più confacenti che indicano tutto quel che abbiamo in sorte e che non siamo in grado di determinare noi. Metà della nostra vita è in luce, metà è in ombra. A noi tocca scegliere e decidere nell’emisfero di nostra competenza. E non saprei dire se a noi tocca decidere nella parte illuminata o in quella oscura. Lasciamo al mistero la metà che non ci compete, ma è bello, è giusto, è necessario tentare di guidare la metà che è nelle nostre mani. Ma in piedi nel cerchio della vita.

Marcello   Veneziani