Cosa fu la Dc..

 

Rieccola, la Dc, un pezzo della vita nostra, di noi seniores. Torna per i suoi ottant’anni, ma a dir la verità, già quarant’anni fa ne dimostrava ottanta. O quantomeno così la percepivamo noi italiani, tanto ci pareva eterna, inossidabile, antica. Andreotti ci sembrava un reperto della preistoria già quando aveva solo sessant’anni; si sprecavano ironie sulla sua, sulla loro longevità politica. Essendo poi per indole e ragione sociale moderati, sobri e morigerati, i democristiani sembravano vecchi anche da giovani. Ma quella percepita antichità della Democrazia Cristiana indicava anche un’altra cosa: aderiva così profondamente alle fibre del nostro paese da essere considerata un elemento naturale della nostra vita pubblica e privata. Avevamo per così dire somatizzato la Dc o la Dc aveva somatizzato l’Italia, pur senza alcuna enfasi di italianità e di identità nazionale. Apparve quasi l’autobiografia degli italiani, come si disse pure del fascismo: il fascismo-Stato pretese di essere la versione paterna mentre la Dc-Stato fu la versione materna.

L’occasione per celebrare gli ottant’anni della sua nascita è un convegno  a Roma, introdotto da Ortensio Zecchino, moderato da Paolo Mieli, con alcuni storici, che dà il via a una serie di incontri e seminari triennali sulla storia della Dc nella storia d’Italia: Anima e corpo della Dc.

Cosa è stata la Dc per l’Italia in relazione al suo tempo? Fu in primo luogo il più grande ammortizzatore di conflitti e guerre civili, di tensioni sociali, di passioni ideali. Venivamo da un’Italia divisa in due e la Dc fu la tregua sine die, il disarmo e l’oblio dell’Italia venuta dal passato, dal Risorgimento, dalle Guerre, dal fascismo e dall’antifascismo. Riportò l’Italia dalla storia a casa, anzi non pensò all’Italia ma si prese cura degli italiani e li riportò in famiglia, alla vita di ogni giorno. Quando si spaccia il voto alle donne come una vittoria progressista si dimentica che furono le donne a far vincere la Dc contro il fronte progressista. Votarono il partito della Madonna e della famiglia, mica l’emancipazione femminista.

La Dc non pretese di raddrizzare le gambe storte degli italiani, come i rivoluzionari e i riformatori; non ebbe pretese correttive, etiche, non sognava l’uomo nuovo; assecondò il suo popolo e la sua indole, nel nome della libertà, ma di fatto della comodità, del quieto vivere, mettendo ciascuno a proprio agio. Fu indulgente la Dc, mai punitiva, mai vendicativa e di fronte a ogni massimalismo rispondeva col minimalismo rassicurante; gli estremisti li avversava in campagna elettorale, poi tentava di ammansirli e assorbirli. Se la destra coltivava la fiamma del passato e la sinistra si crogiolava nel sol dell’avvenire, lo scudo crociato si curava del presente. Era la realtà concreta, senza cedere al neo-realismo. Se la destra si appellava alla nazione e la sinistra si richiamava al socialismo sovietico, la Dc si piazzò a Occidente, tra la Chiesa e gli Stati Uniti, sotto la protezione delle vecchie zie. Non promosse crociate ma dighe per arginare il comunismo o il nazionalismo; era il partito delle piccole, solide certezze, rispetto alle avventure temerarie e ai focosi ideali. Il suo modello sociale era la versione soft dello statalismo fascista e socialista: un compromesso tra pubblico e privato, tra libertà e assistenza, mercato e stato. Alle forti convinzioni oppose le pratiche convenienze; trasferì l’invocazione dei santi nel campo delle raccomandazioni. Allevò clientele e spostò le aspettative sul piano personale e famigliare. Se l’Italia fu quella lungo il mezzo secolo democristiano, i meriti e le colpe della Dc furono sempre indiretti, mediati; fu sempre concausa, sia di sviluppo che di decadenza. Ovvero, non si può attribuire direttamente alla Dc il boom dell’Italia dal dopoguerra al miracolo economico; la Dc non ostacolò questo processo che avvenne più per dinamismo sociale, voglia e capacità di migliorare degli italiani nella loro vita; per certi versi lo assecondò, quantomeno garantendo un clima e sopendo le forti contrapposizioni. Allo stesso modo non si può attribuire direttamente alla Dc la decadenza della società, il caos, la perdita di valori, la scristianizzazione galoppante, la crisi di identità, appartenenza e cultura. La Dc non arginò queste derive, non si oppose, non pretese nemmeno di orientare culturalmente o ideologicamente gli italiani. Ma sarebbe ingeneroso attribuire il declino di una civiltà alla Dc, esattamente come sarebbe ingiusto attribuire alla Dc il merito dello sviluppo. Dopo De Gasperi non ebbe statisti, i suoi “cavalli di razza” furono politici navigati, a volte cinici, come Andreotti, a volte fumosi anche se di maggior respiro, come Moro. Forse Fanfani ebbe l’ambizione di essere uno statista e fare politica oltre la gestione dell’esistente. La duttilità della Dc, la pluralità di sensibilità e tendenze fu la sua forza e la ragione della sua durata.  Cominciò a declinare quando De Mita pretese di modificare l’indole della Dc, prima abbracciando l’Arco costituzionale con cui perse l’egemonia, poi cercando un’intesa col Pci e le forze laiche opponendosi al fronte avverso che univa a sua volta una parte della Dc di sempre con l’emergente leadership di Craxi (il mitico CAF). E sullo sfondo le ombre del dopo-terremoto (Irpiniagate).

Il primo crollo elettorale fu proprio con lui nel 1983, a cui seguì l’anno dopo il sorpasso dei comunisti alle elezioni europee, freschi orfani di Berlinguer. Poi la caduta del Muro, Mani Pulite, l’incapacità di rifondarsi e di accettare le conseguenze del bipolarismo; vano fu il tentativo in extremis di tornare partito popolare, senza l’ispirazione sturziana, in un mondo ormai mutato. Infine la disseminazione dei democristiani nei due schieramenti e il formarsi di alcuni partiti coriandolo. La Dc non morì del tutto, ma non si ricompose più per intero. Restò un flebile rimpianto, fino a che la tirannia del presente cancellò la sua impronta. Quel presente che era stata l’àncora di salvezza democristiana dalla storia, dai nostalgismi e dai progressismi, si ritorse contro di lei e la tumulò nel passato. L’Italia ci mise una croce sopra, non in segno di voto o di memoria dello scudo crociato; ma per seppellirla insieme all’Italia di ieri con le sue vecchie mappe e le sue vecchie mamme.

 Marcello Veneziani 

Uniti contro la Bestia…

 

 

Vedo il G7 in Puglia e mi si stringe il cuore. Non perché si faccia dalle mie parti, vicino a casa mia, ma perché vedo lì raccolto e concentrato intorno a un tavolo l’Occidente euro-atlantico, più l’ospite giapponese. E allora penso tante cose. Per mettere ordine la prendo alla lontana e parto dall’inizio: l’Europa, o meglio l’Euro-Usa, è solo una fetta del mondo, minoritaria per popolo, territorio, religione e commercio. All’interno di questo mondo che si definisce democratico, la metà del popolo sovrano non va a votare, per dissenso, disinteresse, disgusto.  Nella mezza popolazione Euro-Usa che va a votare, la maggioranza vota  A est è Putin, a Ovest è Trump, nell’Europa dell’Ovest è Le Pen, nel mezzo, almeno fino a ieri, era la Meloni più contorno di Salvini, nell’Europa dell’est è Orban e altri meno in vista (A sud-est c’è l’Ayatollah).  Ma ogni Paese ha la sua bestia interna, dalla Francia alla Spagna alla Germania, ma la bestia in questione di bestiale poi fa solo una cosa: cresce nei consensi, vince democraticamente le elezioni. Un successo bestiale. Per restare in Europa, i due presidenti più scarsi della storia di Francia e di Germania, Flic & Floc, hanno preso appena il 14 per cento dei voti della metà d’elettorato che è andato a votare; praticamente niente. Ma decidono loro le sorti dei loro paesi, dell’Europa e sono tra i grandi decisori del mondo. Schulz è di imbarazzante mediocrità, ogni cosa che fa, che dice, che esprime con lo sguardo è la vacuità, la miseria del nulla, la disgrazia del niente. Macron, invece, è di massima furbizia e minima intelligenza, ha un moralismo transgenico e intermittente, sconfinato, pari solo al suo cinismo. Sanno, i due, di non essere amati nel mondo, in Europa e soprattutto nei loro Paesi, dal loro Sovrano, il popolo francese, tedesco, europeo. Eppure stanno lì come se nulla fosse accaduto e decretano, decidono, tramano. C’è da fermare la Bestia, non possiamo scendere. In America nei confronti di Trump è in atto il più schifoso e clamoroso tradimento della democrazia, del diritto, del rispetto della libertà e della diversità di opinioni, stanno cercando di impedire di farlo candidare in tutti i modi, a colpi di sentenze, multe, colpi bassi, inguinali; mignottate, in ogni senso. L’argomento principe che motiva questa guerra preventiva per impedire l’accesso al voto è che lui porterebbe l’America fuori dalla democrazia, dai diritti, dalla libertà, dalla civiltà. E per impedire che questo avvenga sospendono la democrazia, i diritti, la libertà, la civiltà… Ma la cosa più ridicola in questa sceneggiata, è che quel signore col ciuffo alla Casa Bianca c’è già stato, abbiamo le prove di cosa succede quando va al potere; e non è successo niente di quel che oggi profetizzano in caso sciagurato di sua vittoria. Non solo, ma non ci furono guerre con lui, a differenza di chi lo precedette e di chi lo ha sostituito; non ci fu tracollo economico ma crescita e benessere; tanto è vero che quattro anni dopo, i cittadini sovrani lo rivogliono al governo. Perché la Bestia andò a casa, dopo aver perso democraticamente le precedenti elezioni (e non consideriamo l’ombra di brogli).  In Europa la Bestia è Marine Le Pen, mentre la Meloni, anche lei confermata a pieni voti al governo, sta a bagnomaria, o a bagnomarine, sotto osservazione, per vedere come si comporta, se è in o out, se si normalizza, cioè si ursulizza o si lepenizza. La Bestia in questione non ha mai compiuto nessuna bestialità, ha solo il torto grave di combattere per le sue idee da decenni; e il torto più grave di essere la più votata di Francia, più del doppio di quel che prende il giovanotto scarso e scaltro dell’Eliseo.  In Europa siamo un tantino più evoluti rispetto all’America: rilasciamo, seppure a malincuore, la patente di voto alla Bestia. Ma appena prende più voti del dovuto, revochiamo il diritto di circolazione. E se i voti sono troppi per impedire la circolazione allora imponiamo la Ztl: al centro del potere la Bestia non può accedere, sono sbarrate tutte le vie d’accesso, le alleanze, i repubblicani. L’ultimo caso è dei gollisti che da decenni sono diventati autogollisti, perché si rovinano con le loro stesse mani e anziché fare maggioranza di centro-destra e governare seppure in condominio con la Bestia, preferiscono finire in terza fila, da comparse, nel trenino di Macron.  Eppure ci sarebbe da fare un discorso semplice: se la Bestia raccoglie i voti della maggioranza del popolo sovrano non può essere più considerata bestia se non a condizione di definire bestiale il popolo sovrano e la democrazia. Quando la Bestia prende i voti che ieri erano dei gollisti, dei centristi, dei moderati, non possiamo più giudicarla come espressione di frange estremiste. C’è il vostro popolo là, non potete ignorarlo, dovete fare i conti…Nel frattempo al G7 volano stracci, aborti, follie, sanzioni e ancora soldi per Zelenskij. Ed è curiosa la rappresentazione dei fatti che viene fornita nell’EuroUsa zone, Italia inclusa, dall’informazione d’apparato: se un’incursione russa uccide nove ucraini si fa titolo sulla strage; poi passi alla Palestina e apprendi con euforia che sono stati liberati quattro ostaggi, e tutti siamo felici; piccolo particolare fatto cadere con disattenzione, nell’operazione sono stati uccisi 275 palestinesi. In Ucraina nove morti fanno, giustamente, orrore e notizia; a Gaza 274 palestinesi uccisi per liberare 4 ostaggi no, capita, normali incidenti sul lavoro. Ma in che mondo viviamo? Ma si, nel mondo, anzi nella porzione di mondo, che ritiene di essere campione dei diritti, del libero pensiero, della verità e della pace. Il mondo che si oppone alla Bestia. Siamo ridotti così male che il migliore degli ospiti della Meloni al g7 è addirittura Papa Francesco…

Marcello Veneziani                                                                                                  

Troppo forti per restare alla periferia di Bruxelles..

Può l’unico leader europeo che ha vinto le elezioni, Giorgia Meloni, mettersi all’opposizione in Europa?

I socialisti non ci stanno simpatici, anzi pensiamo che siano la causa della maggior parte delle disgrazie europee. Neppure la presidente uscente del governo europeo Ursula von der Leyen sprizza simpatia, potendo sarebbe meraviglioso, pensando alla nuova guida dell’Unione, fare a meno degli uni e dell’altra. Nonostante l’ottimo risultato delle varie destre europee, pare però che non ci siano i numeri per mettere su una maggioranza di centrodestra pilotata da quel Partito popolare che raggruppa tutti i partiti moderati (tranne quello di Macron). Questioni complicate, fatte di veti e controveti, che per spiegarle non basterebbe un giornale intero. Il tema che quindi si impone è il seguente: può l’unico leader europeo che ha vinto le elezioni,Giorgia  Meloni, mettersi all’opposizione in Europa? Può il partito italiano principale, Fratelli d’Italia, chiamarsi fuori dalla cabina di regia che deciderà le sorti dell’Europa per i prossimi decisivi e complicati cinque anni perché «noi mai più con i socialisti» o perché «Ursula non ci piace»? Non so che risposte darà a queste domande nei prossimi giorni Giorgia Meloni. Certo ha una grande responsabilità, quella di tenere l’Italia in partita a prescindere dalle appartenenze politiche dei singoli interlocutori. È nello stile della donna, che non si è chiesta se Joe Biden fosse di destra o di sinistra ma se l’America debba o no essere nostro interlocutore privilegiato e strategico; non se il presidente tunisino o quello albanese siano sinceri democratici, ma se utili alla causa italiana. Quella che sta affascinando gli italiani è una nuova destra che si è liberata dai fantasmi che ancora aleggiano nei suoi estremi, che ha superato gli slogan facili del populismo demagogico, che ha dimostrato di saper stare seduta alla pari a tavoli importanti. E allora perché non immaginare che un’operazione simile sia possibile anche in Europa, con o senza socialisti, con o senza Ursula perché i percorsi si costruiscono un passo alla volta. Chi vuole inchiodare Fratelli d’Italia al destino di tutte le destre europee indistintamente ha uno scopo preciso: togliersi dai piedi il più possibile Giorgia Meloni. Non sapendo che la donna ha uno scarso spirito decoubertiniano: l’importante non è solo partecipare, serve vincere.

 Alessandro Sallusti.

Che bello vedere ammainate le bandiere dei politici ambientalisti e abortisti!

 

Mi piacciono le non elezioni: come quella di Federico Pizzarotti, che a Parma mi impone la raccolta differenziata, e quella di Emma Bonino, che mi ha sottratto innumerevoli connazionali con mezzo secolo di impegno pro aborto.

Non sono un elettore, non mi piacciono le elezioni: mi piacciono le non elezioni. Mi piace la non elezione di Federico Pizzarotti, l’uomo che mi ha rubato il cassonetto: da sindaco di Parma mi tolse il prezioso contenitore per impormi la raccolta differenziata, un sistema da colonia di insetti, bene, oggi il mio cassonetto è vendicato. Mi piace la non elezione di Emma Bonino, la donna che mi ha sottratto innumerevoli connazionali, con mezzo secolo di impegno pro aborto: in confronto l’elezione di Ilaria Salis appartiene all’ambito del meno peggio perché fra le varie accuse che pendono su quest’ultima non c’è quella di aver soppresso creature inermi. So perfettamente che i politici sono conformisti per statuto e perciò quasi tutti ambientalisti e abortisti, e che fra destra e sinistra, su questi come su altri temi, le differenze sono semplici sfumature, ma un conto sono i gregari e un conto sono le bandiere, e mi piace vederle ammainate simili bandiere.

Camillo Langone__da IL FOGLIO                        

                         bandiere ammainate                                       

M.G.Benoist, “Ritratto di una donna nera”: la storia di due donne.

Se fosse stato dipinto oggi e messo in mostra in questi nostri tempi, in cui il contesto storico ha ridimensionato il pensiero e il sentire comune, integrando nelle nostre vite la gente di colore, e tutte le persone considerate anormali, nessuno ricorderebbe la sua esistenza e lo scalpore che fece a quei tempi. Oggi si può ammirare al Louvre e capita ancora di imbattersi in qualche rivista, magari non attualissima, che ne racconta la storia.

M.G.Benoist, “Ritratto di una donna nera”: la storia di due donne

Parigi,primavera del 1800, grande eccitazione per l’edizione annuale del Salon, l’esposizione ufficiale di belle arti. E’ la prima, da quando Napoleone Bonaparte ha iniziato, con la nomina a Console, la sua irresistibile ascesa politica. Mai come questa volta, le sale sono affollate: raffinati gentiluomini e signore alla moda, si fermano perplessi davanti a un dipinto. Nell’aria c’è odore di scandalo. Dopo la Rivoluzione, anche le donne sono state ammesse a esporre. Ed è proprio una pittrice, Marie-Guillemine Benoist (1768-1826), a presentare il quadro che ha fatto scalpore. Perchè il dipinto, di cui si parla tanto, è questo:

negresse Benoist

Una giovane donna, vista di tre quarti, è seduta su una sedia “a medaglione”, vestita da un tessuto blu, riccamente drappeggiato, in una posa riservata ai ritratti delle dame dell’alta società, come la tunica alla moda stretta in vita da una sottile cintura rossa. Lo sfondo è spoglio, il tono austero, la presenza di accessori ridotta al minimo, come nei ritratti alla moda di Jacques-Louis David, il pittore più celebre del tempo. Ciò che sconvolge è il fatto che la donna è nera e per la prima volta rappresentata come una dama e  non in uno stato servile, l’unico concesso per inserire i neri nei dipinti. È vero che, nel Salon di due anni prima, il ritratto di un nero aveva riscosso gran successo, ma lì si trattava di un noto deputato della Convenzione, il primo proveniente da Santo Domingo. Qui è diverso: una donna nera qualsiasi e, in più, raffigurata come fosse una signora. Inaccettabile. I più colti e tradizionalisti rimproverano alla pittrice di aver scelto un soggetto che contravviene alle più elementari regole accademiche.
“Le sujet noir et la couleur noire est un exercice rebelle a l’art de la peinture, Il soggetto nero e il colore nero è un esercizio contrario all’arte della pittura”: citano a memoria. E lei, invece, evidenza proprio il colore della pelle, giocando sul contrasto tra il nero e il bianco immacolato della veste.
E, poi, ha scelto come titolo “Portait d’une negresse, ritratto di una negra”
Anche se allora, lontano dai tempi del “politicamente corretto”, il termine “negresse, negra ” non aveva alcun senso peggiorativo, comunque ribadiva l’anonimato della modella e il connotato razziale.

Invece, per la pittrice, la giovane non era una sconosciuta , pare fosse una domestica al servizio della famiglia, portata in Francia dalla Guadalupe.
Una domestica, però, non una schiava. La schiavitù era stata abolita, appena sei anni prima, con una legge a lungo contestata dai proprietari delle piantagioni dei territori oltremare, convinti di non sopravvivere senza manodopera a costo zero. La tratta di schiavi dall’Africa era stata tacitamente mantenuta: i neri erano considerati, comunque, degli esseri inferiori. Nel dipinto, no. L’ex schiava è raffigurata con dignità, sensibilità e attenzione ai sentimenti: nel volto una malinconica rassegnazione e la vulnerabilità di chi è costretto a vivere in un mondo estraneo.
Non si pensava nemmeno che una pittrice potesse fare critica sociale. Eppure ha inserito un’ allusione alla legge contro la schiavitù nel copricapo, che ricorda, sia l’acconciatura tipica delle donne antillane che il berretto frigio dei rivoluzionari. E poi i colori, bianco, rosso e blu, sono quelli della bandiera della Francia, il paese che, almeno nominalmente, ha portato la libertà. Non basta: i visitatori appassionati di pittura non possono non cogliere un altro elemento.  Il seno nudo non ha niente di malizioso, anzi. Insieme alla posizione delle mani e allo sguardo diretto verso lo spettatore, è un riferimento preciso a un dipinto celeberrimo: la “Fornarina” di Raffaello. Una domestica, una ex schiava nera, nobilitata dal richiamo a una tradizione pittorica illustre. Ce ne sono di motivi di scandalo. E la pittrice non può ignorarli.

fornarina

Figlia di una famiglia di piccola nobiltà, ha iniziato a dipingere nello studio di una ritrattista famosa, Elisabeth Vigé-Lebrun.
Durante la Rivoluzione ha cessato ogni attività ed è sopravvissuta a stento, nascosta per sfuggire alla ghigliottina, insieme al marito aristocratico e convinto realista. Ma ora la paura è finita. È ambiziosa e, dopo che ha avuto la possibilità di frequentare l’atelier di David e di esporre al Salon, vuole ottenere la sua affermazione pubblica. Nella primavera del 1800 le vicende delle due donne si intrecciano: la modella non è più schiava e la pittrice può esercitare il suo mestiere.
C’è empatia e comprensione: entrambe si sentono, finalmente, libere. Il dipinto, malgrado qualche aspro giudizio negativo, è un trionfo poichè
il pubblico più illuminato vede un manifesto dell’ emancipazione dei neri e delle donne. Molti lo condividono. È un clima di entusiasmo, che non durerà a lungo. Due anni dopo, nel 1802, Napoleone cederà alle pressioni dei grandi proprietari di piantagioni e la schiavitù verrà ristabilita. La repressione sarà feroce. Tra le due donne, a questo punto, si aprirà un abisso.
Non sappiamo quale sarà la sorte della giovane del ritratto; probabilmente continuerà a rimanere al servizio della famiglia, come schiava e per tutta la vita. Marie-Guillemine Benoist sarà riassorbita nel conformismo dell’alta società e diventerà la ritrattista ufficiale della famiglia Bonaparte. Finirà per rinunciare alla pittura, un’attività giudicata poco consona alle cariche pubbliche sempre più importanti, assunte dal marito.
Entrambe rientreranno nei loro ruoli: il breve momento, che le ha viste unite e uguali, è finito.

2 giugno, perché uniti, perché divisi…

Nel giorno del suo compleanno repubblicano, una nazione civile e democratica, dove libertà fa rima con dignità, dovrebbe avere in mente soprattutto una cosa: l’amor patrio è il primo valore condiviso di una comunità nazionale e come tale va preservato e alimentato. Ma è anche il luogo in cui, legittimamente, si distinguono e si divaricano le culture della cittadinanza. Cosa voglio dire? Il 2 giugno è la piazza in cui si incontrano, si salutano e si differenziano, in modo civile, gli italiani. Quali sono i valori comuni che si celebrano nell’amor patrio? Il rispetto del popolo sovrano, della sua storia e delle sue istituzioni, delle sue leggi e della dignità individuale e collettiva; il rispetto della libertà e della democrazia, delle sue regole e dei suoi verdetti; il rispetto dell’Italia, della sua integrità territoriale, del suo paesaggio e del suo linguaggio, delle sue città e delle sue culture, nel quadro di una scelta di civiltà europea e di pace internazionale. E dunque la difesa della patria in caso di pericolo. E’ inutile aggiungere cosa ci unisce in negativo: il rifiuto della violenza, dei totalitarismi e dei regimi oligarchici, ecc. Di tutto questo il presidente della Repubblica dovrebbe essere il supremo garante, ma non il solo: le forze armate e le forze dell’ordine, la magistratura, la cultura e tutti i rappresentanti dello Stato devono farsene garanti. Però non siamo ipocriti: sappiamo che accanto a valori condivisi e a regole comuni e comunemente accettate, ci sono anche motivi di contrasto. Se fingiamo che intorno al 2 giugno e all’amor patrio non ci siano motivi di divergenza, facciamo abortire la festa; ne diamo una versione falsa, puramente cerimoniosa, che nasconde il germe della doppia verità, del finto ossequio. E allora un paese civile, una democrazia sana, non scaccia le divergenze ma cerca di immetterle nel libero gioco della politica e delle culture plurali. E allora dopo aver indicato i punti che ci dovrebbero unire, da destra a sinistra, passando per il centro e per le periferie, provo a dire onestamente cosa ci divide il 2 giugno. Non prendetelo come un esercizio diabolico, di chi vuol seminare zizzania e secessione il giorno delle nozze, ma come una precisa e leale dichiarazione di intenti e di dissonanze. Dunque provo a puntualizzare le differenze.
1) Le culture di centro-sinistra ritengono che l’amor patrio sia fondato sul patto costituzionale, mentre le culture di centro-destra ritengono che prima della costituzione formale, sancita da una carta, vi sia una costituzione reale o materiale che nasce e si forma nel corso della storia e della vita di una comunità. Patriottismo della costituzione da una parte, patriottismo della tradizione dall’altra. Certo, i primi non possono negare importanza alla tradizione di un popolo, così come i secondi devono rispettare le regole sancite dalla Costituzione. Ma i primi affidano il patto tra i cittadini a quella carta, mentre i secondi la affidano alla storia e alla realtà di una nazione. Magari passando per le patrie locali.
2) Di conseguenza, l’amor patrio dei primi si identifica con la nascita dell’Italia repubblicana e antifascista e si situa storicamente in quel quinquennio che va dalla caduta del regime fascista alla promulgazione della costituzione, passando per la guerra di liberazione, il referendum e il ritorno della democrazia. Per i secondi, invece, l’amor patrio è una consonanza antica, coincide con l’essere italiani, indipendentemente dai regimi e dalle costituzioni; e dunque nell’amor patrio rientra la storia dell’Italia, il sentire comune, civile e religioso, la vita di un popolo e di uno Stato unitario. L’amor patrio dei primi quasi coincide con l’antifascismo; per i secondi, invece, è amore delle radici e del loro sviluppo.
3) Sul piano sociale, l’amor patrio dei primi è legato essenzialmente alla cittadinanza e alle sue regole, mentre nei secondi è legato all’appartenenza e all’identità. Per i primi è un caso privo di significato che si nasca in un luogo anziché in un altro, quel che conta è decidere di vivere in quel luogo, accettando alcune regole. Per i secondi invece il legame con un luogo, con un’origine, non è casuale e insignificante, ma è un segno del destino, di conseguenza è importante nascere in un luogo, in una famiglia, nel solco di una patria anziché un’altra. Non è un discorso di astratti principi ma di concrete conseguenze: i primi ritengono che tra un connazionale ed uno straniero non ci siamo differenze, e che la solidarietà debba essere universale. I secondi, invece, ritengono che la solidarietà per essere concreta e incisiva, debba partire dal più vicino e poi allargarsi al più lontano; di conseguenza, l’amor patrio si manifesta a partire da tuo padre e tua madre, da tuo fratello e poi dal tuo vicino, dal tuo collega, dal tuo concittadino e poi dal tuo connazionale, via via allargandosi.
4) L’amor patrio nelle culture progressiste è una variabile secondaria e subordinata del cosmopolitismo e dell’internazionalismo, dell’amore universale. Quel che conta è essere cittadini del mondo; essere cittadini italiani è solo una caso specifico, una modalità relativa e fortuita. Viceversa, per le culture della tradizione si è cittadini del mondo solo in quanto si è cittadini della propria patria, e dunque l’amor patrio è il fondamento vitale e concreto su cui basare il legame con il mondo. Non siamo apolidi e apatridi abitanti del pianeta, indifferenti al luogo che ci vide nascere e crescere; ma portiamo nella nostra anima e nella nostra vita, il segno di quel legame, di quella provenienza, di quella casa e di quelle comunità.
Ora, non credo che le due diverse culture debbano considerarsi l’un contro l’altra armate, non credo che l’una debba disprezzare l’altra evocando fantasmi del passato e figure del Male. Ma non credo nemmeno che possano combaciare e fondersi. La politica è proprio questo, la passione comunitaria verso ciò che unisce e verso ciò che differenzia; la politica è la corda tesa tra il conflitto e il consenso, la possibilità di divergere senza farsi la guerra, o di raggiungere equilibri e coesistenze senza sognare pacificazioni definitive e unanimità impossibili. Per questo è giusto festeggiare insieme il 2 giugno, sentirsi insieme italiani e uniti, ma nella diversità che sono poi le basi della democrazia.

Marcello Veneziani   

Nemo è il profeta della patria europea..

Lo diceva già il proverbio antico: “Nemo propheta in patria”: così Nemo, cantante non binario, sui generis, è stato eletto profeta canoro della non-patria europea. Nemo, che in latino vuol dire Nessuno, è svizzero e applica la neutralità anche al genere sessuale. Non ce ne saremmo mai occupati della notizia in sé, anche se ieri continuavano sulle prime pagine dei nostri più rispettabili giornali, bavose apologie del cantante “non binario” e del mondo che cambia in quella direzione. L’Eurovision ha riconosciuto, premiato, fatto trionfare un cantante la cui speciale virtù è quella di essere un mutante in bilico, che non si vuol riconoscere nel sesso nativo e nemmeno in quello adottivo. Hai qualcosa contro chi si definisce non binario? Figuriamoci, non sono mica un passaggio a livello, non mi occupo di chi attraversa i binari. Non ho il minimo interesse a spiare la vita altrui dal buco della serratura o da altri orifizi. Il problema non è la sua vita, come lui si sente, cosa vorrebbe essere, un camaleonte o una zucchina, fatti suoi e dei suoi intimi. Il problema non è nemmeno l’esibizione in mondovisione, con messaggio annesso, del suo sesso variabile, come il tasso dei mutui; ma il riconoscimento pubblico, l’attestazione internazionale, il premio alla sua mobilità sessuale, alla sua estemporaneità di genere. Come se fosse un precursore, un pioniere e un modello, esempio per tutti. La notizia su cui si sono concentrati tutti, al pari della motivazione del successo, non era la sua canzone, la sua esibizione, ma il suo status non binario, di umanità in transito, personale viaggiante dal maschile al femminile verso l’ignoto, senza fissa dimora. Cambia qualcosa nella nostra vita dopo quella pagliacciata in eurovisione e quel glorioso coming out salutato come un evento epocale, tale da scomodare cieli e inferi? Ma no, assolutamente niente, si allarga semmai il disgusto, la nausea, il senso di estraneità verso tutto ciò che proviene dalla sfera pubblica, anche nell’ambito dell’intrattenimento e della ricreazione. Appena c’è qualcosa che evoca l’Europa, una guerra, una tragedia, un accidente o anche solo un festival, si allunga un’ombra di squallore. Amedeo Minghi da cantante s’indigna, e lo capisco, ha ragione; il generale Vannacci da militare vede una conferma che il mondo va a contrario, e capisco pure lui, ha ragione. Ma la cosa va ben oltre un banalissimo festival e un fatto intimo elevato a Ragione Universale. A me quello che sconforta è che non c’è scampo, se vuoi volgere lo sguardo altrove, e occuparti d’altro, passi da un Nemo a un altro, ovvero da una nullità a un’altra, da un trasformista all’altro; sai che la Nullità mutante è andata al potere, va sul podio, vince i premi nella musica, come nel cinema, nell’arte, nella letteratura. È il trionfo del Nessunismo, cioè la negazione dell’identità come merito, meta e compito per tutti. Nemo non è un singolo ma un fenotipo, un’ideologia. Dicendo di chiamarsi Nessuno l’astuto Ulisse trovò un espediente per sfuggire a Polifemo. Qui invece la scelta non è di sfuggire alla furia dei ciclopi ma sfuggire a se stessi, alla propria natura, alla propria identità nel nome dei propri desideri, “perché così mi sento”. Dai su, direte voi, cosa vuoi che sia una pagliacciata canora, un fenomeno da baraccone; lascia il circo, pensa alle cose serie. Ma è lì che sorgono i problemi, anzi è lì che si amplificano e diventano sistema, paradigma universale. Perché quando passi dallo spettacolo alla vita seria, alla politica, alle relazioni sociali, all’impegno civile il quadro che si prospetta è la continuazione del Medesimo, per dirla con Alain de Benoist; ossia è la continuazione del circo, dell’Eurovision in altre forme, è sempre la stessa roba, la stessa ideologia dominante. L’eurovision coincide con la visione dell’Europa. Nemo per tutti, tutti per Nemo. Insomma, per dirla in modo più chiaro, il problema non è Nemo che vince un festival, ma è Nemo che guida l’Unione europea, ne è il parametro, lo spread e l’unità di misura. Quel Nessuno rappresenta un popolo ridotto a moltiplicarsi in tanti Nessuno, privi di identità; la cosa che oggi unisce l’Europa è il ripudio dell’identità comune e personale, individuale e generale, famigliare e di civiltà. La canzone ne è solo la sintesi fatua e simbolica a uso pop.

La perdita dell’identità, decantata come un’emancipazione, una liberazione, una presa di coscienza, un passaggio – per stare alle parole della canzone di Nemo – dall’inferno al paradiso, ha una serie di effetti nefasti che ricadono a cascata sulla vita concreta degli europei. L’identità di genere è solo il primo livello dell’identità, quello più elementare, più evidente, più naturale: poi c’è l’identità civica, l’identità culturale, l’identità popolare, l’identità derivata dalla storia e dalla tradizione, l’identità di civiltà. Il rifiuto dell’identità o Euronemia produce danni a più livelli. Impedisce di riconoscere e accettare chi siamo davvero, la realtà nostra e degli altri, i corpi, i limiti, i confini, le eredità. Rende più vulnerabili e soccombenti rispetto a chi invece preserva e difende la propria identità, come per esempio gli islamici. E riduce i corpi a gelatine, le persone a tatuaggi, i pensieri a capricci e celebra storie intime come se fossero storie universali, tappe gloriose nel quadro dell’evoluzione della specie. Sappiamo che in assenza di riferimenti alti, superiori e ulteriori, alla fine chi rappresenta, incarna ed esprime l’Europa e la sua icona è quello che ci giunge dagli eventi e dai personaggi pop, dai racconti di massa imbastiti sul terreno dello spettacolo e dell’intrattenimento. Di Nemo all’Eurovision chi se ne frega; ma deprime la visione dell’Europa ridotta a celebrare, non solo nei festival, il Nemo di turno e l’euronemia. Farà una brutta fine questa specie d’Europa, investita sui binari incustoditi dal treno della realtà.

Marcello Veneziani

La fortuna di essere vittime…

Da qualche tempo è scoppiata una nuova epidemia: il vittimismo. Vero, presunto e presuntuoso. Dal caso Scurati al caso Canfora, ma anche prima, con Saviano, Lagioia e compagni, è una gara a figurare nel ruolo di vittime del truce regime meloniano.

Lo statuto speciale di vittime dà luogo a una serie evidente di conforti e di vantaggi, oltre che donare un’attenzione mediatica speciale su di sé e i propri prodotti, cinta di un’aureola, una fascetta di santità, che moltiplica il successo degli autori e delle loro mercanzie. bI campi più sensibili del vittimismo sono l’editoria, la cultura, il giornalismo e lo spettacolo. Essere censurati o passare per tali offre dei vantaggi inestimabili, perché oltre l’aura epica ed eroica di combattenti per la libertà con sprezzo del pericolo, fornisce una serie di benefits a cascata che si riflettono su tutte le attività esercitate. A parte i casi di sedicenti vittimismi immaginari, in realtà conviene essere vittime di provvedimenti censori o dimostrare di essere invisi ai potenti di turno per una ragione precisa: nella cultura, nell’informazione e nello spettacolo vige un canone inverso rispetto al potere politico. Qui è possibile che per via di quel fastidioso accidente che è la sovranità popolare, possa andare al governo la destra o simili in forza dei voti ricevuti. Ma una volta conquistato il potere politico, il controllo può essere esercitato nell’ambito – sempre più ristretto, in verità- delle competenze inerenti la politica e alcuni accessi derivati. Si possono lambire ambiti contigui al potere politico, come per esempio l’informazione pubblica, la Rai. Ma anche in quella sfera, la politica riesce a decidere le nomine e influenzare l’informazione che direttamente attiene alla politica, alla visibilità dei leader, ai dosaggi, alla benevolenza se non il servilismo verso chi è al governo. Ma il potere politico non incide invece sugli orientamenti di costume, sui temi civili, storici, culturali che restano invariati. Anzi, il potere politico non ci prova neanche a modificare gli orientamenti, oggi come ieri, ai tempi di Berlusconi, e magari anche prima, ai tempi della Dc, almeno dagli anni settanta in poi; in fondo va bene che il potere culturale e ideologico resti da quella parte, giacché alla politica interessa il controllo di giornata su ciò che direttamente la riguarda. Per   dirla in breve, TeleMeloni funziona – come le tv filo-governative precedenti – a pieno regime nell’ambito della politica e nella narrazione a questa direttamente connessa. Non funziona, invece, sui temi ormai presidiati dalla permanenza di una specie – ma sì diciamolo – di egemonia culturale e ideologica. Che rasenta il monopolio, riferito all’industria culturale, editoriale, cinematografica, musicale e dei grandi eventi, rassegne, premi, ecc.  Invece, nei casi di vittimismo appena citati, cosa succede? Gli autori considerati vittime di censura non ricevono alcun danno nella loro attività ma solo vantaggi: sul piano delle vendite e dell’editoria, sul piano dell’informazione e della notorietà, sul piano dei premi e delle partecipazioni a festival, eventi, cordate; per non dire dei vantaggi sul piano accademico e delle loro carriere. Un programma che li cancella, moltiplica l’effetto mediatico sugli altri programmi che poi li invitano per celebrare e propagare le parti censurate; per l’editore che manda in fretta in libreria i testi dell’autore al centro dello scandalo; per le opposizioni che ne fanno subito una bandiera e un simbolo. Un testo viene censurato? Sarà letto con ben altra enfasi nello stesso programma e ripetuto in cento altri programmi, sarà recitato dall’autore in cento manifestazioni pubbliche di piazza e di tv; lo rilancerà perfino il leader politico accusato dal testo, per attestare che è garantista e non censura i testi contro di lui; persino le foche ammaestrate finaliste dello Strega, leggeranno a pappagallo, in coro, nel Collettivo Autori Indignati, la filastrocca banale del testo censurato. Effetto moltiplicatore, altro che censura. Garanzia di successo, altro che persecuzione…

E alla fine del giro, gli stessi censori veri o presunti sono costretti a passi indietro e a reintegrare, con tante scuse e risarcimenti, la Vittima; che nel riceve la solidarietà e l’alta protezione di coloro che attacca (premier, ministro, autorità).  Cosa distingue allora le vere dalle false vittime? Gli effetti che la loro posizione produce. Se scagliarsi contro il potere politico rende così tanto a così vari piani e livelli, non si tratta di vittime ma di ciniche operazioni d’investimento, speculazioni ideologiche nella borsa degli affari culturali.  Le vere vittime, invece, sono coloro che hanno da perdere per le loro opinioni, che si vedono tagliate da ogni significativa visibilità, rimosse da ogni media importante, dimenticate nella loro opposizione clandestina, anche se in molti casi tutt’altro che solitaria ma condivisa da tanti (O impediti di parlare in pubblico). Mentre le vere vittime vengono escluse dalla società inclusiva, cancellate, ignorate nelle loro opere e opinioni, le Vittime per finta, le Vittime Apparenti del Circo Illusionisti, spesso autori modesti e palloni gonfiati, assurgono al ruolo di pseudo-matteotti virtuali o di simil-gramsci in finta pelle, celebrati nella loro lotta intrepida contro il potere, con rimborso a pie’ di lista, ampio risarcimento più lauta indennità di rischio. Insomma, con l’egemonia culturale sempre nelle mani della sinistra, le vere o immaginarie censure politiche alla cultura, funzionano a contrario, sono spot promozionali ad alto reddito.

Marcello Veneziani   

Quello stupro di massa dimenticato…

Se cercate la madre di tutte le violenze alle donne, gli stupri e i cosiddetti femminicidi, dovete risalire a 80 anni fa nel centro-sud d’Italia. È il capitolo amaro e atroce delle cosiddette marocchinate. I singoli episodi di violenza e di abusi che si leggono quotidianamente e che suscitano ribrezzo e preoccupazione, impallidiscono di fronte a una vera e propria mattanza di corpi femminili, ragazze, minorenni o sposate, che avvenne nella primavera di ottant’anni fa, in Italia, in un’area che va dalla Toscana alla Campania e alla Sicilia, con particolare accanimento nel basso Lazio. Non fu opera di sciagurati maniaci sessuali, ma fu quasi pianificato e autorizzato come bottino di guerra, ed ebbe come protagonisti soldati in divisa di eserciti di liberatori, come i francesi.
Esorto le femministe di lotta e di denuncia, le compagne di piazza e di corteo, le parlamentari progressiste e radicali, le combattenti antifasciste, antisessiste e le attrici impegnate, ad aprire e approfondire quella pagina di storia che risale alla primavera del 1944.  E vi suggerisco un insolito punto di partenza. Andate a scoprire chi era Maria Maddalena Rossi. Per aiutarvi nella ricerca vi dirò che aderì al Partito comunista quand’era ancora clandestino, fu arrestata dalla polizia fascista, mandata al confino, espatriata. Poi fu eletta nell’assemblea Costituente nel gruppo comunista, fece battaglie per la parità dei diritti delle donne; fu parlamentare del PCI, sindaco, presidente dell’Unione Donne Italiane. Morì novantenne nel ’95. Insomma ha i titoli a posto per essere celebrata dalle femministe progressiste.
Perché proprio lei? Perché nel ’52 aprì in un’interrogazione parlamentare quel capitolo scabroso e rimosso della seconda guerra mondiale nelle vulgate storiografiche sulla liberazione: le marocchinate, ovvero le migliaia di donne italiane stuprate, violentate dalle truppe marocchine venute a “liberare” l’Italia con gli alleati. In Ciociaria, in particolare, fu uno scempio, di cui restò traccia molti anni dopo nel film La ciociara di Vittorio De Sica con Sophia Loren, tratto da un romanzo di Alberto Moravia. Donne stuprate e messe incinta, bambini violentati, più di mille uomini uccisi per aver cercato di difendere le loro donne, madri, mogli, sorelle, fidanzate, figlie.
Nel dibattito parlamentare che seguì all’interrogazione della Rossi, venne fuori che il numero più attendibile era di 25mila vittime, ma se si considera che il campo d’azione dei magrebini si estendeva a mezzo centro-sud, il numero di 50-60mila marocchinate indicato da alcune ricerche è plausibile. Il pudore nel raccontare queste storie ne ha ridotto la portata e coperto con un velo protettivo di omertà le reali dimensioni della tragedia. Si voleva tutelare col silenzio l’onorabilità delle loro donne, e non sottoporle anche a una gogna. La responsabilità, oltre che dei soldati marocchini, fu dei vertici dell’esercito francese che dettero loro sostanziale impunità e carta bianca, come un tribale diritto di preda. Non furono i soli, intendiamoci, nella barbarie di quel tempo. Ma un fenomeno così vasto e quasi pianificato, su donne inermi che non avevano colpe è raccapricciante per la ferocia animalesca. Una pagina rimasta impunita e rimossa.
Migliaia di storie strazianti e interi paesi violentati, quando il sud era “liberato”. Per chi voglia approfondire, rimando ai libri sulle marocchinate di Emiliano Ciotti, Stefania Catallo e di una francese d’origine italiana, Eliane Patriarca. Un corposo e documentato dossier uscì sulla rivista ‘Storia in rete’ di Fabio Andriola.
Ma è da sottolineare che una donna comunista, leader delle donne in lotta, antifascista col fascismo imperante – non come i grotteschi militanti postumi dell’Anpi d’oggi – ebbe il coraggio e l’amor di verità di denunciare questo obbrobrio, che per ragioni di antirazzismo e antifascismo ora si preferisce mettere a tacere. Le stesse ragioni che portano a non scendere in piazza se una ragazza oggi è stuprata e uccisa da migranti. O a dimenticare quelle donne violentate, rasate a zero e uccise solo perché ausiliarie della Repubblica sociale; o stuprate in Istria. La stessa omertà che accompagna il vergognoso racket di uteri in affitto, dove la dignità della donna è venduta al capriccio danaroso di benestanti, spesso coppie omosex. Il Pci sessista di quegli anni aveva donne più rappresentative nei suoi ranghi, che provenivano dalla lotta politica, dalla piazza, dalla militanza di base e anche dalla guerra civile.
Probabilmente la Rossi dovette vedersela anche allora con le reticenze dei suoi compagni, lo strisciante maschilismo del vecchio Pci e l’omertà sulle pagine nere dei “liberatori”. Anche perché quelle pagine infami ne avrebbero richiamato delle altre, per esempio gli eccidi nel Triangolo rosso. Suggeriamo alle femministe perennemente mobilitate in campagne contro i maschi e i loro soprusi, di ricordarsi di una femminista, comunista e antifascista che non si tirò indietro a raccontare le scomode verità e le pagine nere della Liberazione. Sarebbe il caso che il presidente della repubblica, che non si lascia sfuggire mezzo anniversario di quel che accadde nella storia della seconda guerra mondiale e della resistenza, si ricordasse anche di questo evento corale, che mortificò la dignità femminile e stuprò i loro corpi, la loro verginità, la loro maternità. Gli orrori della guerra vanno raccontati e ricordati per intero, senza amnesie (come ad esempio il silenzio sugli ottant’anni dello scempio dell’abbazia di Montecassino, bombardata dagli Alleati). Per aiutarlo a ricordare e a ripararsi dietro un’immagine inattaccabile, si ricordi almeno della compagna partigiana comunista Maria Rosaria Rossi, del film di Vittorio de Sica e del libro dello scrittore filocomunista Alberto Moravia. Tre alibi per poter raccontare in modo inattaccabile, compiacendo l’antifascismo dominante, una storia dolorosa di cui furono vittime così tante donne italiane.

(Il Borghese, aprile 2024) Marcello Veneziani

Almirante e Berlinguer si davano la mano…

a cura di Federica Fantozzi per Huffingtonpost

Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, oltre che di romanzi è autore di numerosi saggi sulla storia, la filosofia e la cultura della destra non soltanto in Italia. E’ editorialista della “Verità” e di “Panorama”.

1. Alla convention di FdI A Pescara, momento importante perché Giorgia Meloni ha annunciato la sua candidatura alle Europee, Ignazio La Russa ha omaggiato “la figura di Enrico Berlinguer” suscitando un applauso come “coerente continuazione dell’omaggio che Almirante gli rese nel giorno della sua scomparsa”. E’ stato – come spiegano a destra – un gesto cavalleresco e l’onore delle armi all’avversario o un tentativo di allargare il pantheon del Partito della Nazione in campagna elettorale?

A destra piacciono i gesti cavallereschi ma la mitizzazione a destra dei rapporti tra Almirante e Berlinguer funziona più come una forma di legittimazione postuma della destra postmissina e un modo per celebrare Almirante tramite lo specchio di Berlinguer. È l’unico modo consentito…

2. Il riferimento di La Russa è al noto episodio di Almirante che si presentò, solo e senza scorta, alla camera ardente di Berlinguer a Botteghe Oscure, il 13 giugno 1984, per “salutare un uomo estremamente onesto”, accolto da Pajetta e Nilde Iotti, che quattro anni dopo ricambiarono la cortesia alle esequie del leader missino. Perché secondo lei Almirante fece quella scelta?

Almirante amava i bei gesti di teatro ed estetica politica e restò impressionato dalla morte “sul campo” di Berlinguer in un comizio, quasi invidiandola. Poi c’erano stati i rapporti precedenti con Berlinguer e si era creato un reciproco rispetto; confermato anche dalla partecipazione della delegazione del Pci ai funerali di Almirante.

3. Dei rapporti tra i due uomini politici molto si è favoleggiato e poco saputo davvero. Antonio Padellaro, nel suo libro “Il gesto di Almirante e Berlinguer” ha ricostruito da 4 a 6 incontri riservati nel 1978-79 all’ultimo piano di Montecitorio. Per parlare di cosa?

S’incontravano per arginare il terrorismo rosso e nero, si disse, per scambiarsi informazioni, essendo ambedue nel mirino. E magari per capire il ruolo dei servizi segreti nelle trame rosse e nere e nel tentativo di giocarle contro il Pci e il Msi.

4. Erano gli anni del terrorismo rosso e nero, delle congiure dei servizi deviati, dell’uccisione di Aldo Moro, delle dimissioni del presidente Leone. Ex post, si vede traccia concreta di un’interlocuzione tra i due?

L’Msi stava subendo una dolorosa scissione che ritenevano pilotata dalla Dc. E il Pci, dopo il caso Moro, era sulla graticola tra compromessi, frenate e colpi bassi. Ad un incontro Almirante ci andò con una misteriosa borsa in cuoio; forse aveva dei documenti da mostrare. Quegli incontri “galeotti” avvennero in un anno eccezionale, il 1978, l’anno dei tre papi, due presidenti della repubblica, Moro ucciso, Leone costretto alle dimissioni… Tutto stava cambiando, erano perciò possibili anche incontri impensabili. Forse ce ne furono altri, in seguito. Si narra di un mitico incontro a Villa Borghese, da soli, senza scorte. Li immagini, circospetti, come amanti clandestini, coi loro corpi magri, seduti su una panchina di pietra…

5. Meloni è stata anche alla mostra organizzata da Ugo Sposetti. Berlinguer è sulla tessera elettorale 2024 del Pd. La “santificazione” è un’operazione nostalgia? Come scrive Massimiliano Panarari sulla “Stampa” finiti i partiti di massa “il berlinguerismo viene infilato nel frullatore delle suggestioni con funzione di legittimazione e rilegittimazione?

Sì, probabile ma al di là del frullatore erano due personalità diverse, non solo per ideologia e appartenenza. Almirante era il principe degli oratori, paroliere d’Italia, figlio di teatranti e amante di Dante e d’Annunzio; Berlinguer era l’antioratore per eccellenza, sobrio e austero come un sardo aristocratico, di scarso carisma. Almirante sovrastava il suo piccolo Msi, Berlinguer era sovrastato dal grande Pci. Almirante era ammirato e amato da tanti ma votato da pochi; Berlinguer fu amato e mitizzato da morto, ma votato da tanti, nel segno del Pci. Il picco dei voti lo ebbe proprio da morto, quando il Pci sorpassò la Dc dopo il suo grandioso funerale, con Pertini.

6. L’omaggio a Berlinguer, che peraltro Gasparri ha circoscritto all’uomo e giammai al partito che ha rappresentato, è da FdI anche una reazione alle accuse di non volersi dire antifascisti?

C’è un nesso a doppia chiave: per dimostrare che si può stimare e rispettare l’avversario pur non dichiarandosi antifascisti o anticomunisti, come accadde ad Almirante e Berlinguer. Conta la sostanza e non l’ipocrisia di conformarsi al catechismo “correct”.

Marcello Veneziani