Trump e la rinascita dell’antiamericanismo.

 

 

 

Donald Trump sembra aver riacceso nel mondo l’antiamericanismo. Di solito, un presidente conservatore accende l’antiamericanismo, un presidente progressista lo assopisce. Succede così almeno dai tempi di Kennedy. E dire che la prima vera ondata di antiamericanismo, che fu poi alle origini del ’68, nacque con la guerra in Vietnam intrapresa dal democratico Kennedy e continuata dal democratico Johnson; ma l’antiamericanismo più virulento si accese solo con Nixon, il repubblicano e conservatore che mise fine alla guerra in Vietnam, non proclamò altre guerre e avviò per la prima volta una feconda relazione con la Cina popolare e comunista di Mao. È curioso comunque pensare che alle origini dell’antiamericanismo degli anni a noi più vicini, ci sia stata proprio la gioventù americana dei campus universitari Usa, quella che si rivoltò a Berkeley e che poi contagiò, alcuni anni dopo, le università e le piazze d’Europa. L’antiamericanismo ha una matrice americana, statunitense. In origine, si sviluppò in America Latina sull’onda del mito di Cuba, di Castro e di Che Guevara, che avversavano l’imperialismo e il colonialismo yankee. E anche con Cuba fu l’America di Kennedy ad arrivare alle soglie di una guerra che avrebbe coinvolto anche l’Urss.
E in Italia? Il nostro rapporto con l’America è schizofrenico. Da una parte, infatti, le culture dominanti nel secolo scorso sono state quasi tutte critiche verso il modello americano: la cultura nazionalista e fascista, la cultura cattolica popolare, la cultura socialista, anarchica e comunista hanno sempre criticato l’american way of life e la potenza militare e imperiale, economica e pop degli Usa. Dall’altra parte siamo il paese che più di altri ha sposato e accettato lo status di provincia americana e di colonia sul piano dei costumi, dei linguaggi, della subalternità politica, economica e internazionale. Siamo diventati imitatori degli americani, rasentando il grottesco, come Renato Carosone e Alberto Sordi hanno simpaticamente figurato nel cinema e nella canzone. Un paese sdoppiato, tra antiamericani da corteo e servo-americani da palazzo. Storia di ieri e di oggi.
L’antiamericanismo si riaccese con la guerra nel Golfo nel 1991, e con lo strascico che poi si protrasse fino alla condanna a morte di Saddam Hussein. Campeggiarono in quella guerra due presidenti repubblicani, Bush padre e Bush figlio. Ma non furono da meno i presidenti dem: si pensi solo a Clinton e all’Ulivo planetario che portò all’intervento, anche italiano, in Serbia, a due passi dai nostri confini. Viceversa il filoamericanismo sorse con le reazioni terroristiche dell’islamismo radicale, il cui apice fu lo spettacolare, tragico attacco alle Twin Towers del 2001, quando nacque da noi un passaparola: siamo tutti americani. Ora vediamo riaffiorare questo referendum popolare tra filoamericani e antiamericani, e ci sembra di assistere a un film già visto. Ma questa volta il peso delle antiche pulsioni ideologiche e sentimentali dei tre filoni a cui ci riferivamo prima, conta ancor meno. E’ difficile infatti interpretare l’attuale polemica antiamericana alla luce di quelle culture e quelle ideologie del passato. E non è facile nemmeno giustificare la devozione per l’America con la gratitudine per l’accoglienza ai nostri emigrati o per averci liberato nella seconda guerra mondiale. Sono passati più di ottant’anni ormai per giustificare ancora il presente con gli occhi del passato remoto. E francamente quest’anno e più di presidenza Trump non ha bisogno di una pregiudiziale antiamericana per essere condannato: bastano e avanzano i suoi dazi, le sue minacce al mondo e alla distruzione delle civiltà in una notte sola, i suoi proclami di prepotenza, i suoi attacchi e le sue guerre, dopo aver preteso il Nobel per la Pace sulla base delle sue buone intenzioni, come era già accaduto a Obama, Premio Nobel per la pace assegnato in modo preventivo, prima ancora che si vedessero i suoi interventi bellici. L’antiamericanismo ideologico non c’entra, altrimenti dovremmo considerare antiamericano anche il Papa americano Leone XIV, e prima di lui gli altri papi, compreso san Giovanni Paolo II, coi loro accorati, e vani, appelli contro la guerra e la supremazia Usa. Così come è difficile liquidare come antisemitismo la sacrosanta condanna dell’opinione pubblica dei crimini che commette impunemente l’Israele di Netanyahu.
Non possiamo far finta di non accorgerci che gli interventi militari americani, sia quelli di Trump che del suo predecessore Biden, sono in contrasto con i diritti sovrani dei popoli, il diritto internazionale e gli interessi geopolitici ed economici europei. Sono evidenti dietro le ragioni ideali e morali dell’interventismo americano gli interessi geostrategici e militari, economici e petroliferi americani. È comprensibile il diffuso dissenso per una guerra che non volevamo, che non era necessaria e che può produrre più danni di quanti dica di eliminare. Poi, in alcune minoranze vi può essere un residuo storico e ideologico di antiamericanismo, come in altre sparute minoranze vi è ancora una residuale ideologia filo-yankee da guerra fredda o addirittura da guerra mondiale. C’è un superstite antiamericanismo ideologico che fa il paio con un superstite filo-americanismo pregiudiziale. Spesso si accusa chi difende gli interessi domestici e sovrani di provincialismo: ma non è “provincialismo”, nel senso peggiore, ritenersi provincia dell’impero americano d’occidente e agire di conseguenza?
Contestabile è anche la convinzione che questa posizione critica verso gli Usa sia in Italia identificabile con l’area di sinistra antigovernativa. Non è vero: sono in tanti, anche a destra, a non condividere questa guerra e la linea interventista americana che la ispira. E lo fa non per derivazioni cattoliche, fasciste o comuniste ma per un intreccio di ragioni e di sensibilità nazionali, mediterranee ed europee, realistiche e morali, che nulla hanno a che vedere col pacifismo di sinistra e con la retorica degli arcobaleni. Del resto un leader nazional-europeo come De Gaulle, che sognava un’Europa dall’Atlantico agli Urali, dimostra che non c’è bisogno di essere radicali, anarchici o fascisti per ribellarsi al dominio americano nel mondo e alle sue pesanti ricadute in Europa.
Lasciamo stare dunque l’imbecille insinuazione ricorrente che affiora: ma tu ce l’hai con l’America. Personalmente da una vita mi sforzo di distinguere tra l’odio ideologico e preconcetto nei confronti degli Stati Uniti, da cui mi dissocio, e il rifiuto dell’americanizzazione del mondo: non ho nulla contro l’America e non nutro alcun odio verso un paese formidabile e contraddittorio, vitale e corrosivo, ma non amo l’americanizzazione del pianeta, l’uniformarsi passivo e automatico al modello americano, alla sua potenza e prepotenza. E indigna e avvilisce vedere una civiltà antica che rinuncia a se stessa per americanizzarsi. A chi ci rinfaccia oggi l’antiamericanismo ricordo che salutammo con favore il ritorno di Trump alla Casa Bianca perché le sue intenzioni di partenza ci parvero meritevoli di sostegno nonostante la sua più che sgradevole figura. Ce ne siamo pentiti alla luce dei fatti e comportamenti, non di pregiudiziali ideologiche. Poniamoci piuttosto la domanda ulteriore su questa guerra e sulla visione del mondo rispetto al futuro che vogliamo. Il problema americano non evoca il passato e le ideologie che lo accompagnarono ma implica il futuro, il ruolo che intendiamo riconoscere all’Italia, all’Europa e alle più antiche civiltà mondiali rispetto all’Impero Americano e al suo suprematismo. Chiedersi se preferiamo un mondo plurale e multipolare o un mondo unificato e governato da una superpotenza che risponde ai suoi interessi o che obbedisce alla volontà prepotente di un uomo solo, non vuol dire essere antiamericani. Vuol dire interrogarsi sulla vita del nostro presente in vista del nostro domani. Non si può accettare che nel nome di un’astratta libertà imposta con la forza nel mondo, si debba rinunciare alla libertà di essere noi stessi, sovrani in casa nostra e capaci di tutelare i nostri interessi e le nostre peculiarità che divergono da quelli americani. Ma qui il tema della critica agli Usa e a Trump diventa inevitabilmente il tema della critica all’Europa inetta e inerme e la necessità di rifondarla.

Marcello Veneziani

Meloni a fette oppure no?

 

 

Insomma, che succede al governo Meloni con la botta del referendum perduto? La spiegazione piatta e superficiale è che ha vinto l’Italia del no, che era poi non solo il no alla riforma ma soprattutto il no al governo Meloni. Ma è una spiegazione che non spiega nulla. Era scontato che l’Italia di opposizione, con poche defezioni, votasse compatta in quel modo, ma non era prevedibile che il No diventasse la maggioranza dei votanti: resta da spiegare perché un arcipelago di minoranze si trova poi maggioranza nelle urne; da dove proviene la differenza, lo scarto di due milioni di voti a vantaggio del no, quando si partiva da uno scarto equivalente a favore del governo Meloni? È lì che bisogna trovare la chiave.
A mio parere la principale spiegazione resta il mutato clima internazionale tra dazi, occupazioni, invasioni, guerre, distruzioni, minacce e gli effetti che ha generato nella gente tra riflessi e paure. Una guerra pericolosa e insensata che risponde al disegno egemonico di Israele nel Medio Oriente; il governo Meloni è stato assimilato per affinità politica al duo Trump-Netanyahu, scontando colpe altrui. Naturalmente la guerra per noi italiani non vuol dire solo paura del conflitto, mobilitazione in armi; vuol dire crisi energetica, ricaduta economica nella vita corrente.
Fino a ieri il quadro internazionale era il punto di maggior consenso per la Meloni: vederla considerata e rispettata nei consessi mondiali è stata la prima argomentazione di questi anni in suo favore. Quando chiedevi quale fosse il successo della Meloni ti rispondevano con quello che vedevano in tv: il suo protagonismo internazionale era visto come il segno di una mutata considerazione dell’Italia a livello mondiale. Ora, quello che è stato il punto di forza della Meloni, la politica estera, è diventato il suo punto debole: la Meloni doveva essere il ponte tra l’Unione europea e agli Stati Uniti, l’alleata preferita di Trump, ma tutto questo si è capovolto da quando l’aspirante Nobel della Pace ha preteso il Nobel della guerra. Così la Meloni è rimasta schiacciata tra la prepotenza dell’Alleato e l’impotenza dell’Unione Europea; e tra la situazione esplosiva del Medio Oriente e l’appiattimento europeo sull’Ucraina nella guerra unilaterale che abbiamo dichiarato alla Russia a nostro danno. Insomma la politica estera è diventata il tallone d’Achille della Meloni e la smentita nei fatti del sovranismo con cui si era presentata agli italiani. Bisogna pure aggiungere che il voto giovanile al referendum è stato molto condizionato dal quadro internazionale: il loro era un no alla guerra, a Trump, a Israele e al loro terminale italiano, oltre i ProPal o gli Antifa.
Ma torniamo alle cose di casa nostra. Dopo tre anni e mezzo di prudenza e piccoli passi, in cui il bene principale del governo era la sua stabilità duratura, l’unica cosa che veniva prospettata al paese era la riforma della giustizia, ossia il compimento di un progetto berlusconiano. Riforma condivisibile, intendiamoci, che non metteva a repentaglio la Costituzione, l’equilibrio tra i poteri, la democrazia: ma si possono concentrare gli sforzi su quella riforma rispetto a ogni altra priorità e riforma, mobilitare il paese su quel tema che veniva recepito come un regolamento di conti tra politica e magistratura? Qui permettetemi di dar voce a quel segmento critico di elettori della Meloni che dice: l’abbiamo votata per cambiare, dopo aver avuto un governo tecno-politico di coalizione generale; ma dopo tre anni e mezzo cosa è cambiato davvero per noi italiani, per noi cittadini, per noi contribuenti, per noi famiglie? Cosa è cambiato sul piano dei flussi migratori, della sicurezza, del declino culturale e sociale, dei “valori”, della salute, della vita pubblica, dei servizi e della pubblica amministrazione? quella fetta di elettorato risponde che non è cambiato niente o quasi e qualcuno aggiunge: di tracce della destra sociale e nazionale al governo neanche l’ombra. A loro io continuo a replicare che se l’avesse fatto, avrebbero fatto cadere il suo governo. Comunque non ci ha nemmeno provato, neppure in quegli ambiti meno condizionati dagli assetti sovranazionali. Poi, se si andasse a votare, di fronte all’alternativa della sinistra al governo, una parte degli scontenti ripiegherebbe comunque sul sostegno alla Meloni. Intendiamoci, questo ragionamento o questo malumore non riguarda l’intera platea degli elettori meloniani ma solo una porzione, pur consistente; però le elezioni si vincono se tieni unito il corpo sparso del tuo consenso, e invece si perdono se quel coagulo elettorale si sfilaccia. C’è chi obbietta: ma quel malcontento riguarda quel cinque, dieci per cento di destra, il voto alla Meloni è più ampio. Vero, ma se togli quel cinque, dieci per cento, la Meloni perde la sfida.
Insomma sul referendum ha influito il clima generale di sfiducia; la gente, o meglio una fetta non maggioritaria ma determinante del popolo italiano, non si fida di nessuno, e ha paura; e chi ha paura non vuole scossoni, diventa conservatore ma non nel senso dei valori. Questo è un paese di rivoluzionari a parole e immobilista nei fatti; la cosa più difficile da fare sono le riforme. La Meloni non ha perso la simpatia popolare che riscuote nel Paese, anche se si è appannato il suo appeal e si è incrinata quell’aura vincente. In ogni caso, l’insofferenza verso la Meloni non è paragonabile all’odio che si avvertiva in mezza Italia contro Berlusconi quando era al governo. La Meloni non suscita odio, e l’antipatia che riscuote in una parte del paese resta di tipo politico e ideologico, non è personale o umana.
Com’era prevedibile il superamento della sconfitta richiede riti sacrificali e si sono perciò trovati alcuni capri espiatori. Qui magari hanno ragione i critici e gli oppositori a osservare: c’è stato bisogno di una sconfitta per farli dimettere, non sarebbe stato più credibile farlo prima? Vero, ma in politica non conta ciò che è giusto o ciò che è bene ma conta il messaggio di forza o di debolezza che dai al Paese. Se mandi via dal governo i tuoi che sono stati attaccati dalla stampa e dall’opposizione dai un segno di debolezza. Se lo fai dopo una sconfitta, invece, può essere un rito sacrificale per riprendere vigore.
Resta ora da compiere una scelta di fondo per l’ultimo giro di boa prima del voto: tirare a campare, come un governo democristiano di piccolo cabotaggio, senza più osare riforme oppure tentare il colpo d’ala e di reni, coi rischi che comporta un’azione tardiva in una compagine ammaccata. Temo la sintesi al peggio: la parvenza di un drastico cambio di passo solo annunciato per continuare poi di fatto a galleggiare. E magari rinchiudersi in un bunker in cui ci si fida solo dei famigliari.
Però lasciateci tornare sul tema dell’inadeguatezza del ceto di governo; la sua sola giustificazione è che dall’altra parte non è meglio. Inadeguati sono in tanti, anche nel cerchio più ristretto e militante della Meloni, e lo vediamo ogni giorno. Ma questa è la realtà, ora non si può fare altrimenti. Vorreste per questo lasciare il campo a Schlein & C. o ai tecnici alla Draghi e Monti? No, per carità. E qui siamo punto e daccapo. Però lasciateci dire infine una cosa: chi, come noi, aveva espresso “da destra” critiche ragionate al governo Meloni evidentemente non aveva torto. Se le avessero prese in considerazione anziché sentirsi traditi e pugnalati, e se avessero capito che volevano spingere a cercare rimedi e non facevano “il gioco della sinistra” per trarre immaginari vantaggi, sarebbe stato più utile per loro. Una critica preventiva vale molto più della constatazione postuma del sinistro. Aprite la mente e gli scenari, chiudete le sezioni in cui siete ancora barricati.

Marcello Veneziani

C’era qualcosa d’italiano e di terrone in Bossi..

 

 

 

Umberto Bossi è stato il primo, nuovo leader della seconda repubblica ed era rimasto l’ultimo, vecchio leader della seconda repubblica. Da primizia a reperto. Quando si affermò, agli inizi degli anni novanta, era il capataz ruspante, venuto dal nulla e dalla strada, popolano prima che populista, fuori dalla storia politica del paese e dalle sue ideologie; non proveniva dalla prima repubblica, come tutti gli altri partiti presenti sulla scena ma dal suo collasso. Però alla fine era rimasto l’ultimo superstite di quella stagione politica. Al punto che il partito più giovane della seconda repubblica, diventò col tempo il più vecchio: tutti gli altri nel frattempo avevano cambiato pelle, nome e sostanza. Bossi arrivò prima di Berlusconi sulla scena politica e se n’è andato dopo di lui. Non fu una meteora, come agli inizi della Repubblica fu l’Uomo Qualunque. Ha preceduto Beppe Grillo nella rivolta anticasta. Bossi è stato un vero animale politico, anche se un tempo molti si fermavano alla prima metà della definizione. Così una definizione dispregiativa diventò un complimento. Il suo fiuto animale, il suo spiccato senso della realtà e degli umori popolari, un po’ meno la sua rudimentale mitologia, riuscivano a raggiungere gli istinti e le pulsioni di tanti cittadini. Degli alleati di Berlusconi apparve all’inizio il più inaffidabile ma poi si rivelò il più leale. Non si lasciò mai “colonizzare” dal Cavaliere e tantomeno berlusconizzare, non portò la Lega dentro la Casa berlusconiana, come fece Fini con An; mantenne un’istintiva, fiera, selvaggia autonomia, pur mostrando simpatia umana per il Cavaliere, che trattò da pari, mantenendo fino alla fine un rapporto brusco e affettuoso con lui (i casi della vita: la mamma di Berlusconi si chiamava Bossi). Poi fece molti errori, e qualche grave abuso, degni della prima vituperata repubblica, fino a delineare un partito a conduzione personale se non padronale. Lasciò seri danni alla sua Lega, ma il giudizio politico va espresso nel complesso e nel contesto, paragonandolo ai leader pari grado e a tutto il loro cammino.
Ma non vorrei aggiungere un ennesimo bilancio e ritratto politico di Bossi alla folta galleria di questi giorni, in cui Bossi è stato salutato con l’aureola benevola che si concede ai defunti e la simpatia sopraggiunta dei suoi detrattori di ieri da quando prese le distanze da Salvini. Vorrei piuttosto mettere in luce un aspetto curioso ma essenziale della sua personalità, del suo temperamento, e metterlo in relazione col suo messaggio politico principale, la rivolta del nord. Vorrei cioè addentrarmi nella sua psicologia, nella sua antropologia, quasi sfiorando una specie di fenomenologia di Umberto Bossi, l’orco della Padania.
Bossi è stato indubbiamente un “nordista”, un “secessionista” che ha perseguito per tutta la sua vita politica un progetto di separazione del nord dal Meridione e da Roma ladrona. Eppure, lasciatemi dire, più si mostrava nei tratti e nei modi profondamente settentrionale, padano, valligiano, e più si rivelava caratterialmente italiano e perfettamente analogo, speculare ai vituperati terroni del sud. Prima di lui c’erano stati a sud Ciccio Franco a Reggio Calabria e Angelo Manna a Napoli che avevano cavalcato il ribellismo antistatale e antisistema. Bossi fu un Masaniello del profondo nord ma lui mantenne i piedi per terra, e il suo movimento si radicò.
Come un terrone del sud, Bossi era radicato nella provincia e nel gergo di strada, quello che si dice da bar dello sport. Era un’intelligenza ruspante, incolta ma verace, a tratti barbarica, da contadino inurbato che resta però di scarpa grossa e mente fina, come si suol dire al sud dei contadini e della loro elementare intelligenza. I suoi modi ricordavano i cafoni del sud, la genuina, passionale esuberanza dei meridionali, la sua cavalleria rusticana. Com’era meridionale il suo linguaggio da piazza, la sua storica canottiera, il suo gallismo siculo-terrone di sciupafemmine che con lui diventò celodurismo; il suo provincialismo casereccio, la sua preferenza per i compaesani, la sua diffidenza per i forestieri, prima che per i migranti. E come somigliava nei suoi modi ruspanti e antipolitici al suo cugino di campagna, il terrone Tonino Di Pietro; o al terrunciello immigrato, genere Diego Abbatantuono. Con i meridionali Bossi condivideva il familismo: anche per lui i figli “so’piezz e’core” e così il suo ruolo di patriarca e di mammasantissima a cui baciare le mani: non c’è bisogno di essere mafiosi per essere padrini e Bossi era diventato, dopo il coccolone che lo rese infermo, una specie di don Vito Corleone, ma senza il risvolto criminale, a cui i picciotti leghisti dovevano rendere omaggio e inchinarsi in segno di rispetto e devozione. Bossi, versione nostrana di Boss.
Sposò una donna del sud. Suo figlio il Trota al sud lo avrebbero battezzato a’ Spigola o a’Pezzogna ma avrebbe fatto le stesse cose. Te lo immaginavi che giocava a tresette al bar, come Ciriaco De Mita e Pinuccio Tatarella. Bossi sapeva essere un po’ levantino e un po’ napoletano nella sua duttilità, nella sua arte politica di arrangiarsi e di tirare sul prezzo, nel suo guizzare da una parte all’altra, come un capitone, un’anguilla, nella sua furbizia popolana. I suoi modi bruschi e rozzi erano, si, profondamente radicati nel suo habitat lombardo, ma dimostravano una cosa: il profondo nord ha tratti comuni col profondo sud, perché un’Italia provinciale, rurale, popolana, gergale, è comune al nord come al sud d’Italia. Com’era meridionale la sua critica un po’ brigantesca all’Unità d’Italia, l’oltraggio al Tricolore e alla patria di lorsignori e la denigrazione del Risorgimento che, come è noto, fu fatto dai padani, lombardi, liguri, veneti e piemontesi, quell’unità d’Italia subìta o comunque non voluta dai terroni, salvo una piccola minoranza emancipata. Com’era meridionale la sua visione di Roma un po’ ladrona un po’ bagascia. Com’era meridionale perfino la camicia verde dei suoi padani, che ricordava le camicie verdi di Gheddafi, la rivoluzione islamica e la Lega araba, un’altra lega di un altro sud. L’ampolla del Dio Po era la traduzione nordica del sangue di San Gennaro. Ma Bossi era contro Roma e il suo centralismo parassitario, direte voi: è vero, ma Roma non è tutt’uno con il sud, come molti pensano al nord. È una spugna, assorbe meridionali ma resta una spugna, inespugnabile. È altro, sin dai tempi dell’Impero e poi del Papa Re.
Per passare al folclore, da ragazzo Bossi cantava le canzoni di Nicola di Bari, e un po’ somigliava al rustico cantante di Zapponeta, quando cantava “che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va”. Fosse nato a Zapponeta Bossi avrebbe fondato un movimento neoborbonico e sudista ma sarebbe rimasto anche in quel caso perdutamente italiano. Perché l’Italia non è divisa solo tra settentrionali e meridionali ma tra provinciali e metropolitani, tra centralisti e strapaesani, tra gente dell’entroterra e gente di mare, tra popolani e classi agiate, tra ribelli e perbenisti, tra furbi e fessi. L’Italia è il nome d’arte di quella somma, anzi di quel condominio. Non vorrei esagerare ma Bossi è stato un terrone del nord. Detto da un terrone non è un’offesa.

Marcello Veneziani

La difficile terza via del governo Meloni…

 

 

È dura per un governo come il nostro destreggiarsi tra la folle prepotenza di Trump e la demente impotenza dell’Unione Europea, fingendo ottimismo. È dura per un leader conservatore vedersi accomunato a Trump e a Netanyahu nel nome della comune collocazione “a destra”. Ed è davvero beffardo il destino se pensiamo che perfino gli autocrati dell’Asia, anche i più torvi, appaiono oggi ben più prudenti e assennati dei presidenti eletti democraticamente e liberamente dal popolo sovrano. Da Erdogan a Putin, da Xi JinPing fino a Kim, più vari satrapi minori, risultano più cauti e avveduti di loro; al pari di alcune grandi democrazie, come l’India o il Giappone.
Trump è riuscito nell’arco di un anno alla Casa Bianca a spezzare ogni equilibrio internazionale e a bruciare ogni speranza di svolta e di pace nella politica mondiale. E insieme a spegnere ogni speranza di far nascere un’alleanza strategica tra i governi e i movimenti nazional-conservatori o nazional-populisti d’Occidente. In principio la Meloni sembrava avvantaggiata dal suo doppio ruolo di partner europeo, pienamente integrato e di alleato strategico, politicamente affine, di Trump e poteva presentarsi come il ponte e il medium tra le due sponde: oggi patisce da ambo i versanti, l’inconcludenza europea da una parte e l’arroganza bellicosa dell’America trumpiana dall’altra. Sicché si trova ad essere il ponte spezzato tra due sponde inospitali. Non è colpa sua, ma si trova sospesa in un vicolo cieco.
La Meloni ha dovuto gradualmente, in modo felpato, ma alla fine netto, dissociarsi dall’escalation delle follie trumpiane, spiazzando quanti in Italia erano già partiti lancia in resta per simulare l’ennesima crociata di libertà e democrazia a suon di bombe e trofei; esaltavano le imprese di guerra ed erano pronti a brindare per ogni zona aggredita, ogni leader ucciso, ogni sovranità calpestata. Ora, l’avveduta prudenza della Meloni lascia questi trumpiani di casa nostra con la miccia accesa tra le mani e la coda tra le gambe. A sua volta, però, il suo governo rischia di ritrovarsi nella terra di nessuno, dissociandosi sia dai solerti interventisti al seguito di Usa e Israele che dai critici risoluti degli errori compiuti in Medio Oriente e a Est nell’arco di questi anni.
Ma non è solo in Europa, e in Italia, che il duo Trump-Netanyahu sta scompaginando e sfasciando il mondo conservatore. Accade anche negli Stati Uniti, nell’elettorato conservatore americano, nel partito repubblicano, nel movimento Maga, nella stessa amministrazione Trump e in molti trumpiani pentiti (spicca il silenzio di Vance in questo frangente). Non c’è un disegno politico, un’idea, una giustificazione di fondo nell’Io Voglio di Trump, ma solo lo spettacolo della propria volontà di dominio e di seguire Israele e la pretesa di decidere ciò che è bene e ciò che è male per tutti, sulla base di quel che gli passa nella testa. Attacca senza consultare alcun alleato e poi pretende da loro che lo seguano nelle conseguenze che il suo gesto ha determinato. Oggi la Nato sembra la rappresentazione del supplizio etrusco: un morto legato a un vivo, esagitato. L’Europa è il morto, il vivo esagitato è l’America trumpiana.
In questo quadro frana ogni internazionale della destra, ogni disegno conservatore in chiave euro-atlantica. La stagione dei sovranismi nazional-populisti si chiude nel peggiore dei modi possibili; tutto è ridotto all’egocentrismo prepotente del Capo e alla sua volontà di supremazia. Anche se non pochi a lui vicini condannano apertamente il nefasto appiattimento di Trump su Netanyahu e sul suo progetto di eliminare chiunque non sia allineato a Israele.
Intanto l’Europa viaggia con una guerra di ritardo, non sa ancora che fare e che dire sul Medio Oriente, gira intorno come le iene e i titubanti, resta imbambolata come è stata per due anni davanti alla catastrofe umanitaria di Gaza. E si occupa ancora, Italia inclusa, di colpire la Russia e sostenere l’Ucraina, sentendosi attaccata da Putin e in guerra con Mosca. Trump invece si porta avanti e durante un conflitto già ne pregusta un altro, per esempio una bella occupazione a Cuba: il miglior modo per risolvere una guerra sbagliata è aprirne un’altra. Non mi avete dato il Nobel per la pace? E ora beccatevi una guerra dopo l’altra. Non avevamo preconcetti su di lui, anzi speravamo nel suo essere controcorrente, ma ora preoccupa il suo modo di procedere, lo diciamo a ragion veduta. Speravamo nell’outsider ma si è rivelato outlaw, riprendendo la peggior linea e gendarmeria degli Usa.
Davanti a questo scenario, cosa può fare la piccola, inerme Italia? Ricorrere alla vecchia saggezza che consiglia: se non puoi influenzare capi, potenze, situazioni ed eventi, cerca quantomeno che essi non influenzino te o che incidano il meno possibile. Norma a cui la Meloni sembra ora attenersi, o quantomeno tenta di farlo; ma alla fine, anche se non ci lasciamo trascinare nel conflitto, siamo coinvolti comunque nelle sue conseguenze, e nei danni a catena che sta procurando. La guerra fa male anche a chi si chiama fuori. Siamo o no in un mondo interdipendente, e per giunta in una rete di alleanze militari, strategiche, economiche?
Da trentacinque anni il Medio Oriente, tra gli errori aggressivi degli Stati Uniti e dell’Occidente, le mire egemoniche e distruttive di Israele, la ferocia vendicativa dell’islamismo fanatico, ricade su di noi tra instabilità e insicurezza, terrorismo e paura, crisi energetiche e flussi migratori.
Siamo tra la padella americana e la brace europea e tra l’incudine delle autocrazie orientali e il martello del neo-bellicismo occidentale. Verrebbe voglia di rifugiarsi in Italia, come zona franca, immaginare una beata autarchia e un virtuoso isolazionismo, senza amici e nemici, solo conoscenti e contraenti. Si vorrebbe ma non si può. Si tratta allora di lavorare all’interno dell’Europa e nel mondo, cercando convergenze e alleanze, e di rimettere insieme i cocci, con cura paziente, senza grandi illusioni.

Marcello Veneziani

Il pensiero italiano in breve…

 

 

 

Va’ pensiero nel giorno del compleanno dell’Italia unita, nata il 17 marzo del 1861, che non ricorderà nessuno. E riprende in sintesi come nacque e da chi l’idea dell’Italia. Il pensiero italiano è una parabola durata sette secoli. Nacque nel Medioevo finì nel Novecento, salvo imprevisti. È possibile esporre e definire il pensiero italiano? Non la storia della filosofia italiana ma dei filosofi che pensarono l’Italia. Su proposta della “Dante Alighieri” che veicola l’italianità nel mondo a partire dalla nostra lingua, mi sono cimentato a sintetizzare in dieci brevi video-pillole il cammino del pensiero italiano, che si snoda parallelo alla nascita e diffusione della lingua italiana.
Il primo a pensare l’Italia fu proprio Dante Alighieri. Egli infatti non è solo il padre della lingua italiana ma è il padre della civiltà italiana e ha pensato l’Italia quando era un ricordo e una profezia, “nave sanza nocchiere in gran tempesta”: un ricordo della civiltà italica ormai alle spalle, cresciuta all’ombra della romanità; e un’attesa, un presagio, dell’Italia ventura. Oltre che poeta massimo, Dante fu per Giovanni Gentile un vero pensatore; e in opere come il Convivio, in parte nel De vulgari eloquentia e poi nel de Monarchia, Dante espose un pensiero italiano ispirato da Platone e da Aristotele, dalla tradizione romana e cristiana, con profonde implicazioni spirituali e civili. Sul piano poetico Petrarca proseguì il filo sommerso dell’invocazione lirica all’Italia. Ma sul piano del pensiero politico la vigorosa ripresa avvenne con Niccolò Machiavelli. Il suo Principe è universale, come la Monarchia dantesca ma il suo pensiero è rivolto a colui che dovrà unire l’Italia, seguendo la lezione degli antichi. Il suo pensiero si può sintetizzare in tre punti: la trascendenza degli scopi sui mezzi, che poi fu volgarizzato nella massima il fine giustifica i mezzi, in realtà Machiavelli distingueva la transitorietà degli strumenti rispetto alla nobile finalità degli scopi (oggi i mezzi si sostituiscono ai fini); l’autonomia della politica dalla morale e dalla fede, che non escludeva tuttavia la decisiva importanza del legame religioso nel tenere uniti i popoli; e infine la questione che al principe non basti solo essere, occorre pure sembrare; ossia è importante l’arte politica, l’estetica, la comunicazione, la capacità di impressionare. “Amo la patria mia più che l’anima mia”, il suo rovello.
Nell’umanesimo e poi nel rinascimento il pensiero dell’Italia trovò corpo in Marsilio Ficino, che fondò a Firenze l’Accademia platonica e tradusse le opere dei classici e il de Monarchia di Dante. Poi trovò espressione nel pensiero fiorito a sud, tra Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella che pure non esprimono un pensiero dell’Italia. I filosofi antichi venivano ripresi per fondare un pensiero laico e civile, con forti ascendenze magiche e naturalistiche, gettando le basi eroiche all’individualismo. Il rinascimento è il presupposto del risorgimento sul piano del pensiero, ne costituisce l’antefatto storico e ideale.
Il pensiero dell’Italia assunse un preciso contorno con Giambattista Vico che dopo aver scoperto le matrici italiche dell’antichissima sapienza, oppose il pensiero mediterraneo, italiano, cattolico e romano al razionalismo cartesiano, che poi sarà illuminismo, e al protestantesimo del nord Europa, soprattutto di Olanda e Germania. Vico sottolineò il nesso vitale tra pensiero e geografia, prefigurò il risorgimento delle nazioni, oppose al primato della ragione il valore del mito e della fantasia creatrice, la centralità della storia, del sentire comune e delle tradizioni. Con la sua Scienza nuova prende corpo un pensiero italiano e universale come già fu con Dante e con Machiavelli.
Il versante tragico del pensiero italiano fu espresso da Giacomo Leopardi; egli non fu solo poeta, ma come sostennero Gentile e poi Severino, pensatore esistenziale e cosmico; pensò l’avvento del nichilismo prima che si palesasse. Con lui l’Italia si fa rimpianto e invettiva, nasce quel filone (già dantesco) degli antitaliani, severi con i costumi decadenti del proprio paese, antiretorici. Leopardi pensò e amò l’Italia ma ne descrisse l’impossibile rinascita rispetto al glorioso passato.
Diversa tempra e diverso atteggiamento invece prevalse tra quegli autori che sulla scia di Dante, Machiavelli, Vico diedero vita al pensiero risorgimentale. A partire da Vincenzo Cuoco, allievo di Vico, poi Giuseppe Mazzini e Vincenzo Gioberti, ad Antonio Rosmini, fino ai fratelli Spaventa e Francesco De Sanctis. L’impronta del pensiero risorgimentale è spiritualista e romantica, anche se via via si allontana dal pensiero religioso per farsi pensiero civile, secolare e laico. Ma sul terreno filosofico resta profondamente spiritualistico e percorso da un afflato religioso.
Quando l’Italia si unì, Benedetto Croce fu il più alto interprete dell’Italia post-risorgimentale. Considerato a ragione da Gramsci il Papa laico della cultura italiana, esercitò il suo magistero nell’ambito del pensiero, della storia e della letteratura italiana. Ma il suo pensiero oscillò tra il sud (Napoli in particolare) che rappresentava il legame con la storia passata e l’Europa, che costituiva il futuro nella sua visione liberale. Sullo sfondo la lezione dei fratelli Spaventa, a cui Croce era legato anche da vincoli familiari, in tema di “circolazione del pensiero europeo” . Croce porta l’Italia in Europa.
Il pensiero italiano invece fu il filo conduttore costante dell’opera di Giovanni Gentile. Egli legò in una linea coerente tutti gli autori prima citati; la sua filosofia sarebbe stata l’esito finale di quel percorso. Gentile pensò l’Italia come nazione e paradigma del pensiero mondiale. Parallelamente a Gentile sorse in Italia agli inizi del Novecento l’interventismo della cultura, tra esteti armati (D’Annunzio e Marinetti prima di tutti) e Papini, Soffici e Prezzolini, esponenti di quell’Idealismo militante che voleva tradursi in nazionalismo senza però disdegnare influssi e riferimenti a culture europee.
All’ombra di Croce e di Gentile ma nei ranghi del socialismo e poi del comunismo, crebbe Antonio Gramsci che pensò l’Italia nella chiave del marxismo rivoluzionario e della sua filosofia della prassi. Elaborò il nazionalpopolare, ripensò la letteratura nazionale, attribuì al partito comunista il ruolo di Intellettuale Collettivo e di Principe, erede dunque sia del pensiero religioso che del potere politico, teorizzò l’egemonia culturale come premessa per la conquista politica e sociale. Con Togliatti e con l’italo-marxismo sorse in Italia l’egemonia postuma del gramscismo, poi ibridato col pensiero di Gobetti e di Salvemini e si fece gramsciazionismo, come lo definisce Dino Cofrancesco: un nuovo illuminismo per le masse, per liberarsi dal predominio cattolico e tradizionale.
Finite le grandi narrazioni del Novecento, il pensiero italiano si slegò dal contesto nazionale: scientismo e neopositivismo, esistenzialismo e filosofia analitica, lo stesso marxismo furono filosofie senza territorio, globali, contro il provincialismo. Non mancarono autori di notevole incidenza, da Pareyson ad Abbagnano, da Sciacca a Spirito, da Garin a Geymonat, da Calogero a Bontadini fino a Vattimo e Severino, solo per citarne alcuni; ma il loro pensiero non si configurò come italiano, non ebbe cioè diretta attinenza con l’idea dell’Italia. Filosofi italiani ma senza un pensiero dell’Italia. L’ultimo che pensò la tradizione italiana e prefigurò un nuovo risorgimento fu il pensatore cattolico Augusto del Noce. L’ultimo tentativo di ricostruire un profilo del pensiero italiano è di Roberto Esposito nel Pensiero vivente (2010). Chi assegna valore al pensiero nazionale è tacciato di provincialismo: mi chiedo se non sia più provinciale sentirsi periferia di un impero globale e seguire i suoi trend come riflessi condizionati. Resta la domanda finale: è ancora possibile un pensiero italiano, venendo meno sia il pensiero che l’italianità? Si avverò la tesi di Hegel: la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero. Il proprio tempo, dunque, non il proprio luogo, la matrice nazionale. Il pensiero restò spaesato, non ebbe più casa. E si perse nel tempo.

Marcello Veneziani

Pochi capiscono e tutti sentono. Povero Sì…

Io li conosco gli italiani, ai giudici non chiedono Giustizia bensì Godimento ossia l’arresto del politico, o dell’imprenditore. E dunque, Sì, povero Sì, come faranno le tue pacate motivazioni tecniche a battere un così vasto rancore?

Sì, povero Sì, piccolo e ragionevole Sì, come farai contro le potenze infernali del No? Come farai contro i cattivi sentimenti che circolano nel popolo sovrano? Contro l’odio, ma soprattutto contro l’invidia, come pensi di cavartela? Io li conosco gli italiani, ai giudici non chiedono Giustizia bensì Godimento ossia l’arresto del politico, o dell’imprenditore, o finanche, in mancanza di meglio, del vicino che si è appena comprato il Suv, chissà con quali soldi, chissà cosa c’è dietro, che Gratteri lo acchiappi… Lo sapeva bene Enzo Ferrari: “Gli italiani perdonano tutto, ai ladri, agli assassini, ai sequestratori, a tutti, ma non perdonano il successo”. E dunque, Sì, povero Sì, come faranno le tue pacate motivazioni tecniche a battere un così vasto rancore? Come farai a prevalere sugli ipocriti del No che fingono di difendere la separazione dei poteri, citando perfino Montesquieu, per sostenere invece l’onnipotenza vendicatrice delle toghe? Il Sì bisogna capirlo, il No basta sentirlo. E pochi capiscono, e tutti sentono, povero Sì.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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Renzi, di’ qualcosa sul referendum..

Il silenzio sul voto, dopo l’astensione in Parlamento, è ormai surreale. Il presidente di Italia viva lascia “libertà di coscienza” al partito. E ora afferma di non volersi esprimere per “non personalizzare” e perché il referendum gli fa vivere un “flashback” rispetto alla traumatica sconfitta del 2016

“Esponiti, rispondi, di’ una cosa di sinistra, di’ una cosa anche non di sinistra, ma di’ qualcosa!”. Così inveiva Nanni Moretti in “Aprile” nei confronti di un D’Alema silente in un dibattito con Berlusconi. Lo stesso appello viene da farlo a Matteo Renzi, a proposito del referendum costituzionale sulla magistratura. Italia viva si è astenuta nelle quattro letture parlamentari della legge: un equilibrismo tra le anime del partito, tra la spinta a costruire l’alleanza con il Campo largo e quella riformista favorevole alla separazione delle carriere. Questa ambiguità, sul piano formale giustificata dal fatto che la riforma Nordio è stata blindata dalla maggioranza impedendo discussioni e modifiche, si sarebbe dovuta sciogliere nella campagna referendaria.

E invece no. Renzi lascia “libertà di coscienza” al partito, una formula pilatesca e un po’ ridicola per un referendum costituzionale. Si sono espressi esponenti di Iv come Paita, Scalfarotto e Giachetti (per il Sì) o Bellanova (per il No), ma il leader non si espone. Ora afferma, addirittura, di non volersi esprimere per “non personalizzare” e perché il referendum gli fa vivere un “flaschback” rispetto alla traumatica sconfitta del 2016. Si astiene in Parlamento, si astiene dal prendere una posizione al referendum, insomma: si astiene dal fare politica. La cosa è singolare per un leader di partito, ma è surreale nel caso di Renzi che negli anni ha sempre manifestato idee molto nette sulla giustizia e di confronto duro con la magistratura politicizzata, tanto da scriverci su un libro di successo: “Il mostro” (con tanto di endorsement di Carlo Nordio sulla copertina). Vederlo ora silente, timoroso di deludere gli alleati di sinistra per il No o gli elettori garantisti per il Sì, è una prova da follower più che da leader. Il contrario della sua storia politica. Renzi, esponiti, di’ una cosa garantista, di’ una cosa anche non garantista, ma di’ qualcosa.

Da__IL FOGLIO__La redazione

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La sfida asiatica e noi..

 

L’Europa, lo dicono ormai tutti, compresi gli europeisti più convinti, è un colabrodo e una gelatina che non si tiene in piedi. L’Occidente è in declino da cent’anni e forse più, c’è una sterminata letteratura e diagnostica a decretarlo. Una sera infinita e un annuncio permanente della notte che sta per venire. L’asse su cui regge, gli Stati Uniti e l’Unione europea, vacilla come non mai, tra dazi e strazi reciproci, e da quando c’è Trump è riemerso in Europa e nel mondo un anti-americanismo che non si vedeva nemmeno ai tempi di Nixon, cioè da mezzo secolo fa o di Reagan e dei Bush. L’asse vacilla e i due poli che compongono l’ovest sono considerati in caduta libera e ormai divaricati. E allora la domanda si fa inevitabile: se viene meno il perno della globalizzazione, l’occidentalizzazione del mondo, ci salverà allora l’Oriente o ci affosserà? È riposta lì l’ultima speranza di saggezza del destino del mondo e di un suo possibile equilibrio? Ma dici Oriente e ti appare davanti agli occhi uno sterminato continente, sovrappopolato da più della metà della popolazione mondiale.

Se l’Occidente è composto almeno da tre mondi, gli Stati Uniti, l’America latina e l’Europa, uniti bene o male da una religione e da una civiltà cristiana e umanistica, incentrata sull’individuo e infine uniti nella modernità dalla tecnica, dire Asia significa indicare mondi vicini e lontanissimi, non legati da una koiné, da un filo comune e da un orizzonte condiviso. Asia vuol dire Russia, vuol dire Cina, vuol dire India, vuol dire Giappone, vuol dire Medio Oriente o Asia Minore, vuol dire sud-est asiatico e Corea. È difficile trovare un comun denominatore tra questi vasti mondi, se non paradossalmente, l’influenza tecnico-culturale dell’Occidente. È un bazar in cui sono confusi non solo induismo, buddismo, islamismo, cristianesimo russo-bizantino, confucianesimo e altro ancora; ma anche marxismo, tecnocrazia, capital-collettivismo e ogni altro genere di incroci. Non c’è una storia comune, non c’è un pensiero comune, non c’è una fede comune, come invece è stato in Occidente, pur tra guerre e lunghi conflitti; tutto si disperde in un calderone e un caleidoscopio in cui è impossibile orientarsi, un verbo che pure nasce e serba in seno la matrice orientale. La bussola, invenzione asiatica, cinese e poi araba, impazzisce quando si tratta di orientarci in oriente. Sarà, come dice Kitarō Nishida, che a differenza dell’Occidente incentrato sull’essere, il pensiero in oriente è incentrato sul nulla; il filo comune è il nulla, o la negazione del principio d’individuazione e del soggetto individuale, perno dell’occidente. O sarà come sostiene Kehiji Nishitani che “Anche gli orientali consideravano l’Oriente inferiore all’Europa-Occidente” perfino sotto il profilo razziale. Anche all’interno dell’Asia era vigente una rigida gerarchia razziale tra popoli (cinesi e giapponesi, ma non solo loro) e perfino all’interno degli stessi popoli (si pensi alle caste indiane), che stabiliva distinzioni tra inferiori e superiori. Col sottinteso che al di sopra degli asiatici vi fossero gli europei. La colonizzazione occidentale si sposava con una convinzione degli stessi asiatici che esistesse una differenza a favore delle popolazioni che provenivano dall’ovest. Discorso che riguardava meno la Russia, con le popolazioni caucasiche, che si sentiva l’erede della civiltà greco-romana-cristiana; o l’Iran-Persia e l’India che erano mondi a parte, collegati però all’origine indoeuropea.

Molti di questi temi vengono affrontati in un libro, uscito di recente, Post-Europa (Castelvecchi editore) da Yuk Hui, filosofo di Hong Kong che si è formato in Europa e si dedica allo studio della tecnologia in relazione al pensiero. La sua idea è che l’Europa e l’Occidente debbano essere superati attraverso la stessa eredità euro-occidentale, come la modernità va superata attraverso la modernità, la tecnica mediante la tecnica e il nichilismo attraverso il nichilismo. Tesi all’apparenza bizzarra, ma a pensarci bene, quel che sostiene Yuk Hui (e il suo maestro Berard Stiegler), lo diceva pure Martin Heidegger: la fine della filosofia significa che inizia la civilizzazione del mondo su basi tecnico-scientifiche, fondata sul pensiero occidentale. Il pensiero fornisce lo strumento che lo cancellerà, come l’uomo costruisce l’androide che lo sostituirà.

È come se il pensiero universalista occidentale si riversasse dalla filosofia alla tecnoscienza e dall’Occidente al vasto Oriente, per organizzare il mondo intero. Il caso della Cina è esemplare: gli ingredienti del suo sistema sono di marca occidentale; il marxismo, il capitalismo, la tecnica, il commercio globale, uniti alla capacità imitativa del mondo asiatico, al collettivismo in un sistema sorvegliato dall’alto, in cui il totalitarismo nato in Occidente incrocia il dispotismo asiatico. In tutto questo si perde l’idea di libertà, il senso della trascendenza, della storia, del pensiero critico e della fede religiosa. Ma poi c’è l’India, c’è il Giappone, ci sono i paesi islamici, c’è la Russia…

Il pianeta oggi sembra una maionese impazzita che si sparge in varie direzioni. Ma l’unico tratto che lo unisce è la Tecnica. E l’unico Impero possibile rischia di essere l’IA, un Impero Artificiale, come l’Intelligenza Artificiale…

Altro non si vede all’orizzonte, però se crediamo alle energie reattive dell’umanità, agli imprevisti della storia, alle incursioni degli dei o della Provvidenza, non è detta l’ultima.

Marcello Veneziani

Votate No perchè odiate Meloni? Abbiate almeno pietà dei bambini nel bosco.

Nel segreto della cabina elettorale Magistratura Democratica non vi vede, vi osserva la vostra coscienza. Scegliete cosa votare pensando a quelle vite traumatizzate per sempre.

Volete votare No perché odiate Giorgia Meloni e non mi stupisco, vi conosco bene. Poi adesso potete anche attingere veleno dal libro postumo di Michela Murgia che perfino dall’aldilà incita all’odio: il vostro sentimento di riferimento almeno dai tempi di Antonio Gramsci. Ma odiate anche i bambini nel bosco? Spero di no. Prego che il desiderio di votare No per fare un dispetto alla Meloni sia meno forte del dispiacere per i bambini strappati alla madre dal Leviatano giudiziario.

Giorgia Meloni è odiosa ed Enzo Tortora era antipatico, non pretendo di farvi cambiare idea: ma quei bambini che c’entrano? Hanno otto e sei anni i piccoli sequestrati, che cosa possono avervi fatto? Se ne stavano in Abruzzo per i fatti loro, coi genitori e gli animali, il cavallo, l’asinello, le galline… Nel segreto della cabina elettorale Magistratura Democratica non vi vede, vi osserva la vostra coscienza. Votate pensando a quelle vite traumatizzate per sempre: lo dico per il vostro bene, non vorrei che le loro urla disperate vi perseguitassero, negli incubi di tutte le notti che avete ancora da vivere.

Camillo  Langone___da___IL  FOGLIO

 

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Il primo tirannicidio da remoto…

 

 

 

Per la prima volta nella storia la guida suprema di uno stato, Ali Khamanei, è stato ucciso da remoto. Era già accaduto in realtà al leader di al-Quaeda, Ayman alZawairi e ad altri esponenti iraniani, un generale delle forze armate e uno scienziato nucleare. Ma quello di Khamanei è il primo “tirannicidio” compiuto a distanza, tramite la tecnologia avanzata, l‘hackeraggio delle infrastrutture e delle telecamere di sorveglianza stradale, i droni, l’intelligenza artificiale e le armi teleguidate. I droni sono ormai i nuovi combattenti di prima linea, quasi a confermare il transito verso una radicale disumanizzazione della guerra, frutto in realtà di una più vasta disumanizzazione della vita e delle relazioni. Qualcuno osserverà il passaggio a un conflitto più preciso, con obbiettivi mirati e minor dispendio di vite umane almeno da parte di chi compie questi atti, non di chi li subisce. Ma a giudicare poi dal numero di vittime civili e di obbiettivi non militari che vengono colpiti e coinvolti, come ospedali, case, strade e scuole, si ha in realtà una smentita dell’intelligenza delle armi e della precisione chirurgica negli obbiettivi da colpire. Ma il tema vero che resta, al di là dell’attuale conflitto degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è la guerra da remoto, la guerra in automatico, compiuta tramite mezzi e dispositivi. Segna una svolta radicale e difficilmente reversibile, non si può tornare indietro, è molto difficile che accada. Non c’è più bisogno di squadre speciali, missioni di corpi scelti e nemmeno di intrepidi o folli attentatori per eliminare un uomo di potere, un sovrano, una figura di spicco. E naturalmente non c’è bisogno di una giustificazione etica per togliere di mezzo il presunto despota; è possibile eliminare da remoto qualunque leader considerato nemico, indipendentemente se sia un tiranno o no. Il tirannicidio era giustificato in Occidente come una ribellione estrema contro un sovrano che violava le leggi elementari della vita e calpestava la dignità dei sudditi con l’uccisione, la tortura, la violenza e la repressione della libertà. Il sottinteso era che si trattava degli stessi sudditi che si ribellavano al tiranno e non di potenze straniere.
Cosa succederà se l’uso della tecnologia militare per la guerra a distanza si allargherà ad altri soggetti, altri Stati, altre formazioni? Tutti diventano obbiettivi possibili, non solo veri e presunti tiranni ma capi di stato e capi religiosi, militari, leader politici, figure rappresentative, scienziati e ricercatori, opinion leader, imprenditori e concorrenti. Chiunque sia odiato o sia d’ostacolo agli interessi vitali di chi decide di eliminarlo.
Tema in fondo ricorrente ma che non trova soluzione: chi ha diritto di usare queste armi da remoto e fino a che punto, chi decreta e stabilisce la liceità delle azioni compiute o l’inammissibilità, chi detiene la forza e la legittimità per far osservare i limiti e i divieti? Alla fine resta solo la forza, nel senso più ampio dell’espressione. La forza delle cose che s’impongono nei fatti, la forza dei soggetti che predomina su altri soccombenti, la forza dei numeri e della potenza che sovrasta sugli altri. Insomma dietro la tecnica si annida la barbarie disumana, la perdita di ogni relazione con l’umanità. Intendiamoci, non è una novità, da che mondo è mondo succede, è la legge ultima che governa il mondo. Ma la tecnologia avanzata rende più facili e più rapide le decisioni, espande alla massima potenza la capacità distruttiva, salta i controlli e le mediazioni, minimizza i rischi di chi compie queste azioni, che può stare al riparo e al sicuro, da lontano, almeno fino a quando deterrà il monopolio o l’egemonia della forza tecnologica. Altri limiti di natura religiosa, morale, ideale, non sono più d’uso. E la massima esposizione avverrà quando le “macchine”, i dispositivi e l’Ai saranno in grado di agire autonomamente, fino a prendere l’iniziativa o comunque a non passare da alcun filtro o alcun vaglio umano. Ogni mezzo di distruzione diventa così mezzo di autodistruzione, fino alla massima potenza.
Non abbiamo soluzioni né rimedi se non la speranza che un equilibrio di forze, una ragionevole deterrenza fondata sulla reciproca paura, possa limitare l’uso e i danni. Ma se alla crudeltà disumana degli uomini, alla follia della prepotenza e del delirio di onnipotenza si unisce la glaciale indifferenza all’umano e alla vita dei dispositivi tecnici, c’è solo da sperare che un destino, una provvidenza, un Dio possano fermare l’escalation della potenza. Heidegger lo disse cinquant’anni fa, poco prima di morire: ormai solo un Dio ci può salvare. Un Dio che a volte si nasconde negli imprevisti della storia. E intanto qui da noi? Mentre uccidevano Khamanei noi eravamo presi da Sal Da Vinci al festival di Sanremo. Beata Italia, paese di eterni, giocosi bambini. Con la solita, saggia raccomandazione delle mamme: però non fatevi male.

Marcello Veneziani