Scienza e magia…a volte insieme.

 

Amo la scienza, ma altrettanto amo il concetto di magia, di magico e non penso che queste idee siano in conflitto. L’evidenza e la magia stanno insieme come la musica e la canzone, come l’inchiostro e la poesia, come la verità e la metafora.Una buona metafora non distrugge la verità, la riporta soltanto a un contesto più umano- Invece per me la magia è come ricercare il significato, un atto interpretativo ,un coltivare intenzionalmente lo stupore e la gratitudine- Comprendere la fisica che fa aprire le ali per uno stupendo volo di airone è una gioia ed arricchimento, come lo è contemplare le sottigliezze che trasformano il momento in cui l’airone scivola nell’aria in poesia.
Vi sono due percorsi per la magia:l’immaginazione e l’attenta osservazione. L’immaginazione è la finzione che noi amiamo, ossia la verità costruita sulla falsa riga- Osservazione attenta è la ricerca voluta di informazioni,la geometria di un alveare;la lentezza perfetta di un avvoltoio; sentire la vita in un albero-
La magia necessita della nostra intenzione, la nostra scelta di essere partecipi. E dobbiamo scegliere di incontrarla a metà strada. E quando lo facciamo, spesso scopriamo che la magia non è lasciare andare ciò che è reale. Essa è la sintesi di questo:il nettare del fatto diventa il miele del suo signicato.Un cenno di tutto ciò che che non si può quantificare-

airone

Perchè si dice…

Il 24 giugno si celebra la festa di san Giovanni Battista, o notte di san Giovanni Battista. Al santo è dedicato un celebre proverbio della tradizione popolare: “San Giovanni non vuole inganni”. Un modo di dire che ha diverse declinazioni dialettali, come quella meneghina “San Giuan fa minga ingann”. Scopriamo che significa, grazie al libro di Saro Trovato, fondatore di Libreriamo, in cui 300 modi di dire non avranno segreti

San Giovanni non vuole inganni

“San Giovanni non vuole inganni” è un proverbio di origine toscana, non a caso San Giovanni Battista è patrono di Firenze. Il proverbio è di origine medievale e trae significato dalla moneta in uso a quell’epoca, il fiorino, così chiamato proprio perché da un lato era raffigurato il giglio fiorentino. Dall’altro lato però si poteva vedere l’immagine di San Giovanni Battista, già allora patrono della città.

L’espressione “San Giovanni non vuole inganni” voleva significare che, da una parte, l’immagine era garanzia di autenticità e, dall’altra, la figura del Santo rendeva difficile ogni falsificazione. Inoltre, l’immagine avvertiva che qualsiasi copia falsa della moneta era non solo un atto vergognoso, ma anche un grave reato condannabile dalla legge.

Festa di San Giovanni, perché si accendono falò in tutto il mondo

Dalla noche di San Juan in Spagna, ai falò sulle sponde dei laghi finlandesi, fino al salto del fuoco in Sardegna: quali sono le origini della festa di San Giovanni?

Il comparatico e altri significati

In alcune zone del meridione si scorgono significati legati al detto “San Giovanni non vuole inganni” se lo si collega all’usanza del comparatico, che è quel vincolo di quasi parentela spirituale che lega compari e comari di battesimo e i loro figliocci, ma anche compari e comari di matrimonio e i due sposi. Questo legame, a seconda della zona, prevede una serie di regole da rispettare e di obblighi. In Sicilia il comparatico è quasi più importante della parentela perché sfocia nella sacralità.

San Giovanni Battista punisce, secondo la tradizione meridionale, chi non rispetta la fede del compare e soprattutto chi tradisce il compare. Anche in Romagna vi è l’usanza per San Giovanni di regalare alla fidanzata un mazzo di fiori che viene contraccambiato nel giorno di San Pietro e i due vengono chiamati compare e comare di San Giovanni e in qualche modo ufficializzano il loro amore. Il Battista viene invocato nei rituali e nelle usanze fra compari e comari che tendono a tranquillizzarsi della loro fedeltà reciproca.

Vi è un’altra versione dell’origine del detto ed è legata al fatto che, soprattutto nell’Emilia centrale, venivano eseguite delle scanalature sulla facciata o su un fianco dei Battisteri, dedicati generalmente a San Giovanni Battista, pari alle unità di misura di lunghezza utilizzate nelle zone. Così se i contadini dovevano, ad esempio, misurare la lunghezza di un campo in “pertiche”, verificavano lo strumento di misurazione che utilizzavano con il “campione” scanalato sul Battistero di San Giovanni Battista, che, non avrebbe fatto inganni sulla dimensione corretta.

Arrivare dopo i fuochi

Non solo “San Giovanni non vuole inganni”: a San Giovanni Battista è legato un altro modo di dire abbastanza celebre: “arrivare dopo i fuochi”. Con questa espressione si intende dire arrivare troppo tardi, a cose fatte, quando è tutto finito e la nostra presenza non ha più un senso o, per estensione, essere poco svegli, non capire le cose al volo, non cogliere le allusioni. Le origini di questo modo di dire portano una data precisa: il 24 giugno, giorno in cui si festeggia San Giovanni Battista, patrono di Firenze. Nei secoli passati il santo veniva celebrato con processioni, banchetti, tornei, fiere, corse di cavalli e, al tramonto, con i fochi d’allegrezza, un tempo falò di scope di saggina e bracieri di sego, oggi fuochi d’artificio. Quindi, arrivare dopo i fuochi significava, e significa tuttora, arrivare tardi, a spettacolo ormai concluso.

 

La Javanaise…musica per una nostalgia.

 

amarsi in spiaggia

 

Una sera d’estata…. la ragione si smorza e l’istinto prevale.
E allora giunge la nostalgia di uno di quelle notti al mare quado ci prendeva la voglia intensa e urgente, di fare l’amore con una canzone.
È la sera giusta per “La javanaise”……

Si sa che non è una canzone composta di getto, ma, anzi, scritta su commissione per Juliette Gréco. Ma la javanaise non é nemmeno un ballo: è la java quella che si danzava al ” bal musette” con la musica dell’accordéon.
Poco importa.
Se la si ascolta cantata dalla voce impastata di un Serge Gainsbourg sudato, impudico e, forse, ubriaco, la Javanaise perde tutti gli orpelli, arriva all’essenziale e si rivela per quello che è: il ricordo di un amore di una sensualità lancinante e disperata.
Chapeau !

 

 

La Sincerità…

 

Non ha alcuna importanza quale sia il tuo stato emozionale, fisico, mentale, lascia che sia e non desiderare di essere in una diversa condizione. Ma se vuoi che esso sia diverso da quello che è non devi restarci, perchè mettendo tutto in discussione tu stai già facendo delle scelte e tentando di controllare le tue esperienze. La sincerità è una virtù tra le più importanti per l’Uomo, perciò non inganniamo mai noi stessi.

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Prendersi cura dell’amore.

Prendersi cura dell’amore.

“Una delle teorie dell’amore è quella che vede in esso un’unità assoluta o infinita, ovvero la coscienza, il desiderio o il progetto di tale unità. Da questo punto di vista l’amore cessa di essere un fenomeno umano per diventare un fenomeno cosmico.” Questa è una riflessione del filosofo Nicola Abbagnano e questo è il tema di Nexus, un microfilm emozionale diretto da Michele Pastrello, fatto solo di immagini ricercate, musica e rumori, senza che nessuna sillaba sia emessa dagli attori. Il protagonista di Nexus è un uomo anziano, che si aggira nella sua vecchia casa di campagna per prendersi cura delle tracce e della memoria di un amore perduto. Ma forse, anche per lui, è arrivato il momento di riconnettersi a questo amore. Il regista riflette forse sulla possibilità che esista un amore eterno, ma soprattutto si concentra sul tema del ricordo, sul “prendersi cura” delle sue tracce che continuano a segnare l’esistenza di chi “c’è ancora”. E della speranza, che nel cuore degli amanti resiste anche oltre la vita.

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L’attimo dello Zen…

  L’attimo dello Zen…

Un giorno, nell’India antica, il Buddha stava tenendo una lezione ai suoi seguaci. Tuttavia quel giorno, invece di un insegnamento verbale, egli raccolse semplicemente un fiore. Mahakasyapa,uno dei suoi discepoli, sorrise. Il Buddha disse:” Oggi vi ho dato un insegnamento silenzioso e Mahakasyapa è stato l’unico a capirlo!”

Quello fu la nascita dello Zen.

E per chi conosce i principi di questa filosofia orientale ed ha imparato a praticarla anche semplicemente, tuttavia nel suo spirito, sa di quanta serenità sia  portatrice. In quel piccolo gesto c’è una storia., che racconto.

Immersa nella natura, respiro i suoi profumi a pieni polmoni concentrata su questa benefica respirazione, ma non abbastanza da non essere colpita da un fiore ,che illumina il suo angolo verde per i suoi colori smaglianti, il suo profumo inebriante ; si erge sul suo stelo come invitarmi a interessarmi di lui. La mia mano, come isolata dal cervello, si avvicina e lo raccoglie d’istinto. Il fiore ha catturato la mia mente per farsi mio ,  e godere entrambi di una contemplazione per la bellezza della natura, di questo  creato che tutto contiene per l’eternità, oltre la vita, oltre la morte, perchè nulla ha inizio e nulla ha fine se si vive la meraviglia dell’attimo, che è senza tempo.

 

fiore

 

Gli scarponi di sempre…

Quando si sta per partire per la montagna è l’ora di cominciare a preparare i vecchi scarponi. E’ un momento speciale e il primo pensiero preoccupa sempre: ricordare dove li abbiamo riposti. A volte è passato molto tempo dall’ultima volta che li abbiamo indossati e questo fa che a volte ci sia bisogno di una piccola manutenzione, che poi altro non è che una bella ingrassatura per rammollire  un po’il cuoio, indurito dal tempo.
Anche se non si ha in programma una scalata,lo scarpone è l’unica calzatura che ci permette di muoverci per strade impervie, sconnesse, sassose o innevate con maggior confort e sicurezza. La certezza è sempre la stessa: i vecchi scarponi si adattano perfettamente al piede, si abituano immediatamente al nostro passo, seguono le esigenze del nostro cammino. Li abbiamo abbandonati per scarpe più eleganti, più nuove, forse più belle e appariscenti e più alla moda, ma… quanti sforzi e pene prima che si adattino al nostro piede!
Non ci conoscono, non sono abituate alla nostra maniera di percorrere i sentieri, non sono affidabili. E poi ci vuol tempo prima che siano perfettamente a posto richiedendo attenzione, delicate nei loro materiali tecnologici, mentre il vecchio scarpone è un’altra cosa.
E che dire delle scarpe acquistate via internet, stupende nella foto che ci ha catturato , per cui le abbiamo volute a tutti i costi dopo complicate misurazioni dei nostri piedi fatti bene, fatti male, perchè si sa che ognuno ha la sua magagna . Stupende ma che non abbiamo nemmeno avuto l’occasione di provare. Quando arrivano a casa spesso sono una delusione: un bel pacchetto ,un bell’involucro, ma indossarle è un problema.
La pelle è dura come cartone e forse lo è , si disfano subito, non hanno la resistenza dei cari vecchi scarponi.

Facile, forse scontato: gli scarponi come metafora dei vecchi amici e dell’amicizia.

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Più libri più liberi – Il Fedro di Platone e la libertà della cicala: Matteo Nucci con Sara Scarafia

 

Quaranta minuti di cibo per la mente veramente piacevoli sono stati quelli che ho trascorso ieri a Spazio Robinson,io on line, loro a Roma alla rassegna ” Più libri, più liberi”. Una conversazione, lezione sul tempo , su come spenderlo, su come vivere veramente e non solo per il denaro, anche se di esso necessitiamo. Matteo Nucci, esperto grechista, ne parla in modo pratico e divertente,proprio partendo dal mito delle cicale ,tratto dal Fedro di Platone. Premetto, per chi non lo sapesse , che il Socrate del mito non è il filosofo, ma un cittadino comune che discorre con Fedro.

cicale

Platone: Il mito delle cicale (“Fedro”)

SOCRATE: Tempo ne abbiamo, a quanto pare. E poi mi sembra che in questa calura soffocante le cicale, cantando sopra la nostra testa e discorrendo tra loro, guardino anche noi. Se dunque vedessero che anche noi due, come fanno i più a mezzogiorno, non discorriamo, ma sonnecchiamo e ci lasciamo incantare da loro per pigrizia della mente, giustamente ci deriderebbero, considerandoci degli schiavi venuti da loro per dormire in questo luogo di sosta come delle pecore che passano il pomeriggio presso la fonte; se invece ci vedranno discorrere e navigare accanto a loro come alle Sirene senza essere ammaliati, forse, prese da ammirazione, ci daranno quel dono che per concessione degli dèi possono dare agli uomini.
FEDRO: E qual è questo dono che hanno? A quanto pare, non l’ho mai sentito.
SOCRATE: Non si addice davvero a un uomo amante delle Muse non averne mai sentito parlare.(46) Si dice che un tempo le cicale erano uomini, di quelli vissuti prima che nascessero le Muse; quando poi nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni di loro restarono così colpiti dal piacere che cantando non si curarono più di cibo e bevanda e senza accorgersene morirono. Da loro in seguito ebbe origine la stirpe delle cicale, che ricevette dalle Muse questo dono, di non aver bisogno di nutrimento fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo né bevanda fino alla morte, e di andare quindi dalle Muse a riferire chi tra gli uomini di quaggiù le onora, e quale di esse onora. A Tersicore riferiscono di quelli che l’hanno onorata nei cori, rendendoli a lei più graditi, a Erato di chi l’ha onorata nei carmi d’amore, e così per le altre, secondo l’onore che ha ciascuna. A Calliope, la più anziana, e a Urania, che viene dopo di lei, riferiscono di quelli che trascorrono la vita nella filosofia e onorano la loro musica, poiché esse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e umani, emettono tra tutte le Muse la voce più bella.(47) Per molte ragioni, quindi, a mezzogiorno bisogna parlare e non dormire.

per sentire il video

La famosa invasione degli orsi in Sicilia…

Dino Buzzati è stato uno scrittore versatile, capace di spaziare dalla scrittura giornalistica alle fiabe, dal fantastico-allegorico a racconti di estremo realismo. Si è inoltre distinto come illustratore e fumettista, realizzando i contributi iconografici per i suoi stessi libri, anzi, ha sempre considerato la pittura la sua vera professione e la scrittura un hobby, sebbene si più noto per i suoi racconti verbali che per quelli figurativi. Una delle opere in cui emerge al meglio questa sua doppia vocazione è La famosa invasione degli orsi in Sicilia, fiaba illustrata pubblicata nel 1945 sul Corriere dei piccoli e successivamente in volume. Si tratta di un racconto fantastico, condotto in forma di prosimetro, con sezioni di canti e dialoghi i versi che si inseriscono nella narrazione e, insieme alle immagini, ne accentuano la freschezza.
La famosa invasione degli orsi in Sicilia - immagine

 

Brevissima e scritta con la semplicità che si addice ad una narrazione per bambini, la storia è tuttavia tutt’altro che banale, ma muove da una premessa molto semplice per caricarsi sempre più di significato, invitando i lettori più e meno giovani ad una riflessione profonda.

L’invasione cui fa riferimento il titolo è quella del popolo degli orsi sudditi del re Leonzio, che, in un remoto passato in cui la Sicilia era una terra gelida e ben diversa da oggi, scatena il suo popolo giù dalle montagne per far fronte ad una carestia ma anche per cercare il figlio Tonio, rapito, cucciolo, dagli umani. Inizia così una feroce guerra fra gli orsi e l’esercito del Granduca di Sicilia, uno scontro al quale prendono parte, con ruoli e moventi diversi, i cinghiali da guerra del Sire di Molfetta, il mago De Ambrosiis, il terribile Gatto Mammone e molti altri personaggi. Fra battaglie, momenti conviviali ed eroici sacrifici, gli orsi si impadroniscono del granducato e re Leonzio cerca di stabilire una pacifica convivenza fra umani e orsi, tuttavia il mantenimento dell’ordine si rivela più difficile del previsto, perché gli orsi, prima abituati ad una vita semplice, si lasciano condizionare dal lusso, dalle mode e dai comportamenti umani e la loro natura viene progressivamente intaccata e modificata. Con la vittoria sul Granduca, insomma, i problemi di re Leonzio non sono cessati, ma, anzi, sono diventati più profondi e difficili da contrastare  .Come tutti i racconti di Buzzati, anche La famosa invasione degli orsi in Sicilia dimostra come una brevissima storia possa diventare l’occasione per interrogarci su noi stessi. La scelta degli orsi come protagonisti genera una prospettiva straniata, grazie alla quale abitudini, vizi e debolezze umani vengono proiettati fuori dall’essere umano, che, però, non può evitare di rispecchiarsi nella parabola di un popolo ingenuo e orgoglioso che, una volta raggiunto il proprio obiettivo, lascia che ciò che ha conquistato eserciti su di lui un’influenza negativa, corrompendone lo spirito. L’intreccio di questa morale con la materia fantastica fa esplodere la piacevolezza e l’ironia del racconto, infarcendolo di scene memorabili, fra suini che si gonfiano per magia e spiccano il volo, il serpente marino che minaccia orsi e umani e balletti intorno al falò con i fantasmi.
Disponibile anche nell’edizione illustrata per ragazzi, questo libriccino si presta ad essere la compagnia di lettori giovanissimi, l’ideale regalo per un compleanno o per il Natale (che è sempre il periodo d’oro delle fiabe), un’ottima lettura da condividere a scuola. Ma anche sui più grandi potrà esercitare il suo fascino, ché certi messaggi rimangono universali e un bravo narratore come Buzzati promette sempre a chi lo sceglie un intrattenimento letterario di qualità.

La famosa invasione degli orsi in Sicilia libro“Scendiamo al piano. Meglio combattere con gli uomini che morire di fame quassù”, dicevano gli orsi più animosi. E al loro re, Leonzio, diciamo la verità, l’idea non dispiacque: sarebbe stata una buona occasione per cercare il suo figlioletto. I pericoli, se tutto il popolo fosse sceso in massa, sarebbero stati ben minori. Gli uomini ci avrebbero pensato su due volte prima di affrontare un esercito simile.
Ignoravano gli orsi, compreso Re Leonzio, chi fossero veramente gli uomini, quanto cattivi ed astuti, che armi possedessero, che trappole sapessero escogitare per imprigionare le bestie. Gli orsi non sapevano, gli orsi non avevano paura. E decisero di lasciare le montagne per scendere nella pianura.”

Rbl da Atenae Noctua

La Fata Turchina al governo…

Se andasse al governo la fata turchina con un golpe di seta e di raso, metterebbe all’incanto il patrimonio immobiliare di Stato, dimezzerebbe la corte, allungherebbe la vita lavorativa e poi farebbe una dorata magia. Anziché limitarsi al pareggio in bilancio, già con gli enormi beni venduti, raddoppierebbe le entrate necessarie. E metà le userebbe in difesa, per coprire il debito; l’altra metà le userebbe all’attacco, per rilanciare il paese, l’occupazione, le grandi opere, senza il peloso sussidio europeo. Perché se giochi solo in difesa, pensa la soave fatina, alla fine stai al punto di prima e ricadi nella miseria passata. La gente rattrappisce, la vita si mummifica, il paese si ritira in una risacca di depressione e perde fiducia, non osa il futuro ma si barrica a difendere il passato e i beni che ha, gli uni contro gli altri. E invece qui si deve aprire il castello, slanciarsi nei prati e non alzare il ponte levatoio né preparare l’olio bollente. La fata turchina, scendendo dalla sua carrozza di zucca condotta da alati cerbiatti, lancerebbe sulla punta stellata della sua magica bacchetta messaggi di oro e di miele: lavoro ai ragazzi, fiducia nel legame sociale, tuteliamo i più deboli e premiamo i migliori, osate l’impresa, mangiate più frutta e sognate la vita. È solo una favola, direte voi che siete già adulti. Ma chissà che le favole a volte non insegnino, come a Pollicino, a ritrovare la strada. (Ma a Draghi non dona il velo turchino e la veste di tulle, Letta e Brunetta stan male da alati cerbiatti e Mattarella narcotizzerebbe sul posto la leggiadra fatina).

MV

fata turchina