La rifondazione materna e le nascivendole…e la legge Zan.

La rifondazione materna e le nascivendole

E se la politica ripartisse dalla maternità, ovvero dal ruolo insostituibile delle madri nel governo della vita pubblica e dalla rifondazione materna della politica? La proposta mi giunge da Viviana Micheli, docente di Liceo Classico, ora in pensione. Ed è una proposta unita a una bozza di progetto per valorizzare il ruolo centrale della maternità non in famiglia o nella società ma soprattutto in politica. Per illustrare la sua proposta, la prof Viviana, mi manda l’immagine di una bellissima scultura di Zhang Yaxi dal titolo “Mother and Child”, qui sopra. La saggezza delle donne che regnarono o che consigliarono i potenti, la maggiore sensibilità femminile, l’attenzione all’economia domestica e il prendersi cura come attitudine naturale materna, la loro concretezza unita all’amore.

La politica fu un tempo il regno dei Padri, potrà diventare il governo delle Madri? È una domanda antica ma anche beffarda se si considera il contesto attuale: il femminismo fanatico, la psicosi del MeToo e la guerra innaturale tra i sessi; l’ossessione delle quote rosa, ma soprattutto la distruzione metodica della maternità, ora con la valorizzazione di orientamenti sessuali in contraddizione con la figura materna, ora con la piaga mortificante della maternità surrogata, col relativo losco traffico degli uteri in affitto. Modelli funzionali a un altro tipo di famiglia, e interamente centrati sul desiderio, se non il capriccio, anche di un singolo, di disporre di un figlio senza passare dal suo naturale transito da un padre, una madre e dalla loro unione.

In pieno frastuono della legge Zan, con relativa mobilitazione del circo, nell’epoca del femminismo militante, del Metoo imperante, della denuncia sistematica degli abusi, dello sfruttamento e delle violenze compiuti contro le donne, viene tollerato, accettato o solo blandamente criticato il traffico indecente sulle donne e la loro gravidanza. L’utero in affitto, ovvero il commercio di maternità. Un traffico che coinvolge i bambini, i nascituri. Ma non solo: in piena retorica umanitaria verso i migranti, si accetta senza battere ciglio questa forma grave di sfruttamento dei poveri del mondo, di esproprio della prole, da parte degli europei agiati. Una forma becera di colonizzazione dell’utero e di mercato dei bambini…

È una mortificazione e una violenza inaudita per le donne, una prostituzione e un’espropriazione non solo del proprio corpo ma della maternità e dei suoi frutti naturali e affettivi, i figli. Risponde all’egoismo benestante di coppie, spesso dello stesso sesso, o di single, che usano i corpi altrui come bucce, come gusci o container, come alveari e depositi, asserviti ai propri desideri.

La legge Zan tace sull’utero in affitto e la maternità surrogata e di fatto genera i presupposti per favorirne la diffusione. Il mondo che l’ha caldeggiata evita di pronunciarsi sulla pratica odiosa e sul business che ruota, sull’insufficienza dei divieti penali e sulle proposte per dichiarare l’utero in affitto un reato universale. Non ci sono nemmeno Fedez-Ferragni, palcoscenici e tv che denuncino questi abusi… Lucio Malan di Forza Italia ha chiesto di spiegare perché si condanna Orban e il suo governo che tutela la famiglia e non quei paesi che permettono la compravendita dei figli tramite l’utero in affitto.

La maternità surrogata tocca il paradosso della nostra società avara di figli, in cui i morti superano di gran lunga i neonati, in cui gli aborti continuano a falcidiare altre vite. E l’Italia ha il triste primato del tasso più basso di natalità, a differenza del resto del mondo, del sud del pianeta in particolare, in cui il problema è opposto, l’esplosione demografica.

In un contesto del genere succede dunque che qualcuno impossibilitato ad avere figli, per mancanza di partner, per sterilità o perché omosessuali, decida di fare shopping per avere un figlio. Non adottare chi è già nato, che sarebbe un’opera meritoria, di cui sarebbe auspicabile agevolare l’impresa, a certe condizioni di garanzia del bambino prima che dei genitori; ma “commissionarlo” a donne che per povertà e bisogno decidono di vendere il loro frutto o la loro fertilità. La maternità come un pacco arrivato da Amazon direttamente a casa tua, senza la fatica della gravidanza… Un capitolo infame, degno della tratta delle schiave e del traffico di neonati e ovociti.

In questo clima proporre alla politica un ruolo materno, ritenere cioè che si debba rifondare la politica ripartendo dalle madri suona come un risveglio di ruolo e un’inversione di rotta. Tutt’altro che maschilista, perché si presuppone un ruolo non subalterno, non di supporto domestico, delle donne ma un ruolo centrale, di guida e fondamento della società. E sarebbe anche una risposta non “regressiva” alla mortificazione della maternità con la “surrogata” e l’utero in affitto. L’Europa è largamente insensibile a questi temi, e anche le grandi forze del Parlamento europeo che pure si dicono di ispirazione cristiana, come i Popolari, sono assenti e silenziose su questa piaga. Altrettanto grave è il silenzio dei movimenti femministi che dovrebbero tutelare la dignità e la vita delle donne e avversarne lo sfruttamento e la depredazione. Salvo alcune lodevoli e solitamente individuali eccezioni, i movimenti delle donne tacciono.

Eppure sarebbe una battaglia cruciale in difesa della dignità femminile e della vita nascente contro l’umanità surrogata e la riduzione dell’utero a bancomat. Nel nome della madre, del figlio e della benedetta famiglia.

MV, Panorama (n.30)

 

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Perchè comprare la ” Collana dei libri proibiti” in vendita con”Il Foglio” dal mese di luglio.

Che cos’è la polizia del pensiero? Per tutto il mese di luglio il Foglio offre ai suoi lettori una collana editoriale speciale intitolata “I libri proibiti”. Si tratta di una selezione di grandi classici del passato che la cultura del cancelletto oggi manderebbe al rogo. Uno di questi è “Huckleberry Finn” di Mark Twain. Penso che siano pochi gli anziani di oggi che , come me sono cresciuti con un libro sempre iniziato, da ragazzini non abbiano letto questo romanzo, un classico della letteratura americana per ogni età, uno di quei libri che rimangono indimenticati tra migliaia che abbiamo letto.

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“Coloro che cercheranno di trovare uno scopo in questa narrazione saranno processati; coloro che cercheranno di trovarvi una morale saranno banditi; coloro che cercheranno di trovarvi una trama saranno fucilati”. Se cerchiamo la poetica di Mark Twain, eccola. E’ l’avvertenza sulla prima pagina del romanzo, pubblicato a Londra nel 1884, e solo l’anno successivo in America, otto anni dopo Le avventure di Tom Sawyer. Storie di ragazzini in cerca di libertà e divertimento. Secondo Ernest Hemingway, Le avventure di Huckleberry Finn “è il miglior libro che abbiamo mai avuto. Non c’era niente prima; non c’è stato niente di altrettanto buono dopo”. Tutti gli strumenti narrativi arrivano da lì, tutte le avventure, la spudoratezza, tutta la vita della provincia americana, tutto il senso dell’umorismo si trova lì. Huck ha dodici anni quando decide di scappare dalle insistenti attenzioni educative della vedova perbene che lo ha preso in custodia e che cerca di insegnargli a diventare un bravo ragazzo e a non mettere i piedi sul tavolo, a lavarsi con acqua e sapone, ad andare a scuola e a messa. Huck si annoia troppo, si sente come morto, vuole scappare. “Era ben duro vivere sempre in casa, considerando quanto fossero squallidamente metodiche e corrette le abitudini della vedova; così, non appena non ne potei più, me la svignai”. Ricordo benissimo la sensazione che provai, da bambina, la prima volta che lessi questa frase sul libro che era stato di mio padre: non appena non ne potei più, me la svignai.” Che liberazione, che felicità: svignarsela. Mentre le sorelle March di Piccole donne compivano i loro doveri di brave ragazze e figlie devote, Huckleberry Finn se la svignava con una zattera sul Mississippi. E metteva in ridicolo tutte le convinzioni del mondo degli adulti, le buone maniere, l’ipocrisia e la finta generosità. Con grande realismo e senso dell’opportunità. “Se ci si deve comportare male, tanto vale farlo per bene e fino in fondo”. Huck incontra lo schiavo Jim, in fuga perché ha scoperto che verrà venduto a un mercante che lo porterà in una piantagione di cotone del profondo Sud, allontanandolo dalla sua famiglia.
Naturalmente Jim è nero, e la parola che viene usata per descriverlo è quella del diciannovesimo secolo: “negro”. Ricercato, accusato perfino dell’omicidio di Huck (che Huck ha inscenato per scappare), Jim non può che diventare il migliore amico di questo bambino che rifiuta gli adulti fintamente civilizzati e che è stato quasi ammazzato dal padre alcolizzato con un’accetta. Tra i peccati che spedivano dritti all’inferno, secondo la comunità cristiana di cui Huck non aveva nessun desiderio di far parte, dare aiuto a uno schiavo fuggitivo era forse il primo della lista. Questa è una magnifica storia di ribellione e di amicizia, e di notti stellate passate a raccontarsi il mondo intero e a osservare la follia della società. Se si deve andare all’inferno, tanto vale divertirsi. “Penso che a Jim la sua famiglia gli manca proprio come ai bianchi. Sembra impossibile eppure penso che è davvero così.”Lo scandalo dello sguardo libero di questo ragazzino ha costruito la grande libertà della letteratura americana, che adesso non può svignarsela. Del resto Jim è l’unico adulto rispettabile di tutto il romanzo, e “se avessi saputo che faticaccia era scrivere un libro, non ci avrei neppure provato”.

Un consiglio di una lettrice accanita, che ama la libertà di pensiero intesa come valore eterno e universale ,per chi non conoscesse questi libri è di non lasciarseli scappare in questa edizione a poco prezzo offerta dal Foglio. E’ un modo come un altro per capire meglio la storia, il pensiero umano nelle varie epoche del mondo, e per dire no a quel pensiero ,che sta diventando dominante, di cancellare, distruggere tutto ciò che è in contrasto col modo corrente di vedere le cose, una dittatura del pensiero che contraddice lo stesso nuovo modus vivendi.

la zitella inglese…

La zitella inglese

Da una vita e forse più, l’italiano medio, grande e piccolo, sportivo e no, riceve bacchettate sulle mani, tirate d’orecchi e pubblici rimproveri da una maestrina pignola e petulante che sembra avercela in modo particolare con noi. La maestrina inglese ci sottopone a un infinito esame per concludere quasi sempre con una bocciatura seguita da una umiliante gogna internazionale.

L’ultima bacchettata della maestrina inglese, come sapete, è stata un fallo di reazione, perché stizzita dalla vittoria italiana agli Europei. I calciatori inglesi che poco sportivamente si tolgono le medaglie di secondi, i principi che poco regalmente sgattaiolano fuori dallo stadio Wembley per non festeggiare l’Italia, i tifosi inglesi che barbaramente fischiano l’inno italiano… Eppure, per una volta almeno, gli italiani non hanno rubato nulla, hanno dominato la partita e seppure ai rigori hanno meritato di vincere. Ma la reazione della maestrina inglese sul calcio è solo l’ultima: da anni storici e giornalisti, economisti e gentleman britannici ci massacrano sui libri, nei giornali, in tv, con uno sprezzo che a volte rasenta il razzismo. E non c’entra la Brexit né Boris Johnson che parla pure l’italiano e conosce il latino.

Ora il Financial Times, ora l’Economist e il Guardian ci spellano periodicamente e e tanti storici e intellettuali lanciano palate di letame sulla storia d’Italia, dal risorgimento in poi, da Denis Mack Smith a Richard Lamb a Jasper Ridley, da Paul Ginsborg a Christopher Duggan, da Paul Preston a Robert Mallet. Chi in modo soft chi in modo brutale, ci corrono d’insulti. Ma peggio di loro sono i giornalisti, di cui famoso esemplare anni fa fu Tobias Jones. Vi ricordate di Mario Appelius che dai microfoni dell’Italia fascista inveiva contro la perfida Albione? Beh, per un Appelius di regime, ce ne sono dieci in salsa inglese. Magari amano l’Italia, vengono perfino a viverci o almeno a trascorrere le vacanze, e sorridono al nostro folclore come si fa nelle gite in auto con i finestrini chiusi tra le scimmie e i babbuini, allo zoo-safari. Ma tolto il paesaggio, la natura e il colore, il resto è una schifezza. Eppure vi assicuro, ogni anno partecipo ad un seminario italo-britannico con il fior fiore dei giornalisti inglesi e i giudizi off record non sono così negativi. Ci amano di nascosto, ci detestano in pubblico.

L’antico disprezzo per l’Italia poi si aggrava quando al governo del paese c’è il centro-destra. Allora le cose peggiorano, anche perché molti corrispondenti dall’Italia conoscono la realtà del nostro paese attraverso il filtro di molti giornali e giornalisti italiani, in prevalenza di sinistra. Se vedi l’Italia con gli occhiali de la Repubblica, del Corriere della sinistra e del Manifesto, è normale che vedi tutto nero, anzi black. Che l’Italia abbia un mare di lacune, volgarità, storture e spazzature, non c’è bisogno che ce lo dicano da così lontano, ce ne accorgiamo pure noi, a vista d’occhio.

Resta una curiosa appendice: viceversa, come i nostri corrispondenti dall’estero funzionano all’opposto: siamo così compiacenti con il paese che ci ospita che abbiamo la sindrome di Zelig, ovvero il corrispondente in video si traveste da indigeno, imita quelli del posto. Così abbiamo il corrispondente da Londra che fa l’humour inglese, si atteggia a Mister Bean o finge di divertirsi spettegolando sulla famiglia reale, il corrispondente da Mosca che sembra nato col colbacco e assume l’inflessione russa, il corrispondente da Berlino pesante e noioso come i telefilm tedeschi, il corrispondente americano che fa l’americano, la corrispondente cinese che fa la filocinese, e così via. Un caso di mimetismo ambientale che rivela uno dei vizi più antichi del nostro paese e che coincide con un nostro pregio: siamo duttili. Fin troppo. Oscena proposta: visto come si sono comportati agli Europei, a Londra la Rai mandi il nipote di Mario Appelius.

MV

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Carramba, che sinistra, strumentalizza persino la Carrà!

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Raffaella Carrà bandiera dei gay, della liberazione sessuale, del femminismo e perfino dell’antifascismo; anzi patrona della Spagna antifranchista e gaudente, che si libera danzando dell’arcigno potere del Generalissimo e della sua Cattolicissima nazione. A sentire i media, Raffaella è stata soprattutto questo, tutto il suo ruolo nella ricreazione popolare aveva un filo sotterraneo “progressivo” se non “progressista”. Da coscia d’oro a coscienza dell’emancipazione tramite spettacolo…

Eppure la sua “figliastra” Barbara Boncompagni racconta che la Carrà si sorprendeva del fatto che il fronte gay e trans l’avesse eletta a sua madonna e reginetta. In effetti, lei era semmai il simbolo della seduzione femminile, della femminilità scosciata e intraprendente, che giocava con i maschi e si lasciava corteggiare, ammiccava e bamboleggiava. In Tv rappresentava la tv del disimpegno e delle pailettes, la pura evasione, il ballo sfrenato, la canzoncina allegra e fatua che ti entra nella testa, la risata fragorosa, insomma il circo dello spettacolo che non vuole pensieri; al più l’irruzione degli affetti privati nei programmi fatti di abbracci, sorprese e ritorni a casa. Tutto meno che un messaggio politico, ideologico, di appartenenza, divisione e impegno di lotta. E poi tanta vitalità e simpatia, gusto della vita e piacere di corpi, balli e lasagne.

In altri tempi, quando la sinistra era austera, apertamente ideologica e libresca, tutta politica, militanza e lotta per il proletariato contro le ingiustizie del potere, Raffaella Carrà e tutti gli altri protagonisti dello spettacolo, furono bollati come oppio dei popoli, sedativo delle menti, analgesico dei drammi sociali, trastullo per inebetire i più giovani e stordire i più vecchi; insomma intrattenitori organici all’establishment democristiano, capitalista e borghese. A volerla tradurre in termini politici, in quel tempo la tv di Mike Bongiorno e di Pippo Baudo, di Corrado e della Carrà, era la tv del disimpegno che portava acqua al mulino della Dc; era il frutto di quella narcotizzazione popolare, già vigente in epoca Bernabei che offriva evasione, divertimento più qualche sceneggiato “edificante”, magari di buoni sentimenti cristiani e familisti, per rifarsi la coscienza e la cultura.

Ma il messaggio prevalente che si leggeva nella tv generalista alla Carrà era quello di distrarre, far sognare coi balletti e le lotterie, indurre il pubblico ad accettare la realtà così com’è, senza aspirazioni a cambiarla o a lottare, se non con un colpo di fortuna col biglietto vincente; magari suscitando pure una moderata libidine domestica compatibile con la famiglia, nel vedere quei corpi seminudi e flessuosi, quelle espressioni seducenti e quei pizzi inguinali da tinello arrapato; senza mai disturbare il conducente, cioè il potere.

Persino i personaggi più vivaci e destabilizzatori, come Roberto Benigni o magari lo stesso Beppe Grillo, con la Carrà giocavano sul suo terreno, entravano nel mondo scherzoso e allusivo di Maga Maghella e della Fatina Scosciata, assumevano l’aspetto di marpioni e molestatori (ah, quella scena di Benigni che butta a terra la Carrà, che processo terribile avrebbe avuto oggi con la Santa Inquisizione del Me Too…).

Ora invece (lo vedemmo già con Gigi Proietti, ma lo vediamo a ogni occasione, morte o ricorrenza), siamo invece all’operazione inversa: occupare tutti gli spazi dell’immaginario popolare e anziché proporre temi, figure e riferimenti consoni alla propria visione politica, tentare il procedimento opposto: attribuire ai personaggi più noti, più amati, dello spettacolo e della ricreazione di massa, connotati compatibili o vene sotterranee di impegno e adesione ai temi politici più “corretti”. È la colonizzazione dell’immaginario collettivo, si sarebbe detto in altri tempi, il monopolio della narrazione pubblica dissimulata nel gioco ricreativo, quando si è più vulnerabili perché più disarmati.

L’ideologia prende la forma del tempo, si fa duttile, subdola, policromatica, come la bandiera rossa si fa arcobaleno. Ma non solo: un tempo la tv di evasione era denunciata dai suddetti cultori dell’engagement perché serviva a tener buono il popolo e a non dare fastidi al potere. Oggi, quella sinistra da passeggio si sente essa stessa potere, dominazione, e dunque anche l’evasione serve per addormentare la ribellione, drenare il populismo, frenare la carica antisistema e per rafforzare l’establishment e il conformismo di massa. Tra il togliattismo ancora stalinista di un tempo e il veltronismo televisivo, c’è stato di mezzo Umberto Eco, e il passaggio dall’egemonia secondo Gramsci alla fenomenologia di Mike Bongiorno. È proprio Veltroni che sull’house organ dei Dem nell’Establishment, il Corriere della sera, s’incarica di leggere gli eventi e i protagonisti del passato e del presente televisivo-cinematografico in quella chiave “democratica e progressista”, più tanta “pappa del cuore”.

D’altra parte se la leadership ideologica di quel mondo è ora dei Ferragnez, è giusto che sia il mondo dello spettacolo la loro cittadella-fortezza in cui si fabbrica il Racconto e il Consenso. E così che Raffaella, a sua insaputa, si trova a cantare come sigla di chiusura “la canzone che mi passa per la testa…e che fa Zan Zan Zan…”

MV, La Verità (8 luglio 2021)

Elogio per il porco e la porchetta…

Dopo l’elevazione e la profanazione della statua alla porchetta eretta a Trastevere, lasciate che io faccia un sommesso elogio, con tutto il cuore, la cotica e il cervello, al Maiale e al suo gustoso prodotto. Per darmi una parvenza erudita mi appoggerò al succulento libro di Roberto Finzi, L’onesto porco, uscito qualche anno fa in libreria e forse in salumeria. Il maiale è l’animale più diffamato dall’uomo, accusato di turpi vizi morali di cui è del tutto innocente, e preso in giro per l’aspetto fisico robusto, con punte di porcofobia da reato di lesa maialità. Eppure è l’animale più prezioso, basso consumo e massimo rendimento: del porco, si sa, non si butta niente ed è una frase che non vale neanche per Omero, che a volte dorme, come dice pure il proverbio. Figuriamoci per la restante umanità. Non amiamo il maiale come il cane, il gatto o il cavallo, lo sfruttiamo e basta; una porcheria, ci vorrebbe un Marx dei suini. Eppure lui ci sfama, non pensa solo sibi et suinis. Porci ma leali, per parafrasare un famoso libro sessantottino, Porci con le ali (ma già D’Annunzio si era definito “porco alato”). Estendo la stima al suo rozzo cugino, il rustico cinghiale, versione primitiva del natìo porco selvaggio. A Pasqua v’intenerite per gli agnellini ma nessuno si preoccupa del porco, della sua brutta fine di donatore multiplo di organi e zamponi. Anzi, ammazzare il porco è un rito festoso come se il maiale fosse felice di farsi rosolare, imporchettare, improsciuttire. È una bestia intelligente, è gustoso e sfizioso, sa stare a tavola, e non pensa ai suoi porci comodi. Da bambino fui inseguito da un maiale perché pretendevo di drizzargli la coda a spirale. Aveva ragione lui. Circe è una benefattrice dell’umanità, perché in molti casi e per molti uomini, diventare maiale è una promozione.

MV

 

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Dieci domande a proposito del Covid. Ma avremo mai le risposte vere?

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Con la bella stagione l’Italia sta finalmente ritrovando un po’ di vita, di libertà e di fiducia. Ma restano irrisolti molti dubbi sulla pandemia che ci trasciniamo da mesi e che rischiamo di ritrovarci in futuro. Senza mettere in discussione le vaccinazioni, ci sono almeno dieci domande senza una risposta compiuta.

1. Come è nato e da dove è partito il covid?

Si fa sempre più strada la tesi che il covid non sia un errore della natura ma un errore di laboratorio; e non è fugato il sospetto che non sia un errore involontario. Dalla pandemia che ha patito in anticipo sugli altri e fronteggiandola coi mezzi efficaci di un regime totalitario e militarizzato, la Cina esce rafforzata, leader mondiale non solo nel commercio. E resta un mistero che le varianti siano identificate per nazione – variante inglese, indiana, brasiliana – mentre il virus originario non sia definito cinese.

2. Oltre il racconto dei media quali sono stati in realtà i paesi più colpiti?

Se usiamo tre parametri, ovvero il numero di vittime in rapporto alla popolazione, il rapporto tra ricoverati e deceduti e la durata dell’emergenza pandemia, dobbiamo tristemente concludere che l’Italia è tra i paesi al mondo più colpiti e più a lungo, mentre i media puntavano su Inghilterra e Stati Uniti al tempo di Trump, poi su India e Brasile. Ci evidenziano, per esempio, il numero di contagi in India ma considerando che la popolazione è 22 volte superiore all’Italia, avere – poniamo – da noi 100mila malati equivale a più a 2,2 milioni d’ammalati in India.

3. Quanti sono davvero i morti di covid?

Manca una distinzione almeno fra tre categorie di decessi: a) chi è morto a causa del covid; b) chi è morto col covid come fattore scatenante di altre gravi patologie; c) chi era già in condizioni terminali o in assoluta fragilità, e il covid è sopraggiunto al più come colpo di grazia. Più ardua e penosa sarebbe invece la domanda su quanto abbiano inciso gli errori, i ritardi, i piani e i protocolli sbagliati, le mancate cure a domicilio, tempestive ed efficaci.

4. Era proprio necessario il regime di restrizioni, i lockdown e le chiusure?

Paragonando i dati dei paesi con norme più restrittive e più a lungo vigenti e altri con norme minime e più transitorie, non c’è conferma che le restrizioni siano state più efficaci, anzi. In più si è testato un regime di sorveglianza che non ha precedenti in democrazia, con la sospensione delle libertà più elementari, dei diritti primari. Una prova generale e inquietante per eventuali dispotismi futuri.

5. Quante vittime stanno mietendo i vaccini?

Non disponiamo di studi e statistiche attendibili, conosciamo solo casi e denunce episodiche. Probabilmente sono sottostimati i dati; funziona a rovescio il meccanismo applicato per il covid: chi è deceduto dopo il vaccino per una complicanza, si attribuisce solo a quella la causa della morte, non al vaccino. Qui non vale la regola post hoc propter hoc usata per le vittime di covid.

6. Come stanno funzionando i vaccini, i contagi calano solo per questo?

Se paragoniamo i dati di ora a quelli del giugno scorso ci accorgiamo che anche l’anno scorso, senza vaccino, ci fu lo stesso drastico calo. E quindi si vorrebbe capire quanto incidano realmente i vaccini e quanto concorra il clima stagionale. Resta poi indeterminata l’incidenza e la durata d’efficacia dei vaccini, se il vaccinato può essere ancora contagioso, se il vaccino stesso innesca varianti. Non sarebbe poi necessario dopo il vaccino prescrivere il test seriologico per sapere come stiamo con gli anticorpi?

7. La gente si è davvero convertita in massa alla necessità dei vaccini?

In realtà si è rassegnata in massa a vaccinarsi, per istinto di gregge, pur diffidandone e pur sapendo di fare da cavia nel buio. Si vaccina per stanchezza, per conformarsi a un obbligo socio-sanitario, per timore di sanzioni, per levarsi quanto prima la mascherina, per disporre del passaporto, circolare liberamente e tornare alla vita normale. Pur vaccinandosi sono molti gli scettici, convinti che non serva o produca danni, soprattutto nel tempo e non ci copra da ulteriori varianti. E che saremo costretti a rifare ancora.

8. È davvero necessario vaccinare in massa anche in giovane età?

I giovani hanno un rischio molto basso di contagi e ancora più basso di un’infezione in forma pericolosa. Si usa il generico alibi che sono veicoli di contagio in famiglia e si usa il loro desiderio di avere un pass per sentirsi di nuovo liberi. Non si conoscono poi gli effetti nel lungo tempo di vaccini mai testati che potranno avere sulla loro salute, fertilità, genetica.

9. A che punto sono le cure per debellare o rendere innocuo il covid?

Proiettando tutta la profilassi e le aspettative sul vaccino, si sta trascurando la via di curare il covid con cure appropriate e tempestive, abbassando al minimo i rischi di ricoveri, complicanze e letalità. Eppure ci sono ormai medicinali e terapie che potrebbero abbattere il pericolo e mutare le strategie sanitarie.

10. Al di là del virus e delle vittime, quale effetto globale ha prodotto il covid?

Innanzitutto, più isolamento, più dipendenza e più sorveglianza; quindi una ripresa di potere dello Stato non solo sulla salute ma anche sul lavoro, il controllo e l’economia; poi di fatto ha penalizzato i governi outsider e rafforzato il modello cinese. Ha ingigantito la dipendenza dal circuito info-mediatico-sanitario e l’insicurezza. E non sappiamo ancora quante sono, e a che livello, le vittime dell’isolamento indotto dal covid, in termini di depressioni, suicidi, vite peggiorate, rapporti deteriorati e cure mancate per altre malattie gravi.

Le domande qui sollevate, circolano sparse da tempo, aprono dubbi e possibili risposte o interpretazioni. Dal covid siamo usciti più vulnerabili e più esposti ai rischi di altre pandemie; spontanee, indotte o manipolate. Ed è cresciuta l’incertezza, come dimostrano queste domande che non hanno avuto risposta.

MV, La Verità 12 giugno 2021

Aiuto, si è ristretta l’intelligenza

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Aiuto, si è ristretta l’intelligenza

Ragazzi, si sta accorciando il Quoziente Intellettivo. L’intelligenza si restringe, il regresso colpisce le menti. E non si tratta di una tesi avanzata da reazionari antimoderni. Una denuncia di Cristophe Clavé ci ha messo la pulce nel cervello. “Il QI medio della popolazione mondiale era sempre aumentato – scrive lo studioso di strategie d’impresa- nell’ultimo ventennio è invece in diminuzione, a partire dai paesi più sviluppati”. Sono andato a indagare e ho avuto altre conferme. Per esempio la ricerca di due studiosi norvegesi, Brent Bratsberg e Ole Rogeberg, pubblicata dall’Accademia Nazionale delle Scienze sulla rivista Procedings, che in un arco temporale ampio di 40 anni e su un campione largo di 730 mila giovani confermano quella conclusione: si è invertito l’effetto Flynn, lo scienziato che conduceva studi sul Quoziente Intellettivo e ne vedeva lo sviluppo continuo nella popolazione nell’arco del ‘900. E invece, secondo i ricercatori è in atto da più di quattro decenni una regressione costante e crescente del QI. Fra i nati a metà degli anni ’70 e i ragazzi nati nel 1991 ci sono più di 5 punti di differenza. E cala ancora il Quoziente con i nati dopo il duemila. Studi analoghi compiuti negli Stati Uniti, in Germania e nel Regno Unito confermano il trend negativo. Cosa sta succedendo e soprattutto perché?

Tralascio le motivazioni genetiche, ambientali e alimentari; le ricerche ammettono che esse spiegano solo in parte il declino progressivo dell’intelligenza umana. Mi soffermo sul nostro sistema di vita, di relazione, di educazione, il rapporto con le tecnologie, a cominciare dalla prima, il linguaggio. Clavé insiste sull’impoverimento del linguaggio. È un dato accertato: oggi usiamo un lessico molto più povero del passato, con meno vocaboli; magari pratichiamo più lingue ma conosciamo meno la lingua madre. E al contrario del “volgare illustre” che auspicava Dante, usiamo un volgare plebeo, basic, sincopato, tecnico-commerciale, povero di tempi, modi e forme espressive.

Lo scarso lessico atrofizza l’intelligenza, che si esercita meno nella scelta dei vocaboli e dei tempi più appropriati. E ci facilitano i tutorial, i correttori automatici. Meno fatica, meno doveri, più liberi: ma la libertà qui coincide con l’impoverimento della mente. Strada facendo si capovolge in una maggiore malleabilità a essere veicolati dai regimi di sorveglianza, dai sistemi totalitari. Basta leggere 1984 di Orwell o Fahrenheit 451 di Bradbury per capire la sequenza tra parole ridotte e manipolazione, pensieri impoveriti e precotti, morte del senso critico.

Ma spingiamoci oltre. Noi viviamo in un mondo che ci sembra sempre più globale ed esteso, senza confini; eppure è un mondo da una parte sempre più ridotto e dall’altra sempre più delegato. Si spegne il confronto col pensiero e con la storia, con la religione e con la tradizione, con le differenze e le identità, tutto si riduce al solo presente globale vigente. Un mondo sempre più piccolo. I modelli vengono ridotti a un solo canone e quando diventa ideologico assume le vesti del politicamente corretto; il resto è vietato, cancellato. Non c’è passato, e di conseguenza non c’è futuro che non sia la continuazione infinita e uniforme del presente e delle sue prescrizioni. C’è una durata automatica, priva di possibili divergenze; non c’è possibilità di paragone con altri sistemi di idee e di vita. E l’idea stessa di educazione viene respinta a priori o distorta in corso d’opera.

E poi, una vita amministrata, sempre più mediata e surrogata dai mezzi di cui disponiamo, delegata alla potenza tecnologica e a un benessere preconfezionato; una vita che si cimenta sempre meno con l’imprevisto, le variazioni, le necessità che aguzzano l’ingegno. Nella vita artificiale e prefabbricata – lo denunciava già tanti anni Saul Bellow e faceva il paio con “la chiusura della mente americana” di cui scriveva Allan Bloom – l’intelligenza perde gli stimoli, agisce in automatico, deve solo apprendere le procedure, senza mai uscire dal programma e dall’unica via prescritta. Una mutazione letale per la mente.

Insomma l’intelligenza si accorcia perché si stanno restringendo i nostri mondi e le nostre possibilità anche se a prima vista si direbbe esattamente il contrario: meno originalità e più uniformità, schiacciati sul presente e sul Modello Unico di Vita, deprivati del pensiero, della cultura e dei saperi umanistici, sempre più “ammaestrati” e ridotti ai riflessi condizionati. Il mondo ci arriva comodamente a casa nostra, basta pagare.

Per dare una periodizzazione storica a questo declino potremmo dividerla in tre fasi. La prima, indicata dai ricercatori, parte dalla metà degli anni Settanta, quando gli effetti del benessere e delle comodità correlati alla contestazione globale hanno prodotto una prima tendenza involutiva della nostra intelligenza e un rigetto dell’educazione. La seconda degli ultimi vent’anni, con l’espansione prodigiosa del web, ha ulteriormente ridotto la sfera del pensare e parlare in relazione all’agire, inserendoci in procedure automatiche e puramente tecnologiche. I flussi informativi hanno sostituito i percorsi formativi.

La terza è ancora in corso: presto capiremo quali effetti avrà sulla nostra intelligenza e in particolare su quella dei ragazzi, la clausura planetaria per il lockdown, la scuola a distanza, l’interruzione di ogni forma di relazione civile, sociale, culturale, salvo quelle che arrivano dal video.

Insomma stiamo entrando a occhi bendati e orecchie tappate nell’era globale della stupidità. E non si notano in giro Grete che denuncino e mobilitino la gente per l’intelligenza in pericolo.

Marcello Veneziani , Panorama n. 15 (2021)

Così si curava l’uomo delle caverne: quelle piante preistoriche che ancora oggi servono a guarire..

La storia antichissima che lega mondo naturale, intuizione umana e magia raccontata nella mostra «Le piante e l’uomo» al Museo delle Civiltà di Roma.

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Fin dalla Preistoria, l’uomo ha avuto la necessità di trovare rimedi per curare ferite e malattie. In questo è stato guidato dalla sua facoltà istintiva a scoprire le proprietà utili, curative e alimentari delle piante, un po’ come gli animali.

La storia antichissima che lega mondo naturale, intuizione umana e magia è oggi raccontata dalla mostra «Le piante e l’uomo» curata da Paolo Maria Guarrera e allestita presso il Museo delle Civiltà (arti e tradizioni popolari) di Roma (dal 21 dicembre 2018, al 21 aprile 2019).

Uno dei problemi più importanti per l’uomo preistorico era individuare quali piante potessero essere commestibili e quali velenose. Per questo si osservavano gli animali e talvolta si somministrava loro le piante di cui si voleva vedere l’effetto.

«In quest’opera di “ricerca” delle proprietà vegetali» spiega il direttore del Museo, Filippo Maria Gambari – «le donne ricoprivano un ruolo di primo piano. Mentre infatti l’uomo si occupava della caccia, esse erano dedite alla raccolta di frutti ed erbe spontanei. Furono anche le prime a coltivare i semi dando poi avvio all’agricoltura. Questa loro attività faceva sì che nelle comunità nascesse e si affermasse la figura della “donna di medicina” che, di solito anziana, sopravvissuta a molti parti, ricopriva il ruolo di sciamana”.

Il fatto che per due milioni e mezzo di anni il mondo sia andato avanti con questa divisione dei compiti, è anche all’origine delle differenti abilità e propensioni tra il cervello maschile e quello femminile. Ancor oggi le donne possiedono dei recettori nueronali che consentono loro di distinguere meglio i colori e di individuare con più attenzione dettagli che all’uomo solitamente sfuggono.

Tra l’altro, quasi sempre l’attività di raccolta dei vegetali doveva essere condotta insieme ad altre incombenze, riguardanti la cura dei bambini e dell’abitazione, ecco perché si parla della famosa capacità “multitasking” della donna. Viceversa, il maschio grazie alla caccia, ha sviluppato una particolare capacità di concentrazione che gli consente di focalizzare tutta la propria attenzione su un solo obiettivo, escludendo tutto il resto, come poteva essere richiesto all’epoca, dalla ricerca di un odore, di una traccia della fuga di un animale.

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Consolida Maggiore

Grazie alle acute capacità di osservazione, le donne di medicina avevano quindi compreso come alcune erbe avessero il potere, ad esempio, di favorire la cicatrizzazione delle ferite. Tra queste, la Consolida Maggiore, come venne poi chiamata da Plinio il Vecchio. Questa pianta, ancora oggi, in certe zone viene usata dalla medicina popolare per le sue proprietà vulnerarie (guarisce le ferite); pare inoltre che stimoli la formazione del callo osseo in caso di fratture. Sembra che il sollievo e la guarigione siano dati da una sostanza chiamata allantoina, usata, in sintesi chimica, anche dall’industria farmaceutica per gli stessi scopi.

Si ricordi poi il Luppolo che ha delle proprietà antidolorifiche tanto che si dice che chi soffre di artrosi, tragga qualche giovamento dal bere birra.

Le proprietà vermifughe dell’aglio erano, poi, ben note. La parassitosi intestinale che oggi risulta appena un lieve e frequente inconveniente «scolastico», costituiva nei tempi arcaici una delle più diffuse cause di deperimento e morte dei bambini che, sempre a contatto con il terreno facilmente ingerivano uova di ossiuri e altri vermi.

Un altro rimedio usato nelle comunità preistoriche era il papavero, i cui semi venivano impiegati per facilitare il sonno. Dopotutto, da questa pianta si estrae l’oppio e se ne distilla la morfina.

Vi era poi tutta una serie di foglie e muschi applicati come bendaggi, spesso in associazione con delle muffe particolari dall’azione antibiotica. Per quanto solo alla fine dell’800 il medico molisano Vincenzo Tiberio avesse studiato e dimostrato il potere antibiotico delle muffe – anticipando di 35 anni le scoperte di Fleming sulla penicillina – nella medicina popolare è sopravvissuto quest’uso per centinaia di migliaia di anni. Non a caso, un proverbio piemontese recita: «La ragazza che mangia il pan muffì, la vien più bella dì per dì (la ragazza che mangia il pane ammuffito diventa più bella di giorno in giorno)». Si era notato che mangiare il pane di segale muffito potesse portare, ad esempio, dei benefici a livello dermatologico. Anche nelle mummie egiziane sono state trovate tracce di questi antibiotici primordiali. Naturalmente, erano da preferirsi le muffe createsi su cereali o vegetali, non certo quelle che si formavano sulla carne, che, in quanto contenenti cadaverina, sono velenose.

Uno dei proto-farmaci più straordinari fu la corteccia del salice: essa è ricca di salicina, sostanza che svolge attività analgesiche, antinfiammatorie e antipiretiche tramite l’inibizione di un enzima responsabile dell’insorgenza di infiammazione, febbre e dolore. I nostri progenitori, specie quelli dell’Europa centro-settentrionale, erano soliti mettere a macerare nell’aceto di mele la grigia scorza di questo albero ottenendo una sorta di aspirina ante litteram, che è per l’appunto acido acetil-salicilico.

Per comprendere la messa a punto di questi rimedi, bisogna immaginare l’esperienza stratificata di decine di migliaia di generazioni che ha prodotto una forma «darwiniana» di sperimentazione che l’uomo moderno non può concepire.

Nella più completa ignoranza della chimica, l’uomo preistorico attribuiva tali proprietà alla magia, come è comprensibile.

Non a caso, le arpe dei Celti erano di legno di salice, che si riteneva fosse un materiale magico utile per collegarsi alle divinità apollinee del loro pantheon.

«A tal proposito, – spiega il direttore Gambari – sono significativi i tatuaggi che sono stati ritrovati sulla pelle dell’Uomo del Similaun, mummia risalente a 5000 anni fa, ritrovata sul ghiacciaio omonimo al confine tra Italia e Austria. L’analisi osteologica su Oetzy ha dimostrato che l’uomo soffriva di osteoartrosi. Proprio nei punti che dovevano essere dolenti per il soggetto, sono ancora visibili tatuaggi realizzati con magnetite, un materiale che per le sue proprietà poteva realmente dargli sollievo. Basti pensare a quanto oggi avviene con i cerotti magnetici studiati appositamente per lenire i sintomi di questa patologia. Tuttavia è probabile che l’Uomo del Similaun attribuisse la sua guarigione più ai simboli magici che non al materiale con cui era stata dipinta la sua pelle».

Di queste eredità magiche sopravvivono ancor oggi alcuni lacerti. Ad esempio, l’usanza di baciarsi sotto al vischio a Capodanno, deriva dalla credenza antichissima per cui questa pianta, crescendo sugli alberi morti, fosse capace di rigenerare e donare nuova vita.

Anche le fiabe in cui la principessa bacia il rospo e lo fa diventare principe derivano dai reali effetti allucinogeni che l’essudato della pelle del rospo produce. Da sempre ritenuto animale magico, non è infrequente trovarlo nelle tombe antiche e, immancabilmente, nei ricettari stregoneschi.

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La palma della curiosità spetta però alla leggenda secondo cui Babbo natale viaggia su una slitta volante trainata da renne. Questo si spiega con il fatto che, ancora in area celtica, gli sciamani fossero soliti assumere, durante la festività di Yule, coincidente col solstizio d’inverno, delle sostanze psicotrope che facilitassero i loro contatti col divino. Tra queste, vi era l’urina di renna: il cervide, cibandosi del fungo Amanita muscaria – velenoso per l’uomo – ne filtrava e concentrava con l’urina il solo alcaloide allucinogeno (il muscimolo) eliminando la tossicità del fungo.

Fra le allucinazioni più frequenti durante questo rito vi era quella appunto in cui le renne cominciavano a volare tutt’ intorno, anche perché gli stessi quadrupedi, sotto l’effetto dell’Amanita, sono soliti darsi a galoppate e corse pazze senza scopo apparente.

Andrea Cionci-da La STAMPA

Quei binari del treno di Lenin che rovesciarono la Storia

Quei binari del treno di Lenin …

Domenico Quirico ha ripercorso le ultime tappe del viaggio che il leader russo grazie all’aiuto della Germania, fece nel 1917 per guidare la rivoluzione bolscevica

L’arrivo di Lenin alla «Stazione Finlandia» di San Pietroburgo il 13 aprile del 1917

domenico quirico

Ah! il treno non è certo quello, quello su cui viaggiò Lenin nel 1917. Adesso il convoglio che fa servizio tra la Finlandia e Pietroburgo si chiama «Allegro», sì, in italiano, con bella parola presa dalla musica: l’unica cosa, in fondo, in cui siamo ancora universali.

 

Non ci sono più le colonne di fumo che salivano al cielo come scale senza fine e scottavano le nubi di inverno con nuvole bollenti di vapore, non prorompono i fischietti dei manovratori e i rochi sibili delle locomotive. Alla fine del viaggio, laggiù, a mille verste, allora c’era la Russia scompigliata torbida strisciante saltante miserabile, con l’enorme macina della Rivoluzione già in moto. Oggi ci attende la Russia di Putin, capitalista, apparentemente monolitica e soddisfatta. Indecifrabile, un po’ come il suo capo, all’inizio, quando lo dicevano uomo senza volto.

Tetra, quasi senza neve ma con blocchi di scuro fango ghiacciato, la Finlandia mi accoglie con la sua luce di sempre, artica, un cielo che pare intriso di neon e di ghiaccio, che dà alla testa. Per mezzo secolo questa è stata periferia di Europa e i rapporti con l’ingombrante, diffidente vicino comunista non erano certo agiati e ovvi. «Finlandizzazione» si diceva, ad indicare un metodo politico e ideologico per sopravvivere, improntato a una quieta reticenza: indipendenti, sì, ma con giudizio, senza mai infrangere le ferree regole di una autocensura dabbene. E mi viene in mente che la parola rischia di tornar di moda, trent’anni dopo, per soccorrere altri vicini di nuovo in affanno: la Ucraina, i baltici, la Polonia chissà… Gli imperi purtroppo non dimenticano.

Cento anni! Cento anni dalla Rivoluzione: tanti. Forse troppi per rivivere quell’anno in cui gli uomini vissero più che non altri in un secolo intero. Anzi: le due Rivoluzioni, quella di febbraio che fu vera e popolare insurrezione. Le mani dello zar sullo Stato erano già aggranchite ma la Storia dice le cose senza fretta, perché non trova subito la parola necessaria. E poi Ottobre, che fu invece un golpe dei bolscevichi e di Lenin, e che cambiò il mondo. Come si fa a restituire nelle parole, quel senso che nelle strade di San Pietroburgo tutto fermentava, cresceva al magico lievito della esistenza, e la Storia avanzava a larghe ondate senza sapere dove come un vento silenzioso attraverso le terra e le città e i corpi, abbracciando tutto quello che incontrava sulla sua strada? L’insurrezione sembrava una poesia di Block. L’aria la trasportava sulla Neva leggera come il polline e dura come il piombo e quei semi cadevano nei solchi e nelle teste dando alle cose già aria di primavera, produceva insieme fiori e proiettili. E poi… Che ne resta oggi? Quando coloro che vorrebbero celebrarla sono sconfitti, e gli altri, i vincitori, preferirebbero dimenticarla… Eppure questo è, più di altri, un anniversario obbligatorio. Perché ci obbliga a rispondere alla domanda: dove sta il confine tra ciò che è lecito e ciò che è illecito fare in nome del fine che giustifica i mezzi. Il crimine contro l’umanità non inizia con la condanna staliniana di vari milioni di innocenti ma con la condanna già nel 1917 del primo individuo innocente. Se si comincia a usare la vita umana come un capitale di investimento subito si spalanca un abisso senza fondo. Il terribile tranello delle Rivoluzioni. Nei tempi di fanatismi non più ideologici ma religiosi rispondere è vitale.

Per questo ho deciso, ingenuamente, di arrivare a San Pietroburgo non in aereo ma con il treno: come Lui, l’esule di Zurigo, impaniato fino ad allora nel ciarpame quotidiano di quella Svizzera filistea e rancida, nei dibattiti sterili del «club dei birilli». Via, finito tutto questo, finalmente! si parte per la Russia con il plotone di moglie, amante, attendenti bolscevichi. Approfittando della strategia volpina della Germania che li vuole usare come un bacillo per atterrare il nemico russo.

Sì, voglio scendere come fece Lenin alla stazione Finlandia quando Pietroburgo era appena stata risciacquata dalla piena della rivoluzione. Illusione, forse: cercare di far rivivere il passato come se sfregassi sui vetri.

Provo a immaginare quell’uomo terribile, febbrile, impaziente che vede scorrere, in quel vagone che la leggenda descrive piombato e invece era teatro di incontri e trattative ambigue, le stazioni e i Paesi: la Germania, la Svezia neutrale e poi la Finlandia che era già Russia, sotto la finzione di un granducato satellite. Aveva appena annunciato, un Lenin rassegnato, ai fedelissimi che il mondo nuovo sarebbe venuto per un’altra generazione: noi non vivremo le battaglie della rivoluzione nascente… E invece! Era un regalo della storia una guerra così!

Non assomigliava davvero ai vecchi rivoluzionari russi, imbevuti di idealismo, parolai. La sua energia era l’odio. Il partito che aveva inventato doveva essere votato alla guerra totale, allo sterminio fisico del nemico di classe, un darwinismo implacabile, animale che avrebbe assicurato la vittoria. Odio e bugie: i due fattori più importanti della educazione politica subiti dagli uomini del ventesimo secolo. E di quello che è appena iniziato.

Questa piccola, antica stazione di Helsinki ha imprevedibile quiete e paesane assonanze russe. Non solo architettoniche. Le vecchie porte di legno sono presidiate da una donna che propone icone e libri sacri. Sul legno qualcuno ha inciso una scritta: musulmani fuori!

Il treno, russo, è modernissimo, di lusso. Solo che marcia alla tranquilla velocità dei «direttissimi» della mia infanzia. Come se la modernità si fosse fermata a mezzo, il futuro fosse rimasto in sospeso. E anche in questo assomiglia alla Russia di oggi.

I viaggiatori sembrano usciti da tempi gorbacioviani, tempi di penuria: carichi cioè di involti, pacchi e borsoni, che immagino frutto di giudiziose incursioni consumistiche nei centri commerciali finlandesi. A più basso costo rispetto a quelli putiniani? Difficile crederlo, con la svalutazione del rublo e l’inflazione.

Il treno si muove. Con poca neve i luoghi, la campagna finlandese, assumono un’aria tetra e inaccostabile. Ci lasciamo dietro le stazioni: Tikkurila, Lathi, Kuovola… Tutte deserte di uomini, scale mobili ferme e vuote, nei parcheggi auto che sembrano relitti di una immemorabile glaciazione.

Nel mio vagone una ragazza russa interrompe furibonde liti telefoniche con il fidanzato solo per bere lattine e lattine di birra. Una coppia matura, amanti moderatamente espliciti, prepara le giornate di San Pietroburgo.

Vainnikala è l’ultima stazione finlandese. Ecco la frontiera, e la russa Vyborg. Siamo già alle permanenti conseguenze della Rivoluzione. Fino al 1940 Vyborg era finlandese, l’arraffò Stalin con una guerra brutale e il consenso dell’alleato Hitler. Violenza che è risultata indifferente alla dissoluzione dell’Urss, ai revisionismi di bandiere e frontiere.

Adesso la ferrovia è un binario tra due alti e fitti reticolati come se fosse entrata in una gabbia. Sul treno salgono truccatissime poliziotte russe per i controlli: congegni elettronici moderni e vecchi tamponi. La ragazza, già abbastanza ubriaca, viene prelevata e sparisce con loro…

Accanto a me viaggia un professore universitario, torna da un convegno in Finlandia. Parliamo di Pasternak, il Grande Muto della letteratura russa: noi che abbiamo vissuto la seconda rivoluzione quella capitalistica degli Anni Novanta assomigliamo molto ai personaggi di «Zivago»: «Anche noi come nel ’17 abbiamo vissuto in fondo cose che accadono una volta sola nella storia dell’umanità, la fine degli zar, la caduta del comunismo, poteri infrangibili, eterni. Alla Russia di nuovo era stato strappato via il tetto e, di colpo, ci siamo trovati allo scoperto sotto il cielo. E’ stato terribile, ogni volta. Guardi: sulla rivoluzione non troverà pareri unanimi, il tema è controverso».

L’uomo dell’Est europeo costretto a cercare di sopravvivere alla storia piuttosto che compierla. Che entrati nel ventunesimo secolo può insegnarci molte cose perché come lui siamo rimasti soli in senso etico. Ci ha abbandonato il Dio universale, i nostri miti universali e ci ha abbandonato anche la verità universale. Cento anni dopo la caduta del palazzo d’inverno al posto della speranza del futuro hanno avuto il sopravvento le frustrazioni per gli errori del passato storico, i sentimenti del nazionalismo ferito e la collera del rancore. Ha ragione il professore: dobbiamo pensare a una rivoluzione lunga che inizia nel 1905 e si compie forse oggi nel fragile termidoro dell’età putiniana.

Ecco: stazione Finlandia, sgualcita, mediocre, provinciale come allora, simile a una sosta ferroviaria a Faenza o Voghera. Arrivo per caso alle ventitré, come allora. Era in ritardo Lenin. Festeggiavano già la vittoria i giovani soldati che non volevano andare al fronte, gli operai delle Putilov che avevano conosciuto nello stesso momento alfabeto e rivoluzione. Esultavano i contadini che si erano spartiti onestamente le vacche del padrone e che temevano la resurrezione dalla tomba dei vecchi poliziotti. L’ex zar, ingenuo, spaccava legna e attendeva che «i bambini» (erano in età da marito!) guarissero dal morbillo per andare in esilio. E invece c’era, come destino, la cantina insanguinata di Ipatiev, laggiù a Ekaterinburg. Che restava da fare? Ma Lenin sapeva: che le Rivoluzioni le vincono non gli ingenui, gli eroi che le fanno sulle barricate, ma gli Altri, chi arriva dopo e ha idee e volontà. Verità amara e sempre valida come insegnano le primavere di Tunisi e del Cairo.

Lo aspettavano, quella sera, soldati schierati e una banda che suonava in mancanza di meglio la Marsigliese! Lo portarono per le riverenze e i saluti della «delegazione» nella saletta riservata dello zar, su un’autoblinda improvvisò un comizio fustigando i suoi che già civettavano con i nemici di classe, i menscevichi, i liberali. La sua statua ciclopica oggi sembra continuare quel comizio all’infinito, con gesto perentorio, a indicare il mare e i radiosi destini.

Esco sulla piazza, i lampioni hanno sulla neve accecanti riflessi da sala chirurgica. So che accanto, a cento metri, c’è un luogo che bisogna vedere subito: se non si vuole dimenticare che il dio ha fallito. Sì, bisogna affacciarsi sul vuoto glaciale della necessità storica, dei Grandi Fini e delle soluzioni finali. Sul lungo fiume, accanto alla stazione, incombe lugubremente silenziosa una gigantesca costruzione di mattoni rossi, piccole finestre irte di grate, una altissima ciminiera come di fornace lancia fumo verso il cielo e divide le quattro ali che divergono e gli danno il nome. Sono «le croci», la prigione delle croci. Qui passarono i primi deportati degli inverni terribili del ’17 e del ’18: era un’epoca che non teneva conto degli uomini ma imponeva ciò che voleva lei. Si nominavano già commissari con poteri illimitati, uomini dalla volontà di ferro, con nere giubbe di cuoio, armati di leggi di terrore e di rivoltelle «nagant».

Davano la caccia ai controrivoluzionari, sembravano non dormire mai. Accanto al muro del carcere un giardino è pieno di giochi per bambini. Dall’altro lato della Neva Pietroburgo brilla ancora di luci. La città che fu la rivoluzione (Mosca le venne dietro) ed è la città di Putin, dove è nato e ha costruito la sua carriera. Una città dove la vita sembrava impossibile fra stagioni con venti ore di luce e notti con venti ore di buio, inverni che tolgono il respiro e abortiscono in primavere palpitanti, città che di questa impossibilità ha tutti i segni e i deliri e gli incubi. E’ piombata, per l’ennesima volta, in un’altra vita, vede una umanità che non riconosce per sua nessuna delle forme per cui crebbe la città e vi cammina come attraversando per errore la scena di un teatro. E chi vi giunge, straniero, ha l’impressione di trovarsi in un mondo passato e questo passato sia la sua vita stessa.

Sì, il 2017 che si annuncia di grandi sconvolgimenti, in un tempo in cui il sentimento dominante è un senso di impotente disorientamento, può iniziare qui, da una città e da un anniversario. Dove si è schiantato l’ultimo pilastro dell’ottimismo ottocentesco troncando la corsa all’ultima utopia dell’umanità. Il viaggio di Lenin ci insegna che nessun bilancio teorico delle perdite e dei vantaggi di una rivoluzione potrà cambiare il fatto che in pratica essa si rivela improduttiva. Le rivoluzioni si mantengono al potere proprio perché cessano di esser rivoluzioni, dopo il febbraio arriva sempre un ottobre. E dobbiamo accettare, noi uomini del ventunesimo secolo, che non esista una strada facile e poco costosa per l’utopia.

Shu Lam, ricercatrice di 25 anni, scopre un modo per sconfiggere i super batteri senza ricorrere agli antibiotici

I superbugs, batteri che hanno sviluppato una resistenza agli antibiotici, sono da sempre un grattacapo per gli scienziati, oltre che una minaccia per la salute degli esseri umani .Ma Shu Lam, una giovane ricercatrice di 25 anni, dottoranda alla University of Melbourne in Australia, potrebbe aver trovato finalmente il modo di combatterli senza ricorrere agli antibiotici stessi. La sua ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Microbiology, a detta degli esperti, “potrebbe cambiare il volto della medicina moderna”.

Il nuovo approccio è stato testato soltanto sui topi, ma potrebbe avere effetti positivi anche sull’uomo. Shu Lam ha sviluppato un polimero in grado di uccidere sei diversi ceppi di batteri resistenti ai farmaci, senza ricorrere agli antibiotici, ma semplicemente facendo a pezzi la loro parete cellulare.

“Abbiamo scoperto che questo tipo di polimeri è in grado di individuare e prendere di mira i batteri e di ucciderli in diversi modi”, ha spiegato al Telegraph. “Un metodo consiste nello spazzare via la loro parete cellulare – ha aggiunto -. Ciò crea un forte stress nei batteri e può indurli anche a distruggersi da soli”.

I batteri resistenti agli antibiotici uccidono circa 700mila persone ogni anno. Entro il 2050, secondo uno studio recente, saranno almeno 10 milioni gli esseri umani uccisi da questi “superbugs”. La soluzione offerta da Shu Lam è interessante, ma non è di certo definitiva: la sperimentazione , portata avanti solo sui topi , dovrà capire come reagiranno le altre specie. Inoltre, i polimeri si sono dimostrati efficaci su sei ceppi di batteri resistenti ai farmaci e su un tipo di super batterio, quindi bisognerà continuare ad indagare. Al momento le macromolecole messe a punto dalla ricercatrice sono riuscite ad individuare e a distruggere i loro obiettivi e, generazione dopo generazione, i “superbugs” non hanno sviluppato resistenza ai polimeri. A Shu Lam, intanto, va il merito di aver percorso una nuova strada e di aver provato a combatterli non con un antibiotico innovativo ma con un metodo alternativo.