Pensieri stellari nella notte di San Lorenzo…

Come si diventa filosofi da bambini? Guardando le stelle. Era una sera d’estate e noi bambini passeggiavamo davanti ai grandi in campagna, a poca distanza dal mare, quando scoprimmo in cielo un arazzo grandioso di stelle. Alla meraviglia di quello spettacolo che a casa, in città, non avevo mai visto, udì la voce di mio padre che citava il suo Kant: “Due cose riempiono l’anima di ammirazione e di venerazione, il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Senza capirla coglievo con mente puerile la straordinaria bellezza perché sentivo combaciare il mio essere al mondo, la visione delle stelle e il fremito che suscitavano dentro di me. Fu la prima percezione dell’armonia, della simmetria tra microcosmo e macrocosmo. Quella citazione mi spinse ad amare sin d’allora quella cosa strana che insegnava mio padre, e che era al tempo stesso la sua gioia e il suo lavoro, la sua missione e la sua professione. L’iniziazione alla filosofia partì da quella citazione e dalla connessione tra lassù e quaggiù.
Col tempo del disincanto quella citazione della Ragion Pratica apparve una didascalia dell’ovvio, un po’ manierista. Anzi, col tempo, parve lacunosa, perché contemplava il cielo stellato e l’anima, cioè la trascendenza e l’interiorità, ma non c’era nel mezzo il mondo, la storia, la terra, i legami comunitari, la famiglia, le eredità: era la fondazione metafisica, cosmica e morale dell’individuo solitario.
Però a ripensarci nelle sere d’agosto, davanti a un arazzo brillante di stelle, ti accorgi della sconfinata bellezza di quella massima che riesce a far collimare finito e infinito, coscienza e universo, estetica e morale, umano e celeste in armonioso equilibrio.
Il cielo stellato fu il primo altro regno, la prima figurazione dell’Aldilà, il luogo remoto dove abitano gli dei o dimora l’Essere. Le stelle sono la fonte luminosa del mistero, l’origine celeste della religione e della meraviglia da cui scaturisce il pensiero. Ma i cieli stellati cambiano se li vedi da Konigsberg, dove Kant nacque, visse e morì, o se li vedi dal Mediterraneo, dove il cielo stellato non è una rarità, ma è familiare nei cieli sgombri del sud.
Cosa ci attira del cielo stellato? La siderale distanza, la luce che brilla nel buio, la perenne fissità. Sono gli elementi costitutivi del Mito. Nietzsche lo chiamò Amore per il lontano ed è quella forza misteriosa che ti porta ad amare la lontananza e a fondare su quell’amore ogni proiezione spirituale ed elevazione morale. Il romantico s’innamora della loro distanza e patisce l’incanto; ma il saggio, come Plotino, ci spiega che in quell’amore del lontano c’è la nostalgia di lassù, perché la parte migliore di noi, non caduca, abita nei cieli e infine vi torna. Plotino dà forza e teoria a una percezione antica. In Patagonia le ultime tribù ancora pensano che le stelle siano le anime dei morti che vegliano nei cieli e praticano la caccia nella via lattea. Per Plotino le stelle sono dei a vista d’occhio, anime beate che vivono nella perfezione, contemplando il mondo intelligibile, superiori al tempo, al ricordo e all’attesa. Per noi che le vediamo da quaggiù sono il ponte col passato e con l’avvenire, conservano la memoria del mondo e insieme custodiscono le speranze del futuro, stanno lì da sempre. Che le stelle siano il ponte col passato ce lo spiega proprio la loro lontananza: distano anni luce, e quella misura iperbolica, spazio-temporale, ci dice che noi vediamo delle stelle il passato, è il loro ricordo che giunge a noi dopo anni di distanza. Lo spazio e il tempo si fondono nella lontananza. La spiegazione astrofisica combacia con la visione poetica: le “vaghe stelle dell’orsa” suscitano le Ricordanze leopardiane. Fiorisce la nostalgia, che è il dolore della distanza. Ma le stelle sono anche il calice delle nostre speranze. Nel De bello gallico, Giulio Cesare usò l’espressione de sideribus riferendosi ai soldati che aspettavano sotto le stelle il ritorno dei loro commilitoni dal campo di battaglia. Quell’attesa speranzosa era affidata alle stelle, il ponte che li collegava ai loro fratelli al fronte: quell’attesa fu chiamata desiderio.
Da dove scaturiscono le stelle? Gli astrofisici hanno le loro risposte. Gli umanisti si accontentano di almeno un paio: quella dantesca, “L’amor che move il sole e le altre stelle” che allude a un’energia originaria, e quella nietzscheana “E dal caos nacque una stella danzante” che evoca il magma iniziale e il big bang. Non a caso con le stelle si concludono le tre cantiche della Divina Commedia.
Ci incanta la stella cometa, guida del cammino verso il divino, luce regina dei presepi domestici con le volte stellate di carta, i nostri cieli in una stanza. Vedere la cometa è concesso forse una volta nella vita. Ernst Junger scrisse in un denso libretto del suo privilegio di aver visto “Due volte la cometa”, a 75 anni di distanza. L’incanto delle stelle cadenti nella notte di San Lorenzo nasce dal contrasto tra la fissità perenne e remota delle stelle e la loro spettacolare caducità semel in anno.
Prezioso il consiglio di Pavel Florenkij inviato dal gulag ai suoi figli: “Quando provate dolore nell’anima guardate le stelle. Quando vi sentite tristi, quando qualcuno vi offende, quando non vi riesce qualcosa o vi sovrasta la tempesta interiore, uscite fuori e rimanete a tu per tu con il cielo”. Ci sono tante cose in cielo e in terra oltre il nostro piccolo ego. Male è trascinare le stelle in terra e farne utopie per stravolgere il mondo. Restituiamo le stelle alla loro siderale, inerme lontananza, tra sovrumani silenzi, interminati spazi e profondissima quiete. Il naufragare è dolce, nel mare di stelle. Il cielo stellato è nostalgia allo stato puro, non per un tempo passato o per un luogo remoto, ma per un’origine dimenticata. Come stelle filanti noi passiamo, il cielo resta.

MV

La controra. Per chi non sa cosa sia ve la spiega uno dei miei autori preferiti.

 

Voi non sapete cosa vi perdete a non praticare la controra, rito e delizia dell’ozio pomeridiano estivo. Certo, tante cose si perdono i meridionali che vanno a dormire per un paio d’ore in pieno giorno. Ma quando la calura incombe c’è solo un rimedio che pure somiglia a una resa: stendersi su un letto e cedere al sonno fino a che passa la fase acuta della canicola. Quest’arte di cedere prende il nome di controra, che indica un tempo inverso e sospeso nel cuore del giorno. La controra è uno spreco regale, e un regalo a se stessi che si concedono a metà giornata i suoi devoti, anche più umili. E’ uno dei piaceri ineffabili del sud, di quelli improduttivi che fanno inorridire stakanovisti, calvinisti e turbocapitalisti.
La controra è il filo conduttore per raccontare il sud, per ritrovare la sua magia e i suoi incantesimi arcaici, domestici e pomeridiani. Perché la controra, a cui ho dedicato non pochi scritti, è il vizio e lo splendore del sud; anzi sono convinto che i peggiori vizi del sud coincidano con le sue migliori virtù; ne sono la loro degenerazione, ma in origine avevano un’impronta nobile e felice. Il viaggio nella controra è un ossimoro, perché è come dire muoversi intorno a una stasi, pellegrinaggio nell’inerzia.
Valentino Losito ha pubblicato un libro dedicato alla controra, Zitti zitti piano piano (ed.Secop, p.176, 12 euro) e mi ha chiesto, in veste di antesignano del tema, di scriverne la prefazione. Il libro è un viaggio nel sud, di pomeriggio in pomeriggio, d’estate in estate, con qualche gita a Roma e qualche apporto poetico e letterario di estrazione settentrionale, come i meriggi estivi del triestino Umberto Saba o il meriggiare pallido e assorto del genovese Eugenio Montale. Roma, si sa, è la patria della pennica o pennichella, dell’abbiocco e della cecagna, che da noi in alcune zone del sud si traduce con “appapazzarsi” (dal sostantivo papazza). Saba e Montale invece mostrano che, oltre il sud, l’incanto poetico del meriggio lambisce gli estremi del mare nostrum, mediterraneo, in quelle che paiono le ascelle d’Italia, ligure e giuliana.
Il modo di dire Zitti zitti piano piano è la chiave d’accesso in casa e nelle stanze adibite al riposo, mentre qualcuno sta sognando con gli dei perché è il tempo magico e sospeso della controra. Tutto si fa in silenzio, con calma, cercando di non fare rumore. La controra ci conduce in un mondo di abitudini, liturgie domestiche, allusioni, bisogni che si fanno voluttà, magia, pratiche di vita e di sospensione della medesima, e s’intromette in ambiti che non sono direttamente connessi al suo rito pomeridiano: canzoni, film, liriche, linguaggi.
Chi crede che la controra ci chiuda a chiave nel nostro sud, sbaglia di grosso, perché in altre forme, dalla siesta spagnola e messicana all’inemuri giapponese fino ai pomeriggi oziosi del russo Oblomov, ci sono altre espressioni di abbandono ai demoni meridiani, all’ozio o quantomeno a brevi parentesi oniriche che rimettono al mondo.
Controra è l’ora contraria all’agire. Arriva dopo mezzogiorno, ma il mezzogiorno a sua volta al sud arriva come sempre in ritardo, dopo le due. E si protrae in un pomeriggio infinito che nei suoi apici tocca le cinque e minaccia pure di andare oltre, fino al calar del sole o quando il suo fulgore si fa inoffensivo e spariscono i suoi demoni e le sue empuse. Losito ricorda una variante furba e leggera della controra: il ricorso al divano, per distinguere il sonno della notte dal riposo pomeridiano. Ma io conoscevo e conosco integralisti della controra che il pomeriggio si rimettono il pigiama e vanno a dormire nel letto, altrimenti non è vera controra. Qualcuno dirà che la controra è comunque un privilegio perché non tutti possono permettersi di sospendere due-tre ore del giorno per il riposo pomeridiano. Ma la controra è dei vecchi e dei bambini, costretti alla controra da nonne, zie e madri incantatrici, ma tocca trasversalmente ogni ceto. D’estate si fa controra anche sotto un albero, pausa magari breve ma intensa, dopo aver fatigato duramente.
Pur soffermandosi da pugliese su molti aspetti della controra della sua terra, Losito sostiene che la patria della controra sia la Sicilia. Può darsi, ma la vera differenza è che in Sicilia la controra si è fatta letteratura, è stata per così dire inscenata, come vuole l’indole teatrale dei siculi che si applica anche ai lutti; mentre in Puglia è rimasta muta e casalinga, quasi sommersa, complice segreta della vita quotidiana, per non svegliare chi dorme.
Ricordo i pomeriggi al porto dove i pescatori e soprattutto le loro donne rammendavano le reti. Era un’immagine operosa e calma, al tempo stesso: e l’arte di rammendare evoca la facoltà di rammentare, non solo per assonanza – che da noi è spesso coincidenza perché la t diventa spesso d – rammendando le reti si rammentano le imprese marine a esse legate, i pesci irretiti, le tempeste e le bonacce, la rete del tempo che si sfilaccia e va ricucita dalla memoria delle mani, come una ferita risanata.
Eppure sin da piccoli c’insegnarono che “chi dorme non piglia pesci”; ma poi scoprivamo che il tempo prezioso, da non sprecare, alle volte andava anche ammazzato, per sopprimere i demoni della noia. E andando avanti con la scuola, scoprimmo che l’otium vale molto più del nec-otium, l’ozio classico è più nobile del negozio indaffarato e mercantile, perché la contemplazione è superiore all’azione, secondo la cultura classica e il mondo antico.
“La fretta è del diavolo mentre la lentezza è di Dio” dice un proverbio persiano; e Dio nel nostro sud levantino può davvero definirsi come “il primo motore immobile”, secondo la definizione di Aristotele. Dio mette in moto il mondo ma Lui resta immobile nella divina inoperosità di un’eterna controra. E’ vero, “chi dorme non piglia pesci”, ma “vede gli dei” e abita con loro, seppur nel breve arco della controra.

 M, V

controra

New York Times: la caduta di Draghi? Un trionfo della democrazia.

Dal New York Times arriva una lezione di democrazia alle élite culturali italiane rimaste orfane dopo la caduta del governo Draghi, essendo la sua caduta un vulnus insanabile e i responsabili della sua caduta degli irresponsabili, se non addirittura criminali (tale l’implicito nell’accusa di “draghicidio”).

Questo il titolo dell’articolo di Christopher Caldwell: “La caduta di Mario Draghi è un trionfo della democrazia, non una minaccia per essa”.

Nella nota, Caldwell richiama appunto come la dismissione di Draghi sia stata definita una “catastrofe”, con la JP Morgan che è arrivata addirittura  a parlare di “un colpo di stato populista” (sic) e ricorda come i suoi oppositori siano bollati come “filo-putiniani”. Secondo Caldwell è arduo identificare il Governatore d’Italia come “simbolo della democrazia”, in quanto non è stato eletto, ma scelto dal presidente Mattarella per presiedere un governo tecnico. E, “per quanto onorabile e capace possa essere Draghi, le sue dimissioni sono un trionfo della democrazia, almeno per come è stata tradizionalmente intesa la parola democrazia”.

“Il problema dell’Italia – continua Caldwell – è che i suoi governi ormai servono due padroni: l’elettorato e i mercati finanziari globali. Forse questo è vero per tutti i paesi dell’economia globale. Ma non è così che dovrebbe funzionare la democrazia, e l’Italia è in una situazione particolare” che aggrava tale dipendenza a motivo dall’elevato debito pubblico e di altre criticità.“Più volte negli ultimi decenni la politica ordinaria in Italia è stata sospesa e governi ‘tecnici’ come quello Draghi sono stati chiamati a realizzare misure di emergenza. Ciò significa che il governo italiano ascolta meno i cittadini, anche se li invita a fare grandi sacrifici”. Quindi, dopo una digressione sul populismo di alcune forze politiche italiane che hanno di fatto sfiduciato il governo, ricorda come Draghi sia andato al potere per stabilizzare una situazione difficile, in quanto si diceva che il banchiere centrale “aveva la ‘credibilità’ per calmare i mercati”. “Ma in cosa consiste la credibilità di Draghi? – si chiede Caldwell nel passaggio più importante della nota -. In una democrazia la credibilità deriva da un mandato popolare. In un ‘governo tecnico’, la credibilità deriva dai collegamenti con banchieri, autorità di regolamentazione [finanziaria] e altri addetti ai lavori. Quando una persona nella posizione di Draghi prende il potere, può non essere chiaro se la democrazia stia cercando l’aiuto delle istituzioni finanziarie o se le istituzioni finanziarie abbiano messo la democrazia in un angolo”.

Il rischio insito in tale situazione è che ciò che “i gestori del rischio tecnocratici stanno gestendo potrebbe essere la democrazia stessa”.

Quindi, dopo aver richiamato alcune riforme del governo Draghi che avrebbero irritato gli italiani, spiega come l’irritazione di fondo più che altro era per “l’affronto” portato alla stessa democrazia dalle istituzione finanziarie e dagli ambiti internazionali a esse correlate.

E conclude: “Agli italiani è stato essenzialmente detto: puoi avere i soldi per salvare il tuo paese solo se il tuo primo ministro è Draghi, altrimenti non ne avrai. Date le circostanze, non c’è nulla di ‘populista’ né di filo-putiniano o di irragionevole nel preoccuparsi delle conseguenze per la democrazia”.

Articolo lucido e intelligente, mentre registriamo con qualche sconcerto le parole del leader del partito democratico, Enrico Letta: ““Vogliamo la verità e sapere se è stato Putin a far cadere Governo Draghi”. Dichiarazione che nasce da un documento più o meno tossico pubblicato su un giornaletto italiano.

In politica, anche quella con la p minuscola, servirebbe un po’ di igiene verbale. Questa, in particolare, indulge ad aggiungere anche l’igiene mentale.

Il poveretto, evidentemente, si vuole accreditare presso Washington come atlantista di vaglia, riecheggiando polemiche che hanno dilaniato la politica americana. Ma ciò che oltre Atlantico è tragedia lacerante, qui risuona come grottesco teatro dell’assurdo. Una teatro del quale il nipote del più noto Gianni appare prigioniero, condizione che indulge alla compassione.

Chiediamo scusa ai lettori per la digressione, era solo per accennare alle prospettive che si sono aperte dopo la caduta del Drago: se la campagna elettorale inizia così, ne vedremo delle belle. Per fortuna sarà breve e balneare.

Antropologia di un gesto, Paolo e Francesca si baciano ancora.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, il bacio di Paolo e Francesca
Jean-Auguste-Dominique Ingres, il bacio di Paolo e Francesca

Dalla Divina Commedia ai personaggi contemporanei. Non c’è contatto che abbia colpito di più la fantasia letteraria

Dal bacio di Paolo e Francesca a quello di Paola e Francesca. Il primo, reso immortale da Dante finì in tragedia, il secondo fra Paola Turci e Francesca Pascale, con un matrimonio. Gli amanti della Divina Commedia furono sorpresi sul fatto dal di lei marito. La cantautrice e l’ex di Berlusconi sono state paparazzate labbra sulle labbra. In un caso galeotto fu il libro, nell’altro uno yacht. Eppure, al di là delle differenze è pur sempre un bacio a simboleggiare l’amor che a nullo amato amar perdona. E non è un caso che magazine, tv e social in questi giorni abbiano tutti rispolverato i versi del V Canto dell’Inferno, rendendo iconiche le testimonial dell’amore LGBTQIA+.

Perché quello di Paolo e Francesca è il bacio più celebre della letteratura. Un bacio che nasce da un altro bacio letterario. Quello altrettanto proibito che Ginevra, moglie di re Artù, scambia con il prode Lancillotto, raccontato dal grande poeta Chrétien de Troyes, nel libro che accende la passione dei due young adulterers.

Quel turbine di desiderio immortalato dalle terzine vertiginose di Dante ha colonizzato la vita sentimentale di generazioni di studenti. Mescolandosi ai turbamenti dell’adolescenza. “Ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene – dice Antonello Venditti in Compagno di scuola – perché, ditemi, chi non si è mai innamorato di quella del primo banco?”.

Gli unici a poter contendere agli amanti di Rimini la palma del bacio fatale sono gli amanti di Verona, Giulietta e Romeo. Con una bella differenza. I primi sono due ragazzini ingenui, tutti fremiti e palpiti. Basta un libro a farli andare fuori di cabeza. Mentre la Giulietta di Shakespeare appare molto più scafata di Romeo, quasi una metrosexual. Lui, ingenuo, paragona le sue labbra a due timidi pellegrini in cerca della sacra bocca dell’amata. Mentre la ragazza Capuleti la sa lunga e valuta da uno a dieci l’arte filematica del Montecchi. “You kiss by a book” – gli dice compiaciuta – “baci come un libro stampato” o, se preferite, “baci da manuale”. Insomma, il libro galeotto è diventato un tutorial.

Il sì di Paola Turci e Francesca Pascale a Montalcino il 2 luglio 2022

Il sì di Paola Turci e Francesca Pascale a Montalcino il 2 luglio 2022 

Quello che evidentemente non ha letto Otello che, accecato dalla gelosia, scambia i baci d’amore di Desdemona per prove del suo tradimento. E quando la uccide nel sonno, la bacia e continua a parlarle di baci: “E non c’è altro modo che questo: uccidermi, per morire in un bacio”. La scena ha una lunga eco letteraria e musicale, fino al libretto scritto da Arrigo Boito per l’Otello di Verdi dove il Moro dopo il femminicidio canta “un bacio, un bacio ancora, un altro bacio”. Con una sorta di triangolazione delle citazioni, perché la frase di Boito si ispira a un passo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo dove Lorenzo, uno dei protagonisti del romanzo, scrive all’agognata Lauretta “O! un altro tuo bacio, e abbandonami poscia a’ miei sogni e a’ miei soavi delirj: io ti morrò ai piedi”.

Insomma, sulla letteratura piovono baci in tutte le direzioni, come quelli di cui Vronsky copre il viso e le spalle di Anna Karenina nell’omonimo romanzo di Tolstoj. Ma la fiaba e il fantasy sono un vero catalogo di prodigi filematici, aspirazioni bocca a bocca, suzioni fatali. A cominciare da quelle del Dracula di Bram Stoker, il più nefasto tirabaci dell’Ottocento.

Ma la magia del bacio, il suo potere di cambiare anima e corpo delle persone ha nelle favole e poi nel cinema la sua consacrazione. L’idea di fondo è che in ogni ranocchio è nascosto un principe e in ogni serpente una principessa che solo un bacio potrà restituire alla loro bellezza originaria. A questo genere appartengono storie come La donna serpente di Carlo Gozzi una favola teatrale settecentesca. O ancor prima l’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, dove il prode cavaliere Brandimarte libera la fata Febosilla trasformata in rettile da un mago invidioso. Va da sé che l’indomito slinguazza senza esitazioni il biscione. E il lieto fine è assicurato.

Alla stessa famiglia di miracolate appartiene la Bella addormentata nel bosco, svegliata dal bacio del principe dopo un sonno di cento anni. Senza dire di Biancaneve che dopo aver assaggiato la mela della strega piomba in uno stato di ibernazione da cui solo le labbra amorevoli del principe la tirano fuori. Più o meno come succede ad Anna, principessa di Arendelle e coprotagonista di Frozen-Il regno di ghiaccio, il film d’animazione che ha stracciato tutti i record d’incasso.

Ma non si creda che siano solo e sempre le donne ad aver bisogno degli uomini. Anche i principi hanno i loro inestetismi da incantesimo. Trasformati in mostri come ne La bella e la bestia. E nemmeno i paperi fanno eccezione. Ne La leggenda di Papertù, geniale crasi fra Paperino e Artù, il pennuto più famoso di sempre viene trasformato in rospo dalla perfida maga Ameliana. L’incantesimo viene spezzato solo dal bacio della principessa Paperinevra, Paperina più Ginevra.

Ma adesso, al tempo del #MeToo, quei baci favolosi incappano spesso e volentieri nelle censure del politicamente corretto. Nel 2017 Sara Hall, una mamma inglese, ha chiesto di cancellare la Bella addormentata dai programmi scolastici del Regno. Motivazione. Il principe è uno stalker che ha baciato la dormiente senza il suo consenso. Ha rincarato la dose la sociologa giapponese Kazue Muta che ha accusato il principe di Biancaneve di atti osceni su una partner priva di sensi.

Per ragioni analoghe l’attrice Keira Knightley ha deciso di vietare a sua figlia Cenerentola e pure La sirenetta. Con tutto il rispetto, accusare di sessismo un autore di 2000 anni fa o i fratelli Grimm è come multare per eccesso di velocità i piloti di Formula Uno.

In realtà, questo revisionismo applicato alla fiaba è la prova provata della potenza simbolica di questo gesto antico quanto il mondo. A partire dalle Metamorfosi di Ovidio dove lo scultore Pigmalione bacia la statua di Galatea e la trasforma in una bellissima donna in carne e ossa. Fino al mondo dei Manga e degli Anime, dove siti specializzati stilano la classifica dei baci più amati dagli adolescenti. Insomma, con buona pace della cancel culture, il bacio resta un evergreen del discorso amoroso. Di ieri e di oggi.

La democrazia è nociva, abroghiamola!

Cade la Dragocrazia, s’intravede malconcia la democrazia che torna con la politica e col popolo sovrano, con grave scorno dei poteri alti, di Mattarella e del Pd. Ma andiamo con ordine.

S’i fosse Drago arderei lo governo. Mettetevi nei panni, anzi nelle squame, di Mario Draghi: perché restare ancora al governo? Accettò di guidare un governo d’emergenza con la prospettiva finale di andare dopo un anno di graticola al Quirinale. Dove avrebbe potuto svolgere il suo ruolo extra partes e la sua missione umanitaria di rappresentare l’Italia nel mondo e tra i poteri che contano.
Un anno fa era acclamato dal Paese, ci liberava da un governo e un premier insopportabili, offriva una tregua politica a un paese lacerato, pur essendo riconosciuto come la longa manus dei Poteri Alti. Ora, invece, la situazione si è fatta difficile perché dopo essersi accollato le conseguenze della pandemia, Draghi è accorso ad accollarci le conseguenze della guerra in Ucraina, dove abbiamo fatto davvero poco per ribaltare le sorti del conflitto e neutralizzare Putin, ma abbiamo fatto davvero tanto per inguaiarci noi, indebitarci, veder schizzare l’inflazione e mettere a repentaglio le forniture energetiche.
I consensi nei confronti suoi e del suo governo erano calati molto con l’aria condizionata; tante ironie si sprecavano sul governo dei migliori e in autunno s’annunciava la catastrofe economico-energetico-sanitaria; era il momento giusto per tagliare la corda, e i grillini gliene stavano offrendo una mezza possibilità. Era anche un modo per restituire la pariglia a Mattarella, ai dem e ai loro soci di minoranza che non lo hanno voluto al Quirinale ma solo a tirare le castagne dal fuoco. Invece è partito il pressing mondiale, dal più grande leader al più piccolo sindaco, da Mattarella ai Dem, dalla grande finanza ai clochard, mancavano solo l’Onu e la Croce Rossa per bloccarlo a Palazzo Chigi. Perché un uomo di 75 anni, che ha già ottenuto i maggiori incarichi di potere, avrebbe dovuto lasciarsi friggere in padella e giocarsi il nome costruito in una vita? Il suo interesse era andarsene, ma non poteva, perché doveva rispondere a un’entità superiore che non è lo Stato, la Democrazia, l’Interesse generale, ma una cupola di poteri intrecciati che non passano dalle urne e che sono dietro la sua luminosa carriera. E che consideravano un imperativo categorico restare a ogni prezzo al governo e non andare al voto. Allora Draghi ha deciso di andare avanti all’infinito, magari restando poi il Santo Protettore di un campo largo filodraghiano dopo l’inevitabile voto del ’23. O in alternativa, aspettarsi altri incarichi prestigiosi a livello internazionale, più la vigile attesa con tachipirina fino a che Mattarella lasci in un modo o nell’altro il Quirinale. Ma la strada di quest’autunno era tutta in salita e piena di burroni. Poi Draghi in Parlamento ha bistrattato i partiti, fingendo di lusingarli, ha maltrattato i grillini pur lanciando occhiate dolci, e ha chiesto un governo più suo, con più ampi poteri. E lì qualcosa si è interrotto, qualcosa è saltato. Salvini e Berlusconi che avevano compiuto l’errore madornale di mandare Mattarella anziché Draghi al Quirinale, accettando la linea del Pd, vista ora la deriva oligarchica che voleva imbrigliare il paese, si sono ricongiunti alla Meloni, anche per non dare solo a lei i consensi degli scontenti. Ed è venuto fuori il papocchio di ieri in Parlamento.
Per carità, sarà sbagliato andare di corsa a votare, è un salto nel buio, quando invece nel buio ci stavamo andando seduti nel treno guidato da Drago Draghi. Ma se è per questo tra un anno circa, diciamo tra nove mesi per essere ostetrici, quando cioè si doveva andare a votare per forza di scadenza, cosa sarebbe cambiato? Ci avrebbero detto ancora di non fare salti nel buio e qualcuno avrebbe ripetuto quel che dice oggi e diceva un anno fa: o Draghi o morte. Dopo aver ripetuto pochi mesi fa: o Mattarella o morte.
Ma come sono responsabili, loro, vogliono preservarci dall’avventurismo e dalle cadute nel buio… Faccio solo osservare, sommessamente, che quella catastrofe da voi prefigurata, quel precipizio tremendo che ci aspetta, un tempo si chiamava diversamente: il suo nome era democrazia, alternanza di governo, libertà di voto e sovranità di popolo. Ora voi direte: ma il rischio è troppo alto, e perciò vogliono tenerci ancora sotto tutela, come ai tempi della pandemia, come ai tempi di Berlusconi da cacciare, come ai tempi di Monti, Napolitano, Gentiloni, e via dicendo…
Nei prossimi manuali di scienza politica si definiranno ottimi i governi che non passano dal voto, pessimi quelli che ne scaturiscono; poi si definiranno responsabili i governi che contengono i dem, irresponsabili i governi senza di loro. E si aggiungerà che i migliori politici sono per definizione coloro che non lo sono, cioè i tecnici, gli oligarchi, i commissari internazionali.
Condivido tutte le riserve sull’armata brancaleone della politica e non nutro fiducia per nessuno di loro, sia esso tribuno della plebe o affiliato della Cupola. Però vi dico, a questo punto perché tenere ancora in vita la democrazia, pur nella forma ipocrita di democrazia delegata o parlamentare? Perché non dichiarare ormai superata quella fase chiamata della sovranità popolare e libero voto in libero Stato? Non vediamo che o vincono i suddetti emissari della Cupola o la democrazia corre gravi pericoli, e martellanti campagne già si attrezzano per demolire in partenza governi con Meloni indigesti? E allora anziché cominciare prima con le campagne, poi con le intimidazioni, quindi con le minacce internazionali, gli assalti giudiziari e i ricatti economici, e infine boicottare i governi non allineati alla Cappa, perché non dichiarare ufficialmente che siamo nell’era delle oligarchie e dei governi calati dall’alto? Perché inventarsi un’emergenza dopo l’altra se possiamo più lealmente dichiarare che siamo passati a un’altra forma di governo e non sono più ammesse defezioni da parte del popolo sovrano alla linea imposta dai Grandi Poteri che contano? Avete anche un magnifico alibi a vostra portata, l’esempio disastroso dei grillini al governo e in parlamento, e dunque potete ben dire: vedete dove porta e come finisce il populismo e il voto sovrano?
Allora dichiarate che abbiamo eterno e infinito bisogno dei Draghi come dei Mattarella, e quel bisogno si abbrevia semplicemente in bis. Bene bravi bis, for ever. L’Italia senza di loro è una terra abitata solo da cinghiali, da incapaci e da dementi: per fortuna che abbiamo loro, Drag Queen e King Mattarel, i nostri sovrani a vita, come la Regina Elisabetta, ma loro non si sono limitati a regnare, come lei, ma sottogovernano con i poteri conferiti dalla Cupola internazionale. Mario per sempre, con Papa Sergio. Poi è arrivata la ventata di pazzia e ci siamo ritrovati, ma guarda un po’, in una situazione analoga a quella della Gran Bretagna: senza un governo in piena guerra, ancora in pandemia, in grave crisi economica ed energetica. Ma se cade Johnson eletto dal popolo sovrano è cosa buona e giusta, se cade Draghi, non eletto, è una tragedia. Salvo colpi di coda, si andrà a votare nel primo autunno. Torna malconcio e in vesti grottesche quel mostro chiamato democrazia, o perlomeno un suo parente o sosia.

MV

L’età dell’impotenza…

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Il ghiacciaio si scioglie e genera una tragedia sui monti, sulla Marmolada. Il clima impazzisce e genera disastri atmosferici nel pianeta. Il contagio del covid riprende a correre per il terzo anno. In Ucraina la guerra continua e nessuno riesce a fermarla. E aspettiamo la solita, inevitabile catena di incendi d’estate, che di solito partono da errori o colpe ma si ripetono sempre, e non c’è efficace prevenzione e dissuasione.

Per completare il quadro e aggiungere benzina sul fuoco, non c’è giorno che la follia di un uomo non si scateni su vittime innocenti, dagli Stati Uniti al mondo. I sistemi di sorveglianza e controllo nulla possono davanti all’imprevedibile follia, alla malvagità senza movente. Si pensa che il rimedio sia solo vietare le armi, e può essere un mezzo per limitare le occasioni e il numero delle vittime, ma non estirpa certo il male.

Eventi disparati, atmosferici, sanitari, storici, delitti ambientali, umane follie ma che rivelano una cosa: siamo entrati nell’Età dell’Impotenza. Qualcuno dirà che siamo rientrati nell’Età dell’Impotenza e altri, più accorti, diranno che in realtà non ne siamo mai usciti. Da sempre ci dominano fattori ingovernabili, che un tempo chiamavano Sorte, Fato, Necessità. E ad essi si aggiunge il fattore ineliminabile che potremmo definire con tono biblico malvagità, umana o non solo. Ma quel che più colpisce è la percezione della nostra Impotenza rispetto agli accadimenti, in un’epoca che invece è culturalmente dominata dalla Volontà di Potenza e dai desideri illimitati. Ci hanno allevato alla libertà e ai diritti come principi assoluti, ci hanno insegnato che la modernità si distingue dall’antichità perché l’uomo domina e non subisce il destino e gli eventi, e invece ecco rivelata tutta la nostra impotenza. In che senso nostra? In senso personale, prima di tutto. Poi in senso sociale. Nulla possiamo da soli, ma anche insieme, pur essendo preziosa la solidarietà e pure il conforto comunitario. Ma anche riferita agli Stati, al Potere delle Istituzioni, della Scienza, della Tecnica, della Terapia, la condizione impotente non cambia. Nessuno riesce a fermare queste emergenze, e non dico solo quelle impreviste, ma anche – e soprattutto – quelle previste, annunciate da tempo o temute da anni. Non c’è possibilità di prevenzione, non ci sono protocolli e misure per frenare e nemmeno per rispondere agli eventi che si abbattono su di noi. I vaccini non bastano, o forse non servono, si insinua perfino il dubbio che siano la principale causa delle varianti e della ripresa dei contagi. Ovvero il rimedio non frena o estingue il male, e forse addirittura lo provoca (senza considerare gli inquietanti e rimossi effetti collaterali). I discorsi sull’ecosostenibilità, sul riscaldamento del pianeta, sul tracollo climatico sono montagne di parole che partoriscono topolini, impotenti rispetto al funesto evento di un ghiacciaio che si scioglie e trascina gli uomini nella rovina. Grandi mobilitazioni, piccoli risultati. Anche perché per sperare di ottenere risultati sensibili, ammesso che si sia ancora in tempo, si dovrebbe rimettere radicalmente in discussione il modello di società in cui viviamo. Non solo arrestare lo sviluppo, ma arretrare perfino. Anche i più scalmanati sostenitori della svolta ambientalista non riuscirebbero ad accettare le implicazioni e le limitazioni enormi al nostro attuale modo di vivere.

Vanamente i media, i poteri, cercano di colpevolizzare i popoli e i cittadini, e quasi scaricare sulla loro incuria e refrattarietà a seguire i protocolli di sicurezza, se la pandemia riprende, se la terra impazzisce, se accadono incendi e se non si sopportano le conseguenze delle misure per dissuadere i malvagi e i guerrafondai. In realtà la responsabilità dei singoli è morale più che reale. Il raggio d’incidenza dei singoli comportamenti è quasi impercettibile. E comunque agisce in minima misura sugli effetti ma è del tutto inerme rispetto alle cause, ai processi in corso, alle minacce incombenti. Il senso di impotenza scatena inevitabilmente l’ansia fino all’angoscia che non è uno stato provvisorio, limitato nel tempo e alle circostanze, ma coinvolge interamente la nostra mente, la nostra persona e il nostro tempo presente e futuro. L’ansia ci avverte di un pericolo, l’angoscia ci dice che non c’è scampo. Dunque, lo stato dell’angoscia è legato alla percezione dell’impotenza. Che è poi il senso proprio della tragedia, dove non c’è rimedio, non c’è via d’uscita. È l’età dell’Impotenza.

Ma si può vivere con questa spada di Damocle pendente sulle nostre teste, si può essere cittadini leali e osservanti delle norme se il potere non ci garantisce la prima delle fonti su cui sorge lo Stato, ossia la sicurezza o l’argine alla paura? Ecco il pericolo che si aggiunge a quelli legati agli eventi: che si possa allentare o sciogliere il patto su cui regge l’alleanza tra potere e popolo, tra governanti e governati, visto che gli Stati non garantiscono effettivi argini ai cataclismi e alle tragedie. E allora, non ci resta che convivere con la catastrofe? Dobbiamo comunque reagire, prevenire, aumentare la soglia di attenzione e di sicurezza, ma dobbiamo cambiare mentalità. L’uomo non è il signore dell’universo, la nostra vita non è assoluta e permanente, ricacciamo la volontà di potenza e i desideri illimitati, recuperiamo il senso del limite, accettiamo il nostro destino con amor fati. Siamo fragili, mortali, esposti al pericolo. Solo un dio ci può salvare. O peggio, solo un dio si può salvare.

(Panorama n.29)

La nostalgia non è una malattia.

Ma la nostalgia è un vizio o una malattia? È vero che ci rende prigionieri dei ricordi, non ci fa vivere nella pienezza del presente e fa procedere a testa indietro verso il futuro, ostaggi della retro-topia, come la chiamava Zigmunt Bauman? L’unica nostalgia oggi ammessa è il vintage, la commercializzazione di oggetti e mode del passato.
A lungo, nostalgico è stato un appellativo usato per definire e deprecare chi ha posizioni politiche reazionarie, a partire dai neofascisti; ma la stessa cosa vale per i monarchici e i nostalgici dei Savoia, degli Asburgo, dei Borboni. Perfino Federico Fellini definì il suo Amarcord “un film sul fascismo dentro di noi” affermando che il fascismo e l’infanzia fossero stagioni permanenti in lui. Ma la nostalgia è un sentimento impolitico o al più prepolitico che non si fonda sulla memoria, che è un tornare alla mente, ma sul ricordo, che è un tornare al cuore. La nostalgia va oltre il piano storico, politico e polemico; tocca l’anima, la vita, il pensiero, l’arte, la letteratura, la metafisica.
C’è una filosofia della nostalgia che va ricercata prima in Platone e poi in Plotino, il suo pensiero del ritorno all’Origine, per ricongiungersi all’Uno, alla Casa, allo stesso Platone; e il suo vivere sulle tracce di tre civiltà perdute o declinanti: egizia, da cui proveniva, greca in cui si riconosceva, romana in cui viveva al tempo del suo declino, nel terzo secolo dopo Cristo. Filosofia del ritorno e della nostalgia fu pure quella di Giovanbattista Vico. E altri percorsi nostalgici furono intrapresi nell’ottocento da poeti e scrittori romantici o nel novecento in ambito psicologico, da Jung a Hillman. Ma c’è soprattutto una letteratura della Nostalgia che si oppone alla letteratura dell’Esodo, come l’Odissea alla Bibbia: parte da Omero e poi percorre tutti i tempi, fino ai nostri giorni. E trionfa con Marcel Proust che percorse contromano il novecento fino a raggiungere il cuore del secolo precedente. Con Proust avviene la rivoluzione copernicana della nostalgia, perché non si riferisce più a un luogo lontano ma a un tempo perduto. Tre fili dorati s’intrecciano nella Recerche: la curvatura del tempo, col passato che riaffiora nel presente; il ponte dei ricordi, introspettivo, che collega la realtà all’antro nascosto dell’anima, dove sorgono le idee e i sentimenti. E infine la scoperta che le cose sono animate; liberate dall’inerzia del banale parlano e vibrano in esse tracce allusive di un tempo remoto. La nostalgia di Proust scava nella memoria, nel cuore dei tempi e nella vita nascosta delle cose.
La nostalgia non è una patologia come talvolta si ripete, ma una facoltà innata dell’anima, un sentimento originario che  ci costituisce. I doni della nostalgia sono copiosi, anche se intinti nell’amarezza. Bisogna però distinguere i piani e le forme della nostalgia. Come l’Afrodite platonica c’è una nostalgia urania, celeste, e una nostalgia pandemia, volgare. C’è la nostalgia come alibi per non affrontare la realtà e rifugiarsi nel passato, nel già vissuto. C’è la nostalgia come prigionia che inibisce il rapporto con la vita reale e la con il futuro. C’è la nostalgia come velleità di restaurare pezzi di passato o fingere che il tempo non sia trascorso.
Ma c’è pure la nostalgia che non nega la realtà, non rifiuta il presente e tantomeno il futuro – c’è pure la nostalgia dell’avvenire – e non oppone il mito alla realtà, ma vive il mito sapendolo distante dall’odierno fluire dei giorni. Quella nostalgia è un’apertura dell’anima agli incanti del passato, è una fedeltà intelligente ai nostri mondi perduti, è una carezza tenera e struggente a quel che ci è caro, tra affetti, cose, paesaggi che durano oltre la loro scomparsa. E in questa chiave la nostalgia si fa gravida e feconda di pensieri, opere e visioni, genera poesia e narrazioni. La poesia nasce da una nostalgia preventiva: mentre vivi un’esperienza, un incontro, una presenza, prefiguri il suo svanire, avverti il presagio della sua assenza. E da quel sentimento di perdita sorge la poesia, che è il tentativo di eternizzare o far tesoro di quel momento, quel luogo, e portarlo in salvo nell’altrove della poesia, oltre il tempo e lo spazio. La poesia salva i volti, le anime, i mondi dalla rovina e li custodisce nella teca della nostalgia. E poi la musica, e il cinema, e l’arte, coltivano la nostalgia, e attraverso di lei toccano la grazia dei momenti indimenticabili.
Nella nostalgia non fingi che quel mondo sia ancora vivo e reale, cogli tutto lo scarto tra il passato e il presente; quel che è vivo del passato è semmai la tradizione, che si trasmette e si tramanda. Ma la nostalgia sa di abitare un mondo che non c’è più e non pretende di ripristinarlo, non è preda del revanscismo e nemmeno dello spiritismo. Il fascino della nostalgia è lì: evoca un evento o uno stato irripetibile. Non puoi rifarlo né puoi cancellarlo. Come i classici, le grandi imprese, gli affetti e gli amori perduti. Si addice alla distanza nello spazio o nel tempo; nostalgia del primo tipo fu quella di Ulisse nel suo percorso a ritroso verso la sua Itaca; nostalgia del secondo tipo fu quella di Proust alla ricerca del tempo perduto. Nel nostro tempo, le distanze si accorciano e sono possibili i ritorni; mentre restano irraggiungibili i mondi perduti del passato, e dunque la nostalgia si addice più all’infanzia, alla giovinezza ormai lontana, piuttosto che alla casa remota, alla patria lontana. La nostalgia è quel dolce dolore che pervade l’anima e la mente per una lontananza che sentiamo vicina e per un’assenza che avvertiamo presente.

MV

Ucraina: la propaganda della Nato è alla corda.

 

Gli obiettivi dichiarati dalla Russia nella sua invasione dell’Ucraina rimangono il cambio di regime a Kiev e la fine della sovranità ucraina in qualsiasi forma essa sopravviva all’attacco russo, nonostante le battute d’arresto dei militari russi e la retorica che allude a una riduzione degli obiettivi della guerra dopo tali sconfitte”. Questo sarebbe il significato delle dichiarazioni rese ieri dal segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, secondo l’Institute for the Study of War, il think tank dal quale i media mainstream Usa, e a ricasco quelli europei, dipendono per le loro notizie e analisi di guerra.

La nota dell’ISW, fedele al suo obiettivo guerrafondaio, conclude così la sua analisi: “La dichiarazione di Patrushev aumenta notevolmente l’onere per coloro che suggeriscono che sia possibile un cessate il fuoco tramite compromesso o addirittura una pace basata su limitati guadagni territoriali russi, anche se fosse accettabile per l’Ucraina o desiderabile per l’Occidente (e non è questo il caso)”. Così, quindi, il think tank guidato dai noti guerrafondai neocon sotto la guida di Kimberly e Frederick Kagan, Bill Kristol e i loro compagni di merende.

In realtà, alla notizia della conquista di Severodonetsk, Putin ha dichiarato esplicitamente che l’obiettivo della campagna russa è il Donbass (AdnKronos), facendo seguire a tali parole il ritiro da Snake Island, la porta di Odessa, confermando con i fatti le parole.

Ma alla follia neocon non c’è limite, né si riscontra un limite, se non in via eccezionale, nella dipendenza dei media mainstream dalle loro direttive (a proposito di autoritarismi e democrazie).

Si può riscontrare tale dipendenza da un particolare: per mesi i media hanno accusato la Russia di bloccare il grano ucraino nei porti del Mar Nero (con riferimento specifico a quello di Odessa) e, in tal modo, di essere responsabili del dilagare della fame nel mondo.

Dopo il ritiro da Snake Island, cioè la liberazione del porto di Odessa, questo tema è stato semplicemente rimosso dalla narrazione, nulla importando che, nonostante lo sblocco della situazione, nessuna nave ucraina sia partita col suo carico di grano dal porto in questione per sfamare il mondo; né si hanno notizie di uno sminamento da parte degli ucraini delle acque antistanti, che loro stessi hanno disseminato di tali ordigni… Tant’è.

Intanto, la Russia annuncia che ha distrutto due batterie di lanciamissili HIMARS nella regione di Lugansk… La Nato aveva assicurato, tramite politici e media, che tali sistemi d’arma avrebbero ribaltato le sorti del conflitto (vedi ad esempio AdnKrons: “Lanciarazzi Himars in Ucraina: perché possono cambiare la guerra”).

E su tale assunto hanno fondato la necessità di continuare questa guerra che, se invece è persa, sarebbe inutile, anzi controproducente, proseguire (inutile strage, inutili le sofferenze globali causate delle sanzioni, sprecati i soldi dati alle industrie delle armi).

Ad oggi pare siano stati inviati in Ucraina una decina di HIMARS, otto americani e due britannici (almeno stando agli annunci, troppo spesso caotici). Ma alcuni di essi potrebbero non essere ancora arrivati o, se giunti, non ancora pervenuti al fronte, da cui la possibilità che siano distrutti prima ancora di essere usati in battaglia, come capita ad altri armamenti Nato,

D’altronde era ovvio immaginare che, se anche fossero stati risparmiati dal fuoco preventivo, una volta che fossero giunti destinazione e avessero iniziato a sparare venissero subito individuati, diventando così il target più rilevante per i missili russi.

Invano abbiamo cercato la notizia della distruzione di tali armamenti su fonti d’Occidente, essendo stata rilanciata solo dall’ignoto bulgarianmilitary.com.

Tale oblio può essere spiegato facilmente: non si tratta solo di un rovescio sul piano militare, ma del crollo dell’intera narrativa sulle magnifiche sorti e progressive di questa guerra per procura, che gli HIMARS hanno rilanciato.

Se vera la notizia (e tale sembra), c’è da inventarsi un’altra narrativa sulla vittoria ucraina, ma dopo mesi passati a contrabbandare quella legata all’invio dei magici lanciarazzi, è davvero arduo.

Così trattare col nemico resta l’unica via per evitare un’inutile ulteriore distruzione dell’Ucraina e che la frustrazione di neocon e compagni spinga la Nato a interventi più diretti e incisivi, cioè all’escalation. Non si tratta di essere pacifisti a oltranza, ma semplicemente realisti, come nel caso di Henry Kissinger.

La vergogna di non essere ignoranti…le meraviglie dei social-

di Aldo Cazzullo

La risposta di Fedez a Gerry Scotti durante la diretta di “Muschio Selvaggio” si appella alla nostra ignoranza

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Il punto non è che Fedez ignori chi sia stato Giorgio Strehler . Il punto è che Fedez si appella alla nostra ignoranza, ci chiama a correi o complici, se ne compiace e ci compiace, o pensa di farlo. Fedez non chiede a Gerry Scotti (che al confronto pare Bobbio): chi era Strehler?. Chiede a noi: «Chi cazzo era Strehler, raga?». Come a dire: non c’è nessun motivo per saperlo, sono certo che non lo sappiate neanche voi, avanti così che andiamo bene.

Davvero; il punto non è la cultura generale degli artisti. Tranne rare eccezioni (un Riccardo Muti, un Francesco De Gregori), quasi mai gli artisti hanno fatto studi regolari, hanno letto molti libri, hanno una cultura accademica. Ma gli artisti hanno il radar. Hanno antenne che consentono loro di capire, e mettersi in sintonia con le persone. Lucio Dalla ad esempio non aveva studiato, ma era una persona coltissima, sapeva moltissime cose, e ancor di più ne aveva comprese o intuite. Al Bano non è Lucio Dalla; ma su Putin ha dimostrato di avere chiare cose che all’evidenza sfuggono a professori narcisi che hanno passato la vita a studiarle. Se Fedez ha risposto come ha fatto, è perché pensa, o forse sa, che l’ignoranza è ormai considerata una virtù. Forse è sempre stato così: l’italiano è l’unica lingua in cui la parola “ignorante” sia usata in un’accezione positiva; il pane genuino è “cafone”, gli osti romagnoli chiamano “ignoranti” le tagliatelle più saporite (e in un negozio di vestiti ho sentito definire “ignoranti” pure giacche che calzavano bene). Però l’era dei social ha definitivamente sdoganato l’ignoranza come valore; e a invertire la rotta non sarà la resipiscenza di un Di Maio, idolo del web quando diceva “uno vale uno” e bersaglio della Rete quando si rende conto che ovviamente non è così.

Dice: Strehler non si studia a scuola. E’ vero; anche se bisognerebbe farlo. Ma basta aver letto una delle tante interviste dolenti e innamorate in cui le sue donne, da Ornella Vanoni ad Andrea Jonasson, ancora oggi parlano di lui, per capire quale personaggio straordinario fosse, con i suoi vizi e le sue virtù. Tra le quali ci fu quella di pulire dagli schizzi di sangue la casa dove i nazisti avevano torturato i resistenti milanesi per farne la prima sede del Piccolo Teatro. Pazienza se non ci si vergogna di non sapere chi è Strehler (al presente, perché i grandi artisti non muoiono mai). Sarebbe già tanto non vergognarsi di saperlo.

Donatello, Madonna Dudley-

Tra i fili conduttori della meravigliosa mostra di Donatello in corso a Firenze a Palazzo Strozzi e al Bargello, c’è certamente il tema della Madonna con il Bambino. È impressionante e insieme commovente la quantità di varianti che Donatello riesce a creare su quello stesso soggetto, come se avesse avuto l’opportunità di essere testimone di mille differenti istanti della relazione tra Maria e suo figlio.

Cambiano i gesti; cambiano soprattutto le pose del Bambino, che come accade nella realtà di ogni bambino non sta fermo, cambia posizione, cerca la madre in modi ogni volta diversi. A volte s’abbarbica al suo volto, a volte si agita sulle ginocchia, a volte le si stringe il collo, a volte si mette teneramente guancia a guancia. Con Donatello il soggetto più amato dal popolo cristiano si vivifica, proponendosi ogni volta in modo irripetibile, proprio com’è irripetibile ogni istante della vita.  C’è però un’opzione preferenziale a cui Donatello ricorre con maggiore frequenza. Riguarda Maria, che tante volte troviamo rappresentata di profilo, mentre rivolge il suo sguardo al Bambino. In mostra ce n’è più di una, compresa quella più celebre, la Madonna Pazzi, che campeggia sui manifesti. C’è ad esempio la bellissima e misteriosa Madonna Dudley, conservata a Londra: una lastra di marmo poco grande – quanto un foglio A4 – che sembra scolpita più che con uno scalpello con la grazia di un soffio. È misteriosa non perché sia sfuggente, ma perché, grazie a tanta leggerezza esecutiva, ci mette direttamente davanti al mistero costitutivo del rapporto tra Maria e suo figlio. Anche la Madonna Dudley ci appare di profilo. Perché Donatello insisteva tanto su questa scelta? Stando di profilo, Maria punta sempre il suo sguardo sul Bambino. È uno sguardo inevitabilmente intenso, profondo e affrancato da ogni psicologismo.In un certo senso può sembrare escludente, in quanto noi siamo tagliati fuori dall’asse di quello sguardo. Eppure è tale la densità umana di quel guardare, che alla fine, ci si sente invece tutti inclusi. Quello di Maria è infatti uno sguardo originato da un’attrattiva, così tenera, fragile e insieme così totalizzante. Difficile non sentirsene investiti, al punto che è difficile anche a noi levare lo sguardo da immagini come queste.

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