La Serie A da zero a dieci- 28°giornata

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Ecco a voi i nostri voti (siamo tornati al “formato” originale) alla giornata di campionato appena conclusa. Da segnalare numerosi goal, tra i quali alcuni di notevole fattura.

10

FRANCK RIBERY La classe non è acqua.

LUIS MURIEL Doppietta realizzata con due goal uno più bello dell’altro, chapeau.

9

PAULO DYBALA Ennesima perla. Immaginiamo se quest’estate avesse lasciato la Juve, come si mormorava?

NAHITAN NANDEZ Che goal!

ROGERIO, JEREMIE BOGA E DARKO LAZOVIC Impreziosiscono la girandola di goal di Sassuolo-Verona con tre goal uno più bello dell’altro.

8

DOUGLAS COSTA Quando è in serata è calcio-bailado! Peccato che sia discontinuo.

CAGLIARI CALCIO  Vittoria convincente.

ANDREA BELOTTI E RADJA NAINGGOLAN Due bei goal.

STEFANO PIOLI Come già espresso solo pochi giorni fa: tutta l’ammirazione possibile per quello che sta facendo, in una situazione non certo simpatica (allena sapendo che stanno cercando altri al suo posto).

F.C BOLOGNA Tre punti d’oro, che allontanano i felsinei dalle acque torbide, grazie soprattutto alle giocate di MUSA BARROW (8 pure a lui).

JUAN MUSSO Se l’Udinese non fa la fine del Milan e del Torino quando hanno incontrato l’Atalanta, il merito è soprattutto suo. Sfoggia parate straordinarie, se le avesse fatte Donnarumma a quest’ora i giornali erano pieni di titoli.

7

FABIO LIVERANI A Torino presenta una squadra ben messa in campo. Certo, se Lucioni si addormenta lui che colpa ne ha?

LUIS ALBERTO Risolve un match problematico.

A.C. FIORENTINA Sconfitta immeritata.

ANTE REBIC “El segna semper lù”.

NAPOLI CALCIO Continua il momento positivo (anche se la SPAL, va detto, non è il Barcellona).

KEVIN LASAGNA Lui due goal li fa, se la squadra ne prende tre (e senza un grande Musso forse ne prendeva di più), non è colpa sua.

6

GENOA 1893 Pareggio che sa di brodino.

F.C. INTERNAZIONALE Vittoria agguantata nel finale, al termine di una prestazione non certo entusiasmante.

5

BRESCIA CALCIO  Butta nel cesso una possibilità per cercare di risollevarsi un pochino.

A.S. ROMA Brutta partita, la Champions si allontana.

4

F.C. TORINO  È ancora colpa di Mazzarri?

U.S. SAMPDORIA Perde tre punti di importanza fondamentale, così non va.

3

FABIO LUCIONI Imperdonabile leggerezza che cambia il volto di una partita fino a quel momento ben giocata dalla sua squadra.

2

MICHAEL FABBRI E I SUOI ASSISTENTI IN LAZIO-FIORENTINA Quello su Caicedo  è rigore come Luca Giurato è Enzo Biagi. Col VAR certi errori non sono più scusabili.

1

TOMMASO BERNI Concetto già espresso in altre occasioni: quanta goffagine devi avere in corpo per farti espellere dalla panchina?

JURAJ KUCKA  Si fa espellere comportandosi da tamarro, ma soprattutto compromettendo una partita che la sua squadra stava giocando bene. Fossimo la sua società gli appiopperemmo una multa coi fiocchi.

 

0

DUSAN VLAHOVIC  Fallo senza senso.

 

PREMIO SPECIALE

PREMIO “CHE PARTITA HAI VISTO?” A CRISTIAN STELLINI  Dire una buona volta: “Non meritavamo di vincere, ma ci teniamo stretti i tre punti, oppure “Ci sono stati momenti in cui meritavamo di vincere e non ci siamo riusciti, oggi è successo il contrario”, fa così schifo? Evidentemente al secondo di Conte sì, giacché si presenta in conferenza stampa asserendo che l’Inter ha meritato di vincere, quando chiunque ha visto la partita sa che non è così. D’Aversa infatti ha commentato opportunamente che forse Stellini ha visto un’altra partita.

La Serie A da zero a dieci-27°giornata

Torna il campionato e tornano i nostri voti, cambierà solo la forma  in cui li esprimeremo, ci auguriamo che i nostri pochi lettori la apprezzino.

Vi preannunciamo, visto alcuni goal decisamente spettacolari, che  ci sono vari 10 legati ad essi.

Cominciamo con Lunedì 22.

Bella prova del Milan (8), che a Lecce esprime un bel gioco, merito anche di Pioli (9, media tra 8 per la partita e 10 per la pazienza e la signorilità: non è facile allenare quando la tua società fa quasi finta di non conoscerti).

Fiorentina-Brescia è partita da 6 politico ad entrambe le squadre, ha fatto piacere rivedere Ribery  (7) e alcuni lampi della sua classe. Caceres (3) non rinuncia a lampi di tamarreide che già alla Juve (fuori dal campo) lo avevano reso famoso.

Buona Juventus (da 7)  a Bologna. Sarri (7 pure a lui) ha il pregio di azzeccare le mosse, alla faccia dei gufi che lo volevano già via da Torino. Bernardeschi  (8, solo la sfortuna gli impedisce di realizzare un eurogoal che avrebbe meritato, per la buonissima prestazione) dal primo minuto e un Rabiot (6) non straordinario, ma finalmente  determinato, si rivelano mosse efficaci. Avevamo lasciato il campionato con Dybala autore di una perla, lo ritroviamo con la “Joya” autore di una nuova perla (da 10). Dopo l’annata scorsa, disputata al di sotto delle sue capacità, Paolino è ritornato determinante per la Juve, in alcune partite (ieri sera una di queste) addirittura più di Sua Maestà CR7 (6, non è ancora lui, ma qualcosa in più si è visto). Diamo 2 a Danilo invece, perché entrare in una partita che ha quasi più nulla da dire e farsi sbattere fuori, è roba da tamarri in discoteca. 1 al dirigente Fabbris, perché, lo scrivemmo anche di Padelli in occasione di Juve-Inter, farsi espellere dalla panchina è inconcepibile. A maggior ragione, protestare con lo stadio vuoto, in cui se protesti lo sentono subito. Il Bologna (6) fa quel che può, mettendoci impegno, ma contro il muro bianconero di ieri sera non era certo facile.

Martedì 23

La cura-Gattuso  continua a funzionare per il Napoli (7), che vince anche a Verona (6, sconfitto, ma non certo  autore di una prova incolore), mentre la Spal (5) continua a gettare al vento le poche occasioni che ha ancora di salvare il salvabile. Era tutta colpa di Semplici? Naturalmente no, lo dicono i fatti. Il Cagliari riagguanta la vittoria, ma Zenga non è che abbia fatto l’uovo con due rossi, ha avuto semplicemente un po’ di fortuna, contro un avversario non irresistibile che con Cerri e Petagna (4 a tutti e due) ha fallito un’occasione che Egidio Calloni levati, perciò è 6. Bene Simeone (7), due goal in due partite e vai col tango.

Rialza la testa il Toro (6) grazie al ritorno al goal di Belotti (7), la cui lucidità in zona-goal serve come il pane a questa squadra, ma i problemi non sono finiti giacché ieri il migliore in campo è stato Sirigu (9), autore dell’ennesima grande prestazione, con la quale  dimostra ancora una volta di non essere inferiore  a Donnarumma.  L’Udinese perde ma merita 7 per la partita disputata. Benissimo il Parma di D’Aversa (9), allenatore sottovalutato, ma che sta facendo un ottimo lavoro, se si fosse chiamato D’Aversinho o D’Aversola  sarebbe certamente più considerato. Cornelius (9) realizza una tripletta (e che tripletta!) e inoltre Kulusevski (7)  si dimostra pronto per la Juventus.

Enrico Preziosi (2) (lo abbiamo già scritto anche in altre occasioni)  con la sua mania di esonerare continuamente allenatori, dovrebbe farsi delle domande.

Mercoledì 24

L’Inter (6) perde due punti importanti. Le occasioni le crea, certo se ne fallisci una come quella di Gagliardini (1 perché un goal così non si può sbagliare in Serie A, punto e basta. Eto’o ne sbagliò uno simile, è vero, ma non fa niente, avremmo dato 1 anche a lui) e insieme ci unisci  ingenuità difensive (di cui Conte, 6 pure a lui, non è certo responsabile), questi sono i risultati.

Una menzione per Skriniar (Zero). Si fa espellere, bestemmia, insulta l’arbitro, già che c’era poteva anche regalarci un bel rutto…

Nel Sassuolo (7) segna ancora il sottovalutato “Sergio” Caputo (8), che se si chiamasse Caputovic a quest’ora godrebbe di più considerazione.

Atalanta-Lazio è uno spot per il calcio. Diamo 9 ai bergamaschi  (che continuano a farci vedere grande calcio) e 8 ai laziali che forse, nel secondo tempo, sono stati colti dalla celebre “paura di vincere”.

10 a Milinkovic-Savic e Malinowskyi per i due goal.

Infine 6 alla Roma, la vittoria con la Sampdoria è un brodino. Il passaggio di Diawara a Gabbiadini è illuminante (4), peccato che Manolo indossasse una maglia diversa. 9 invece a Dzeko per i goal (specie il primo).

PREMIO SPECIALE

PREMIO O’ZAPPATORE Ad Antonio Conte perché contro il Sassuolo, con il suo atteggiamento, ci ha ricordato Mario Merola nella famosa sceneggiata.

 

I pionieri del calcio-Umberto: l’altro Meazza

Umberto-Meazza

Quando si pronuncia il cognome Meazza, è ovvio che il pensiero vada subito al grande “Peppin”, forse il più grande calciatore italiano di tutti i tempi e vada anche allo stadio di San Siro a lui intitolato.

C’è stato un altro Meazza però, meno famoso, che ha calcato le scene del calcio italiano: si chiamava Umberto (nella foto sopra) e a quanto risulta, con il più famoso Giuseppe non era neppure parente.

Immaginiamo se oggi, invece di Mancini, alla guida della Nazionale ci fosse una commissione di arbitri, per garantire l’imparzialità. Pensiamo se, ad esempio, per fare le convocazioni, per fare gli allenamenti e le formazioni, si riunissero Rocchi, Guida, Orsato, Doveri e qualche altro loro collega, decidendo tutti insieme e dividendosi i compiti. Naturalmente impensabile: eppure era ciò che accadeva più di cento anni fa.

Prima che il grande Vittorio Pozzo infatti assumesse la guida della Nazionale, portandola ai traguardi che tutti conosciamo, non vi fu un unico allenatore a decidere chi dovesse o meno giocare in azzurro, ma una Commissione Tecnica. Ebbene, la suddetta negli anni cambiò spesso i suoi componenti, ma Umberto Meazza fu uno di quelli che, in vari periodi (dal 1910 al 1924), ne fece maggiormente parte, con 32 presenze.

La prima Commissione, quella che nel 1910 decise la formazione per la prima, storica partita contro la Francia disputata all’Arena di Milano, era composta tutta da arbitri, fra cui Meazza.

Chi era dunque Umberto Meazza? Nato nel 1880 a Casteggio (in provincia di Pavia),  morì nel 1926 a Milano. Commerciante di vino, era un grande appassionato di calcio, che  praticò giocando nel Mediolanum e nell’US Milanese.  Divenne arbitro, fondando nel 1911 l’AIA ( l’Associazione Italiana Arbitri). A lui e a Giulio Campanati (ex arbitro e dirigente arbitrale, per tanti anni presidente dell’AIA) è intitolata la Sezione Arbitri di Milano.

Fu dunque senza dubbio una figura carismatica nel mondo dirigenziale ed arbitrale del nostro calcio. Prima giocatore, poi arbitro e allenatore contemporaneamente, oggi nel calcio una figura del genere non potrebbe esistere.

 

Precisazione doverosa: le informazioni per scrivere questo post sono state prese dai siti https://storiedicalcio.altervista.org/blog e www.calcioromantico.com

 

 

 

La Final Four di Coppa Italia da zero a dieci

Dallo scorso week-end è tornato il calcio giocato. Non ci si poteva attendere calcio-champagne, visto il lungo stop, ma si è giocato di nuovo e questo ci rende contenti.

A questo proposito, pubblichiamo i nostri voti, proprio come facciamo per le giornate di campionato, su questa particolare “Final Four” di Coppa Italia.

Il Napoli (6 contro l’Inter, 8 contro la Juve), ha vinto la Coppa Italia e l’ha vinta con merito. Conte (6, media di un 8 per come ha presentato la squadra dopo mesi di forzata inattività e la dichiarazione che commenteremo adesso, da 4) naturalmente ha subito fatto il giargianese dicendo che doveva passare l’Inter, dimenticandosi di una partita d’andata persa meritatamente, ma non sarebbe lui, sarebbe la buonanima di Liedholm se facesse il contrario.  Onore dunque agli azzurri e a Ringhio Gattuso (10), perché ha dimostrato il suo valore. Bravissimo tatticamente nelle due partite giocate, specialmente del fottersene delle mode e di ritornare alla cara e vecchia marcatura a uomo, come quella in pratica riservata da Koulibaly (9 sia con l’Inter che con la Juve, è di nuovo lui) a Lukaku (5), arginando l’unico pericolo interista, giacché Lautaro (4) si marcava da solo. Se il Napoli ha alzato la Coppa Italia è comunque anche merito di Ospina, bravissimo a livello psicologico. Dopo l’errore sul goal, sarebbe potuto andare in tilt, invece si è riscattato alla grande meritando un 8.

Gattuso ha alzato la Coppa mentre la dirigenza del Milan (2 per la lungimiranza) lo guardava in tv, dopo averlo esonerato per cercare di fare un salto di qualità (per la serie Paolo Fox al confronto è Nostradamus). La partita con la Juve, con una squadra con molte assenze, fa poco testo, a parte Repic (inclassificabile)  che forse ha visto troppi film di Bruce Lee.

La Juve era la grande favorita. In due partite zero goal, occasioni create pochissime (il rigore col Milan è un’ingenuità di Conti), ha pagato la scarsa condizione atletica di Ronaldo (ci spiace, ma è 5), la fumosità di Douglas Costa (5) e un centrocampo in cui, a parte Bentancur (6, media tra il 7 col Milan e il 5 col Napoli), si fa fatica a creare gioco. Sono mesi che ci aspettiamo una verticalizzazione da Pjanic (4), inoltre i ricambi non si stanno rivelando determinanti: la mezz’oretta di Rabiot contro il Milan (3)  è stata roba da dissenteria. L’unica nota postiva è un De Ligt sempre più sicuro di sé (7), un buon segnale per il futuro.

Sarri, infine. C’era molta attesa. Doveva essere la sua partita ieri, è diventato il suo processo. Certo la delusione per lui sarà tanta, però onestamente: dopo 90 giorni di stop non ci si poteva attendere calcio-bailado, ma una squadra che creasse un minimo di pericoli agli avversari sì. Tutta colpa sua? Naturalmente no, noi un minimo di cultura sportiva ce l’abbiamo, sappiamo distinguere un allenatore da un giocatore della Playstation e sappiamo che il calcio è uno sport di squadra. Dunque il concetto che se si vince i giocatori sono dei fenomeni e se si perde l’allenatore è un asino, lo lasciamo volentieri esprimere agli altri. A lui diamo 5, come a tutta la Juventus intesa come squadra, giacché rifiutiamo di credere che, negli spogliatoi, prima della partita il buon Maurizio abbia detto ai calciatori di entrare in campo e di essere lenti e prevedibili.

Concludiamo con gli ultimi voti.

Un bel 3 alla RAI perché i replay si fanno vedere a gioco fermo, non a partita in corso, privandoci di potenziali altre azioni, lo sa pure un bambino dell’asilo, quindi tanta coreografia non serve a nulla se non ci fate vedere la partita in diretta.

Infine abbiamo un dubbio su Sergio Sylvestre. Non sappiamo se ha fatto l’imitazione di Enrico Pallazzo (chi ha visto il film Una Pallottola Spuntata sa di cosa parliamo), per la quale meriterebbe 9, o se (come probabile) non ha studiato, motivo per il quale meriterebbe 4.

I pionieri del calcio-Renzo De Vecchi: il primo “colpo di mercato” della storia

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Come sapranno anche le pietre, la storia del calcio è piena di colpi di mercato in cui vengono spese cifre incredibili non solo per calciatori stranieri, ma anche per quelli italiani. Facciamo qualche esempio: il trasferimento di Savoldi dal Bologna al Napoli, l’acquisto di Baggio dalla Fiorentina da parte della Juventus,  il passaggio di  Donadoni al Milan dall’Atalanta, oppure il trasferimento (non privo di oscure trame) di Lentini dal Torino al Milan e ancora  l’acquisto di Cassano dal Bari da parte della Roma.

Immaginiamo se, in questi trasferimenti di calciatori di prim’ordine (o di chi era destinato a diventarlo, come Cassano quando si trasferì alla Roma), le società che li acquistarono, pur di assicurarsene le prestazioni, avessero promesso, oltre all’ingaggio, un impiego sicuro in banca.

Ovviamente impensabile (particolarmente per quanto riguarda Cassano..).

Eppure è ciò che accadde nel 1913, più di 100 anni fa, quando  il Genoa strappò al Milan il diciannovenne Renzo De Vecchi offrendogli, oltre a 24000 lire di ingaggio annuo (non facciamoci ingannare, considerando che all’epoca lo stipendio medio di un operaio era di 3 lire al giorno, era una cifra sensazionale). Ci fu però un problema. I regolamenti dell’epoca autorizzavano i trasferimenti dei calciatori da una città all’altra solo se comprovati da esigenze lavorative. Il Genoa superò anche quest’ostacolo: De Vecchi venne assunto come impiegato presso la Banca Commerciale Italiana a Genova, con uno stipendio ben più sostanzioso di quello che riceveva a Milano, dove operava come impiegato in un Istituto di credito e fu libero di trasferirsi sotto la lanterna.

Ma chi fu  Renzo De Vecchi?

Fu senza dubbio il primo grande terzino italiano. Abile negli interventi, guida sicura per i compagni già quando a soli 15 anni, nel 1909, esordì nel Milan: in pratica un Paolo Maldini d’inizio ‘900.

Per la sua classe venne battezzato dai tifosi milanisti  con un soprannome che dice tutto: “Figlio di Dio” e che si portò dietro sia  quando si trasferì a Genova, sia quando giocò in Nazionale.

A proposito di Nazionale, pochi sanno che De Vecchi è tuttora il più giovane calciatore di sempre che vi ha esordito: segnatamente il 27 maggio 2010 a Budapest contro l’Ungheria, all’età di 16 anni.

Con i colori del Genoa vinse tre campionati, giocò fino al 1930, dopo fece l’allenatore per qualche stagione.

Morì nel 1967, a 73 anni, a Milano, dove era tornato a risiedere.

Allora il calcio era già cambiato, i calciatori in banca non ci avrebbero voluto più lavorare,  ci andavano solamente a portare i soldi e a prelevarli.

 

 

Le Notti Magiche trent’anni dopo

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( Un’immagine simbolo dei Mondiali del 1990: Salvatore Schillaci e i suoi occhi carichi di grinta)

Trent’anni fa, in questi giorni iniziarono i Mondiali di calcio ospitati dall’Italia.

I Mondiali delle “Notti Magiche”, della grande illusione di vincerli e della grande delusione nel perderli ai rigori contro l’Argentina.

I Mondiali che dovevano essere di Vialli, ma furono di Totò Schillaci e dei suoi occhi spiritati, che in seguito non avremmo più rivisto, con grande rammarico dei tifosi juventini, interisti (Schillaci nel 1992/93 passò all’Inter) e italiani.

I Mondiali in cui si cominciò ad intravedere a livello internazionale la grandezza di Baggio.

I Mondiali che, dopo trent’anni, ci fanno chiedere ancora: “Ma che cazzo di uscita ha fatto Zenga?”

I Mondiali che, all’ultima partita, ci hanno fatto tifare per i tedeschi, i rivali di sempre (soprattutto in  duelli tremendamente più drammatici  di una partita di calcio) pur di non vedere Maradona alzare la Coppa, dopo che ci aveva eliminato e dopo che aveva cercato di portare, nella sfida con l’Italia, lo stadio San Paolo dalla sua parte rivangando addirittura la dominazione dei Borbone.

I Mondiali della Germania e di Lothar Matthaus, perché se la storia la scrive chi vince, in quel torneo la scrissero loro.

I Mondiali in cui quasi tutti noi avemmo una seconda squadra per cui tifare: il simpaticissimo Camerun, che fu eliminato dagli inglesi ai quarti disputando un torneo egregio.

I Mondiali in cui temevamo l’arrivo degli hooligans, ma ci pensarono i sardi ad addomesticarli.

I Mondiali degli sprechi, in cui furono realizzati stadi senza senso come il Delle Alpi, che solo sedici anni dopo sarebbe stato demolito, oppure in cui si ristrutturarono stadi talmente bene che non riusciva entrarci un’ambulanza (l’Olimpico di Roma).

I Mondiali di Matarrese, che l’anno dopo riuscì a far giocare la Finale di Champions League a Bari.

I Mondiali di Luca Cordero di Montezemolo, che come Presidente del Comitato Organizzatore della manifestazione (incarico ottenuto, crediamo, grazie anche alla benevolenza delle alte sfere FIAT) tornò in auge e i Mondiali della battuta che tutti all’epoca facevamo su di lui: “Montezemolo  di giusto ha fatto solo una cosa, mettersi con la Fenech”.

I Mondiali di Giulio Andreotti, che in quel periodo era Presidente del Consiglio, tanto per cambiare.

I Mondiali che furono una festa, ma che come tutte le feste, finirono.

Il giorno dopo Germania-Argentina, si tornò alla normalità.

Si sarebbe tornati a parlare delle beghe fra i partiti, un mese dopo Saddam Hussein avrebbe invaso il Kuwait (dando vita al prologo di quella che sarebbe stata la Guerra del Golfo), ma soprattutto finì quell’aria di festa che regnava nel paese.

Il 9 luglio, il giorno dopo in cui Matthaus alzò al cielo la Coppa del Mondo, fu come il primo giorno di scuola dopo che si è stati in vacanza.

Il problema è che le vacanze l’anno dopo ritornano, i Mondiali di calcio in Italia, chissà quando e se ritorneranno…

Balotelli: uno spreco di talento, parole ed inchiostro

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Ci risiamo.  Dopo l’Inter, il Manchester City, il Milan, il Liverpool, il Nizza (e non dimentichiamo anche la Nazionale), anche il Brescia ne ha avuto le scatole piene di Mario Balotelli.

Per l’ennesima volta è stato scaricato.

Pazienza quando era ad inizio carriera. Era giovane, si è trovato milionario all’improvviso, ci poteva anche stare che commettesse errori.

Roberto Mancini, uno dei più grandi talenti espressi dal calcio nostrano, nel 1984 si giocò il posto in Nazionale a causa di una sua bravata, questo per dire che qualche stupidata, da giovane, l’hanno fatta in molti.

La differenza però è che Mancini comprese il suo errore e negli anni riuscì a costruirsi una carriera fantastica, diventando un vero leader in campo nelle squadre in cui militò (Sampdoria e Lazio), benvoluto dai compagni.

Negli anni Balotelli è riuscito ad innimicarsi, per i suoi comportamenti, moltissimi suoi compagni di squadra e inoltre è riuscito a stufare  tecnici come: Josè Mourinho, Jurgen Klopp, Sinisa Mihajlovic, Roberto Mancini, Antonio Conte (che preferì puntare su un giargianese come Pellè piuttosto che lui).

Ora anche a Brescia si sono stancati di lui, della sua maleducazione.

C’è una bellissima frase (tra l’altro già menzionata da noi in altri post), pronunciata da Robert De Niro nel film Bronx, che sembra fatta apposta per Balotelli: “Non c’è cosa peggiore nella vita del talento sprecato”.

Mario aveva tutto per diventare uno dei più grandi: fisico, tecnica, potenza: è riuscito a buttare tutto nel cesso.

Ce n’è stato già un altro prima di lui che aveva (nel suo ruolo) i mezzi tecnici per emulare un Baggio, un Totti o un Del Piero,  ma pure lui ha buttato nel cesso parecchio del suo talento: si chiamava Antonio Cassano.

Oggi quest’ultimo imperversa sui social e sui media, neanche avesse compiuto delle imprese titaniche.

Magari un domani (che a questo punto sembra essere neppure lontano) la stessa cosa succederà a Mario Balotelli, considerando che già da tempo lo spazio che gli viene dedicato dalla stampa e dai media è ben superiore in proporzione a ciò che fa vedere sul campo.

Lasciateci dire però che troviamo ingiusto dare tanto spazio a gente che aveva tra le mani (ma sarebbe meglio dire nei piedi visto il caso) una fortuna straordinaria e l’ha dilapidata, mentre calciatori che con il loro impegno, i loro sacrifici, hanno saputo sopperire brillantemente ad alcune loro lacune, costruendosi ottime carriere (pensiamo a  Totò Di Natale, che ha realizzato 247 reti in Serie A, oppure Fabio Quagliarella, che è ancora in attività e che l’anno scorso ha vinto la classifica dei cannonieri, battendo niente meno che Sua Maestà Ronaldo), vengono trattati con la puzza sotto il naso e non considerati come meriterebbero.

Eppure fino a poco tempo fa Cassano andava a Tiki Taka e appena apriva bocca Pardo andava in estasi.

Ora che Cassano non c’è più, magari Pardo farà un pensierino per portare in trasmissione Mario, tanto il livello culturale né si alzerebbe né si abbasserebbe (anche perché per abbassarlo di più bisognerebbe chiamare un’impresa di escavazioni super-attrezzata).

Il campionato finirà (se finirà) senza Balotelli, ma noi non ne sentiremo la mancanza, mentre probabilmente tv e giornali la sentiranno, visto che gli hanno quasi sempre dato più importanza di quella che meritava, sprecando tante parole ed inchiostro.

 

 

 

 

I Pionieri del calcio-Virgilio Fossati: allenatore, giocatore, soldato

Virgilio_Fossati

(Nella foto: Virgilio Fossati)

Più di una volta abbiamo udito la frase: “È un allenatore in campo”, rivolta a quei giocatori la cui abilità tattica risulta superiore a quella dei compagni.

Ebbene, Virgilio Fossati, nato a Milano nel 1889, allenatore in campo lo fu davvero.

Immaginatevi oggi, nell’Inter, Lukaku, piuttosto che Brozovic, oppure Handanovic, che mentre stanno giocando decidono le sostituzioni, dicono ai loro compagni che zona del campo devono coprire e via dicendo..

Era quello che accadeva più di cento anni fa (escluso il discorso relativo alle sostituzioni, allora non previste),  quando appunto Virgilio Fossati, ottimo centrocampista dell’epoca, ricopriva il ruolo di giocatore e allenatore della sua squadra: l’Inter, con cui vinse il campionato 1909/10.

Allora quella del giocatore-allenatore era una figura presente in quasi tutte le squadre, oggi è quasi scomparsa. L’ultimo ad aver ricoperto quel ruolo con successo (vittoria nella Coppa delle Coppe), almeno per quanto ricordiamo, è stato Gianluca Vialli col Chelsea, in Inghilterra, dal 1998 ad inizio 2000.

Fossati fu un valoroso centromediano e per la sua bravura tattica giocò anche in Nazionale. Nella prima partita della storia degli azzurri, vinta 6-2 contro la Francia all’Arena Civica di Milano, tra i marcatori vi è  anche il suo nome.

Giocò fino al 1915 sia in Nazionale che nella “sua” Inter (di cui fu oltre che allenatore e giocatore, pure capitano, per non farsi mancare nulla..), ma poi la sua carriera terminò.

Purtroppo non furono un contrasto di gioco, un infortunio o un improvviso problema fisico a chiudere la carriera di Virgilio, ma fu ben di peggio.

Nel 1915, in barba ad alleanze contratte trent’anni prima, l’Italia dichiarò guerra all’Austria. Iniziava la Prima Guerra Mondiale, che vide molti giovani innocenti perire al fronte. Tra questi ci fu anche Virgilio Fossati.

Nel giugno 1916, questo bellissimo esempio di calciatore-allenatore,  morì a Monfalcone in uno scontro con gli austriaci. Morì da capitano dell’8º Reggimento di fanteria della Brigata Cuneo.

Il suo corpo non fu mai più trovato.

Ecco le motivazioni per cui gli fu conferita la Medaglia d’Argento al valore militare: “Dopo aver svolto in tutte le fasi del combattimento attiva e audace opera si offriva spontaneamente per rintracciare possibili varchi nel  reticolato nemico ed in tale ricerca cadeva colpito a morte incitando i soldati ad avere fiducia nell’esito vittorioso dell’azione”.

A distanza di più di cent’anni dalla sua scomparsa, è giusto ricordare questo pioniere del calcio, vittima (come altri suoi colleghi calciatori dell’epoca) dell’atrocità della guerra.

Ovunque tu sia, R.I.P. Virgilio Fossati.