La tv è ferma a Garlasco.

 

 

 

Appena sento la parola Garlasco cambio canale. Per mesi interi la tv si è avvitata su un tema e un delitto e su tutte le sue sfumature, indizi, pieghe, chiacchiere e distinguo, come se fosse la chiave di tutti gli avvenimenti e i misteri, della vita e della morte, della giustizia e della miseria umana. Naturalmente Garlasco è solo un esempio di cronaca diventata cronica, perché si ripete all’infinito. Lo stesso successe per anni con Avetrana o con Cogne, solo per citare un paio di precedenti geo-maniacali. La tregua di questi ultimi giorni è dovuta all’irrompere di altri tragici fatti di cronaca, come la strage di Crans-Montana. Ci sono paesi, a volte sconosciuti, che nel loro piccolo diventano capitali dell’orrore, macabre località rituali dove si ritiene che il Demonio faccia il sindaco. Ci sono poveri diavoli che vengono elevati a rappresentazione cosmica del Male, e invece sono solo dei poveracci, anche se assassini, meritevoli di carcere e di oblio. A volte compiono quaranta, cinquant’anni alcuni delitti che riaffiorano ciclicamente come se fossero tappe storiche: Emanuela Orlandi o Simonetta Cesaroni, immagini che rivediamo da quando eravamo ragazzi. Si aspettano gli anniversari di certi fatti di cronaca per riparlarne ancora e si pescano per la ricorrenza nuovi particolari per montare il solito teatrino annunciando svolte e colpi di scena nelle indagini. Ci campano programmi tv, si eccitano visibilmente alcuni conduttori o quantomeno fingono per eccitare a loro volta i loro narco-spettatori; arrivano i soliti psico-esperti, sfilano i testimoni e gli avvocati, fanno tappezzeria i guardoni a tempo indeterminato. Ma c’è gente che li vede quei polpettoni riscaldati, che ancora vede e rivede quelle ossessioni monomaniacali di cronaca, che non ha di meglio da fare, da vedere, da sentire che piccole variazioni intorno allo stesso tema? Evidentemente si, altrimenti non si farebbero. Dai, dicono i normalizzatori, succedeva pure con i cantastorie nelle piazze d’una volta, non è una novità, raccontavano sempre gli stessi delitti e la gente accorreva. Sarà. Quei programmi li vede passivamente, assiste come si assiste a una messa, un rito collettivo e consuetudinario, salvo una minoranza più accanita e morbosa; c’è chi ama la ripetizione, dà sicurezza e la sensazione di essere già informati sull’argomento; c’è familiarità con la routine criminale. Eppure ogni giorno la vita sforna nuovi mostri e nuovi delitti, freschi di sangue, ma solo pochissimi diventano saghe, cerimonie rituali, tormentoni, gli altri no, passano inosservati; ce ne sarebbero a centinaia, di cruenti e ben contorti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e la varietà fantasiosa delle tipologie criminali. Perché questi corsi intensivi solo su uno, due, tre casi? Cosa li rende Racconto Collettivo, pantomima nazionale, cos’hanno di più e di peggio di tanti altri efferati assassini, a volte spettacolari, con retroscena romanzeschi e intrecci ben più gustosi?
La politica annoia, e vi capisco; ma se il rimedio è Garlasco o roba simile, siete messi male, scendete perfino al di sotto del teatrino politico. Ma tuffatevi in un bel programma storico, per esempio, non dico culturale che è per pochi e neanche ce ne sono; vedete i documentari sugli animali o sui luoghi esotici, a volte persino gli insetti sono più avvincenti del solito copione di cronaca nera. Andate sui film o sullo sport. Meglio sarebbe decidere di spegnere la tv e leggere qualcosa, ascoltare, vedere altro; e quando è possibile uscire, incontrare, visitare qualcuno, ultimare quel lavoretto a lungo rinviato, fare esercizi ginnici, cucire. Giocate col cane, o col gatto. Se tutto questo vi è impossibile, almeno variate il menù, cercate la novità e non ingarlaschitevi pure voi. Altra iattura sono i programmi di cucina che ingrassano le menti senza deliziare i palati; troppi teorici di gastronomia, pochi pratici. Ci sono poi programmi all’insaputa del pubblico che fanno meno ascolti delle pecorelle degli intervalli tv di un tempo, che almeno avevano una funzione rilassante, se non lassativa. Quei programmi sarebbero da studiare per capire il segreto del loro insuccesso. Andrebbero visti per una missione umanitaria, curarsi dei programmi più sfortunati, soccorrere evangelicamente la pecorella smarrita, scappata dai vecchi intervalli…
Vedere la tv per me significa esercitare l’arte rapida dello slalom: cambio canale appena appare quel cerchio di persone intorno ai pacchi che agita le mani e vive una convulsione collettiva; o quando sento la sigla mortifera di alcuni programmi ormai insopportabili per lungodegenza; o quando appaiono quelle facce da divano per spot ripetitivi; autentici stalker del sofà, che andrebbero denunciati per molestie reiterate, come altri onnipresenti spot. Poi ci sono le facce ormai insopportabili da talk show, gli ospiti fissi, le compagnie di giro, sai già sai cosa diranno e come, le conduttrici che portano sempre lì, allo stesso punto, parli dello Yeti o del terremoto nelle Filippine e loro riconducono la colpa a Giorgia Meloni… Ormai non solo le loro labbra sono finte, anche le parole che vi escono non hanno alcuna attinenza con la realtà. Sgomma via…
La tv suscita un virtuoso esercizio di fuga, slalom e zapping continuo; l’unica salvezza è un film, a patto che non ci siano i soliti quattro ingredienti woke – migranti e neri, donne abusate e femministe, omosex e omofobi, e se film storici, i soliti cattivi, i turpi nazifascisti. Dopo alcuni tentativi di fuga, di solito mi arrendo ma non nel senso che accetto quel che passa il pessimo convento ma cambio stanza se sono in compagnia o spengo la tv; passo a leggere, a pensare, ad ascoltare, a fare altro. E sono grato alla tv perché stimola il desiderio di evaderla, aguzza l’ingegno di trovare alternative migliori; più è ripetitiva, molesta, miserabile e più suscita reazioni virtuose e perfino creative, ci rende più laboriosi, mossi dall’ardente desiderio di sfuggire al castigo televisivo. Questa è la vera funzione culturale, catartica, educativa, pedagogica della tv: a vederla ti spinge a fare altro; attiva facoltà altrimenti atrofizzate, ti fa riscoprire relazioni e mansioni altrimenti dimenticate. Naturalmente devi avere dentro di te un residuo spirito critico, una minima capacità reattiva e intellettiva, altrimenti vieni fagocitato o ipnotizzato da qualunque tele-minchiata.
Un tempo la tv era considerata il focolare domestico, oggi più semplicemente è la brace dell’istupidimento collettivo; fa pendant con la padella, che è l’i-pad, o lo smartphone, che si contende con la tv il ruolo di fabbrica per il peggioramento della specie umana. Ma anche quella, a saperla usare, sarebbe perfino preziosa…Un tempo Pasolini esortava a spegnere la tv, ma oggi se lo fai vuol dire che ti consegni definitivamente al concorrente tascabile, all’i-phone. Non suggerisco, perciò, di spegnere nulla ma di “assumere” tutto per poco e ben filtrato, selezionando il menu in una dieta bilanciata, valorizzando le alternative. Parola d’ordine: non Garlasco più.

Marcello   Veneziani

TV1

Pippo, l’uomo forte in tv…

 

 

Pippo Baudo è stato per anni l’uomo forte di un paese debole. Un paese che aveva un debole per l’uomo forte, ma al tempo della democrazia non poteva averlo al potere, solo nella ricreazione. Così nacque il Caudillo dello spettacolo, Pippo Baudo, che si comportava da vero padrone di casa della Rai. Baudo ha esercitato e rispecchiato per anni una triplice egemonia: democristiana, meridionale e ricreativa. È stato infatti l’interprete più affidabile dello spirito democristiano nell’intrattenimento, come Bruno Vespa lo era nell’informazione; rappresentava la continuazione di una mentalità anche nello spettacolo. Re Pippo è stato anche l’involontario precursore della discesa in campo di Berlusconi in politica. E quanto la tv contasse nel Paese lo dimostrò proprio l’avvento di Berlusconi al potere, che fu per certi versi il suo liquidatore e sostituto.

Baudo è stato poi l’espressione di una diffusa egemonia meridionale nel potere italiano, dai governi ai ministeri, dagli alti funzionari alla pubblica sicurezza; la macchina dello Stato era piena di meridionali e di siciliani. Ed è stato il Mammasantissima dello spettacolo: guidava lui la quadriglia, teneva lui le file dell’intrattenimento. La tv era la sua falegnameria dove fabbricava come un favoloso Mastro Geppetto svariati pinocchietti della canzone e dell’intrattenimento; e sulle sue creature, anche adulte, ormai, esercitava sempre il suo paternalismo.

Pippo Baudo ha dominato un’era televisiva con alta professionalità e grande padronanza, forse troppa. La tv ha pippato per un ventennio o forse più alla grande. La sua presenza in video si avvertiva anche quando era assente. La storia, scrissi altrove, conobbe un re Pipino il Breve, lui invece è stato Pippone il Lungo, in tutti i sensi. Baudo ha svezzato gli italiani che oggi hanno dai quaranta ai settanta anni e ha traghettato l’Italia dal bianco e nero al colore, come alcuni presidenti e dittatori del terzo mondo.

Ma il sultano siculo non accettò a un certo punto l’implacabile legge del tempo e dell’usura, l’inevitabile ricambio e non volle compiere il passo indietro che l’età e il mutato paesaggio televisivo gli imponevano, acconciandosi a ruoli più defilati. E reagì come un leone spodestato dal suo regno e dalla sua foresta, con dichiarazioni feroci e condanne d’incompetenza verso chi gli negava in video. Reagì male, con qualche caduta di gusto e qualche pretesa potestà, non accorgendosi che nel frattempo eravamo passati dalla monarchia alla repubblica del video, con reggenti multipli e cangianti. Si sentì maltrattato dalla Rai a cui aveva dato tanto (ricevendo però altrettanto); ma le leggi della riconoscenza hanno scarso peso in un mondo fondato sul mercato, gli ascolti, e l’impietoso e vorticoso mutamento. Lui stesso ha ripetuto infinite volte che lo spettacolo deve andare avanti, passando a volte sui corpi e le disgrazie. Prima o poi tocca a tutti uscire dal video o acconciarsi a ruoli diversi. Alla fine si convinse e visse gli ultimi anni in un dignitoso esilio. Negli ultimi anni gli proposero reami secondari ma Re Pippo non voleva sentir parlare di spostarsi nella fascia mattutina, lui era il re della prima serata; lo sentiva come una degradazione e rifiutò sdegnato. Voleva la serata, dove le sue ultime performance non erano state esaltanti sul piano degli ascolti e della critica, anche se condotte sempre con grande maestria. Fu tentato per alcuni anni di ergersi a vittima del regime berlusconiano politico-televisivo, incoraggiato dalla stampa e propaganda antiberlusconiana; per certi versi era vero, e fu pure tentato di scendere in politica. Ma lui restava un legittimista, un uomo di regime democristiano e non poteva passare all’opposizione. Del resto, quando ruppe con Biagio Agnes e la Rai del tempo, si era rifugiato nelle reti di Berlusconi ma con scarso successo: lui era la Rai e non poteva essere altro che la Rai. Come un sabaudo in esilio anche Baudo alla fine rifiutò altre proposte di trasmigrazione: no, tornerò in Rai. E lo diceva con lo stesso tono dei nostalgici di Stella e Corona.

Se dovessimo fare, come Umberto Eco fece per Mike Buongiorno una fenomenologia di Pippo Baudo, dovremmo quindi dire che per anni lui ha mimato nell’ambito dello spettacolo quel che gli italiani volevano nell’ambito della politica: un premierato forte, un presidenzialismo eletto direttamente dall’audience, una specie di leader plebiscitario, domatore e tuttofare. Ma avendo già vissuto la tragedia del Duce, questo paese cercava la rivalsa sul piano della farsa, cioè della parodia televisiva, dell’intrattenimento. Un conducator più che un conduttore, che dominava la scena e distribuiva le parti, contenendo ogni protagonismo dentro il suo. Anche quando faceva da spalla agli ospiti Baudo finiva con essere il loro contenitore e il loro burattinaio. Per anni, dicevamo, il consenso al regime democristiano è passato attraverso la tv baudesca: la Dc era la mamma e Baudo il babbo. Ma il suo rappresentare l’Italia cattolica aveva qualche incrinatura: restò memorabile la sconfessione di Padre Pio per l’atteggiamento poco devoto con cui Pippo era andato a trovare il santo frate cappuccino. Egli ha davvero incarnato il nazional-popolare, non in senso gramsciano ma una versione leggera e giocosa che ben si addiceva all’epoca del riflusso televisivo. Baudo non lascia un vuoto in tv, perché da troppi anni era assente: resta piuttosto una tv vuota, cioè spenta, che vive di Sanremo e techetechetè, cioè di passato e di glorie defunte. Come Pippo Baudo.

 Marcello Veneziani

La guerra in video ci rende peggiori…

 

Immaginate se da noi mentre, che so, Laura Chimenti o Giorgia Cardinaletti sta conducendo il tg1, arrivasse un missile in studio che sconquassa tutto, lei sparisce, una nebbia copre il video e l’aria si fa irrespirabile anche a chi sta vedendo la tv… Cosa pensereste? Che la realtà brutale si sostituisce all’informazione e parla direttamente, senza più bisogno di mediazioni. Via i media, la forza bruta va direttamente in video. La guerra non è più dentro la notizia, ma le notizie sono dentro la guerra; lo studio non è più un luogo asettico, a tenuta stagna, un olimpo da cui osservare il mondo a distanza di sicurezza, ma fa parte anch’esso della scena che racconta…

E immaginate ancora, se voi mentre siete in casa davanti alla tv o al vostro social preferito a vedere immagini di guerra e a leggere e scrivere commenti sulla medesima, vi arrivasse un bel missile dalla finestra a interrompere la vostra, la nostra simulazione di vita…

Davanti a questa guerra, vi confesso, ho due impulsi opposti e credo entrambi comprensibili: non riesco a scrivere d’altro, non posso farne a meno; ma dall’altra parte vorrei scrivere di tutt’altro, allontanarmi dalla guerra, non potendo fare nulla di concreto per fermarla, vorrei cambiare sguardo, cambiare piano, cambiare mondo. Da una parte, infatti, scrivere d’altro mentre piovono le bombe mi sembra un vile cazzeggiare, come quello dell’Unione europea che discute di cani e gatti mentre un popolo è sotto assedio e sta sul punto di capitolare, e un altro patisce incursioni ritorsive. O mi sembra di fare come mezza classe politica nostrana che sulla soglia di una guerra che potrebbe farsi mondiale, davanti a imminenti esplosioni, uccisioni e stragi, va a sfilare al Gay pride pure in Ungheria, perché il nemico prioritario da battere, come è noto, è Orban e i suoi corrispettivi nostrani.

Da tre anni, almeno, vediamo nei tg più bambini che muoiono che bambini che giocano, più palazzi distrutti che integri, gente che corre, che soccorre, che muore, che spara, più che gente alle prese con la vita quotidiana.

Ma poi mi accorgo che l’impulso a non sottrarsi a parlare di questa guerra nasce dalla stessa molla che mi spinge a cercare la vita altrove, a occuparmi di ciò che fa il mondo oltre e fuori dalla guerra, come vive, cosa pensa: cercare in ambo i casi la vita vera. E allora il punto d’incontro tra i due opposti impulsi è osservare come reagisce la gente a questo frangente, cosa fa per partecipare o per sottrarsi a questa guerra.

Beati coloro che hanno pensieri semplici, che poi non sono pensieri, e risolvono tutto con un giudizio netto, tranciante, pieno di disprezzo per chi non è dalla parte loro. Ma io preferisco quelli che si pongono domande, hanno reazioni articolate, cercano di ragionare, capiscono che la verità è contorta, non è così semplice e netta. Magari poi scelgono, ma a ragion veduta e senza considerare le scelte altrui come infami. Al male non sempre si contrappone il bene, a volte al male si contrappone altro male, e la scelta semmai è tra il male minore o il male più breve. E non sempre il bene e il male stanno come ce li raccontano i nostri media e i poteri dominanti. E di ogni bene, di ogni male, bisogna fare la storia, capire da dove nasce, come e perché, e quali strade ha preso, e qual erano le alternative.

Diciamo allora che la prima cosa terribile di questi giorni è la guerra civile parallela sui media e nei social tra le due opposte schiere. Perché è una guerra in larga parte combattuta senza rispetto delle ragioni altrui, e della vita che sta dietro. A volte i più stupidi, con la bava alla bocca, azzannano persino quelli con cui andavano d’accordo il giorno prima; non riescono mai a riportare un’opinione dentro un contesto, a situarla dentro una vita, a capire che chi dice queste cose che in questo momento a te non piacciono, ha fatto, ha detto, ha vissuto altre cose che tu apprezzavi e che comunque meritano rispetto. No, conta quel che dice al momento, e loro azzannano, insultano, condannano, annunciano cancellazioni, che è poi l’equivalente figurato di eliminare, uccidere, chi dissente da noi. Vedo qui tutta la parte miserabile della sovranità popolare: dai lo scettro a un coglione qualsiasi e vedi cosa ti combina, con quale ignoranza presuntuosa sale in cattedra, manda all’inferno, uccide, stronca a suo giudizio insindacabile chi ha appena conosciuto per un’opinione. È uno spettacolo avvilente, che vale anche a contrario, quando ti danno ragione ma con la stessa sicumera arrogante dei primi, e azzannano, offendono, uccidono virtualmente chi la pensa in modo opposto; e ti vien voglia di difendere colui che magari avevi poco prima criticato. E per fortuna che è tutto figurato, non ci scappa il morto, finisce tutto nel telecomando, nel mouse, nella tastiera: ma quel che sul piano pratico è un sollievo e un’attenuante, invece sul piano morale, civile e intellettuale è un’aggravante e un atto di viltà. Nell’uccidere per finta il nemico, e nemmeno il nemico in guerra ma il nemico che scrive dall’altra parte della tastiera, non rischi niente, non metti in gioco niente, soprattutto se hai dietro una canea, e allora ti senti più forte, più arrogante, credi di interpretare il vento della Storia, e ululi nella marmaglia col sangue alla bocca…Per non parlare di chi orchestra i linciaggi mediatici.

Manca la pietà, o funziona solo per alcuni; manca il rispetto, o si è servili solo con alcuni; manca l’intelligenza, c’è solo furore, livore…Basta, apro un bel libro, ascolto una bella musica.

Osservando quelle reazioni ti accorgi che la gente puoi farla commuovere con un cagnolino o una foca ferita, ma la stessa gente puoi abituarla a considerare normale che donne, vecchi, bambini possano essere uccisi in casa loro, senza colpa, senza motivo; normale che si distruggano città, si semini terrore tra la popolazione, che si uccidano scienziati, che si riducano alla fame e alla miseria interi popoli; e poi di nuovo ti spingono a commuoverti per la storia singola che ti raccontano in video. E la gente s’indigna per un fiore reciso, ma reputa normale una strage di bambini, un costo inevitabile. Uccidono per non far uccidere, bombardano per non far bombardare. Non giudico nel merito, le opinioni divergono; quel che mi spaventa è la naturalezza, l’automatismo, con cui si accettano cose orrende, mentre fino a un minuto prima avevano tutti uno stomaco così delicato. Ma se muore un nostro, o uno di cui racconta con pathos la tv, allora provi commozione; se muoiono quegli altri non ci riguardano, se lo meritano, comunque la colpa è dei loro capi… La guerra è brutta non solo per chi uccide e per cosa distrugge, ma anche per cosa uccide e distrugge dentro di noi che ne siamo fuori, lontani. Ci rende peggiori. Oltre i crimini contro l’umanità dovremmo contemplare anche il caso inverso, il tifo dell’umanità per i crimini, sempre con la scusa di prevenire o combattere i crimini altrui. E poi la morte vista in tv è come un film, una fiction, in fondo per te non fa differenza. A meno che un missile entri dentro casa tua…

Marcello Veneziani                         

Per chi tifa il Papa (e perché è importante)…

Ero davanti alla tv assieme a mio figlio e a mio padre, in attesa della fumata bianca.

Mio figlio stava facendo i compiti per arte/tecnologia, disegnava un albero. È da quel giorno che mi scervello su quale significato possa assumere la circostanza per la quale, mentre il mondo attendeva il nuovo pontefice, lui era indaffarato nel tratteggiare l’emblema della vita, un albero con le sue radici.

Invece di stare in camera sua era venuto in salotto, a portata di televisione, perché voleva partecipare a quell’attesa. I ragazzi la sentono, la vita, ma fanno finta di nulla, hanno già capito che il segreto della felicità è non dare nell’occhio.

La fumata bianca arriva e con essa il nome di Papa Leone XIV, «Robert Francis Prevost» scandisce la voce del commentatore mentre arriva sulla balconata.

In quel preciso istante il mondo si è diviso in due categorie; da un lato tutte le persone serie che hanno iniziato a compulsare google per saperne di più su questo cardinale poco «gettonato» nel toto Conclave. Tutti a ricostruire la sua vita, la sua formazione e l’influsso delle radici agostiniane.

Dall’altro lato del mondo, nella stanza dei cretini, c’ero io col mio inconfessabile segreto: «… è di Chicago – ripetevo fra me e me spulciando in rete – vediamo se tifa per i Cubs o i White Sox».

Facciamola corta, il fatto è che non riesco a farne a meno, ogni volta che qualcuno viene eletto ad una carica importante voglio sapere per chi tifa.

Ho sempre l’impressione che, in qualche modo, la squadra che tifi dica qualcosa di te, soprattutto di te bambino. E se dice qualcosa di te bambino dice la verità. È solo una teoria, devo lavorarci sopra, ma per esempio Papa Bergoglio era perfetto per amare il San Lorenzo a Buenos Aires, non il River, nemmeno il Boca, il San Lorenzo era il suo posto.

Abbiamo tutti un buon motivo per aver scelto la squadra del nostro cuore e lei ne ha uno per essersi fatta trovare. Un motivo nascosto nei vestiti di un padre, negli autobus con una nonna, nei sellini corti della bici di un amico o magari in una manciata di sguardi che (una volta seduti su quegli spalti) ci hanno fatto capire che non tifavamo quel club bensì eravamo quella cosa lì, quella gente; una «comunità di destino» direbbero quelli che sanno parlare.

Qual è quel motivo? Appena lo so ve lo dico.

Credete che sia pazzo, lo capisco, eppure mi sembra di vederli nei loro tinelli i tifosi dei Chicago Cubs (una delle due squadre di baseball di Chicago) anche loro, un pò come a casa mia, radunati davanti alla tv in attesa della fumata bianca. Mi sembra di sentirlo, quell’uomo di mezza età col telecomando in mano e le gambe allungate sul divano; «Vieni Jennifer – grida sgomento richiamando l’attenzione della moglie – hanno fatto un Papa dei White Sox…». (Ah giusto, avete ragione, quando devo ragionare dell’americano medio non so mai dargli un nome, per qualche misterioso motivo invece, nella mia testa, sua moglie si chiama sempre Jennifer. Certo, non è più una ragazzina ma i jeans le stanno ancora bene).

Il cardinale Robert Prevost è nato nei dintorni di Chicago e tifa White Sox. Crosstown Classic, The Windy City Showdown, Chicago Showdown, North–South Showdown, City Series, Crosstown Series, Crosstown Cup, o Crosstown Showdown sono solo alcune delle definizioni della rivalità che coinvolge le due squadre di baseball in città.

I White Sox sono generalmente collocati nella zona sud della città mentre i Cubs (forse in maggioranza) popolano la parte a nord. Volete un’idea che renda efficacemente il polso della loro rivalità? C’è una vecchia canzone dal titolo «The ballad of the south side irish» che dice: se si parla di baseball io tifo per due squadre, i White Sox e chiunque giochi contro i Cubs.

Entrambe le squadre hanno affondato il piede nell’immaginario collettivo di Hollywood, se è vero infatti che uno dei due protagonisti dei Blues Brothers (Elwood) usa l’esatto indirizzo di Wrigly Field, lo stadio dei Cubs (1060 West Addison) per falsificare la sua patente (come scopriranno i tragicomici nazisti dell’Illinois) è altrettanto vero che il cinema non si è scordato dei White Sox.

È toccato a Kevin Costner con «L’uomo dei sogni» reincontrare i protagonisti di una losca vicenda che ha riguardato i White Sox del 1919 e le World Series di quell’anno. Giocavano contro i Cincinnati Reds e passarono alla storia per lo scandalo che coinvolse otto giocatori di Chicago, sospesi a vita dopo che un tribunale stabilì che si erano accordati con due giocatori d’azzardo per perdere intenzionalmente la finale, dietro pagamento di compenso.

Una rivalità che, silenziosamente, ha riguardato anche la Casa Bianca; il presidente Obama infatti è un tifoso dei White Sox, mentre sua moglie Michelle segue i Cubs.

Una spaccatura che, allargando lo specchio alle cosiddette celebrità, vede da un lato (White Sox) simpatizzanti come lo stesso Obama appunto, e poi Michael Jordan, Jenny McCarthy, Snoop Doog, Lonzo Ball, Thomas Lennon ed altri, dall’altro lato (quello Cubs) fanno capolino volti come Bill Murray, Elizabeth Moss, Jim Belushi, Vince Vaughn, John Cusack, Eddie Vedder, Hillary Clinton, Billy Corgan e altri.

Due anime diverse, due storie diverse con alcuni snodi che però sembrano accomunarle. Per esempio le due squadre di Chicago sono entrambe segnate da un destino di lunghissima attesa, di gioie rimandate. Se è vero infatti che i Cubs hanno dovuto attendere ben 108 anni (dal 1908 al 2016) per vincere la loro ultima world series, anche i White Sox, in quanto a pazienza non scherzano. Sono 88 infatti le stagioni nelle quali hanno dovuto attendere il loro ultimo titolo nel 2005 (un’attesa che durava dal 1917).

Di quelle finali del 2005, fra White Sox e Houston, c’è una piccola clip, un video di dieci secondi, nel quale possiamo sentire quel misterioso ronzio del «motivo» di cui parlavamo prima, quella cosa che ti prende il cuore e gli dice questa è casa tua. E tu sei bambino fino alla fine.

A due strike di distanza dalla vittoria di gara 1 per la squadra di Chicago, la regia inquadra la tribuna coi tifosi dei White Sox in trepidante attesa. Un papà rassicura suo figlio piccolo, pietrificato dalla paura: “«due strike – gli dice – due strike e abbiamo vinto». Di fianco a quel bambino c’è un uomo di mezza età, anche lui col cuore in attesa e la speranza di rompere la maledizione dei White Sox.
A guardarlo sembrava un po’ solo ma quella sera è andato a casa felice.
Ecco qualcosa che si avvicina al misterioso motivo di cui parlavamo prima, un posto nel quale lui e altri sconosciuti temono e sperano la stessa cosa e non sono più soli.

Dimenticavo, quell’uomo oggi fa il Papa.

Cristiano  Governa

 

  Illustrazione di Salvatore Liberti

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Uno dei tanti articoli su Sanremo festival…

Sanremo, questo è l’ombelico del nonno
La prima serata del Festival è già dimenticata, tra gag un po’ fiacche e rapper molto addomesticati. Nella noia, ci siamo ritrovati a parlare tutti delle stesse cose: zio Gerry e Jovanotti.

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L’inizio, si può dire, non è ideale: Carlo Conti saluta, ricicla la stessa battuta scadente di mesi fa quando annunciò al Tg1 il suo ritorno alla conduzione («i conti tornano, e io sono tornato»), e salta subito l’audio per qualche secondo. L’errore tecnico è risolto in fretta, ma c’è poca verve. Il normalizzatore Conti, conduttore ragioniere, osa poco: ecco il ricordo di Ezio Bosso, poi quello di Fabrizio Frizzi, le battutine rompighiaccio di Gerry Scotti e Antonella Clerici, affidabili co-conduttori della prima serata, le frasi da Smemoranda sull’amicizia, i cantanti emozionati, le continue rassicurazioni: «Non vi preoccupate, andremo a letto presto». In questo panorama dimesso si prende la scena Gerry Scotti, al debutto all’Ariston. Zio Gerry rompe la scaletta, prova lo scialle di Irama, rimbrotta i più scostumati, canticchia, si fa toccare, ha una buona parola per tutti. Carlo Conti un po’ lo soffre. Quando Gerry si incarica di consegnare i fiori a Elodie, Conti sbotta con il suo Fiorello per la prima volta: «E allora fallo tu».

“Però Conti ha ritmo, sa condurre”, ci assicuravano nei giorni scorsi gli esperti di televisione. In effetti si procede di fretta, con parecchi minuti di anticipo sulle previsioni. Conti, nel pomeriggio, aveva promesso una grossa sorpresa: starà mica creando lo spazio per accogliere un super ospite? Il normalizzatore ci stupirà? Falso allarme. In mezzo alle esibizioni di Achille Lauro e Giorgia, Conti introduce sul palco una cantante israeliana e una palestinese, Noa e Mira Awad, per cantare una innocua versione trilingue di “Imagine”. Qua Conti rompe la quarta parete e annuncia con trasporto un’introduzione speciale, ricordandoci che nel mondo ci sono «tante, troppe guerre». È chiaro subito dove si va a parare: arriva l’ennesimo breve videomessaggio televisivo di pace del Papa, registrato da casa sua, circondato da una luce bianchissima. Pubblicità.

A un certo punto fra il Papa, la mamma di Cristicchi, le battute retrò di Gerry Scotti, le canzoni tutte scritte da Blanco, Abbate o Petrella e gli abbracci forzati del Fantasanremo ci si inizia un po’ a deprimere. Che noia. Si notano anche dei vuoti fra il pubblico. Per risollevare l’atmosfera arriva Jovanotti, il vero super ospite, in total look oro con i capelli leccati all’indietro. Dopo l’incidente in bici, che l’ha tenuto lontano dalle scene per un bel pezzo, è ancora più gasato del solito. Canta “L’ombelico del mondo” circondato da centomila batterie fuori dall’Ariston, poi entra nel teatro accompagnato da ballerine e un suonatore di sitar, si fa toccare dal pubblico adorante, bacia sua figlia, arriva finalmente sul palco dopo un quarto d’ora, non ha più voce ma parte lo stesso “A te” in un tripudio di telefonini accesi, il pubblico lo aiuta sul ritornello. Apoteosi, standing ovation, bentornato. Benignesco, si concede alle domande. «Chi era quel suonatore di sitar che ti ha accompagnato?» E Jova: «Non lo so, ma ha un nome indiano». Jovanotti, mattatore, chiama sul palco anche Tamberi, forse in sostituzione di Sinner, e gli fa annunciare la partecipazione alle prossime Olimpiadi estive. Ci si rivede in spiaggia.

In questa gazzarra nazional-popolare, si conferma una tendenza: l’addomesticamento dei rapper, accorsi di nuovo in massa a questo Sanremo, però quasi tutti con esibizioni innocue e canzoni pop, anche quelli che sembravano ingestibili come Tony Effe (che si copre pure i tatuaggi su faccia e collo). Pochissima trasgressione. Da un pezzo il Festival non è più tabù per loro, ormai nei podcast di settore alla domanda “parteciperesti a Sanremo?” rispondono tutti quanti, sempre, “con il pezzo giusto, sì”. Sono lontanissimi i tempi dell’underground, delle polemiche per l’ospitata di Eminem e la litigata dei Sottotono con Valerio Staffelli, entrambe a Sanremo 2001, edizione resa leggendaria dallo sbrocco dei Placebo. Ma anche le partecipazioni di Ghali e Dargen dell’anno scorso sembrano rivoluzionarie rispetto al clima sdolcinato di quest’anno. Analizzando le scelte di Carlo Conti, incuriosiva la quantità di rapper in gara. Svolta rap? No, si sono adeguati al contesto, forse per far contenta la mamma. Un gruppo di labradoroni mansueti con i tatuaggi da duri (coperti).

Bresh l’anno scorso era a Sanremo per fare casino agli afterparty e adesso fa il tenero cantautore erede della scuola ligure, perfetto fidanzato d’Italia; Tony Effe fino a pochi mesi fa era il crackomane più bello d’Italia, un misogino da boicottare, e ieri ha presentato una potabilissima canzonaccia romanesca; il povero Rkomi, seminudo, si fa prendere in giro da Gerry Scotti, che gli consiglia di indossare una maglietta della salute, e prova a buttarsi nel pop di denuncia sociale, con risultati deludenti; Achille Lauro ne ha fatta di strada da quando dormiva in macchina; Emis Killa si è ritirato prima della competizione per non intralciare il lavoro della magistratura; Fedez, lo si può capire, è assorbito dal suo angolo rosa, e la canzone in gara ne risente.

Insomma, non esattamente una scena di cattivoni, altro che dissing. L’unico coerente è Gue, vincitore morale. Arriva in team con Shablo, Joshua e Tormento (quest’ultimo protagonista dei tafferugli con Staffelli un quarto di secolo fa), occhiali scuri, rappa, swagga, ama la sua mamy e ‘sti money, fa le doppie, si ritrae quando Conti gli dice di venire qua. Fedele alla linea. In un’intervista di qualche giorno fa ha detto di non sentirsi in gara al Festival, sta solo facendo un favore a un amico, parteciperà nei prossimi anni se troverà una canzone giusta. «Come ho convinto Gue a venire al Festival?», ha rivelato Shablo: «Semplice, lui è il maestro della bella vita. Gli ho detto: vieni che nel weekend ti portiamo a Nizza, Montecarlo…gli abbiamo promesso le ostriche, un po’ di champagne, facile». Due ore prima di salire sul palco, Gue sponsorizzava nelle storie di Instagram il suo brand di tequila.

Ah, poi ci sarebbero le canzoni in concorso, e la loro battaglia verso platini e palazzetti. Si conferma il podio previsto alla vigilia: Giorgia, Achille Lauro e Brunori Sas, decidete voi l’ordine. Menzione speciale per Simone Cristicchi, Joan Thiele e Lucio Corsi, le loro canzoni brillano in un mare di tentativi smarmellati di tormentone. Si è fatta una certa, Achille Lauro e Fedez non si sono picchiati nel backstage, gestire l’eredità di Amadeus non è stato poi così complicato. Il trio di conduttori è ormai stanchissimo, Carlo Conti sembra quasi scocciato, accoglie sul palco un carrello con qualche fondina di trofie al pesto. Conti, Scotti e Clerici provano a distribuirle fra il pubblico, che risponde tiepidamente. La prima serata è andata, senza colpi di scena. «W le trofie», urla la Clerici, e parte la sigla di chiusura, “Tutta l’Italia”, con cassa dritta firmata Gabry Ponte.

Lorenzo Camerini__da__RIvista Studio

Morgan sia messo in condizione di non nuocere, ma non impeditegli di lavorare ….

 

Nessuno che riesca a distinguere il peccato dal peccatore. Far perdere al musicista contratti e concerti non è giustizia, è vendetta. Visto anche il numero di infervorati, somiglia a una lapidazione. Il duro mestiere del genio. Ieri Busi e Bene, oggi Morgan e Sgarbi.
Sono tutti pagani (Calcutta con quel nome magari sarà induista) e quindi non riescono a distinguere il peccato dal peccatore. Preziosissimo insegnamento di Santa Madre Chiesa. Pio XII disse che “bisogna essere risoluti contro l’errore e pieni di riguardo verso gli erranti”. Che Morgan sia un errante non ho difficoltà a crederlo, per un articolo di blanda critica mi scrisse messaggi vaneggianti per ore (quanto tempo da perdere ha quest’uomo?). Se il musicista è davvero pericoloso sia messo in condizione di non nuocere: arresti domiciliari, braccialetto elettronico, non so. Ma non gli si impedisca di lavorare. Fargli perdere contratti e concerti non è giustizia, è vendetta. Visto anche il numero di infervorati, somiglia a una lapidazione. E sono tutti senza peccato? Urge inoltre distinguere l’arte dall’artista. Qui oltre che cristiano sono proustiano: Marcel invitava a separare l’opera dalla biografia, altrimenti si riduce tutto a pettegolezzo (o linciaggio). Sid Vicious ha forse accoltellato la fidanzata ma che spettacolo la sua “My way”. Gesualdo da Venosa ha ammazzato la moglie fedifraga e il di lei amante eppure nessuno si presenta alla Decca col presuntuosissimo, prepotentissimo “O lui o io”. Battiato lo spiegò alla perfezione: “Musicista assassino della sposa / cosa importa? / scocca la sua nota / dolce come rosa”.

Camillo Langone__da __IL FOGLIO

 

morgan

Se gli spot superano la realtà. La parità di genere nelle nuove pubblicità dei detetersivi…

In un periodo in cui, da ogni parte, sembra sgretolarsi la certezza di diritti conquistati da parte di noi donne, finalmente una buona notizia.

Stavo guardando la televisione, ieri, e sono rimasta piacevolmente sorpresa alla vista di due spot pubblicitari. Si tratta di un famosissimo detersivo per il bucato. Ebbene, nel primo spot, una giovane donna si appresta ad uscire di sera, tutta in ghingheri. Si avvicina al marito che tiene in braccio un bambino piccolo. L’uomo dà per un attimo il bimbo in braccio alla madre dicendo “saluta la mamma” e il piccolo fa un rigurgito che compromette il vestito di lei. La donna si cambia e comunque esce. Il marito fa il bucato di corsa, asciuga a e stira il vestito. Quando, a fine serata, la donna rientra a casa, trova l’uomo appisolato sul lettone con il bambino sulla pancia e il vestito appeso e pulito.

Nel secondo spot, c’è invece un uomo anziano che prepara con cura le divise di una squadra sportiva. Anche lui lava, stira e con orgoglio ripone questi abiti negli spogliatoi. Quando finalmente entra la squadra, scopriamo che si tratta di atlete donne: tante ragazze accudite da un uomo.

Io ho trovato questi spot un passo avanti enorme. Sono lo specchio della realtà? Sicuramente no. Non credo, ad esempio, sia così diffusa una coppia paritaria come quella mostrata, ed è proprio il motivo per cui c’è bisogno di esempi come questi, che, in modo subliminale, propongono un modello nuovo. La strada è in salita, ma almeno abbiamo iniziato a camminare

Barbara Gubellini.                                                                                                             imagespapà

Marchesi tra il futile e il dilettevole…

Marcello Marchesi è l’anello di congiunzione tra la letteratura e lo spettacolo, tra satira e comicità tramite l’umorismo. Marchesi è il ponte tra Flaiano e Totò, tra Achille Campanile e Walter Chiari, tra Leo Longanesi e Paolo Villaggio. Dopo decenni di silenzio dalla sua morte, nel 1978, ora riaffiora perché sono stati ripubblicati due suoi libri da La Nave di Teseo: la raccolta di boutade Il dottor Divago e il romanzo Il Malloppo. 

A vederlo vestito in bianco e nero, coi baffi e gli occhiali neri, come Flaiano, più l’ombrello e il cappello, sembrava uno di quei borghesi di Magritte, con bombetta, cravatta e abito scuro, piovuti dal cielo. Marchesi era un logo vivente della tv in bianco e nero, incompatibile con la tv a colori; difatti se ne andò all’altro mondo con l’avvento del colore. Me lo ricordo da bambino questo signore di mezza età che mi sembrava fuori posto in tv, troppo serio per essere comico, troppo scanzonato per essere serio. Autore di cinema, famoso soprattutto per i film di Totò, autore in tv di memorabili programmi, autore di tanti indimenticabili motti di Carosello, scopritore di talenti. E autore di testi, di libri che raccolgono i suoi calembour, i suoi giochi di parole, i suoi versi surreali. Si definì futile e spiegò la parola in senso figurato: “Mi fa venire in mente un fucile che spara a borotalco. A pensarci bene, un fucile così non ammazza nessuno e fa sorridere. Sì, sì, sono futile”. Ma dilettevole.  Veniva dal Bertoldo, risposta milanese al romano Marc’Aurelio, con Giovanni Mosca e Cesare Zavattini, Giovannino Guareschi e Vittorio Metz, suo amico e coautore di una vita; vi scrivevano pure Campanile, Longanesi, Maccari, Carletto Manzoni e il giovane Federico Fellini. Collaborò a lungo con la Rai sin da quando si chiamava Eiar. Fu il primo “copyrighter italiano” e le sue trovate, i suoi detti, ebbero successo anche da morto, a molti anni di distanza: pensate al titolo del best-seller di Gino e Michele, Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano: era suo. Coniò slogan virali per la pubblicità ma sotto sotto era un moralista contro il consumismo: si pentì di aver venduto il cervello alla pubblicità e di essere diventato “stratega del desiderio, colonizzatore di anime, uomo al neon”. Per lui il consumismo era una religione a rovescio fondata sullo spreco e sul superfluo, l’avidità e i desideri insaziabili: “diventeremo tutti Buttisti/seguaci del dio Butta/divinità dello spreco/Motto di chi l’adora/Butta via e compra ancora”. Per dirla in breve, rovesciava un noto proverbio: “La pubblicità è il commercio dell’anima”. Come Penelope, Marchesi disfaceva di notte la tela della pubblicità che tesseva di giorno. Ridendo “castigat mores”, quei costumi che lui stesso aveva invogliato a imitare coi suoi caroselli. Amava il non-sense sin dalla nascita: “quando nacqui in casa c’era solo mio padre. Mia madre era uscita”. Andò in tv perché “era l’unico modo per non vederla”. Dedicò il suo Diario futile a tutte le lettere dell’alfabeto, rendendo divertente la consueta formula di rito “Senza di loro non avrei mai potuto scrivere questo diario”.  Si definì attraverso sei aggettivi preceduti dal più: l’uomo più allegro, più malinconico, più funereo, più bugiardo, più aperto, più provvisorio. E malinconico fu sul serio, come Flaiano e Longanesi. Abissale è la mestizia di alcuni suoi versi, come questi: “quando penso che non m’innamorerò, ormai più/che non soffrirò, ormai, più per amore/ mi sento un morto a cui batte il cuore”.  Scrisse, a suo modo, il necrologio più onesto del fascismo: “Il fascismo: l’Italia del periodo Paleopolitico. Il periodo in cui eravamo tutti fidenti, fidentissimi e c’era uno più fidente di tutti. Il fascismo sembrava il sogno di un popolo povero che faceva tenerezza anche agli americani. Ohè! La traversata atlantica! Vuoi vedere che l’ingenuità è la strada giusta? Vogliono l’imperetto, birichini. Alè, diamogli lo scappellotto delle sanzioni. Poi arrivò il compagno cattivo e tutto si guastò irrimediabilmente”.Sono celebri e folgoranti le sue definizioni che giocano sui luoghi comuni e il suo dizionario delle celebrità; ma sono più significative le sue osservazioni da u-moralista, ossia moralista umorista e umorale. Per apprezzare Marchesi bisogna tuttavia avere un retroterra colto o almeno liceale, conoscere un po’ di storia, di latino e di cultura generale.Irriverente verso tutti: quel devoto ipocrita che assisteva tutte le domeniche alle “Sacre Finzioni”; quel poeta, la cui figura “naneggia in tutta la sua pochezza nel panorama della poesia contemporanea”. O quella volta che disse di aver sfregiato una tela d’arte informale alla galleria d’arte moderna:“con quel taglio il suo valore è salito di un milione”. Criticò il progresso: “Bella la vita di adesso. Si vive più a lungo, si muore più spesso”. Poi la sua tenera poesia a “l’unico amico” (Vittorio Metz) “Vieni a trovarmi finché son vivo… scambiamoci un sacco d’idee sbagliate/invecchiamo un’ora insieme”. Quando era demoralizzato si sentiva “un brufolo devitalizzato”. Tendeva a dimenticare i torti subiti ma non per generosità, confessò, ma perché non gli andava di soffrire. Anche la sua vita finì in modo assurdo, tragicamente buffo, a 66 anni: fu nel mare in Sardegna per un’audace capriola nell’acqua. E dire che pochi anni prima in Essere o benessere aveva scritto della strana sorte di un supertimido: “Affogò perché si vergognava a gridare aiuto”. Disse di sé: “Sono un mediocre pieno di genialità, sono un genio che non ce la fa”. Ad avercene di mediocri come lui.

Marcello Veneziani,

 

Le barriere architettoniche disturbano tutti quanti.

Le barriere architettoniche non ostacolano solo chi è costretto in carrozzina, ostacolano le mamme coi passeggini, ostacolano coloro che hanno, per età, malattia, incidente, difficoltà di deambulazione anche modeste

“I disabili sono la nostra avanguardia”. Non avrei mai partorito un simile pensiero se Paola Severini Melograni non mi avesse intervistato nel suo programma televisivo (“O anche no”, RaiTre) e non mi avesse regalato il suo libro dallo stesso titolo (Castelvecchi Editore). Al contrario di lei, pasionaria della disabilità, più che all’altruismo io tendo all’egoismo. Ma avversare i disabili non è da egoisti, è da scemi. In una società che avanza verso la senilità, poi… Le barriere architettoniche non ostacolano solo chi è costretto in carrozzina, ostacolano le mamme coi passeggini, ostacolano coloro che hanno, per età, malattia, incidente, difficoltà di deambulazione anche modeste. I tavolini per spritzomani ,che occupano come metastasi marciapiedi e carreggiate dei centri storici ,ostacolano tutti, compresi gli addetti alle consegne e i guidatori delle ambulanze. E mentre ascensori e scivoli sono a volte difficili da inserire, tavolini e gazebi si potrebbero eliminare facilmente. Leggendo Paola e parlando con Paola ho capito che i disabili sono la prima linea della civiltà, la trincea dell’umanità. Se cade il rispetto per loro l’oltraggio deborda ovunque e può colpire anche i sani (che comunque non esistono, essendo l’uomo, come insegna De Maistre, “tutto una malattia”).

Camillo Langone      ____da IL FOGLIO     

     

disabili                                                                                               

Non resta che privatizzare la Rai..

Al decimo programma televisivo che denuncia in coro la nascita di un regime televisivo meloniano, al decimo annuncio in video del sindacato giornalisti Rai, Usigrai, che lo sciopero ha raccolto quasi l’ottanta per cento di adesioni contro la deriva autoritaria della Rai, e al decimo militante telesovietico che denuncia la Rai di regime perché nonostante lo sciopero ha trasmesso i tg, mi chiedo: ma siamo alla demenza bilaterale, sono cretini e/o ci prendono per cretini?   Ragioniamo. Se ci fosse davvero un regime non ci sarebbero così affollati programmi, giornalisti e conduttori che ripetono all’unisono la menata del regime di destra; se fosse tale, un vero regime non lo permetterebbe. Se poi ci fosse davvero un regime non ci sarebbe l’adesione libera e massiccia, come quella che viene propagata, allo sciopero contro la Rai di regime; ci sarebbero pressioni e intimidazioni a impedirlo. E ancora: tra persone normali, di comune buon senso, lo sciopero è un diritto, non è mica un obbligo; sicché se tu hai la possibilità di astenerti dal lavoro e di far leggere un comunicato in tutti i tg in cui spieghi le tue ragioni, ci dev’essere pure da parte di chi non si riconosce nelle ragioni dello sciopero e nel sindacato storicamente di sinistra della Rai, il diritto di poter invece lavorare. Così come un’azienda, qualunque azienda, non deve impedire lo sciopero ma ha il diritto e il dovere, trattandosi di un servizio pubblico, di mandare in onda l’informazione e cercare di garantire la continuità del servizio. In base a quale legge mafiosa la dichiarazione di uno sciopero deve comportare l’allineamento forzoso e silenzioso di tutti i dipendenti, di tutti i sindacati, dell’azienda al diktat promosso dal soviet dei giornalisti Rai sulla base di una sua lettura unilaterale e partigiana?  Ma ora siamo arrivati a un punto in cui bisogna mettere insieme tutti i pezzi e arrivare a coerenti conclusioni.

Dunque, se come voi dite, la Rai sta scivolando in regime, se la Rai, come voi ripetete, sta andando male, se molti personaggi della tv lasciano la Rai e vanno nelle tv private, viste le offerte vantaggiose e l’impossibilità della Rai di essere competitiva sul piano delle contro proposte, allora la soluzione conseguente che taglia la testa al toro è una sola: privatizzate la Rai, cedetela sul mercato. Si, a questo punto è l’unica ragionevole soluzione per impedire che il potere politico la utilizzi come megafono di regime asservita al governo in carica (un tempo la Rai rispondeva al parlamento, poi mi pare con Renzi, che mi pare fosse allora il leader del Pd, passò a rispondere direttamente al governo); per evitare questa caduta costante di qualità e di ascolti che denunciate; e per mettere fine a questa agonia e fuga di celebrità che lasciano l’azienda pubblica e vanno nelle tv private, nonostante molti di loro fossero storici fautori e testimonial della Tv pubblica contro le tv commerciali. Chi scrive è stato per anni un difensore del ruolo pubblico della Rai, credeva ancora alla bella storia della principale azienda culturale italiana e riteneva che davvero fosse necessario avere un’azienda che si ponesse come missione la crescita culturale e civile del paese. Ero memore del ruolo educativo della Rai e sappiamo quanto la radiotelevisione pubblica abbia contribuito all’istruzione di massa, all’unificazione nazionale e all’uso popolare della lingua italiana. Ho sempre pensato all’utilità di un sistema misto, non solo nell’informazione, con una sfera pubblica e una privata; e ho sempre temuto la privatizzazione generale, la mercatizzazione globale dell’informazione.  Ma a questo punto, visto il pappone velenoso che si è via via stratificato nell’azienda pubblica, e vista la deriva della Rai, penso che sia meglio metterla sul mercato. Naturalmente non si potranno più garantire endemiche rendite di posizione, pletoriche redazioni, giganteschi parchi collaboratori a spese della Rai, migliaia di stipendi e così via. Sarà il mercato a decidere.  Bisogna avere il coraggio di rimetterla sul mercato, mettendo così subito a tacere chiunque dica o voglia effettivamente asservire la Rai al potere. Finalmente avremmo una Rai alla stessa stregua degli attuali gruppi editoriali, reti padronali, network transnazionali, cartelli imprenditoriali, come tutte le altre fonti d’informazione e intrattenimento che ci sono in giro. E ci libereremmo definitivamente dall’assillo sul canone televisivo. Che dite, facciamo un piccolo sforzo? Si immettono sul mercato e gli stessi soggetti che sul mercato si sono accaparrati format, autori e conduttori di provenienza Rai, potranno direttamente accaparrarsi le reti e le testate giornalistiche. Non potete dire infatti che se finisce ai privati viene stuprata e sottomessa a chissà quali oscuri progetti; se i vostri colleghi hanno preferito Cairo, Discovery, Sky, Mediaset alla Rai, perché non si potrebbe scorporare direttamente la Rai e dividerla tra gli stessi o tra altri soggetti che decideranno di partecipare allo smembramento del carrozzone più chiacchierato del nostro Paese? E se siete così bene organizzati, voi del soviet interno alla Rai, potrete concorrere all’asta e magari accaparrarvi una rete, una testata, in cui magari vi sforzerete di stipare tutto il personale eccedente della Rai, oggi spalmato su reti e testate.  In certe cose non si può essere più signori né fessi e tantomeno illusi sulla missione pubblica della Rai, che a vostro parere esiste solo se risponde al potere della sinistra o paraggi. Dite che è una Rai di regime? Eliminatela, abolitela. Un piccolo sforzo, presidente Meloni, per dimostrare la sua buona volontà e per smentire chi la vuole fondatrice di TeleMeloni: sia lei ad avviare questo processo di privatizzazione. E buona notte al secchio. Diranno che pure il passaggio al libero mercato sarà un segno di regime? Certo che lo diranno, e si copriranno di ridicolo, anche perché se si facesse un referendum sulla Rai gli italiani darebbero loro torto marcio e chiederebbero a gran voce di liberalizzarla. Non avrei mai pensato di arrivare a queste conclusioni ma se questa è la realtà, se questa è la deriva…

Marcello Veneziani