Bellezza, mezza salvezza…

 

C’è ancora posto per la bellezza nell’era della tecnica, della finanza e del canone woke? Appare obsoleta, inutile, discriminatoria, la bellezza, succube di una visione estetica del mondo. Venticinque anni fa, con Giorgio Albertazzi, scrissi e lanciai il manifesto della bellezza. Amante e lettore di Dante e di d’Annunzio, Albertazzi portava allora in scena Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, che era un monumento alla bellezza; ricordo una sua memorabile interpretazione nella Villa Adriana di Tivoli, e ci parve presente il grande imperatore. Nel manifesto, che scrissi e firmai con lui e pochi altri amici, cercai di definire il bello in dieci punti che qui riassumo.

La bellezza è amica della misura e nemica dello sconfinamento, è amica del mondo reale e nemica del mondo astratto, amica del dono e nemica dell’utile, amica dell’eccellenza e nemica della mediocrità, amica della lievità e nemica della pesantezza, amica della varietà e nemica dell’uniformità, amica della distinzione e nemica della separazione, amica del mito e nemica della ragione calcolante, amica dello spazio e nemica del tempo, amica dell’essere e nemica del niente. Ogni affermazione aveva una succinta spiegazione.

La bellezza è la gloria del mondo cantata dalla luce. Il Bello nel suo senso ultimo è il simbolo del Bene, ovvero la metà visibile della tessera. L’altra metà abita nei cieli. Il bello quaggiù è il riflesso del bello trascendente.

In quella tesi c’era l’eco di Platone e di Plotino, il filosofo del bello; c’era l’amore dei greci per la bellezza e l’amore cristiano del bello. L’ordine è bellezza e la bellezza è ordine, ambedue si fondano sulla misura e sull’armonia. Entrambi danno forma all’informe e s’oppongono al caos che deforma gli elementi e li confonde. I principi fondativi dell’ordine corrispondono ai principi costitutivi della bellezza, descritti da San Tommaso: proportio, integritas e claritas, proporzione, integrità e chiarezza. In cielo e in terra, dalle partiture musicali alle sculture, fino all’ordito e la trama dei tappeti, stretto è il nesso tra ordine e bellezza. L’ordine degrada quando diviene meccanico e non organico; così la bellezza degrada quando non è disegnata dalla luce ma è solo involucro e apparenza, e dunque è solo estrinseca e non intrinseca. L’ordine è maschile e la bellezza è femminile, l’ordine è adulto e la bellezza è giovanile, l’ordine infonde serenità e la bellezza gioia. L’ordine è la finestra e la bellezza è la luce che vi penetra. Ordine e bellezza sono principi metafisici planati nella realtà. L’ordine è il disegno intelligente che organizza il mondo.

Verità è bellezza diceva Keats, anche se altri autori, da Leopardi a Nietzsche, ci insegnano che la bellezza è piuttosto il velo apollineo e illusorio disteso sulla tragedia del mondo. Oltre Apollo, diceva Nietzsche, c’è Dioniso che squarcia il velo della menzogna dorata e ci conduce oltre la bellezza. Verso dove? Verso la tragedia, l’infinito, il delirio. O verso il sublime, come lo figurarono Burke e Kant, che è la bellezza sconcertante, smisurata, che ci turba ma ci affascina.

Anche un autore maledetto come Baudelaire sottolineava il legame tra ordine e bellezza, in quei famosi versi ripresi da Manlio Sgalambro e da Franco Battiato in Invito al viaggio: “Laggiù tutto è ordine e bellezza, calma e voluttà. Il mondo s’addormenta in una calda luce di giacinto e d’oro”.

La bellezza può essere naturale e soprannaturale o suscitata dall’arte e dall’intelligenza. La bellezza emana un’aura, che non è solo di un’opera d’arte, come diceva Walter Benjamin, perché può derivare da un carisma, una grazia, una luce intrinseca a un soggetto e un luogo e non solo frutto dell’artista.

La bellezza ha molto a che fare con la civiltà mediterranea, pagana, cattolica e bizantina, che nel nome della luce, ebbe il culto delle icone e di une religione figurativa, in cui anche la divinità era a immagine e somiglianza umana, anche se per la fede è l’uomo a immagine e somiglianza divina.

La grazia del bello era concepita nel mondo classico come statica, inerte, “a miracol mostrare”. Sicché nella modernità è accaduto che la bellezza, ferma nel suo essere, sia sopraffatta dalla bruttezza, dinamica nel suo divenire e funzionale. Il brutto è mobile, avanza, la bellezza no, dunque è perdente. Provò il futurismo a mettere la bellezza in movimento, a immaginarla dinamica e non più statica, figlia della tecnica e non solo della natura; la bellezza delle macchine, della velocità. La bellezza non era solo nel creato e nell’imitazione del creato, ma era frutto del lavoro creativo e immaginativo, artificio. Che ne sarà al tempo dell’intelligenza artificiale? “La politica della bellezza” s’intitolava un aureo testo di James Hillman, psicanalista junghiano, dedicato alla necessità del bello per animare le città e le comunità, nell’epoca in cui prevale la dittatura del brutto. Certo, la politica della bellezza non è la bellezza della politica: ma oggi in ambo i sensi, il legame tra bellezza e politica è un rapporto di pura fantasia, un delirio. Eppure il tema del bello e la polis dovrebbe toccare in modo speciale noi italiani, per il primato mondiale dell’Italia nella bellezza delle arti, dei centri storici e del paesaggio.

La bellezza salverà il mondo, diceva Dostoevskij e noi continueremo a chiederci: ma chi salverà la bellezza che è un bene delicato e deperibile?

Marcello Veneziani

Ci salveranno i nascenti…

 

La cicogna, in versione Dhl, mi ha portato lo scorso pomeriggio un vagone di neonati. Era di maggio, ero in mezzo a un tripudio di fiori nel nostro giardino, e ho ricevuto questo dono inatteso. Non aspettavamo nessuno, tantomeno neonati, l’età gravida è ormai lontana, passata per sempre. Eppure è arrivato un carico di creature, fresche di nascita, accompagnate da un corteo di madri col pancione. Non è un sogno e nemmeno un delirio, ma una sorpresa che ti riconcilia con la vita, col suo sorgivo stupore, con l’infanzia che arriva da un misterioso aldilà e ti guarda con quegli occhi nuovi e una vita intera davanti. Pensate, per un momento pensate, al nostro presente, così avaro di bambini e di natalità, che giudica oscena la fertilità e offensiva, bestiale, retrograda la maternità. È il tempo in cui l’aborto diventa un dogma costituzionale, la devozione lgbtq+ si fa legge europea. È il tempo dei figli di Nessuno, degli uteri in affitto, della compravendita di feti. È il tempo in cui gli esperti dicono che la statua di una mamma che allatta è divisiva e va tolta dagli spazi pubblici. È il tempo che ha separato il sesso dalla procreazione, le voglie dal destino; che reputa offensivo ogni accostamento tra donna e maternità. È il tempo del declino e della decadenza. Poi ti arriva a casa un librone pubblicato da Taschen di una fotografa australiana, nota nel mondo per le sue foto sulla nascita e sulla maternità. Il libro si chiama Small World, ma quel Piccolo Mondo è la promessa che il Mondo grande non finirà. Arrivano i rinforzi, c’è il ricambio.
Il libro, con brevi testi in più lingue, parla con le immagini, come accade ai miti e alle fiabe. Lei, l’autrice delle fotografie, sia benedetta, si chiama Anne Geddes, è stata madre tempo fa, ma semel mater sempre mater, una volta che si è madri lo si è per sempre. “Attorno ai bambini appena nati – dice Anne – c’è solo il bene ed è questo che mi affascina”. L’inerme, assoluta purezza del bene e del bello in natura. La gioia di vedere neonati, dice, non invecchia mai.
La sua, a scherzarci su, è l’Opera Maternità e Infanzia. È una sfilata di madri di ogni continente, con le pance piene di figli, e tanti neonati.
L’amore materno è il primo amore che non si scorda mai più della passione fiammeggiante che si accese nella nostra mente, nel nostro cuore e nel nostro corpo la prima volta che ci innamorammo. E’ tua madre, che hai conosciuto prima di venire al mondo, e ti ha nutrito, amato e accudito già prima di nascere. E’ quello l’amore più carnale e più spirituale, anima e corpo, amore necessario come l’aria che respiri, che ti accompagna per tutta la vita, dalla nascita alla morte.
Quelle immagini valgono più più di una predica pur benedetta del Papa sulla natività, più di un discorso del ministro della famiglia, interrotto dai democratici abortisti; più di una legge, un saggio, una benemerita manifestazione in favore della vita. Quell’album di foto racconta la vita nascente, lo stupore di venire al mondo, la meraviglia di esistere; e l’amore naturale a prima vista suscitato da quelle primizie viventi. Prima di ogni pensiero c’è la visione, che sprigiona vita, promessa e bellezza.
Il libro della vita nascente ci è pervenuto in dono da una amica carissima, Marilena; è già troppo che dica il suo nome, conosco la sua riservatezza, l’ho già oltraggiata con questa indiscreta delazione. Quelle immagini ci riconciliano col mondo, con la realtà, fanno bene alla vita. L’amore tornante per la vita che nasce, che apre gli occhi, scopre il mondo e si rallegra di essere vivo. Hai voglia a ragionare, alla fine l’unica risposta al morire e all’invecchiare è il nascere, la vita che sboccia, lo spettacolo di un neonato all’Inizio. Certo, non sei tu a nascere, a te tocca il declino; ma è bello sapere che il mondo non finisce con noi, che la vita continua oltre la morte. L’importante è spostare il baricentro dalla tua vita singola alla vita del mondo, che si avvicenda e torna a fiorire. Tutte le culture di morte che negano l’essere, desiderano il non essere, il nulla, il vuoto, la liberazione da tutto, tacciono davanti a un campo fiorito e al profumo di maggio, al bambino che nasce, al bambino che cresce, alla madre col pancione. Sono mamme e bambini di ogni parte del mondo, di ogni razza e colore, perché la vita è universale e si estende al regno animale e al regno vegetale. Non escludo che anche i minerali abbiano i loro battesimi. Poi, certo, la vita non è un pranzo di gala; è difficile, per chi nasce e per chi si prende cura, ci sono mille problemi, a volte si soffre. Scomodo, costoso, faticoso. Ma val la pena vivere e ben disporsi verso chi nasce.
Non riesco a descrivervi con le parole le immagini che sto in questo momento sfogliando. Ogni figura è una sorpresa, una tempesta di vita e di colori, sguardi piovuti dal cielo, finestre di luce, una diversa dall’altra, con la promessa del giorno che viene. Venuti alla luce, o dalla luce, dopo l’anticamera buia nel grembo materno. Tutto albeggia in queste figure, è la festa dell’uomo che nasce; eppure l’uomo è una bestia cattiva, a volte brutale, vive tra rabbia e dolore, è mortale, e sfoga la sua mortalità infliggendola agli altri. Pensa di scaricare il male sugli altri. E così lo moltiplica.
Queste immagini nascenti per un momento sospendono sconforti e tristezze di un’epoca senza eredi, di un nonno senza nipoti, di una società che mal sopporta le creature; e di città che si svuotano di figli e di bambini, si riempiono di vecchi, con famiglie destinate a estinguersi nel giro di pochi anni o quantomeno di veder emigrare gli ultimi epigoni in imprecisati altrove, spesso non luoghi. Ma ogni angoscia sembra svanire o sopirsi nel battito d’ali che senti sfogliando quelle pagine, gremite di neonati, tra facce e destini che ti guardano e tendono la mano per ricevere protezione e darti speranza. La vita che nasce è la più bella risposta a ogni perdita; passata, presente e futura.

Marcello Veneziani  

La bellezza della saggezza che viene dalla semplicità…

Questo meraviglioso autoritratto, un affresco in cui la grande poetessa Anna Achmatova racconta sé stessa attraverso la frugalità del quotidiano. “Ho appreso a vivere semplice e saggia“, racchiuso  nella raccolta del 1914 “Rosario“, ci trasporta in un mondo di cose semplici, in cui l’angoscia esistenziale si trasforma in dolce malinconia grazie alla partecipazione della natura.

Ho appreso a vivere semplice e saggia
“Ho appreso a vivere semplice e saggia
a guardare il cielo, a pregare Iddio,
e a vagare a lungo innanzi sera,
per fiaccare un’inutile angoscia.

Quando nel fosso freme la lappola
e il sorbo giallo-rosso piega i grappoli,
compongo versi colmi di allegria
sulla vita caduca, caduca e bellissima.

Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca
il palmo, fa le fusa più amoroso,
e un fuoco vivido divampa al lago
sulla torretta della segheria.

Solo di rado un grido di cicogna,
volata fino al tetto, squarcia il silenzio.
E se tu busserai alla mia porta,
mi sembra, non sentirò nemmeno”.

Anna Achmatova

Quando si comprende il miracolo della vita

Nella sua poesia, nella traduzione curata da Michele Colucci, Anna Achmatova ritrae sé stessa, ancora giovane e ignara delle sofferenze che sarà costretta ad attraversare. Nei versi   ci toccano delicatezza, sensibilità, malinconia ma,  più di tutto, il  senso  languido di abbandono che caratterizza l’uomo quando si rende conto di essere un piccolo ingranaggio del sistema universo. La semplicità e la saggezza di cui ci parla Anna Achmatova passano per il cielo e la preghiera, per la flora che sa di infinito in confronto alla nostra fugacità, per la tenerezza della fauna, per il fuoco che illumina e scalda… Achmatova coglie il prodigio della natura, semplice e saggia  , mentre pare che briciole di eternità  ci cadano addosso come  le gocce leggere di una pioggia di primavera .

passeggiataal tramonto