L’autobiografia dell’Italia in corso d’opera.

 

 

C’è un signore di 94 anni che da quasi settant’anni studia l’Italia e la descrive live, dal vivo, mentre l’animale collettivo cammina, lavora, si siede o si nasconde. Fondò un laboratorio in cui ha scritto ogni anno l’autobiografia dell’Italia in progress e anche in regress, per così dire. Si chiama Giuseppe De Rita, il suo laboratorio è il Censis, all’Accademia di San Luca a Roma, in una serata in suo onore, ne abbiamo ripercorso la storia, lasciando poi a lui le conclusioni. Per l’occasione il Censis ha pubblicato “I sette sigilli del canone deritiano”, a cura del direttore Massimiliano Valerii con uno scritto di De Rita.
Il segreto della sua impresa è aver descritto l’Italia non ponendosi dall’alto ma situandosi nel mezzo e all’interno dei suoi corsi e decorsi, evitando pregiudizi ideologici e moralistici per descrivere la realtà nel suo cambiamento, visto da dentro e durante. E così mentre altri vedevano altri film, lui, il sociologo, ha descritto l’emergere in Italia del localismo, del provincialismo, del policentrismo, della piccola impresa, del terziario, del sommerso; la sostituzione della borghesia col ceto medio, la società molecolare se non coriandolizzata. E mentre dominava l’immagine di una società guidata dall’alto, ormai decisionista, senza mediazioni e senza continuità col passato, lui scorgeva nei fondali dell’Italia la controtendenza al continuismo e all’intermediazione, che sono poi i nomi concreti, pratici e funzionali della tradizione e dei legami sociali e comunitari, tra reti e filiere. E anche nelle sue mutazioni, l’Italia in fondo prosegue nel suo “trasformismo adattivo” che fa parte della sua storia e della sua indole. Questa è l’Italia reale, tra globale e particulare.
I rapporti del Censis sono stati la prosecuzione in controcanto della Storia del potere in Italia che scrisse Giuseppe Maranini nel 1967: De Rita non si occupa del potere, della partitocrazia e dei vertici ma sposta l’obbiettivo sui moti ondosi – sussultori, ondulatori, grandi e basse maree – della società italiana e dei suoi fondali.
In questi settant’anni è successo di tutto: dalla civiltà contadina passammo alla civiltà industriale e operaia, e poi postindustriale e terziaria, dal boom economico e demografico allo sboom e al declino del made in Italy, ancora in corso, dalle migrazioni interne a quelle extracomunitarie; e in mezzo il ’68, gli anni di piombo, il vitalismo degli anni ottanta, poi la mezza rivoluzione del ’93, la seconda repubblica e negli ultimi quindici anni la girandola di guide al governo: centro-destra, centro-sinistra, destra-centro e sinistra-centro, dal berlusconismo al grillismo passando per il renzismo, poi tecnocratici e populisti, ammucchiate e strane alleanze gialloverdi, cripto-presidenzialismi del Quirinale e infine il melonismo. Ma la società appare come impermeabile ormai alla politica, da svariati decenni, si disegna da sé. Anche il sovranismo può esistere solo come messinscena, poi ci consoliamo col medagliere olimpionico e sanremo.
Certo, è mancata “una certa idea dell’Italia” a guidare il Paese e il suo sviluppo; è mancata una classe dirigente, e col tempo anche la classe dominante si è fatta sempre più classe sovrastante, nel senso che vive sopra i normali cittadini senza dominarne i processi e pilotarne le tendenze. E la cessione di importanti quote di sovranità a entità sovranazionali (non solo l’Unione europea).
La borghesia, in Italia, è sempre stata cagionevole ma poi, ha ragione De Rita, è sparita nel ventre della balena chiamata ceto medio, che è un ceto così grosso che può definirsi, appunto, un cetaceo. Dove confluisce una borghesia declassata, quasi proletarizzata, e un proletariato che ha fatto l’upgrade e si è semi-imborghesito. Una borghesia che aspira a diventare aristocrazia ma è aspirata dal risucchio livellatore del ceto medio. Il ceto medio è la sintesi di questo duplice processo e oggi ingloba l’ottanta per cento della società: ai bordi estremi i poveri e i migranti che un tempo sarebbero stati definiti sottoproletariato (lumpenproletariat, direbbe Marx), pari al restante quinto della società, più una frangia elitaria di ricchi, privilegiati e sovrastanti (circa l’uno per cento). È avvenuta quella mutazione antropologica di cui scriveva Pasolini nei primi anni settanta, ma De Rita non ne vede solo l’aspetto degenerato e malefico: per Pasolini coincideva con l’omologazione, la dipendenza dal consumismo, la prevalenza dello sviluppo sul progresso e tutto ciò che era nuovo era per lui peggio di prima: il capitalismo era una brutta bestia ma il neocapitalismo è peggio, la borghesia pure ma la nuova borghesia di più, e così il fascismo rispetto al nuovo fascismo, che nulla ha a che vedere col fascismo storico ma è decisamente peggio. De Rita invece descrive e non impreca, vede tratti positivi, riconosce “un dannato bisogno di futuro”, non abbandona la fiducia e quando vacilla, invoca – da cristiano – la speranza. Ma intanto si attiene ai fatti, alla realtà effettuale.
L’Italia oscilla tra stagnazione e accelerazione: spaesata, disorientata, in preda a un soggettivismo assoluto ma social-dipendente, tra egocentrismo e narcisismo di massa ma eterodiretto da influencer e trend prefabbricati.
Di tutto questo processo, De Rita è stato non solo l’analista e il diagnostico, ma anche il cantore e il narratore. Si, perché nella descrizione dell’autobiografia collettiva De Rita ha usato un linguaggio fiorito, espressivo e creativo, coniando definizioni che sono rimaste nel tempo. Perciò io lo definì in Senza eredi “Il D’Annunzio della statistica”. Alle ultime elezioni presidenziali osai fare il suo nome per il Quirinale in quanto è suoer partes e conosce meglio di tutti l’Italia in corso d’opera e gli italiani degli ultimi settant’anni. Riconoscevo però un suo limite anagrafico, l’età veneranda. Forse mi sbagliavo, in un paese di vecchi come il nostro, la sua candidatura sei anni fa era ancora prematura…

Marcello   Veneziani

Non c’è solo malinconia, come dice il Censis, gli italiani vivono ben altro…

 

Secondo il Censis pare che gli Italiani siano preda della malinconia, che si è impossessata di quasi tutti, grandi e piccoli, di ogni categoria sociale, una specie di epidemia, che, secondo alcuni non è ancora esplosa del tutto. Pare che sia tuttora allo stato latente in attesa di toccare l’apice. Le cause, il dopo Covid, la difficile ripresa per molti, la guerra in Ucraina , che pare senza fine e che ci vede economicamente allo stremo, forse più le famiglie col caro energia che le imprese, poichè sono proprio queste che scaricano sul consumo finale i forti rincari necessari per mandare avanti le industrie. Non solo galoppa l’inflazione, ma spesso i negozi sono anche sprovvisti di merci, che non sono mai mancate nel dopoguerra. La malinconia sociologica, farebbe un po’ le veci della depressione. Uno stato di rassegnazione al peggio, all’idea che le cose non potranno che andar male o, mantenersi in una condizione d’infelice tollerabilità, che nega il senso della vita, spegne il sorriso, demotiva la voglia di fare ,sopprimendo la speranza. Ma si parla di uno stato d’animo diverso dalla tristezza, perchè la malinconia non ha una motivazione precisa come la tristezza ,non deriva da una mancanza specifica. Ci si sente strani, senza sapere quasi perchè, forse quella demotivazione che precede la depressione. A mio avviso il Censis non ha voluto fare un rapporto che spaventasse, addolcendo la pillola vera, che ha un nome diverso. E’ l’angoscia di non potere più andare avanti, l’obbligo alla rinuncia di tante cose, che, se non erano lussi veri e propri , erano benessere , quel benessere, che vede sempre più avvicinarsi la povertà. I pochi soldi che rimangono sono divorati dall’inflazione, che gli stipendi da soli non reggono, e la cosa più terribile la grande incertezza per un futuro, che immaginiamo pessimo. La malinconia del Censis è politica, la diagnosi per un popolo destabilizzato dalle varie crisi, senza spaventarlo con paroloni come angoscia e depressione. La malinconia in genere è un po’ caratteriale, non scaccia del tutto la speranza e questo è quanto importa ad un organismo statale. Gli italiani però, se è vero che sono abituati alle bugie di Stato, non sono tutti stupidi.

malinconia