Sacra o no, la libertà di coscienza non è più così ovvia in questo mondo..

 

Un concetto dato per scontato e condiviso troppo in fretta. Mentre per Kant la libertà era ancora la ragione d’essere della vita morale, a noi sembra essere diventata quella dell’indifferenza.

Il concetto di libertà di coscienza sembrerebbe tra i più ovvi e condivisi. “In coscienza sento di doverti dire questo”, “In coscienza sento di dover fare quest’altro”, “In coscienza non so che cosa fare” sono tante espressioni di uso comune, nelle quali l’appello alla coscienza rappresenta una sorta di ultima istanza rispetto alla quale il nostro interlocutore può dissentire, cercare di farci cambiare idea, ma alla fine deve chinare il capo, a meno che non voglia farci violenza. Questa la sostanza della libertà di coscienza. Basta però grattare un poco la patina di scontata familiarità che ricopre tale concetto per rendersi conto dei problemi che nasconde e che lo fanno diventare addirittura una vera e propria sfida.  Il fatto, a esempio, che una scelta venga compiuta “in coscienza” non vuol dire che si tratti di una scelta giusta. In coscienza ci si può anche sbagliare. L’inferno, si dice, è lastricato di buone intenzioni. Esiste insomma un criterio del giusto che non risiede soltanto nella nostra coscienza. E tuttavia dobbiamo anche sottolineare che nessuna azione giusta può avvenire “contro coscienza”. Di qui la responsabilità, non saprei come dirlo altrimenti, che ciascuno di noi ha di “farsi una coscienza”, una coscienza alla quale rispondere, per essere una persona veramente autonoma, uscita dallo stato di minorità di cui parlava Kant.  Per molti versi è strano, ma almeno fino a una ventina d’anni fa i diversi dizionari filosofici e politologici in circolazione non contenevano nessuna voce dedicata alla “libertà di coscienza”. Eppure il concetto l’avrebbe senz’altro meritata, considerato che la posta che con esso viene messa in gioco è niente meno che il riconoscimento dell’inviolabile dignità della coscienza dell’uomo, quindi della sua libertà di essere e di agire secondo ciò che egli ritiene il proprio dovere. Come si legge al n. 16 della Gaudium et Spes, “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria”.  Non so se gli uomini d’oggi, nel sacrario della loro coscienza, si trovino veramente “soli con Dio” o non piuttosto in una sorta di abisso senza fondo; in ogni caso mi pare che il brano appena citato contenga in nuce il senso più impegnativo del problema di cui stiamo parlando. Se la coscienza è il “sacrario dell’uomo”, allora niente che violi questo sacrario può essere detto buono o giusto. Di passaggio vorrei richiamare come la fonte di tutti i nostri diritti sia da cercare in ultimo in questa riconosciuta “sacralità” della coscienza. È qui che si misura l’inviolabile dignità, l’irripetibile unicità, la trascendenza di ciascuno di noi, diciamo pure, la nostra irriducibilità alle condizioni biologiche o socio-culturali della nostra esistenza. Tuttavia da questa “sacralità” non possiamo affatto dedurre ciò che mi sembra stia diventando una sorta di luogo comune del nostro tempo, e cioè che si possa considerare buono o giusto tutto ciò che viene fatto o pensato “in coscienza”. La coscienza, infatti, per stare alla citazione di cui sopra, non soltanto può non sentire più la “voce” di Dio, ma, lasciata a se stessa, non abituata a coltivarsi, può anche ridursi a mero riflesso dei nostri istinti e dei nostri desideri. Altro che “norma suprema dell’agire morale” come avrebbe voluto Kant. Siamo liberi di scegliere soltanto se ammettiamo che ci siano princìpi che oggettivamente dovremmo scegliere, altrimenti la coscienza diventa il luogo dell’arbitrio, il piano in cui tutte le prese di posizione si equivalgono. L’idea stessa di norma morale implica non a caso un legame, una validità non soltanto per me, bensì universale, o quanto meno condivisa da una pluralità di uomini, da una comunità. Per questo è importante l’educazione, l’educazione a coltivare la propria coscienza e quella delle generazioni più giovani, a tenerne aperto il senso critico nei confronti di se stessi prima di tutto e poi anche degli altri. Ci piaccia o meno, ognuno di noi nasce in un determinato contesto socio-culturale, è figlio di un determinato tempo, deve fare i conti con i valori della comunità in cui nasce e vive: ecco l’elemento eteronomo con cui non possiamo non confrontarci in vista della nostra autonomia morale. Una libertà di coscienza declinata soggettivisticamente, a propulsione interna, come se gli altri non esistessero, è destinata allo scacco e alla solitudine. Come ebbe a dire Roger Scruton, “il diavolo ha un solo messaggio, che non c’è alcuna persona plurale… Promettendo di liberare l’io, il diavolo stabilisce un mondo nel quale niente se non l’io esiste”.

Per Kant la libertà era ancora la ratio essendi della vita morale; per noi sembra essere diventata la ratio essendi dell’indifferenza: posso scegliere in un modo, ma anche diversamente; non c’è alcun ideale di vita morale condiviso che mi guidi nelle scelte che faccio. La prima persona plurale “noi” sembra essere scomparsa dal vocabolario. Siamo ripiegati narcisisticamente sul nostro io. In questo modo la nostra coscienza svapora, sempre più impotente, oltretutto, di fronte alle molteplici forme di “noi” oppressivo sempre in agguato nella storia.

Sergio Belardinelli __da__IL FOGLIO

 

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La pazienza di vivere…

L’essere umano è una cosa forte e profonda, che richiede molta pazienza.

Immanuel Kant

Kant ha ragione un milione di volte. Se siamo sinceri  infatti, quante volte, incalcolabili volte siamo costretti a mettere alla prova la nostra pazienza nel corso della vita, iniziando dalla nascita, quando ci ritroviamo in un mondo, dove nessuno di noi ha chiesto di entrare. La prima volta in cui accettiamo con pazienza una cosa è proprio questa. E poi la crescita che ci costringe nostro malgrado, ma non del tutto inconsapevoli ad essere causa di stanchezza fisica ed emotiva di chi ci dedica le sue  cure ,e accettiamo gli inevitabili  battibecchi dei nostri genitori con pazienza. Kant aveva compreso che la vita ha bisogno della pazienza più dell’aria stessa. E ci vuole pazienza ad accettare, fin da piccoli, che la vita sia ingiusta, che oltre a farci nascere lo abbia fatto così a caso, qualcuno in un mondo dorato,  qualcuno in un mondo decente,  qualcuno nelle fogne. E ci vuole pazienza ad accettarci ,poichè questo mondo, fatto sempre più di distinguo, prima o poi ci mette davanti uno specchio, nel cui riflesso vediamo tutto quello che di noi non ci piace, che vorremmo cambiare . E ci vuole pazienza ad accettare che forse avremmo anche le capacità per farlo, ma il mondo in cui siamo nati ci tiene dentro al suo ghetto, per uscire dal quale non bastano volontà , bravura, perseveranza, doti eccellentissime  ,ma che non possono competere con la corruzione, il dominio di alcuni sugli altri, il denaro e soprattutto il disprezzo verso chi non sta in quel mondo. E ci vuole pazienza ad accettare un mondo senza valori veri ai quali legarsi quando la Religione predica bene e razzola male, quando la Politica, le Istituzioni sono la quinta essenza di tutta la falsità ricoperta da belle facce, da bei nomi, e soprattutto da parole riconducibili al nulla per quanto riguarda i benefici per i cittadini, che rappresentano e dovrebbero proteggere. E ci vuole pazienza ad accettare il calvario delle malattie, della disabilità, della diversità in un mondo che predica uguaglianza e accettazione, e continua a proporre modelli di bellezza e vita irraggiungibili. Ci vuole pazienza ad accettare che forse non esiste più nemmeno l’amore, l’unico sentimento che quando è vero, non fa distinzione, non guarda il denaro, nascita, ma segue soltanto se stesso ,l’amore per l’amore, gratuito, l’incontro di due cuori e due anime, che forse si erano già scelte prima di incontrarsi in questo mondo dove prevalgono solo l’egoismo, l’odio e la voglia di sopraffarsi gli uni e gli altri. Ci vuole la pazienza della fede ,l’unica che da molto tempo è diventata la devozione a Dio durante la mia giornata : “Signore Dio, sia fatta la tua volontà ora e sempre.” Nulla dipende da noi…

pazienza