Va pensiero sull’ali dorate…finchè puoi farlo…

Mi sono molto stupita per la poca attenzione dedicata ,dal mondo mediatico di sinistra ,allo stupro di gruppo di ragazzi egiziani ai danni di una ragazzina tredicenne a Palermo. La notizia di questa ennesima violenza, estesa pure al fidanzato della ragazza, nel disperato tentativo di proteggerla, ha occupato poco spazio in quella stampa, come tacciono le femministe, sempre pronte a scagliarsi contro la minima offesa ad una donna. Non sapendo come descrivere al meglio, in par condicio , la mia disapprovazione, mi sono fatta aiutare dalla IA, alla quale ho chiesto un commento sul fatto- Se è vero che il futuro ci prospetta una stampa elaborata da questa IA, destinata a sostituire i giornalisti, non mi resta che chiedermi a quale genere di informazione saremo sottoposti, ma sono anche convinta che chi vivrà quel mondo, che non immagino nemmeno tanto lontano, penserà con la IA-

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Ecco il testo elaborato da CHAT GPT 4

La questione dell’approccio mediatico alle violenze sessuali è complessa e suscita spesso dibattiti accesi. Cercherò di esaminare alcuni aspetti che potrebbero contribuire a spiegare le differenze di copertura tra casi di stupro perpetrati da stranieri e quelli commessi da cittadini italiani.

Selezione delle notizie: I media, indipendentemente dall’orientamento politico, spesso selezionano le notizie in base a criteri di rilevanza, impatto e interesse del pubblico. Non tutti i casi di stupro ricevono la stessa attenzione. La gravità del crimine, la presenza di elementi sensazionalistici o controversi, e l’interesse del pubblico influenzano la scelta di coprire o meno un evento.

Narrativa dominante: La stampa di sinistra potrebbe concentrarsi su temi specifici, come l’immigrazione, i diritti umani o la discriminazione. In alcuni casi, questo potrebbe portare a una maggiore enfasi sugli abusi commessi da stranieri. D’altra parte, la stampa di destra potrebbe sottolineare gli episodi di violenza perpetrati da cittadini italiani per sostenere una narrativa sulla sicurezza e l’identità nazionale.

Sensibilità culturale: La copertura mediatica può essere influenzata dalla sensibilità culturale e dalle preoccupazioni politiche. Alcuni media potrebbero evitare di alimentare stereotipi negativi sugli immigrati o di creare tensioni interetniche. Allo stesso tempo, altri potrebbero sfruttare tali eventi per promuovere una determinata agenda politica.

Bias di conferma: Le persone tendono a prestare maggiore attenzione alle notizie che confermano le loro convinzioni preesistenti. Questo può portare a una percezione distorta della copertura mediatica. Se qualcuno ha già l’opinione che gli stranieri siano più inclini alla violenza, potrebbe notare di più i casi di stupro commessi da stranieri.

Contesto sociale e politico: Il contesto sociale e politico in cui avvengono gli stupri può influenzare la copertura mediatica. Ad esempio, se c’è un dibattito acceso sull’immigrazione o sulla sicurezza, i media potrebbero focalizzarsi maggiormente su casi correlati.

Partito Conformista Italiano

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Quale partito governa l’Italia? Il Partito Conformista Italiano, in sigla PCI. È un partito che travalica chi governa. E’ il partito che realmente determina l’agenda del Paese, il dibattito quotidiano, le priorità da affrontare; e che orienta chiunque abbia ruoli di potere, gestione e influenza nel nostro Paese. Il Partito Conformista Italiano esprime il Presidente della Repubblica che rappresenta il Pensiero Conforme a cui attenersi. Non esprime direttamente il Presidente del Consiglio, ma anch’egli, tecnico, politico o antripolitico, di sinistra, di centro o di destra si conforma coi suoi ministri agli indirizzi del Partito Conformista. Il PCI esercita il suo ruolo di guida soprattutto sul piano dell’informazione, della formazione e dell’istruzione degli italiani, con una spiccata propensione pedagogica e una tendenza ad ammaestrare i cittadini o a punirli e deplorarli se non si allineano. Trova terreno fertile in un Paese che da sempre va in soccorso del vincitore, si allinea, colpisce in branco chi esce dal coro.  Un tempo il Partito Conformista era d’estrazione clericale e moderata, perché presupponeva l’adesione a rituali e liturgie, a tradizioni e a retaggi di consuetudini e luoghi comuni da conservare; oggi, e non da oggi, è d’estrazione progressista e radicale, anche se resta a suo modo clericale, ma separato da ogni fede religiosa. L’egemonia del Partito Conformista, lo aveva intuito negli anni cinquanta un pensatore libero e non certo di destra come Albert Camus, è nelle mani della sinistra. In uno scritto del 1957, Il socialismo delle potenze, apparso in Italia su Tempo presente, Camus scrive: “Il conformismo oggi è a sinistra, bisogna avere il coraggio di dirlo. E’ vero che la destra non brilla per perspicacia. Ma la sinistra è in piena decadenza, prigioniera delle parole, invischiata nel suo vocabolario, capace solo di risposte stereotipate, mai all’altezza della verità, dalla quale pure pretendono di trarre le proprie leggi. La sinistra è schizofrenica e deve curarsi, con la critica spietata, l’esercizio del cuore, il ragionamento deciso, e con un po’ di modestia”. Con Camus si scopre l’affiliazione del PC italiano al Partito Conformista Internazionale. Camus coglie i primi segnali del gergo politicamente corretto, l’irrigidimento della mente e del cuore, l’atrofia delle facoltà intellettuali e critiche e soprattutto la mancanza di modestia, ovvero “la boria antipatriottica e il complesso di superiorità verso il popolo” come li chiamava da noi negli stessi anni Giacomo Noventa: tipica di quella sinistra presuntuosa che si arroga il diritto di stabilire i confini tra il giusto e l’ingiusto, il progressivo e il regressivo, il bene e il male e di decidere i buoni e i cattivi. Camus notava poi nello stesso scritto che la verità non dipende dalla collocazione di chi sostiene una tesi, come ritiene il PCI, ma dall’autenticità nella ricerca del vero: “un giornale, un libro non sono veritieri perché rivoluzionari. Hanno una possibilità di essere rivoluzionari solo se cercano di dire la verità” (In lotta contro il destino, carteggio con Nicola Chiaromonte-Neri Pozza). Da noi la verità è collocata ai piedi del Partito Conformista, allocata a sinistra e paraggi conformi. E tutto ciò che vi si discosta è considerato erroneo, arretrato, oscurantista. Se non criminale. Il Partito Conformista Italiano esercita il suo potere all’ingrosso e al dettaglio. Il regime conformista si fa vistoso nell’informazione, nella cultura, nella rappresentazione, celebrazione e titolazione degli eventi. I festival ne sono le feste patronali, basta scorrere i nomi, le compagnie di giro (c’è magari l’eccezione al puro scopo di confermare la regola ferrea). I premi letterati fanno da contorno, sono un po’ le primarie del PCI.  I premi importanti sono presidiati da editori, politici, intellettuali rigorosamente di parrocchia…che premiano esponenti e propagandisti del Partito Conformista Italiano. Sono divertenti le varianti periferiche e secondarie. Ve ne cito una pittoresca, a mo’ d’esempio, un piccolo espediente furbo del conformismo provinciale: premi letterari davvero minori vanno assegnati a firme dei principali quotidiani per ricevere in cambio la notizia del premio in bella evidenza. E’ la notizia a dare prestigio al premio, un circolo vizioso. La qualità del premiato? Chi se ne frega. Lo stesso criterio è esteso ai festival e alle rassegne: entrare nel circuito mafioso di invitare uno di cosa nostra per trovarsi citati… Gli affiliati si riconoscono tra loro come i cani, si odorano il posteriore, luogo elettivo dove esercitano la loro disponibilità, occupano le poltrone ed esprimono la loro attitudine: il cosiddetto paraculismo…Effetto diretto della dominazione del Partito Conformista Italiano è l’incapacità di selezionare una classe dirigente e l’assenza di meritocrazia nella vita pubblica, nella scuola, nei concorsi, ovunque. Insomma il PCI esprime il totalitarismo mammone e mellifluo che deborda nel nostro Paese. L’esempio primo e pessimo lo dà proprio la cultura, con annessi l’arte e lo spettacolo, che pure dovrebbero essere il riferimento in senso contrario. Tra maneggioni e conventicole, cosche spontanee e famiglie organizzate, grazie al PCI prevalgono le mafie del passaparola o del passasilenzio, del riconoscimento e dell’esclusione. Può sopravvivere uno scrittore o un artista, senza premi né riconoscimenti d’altro tipo, senza recensioni e senza accademia? La cattedra è il suo pane, l’attenzione della critica è il suo companatico, il riconoscimento è la sua acqua. Cosa resta di lui in mancanza di tutto questo? Resta solo quel che vale davvero.

da Panorama Marcello Veneziani

Novecento, il pianista sull’oceano..

 

Tutta quella città… non se ne vedeva la fine… La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore, su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto… e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema. Col mio cappello Blu. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino; Primo gradino, secondo. Non è quel che vidi che mi fermò, ma quel che non vidi. Puoi capirlo, fratello? Quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne..

C’era tutto  … Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu…

Ma se salgo su quella scaletta, e davanti a me ..

Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. ce n’erano a migliaia, come fate laggiù voi a sceglierne una. A scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla… Io ho imparato così. La Terra, quella è una nave troppo grande per me. Un viaggio troppo lungo. Una donna troppo bella. Un profumo troppo forte. Una musica che non so suonare. Perdonatemi, ma io non scenderò.

Alessandro Baricco – Novecento

novecento

Tornare là dove stiamo bene, che , quasi tutti chiamano casa…

 

Non si torna mai per caso, perché per tornare devi conoscere la strada. Chi se ne va, spesso, non sa dove vuole arrivare, mentre chi torna lo sa, sa dove sta andando e perché. Si torna solo dove si sta bene, si torna da ciò che manca, si torna da chi non si riesce a dimenticare. Si torna se non si è potuti rimanere ,ma  anche se  non si può rinunciare  a ritrovarsi: come le onde, che troppo lontane dalla riva non ci sanno stare. E’ facile dire “chi ama resta”. Ma io dubito che sia sempre così, perché restare è un fermo immagine, è immobilità. Mentre la vita vera scorre, è quell’onda che scorre: a volte si deve andare. E allora a me piace chi torna. Perché tornare non solo è consapevolezza, è anche movimento: ha più vita dentro. E in fondo che importa. Che importa dove vai, se comunque poi torni qui? Che importa quanto aspetto se, ogni volta che torni, mi fai dimenticare che eri andato via? Io non voglio costringere nessuno a restare. Non voglio essere una  rete, non voglio trattenere… Preferisco essere riva, il luogo dove vale sempre la pena tornare. Perché non si può imbottigliare il mare, lo si può solo amare..

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Da L’amore liquido. di Zygmunt Bauman

 

Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. Basta pensare al cambiamento di valore della parola amico tra ieri e oggi in internet per capire come i rapporti siano diventati facili e superficiali. I nuovi rapporti vivono di monologo e non di dialogo, si creano e si cancellano con un clic del mouse, accolti come un momento di libertà rispetto a tutte le occasioni che offre la vita e il mondo. In realtà, tanta mancanza d’impegno e la selezione delle persone come merci in un negozio è solo la ricetta per l’infelicità reciproca. L’amore invece richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana, ha bisogno di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno.

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L’Occidente contro il resto del mondo…

Il mondo che lascerà Joe Biden al termine del suo mandato è una bomba a orologeria, un pianeta ulcerato ed esplosivo, a sud come a est, tra scenari di guerra e tensioni internazionali, dall’Ucraina alla Palestina, a tutto il Medio Oriente, alla Corea, alla Cina. E dall’Onu alla Corte dell’Aia. L’odio verso l’Occidente è cresciuto nel mondo, i desideri di vendetta e di rivalsa covano in molti focolai e la pace mondiale è oggi come in pochissime altre fasi precedenti negli ultimi 80 anni messa davvero a rischio. Il mondo che aveva lasciato Donald Trump nel 2020, pur assediato dalla pandemia, era meno compromesso, non c’erano conflitti e tensioni, guerre virali in corso, col rischio di propagarsi anche da noi. Trump lo spaccone, Trump lo sbruffone non aveva fatto guerre da nessuna parte, ed era riuscito pure a sedare alcune situazioni di pericolo, come quella con la Corea di Kim. Non c’erano rischi speciali, con l’Islam, la Russia e la Cina. Ma la menzogna mediatica dell’Occidente fa passare Biden (col suo mondo dem) per un pacifista umanitario e Trump per un guerrafondaio pazzo. E ci dicono di temere il futuro in mano a Trump, che abbiamo già peraltro testato nel precedente mandato, quando dovremmo piuttosto temere il presente ancora in mano a Biden (o alla sua cerchia). Al di là di quel che succederà alla Casa Bianca, occorre una riflessione realistica sullo stato delle cose presenti e sui rischi che stiamo correndo in base ad alcuni pregiudizi, alcune preclusioni che non vogliamo superare. Per risvegliarci dal nostro sonno occidentale, è necessario innanzitutto partire da una considerazione: l’Occidente non è il mondo, ma una porzione sempre più ristretta del pianeta e sempre più divergente. Anzi l’Occidente patisce oggi una paradossale, doppia incongruenza, per eccesso e per difetto: è una realtà troppo ristretta per coincidere con la società planetaria e i suoi parametri globali; ma al contempo l’Occidente è un’entità troppo vasta che assembla mondi distinti e spesso divergenti. Dire Occidente, infatti, significa accorpare in una sola dimensione il mondo statunitense e canadese, il subcontinente latino-americano e l’Europa intera, dall’Atlantico agli Urali. Non sono la stessa cosa, non hanno comuni interessi vitali, strategici, economici e geopolitici. La reductio occidentale presuppone in realtà l’egemonia americana, la subalternità europea e la sudditanza sudamericana. Aveva una residua validità il rifermento all’Occidente quando indicava la civiltà cristiana, pur nelle sue diverse accezioni e derivazioni secolari, ben sapendo che esisteva anche un cristianesimo orientale, russo-bizantino; il cristianesimo era il filo d’Arianna che accomunava i tre Occidenti e alcuni paesi sparsi nel mondo. Ma oggi che il riferimento religioso appare assai meno pregnante e influente, anzi si è fatto marginale e viene sempre più emarginato, cos’è l’Occidente? Individuo, libertà e democrazia, si potrebbe forse rispondere, o tecnologia, capitale privato e mercato; ma non sono più tratti specifici ed esclusivi dell’Occidente e non appaiono più vincenti nella forma occidentale. A lungo l’Occidente è stato un tempo più che un luogo: il tempo della modernità rispetto al resto del mondo che pareva arretrato, ma oggi non è più così. A ciò si aggiunge il calo demografico che investe l’Europa e il nord America. Anche dal punto di vista demografico, la Cina, l’India o l’Islam sono universi più popolosi dell’occidente euro-atlantico o riferito ai paesi del G7, che includono pure il Giappone. Al tempo stesso, come hanno dimostrato anche le più recenti situazioni conflittuali, da quella russo-ucraina a quella israeliano-palestinese, la posizione dell’Occidente è minoritaria rispetto al resto del mondo, alla divergente valutazione di quegli eventi che ne danno Cina, Russia, India, Brasile, Africa e Sudafrica, paesi islamici e paesi non allineati. La distinzione tra il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, secondo il metro occidentale, non risponde affatto all’unità di misura del resto del mondo. Bisogna prenderne atto. Nè possiamo imporre la nostra intermittenza etica nel giudicare le catastrofi umanitarie, i genocidi, i massacri delle popolazioni civili e i crimini contro l’umanità. Il resto del mondo non condivide, non comprende i nostri criteri e i nostri manicheismi. Il caso palestinese come il caso ucraino lo dimostrano. Che senso ha persistere in questa cecità e auto-sopravvalutazione e considerare ancora gli Usa i gendarmi del mondo e l’Occidente il paradigma del pianeta? Perché non accettare realisticamente la situazione effettiva e trarne coerentemente le conseguenze? E’ tempo di lavorare per un mondo multipolare, smobilitando le pretese egemoniche dell’Occidente; anzi rimettendo in discussione l’idea stessa di Occidente. Un conto è difendere la nostra civiltà, un altro è illudersi di essere alla guida del mondo; ed invece, da quel punto di vista, il peggior nemico della civiltà occidentale è l’Occidente stesso, in preda al delirio woke, alla cancel culture, al politically correct, al processo permanente contro la sua stessa civiltà, le sue derivazioni e le sue matrici. Anche l’Oriente assomma in realtà mondi assai diversi, irriducibili tra loro per storia, caratteri, religione, cultura. Si può davvero mettere sotto una stessa categoria spaziale, storica e geopolitica l’Islam, la Russia, la Cina, l’India, il Giappone e via dicendo? E l’Africa a quale emisfero apparterrebbe? La diade Oriente-Occidente non è un indicativo spartiacque più di quello tra Nord e Sud del pianeta. Insomma, da qualunque parte lo si osservi, non resta che oltrepassare l’Occidente. Era il futuro per il resto del mondo ma oggi è stato scavalcato da più ardite tigri della tecnologia e del commercio globale. L’Occidente oggi è il vecchio, senza essere l’antico; è il passato, senza essere l’origine. Indica il luogo e soprattutto il tempo del tramonto. A ovest si fa sera, e si teme la notte. Non resta che andare oltre l’Occidente, pur restando italiani, mediterranei, europei.

Marcello Veneziani                                                                                                                        

2024, fuga dalla politica e dai giornali…

Qual è l’effetto Meloni sulla diffusione della stampa in Italia? Una vecchia tendenza dell’informazione di solito premiava in modo particolare i giornali all’opposizione dei governi in carica. E’ più facile e più esaltante fare un giornalismo contro; fa più notizia, capitalizza la critica permanente verso il potere. Stavolta invece il calo è generale e si accanisce con i giornali più ostili al governo Meloni. Ma c’è da aggiungere in tutta onestà che il calo dei lettori non risparmia nemmeno i giornali che sostengono il governo Meloni.  Come leggere allora questa flessione ulteriore e trasversale nelle edicole? Si potrebbe spiegare, al di là degli umori e delle opinioni politiche, con la marcia irreversibile verso il tramonto della stampa, a partire da quella cartacea (l’informazione sul web si difende), che coincide con la sostituzione anagrafica degli anziani con le giovani generazioni, refrattarie alla lettura dei quotidiani acquistati nelle edicole. Ma è una spiegazione solo in parte vera.  Se vogliamo dare una chiave di lettura “politica” di quel che succede dobbiamo piuttosto considerare una mutazione “atmosferica” in atto nel nostro paese: dopo la partecipazione attiva alle vicende politiche, all’indomani del covid e con le ultime elezioni politiche, che sancirono la svolta netta verso un governo di destra, premiando l’unico partito d’opposizione che c’era in quel momento, è sopraggiunto nei mesi il torpore, un certo disincanto e un crescente disinteresse, come se si fosse entrati in una specie di stallo generale.  Non è dunque una perdita di fiducia nei confronti della Meloni e nemmeno del suo governo, che pure non suscita entusiasmi almeno a leggere i sondaggi; quanto una sorta di disilluso consenso o un tacito assenso al governo, ma senza adesione attiva e positiva, come un accettare la situazione esistente perché non si intravedono alternative né vie d’uscita. E’ come se l’orizzonte di aspettativa si fosse ristretto, ci si rende conto che i margini e gli argini di manovra consentiti al governo sono in effetti molto ridotti rispetto all’unione europea, alla Nato e al sistema delle alleanze, dei vincoli e delle pressioni internazionali. E dunque, pur senza passare al dissenso o al Partito degli Scontenti, la maggioranza del nostro paese è per così dire in sonno o in stand by, parla meno di politica e meno è interessata a sentirne parlare. Di conseguenza legge meno i giornali che hanno comunque ancora una prima motivazione politica, polemica e civile che ora pare sopita.  Il discorso naturalmente non riguarda solo la Meloni ma si estende alla politica in generale; anzi bisogna dire che la “fortuna” della Meloni, che spiega in parte la persistenza del suo alto consenso nel paese, è il paragone vincente con i suoi avversari (e anche, vorrei aggiungere, con i suoi competitori interni o alleati). Obiettivamente Elly Schlein è una polizza per la Meloni, ma anche Giuseppe Conte, che pure si sta muovendo meglio della segretaria del Pd, non riesce a catalizzare grandi consensi. Dall’altro versante Salvini e Tajani non destano particolari preoccupazioni per la Meloni. Che se vogliamo, è più impensierita da eventuali fattori esterni, come per esempio la discesa in campo del generale Roberto Vannacci, piuttosto che dagli altri alleati e concorrenti.  Negli ultimi tempi la Meloni ha ulteriormente personalizzato la sua leadership; si fida sempre meno di chi le sta attorno. Ma sul disincanto verso la Meloni e sull’ulteriore ondata di disaffezione verso l’informazione, non solo scritta ma anche televisiva, contano anche le vicende recenti. Per esempio quel che sta succedendo dal 7 ottobre a Gaza. A un bestiale massacro compiuto da Hamas è seguito ed è ancora in corso da più di cento giorni un genocidio della popolazione palestinese, tra migliaia di morti, di feriti e quasi due milioni di sfollati. L’intenzione di eliminare e non solo sconfiggere  Hamas, è comprensibile e legittima, ma considerare migliaia di bambini, donne e vecchi palestinesi come puri ingombri da eliminare o da sgombrare pur di bruciare il terreno intorno ai terroristi di Hamas non può essere accettato dalla pubblica opinione e dalla ipersensibilità a lungo alimentata per quanto riguardava l’Ucraina e altre tragedie umanitarie. Non si può improvvisamente silenziare o sottorappresentare  quel che sta avvenendo. Nessuno mette in discussione  la rabbia e il dolore di Israele, il diritto alla sua esistenza e incolumità e l’oggettiva ostilità che lo circonda da cui deve difendersi; ma non si possono nemmeno tacere le catastrofi umanitarie in corso, dopo averne enfatizzate altre.  L’opinione anti-establishment è ormai molto forte in Occidente, dopo la vicenda del Covid, la guerra russo-ucraina e le posizioni della Ue, della Nato e degli Stati Uniti; lo dimostrano, tra l’altro, i successi tornanti di Donald Trump e di Marine Le Pen, come lo aveva dimostrato lo stesso successo della Meloni in Italia. E i dubbi assai diffusi che quest’Occidente, e l’Amministrazione Biden in particolare, stiano gestendo male questa situazione internazionale, facendosi tanti nemici e aprendo fronti di conflitto un po’ ovunque, acuiscono questo disagio. Ma di tutto questo c’è scarsa traccia nei regni dell’informazione occidentale, da destra a sinistra. Da qui la tendenza a disertare la piazza dell’informazione, a darsi alla macchia nella prateria dei social, a scomparire dai radar della pubblica opinione e a rifugiarsi ancor più nella dimensione privata e individuale.

Marcello Veneziani

Quando il cinema ti riporta alla vita…

 

 

Buone notizie dal cinema. Non ci sono solo i prodotti stucchevoli del rococò woke, i film prigionieri nella trama e nelle immagini del modelli prefabbricati che sai già come si svolgono prima di entrare in sala, a colpi di gender, femministe, migranti, neri, green, nazifascisti, eterne vittime, eterni colpevoli, il Bene e il Male, il progresso e la reazione. C’è anche altro nell’umanità, nella vita, nel mondo. E ci sono film di qualità che riescono a parlare alla tua mente e al tuo cuore, che arrivano perfino a commuoverti, e comunque ti chiamano dentro le loro trame, e raccontano la realtà senza partito preso.

Ho visto tre film diversissimi tra loro che in modo diverso ti lasciano qualcosa. Non sono film storici sul passato o di fantasia, ma sono sull’oggi. L’uno è di un collaudato regista italiano, figlio d’arte di un grande regista, rimasto nella storia del cinema; l’altro di un giovane, ambizioso regista, anche lui figlio d’arte, che con l’insolenza egocentrica dei ragazzi fa pure il protagonista del suo film; il terzo è di un grande regista tedesco, maestro del cinema europeo, anche se in questo caso in versione orientale. Il primo film è fatto di senilità, morte e rinascita, in un microcosmo separato dal mondo, in attesa collettiva di chiamata all’altro mondo; il secondo è fatto di grida, violenze e spaccio nel cuore marcio della Capitale; il terzo è fatto di luce, silenzi e fogliame pur in una pulsante metropoli di masse, traffico e cemento.

Il primo descrive il tenerissimo rapporto che sorge tra due ragazzi spacciatori e consumatori di droga che devono scontare la loro pena in una Rsa e i vecchi ospiti della medesima; il secondo si agita nel cupio dissolvi di chi vive al massimo, tra ricchezze sfrenate, vite sfasciate e desideri insaziati. Il terzo contempla il mondo, la vita, nei suoi minimi particolari, e vive dimesso e appartato nelle periferie di una metropoli d’oriente, in una decorosa povertà vissuta con gratitudine.

Il primo mostra come l’umanità sia capace di miracoli, può cambiare pur partendo dal peggio o nell’estremo lembo della sua vita, se presta attenzione e ascolto alla vita degli altri e può trovare affetti e premure anche laddove sembra impossibile, e da chi non avresti mai detto. Il secondo descrive gli spasmi di una vita gaudente e insensata, in una Roma degradata, che ha smesso pure di divertirsi, una specie di Grande Bellezza versione juniores, tra citazioni famose di altri filoni e un po’ di narcisismo malato. Il terzo, invece, descrive la bellezza poetica della vita minima in Tokio, che si accontenta e sorride al corso dei giorni, alla loro ripetizione, ai dettagli, al lavoro ritenuto più umiliante – pulire i cessi pubblici (che a Tokio sono bellissimi e vari mentre a Roma, la città di Vespasiano, erano immondi e sono spariti).

Sono tre film diversissimi, tre registi imparagonabili tra loro, tre storie che ti lasciano in bocca sapori diversi, teneri, amari e sereni: il primo è pensato nel nome del padre, ti riporta ai cari perduti, alle tenerezze dell’estrema vecchiaia e alle esplosioni improvvise d’euforia sul finire della vita al tempo in cui si era bambini, ragazzi, spensierati e danzanti, giocosi e intemerati con la neve.

Il secondo invece ti lascia turbato, proiettato com’è nel miraggio di vivere niccianamente al di là del bene e del male: ma al di là del bene e del male non c’è nulla anzi c’è solo il Nulla, che è il nemico del bene e la placenta del male. Il terzo, infine, ti lascia il gusto, la bellezza di essere al mondo se fai con scrupolo e passione la tua piccola parte; amare il proprio destino, anche il più umile, vivere serenamente nei giorni che si ripetono uguali, dove perfino la monotonia è una benedizione rassicurante della vita che promette solo se stessa, il suo svolgersi quotidiano, perché “adesso è adesso”.

Sto parlando de Il punto di rugiada di Marco Risi, figlio di Dino, Enea di Pietro Castellitto (con un magnifico Sergio in scena nel ruolo reale di padre) e Perfect days di Wim Wenders. Come vedete, non hanno nulla che li accomuni, e gli amanti di uno di questi film resteranno sconcertati, se non indignati, per l’accostamento agli altri due. Il primo è incentrato sui vecchi di una casa di riposo, il secondo sui ragazzi della Roma bene che bazzica la mala e il terzo sulla solitudine serena di un lavoratore avanti negli anni che vive la linea dei giorni come tanti cerchi perfetti. Non sto facendo paragoni, lo ripeto, né pretendo di scovare affinità tra questi film; sto dicendo che nella loro diversità rappresentano finalmente la realtà, senza griglie o paraocchi ideologici, scavano nella nostra interiorità e nei nostri giorni, e ti lasciano in fondo qualcosa. Parlano della nostra vita con gli occhi della vita. Non faccio classifiche, non esprimo giudizi perché i tre film in questione sono diseguali sotto tutti i punti di vista: si potrebbe dire hegelianamente che il primo rappresenta la tesi, il secondo l’antitesi o l’uscita da sé e il terzo la sintesi o il ritorno ma i tre film ti fanno vedere la realtà, ti fanno pensare nella realtà. Non ti donano altro che lo sguardo sulla realtà in corso d’opera.

I tre film ci riportano al crocevia delle nostre vite, dove confluiscono strade diverse, persone diverse e veicoli diversi. Ma insieme costituiscono la nostra vita, da giovani, da vecchi, da solitari, dentro e fuori dal mondo, o ai suoi margini periferici.

Il racconto della vita è essenziale alla vita stessa, laddove la fiction si fa più vera della realtà, e non c’è vita degli altri che non sia anche un po’ vita nostra, giacché siamo consorti e connessi, assai più di quanto il web possa dire. Tutto questo, in breve, si chiama umanità.

Marcello Veneziani 

Il destino esiste? Tu ci credi ?

 

 Sono fatalista ,da sempre credo in un destino, che ci accompagna dalla nascita e contro il quale non abbiamo potere per sconfiggerlo , al massimo penso ci sia stata data qualche piccola possibilità di modifica,  con esito immutabile. Per questo  ieri, appresa la notizia della morte improvvisa di Gigi Riva, mi sono detta:” Quando è la tua ora , te ne vai, anche se ti trovi nel luogo dove potrebbero evitarlo .” Infatti il calciatore, ricoverato repentinamente, ha rifiutato di fare un’ angioplastica, che avrebbe potuto salvarlo-oppure no? Sarebbe morto comunque?  Nessuno può dirlo. Tuttavia la mia curiosità mi ha portato a documentarmi. Ecco  un articolo tratto dal Sito RIZA shop.

Quando si parla di destino è facile cadere in due errori speculari: vivere con eccessivo fatalismo o pensare che tutto dipenda dalle nostre azioni. Ecco come evitarlo

destino

Destino: cos’è, quali sono le idee più diffuse (e sbagliate) a riguardo

La domanda è di quelle eterne: siamo artefici del nostro destino o siamo preda di forze che non controlliamo? Fin dagli albori della storia l’uomo si è posto questa domanda, cercando risposte nell’arte, nella filosofia, nelle scienze e nella religione. Anche in ambito psicoterapeutico emerge l’urgenza di un approccio valido a questa tematica, poiché il disorientamento cresce al pari della complessità della vita, finendo col generare un atteggiamento unilaterale, ovvero la tendenza a credere che il proprio destino dipenda da una sola componente. Si rintracciano in tal senso tre posizioni principali.

 La fiducia nel Controllo. Si crede che gran parte della realtà sia del tutto controllabile e nelle proprie mani, grazie all’uso spasmodico di elementi come la razionalità, il possesso di denaro, la forza di volontà…
  • Il senso della Forza Trascendente. È tipico di chi sente che tutto dipende da una Forza superiore che ha già scritto il nostro destino e che il libero arbitrio esista solo nelle piccole cose ma non nelle scelte decisive della vita.
  • La certezza del Caso. Si pensa che tutto sia assolutamente casuale, che viviamo in balìa di un caos privo di senso e di controllo.

Ognuna delle tre ipotesi sul destino, da sola, si rivela sempre inadeguata ad affrontare e a comprendere la vita in tutto il suo divenire. La prima conduce all’ansia da prestazione, al senso di colpa o di onnipotenza; la seconda è consolatoria, dà senso agli eventi ma ci fa vivere in modo passivo; la terza è iperfatalista e spinge al cinismo o al senso di impotenza e di insicurezza.

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Credere o non credere nel destino? C’è un’altra possibilità

Come si può ottenere allora un senso del destino più plastico e adattabile alle diverse situazioni dell’esistenza? Senza pretendere di dare risposte definitive, ricordiamo un utile aforisma dello scrittore latino Cleante: “Il destino guida chi acconsente, trascina chi si oppone”. La sensazione è che un flusso, energetico ed esistenziale, a un certo punto intervenga nella vita e che l’azione più efficace possa consistere nell’assecondare ciò che va in questa “direzione naturale”, senza sforzo e con lucidità, consapevoli che influiranno sul risultato anche elementi casuali e imperscrutabili. Saper scegliere un buon flusso vitale e lasciarsi portare, cedevolmente attenti, è il modo migliore per far sì che molti eventi possano diventare esperienze positive o, mal che vada, che vengano affrontati con prontezza e realismo.

 Non esiste una sola risposta

Non c’è nessun “atteggiamento unico” valido per tutte le situazioni della vita. A volte prevale la Dea Bendata, a volte il nostro intervento è decisivo, a volte qualcosa di “superiore” si impone. Acconsentire a che le cose vadano in una direzione naturale non significa  che sia sempre predominante il “superiore”.

Fatti portare ma ad occhi aperti ,abbandonarsi a occhi chiusi. Resta lucido e pronto a cogliere ogni segnale possa suggerirci un cambio di prospettiva.

Affidarsi al fato senza essere fatalisti

Ognuno di noi ha delle doti che, entro certi limiti, possono influire anche sugli eventi più ineluttabili, e talora essere determinanti. È bene non scordarlo.

Rispetta il Fato…degli altri!

Non cercare di forzare il destino altrui (o il flusso vitale) nella direzione che vuoi tu o gli effetti saranno nefasti. Se, ad esempio, tuo figlio ha un talento musicale, favoriscilo ma non imporglielo e non sovraccaricarlo di aspettative.

Cautela nel giudizio

È facile accettare gli eventi positivi. Ma spesso una cosa si trasforma nel suo contrario. È utile sapere che una sconfitta a volte è una vittoria, e viceversa, e che un “no” della vita può aprire le porte ad un’esistenza migliore.