La Speranza e la sua storia…

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Un giorno giunse al mondo la Speranza, e il Padre della Vita la guardò con grande tristezza, dicendole:

Sei figlia degli uomini e come tale non ti rinnegherò, ma il tuo canto molto male farà.

Rispose la Speranza:

Padre, sono adorna di candide vesti, e il mio canto è dolce più del miele. Non sarò certamente io a far del male ai tuoi figli, se essi useranno con moderazione i miei sogni.

Speranza, nel tuo dire riconosco le tue malefiche intenzioni, tu sai bene quanto è doloroso il cammino dell’uomo, e conosci anche la sua spasmodica ricerca di sollievo. Come può un uomo immerso nella sofferenza possedere lucidità e moderazione. Tu sei giunta per arrecare dolore, ma sappi che non esiste in vita elemento che sfugga al controllo superiore della vita stessa.
Seppur le tue intenzioni sono buie come la più nera delle notti, grazie a te molti uomini apriranno gli occhi alla vita. Il tuo meschino gioco sortirà l’effetto contrario, l’uomo ti riconoscerà per quel che sei, e quel giorno tu non avrai più ragione di esistere e pertanto ti dissolverai.

Padre, so che sei il creatore di tutto e che le tue parole sono legge, ma ti prego non mi lasciar morire anche io ti son figlia, lasciami una Speranza?

Speranza proprio tu che uccidi senza lasciar scampo, mi chiedi di darti una speranza?
Ed io ti dico che morirai come danno, e risorgerai al vivere come figlia della luce. Quando l’uomo avrà superato il tuo inganno ti vedrà per quello che invero sei.
Già posso scorgere la tua sconfitta, ma prima che ciò accada molti valorosi perderanno la loro vita, accecati dalle tue false promesse. Io raccoglierò goccia a goccia il sangue che tu avrai fatto versare ai miei figli, e il loro sacrificio non resterà vano, il loro dolore sarà l’unguento che sanerà i primi figli che ti vedranno per quello che sei. E per loro mano tu sarai sconfitta.
Speranza sei bella come un raggio di sole, ma sei una figlia disonesta, come tale non godrai della mia benevolenza finché mentirai e ucciderai.

Padre mio ti prego.

Disse nella più completa disperazione la speranza.

Non scagliare contro di me la tua ira, che colpa ne ho, se sono così.

Proprio in virtù di ciò, ti dico che conserverò in parte la tua essenza, ed un giorno quando l’uomo avrà riconosciuto il tuo inganno io ti concederò di unirti al vivere.
Inizia a contare le tue ultime ore come nefasta creatura, un altro uomo ha scoperto il tuo inganno e molti ancora ti vedranno per quello che sei, spoglia del tuo abito candido, mostri un corpo devastato e corroso dal tempo.
Speranza tu inietti negli animi il più lento e mortale dei veleni, accechi le tue prede conducendole sino alla fine del loro cammino.
A quel punto non saprei chi di loro potrà dirsi fortunato, colui che morirà accecato, o chi comprenderà l’inganno un attimo prima.
Figlia dell’uomo da lui generata, ricorda nulla di ciò che nasce ha un fine diverso da quello che Io ho stabilito.

Non sono responsabile della mia malefica natura, son venuta al vivere innocente come un agnello, non farmi pertanto pagare le pene della tua ira, anche io ti sono figlia, dammi una speranza.

Shu Lam, ricercatrice di 25 anni, scopre un modo per sconfiggere i super batteri senza ricorrere agli antibiotici

I superbugs, batteri che hanno sviluppato una resistenza agli antibiotici, sono da sempre un grattacapo per gli scienziati, oltre che una minaccia per la salute degli esseri umani .Ma Shu Lam, una giovane ricercatrice di 25 anni, dottoranda alla University of Melbourne in Australia, potrebbe aver trovato finalmente il modo di combatterli senza ricorrere agli antibiotici stessi. La sua ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Microbiology, a detta degli esperti, “potrebbe cambiare il volto della medicina moderna”.

Il nuovo approccio è stato testato soltanto sui topi, ma potrebbe avere effetti positivi anche sull’uomo. Shu Lam ha sviluppato un polimero in grado di uccidere sei diversi ceppi di batteri resistenti ai farmaci, senza ricorrere agli antibiotici, ma semplicemente facendo a pezzi la loro parete cellulare.

“Abbiamo scoperto che questo tipo di polimeri è in grado di individuare e prendere di mira i batteri e di ucciderli in diversi modi”, ha spiegato al Telegraph. “Un metodo consiste nello spazzare via la loro parete cellulare – ha aggiunto -. Ciò crea un forte stress nei batteri e può indurli anche a distruggersi da soli”.

I batteri resistenti agli antibiotici uccidono circa 700mila persone ogni anno. Entro il 2050, secondo uno studio recente, saranno almeno 10 milioni gli esseri umani uccisi da questi “superbugs”. La soluzione offerta da Shu Lam è interessante, ma non è di certo definitiva: la sperimentazione , portata avanti solo sui topi , dovrà capire come reagiranno le altre specie. Inoltre, i polimeri si sono dimostrati efficaci su sei ceppi di batteri resistenti ai farmaci e su un tipo di super batterio, quindi bisognerà continuare ad indagare. Al momento le macromolecole messe a punto dalla ricercatrice sono riuscite ad individuare e a distruggere i loro obiettivi e, generazione dopo generazione, i “superbugs” non hanno sviluppato resistenza ai polimeri. A Shu Lam, intanto, va il merito di aver percorso una nuova strada e di aver provato a combatterli non con un antibiotico innovativo ma con un metodo alternativo.

Bollingen (Svizzera) 27 settembre 1913 – Quando Carl Gustav Jung piangeva prima di diventare se stesso

Mi è piaciuto molto quest ‘articolo. Ci viene raccontato un momento della vita di Jung, dove questo medico scienziato, al quale si deve la nascita della psicanalisi, insieme a Freud, ci viene presentato con tutte le debolezze, le paure, le angoscie degli uomini. Evidentemente i suoi tormenti l’hanno aiutato in quegli studi, che oggi sono a disposizione di chiunque abbisogni di aiuto nel conoscere se stesso . L’autore è Cesare Catà, blogger di HP.

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Perché, nella modesta casa canonica a Kleinhüningen, dove suo marito è pastore, Emilie Preiswerk, sposata Jung, volga improvvisamente lo sguardo altrove dai suoi ricami e scoppi a piangere a dirotto, in un qualsiasi martedì pomeriggio del 1880, non è chiaro; anzi, al suo bimbo di cinque anni, Carl Gustav – che è l’unico in tutto il cosmo ad accorgersi dello zampillo assurdo di quelle lacrime – si scatena un terrore dentro al cuore quando la vede. Il bambino guarda la madre intensamente, senza dire niente, indagando con i piccoli occhi chiari la stanza, per capire cosa sia successo, chi le abbia fatto così male. Ma non c’è nulla: nessuno. Non ha radice, quel dolore. C’è solo un vasto silenzio nell’aria, che detona in un’eco di ansie mute. Quando Emilie riconosce la paura negli occhi del figlio, si asciuga le lacrime con il grande fazzoletto rosa che tiene sempre in tasca e gli sorride, come a dirgli: “non è niente, mamma sta bene”. Anche Carl Gustav sorride, d’istinto, di rimando, ma il terrore provato gli resta dentro. Quel terrore che non capiva il soffrire della creatura che più amava. Torna ai suoi giochi solitari con un’angoscia nuova.

Anche se è un medico, un filosofo, impegnato a Burghozli in uno dei maggiori centri di cura psichiatrica svizzera, lo sguardo di Carl Gustav Jung, alla fine dell’estate del 1904, non è molto diverso quando una diciannovenne strillante, di nome Sabine Spielrein, varca le porte del sanatorio. Geme, ride, urla come se fosse penetrata da lame, si lamenta e dice cose apparentemente senza senso. Il dottor Jung la prende in cura.

Seduta nella stanza bianca, contorta da ondate di tic che le sfigurano il volto, il dottore la percepisce piena di un’energia che non comprende appieno. È come se le sue strilla provenissero da una camera di tortura chiusa dentro la sua mente, di cui si è perduta la chiave. Ora lui vuole ritrovare quella chiave.

Poche settimane prima, nel suo taccuino, Jung aveva scritto di un immaginario caso clinico denominato “Sabine S.”. Ed ora, eccola lì: Sabine Spielrein. Sembrerebbe una incredibile coincidenza. Ma il giovane dottore non crede nelle coincidenze. Crede che le cose accadano dispiegandosi dalla nostra anima, come segni di un libro che dobbiamo imparare a decifrare. Crede che tutto accada con significato. Se ora quella donna è lì, è perché il destino gli sta parlando: Carl Gustav Jung ne è certo. Lo dice anche a sua moglie Emma; e le confida che, stavolta, vuole abbandonare le cure inefficaci della psichiatria contemporanea, per sperimentare un nuovo metodo, creato da un suo collega viennese, un tipo che lui non ha mai visto, che alcuni considerano un genio, altri un ciarlatano. Un tipo di nome Sigmund Freud. Quello che Jung non racconta a sua moglie è il fremito alle gambe che sente quando Sabine lo guarda, nei suoi rari sprazzi di lucidità non assediata da incubi. La trova bellissima come una tempesta. In lei, intravede pianeti perduti della propria interiorità. Come se Sabine fosse venuta a lui, per indicargli chi potrebbe ancora essere. Come se lei, mentre lui la cura, lo stesse curando.

I risultati medici sono straordinari: nel 1911, Sabine Spielrein somiglia alla ginnasiale promettente che era stata. Sembra uscita dall’inferno in cui era piombata durante le sue crisi, sembra avere un’armatura nuova. Si laurea brillantemente in medicina, vuole diventare psicanalista. Jung l’ha curata. L’ha curata con il metodo di Freud.

E, proprio per raccontargli di questo straordinario successo clinico, Jung lo incontra. I due parlano incessantemente, dal pranzo al thé, alla cena, al whiskey, per quattordici ore. Sarà un dialogo che durerà anni, un corpo a corpo tra due menti straordinarie. Freud avrebbe riconosciuto nel giovane Jung il suo delfino, il suo erede; e lui, a sua volta, avrebbe trovato in Freud il proprio maestro. Prima della rottura insanabile tra i due, che avrebbe diviso in due anche la psicanalisi. Perché Jung era convinto che dovessero esserci altri cardini nell’universo, oltre la libido; che la sessualità non potesse spiegare tutta la mente umana, perché la psiche è piena di miti che le preesistono, che noi siamo chiamati a riconoscere; che la cura psicanalitica non consiste soltanto nel mostrare al paziente i traumi del suo passato, ma le sue potenzialità future. Ogni sintomo ha a che fare con un destino irrisolto. Si guarisce davvero solo quando comprendiamo chi siamo. L’inconscio è un fattore collettivo, in cui l’essere umano si trova ad abitare. Ma Freud era quanto mai distante dalla direzione che Jung, a pochi anni dal loro incontro folgorante, voleva imprimere alla psicanalisi.

La spaccatura tra loro è fortissima; lascia poche tracce dell’entusiasmo con il quale Jung aveva raccontato a Freud di quel caso clinico “zero”, di quella giovane ebrea russa dalla straordinaria intelligenza, nei progressi della quale il metodo freudiano poteva riconoscere la sua efficacia. Ciò che Jung, allora, non disse a Freud, fu come quella ragazza l’avesse rapito nel profondo; come lui, medico, avesse ceduto a una passione brutale e irrefrenabile. Lei fu ammaliata selvaggiamente da Jung, che le appariva divino come un eroe wagneriano, moderno Sigfrido che si univa a lei, bruna semitica, suo opposto alchemico, per la realizzazione di un’assoluta crasi mistica. Anche Jung rispose alle voci di quel richiamo erotico, karmico, atavico, esplorando i più reconditi confini della mente, quelli che si possono sfiorare solo quando si è completamente posseduti dall’amore.

Di tutto questo, Jung, a Freud, non avrebbe detto mai nulla. Ma quando la moglie di Jung si accorse di quanto stava accadendo, spedì una lettera anonima alla madre di Sabine denunciando il fatto. Lo scandalo fu pubblico, e raggiunse Freud. Che dapprima difese il suo allievo, per poi deprecarne gli atti, dopo il loro distacco.

Lei, guarita e innamorata, ora sognava una vita con il suo Sigfrido. Ma le ore delle giornate scarnificano la sostanza dei miti, e Jung tornò dalla moglie. Tornò dalla moglie come un uomo che avesse affrontato una catabasi; era un eroe sconfitto che, attraverso gli occhi di lei, aveva compreso quali abissi di terribilità si portava dentro. Tornava dalla moglie come un uomo distrutto. Cadde in una depressione profonda, per riprendersi dalla quale sarebbero occorsi anni. Ma da cui sarebbe riemerso come il più carismatico e geniale psicanalista del suo tempo.

Sabine, novella Arianna sedotta e abbandonata, intessé per il suo Jung-Teseo le nere vele del castigo. Seguì Freud e il suo metodo, rifiutando quello di Jung, e divenendo una delle più brillanti psicanaliste del Novecento, rivoluzionaria pedagogista, pioniera del metodo freudiano in Russia. Quegli orrori che aveva conosciuto da ragazza e da cui era evasa attraverso il supplizio dell’amore paradisiaco per il Dottor Jung, ora erano vinti. Ma il suo non era un destino di quiete. Dopo essersi legata in un matrimonio turbolento con il medico russo Pavel Šeftel’, da cui avrebbe avuto due figlie, dovette vedere i suoi tre fratelli ammazzati dalle purghe staliniane. Per poi morire lei stessa, insieme alle sue bambine, nel massacro di prigionieri ebrei perpetrato dai Nazisti nell’agosto del ’41.

Anni prima, il ventisettesimo giorno di settembre del 1913, mentre l’Europa stava per essere squartata dalla più grande delle guerre, e una terribile guerra interiore fustigava l’anima di Jung, perso e deragliato nella sua devastazione psichica – lei tornò a trovarlo. In uno strano pomeriggio di sole. Ora lei era un’amata donna incinta, un medico, una libera pensatrice. Sabine sembrava divenuta se stessa, mentre il dottor Jung pareva perduto nella lunga notte dei propri incubi. Ora, è come se i ruoli si fossero invertiti. Il dottore è paziente. Ma lei non può curarlo. Sono stati troppo vicini, perché ora possano essere altro che abissalmente distanti. Lei lo guarda intensamente. Lui scoppia in un pianto irrefrenabile, invincibile. Apparentemente, non ha radice quel dolore. Ma Sabine sa che non è così. Lei comprende esattamente la natura di quel pianto. Ne sa la scaturigine. Perché ha amato, ha sofferto come lui. Insieme a lui. Jung si toglie gli occhiali. Si mette il volto tra le mani. Sabine gli carezza dolcemente la nuca. Lui si tira su, con gli occhi chiari gonfi di lacrime. Lei lo bacia lungamente sulle labbra, e lo lascia solo di fronte al grande, silente lago della sua casa. In compagnia dei suoi incubi peggiori, nel suo inferno. È tremendo diventare se stesso.

Le mie albe, un calendario sulle colline della Langa…

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  Le mie albe. Amo questo momento della giornata, perchè è meraviglioso aprire gli occhi su un arcobaleno di colori, che , di minuto, in minuto,intinge il pennello su una tavolozza diversa. Finalmente ,con l’arrivo dell’autunno, stanno ritornando questi spettacoli, che, nuvole permettendo,si possono vedere senza alzarsi alle  quattro di notte. La finestra della mia casa, dalla quale mi affaccio ogni mattina, volge a levante, spazia dall’alto del poggio sulle colline della Langa, che di questo spettacolo sono il palcoscenico, dove il sole inizia ad esibirsi ogni giorno in un punto diverso, secondo la stagione, secondo il percorso più o meno lungo che deve percorrere nel cielo prima di tramontare dietro le Alpi.  Il mio calendario sono le albe che scorrono su queste colline da NE fino a SO.Ed è stupendo vedere la notte spegnere le stelle ad una ad una, inghiottite  da questo  momento dell’Aurora,  che lentamente tinge il cielo e le nuvole di mille colori, l’aria fresca diventa gelida, ti sferza  il viso incantato,la natura si sveglia col canto delle  allodole, gli alberi sbadigliano scuotendo le prime foglie ingiallite, l’erba incomincia ad illuminarsi,prima di vestire la tiara di brillanti,

Il conforto…la sicurezza in aiuto.

 

Oh il conforto, l’inesprimibile conforto di sentirsi sicuro con una persona: di non avere né da pensare i pensieri, né da misurare le parole, ma solo da elargirli.
Proprio come sono pula e grano insieme, sapendo che una mano fedele li prenderà e setaccerà, terrà quello che vale la pena di tenere e poi, con il fiato della gentilezza, soffierà via il resto.

 

 

Una pennellata di Danza nella Parigi bohémien…

2 A Parigi ,Le moulin de la Galette ,nel XIX secolo , (su di una collina, con ristorante, bar, sala e spazio all’aperto per il ballo) era assai più ampio dell’attuale e comprendeva al suo interno due vecchi mulini a vento: il Moulin Radet ed il più grande Moulin Blute-fin. Il luogo divenne famoso perché era assiduamente frequentato dai pittori che lavoravano a Parigi in quel periodo ,che va dalla seconda metà del XIX secolo ai 1primi decenni del XX secolo. Mi riferisco a Renoir, Toulouse -Lautrec, Van Gogh, Picasso, Utrillo ed anche Giovanni Boldrini per trovare il soggetto di un suo dipinto. Ho messo insieme alcuni dipinti nei quali si possono vedere le varie interpretazioni, che le pennellate di questi artisti hanno immortalato; feste più o meno popolari, stili, colori, pennellate diverse in quella ricerca continua dinuovo dall’ Impressionismo in poi.

 

 

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