La Chiesa dei tre papi viventi.

La leggenda di Fiore è un romanzo spirituale  di Marcello   Veneziani, uscito oltre due anni fa. Racconta  la vita di un personaggio favoloso in cammino per il mondo alla ricerca dello Spirito. Nel suo peregrinare si imbatte e dialoga con un Papa che ha lasciato il soglio pontificio, come il suo predecessore. Qui  alcuni stralci dal capitolo a lui dedicato, il Santo Padre che volle farsi fratello.

Papa Pietropaolo decise di dimettersi e abbandonare l’impossibile apostolato. Presentò le sue dimissioni con una denuncia dei mali di cui pativa la Chiesa, in velata polemica con la Curia e l’Episcopato. PierPaolo non si limitò a dimettersi da Papa, come il suo predecessore, ancora vivente: decise di rinunciare ai voti, abbandonare la Santa Sede e andarsene lontano in abiti civili, senza però rinunciare, disse, alla misericordia verso i fratelli. Si sarebbe occupato con una organizzazione umanitaria di emergenza, profughi, carità. Sparì per una destinazione ignota nell’estremo sud-ovest; dissero che era andato a vivere in una baracca delle favelas.

Il suo papato era partito col proposito di riportare la Chiesa alle origini, di ricominciare daccapo, come al tempo dei primi cristiani, delle catacombe. Per questo aveva deciso in un primo tempo che si sarebbe chiamato Pietro, come il fondatore della Chiesa. Ma, a quanto trapelò in quei giorni, i cardinali lo scongiurarono di non chiamarsi come il primo pontefice perché in tutti, benché implicita, era viva e inquietante la memoria della profezia di san Malachia, che aveva vaticinato la fine della Chiesa con l’avvento d’un papa chiamato Pietro II. Il cerchio si sarebbe chiuso nel suo nome, proprio come era cominciato. Il papa Pietro, si leggeva, pascerà il gregge fra molte tribolazioni; la città eterna sarà poi distrutta e il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo come alla fine dei giorni. Ma al nuovo papa quel nome significava il ritorno alle umili origini, rappresentava il Nuovo Inizio per rifondare la Sposa di Cristo. E rinunciarvi sarebbe apparso un cedimento alla superstizione e alle dicerie intorno alla profezia di Malachia; e uno sfregio all’Apostolo Fondatore. Allora concordò un compromesso coi cardinali più influenti: si chiamò PietroPaolo, fondendo i nomi dei due apostoli, già congiunti nel giorno loro dedicato. Il Papa fu poi battezzato nel linguaggio corrente, PierPaolo. Lui siglava i documenti pontifici con le tre P, Petrus Paulus Pontifex, PPP; la traduzione corrente e più affabile, che a lui non dispiaceva, era PapaPierpaolo.

Il papa cercò di sostituire al carisma la simpatia, alla grazia la carità, al Signore Dio Onnipotente l’umanità di Cristo, o solo l’umanità, secondo alcuni. Sostituì alla liturgia, al rito e al simbolo, l’umile famigliarità di “uno di noi”; rimosse il sacro e identificò la santità con la carità. Nel suo pontificato cercò di cambiare la missione alla sua Chiesa, aprirla al mondo e al suo tempo, fondere le religioni e i popoli, curarsi dei non credenti più che dei credenti, dei poveri più che dei fedeli, dei lontani più che dei più vicini[…] Migliaia di chiese e monasteri erano ormai svuotati di sacerdoti, suore e devoti, e la curia aveva deciso di cederli per trasformarli in locande, luoghi di ristoro ed alberghi. Il Papa invece volle mutarli in luoghi d’accoglienza per bisognosi[…]

Ci fu un effetto imprevisto delle sue dimissioni improvvise e radicali: prima di convocare il conclave per eleggere il nuovo Papa fu necessario ripristinare sul trono pontificio il vecchissimo Papa Gesumino, che si era dimesso tredici anni prima per motivi d’età e di salute, ma che a novantanove anni compiuti si trovò a indossare nuovamente la mitra di Pietro. Quando Gesumino rinunciò al papato ‒ lui che aveva scelto quel nome per schernirsi come pargolo del Signore ‒ vedendolo in condizioni cagionevoli di salute, molti pensarono che di lì a poco sarebbe tornato alla Casa del Padre. Invece, quel fragile, malato papa emerito, con un fil di voce e il passo curvo, resisteva negli anni […]

Faceva impressione rivedere quel vegliardo serafico tornare dopo tredici anni sulla sedia di Pietro, ormai disabituato alle attenzioni del mondo, più timido e impacciato di prima, tremante, perduto nella sua ascesi mistica, sottratto alle sue letture, ai suoi esercizi spirituali e alla penombra di una santa clandestinità. Guardava in silenzio e benediceva mentre un sorriso amaro si fermava sulla sua bocca per nascondere la riluttanza[…]

Il Conclave con gran difficoltà e con nuovi prelati, alla fine fu celebrato. Fu eletto Papa un cardinale venuto da una popolosa isola cristiana dell’estremo Oriente. Non era una gran figura, si puntò sulla sancta simplicitas, il fervore genuino della sua fede. E sulla comprensione del mondo verso un papa venuto da un mondo remoto. Mentre saliva nel cielo la fumata bianca che annunciava il nuovo pontefice, Papa Gesumino, ormai centenario, lasciava questa terra […]

La coincidenza tra l’elezione del nuovo Papa e la morte del Papa emerito, indusse l’eletto a scegliere come suo nome GesùMaria, nel ricordo di Cristo Nostro Signore, del predecessore Papa Gesumino col suo più umile diminutivo e per la sua devozione speciale alla Madonna. Per la prima volta un nome femminile risuonava nella nomenclatura pontificia, come un segno di apertura. Il nome suscitò turbamento ma era un tempo straordinario, di negazioni assolute e cominciamenti sovrani e furono ammessi anche nomi fuori dall’ordinario. Quando Papa GesùMaria s’insediò sul soglio di Pietro, morì Papa PierPaolo, a tre giorni dal suo predecessore. Una messa solenne per un evento mai accaduto fu celebrata dal Papa che guardava stranito e stordito le salme dei due suoi predecessori, una accanto all’altra. Uno serafico, l’altro corrucciato. Due mondi finivano e il terzo era ignoto. Qualcosa di enorme stava avvenendo, ma non si riusciva a capire se era una morte o una rinascita.

da La leggenda di Fiore (Marsilio)

Seneca riscrive la felicità…

 

 

Caro Lucilio, che farai a Natale e Capodanno? Non vorrei molestarti con le mie lettere edificanti e rovinarti le noiose festività. (Si, ho detto noia, non ho detto gioia, per citare Franco Califano). Ora che siamo entrando nella fase acuta dei festeggiamenti, vorrei aggiornare la mia lettera sulla felicità. Vi scambierete una montagna di auguri di felicità, un rito superstizioso di massa che denota quanto primitiva sia la vostra modernità. Auguri de visu e soprattutto tramite quelle lettere nane che chiamate whatsapp, sms o lasciando messaggi vocali, sempre con quell’infernale aggeggio che mi sta rendendo superato l’epistolario. Non dire, caro Lucilio, che sono il solito pedante con le mie petulanti pergamene; ringrazia il cielo che non ho il telefonino, altrimenti ti tempesterei e non ti resterebbe che bloccare il contatto…

Dopo la feste tornerete tutti a casa dalla felicità e dall’infelicità e riprenderete l’abito ordinario della mediocrità. Le vacanze hanno il privilegio di alterare la normalità e di far venire fuori impetuoso e imperativo il desiderio di felicità; ma portano alla luce anche le sommerse infelicità, rivelano i dolori e le malinconie, scoprono le carenze e le orfanità. Gli assenti pesano più dei presenti. Così nelle vacanze si scatenano la felicità e l’infelicità, vanno a braccetto, si scambiano i posti e si mettono a ballare. Anche tu festeggerai alla grande, Lucilio, perché tu mi leggi e mi ami, non ne dubito; ma poi nella vita pratica te ne strafotti dei miei consigli e vivi come ti capita e vai dove ti porta il cuore, la panza e persino il membro vile, la cosiddetta mentula. Io, da classico, trascorrerò il passaggio d’anno in disparte, a riflettere sulla felicità e i suoi spot. Le mie lettere sulla felicità vanno ancora a ruba in vista delle festività. A duemila anni dalla prima edizione fa piacere vedersi in classifica dei sempreverdi, anche se si sente un po’ fregati nei diritti d’autore, che non riscuoto da millenni. Va bene che per me vengono prima i doveri dei diritti; ma sono stoico, mica fesso.

E poi ci si sente presi per le terga diventare un best seller in un’epoca che la pensa all’opposto di me. D’accordo, ho vissuto sotto Caligola e Nerone, però voi sotto Conte e Draghi…Mi sento tirato per la tunica un po’ dovunque. Ho visto in libreria una caterva di libri dedicati alla felicità e scritti quasi tutti da barbari, celti, galli o affini. Ho preso nota per deformazione professionale: c’è addirittura una storia della felicità, come se la felicità potesse avere una storia, quando al contrario ne è una fuoruscita. Si parla pure di economia della felicità ma la felicità è la cosa più anti-economica che esista, vive nello spreco. Un tempo a voi vicino, persino il civis romanus Antonello Venditti mi infilava nelle sue canzoni; vada a rompere las pelotas a Epicuro (ogni tanto mi sfugge un’espressione ispanica, perché sono di Cordoba) e lasci in pace me che non sono nemmeno della Roma, ma del Real Madrid. Tutti questi libri e cd costano molto più delle mie lettere sulla felicità, stampata in economica. Quel laccio inutile che pende dai vostri colli come un guinzaglio colorato, che chiamate cravatta, lo pagate venti volte più del mio libro solo perché firmato da un sarto. E un libro firmato da Seneca, antico di duemila anni, costa solo mezzo sesterzo…Vergogna, pidocchiosi.

In tema di felicità cito due posteri francesi; Louis Aragon che diceva: “Chi parla di felicità ha gli occhi tristi” e Proust “Gli anni felici sono sempre perduti”. Quanto infelice dev’essere un’epoca che esalta così fanaticamente la felicità, ne scrive, ne canta, ne parla, inonda di auguri…Dev’essere schiava di un edonismo sofferente, malato. Magari fossero epicurei, no, sono gaudenti ma infelici, famelici di gioia ma disperati, golosi e incontentabili…Perché la felicità sparisce appena è desiderata, arriva quando è inattesa, ospite volatile e latitante. Gioie e dolori dolgono entrambi, ma in tempi diversi; perché la felicità si sconta prima o poi, cari pueri. Gli inverni vengono per farci pagare le estati.

Un tempo pensavate che la felicità fosse un bene pubblico, politico, anche quella più intima e privata; ora siete caduti nell’errore opposto e credete che la felicità sia solo un fatto privato. Ma la felicità non è un proclama politico e nemmeno una mutanda rossa, roba intima…Invece ci sono infelicità che passano dalla vita pubblica e altre dalla vita privata.

La felicità, caro Lucilio, non è un progetto ma una carezza, è il convergere fugace di clima, sospensione e gesti, solitudine beata o combaciante compagnia. Non è un programma politico ma un fuori programma; figuriamoci se può essere un piano industriale o di consumi. La felicità fiorisce selvatica e leggera nel giardino della dimenticanza. Mente chi dice: sono felice. Perché la felicità è attesa o ricordo, sogno o amnesia. Quando sei cosciente la felicità non è presente, quando è presente non sei cosciente. La felicità avrà il cuore aperto, ma ha gli occhi chiusi. Cerca piuttosto la saggezza, non la felicità. E non solo perché è più importante e dona la beatitudine, è una felicità più vera e duratura; ma anche perché la felicità vive di furti e imboscate, ama improvvisare e viene sotto falso nome. Insomma, Lucilio, ha ragione un collega di Venditti, mio mezzo omonimo – Lucio Dalla – che cantava tenero e misterioso: “La felicità, su quale treno della notte viaggerà…”

(Panorama, n.52)

Il mondiale l’ha vinto il Denaro…

Oltre che all’Argentina e al dio Messi, la Coppa del Mondo nel Qatar è stata assegnata all’economia e al dio Denaro. Anche un paese refrattario al calcio, estraneo allo sport, può diventare il Tempio mondiale del football perché dispone della ricchezza. E’ stata una consacrazione plateale, spettacolare della dominazione del denaro, non affidata solo ai vistosi premi: la coppa aurea, un premio complessivo per i vincitori, record assoluto, pari a 440 milioni di dollari, un’ostentazione di ricchezza in ogni evento e in ogni immagine del Qatar; ricchezza sugli spalti, negli spogliatoi e soprattutto nel retrobottega del mondiale. Anche lo scandalo dell’Europarlamento, le mazzette del Qatar, sono ancora la cresta di un fenomeno globale in espansione da tanto tempo ma divenuto ora assoluto, totale, inesorabile. Dietro la patologia della corruzione c’è ormai la fisiologia di un dominio globale. Con un risvolto kitsch da far impallidire magnati russi e pacchianerie americane. Ma lo sport è al guinzaglio del denaro come la politica e perfino i diritti umani; gli stati appesi alle banche centrali e sovranazionali, le risorse del pianeta appese alla mercé della finanza, l’umanità appesa al business, la salute appesa ai profitti. Il mondo è mosso dai soldi; sono il motore principale, gli altri sono motori secondari. Ci raccontavano il contrario, o meglio lo raccontavano a rovescio, che il mondo è mosso dalla povertà; per i vecchi schemi marxisti il mondo è mosso dalla lotta di classe dei poveri contro i ricchi; i popoli poveri fanno le rivoluzioni, o secondo la visuale liberale, i singoli poveri cambiano la società nella loro ricerca di migliorare; così come i migranti poveri partono in cerca di fortuna e generano circolazione dell’umanità. Ma la povertà è solo il risvolto secondario della Ricchezza che è il vero Re del Mondo, non solo nel Qatar. Ha sempre avuto peso la ricchezza, dai tempi di Creso e di re Mida; ma una tendenza antica, potenziata nell’ultima modernità, diventa oggi l’orizzonte globale del nostro presente e ancor più del nostro avvenire. L’idea stessa di globalizzazione è la traduzione universale del mercato globale, applicata a uomini, flussi e merci. Se nel mondo tramontano la religione e la politica, il pensiero e l’arte, le civiltà e le tradizioni, potete non attribuirlo al potere alienante e distruttivo della finanza e del commercio; ma dovrete convenire che a sostituire tutti quei mondi è sempre l’economia, nella forma della finanza, dei consumi e della tecnica. L’unica universalità riconosciuta da tutti, l’unico fattore mondiale di scambio, l’unica certezza d’intermediazione, è nel potere del Denaro, nella divinità della ricchezza e nel suo linguaggio che si fa capire da tutti. Poi restano gli epifenomeni, ossia i fenomeni di superficie, apparenti o vistosi, come può essere una partita di calcio, una sfida appassionata tra calciatori, il talento naturale dei fuoriclasse e degli atleti, l’effetto degli allenamenti e l’intelligenza della tattica. Ma sotto il soffice manto erboso c’è un campo d’energie che muove il mondo e determina le cose. Gli uomini fingono di non vederlo, non capiscono o non vogliono capire e si illudono come bambini che vogliono farsi raccontare le favole anche quando hanno smesso di credere a Babbo Natale. E si affidano ai piedi de dios, alla bravura del “genio”, alla dea fortuna. Noi italiani, popolo giocoso per eccellenza, ci siamo appassionati pur essendo fuori da questo mondiale: ma non abbiamo tifato per la vicina Francia, la sorella latina ed europea, non abbiamo seguito le direttive europee; ci siamo lasciati trasportare dal Corazon, dall’affinità sanguigna e naturale con gli argentini, che per metà hanno il nostro stesso sangue, e per indole somigliano al nostro sud, avendo per giunta un santo in comune, come Diego Armando Maradona. Ma quello è il mondo come rappresentazione; la volontà sottostante è tutta altrove e coincide col potere dei soldi. E’ sempre il meccanismo dell’economia a determinare luoghi, flussi e domini. E’ così potente l’economia da aver seguito ormai la parabola delle religioni: dapprima naturali, con gli dei identificati nelle forze della natura, visibili e perfino con fattezze umane o animali; poi le religioni evolvono, si fanno da un verso monoteiste e dall’altro si fanno invisibili, a partire dal loro Dio. Così è l’economia: il denaro si smaterializza, si fa elettronico, la ricchezza si fa finanziaria più che reale, diventa teologica, mentre le banche sono le nuove cattedrali e il Debito Sovrano viene elevato a Peccato originale dei popoli ma anche dei singoli, perché ormai nasciamo con quel male e non basterà il battesimo in banca per estinguerlo ma ce lo porteremo per tutta la vita. Lo stadio teologico dell’economia è giunto a tal punto che nessuno parla più del Capitalismo nel momento in cui governa il mondo: non nominare il nome di dio invano, non osare chiamare per nome il Signore, meglio termini più neutri e rifratti come globalizzazione, mercato mondiale e interdipendenza. L’interrogativo che alla fine ci resta è però cruciale e non possiamo evitarlo: quanto potrà durare l’umanità sotto la dominazione assoluta dell’economia? Come credete che possano vivere gli uomini e i popoli disfacendo ogni loro legame, salvo lo scambio economico tramite il denaro e la tecnologia? Per quanto tempo ancora la società potrà reggere senza orizzonti comuni di fede e di pensiero, di civiltà e di identità, di tradizione e di storia, connessa solo dallo scambio commerciale, dal transito delle merci e dal valore stabilito dai mercati finanziari? La società sopravvive perché mantiene ancora, benché logorati e deperiti, i legami comunitari ereditati dalla vita e dalla storia, di tipo famigliare, territoriale e civico, religioso e culturale. Cosa accadrà quando saranno definitivamente vanificati, grazie anche alle ideologie di supporto del mondialismo economico che puntano a sradicare l’umanità e renderla fluttuante, mutante, nomade? Sarà economico l’ultimo stadio dell’umanità. E finirà ai rigori.

MV

L’ Italia divisa… di chi la colpa?

L’Italia, l’Europa, il mondo sono spaccati tra chi si riconosce negli orientamenti conservatori e chi, invece, si riconosce negli orientamenti progressisti. In realtà l’Italia non è spaccata in due ma in ventidue, anzi c’è un’Italia per ogni italiano. Ma differenza principale è tra questi due modi di pensare .La sinistra coltiva, per eredità marxista e illuminista, la convinzione che la storia abbia un percorso già definito a senso unico: marcia verso quel che ritiene essere il progresso, l’evoluzione, la modernità. E chi si oppone a quella marcia inesorabile si pone fuori dalla storia, è un disturbatore, un brigante appostato agli angoli della storia a tendere imboscate (la reazione in agguato).
In realtà la storia, lo insegna l’esperienza, non ha un cammino prestabilito e obbligato La sinistra ha tutto il diritto di battersi perché trionfi la propria idea di società; ma abbia l’onestà, l’intelligenza e l’umiltà di considerare che c’è un’altra Italia, un’altra Europa, un altro mondo che non la pensa come loro ma ha altri valori, altre sensibilità, altre aspettative. Non dirò che gli uni siano migliori degli altri, perché i migliori e i peggiori sono mescolati tra gli uni e gli altri. Dunque, nessuna supremazia etnica o etica ma due diverse visioni della vita e del mondo. Ciascuna ha diritto di ritenere che la sua sia la verità e faccia il bene degli uomini; ma la realtà dice che al mondo ci sono posizioni antitetiche e se crediamo davvero alla libertà e alla democrazia dobbiamo accettarlo. Ma non potete ritenere vergognoso chi le esprime e chi rappresenta quella metà di popolo (fermiamoci alla metà, non rivendichiamo maggioranze) che in quelle idee si riconosce. Non si possono estirpare o mettere al bando. Si deve accettare la loro esistenza, e riconoscere che è legittimo difendere la famiglia, la tradizione religiosa, nazionale e civile di un popolo, come è legittimo ritenere dall’altra parte che il progresso comporti il loro superamento. La politica è questo: scontro tra due o più visioni contrapposte o fortemente diverse. Per esempio le questioni sull’aborto sono superabilissime, basta volerlo poichè non c’è alcuna imposizione da nessuna delle due parti- se la sinistra è antipatica (come dice Luca  Ricolfi), se non è popolare, è perché è boriosa e suprematista, non ammette margini di mediazione e non riconosce legittimità a chi la pensa diversamente. Basterebbe un piccolo sforzo per avere un paese con meno odio. Mi piace avere fiducia, aspetto smentita.

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Nelle mani il destino…

C’è chi nasce coi pugni serrati, chi con le mani spalancate e chi col pollice in bocca, qualcuno persino con le mani giunte o protese in avanti, come per difendersi. Il carattere già si profila dalle mani, perché il neonato non ha ancora a fuoco la vista; la luce originaria e il buio del passaggio, lo hanno reso provvisoriamente cieco. Sicché le mani parlano al suo posto. C’è chi rimane cieco per tutta la vita, anche se vede.
L’infanzia è una mano che si apre, e stringe altre mani, per gioco o per farsi guidare, conosce il mondo maneggiando le cose; la gioventù spalanca le mani, afferra con vigore il mondo, abbraccia la vita. La vita adulta si abituerà poi a prendere e lasciare la presa, ad afferrare pesi, armi, valigie; a maneggiare, manipolare, condurre per mano, tendere la mano per soccorrere o essere soccorsi. La vecchiaia è una mano che si chiude, si rinserra nel pugno, si appoggia a un bastone, stringe quel che resta, temendo di perderlo, fino a che non gli resta più nulla e stringe un pugno d’aria. Il mondo del vecchio si restringe, si fa sempre più piccolo, introverso, a volte si rinchiude dentro il suo corpo, il suo intestino, i suoi organi che funzionano male. Le sue mani sono impotenti, il mondo è sempre meno a portata delle sue mani, che cominciano a tremare e cercano sostegni.
Le mani sono la gloria dell’uomo rispetto agli animali; sono l’intelligenza del corpo, pensiero tattile, prensile, toccante. Sono la mappa dove è segnata la sua fatica passata ed è scritto il suo cammino futuro”.

da La leggenda di Fiore

La Pasquetta, che non c’è più…

Il bello della Pasqua era che a differenza delle altre domeniche non annunciava la mestizia leopardiana del lunedì (“diman tristezza e noia recheran l’ore”). Perché alla domenica di Pasqua seguiva il Lunedì dell’Angelo. La Santa Pasqua si faceva puttanella con la Pasquetta. La vezzosa e ovipara Pasquetta, in campagna o al mare, tra i cibi avanzati della Pasqua, più i tegami e le tielle da asporto, e il mitico cucuo (focaccia); la Pasquetta civettuola, tra camicette gonfie, corpi scoperti e prime voluttà che annunciavano l’estate. Il sole che torna sulla pelle, il contatto con la terra, per i più arditi il primo bagno a mare, tra grida disumane ed eccitazione goliardico-vascolare. Alla Pasquetta c’era una regressione infantile: si giocava al pallone, alla bandiera, a mago o libero, a tezzuare le uova e sopra tutto al ciuccio: c’erano due squadre contrapposte, una formava un serpentone di corpi intrecciati e piegati, in posa da rugby, come un lungo animale e l’altra squadra doveva montarvi sopra con la massima irruenza per far scoffolare (crollare) il ciuccio. Di solito i bestioni più obesi saltavano per ultimi, per dare al ciuccio il colpo di grazia. Se il ciuccio reggeva, vinceva la partita. Viceversa, se gli avversari toccavano terra o smontavano dal ciuccio prima che si sgriduasse (decomponesse), perdevano loro. A volte durava un tempo infinito prima che il ciuccio schinicchiasse (scricchiolasse). Una guerra di resistenza punteggiata da minacciose frasi: “Pes u’ chiumme?” (Pesa il piombo?). Risate e imprecazioni quando nel salto si squartavano i pantaloni o quando si cadeva uno sull’altro. Si andava in visibilio in caso di rumorose flatulenze digestive che tramortivano il ciuccio. La sera i più fortunati s’imboscavano con la minenna (la ragazza), gli altri si sfogavano intorno a una chitarra. E si tornava a casa svociati e contenti, ubriacati d’aria. Sazi di vita, di luce, di focacce e taralli.

Da Ritorno a sud (M V)

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La nave dei filosofi nel buio della notte russa…

Avete mai sentito parlare della Nave dei filosofi? Se associ il filosofo alla navigazione ti sovviene l’immagine famosa di Platone che naviga tra Atene e Siracusa per dare inutili consigli al Tiranno, che gli costeranno cari. O quella di Seneca verso l’esilio in Corsica perché accusato di adulterio  O più recenti immagini di Martin Heidegger che in età matura torna all’origine del pensiero e va per la prima volta in Grecia, in crociera; o Ernst Junger che va a riscoprire la natura in Sardegna e poi scrive dei suoi soggiorni. Ce ne furono altre di navigazioni dei filosofi, ma si trattava solitamente di viaggi solitari, a volte con moglie al seguito, di solito volontari o per prevenire repressioni di regime. Ma cent’anni fa, il 1922, avvenne la prima deportazione in massa degli intellettuali, pensatori, scienziati sociali e scrittori. Avvenne in Unione Sovietica quando c’era ancora Lenin, a dimostrazione che il Terrore, il gulag, la deportazione e la persecuzione dei dissidenti comincia col fondatore del comunismo e non con Stalin. Per la prima volta nella storia decine di intellettuali e loro congiunti ritenuti dissidenti rispetto al regime sovietico vengono imbarcati e deportati. Lasciano le loro città, le loro terre, vengono privati dei loro libri e spediti nell’altrove. A dare il via è lo stesso Lenin che scrive un articolo Sull’importanza del materialismo militante e punta il dito contro “i servi ideologici della borghesia”. “L’espulsione degli elementi controrivoluzionari e dell’intellighentsia  borghese è il primo avvertimento del potere sovietico a questi elementi sociali”, scriveva la Pravda agli esordi della repressione. È il primo evento contro l’élite intellettuale nel Novecento, il precedente storico è il Terrore giacobino dopo la Rivoluzione francese che aveva mandato al patibolo poeti come André Chenier e scienziati, filosofi e chimici come Antoine-Laurent de Lavoisier. Ci furono gli emigrati dissidenti che si rifugiarono a Coblenza, poi bombardata dai rivoluzionari francesi, prima di passare alla Prussia; ma non si trattò di deportazione di gruppo, come accadde invece nella Russia comunista di Lenin. La storia dell’obbligo ritiene che gli intellettuali siano perseguitati dai regimi reazionari, conservatori e autoritari, per non dire dei regimi fascisti; ma la deportazione, persecuzione ed uccisione di intellettuali non allineati attiene in realtà all’assolutismo rivoluzionario, che degli assolutismi fu il più efferato, anche rispetto alle monarchie assolute del passato; e poi al totalitarismo comunista in cui la persecuzione raggiunse l’apice. Se nel nazismo il dissenso intellettuale assunse più le forme di emigrazione, inclusa quella interna e interiore, come del resto era già avvenuto nella Russia sovietica (la stessa definizione di migrazione interiore è di Lev Trotskij e si riferisce al 1924), solo nei regimi comunisti la persecuzione del dissenso fu capillare, radicale, a volte arrivando allo sterminio. Il regime intellettuale per antonomasia, ispirato da filosofi come Marx ed Engels e fondato da intellettuali come Lenin e Trotskij, fu il più spietato con gli intellettuali, considerando i “peccati teorici o ideologici” più gravi di quelli pratici. L’ideocrazia del comunismo fu, da questo punto di vista, l’epilogo materialista e secolare dell’Inquisizione e della persecuzione religiosa per eresia. Ma cos’era e chi trasportava la Nave dei filosofi? Si trattava del mercantile tedesco Oberburgmeister Haken e di un’altra nave tedesca, la Prussen; la prima in particolare fu ribattezzata da Glavaskij “nave dei filosofi”, allontanati per sempre dai luoghi in cui vivevano e lavoravano. Organizzò il loro viaggio il capo della polizia sovietica, Dzerzinskij autore dei dossier contro di loro – erano russi e ucraini – li fece arrestare dalla GPU e offrì la scelta obbligata tra l’esecuzione e la deportazione, previo espulsione, pagandosi il viaggio, senza la possibilità di portarsi con sé nulla, inclusi i loro libri di studio. Le due navi partirono da san Pietroburgo e approdarono a Stettino. Tra di loro c’era tutta l’intelligentsija russa composta da professori, storici, artisti, scrittori e filosofi, contrari al bolscevismo e legati alla tradizione spirituale e religiosa russa. Tra di loro spiccavano tre figure, note ormai alla cultura occidentale. Uno è Sergeij N. Bulgakov che nella sua opera La luce senza tramonto, sosteneva che la rivelazione divina si palesa attraverso il miracolo e la libertà, senza transitare da un sapere. Un altro è Nicolaj A. Berdjaev, che cercava un ponte tra filosofia e religione attraverso la libertà e critica l’elevazione dello Stato a divinità in terra. Interlocutore di entrambi fu Padre Pavel Florenskij che invece sosteneva l’esigenza di un sapere spirituale fondato metafisicamente e figurava uno Stato teocratico in un libero assoggettamento dell’individuo allo Stato; era un po’ quel che sosteneva in un altro contesto non teocratico, il nostro filosofo Giovanni Gentile quando figurava il coincidere del volere individuale col volere universale dello Stato, fino a identificare libertà e autorità. Fu espulso e imbarcato anche il sociologo cristiano Pitirim A. Sorokin, che scrisse poi memorabili saggi di filosofia della società; ma il suo viaggio verso l’Occidente dove morì nel 1968, proseguì in treno. In quella deportazione fu risparmiato Florenskij, perché oltre che filosofo e teologo era anche scienziato e chimico e dunque serviva al regime e in fondo non aveva invocato apertamente la libertà dallo Stato ma un diverso indirizzo d’ispirazione alla guida dello Stato. Alla fine però a lui andò peggio: fini prima alcuni anni nel gulag pur continuando a lavorare per la scienza e la sperimentazione del regime sovietico, e infine fu fucilato nel giorno dell’Immacolata del 1937. I deportati della Nave dei filosofi non fecero più ritorno, si dispersero nell’altrove e nel buio del comunismo.

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