Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Asteroidi/3

Post n°275 pubblicato il 18 Agosto 2016 da je_est_un_autre

 

La terza parte di questo forzosamente magro resoconto forse è la meno interessante e porta con sé anche un pocolino di nostalgia, quella di chi alla fine della giornata deve salutare perché il proprio compituccio è ormai finito, pazienza, spero di averlo svolto almeno discretamente. Chissà, forse se avessi dovuto rimanere su un set per quaranta giorni filati avrei finito con l'odiare tutti, chè a questo porta il dover condividere per settimane gli stessi spazi, con le prevedibili tensioni, le arrabbiature, le incomprensioni, le stanchezze che ci sono anche quando il lavoro che si fa assieme è il più originale e creativo, credetemi. Ma oggi si fa strada all'opposto un po' di rimpianto, un qualcosa che suona più o meno così: me ne vado e non so quasi nulla di nessuno, ho imparato a malapena tre nomi, magari sarebbe stato bello scambiare qualche parola in più con qualcuno, e invece ecco, sono sempre lo stesso, mi chiudo, mi sembra di non avere niente di interessante da comunicare e probabilmente è anche un'opinione giusta, insomma divento sfuggente, perché faccio così, non lo so. Mi chiedo quante cose mi perdo per la strada.

Comunque io non lo so se ne uscirà un bel film o anche solo un lavoro discreto, domani ci sarà l'ultimo ciak e la sera ci sarà un cocktail di fine riprese, per il red carpet non ho niente da mettermi ma per fortuna c'è un sacco di tempo.
Voi, se volete, vi tengo informati.

 
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Asteroidi/2

Post n°274 pubblicato il 31 Luglio 2016 da je_est_un_autre

Il cinema è una faccenda strana. Per far sì che poi sullo schermo la cosa si veda dritta, quasi sempre la devi girare storta.
Per esempio io nel film sono uno che gioca spesso alle slot-machines. Quando abbiamo cominciato a girare la scena, che cosa ho fatto? Mi ci sono seduto davanti, normalmente.
No. Non va bene.
"Lorenzo, avvicinati di più alla macchinetta"
"Così?"
"Di più...di più...ancora più vicino, un po' più a sinistra, più vicino...ancora...perfetto!"
Ecco. A quel punto io e la macchinetta eravamo una cosa sola, praticamente stavamo consumando un coito, ma per l'operatore era perfetto.
Nella scena tanto per cambiare stavo sgridando mio figlio, che naturalmente era lì di fianco. Altrettanto naturalmente, per parlare con lui, lo guardavo dritto negli occhi.
No, troppo comoda.
"Lorenzo, non guardare Nicolas...guarda più a sinistra...di meno...più in alto...più in basso...ecco, lì! Trova un punto di riferimento e guarda sempre in quella posizione"
Chissà quant'è credibile un papà che mentre s'incazza con suo figlio guarda con ostinata determinazione una piccola caccolina sulla parete. Ma se qualcuno di voi avrà un giorno la bontà di dare un'occhiata al film, ci vedrà belli dritti, almeno spero.
E sicuramente nessuno di voi si farà domande sulla qualità del vino che trangugio tutto il tempo, nel film. Beh, sappiatelo: non era il mio amato Velduzzo di Quingtian, nè un comune frizzantino. Era tè. Tè al limone. Tiepido, però. Ne ho bevuto delle secchiate, perchè a inizio scena il bicchiere era pieno e a fine scena dovevo averlo vuotato, e tra campi e controcampi quella decina di ciak li avremo girati.

Insomma è tutto finto però poi alla fine tutto sembra più vero del vero. E questo per me è un mezzo miracolo. Beh, chi ci ha pensato per primo qualche numero ce l'aveva.


à suivre...

 
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Asteroidi

Post n°273 pubblicato il 24 Luglio 2016 da je_est_un_autre

E così, adesso ho cominciato a girare questo film (alè, fischi, trilli, urli sparsi); come attore, intendo. Al cinema fino ad ora ho fatto poco o nulla, solitamente una posa sola (una posa al cinema coincide più o meno con una giornata di lavoro) e di solito mi fanno fare il barista. Stavolta il ruolo è piccolino ma non del tutto marginale: sono il padre di uno dei protagonisti, un uomo sconfitto che si sbronza e si addormenta sempre davanti a casa, nella sua macchina mal parcheggiata e con le luci accese. Il film è una storia di ragazzi nella provincia emiliana, mio figlio è nasuto e con gli occhi piccoli e mi fa una certa impressione perchè potrebbe davvero sembrare mio figlio. Lui ha buon cuore, anche se mi odia abbastanza (nella storia, intendo): ogni sera, quando passa di lì, invece di tirarmi una coltellata, cerca di fare piano, apre la portiera e spegne i fari.
La prima scena che abbiamo girato mi vedeva entrare tutto incazzato nella stanza del ragazzo, reo di avermi rubato le chiavi. Dovevo tirare su la tapparella in tutta fretta e riempirlo di insulti. Il fatto è che nel film ho una mano tutta fasciata per via di un infortunio sul lavoro, e provateci voi a tirare su una tapparella con una mano mezza monca. A farla breve al primo ciak, per la foga e l'imperizia nei movimenti, ho strappato una tenda della finestra. Nessuno se l'è presa. Comunque immaginate una stanza tre metri per tre con  dentro: un operatore, un fonico, una ciakkista, due attori e le luci. Al terzo ciak ci saranno stati 72 gradi, e io già sono un sudatore professionista di mio. Ma i lavori di fatica sono altri. Soprattutto quando nelle scene successive non devi fare altro che fingerti addormentato dentro una vecchia Ford. In fondo bisogna solamente accettare i tempi lunghissimi del set, avere pazienza e aspettare. Ma intanto questo bel giocattolino s'è messo in moto. Vi tengo informati.

 
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Chinatown. La genesi. Un'ipotesi di prologo per uno spettacolo.

Post n°272 pubblicato il 07 Luglio 2016 da je_est_un_autre

Da piccolo, abitavo nella piazza del paese. Proprio di fronte al bar.
Si chiamava, non so perchè, il bar dell'Oca.
La finestra della mia stanza aveva una specie di parapetto in cemento, io sedevo per terra e tra le colonnine spiavo fuori, non visto.
Il bar era affollato e la gente si riversava fin sulla strada. C'era un vociare allegro fino alla sera tardi, specialmente d'estate.
Ma poi chissà se era davvero così. Dicono che i ricordi mutano nel tempo, addirittura si costruiscono da soli, alimentati da racconti, cose viste altrove, sogni.
Chissà se presentivo un destino, oltre i vetri illuminati di quel locale all'epoca ancora rudimentale, spartano, ma soprattutto invalicabile, per me così piccolo.
Quando, più grande, finalmente scesi in strada, presi coraggio e mi dissi: è tempo di diventare grande, andiamo al bar.
Lì dentro son passate generazioni di uomini e anche - per fortuna - di donne. E generazioni di baristi. Ai baffi sardonici di Zàisar seguì la flemma modenese di Fredo e soprattutto della figlia, talmente scattante che venne ribattezzata Florence, come la cameriera dei Jefferson, quella che quando suonavano alla porta il padrone di casa urlava:
"Florence, hanno suonato!"
"Lei è più vicino!" rispondeva quella. Tanto per capirci.
Poi - dopo qualche anno un po' apatico col sonnacchioso Gigi, talmente anonimo e indolente che non mi ricordo più nemmeno che faccia avesse - ecco, un giorno, mentre ero alla mia solita postazione a leggere Repubblica, vidi entrare un orientale. Giacca e cravatta e valigetta, capelli imbrillantinati, serissimo. Mi si avvicinò.
"Tu essele padlone?"
"Ehm..no"
"Dove essele padlone?"
"Non saprei, forse nel retro. ...Gigi!"
Gigi arrivò. Si sedette a un tavolino con  l'orientale, che aprì la valigetta.
Gigi ebbe un sussulto. Era la prima volta nella sua vita, suppongo. La trattativa non ebbe bisogno di ulteriori incontri.
Due giorni dopo il glorioso bar dell'Oca aveva cambiato nome.
Era nato Chinatown.

 

 
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Io mi ricordo

Post n°271 pubblicato il 30 Giugno 2016 da je_est_un_autre

- C'è una campana che suona, la mattina della domenica, mentre sei ancora nel letto. La melodia è sempre la stessa, ogni giorno di festa. Stai con gli occhi aperti, appena sveglio, e quel suono ha il sapore dell'attesa.

- Ci sono dei tendoni rossi e blu che scendono dalle arcate del portico fino a terra, a difendere le vetrine e il passeggio.

- Ci sono dei bassi gradini su cui sedevate a giocare, con qualunque stagione, nei pomeriggi interminabili delle vostre giornate più verdi. Odore di polvere nelle dita in estate, odore di pioggia nell'aria, in inverno.

- Ci sono le corse sulle piccole bici, lungo il viale che circonda il paese. Ti sembra di galleggiare, con l'aria nelle orecchie, lontane le grida degli amici, nel profumo inebriante dei tigli.

- C'è, infine, un momento in cui un mondo lungo cento metri comincia a cambiare, e tu ancora non lo sai.

 

 
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