Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Asteroidi

Post n°273 pubblicato il 24 Luglio 2016 da je_est_un_autre

E così, adesso ho cominciato a girare questo film (alè, fischi, trilli, urli sparsi); come attore, intendo. Al cinema fino ad ora ho fatto poco o nulla, solitamente una posa sola (una posa al cinema coincide più o meno con una giornata di lavoro) e di solito mi fanno fare il barista. Stavolta il ruolo è piccolino ma non del tutto marginale: sono il padre di uno dei protagonisti, un uomo sconfitto che si sbronza e si addormenta sempre davanti a casa, nella sua macchina mal parcheggiata e con le luci accese. Il film è una storia di ragazzi nella provincia emiliana, mio figlio è nasuto e con gli occhi piccoli e mi fa una certa impressione perchè potrebbe davvero sembrare mio figlio. Lui ha buon cuore, anche se mi odia abbastanza (nella storia, intendo): ogni sera, quando passa di lì, invece di tirarmi una coltellata, cerca di fare piano, apre la portiera e spegne i fari.
La prima scena che abbiamo girato mi vedeva entrare tutto incazzato nella stanza del ragazzo, reo di avermi rubato le chiavi. Dovevo tirare su la tapparella in tutta fretta e riempirlo di insulti. Il fatto è che nel film ho una mano tutta fasciata per via di un infortunio sul lavoro, e provateci voi a tirare su una tapparella con una mano mezza monca. A farla breve al primo ciak, per la foga e l'imperizia nei movimenti, ho strappato una tenda della finestra. Nessuno se l'è presa. Comunque immaginate una stanza tre metri per tre con  dentro: un operatore, un fonico, una ciakkista, due attori e le luci. Al terzo ciak ci saranno stati 72 gradi, e io già sono un sudatore professionista di mio. Ma i lavori di fatica sono altri. Soprattutto quando nelle scene successive non devi fare altro che fingerti addormentato dentro una vecchia Ford. In fondo bisogna solamente accettare i tempi lunghissimi del set, avere pazienza e aspettare. Ma intanto questo bel giocattolino s'è messo in moto. Vi tengo informati.

 
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Chinatown. La genesi. Un'ipotesi di prologo per uno spettacolo.

Post n°272 pubblicato il 07 Luglio 2016 da je_est_un_autre

Da piccolo, abitavo nella piazza del paese. Proprio di fronte al bar.
Si chiamava, non so perchè, il bar dell'Oca.
La finestra della mia stanza aveva una specie di parapetto in cemento, io sedevo per terra e tra le colonnine spiavo fuori, non visto.
Il bar era affollato e la gente si riversava fin sulla strada. C'era un vociare allegro fino alla sera tardi, specialmente d'estate.
Ma poi chissà se era davvero così. Dicono che i ricordi mutano nel tempo, addirittura si costruiscono da soli, alimentati da racconti, cose viste altrove, sogni.
Chissà se presentivo un destino, oltre i vetri illuminati di quel locale all'epoca ancora rudimentale, spartano, ma soprattutto invalicabile, per me così piccolo.
Quando, più grande, finalmente scesi in strada, presi coraggio e mi dissi: è tempo di diventare grande, andiamo al bar.
Lì dentro son passate generazioni di uomini e anche - per fortuna - di donne. E generazioni di baristi. Ai baffi sardonici di Zàisar seguì la flemma modenese di Fredo e soprattutto della figlia, talmente scattante che venne ribattezzata Florence, come la cameriera dei Jefferson, quella che quando suonavano alla porta il padrone di casa urlava:
"Florence, hanno suonato!"
"Lei è più vicino!" rispondeva quella. Tanto per capirci.
Poi - dopo qualche anno un po' apatico col sonnacchioso Gigi, talmente anonimo e indolente che non mi ricordo più nemmeno che faccia avesse - ecco, un giorno, mentre ero alla mia solita postazione a leggere Repubblica, vidi entrare un orientale. Giacca e cravatta e valigetta, capelli imbrillantinati, serissimo. Mi si avvicinò.
"Tu essele padlone?"
"Ehm..no"
"Dove essele padlone?"
"Non saprei, forse nel retro. ...Gigi!"
Gigi arrivò. Si sedette a un tavolino con  l'orientale, che aprì la valigetta.
Gigi ebbe un sussulto. Era la prima volta nella sua vita, suppongo. La trattativa non ebbe bisogno di ulteriori incontri.
Due giorni dopo il glorioso bar dell'Oca aveva cambiato nome.
Era nato Chinatown.

 

 
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Io mi ricordo

Post n°271 pubblicato il 30 Giugno 2016 da je_est_un_autre

- C'è una campana che suona, la mattina della domenica, mentre sei ancora nel letto. La melodia è sempre la stessa, ogni giorno di festa. Nel letto tieni gli occhi aperti, appena sveglio, e quel suono ha il sapore dell'attesa.

- Ci sono dei tendoni rossi e blu che scendono dalle arcate del portico fino a terra, a difendere le vetrine e il passeggio.

- Ci sono dei bassi gradini su cui sedevate a giocare, con qualunque stagione, nei pomeriggi interminabili delle vostre giornate più verdi. Odore di polvere nelle dita in estate, odore di pioggia nell'aria, in inverno.

- Ci sono le corse sulle piccole bici, lungo il viale che circonda il paese. Ti sembra di galleggiare, con l'aria nelle orecchie, lontane le grida degli amici, nel profumo inebriante dei tigli.

- C'è, infine, un momento in cui un mondo lungo cento metri comincia a cambiare, e tu ancora non lo sai.

 

 
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Acume è vivo (e mena fendenti alla cieca, soprattutto contro se stesso)

Post n°270 pubblicato il 12 Giugno 2016 da je_est_un_autre

Chinatown, in un giorno festivo. La pigra ora del dopo pranzo.
Entra Acume.
Non lo vedo da un pezzo. Ha l'aria di uno che è braccato.
Intendo, più del solito.

ACUME: Ciao, Lorenzo.
IO: Ehi, Acume! Una vita che non ci si vede.
ACUME: Lo sai, adesso sono sempre aaaa... Parma. Faccio questo corso per...eeehhh... scenografi. Voglio diventare scenografo.
IO: Bene! E come sta andando?
ACUME: Insomma. Bene. Cioè, un po' due palle. Ci fanno attaccare questi...eehhhh...pezzi di nastro su una moquette.
IO: Ed è così che si diventa scenografi?
ACUME: Non lo so. Son cento metri di moquette da decorare. Gli serve per...eeehh...il Don Carlos.
IO: Noto un'ombra di sfruttamento. E anche un sospetto di presa per il culo.
ACUME: Forse hai ragione. Comunque il problema non è mica il corso. Sai, mi hanno accusato di...eehhh...stalkeraggio.
IO: Cosa? E chi?
ACUME: Olga.
IO: Olga?
ACUME: Una mia compagna di corso. Adesso no, ha cambiato.
IO: Che diavolo le hai fatto?
ACUME: Non lo so. Le ho chiesto di uscire.
IO: Direi che non è sufficiente. Quante volte glielo hai chiesto, Acume?
ACUME: Non sono uno stalker. Mi muoveva del coso, dell'affetto, sai come succede.  Volevo starle vicino.
IO: Forse troppo, però.
ACUME: Olga ha dei problemi, sai.
IO: A parte te?
ACUME: Dovresti vederla mentre cammina. Tiene sempre le spalle curve, la testa incassata, guarda con gli occhi così come chi si aspetta di essere colpito alle spalle da un momento all'altro. E poi...cammina...eehh...strano. Quando cammina, una gamba va dritta, quell'altra fa una specie di semicerchio, così. Ma non è mica zoppa. E' proprio il suo modo di camminare.
IO: Era impossibile non restarne affascinati.
ACUME: E' in cura da un coso, da uno psicologo.
IO: C'è da capirla.
ACUME: Al che le ho detto: ma come, tu mi accusi di essere uno stalker, proprio tu che c'hai tutti 'sti problemi e che hai bisogno dello psicologo?!
IO: Certo che hai un gran tatto, a volte.
ACUME: Comunque è così. Mi sa che non ho più molte possibilità con lei. Tu cosa ne pensi? Sai, mi ha fatto chiamare da una sua amica per dirmi di lasciarla in pace, e che se continuo mi denuncia.
IO: Mah. Chissà cos'avrà voluto dire.
ACUME: Beh, adesso vado. Mi ha fatto piacere rivederti, Lorenzo.
IO: La prossima volta spero di non vederti in parlatorio. Nel caso, ti porto le arance?


 

 
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Sardegna

Post n°269 pubblicato il 21 Maggio 2016 da je_est_un_autre

Io non lo so perchè, ma entro spesso nelle chiese. Mica per devozione (con la religione ho un rapporto conflittuale: cresciuto in una famiglia a forte orientamento cattolico ho vissuto il mio ormai lontanissimo distacco dal culto con una certa difficoltà, e ricordo perfettamente il brivido che mi correva nella schiena le prime volte in cui autonomamente decidevo di non andare più a messa, un impasto di orgoglio ribelle e di feroce senso di colpa), no, ma ecco: io passo davanti a una chiesa e voilà, mi vien voglia di andare a curiosare. Sarà anche che ci è toccato in sorte di vivere in un Paese dove le chiese sono spesso piene di meravigliose opere d'arte, o che forse fuori c'è casino e sai che entrando lì ti prendi una pausa, respiri e ti ritrovi un po', o magari anche solo per annusare l'odore che c'è in certe chiese antiche. O magari è che tutti, anche i più dannati materialisti covano dentro di sè un bisogno di spiritualità che non necessariamente coincide con una aspirazione religiosa, ma lì dentro è come se ci fosse qualcosa, non necessariamente Gesù Cristo, ma qualcosa che ha che fare con una sfera più intima e nascosta dell'uomo - o almeno io la sento così.

Insomma entro spesso nelle chiese. Trovandomi a Cagliari per recitare, non ho fatto eccezione a questa mia abitudine. Ed è curioso che questo coincida con uno dei ricordi più vivi di questa trasferta sarda. Avevo l'intenzione di visitare la Cattedrale quando ho notato una piccola chiesupola proprio lì a fianco, con un assembramento di persone davanti. Era una chiesa di rito ortodosso, e si stava svolgendo quella che doveva essere una funzione religiosa particolare, forse per una ricorrenza speciale (o magari si svolge sempre così, confesso la mia ignoranza).
Una piccola processione di sole donne con in testa un velo azzurro usciva in quel momento dalla chiesa. Tutte signore di una certa età, presumibilmente badanti russe in servizio nella città. Dentro, nell'aria d'incenso, con le icone russe esattamente come ve le immaginate e un pope (io dico "pope" ma chissà se è la parola giusta) con un copricapo e una barba da pope autentico, ho vissuto un'emozione forte. E' stato come essere trasportato in pochi istanti nella Russia dell'Ottocento, quasi una folgorazione.
Insomma io entro spesso nelle chiese, e delle volte ne vale davvero la pena.

(Certo, mi sono goduto anche il resto. I fenicotteri ad esempio, che sono così belli da sembrare finti. E ho mangiato una quantità di pesce buonissimo - andate alla Barceloneta, se passate di lì - e anche i culurgiones e i malloreddus. E il porto e le navi e i profumi di questa città bella e contraddittoria. Ma oggi volevo parlarvi un po' di questa cosa strana. Che uno va in Sardegna una settimana, la trova bellissima e quando torna a casa e ci ripensa, la prima cosa che gli viene in mente è un angolo di Russia).

 

 
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