Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Come un cane sotto al palcoscenico

Post n°311 pubblicato il 18 Novembre 2017 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Ieri sera mi sono portato il cane Spike a uno dei miei corsi di teatro. Di solito tre o quattro orette tranquillo a casa da solo ci sta, non è un problema e ci mancherebbe pure, ma ieri sera quando ho fatto per prepararmi ha cominciato ad annusare il guinzaglio e a fissare la porta e a guardarmi con quegli occhi che c'ha lui e così non ce l'ho fatta, m'è toccato prenderlo con me. (Lo so, son troppo morbido, cedo in fretta, son "di picaglia tenera" come si dice qui, che nemmeno so cosa vuol dire, dovrei chiedere alla Mother, bisogna muoversi: qui tempo una generazione e nessuno saprà più cos'è la picaglia).
Sono entrato e ho chiesto scusa ai ragazzi se m'ero portato il cane, loro gli hanno fatto un po' di feste ma si sa com'è Spike, preferirebbe sempre passare inosservato e così ha cercato l'angolo più nascosto, dapprima dietro al pianoforte, ma non sentendosi abbastanza riparato s'è guardato in giro ed è andato a rifugiarsi sotto al palcoscenico, un immenso tavolone di legno sopraelevato perfettamente esplorabile nelle sue regioni sotterranee.
Cioè, perfettamente esplorabile dai canidi, dagli uomini un po' meno.
Insomma io facevo fare un'improvvisazione dal titolo "cittadini di varia estrazione sociale vengono intervistati dalla tv sul luogo dell'omicidio" e Spike raggiungeva zone mai toccate da nessun essere vivente, circa a metà palco; poi organizzavo un'altra improvvisazione a tema "ressa in coda all'ufficio anagrafe" e Spike piantava la sua bandierina nell'ultima regione raggiungibile sotto al palco, laggiù in fondo. Parlo sempre di "attenzione divisa" ai miei allievi. Dico loro: l'attore deve essere così, pensare alle battute da dire ma insieme ricordare i movimenti e intanto essere pronto per qualunque sollecitazione arrivi dai compagni sulla scena. Ecco, ieri sera l'attenzione divisa l'ho avuta anch'io: un po' ero su quel luogo dell'omicidio e in quell'ufficio anagrafe a vedere cosa combinavano i miei allievi, e un po' sbirciavo sotto al palco sperando di vedere quegli occhi che man mano diventavano due puntini luminosi sempre più lontani.
Comunque alla fine, visto che Spike non  ne voleva sapere di uscire da là sotto, m'è toccato armarmi di coraggio e chiudere la serata con l'improvvisazione "il regista si cala negli antri ragnatelosi e ammuffiti sotto al palcoscenico per recuperare il suo quadrupede". Pieno di polvere fino ai capelli ne sono riemerso tra gli applausi con Spike al guinzaglio e ho anche rilasciato un paio di interviste.
Ragazzi, già il teatro era una faccenda complessa prima, adesso con Spike è diventato un fottuto Vietnam. Roba da cuori forti.

 
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Strada Maggiore

Post n°310 pubblicato il 29 Ottobre 2017 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Per me, uomo di campagna trapiantato spesso e quasi stabilmente nella città, una cosa bella sono gli incontri che si possono fare.
Tipo: l'altra sera nel centro di Bologna ho incontrato Palacio! Chi è? diranno i meno accorti tra voi. Ebbene, meno male che ci sono qua io: è dunque, questo Rodrigo Palacio, semplicemente il giocatore di calcio che ha raddrizzato e dato un senso alla stagione di quella squadra che da troppi anni galleggia senza successi in campionato e che porta il nome glorioso di BolognaFC.
Ora, io in quei momenti lì divento come un bambino.
Per dirvi com'è andata: l'ho incontrato all'inizio di Strada Maggiore, a pochi passi dalle due torri. Un gran bel crocicchio per incontrare cotanto campione, ho pensato. E', questa Strada Maggiore, una bella e nobile e antica via (credo la citi anche Dante) e lui se ne stava lì, sotto un'arcata dei portici, e chiamava un taxi. L'ho riconosciuto di spalle (non è difficile: è completamente rasato tranne una tipicissima treccina che gli ha regalato anche il soprannome e che quando giocava come avversario me lo rendeva un po' antipatico e mi faceva pensare: ma nessuno che te la tiri, quella treccia lì? adesso, guai a chi gliela tocca) ed è saltato fuori il novenne che è in me: 'io adesso DEVO dirgli qualcosa!' E infatti mi sono avvicinato e gli ho balbettato qualcosa del tipo, 'ciao grande campione', oppure 'grande Palacio', o 'vai sei un grande', o addirittura (e mi vergogno ma potrei averlo detto per davvero) 'semplicemente grazie', non lo so, non mi ricordo. Lui si è girato, mi ha sorriso e mi ha detto ciao. Ecco, sono i momenti in cui rimpiango di non avere uno smartfòn per farmi un bel selfie con lui (l'ho detto che divento scemo, con 'ste cose). Chissà come l'avrebbe presa se gli avessi detto: scusa Rodrigo, mi aspetti qui un minuto che corro a casa a prendere la mia macchinetta digitale? E comunque così, ha salutato e se ne è andato. Che poi mi sarebbe anche piaciuto mettermi lì a fare due chiacchiere con Palacio, parlare di calcio, di cucina, di film che abbiamo visto, che ne so, ma insomma si vedeva chiaro che aveva da fare.
Cioè, capito il calcio come ti fa diventare? E se si pensa che scrivo 'ste cose dopo tre sconfitte consecutive del Bologna, si vede proprio che il mio è un amore cieco.

ps.: dimenticavo. In due di queste tre partite, Palacio non c'era perchè infortunato. Niente è per caso.
p.p.s.: cosa c'entra la foto? Niente, in effetti. Ma è la mia vita di questi giorni, e Spike doveva entrare per forza anche qui.

 
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Spike

Post n°309 pubblicato il 07 Ottobre 2017 da je_est_un_autre

Ci si può ancora sorprendere. A cinquant'anni realizzi che ti sta succedendo sempre di meno, ti stai abituando a questo sonnolento disincanto, e poi capita che ti devi occupare di un cane per un certo periodo.
Trattandosi di un animale già di suo piuttosto problematico che ha paura praticamente di tutto, ovvero ad esempio non sopporta i bambini, i palloni, i rumori, i clangori, le serrande, le transenne, gli assembramenti, gli uomini con la barba, le donne coi baffi, il mare d'estate, la montagna d'inverno e un po' di altre cose che non starò a dire, ecco, avevo qualche ragionevole timore che avrebbe potuto trattarsi di un periodo infernale. E invece.
Ho scoperto - sembrerà una cosa ovvia, ma per me non lo era affatto - che occuparsi di un cane è molto diverso dal frequentare anche spesso una casa dove quel cane vive di solito. E' come se lo avessi visto veramente per la prima volta. E non è solo perchè quando rientri dopo essere stato fuori mezz'ora ti fa delle feste come se fossi stato via un anno, no, è qualche cosa di più sottile e profondo, che ha a che fare con la fiducia e la protezione, certo, ma è uno di quei casi in cui le parole non sanno assistermi del tutto.
E comunque ci si sorprende, va mo là.
Che poi del resto, nemmeno io vado matto per il mare d'estate.

 
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I Dialoghi impossibili: Io, Arturo, la Veterinaria & il Veterinario (XXII)

Post n°308 pubblicato il 17 Settembre 2017 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

(nella sala d'aspetto della veterinaria)

ARTURO: Cosa? Siamo di nuovo qui? Ma no, basta, te ne prego.

IO: Certo che siamo di nuovo qui, è la visita di controllo.

ARTURO: Ma non ho bisogno di nessun controllo, io.

IO: Come no? Guarda che con i tuoi problemi non si scherza.

ARTURO: Li ho perfettamente risolti. E' che mi state tutti addosso, e quella parte della mia vita dovrebbe essere lasciata solo a me, io ho bisogno di intimità per espletar...

LA VETERINARIA (aprendo la porta dell'ambulatorio): A chi tocca?

IO: A noi, eccoci qua!

ARTURO: Il tuo entusiasmo è incomprensibile.

LA VETERINARIA: Allora, come andiamo, Arturino, l'abbiamo fatta la cacchina?

ARTURO: Perchè mi tratta come un neonato?

IO: Purtroppo nella cassetta, lei lo sa, non la vuole fare, preferisce andare nel giardino dei vicini. Immagino di sì, ma non posso essere sicuro.

LA VETERINARIA: Sentiamo, vieni qui Arturino che ti sento la pancia...sì, mi sembra a posto, adesso.

IL VETERINARIO (entrando): Oh, buongiorno, Arturo!

ARTURO: Ma quanti siamo, qui?

IL VETERINARIO: Allora, questa cacca?

ARTURO: Cioè, io sarei anche uno che ama il silenzio e starsene appartato.

LA VETERINARIA: Andiamo meglio, molto meglio, e si vede anche.

IL VETERINARIO: E' vero, ha anche una bella cera.

ARTURO: Sono un gatto, non ho nessuna cera.

IL VETERINARIO: Sta continuando con la dieta prescritta?

IO: Assolutamente sì. Ma mi chiedevo: posso comprare dei bocconcini della stessa linea, ma magari di un  gusto diverso? Così, per variare.

IL VETERINARIO E LA VETERINARIA: Assolutamente no!

IL VETERINARIO: Continui pure con quelli, visto che stanno funzionando.

LA VETERINARIA: E' probabile che si debba proseguire con quei bocconcini per sempre.

ARTURO: Che vita eccitante, la mia.

IO: Che magari, visto che gli piacciono, è anche contento.

ARTURO: Certo. Come se tu dovessi mangiare solo bistecca di pollo fino alla fine dei tuoi giorni.

LA VETERINARIA: Bene, sono molto contenta. Ero un po' preoccupata, per come lo avevo visto la settimana scorsa.

IO: Non lo dica a me.

ARTURO: Immagino le notti insonni.

LA VETERINARIA: Direi che siamo a posto così. Magari potrebbe riportarlo sabato prossimo, per un ulteriore controllo.

IO: Ma certo!

ARTURO: Non viene monitorata così neanche la regina d'Inghilterra.

LA VETRINARIA: A sabato!

ARTURO: Forse ho un impegno.

IO: Buono...arrivederci!

(escono)

 
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E io che pensavo

Post n°307 pubblicato il 03 Settembre 2017 da je_est_un_autre

Riprendiamo con una confessione poco lusinghiera per me.

Me la son sempre tirata da lettore forte. Sbagliavo: sono una mezza calzetta.
Prendiamo i Karamazov, per dire.
I Karamazov l'ho lasciato lì a metà non una, ma due volte (la seconda volta ricominciando da capo!) e venendone sempre puntualmente sconfitto, costretto a gettare la spugna verso pagina cinquecento.
O il Don Chisciotte.
Mi sa che non ho neanche finito il primo dei due volumi. Sono stato molto ma molto più molle di qualunque mulino a vento, e così l'Hidalgo mi ha infilzato da par suo.
Adesso c'è il Guerra e Pace, lì, sul comodino, con l'orecchia a pag. 280.
Ho voluto affrontare questo corpo a corpo dopo la lettura di Resurrezione, che mi ha fatto pensare: questo Tolstoj sa il fatto suo. Solo che Guerra e Pace ha 1300 pagine. Quando vado a letto il volumone mi guarda e mi dice: sto solo aspettando il momento in cui mi dirai, hai vinto tu.

Mannaggia, e io che pensavo.

Insomma ero lì, parecchio deluso da me stesso, intento a contemplare certe vette mai raggiunte. Poi succede che un cuore gentile mi fa il regalo di farmi conoscere Colette, che io neanche sapevo che fosse una scrittrice.
Perchè se uno mi diceva "Colette" io pensavo, non so, a un'attrice del muto, a una spia della Prima guerra mondiale, a una stilista trasgressiva.
E invece no. Era una scrittrice, e scriveva da dio. Una scrittura densa di vita, un respiro pieno, pieno di natura e di immediatezza e di divertimento. E' davvero una lettura che vola.
Insomma per adesso me la gongolo lì con Colette, ma con Guerra e Pace non è ancora detta l'ultima parola.
Anche perchè all'ultima parola, in fondo, mancano solo milleeventi pagine. Roba da ridere.

 
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