Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Cina sa

Post n°249 pubblicato il 11 Febbraio 2015 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

(Una sera qualunque, a Chinatown)

Silvano: Quello che ci distruggerà a noi sono le sie, Conrad.

Io: Come?

Silvano: Le sie.

Io: Scusa, non ho capito, Silvano.

Silvano: Le sie. Nel cielo, Conrad.

Io: Ah, le scie! Le scie chimiche.

Silvano: E io cos'ho detto, Conrad?


A Chinatown io ho il mio posto. In fondo al bancone, in piedi, davanti ad un ripiano spazioso e ben illuminato dai neon. Perfetto per leggere il giornale.
Non sono uno stanziale di quelli che passano lì dentro le giornate (mezz'oretta tre quarti d'ora al massimo) ma naturalmente sto sulle balle a tutti quelli che devono scambiare le monetine per le slot-machines.
Io me ne frego e non mi muovo. Anzi, dico che essendo uno dei più antichi frequentatori del locale, quel privilegio lo voglio mantenere. Alcuni tra quelli che mi conoscono si divertono assai se si ritrovano al mio posto proprio mentre entro nel bar, e lo abbandonano tra mille finte cerimonie ("Oh, scusi signor Lorenzo!", oppure "Devo essermi confuso a rubarle il posto signor Lorenzo, hihi!" e via così). Io li ignoro, sistemo Repubblica cercando di far combaciare tutti gli angoli (è un'impresa, specie se è già passato Acume), ordino un Velduzzo di Quingtian e leggo.
Parlo poco. A volte appunto con Acume (più che altro cerco di interpretare ciò che vuole dirmi), altre con Silvano, come si vede più sopra. A volte mi concedo qualche parola con Fedelico (poche parole in verità, è sordo) o con sua moglie Zofiia, sempre grintosa e militaresca (temo sempre che nasconda un pugnale da qualche parte, mentre mi serve sorridendo).
Ieri ho parlato con Lilla (Lilla? Lilla. Per lei l'Instancabile Vecchio Cinese ha scelto un nome che non esiste e per di più pieno di elle, di elle vere. Ebbene, io non lo so che cosa stia per succedere, ma secondo me la diplomazia internazionale e i servizi segreti sono queste, le cose di cui dovrebbe tener conto. Tant'è).
Lilla era abbacchiata, e mi ha comunicato una notizia della quale ero all'oscuro:
- Lolezo. 19 feblaaio capodanno cineeese.
La mia reazione è stata peggio che ingenua:
- Ehi, bene! Si festeggia, no?
- No, Lolezo! Comincia anno di peecola. Bluuto anno.
- L'anno della pecora è un anno brutto?
- Bluuto bluuto anno, anno di peecola. Cina sa. Cinese sa.
Ecco, ci siamo, ho pensato. Cina sa.
Mentre Lilla andava a servire un paio di Campali con vino, un brivido mi correva lungo la schiena.

Prima le sie.
E adesso anche l'anno della peecola.

Mettetevi al riparo.

 
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In Emilia

Post n°248 pubblicato il 30 Gennaio 2015 da je_est_un_autre

Io, è da poco che ho smesso di sognare il terremoto.
Non che sia successo così di frequente, da quel maggio fino ad oggi: diciamo una diecina di volte in tutto. Del resto qui siamo solo sull'orlo di quella zolla, di quel cratere così devastato. Ha picchiato forte ma danni pochi.
Però chi ha provato il terremoto lo sa: ti resta dentro in qualche modo, a tener vive crepe che non si vedono a occhio nudo. Poi è vero che il tempo sfuma tutto, specie se sei stato toccato  marginalmente, e arrivi a pensarci sempre meno.
Poi però un giorno apri il giornale e leggi che qualcuno rideva anche qui. Dev'essere una moda diffusa, questa di ridere mentre i tetti cadono sulla testa di chi sta dormendo nel suo letto e i capannoni si rovesciano sugli operai che fanno i turni di notte.
Ho ascoltato un paio di volte l'intercettazione della telefonata intercorsa tra quei due figuri, e a parte quella risata crassa non sono riuscito a capire nemmeno una parola per via di certi accenti inestirpabili e forse è meglio così. Ma di quei due gaglioffi così gutturali non voglio nemmeno parlare, che cosa ci sarebbe da aggiungere a quanto già detto e ripetuto, dall'Aquila in poi?
No, quello che colpisce è il mutamento di una regione famosa per il suo senso civico, per la diffusa solidarietà, per l'impegno: perchè si sa che quelli non agiscono da soli. Qualcosa è cambiato, proprio nelle persone. Disincanto, cinismo, ambizione, lo sporco lucro, non lo so. Davvero, non so che cosa sia successo, ma l'identità è perduta.
Forse invecchiando starò diventando più sentimentale, ma non mi sono mai sentito tanto legato a questa terra come adesso. Forse perchè mi cambia sotto gli occhi, e sento che qualcosa sta fuggendo via.
Non so se sia ancora possibile sperare in qualcosa, in questo cupo momento della nostra storia.
Ma se c'è ancora qualcosa da fare, è meglio farlo in fretta.

 
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Non c' titolista adatto

Post n°247 pubblicato il 05 Gennaio 2015 da je_est_un_autre

La messaggeria di libero contiene 150 messaggi, come sapete.
Io ho l'abitudine di svuotarla periodicamente per tenere vivi quei 130-140 messaggi giusto per avere uno po' di spazio. Non che mi aspetti di ricevere 10 o 20 messaggi di botto (a meno che non ci sia una di quelle infornate di russe tipo Ludmila o Tatiana e che scrivono robe tipo "Ciao je_est_un_autre, Non essere sorpreso! Voglio parlare con te! Amo cucina e uomini sportivo! Entra in contatto con mio! Scrivimi indietro"), ma insomma in certi casi il margine è tutto. I messaggi più antichi risalgono al 2009. Di solito gente che non scrive più o che ha cambiato aria, messaggi a cui sono affezionato per svariate ragioni, ma anche infilate di messaggi delle stesse persone, evidentemente stralci di conversazioni che così sfrondate risultano del tutto incomprensibili ma che se le ho conservate per degli anni forse avevano una loro importanza e cancellarle adesso non me la sento, sai mai. Poi messaggi di persone che ho conosciuto e con cui ho intrecciato importanti rapporti di amicizia, altri invece di meteore poi sparite, messaggi che evidentemente avrei dovuto cancellare e invece sono rimasti lì chissà perchè.
Fa impressione il numero di persone che non ci sono più, una specie di maledizione, ma lo sappiamo che questa è una valle di lacrime e se non disponessimo di quell'aggeggio chiamato rimozione ci suicideremmo tutti.
Comunque. C'è un pezzo di vita, lì dentro. Qui dentro.

E anche se questi sono stati i giorni del dolore, anche se ancora perdura l'incazzo per questa vita che a volte scommette con se stessa per vedere quanto riesce a portare un pochino più in là il record mondiale dell'ingiustizia, ecco, io penso comunque che sia stato bello vivere delle cose, qui, e spero che succeda ancora. Perchè ci sono state delle cose che ne valeva proprio la pena. Tipo conoscere te.
Ciao, S.

 

 
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I comunisti che furono

Post n°246 pubblicato il 19 Dicembre 2014 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Qualcuno era comunista.
Da queste parti in parecchi, per dire. Poi più niente.
All'improvviso è sparito tutto, inghiottito come da un enorme sbadiglio. Ci fosse almeno stato qualcosa di appena somigliante a una fine tragica, non so, ultimi drappelli di combattenti che vendono cara la pelle sotto un livido tramonto, un sipario che cala sulle macerie fumanti tra lacrime e applausi, qualche sparo, un petardo. Macchè. Niente.
Ci siamo scrollati da dosso questa specie di forfora e siamo ripartiti come nulla fosse, ma verso dove? Non si sa.
A livello locale non meno che nazionale.
A Chinatown, quando mi ritrovo per caso assieme a Silvano, Acume e Guido, non sappiamo fare altro che balbettare livorosi ipotizzando qualche responsabilità, e alle volte ho la netta sensazione che guardino tutti me.
Ma io l'avevo detto, che non avrei mai preso l'iniziativa di candidarmi a consigliere, se non me l'avesse chiesto prima il sindaco uscente (naturalmente di sinistra) e poi quello che si dava per scontato (troppo per scontato evidentemente, ma che ci volete fare, eravamo abituati così) sarebbe divenuto il nuovo sindaco. In qualche modo grato della fiducia e rassicurato sulle mansioni ("tranquillo Lorenzo, non ti si chiederà niente al di là delle tue specifiche competenze", dicevano, e immagino intendessero l'attività diplomatica nei confronti della comunità cinese, specie con gli elementi addetti al ramo bar, campari e velduzzo di Quingtian) avevo detto sì, mai immaginando che dopo settant'anni e per la prima volta un'inaudita piroetta avrebbe tolto l'antico e glorioso drappo rosso a questo piccolo comune, mostrando una faccia nera che qualcuno pur presentiva, ma poi a dire il vero più pretesca e chiesastica che nera. Per dire, adesso il giornalino del comune sembra quello della parrocchia, con una dolente madonnina in prima pagina, e all'interno una foto del sindaco, una del prete, una del prete e del sindaco insieme, una eccitante galleria fotografica di presepini e sangiuseppini e gesùbambinini, e a far da corollario una ridente immagine del cimitero, vuoto, inondato di sole.
Bah. Se mi devo accollare 'sta patente, me la prenderò. Ma qui dei portafortuna, all'interno di quel pallidissimo fantoccio che era ormai diventato il PD locale, ne possiamo trovare a bizzeffe e tutti impegnatissimi (ve lo giuro) solo a tirarsi coltellate nella schiena l'un l'altro. Ormai da anni. E che l'autentico talento di 'sto partito, nel piccolo e nel grande, sia esattamente questo, non è neanche una scoperta mirabolante, anzi.

E' una di quelle storie in cui ti viene da chiederti: ma cosa ci hanno messo nell'acquedotto in questi anni?

 
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Ultima conversazione. Dialogo (III)

Post n°245 pubblicato il 08 Dicembre 2014 da je_est_un_autre

LEI: D'accordo. Ne parliamo un'altra volta.

LUI: No, dimmi. Sono con le spalle al muro.

LEI: Sono stanca. Non ho più voglia di parlare.

LUI: Senti, ho sbagliato, d'accordo. Da adesso parlerò seriamente, ok? Mi hai preso alla sprovvista, avevo solo bisogno di scaldarmi. Devi darmelo, un po' di tempo.

LEI: Ti stai scaldando da anni, è una vita che non fai altro che scaldarti, ma tanto è inutile, non cambi mai.

LUI: Non cambio mai? Ma se un tempo non facevi altro che chiedermi di non cambiare mai. "Non cambiare mai, ti prego" dicevi "promettimelo, dimmi che non cambierai mai". Ecco fatto, ti ho accontentata. Dovresti essere felice.

LEI: Ricordi male.

LUI: Ricordo benissimo invece. Mi imploravi. Ecco, pensa, c'è stato un tempo in cui contemplavi la possibilità di implorarmi. Mi guardavi da sotto con gli occhi lucidi e mi imploravi di non cambiare mai.

LEI: "Da sotto"? "Imploravi"? Sei pazzo.

LUI: Sì, mi arrivavi fin sotto al mento e ti facevi piccola. I tuoi occhi scintillavano.

LEI: Ommioddìo, per favore, anche questo lirismo da quattro soldi.

LUI: Scegliere le parole con cura non è lirismo da quattro soldi.

(Pausa)

LEI: Comunque io non la vivevo così.

LUI: Lo dici tu.

LEI: E comunque io dicevo un'altra cosa, ti chiedevo di esserci, di essere presente: invece no, te ne stai sempre ai margini, guardi gli altri, non partecipi. Questo fai.

(Silenzio)

LUI: Ricordo che una volta, da bambino, avevamo l'abitudine nella bella stagione di andare a casa di un amico, fuori dal paese. Era una casa grande, gli antenati del mio amico dovevano essere stati dei nobilotti di campagna, poi decaduti. La casa era grande e io mi ricordo questo camino enorme, questa sala, le pareti scrostate, e fuori una imponente fontana con una grande vasca che non ho mai visto piena, bella ma un po' sbrecciata: ma poi chissà com'era veramente, si sa come ingannano i ricordi dei bambini. Ci trovavamo là perchè c'era un sacco di verde e nella casa potevamo nasconderci per i nostri giochi. Era un momento atteso e pregustato per giorni. Poi c'è stata quella volta. Una volta in cui non ci andai. Avevo preferito andare a una specie di festicciola di compleanno. Quando fui alla festa lo dissi che avevo scelto loro e non gli altri, ma chissà, forse mi era uscita una nota sbagliata, una nota di rimpianto, e attorno a me vidi solo espressioni di rimprovero, e desiderai non essere più lì. Ma ovviamente a quel punto andarmene non era più possibile, e anche raggiungere la casa di campagna del mio amico sarebbe stato un errore, mi avrebbero guardato male anche là. Non so perchè mi è rimasto così impresso quel giorno, quell'occasione. E' un episodio minore, una cosa di bambini, eppure mi ricordo tutto con una precisione spaventevole. Ti sembrerà assurdo ma io ho sempre pensato che quel giorno, ecco, mi sono riconosciuto.

(Pausa)

LEI: Una seconda possibilità non ci viene data.

(Pausa)

LUI: E' il nostro dramma. Non poter fare le prove.

(Pausa)

LEI: Non è una buona ragione per non fare le cose.

(Silenzio. Continua)

 
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