Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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I Dialoghi Impossibili: Io, Arturo & la Veterinaria (XVII)

Post n°238 pubblicato il 21 Settembre 2014 da je_est_un_autre

 

(Nella sala d’aspetto della Veterinaria)

ARTURO: …ma era proprio necessario?

IO: Hai dei denti orribili. Macchiati. Quando voglio guardarti in bocca non fai altro che protestare e così non ho nemmeno capito se ce li hai tutti, i denti. Hai mandato giù un’intera ciotolina di bocconcini senza nemmeno masticare e naturalmente l’hai vomitata tutta. Devo continuare?

ARTURO: Certo che quando ti ci metti sai proprio essere delicato.

LA VETERINARIA (affacciandosi dalla porta dell'ambulatorio): A chi tocca?

ARTURO: Siamo gli unici, secondo lei a chi tocca?

IO: Taci. Eccoci qui, dottoressa.

LA VETERINARIA: Oh, bene. Ecco qui Arturo. Proprio un bel micione. E che cos’ha?

ARTURO: L’altra volta diceva che ero “rimasto piccolino”. Come minimo è un po’ confusa.

IO: Potrebbe guardargli i denti? Mi sembrano molto brutti. E poi vomita.

LA VETERINARIA: Uhm. Vediamo…no. Non sono così terribili. Certo, un po’ di tartaro c’è. Se vuole un giorno glieli puliamo col laser. Ma bisogna addormentarlo, è una cosa laboriosa e al momento non urgentissima.

ARTURO: Ecco, brava. Osservazione giusta.

LA VETERINARIA: Cos’ha fatto qui sul naso? Sembra un’ammaccatura. Può avere litigato con qualche altro gatto?

IO: Spesso ha delle baruffette coi gatti dei vicini. A volte ha delle crosticine sul muso.

ARTURO: Le chiama baruffette. Glieli raccomando, quei due.

LA VETERINARIA: Potrebbe anche trattarsi di un fungo. Se me lo porta in quest’altra stanza buia, guardiamo con la lampada speciale. Eccoci: buono, Arturo. Non ti va un po’ di lampada abbronzante?

ARTURO: Ah, non vedevo l’ora.

LA VETERINARIA: …no, non è un fungo. Fosse un fungo la macchia diventerebbe verde fosforescente.

ARTURO: Sono raccapricciato.

LA VETERINARIA: Approfittiamone e guardiamo anche sotto. Può sollevare Arturo per le ascelle?

IO: Le ascelle? Ma pensa. Le ascelle. E’ curioso pensare che i gatti abbiano le ascelle, no?

ARTURO: Le vuole avere solo lui, le ascelle.

LA VETERINARIA: Bene, torniamo di là. …Guardi, secondo me non c’è niente di preoccupante. E’ un gatto sano. …Ah! Ecco qui, ho visto una pulce! Glielo fa il trattamento?

IO: Sempre!

ARTURO: La capacità di mentire di quest’uomo è stupefacente.

LA VETERINARIA: Spray o gocce?

IO: Spray. Poi lo strofino come mi ha insegnato lei.

ARTURO: Come no.

LA VETERINARIA: Allora cambiamo. Gli prescrivo le gocce. Ne deve mettere qualcuna qui tra le scapole. Stia attento, se per caso qualcuna gli finisce in bocca, può scendergli un po’ di bava.

IO: E pazienza, puliremo anche quella.

ARTURO: Sentilo, l’eroe.

IO: Bene, allora grazie di tutto, dottoressa.

LA VETERINARIA: Arrivederci. Ciao, Arturino. E se vogliamo un sorriso smagliante tenete in considerazione il laser.

IO: D’accordo, ci penseremo.

ARTURO: Sì, certo, come no. Son già qui che ci penso.

IO: Taci! Arrivederci…

 

 
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I Dialoghi Impossibili: IO & Arturo (XVI)

Post n°237 pubblicato il 19 Agosto 2014 da je_est_un_autre

Selfie?

ARTURO: Un tempo non te ne fregava un accidente.

IO: E adesso è lo stesso, non ti credere.

ARTURO: Oh, lo vedo. E' un selfie dietro l'altro. Sei schiavo anche tu di questa moda cretina.

IO: Non dire sciocchezze. Ma poi dico io, cosa ti costa rimanere in posa per cinque secondi?

ARTURO: Non ce la faccio. Sono ribelle dentro.

IO: E poi cos'è questo vizio di prendere a testate la bottiglia del succo di frutta non appena premo il pulsante dell'autoscatto?

ARTURO: E' il mio numero detto del Toro Arrabbiato, non ti piace?

IO: Rischi di rompere il mio piccolo totem rossoblù.

ARTURO: L'ho messo al tappeto almeno cinque volte, il tuo piccolo totem rossoblù.

IO: Dai, riproviamoci.

ARTURO: Non ci penso nemmeno.

IO: Neanche se metto un piattino di prosciutto al posto del mio totem?

(Pausa)

ARTURO: ...mi piace, quando diventi ragionevole.

 

 

 
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Tu no

Post n°236 pubblicato il 09 Agosto 2014 da je_est_un_autre

(Ne parlavo qui.
E mai, mai avrei pensato.

No, lei non si chiamava Giulia, si chiamava Claudia.
Di solito per protezione i nomi li cambio, ma adesso, che senso avrebbe?
Non ha più senso niente.)

La prima volta che la vidi fu nel corridoio dei camerini del Valle Occupato. Fino a quel momento avevo visto solo le bellissime foto di lei, nella sua gallery. Era così, forse più donna, più matura.
Mi venne incontro con un sorriso aperto.
Dopo, parlando dello spettacolo mi disse: "Sai, mi è piaciuto. Mi ha impressionato la scena del suicidio, dell'impiccagione: vedi, mia madre si è uccisa così". Io rimasi senza parole: fino a quel momento la nostra conversazione era stata caratterizzata dal divertimento, dalla fesseria lieve, dalla battuta, e questo irrompere di un privato così doloroso, così indicibile, mi colpì. Il giorno dopo mi spedì un sms in cui si scusava per essere stata inopportuna (e davvero non ce ne sarebbe stato biso
gno).
Quell'sms lo c
onservo ancora. Mi è rimasto poco altro.
Ma leggendo quel messaggino non pensavo che lei in quella scena potesse aver visto un destino. Non mi accorgo mai di nulla.
Ancora adesso pensando a te, Claudia, non riesco a non pensare a quanto eri bella. I natali australiani, la nonna coreana, il padre calabrese, tutto contribuiva a una bellezza altra, diversa, un po' esotica, senz'altro lontana.
E' che la morte già non riesci a pensarla, figurati se giovane, figurati se cercata.
Sai, quando mi viene in mente quello che è successo tutto si allontana, il mondo e i suoi rumori, tutto; e un torpore quasi tattile, epidermico, mi prende. Tutto diventa silenzio. Una malinconia dolorosa, inerte mi prende. E' un abbandono e una sconfitta.
Poi mi risveglio e m'incazzo, m'incazzo con me stesso.
Diversi mesi prima che succedesse tutto questo le nostre conversazioni erano ancora le solite: tu torrenziale, conversatrice instancabile, lamentando il lavoro che non andava mi dicevi: "Vorrei tornare in Australia" e io giocavo ad implorarti di no, ti facevo un complimento e tu mi davi del "galantone", era questo il nostro gioco. Poi le telefonate si diradarono, tu sparisti un po', poi un giorno mi scrivesti "Non voglio più partire, anzi mi licenzio e mi trasferisco in provincia" e alle mie insistenze confessasti "Sì, ho un amore adesso" e io ero felice per te, pensavo che forse avresti finalmente placato quel tormento che pure a volte si palesava.
Poi sempre meno contatti fino al silenzio.
Fino a quel giorno in cui un tuo ex-fidanzato che avevo conosciuto in quei giorni romani, in lacrime, disperato, mi ha raccontato tutto. Io che gli dicevo, ma come è possibile, non ci credo, non può avere fatto questo. E lui:
"No, Lorenzo, tu non conoscevi Claudia".
Aveva ragione. Non ti conoscevo.
Però sono qui che affronto il rimpianto di non aver fatto, di non aver chiamato, e guardo l'agenda per capire dove cazzo fossi quel giorno e naturalmente salta fuori che non avevo un cazzo di importante da fare e allora perchè non ho chiamato? e nemmeno il giorno prima e nemmeno quello prima ancora, colpevole io come gli altri e lascia stare se ti conoscevo poco. E penso alla tua piccola casa nella città dalle alte mura medievali, tu sola con le tue ultime ore, due righe e una corda e io non riesco non riesco a pensare che sia possibile, non tu.


E allora dico no. Mi sforzo e penso a te ancora lì, nel corridoio del Valle Occupato, io che sento la tua voce che dice "Lorenzo?" e io che mollo l'asciugamano e mi affaccio e ci sei tu, sorridente, elegante, bellissima.

 

 
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Volterra

Post n°235 pubblicato il 06 Agosto 2014 da je_est_un_autre

E' stata una giornata attesa, immaginata, lunga, estenuante. Iniziata varcando quei cancelli.
Per ragioni di sicurezza funziona così: tu entri alle 9 di mattina e fino alle 8 di sera, orario d'inizio dello spettacolo, non hai niente da fare.
Stai nel cortile dove è montato il palco, circondato da sbarre da ogni lato, e aspetti. Libertà di movimento limitatissima. Anche per andare in bagno devi chiamare un secondino - sempre gentilissimo, sempre di pochissime parole - che ti apre almeno un cancello e una porta.
L'ambiente si presenta in questo modo: un enorme cortile diviso in tanti piccoli cortiletti ognuno separato dall'altro da sbarre altissime. Vent'anni di attività della Compagnia della Fortezza all'interno del carcere hanno lasciato il segno, e così ogni cortiletto ha un nome letterario o teatrale: "Spazio Artaud", "Spazio Kafka" e così via.
I contatti coi detenuti sono pochi. Li guardi oltre le sbarre, ma l'effetto zoo mette a disagio. Più noi di loro, mi pare.
Pure, li abbiamo visti. Molti 41bis, molti fine pena mai, diversi a tempo, anche. Quello stesso panorama di sbarre ogni minuto di ogni ora di ogni giorno forse per sempre. Prima di mettere piede lì dentro non è che lo capisci tanto cosa possa significare.
Facevano l'ora d'aria. Qualcuno giocava a bocce, i più camminavano avanti e indietro come si vede nei film, altri facevano flessioni. La mattina un nero gigantesco in un cortile tutto per sè faceva un allenamento al sacco, quello dei pugili.
Ci sono anche alcune facce dure che dopo te le ricordi, e una concentrazione di tatuaggi mai vista prima.
La sera i detenuti si mescolano agli spettatori normali e vedono lo spettacolo. Ed è lì che salta fuori un lato inatteso, sorprendentemente umano. Sono, come dire, sono davvero senza filtri, come un pubblico di bambini.
Ti amano, gli piaci? Te lo fanno sentire eccome. Pestano i piedi, ridono, applaudono, fanno commenti a voce alta.
Non gli piaci? Te lo dicono, te lo urlano proprio, e lasciano la platea senza porsi problemi.
Per fortuna siamo piaciuti.


C'è una frase ricorrente, nello spettacolo: "Toni, sei libero". Ce la urlavano ridendo, con gli occhi accesi, mentre se ne tornavano in fretta alle celle, dopo lo spettacolo.
Noi, chissà se ci avevamo pensato fino in fondo.
Ma per loro, non è che non voglia dir niente.


 
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Come sono vecchi i giovani d'oggi (uno sfogo)

Post n°234 pubblicato il 20 Luglio 2014 da je_est_un_autre

Ovvero seri, responsabili, oculati; in una parola: noiosi. E io che credevo, ero convinto anzi, che la gioventù fosse l'età dello scialo. Devo essermi perso qualcosa.
L'antefatto: la santa alleanza che ha preso il potere nel mio piccolo paese ha decretato che il festival rock gratuito - una specie di utopia realizzata - che ivi si svolge da una ventina d'anni, alè, da oggi non si deve più fare. Perchè? Perchè, questa la motivazione "si deve risparmiare per migliorare i servizi".
Ora, dal momento che l'equazione "Niente rock=migliori servizi" mi sembra semplicistica e tutta da dimostrare (e inoltre non stiamo parlando dell'amministrazione di un fatiscente comune colluso con la mafia di qualche profondo sud ma di un posto dove tutto sommato le cose funzionano bene), ecco, io mi sarei aspettato quanto meno una protesta, una levata di scudi, almeno una pernacchia. No, niente.
Sul social network che tutti conoscete anzi, l'applauso si è levato forte e chiaro, con un richiamo alla responsabilità che nemmeno mio nonno.
Cioè, a sentire questi abbiamo potuto ballare con la coscienza tranquilla per vent'anni perchè i decibel coprivano gli angoscianti lamenti di poveri vecchi lasciati a languire in orride topaie che qualche cinicone chiamava "strutture per anziani".
Ora, calma e gesso. So bene che con queste cose non si scherza ma qui ci si dimentica che anche la cultura è un servizio, anche la musica è un servizio, anche non far morire un paesino della provincia remota è un servizio e se qualcuno provasse a scavalcare il muricciolo dell'angusto cortiletto che è il nostro piccolo comune saprebbe che altrove, a Bologna, in tutta la provincia e anche fuori, ci conoscono proprio per questo festival e ce lo invidiano e lo stimano e poi accidenti, ragazzi, lo chiedo a voi, ma un guizzo di originalità, mai? Un pocolino di coraggio, di indipendenza, su.
Ragionate. Che cos'era Sonica, il Babau? Brrr, che paura.
Beh, ve lo dico io cos'era. Una settimana di concerti gratuiti, accidenti, e quello che si deve pretendere a vent'anni è proprio questo: poter ascoltare buona musica sbronzandosi di birra a buon prezzo e sperabilmente rimediare una scopata prima che albeggi! che altro?
Questo mi sarei aspettato: a sentire la nuova cattolicissima giunta minacciare la chiusura del festival, io mi sarei immaginato un personaggio (che chiameremo Giovane Tipo) prendere per il collo l'Immacolato Nuovo Sindaco (di fresca nomina):
GT: Che cazzo è questa storia che ci chiudete il festival?
INS: Sa, Giovane Tipo, i servizi costano e...
GT: Non me ne frega un cazzo. Fai il tuo lavoro di sindaco e i soldi per i servizi trovali da un'altra parte. E' il tuo lavoro, tu l'hai voluto fare e adesso sei tu che ci devi pensare. Io in quanto giovane ho altri cazzi per la testa.
INS: Ci posso provare, ma non è detto che ci riesca. Forse saremo comunque costretti a chiudere e...
GT: E allora, se così sarà, fate in modo che funzioni TUTTO  a meraviglia, perchè nei prossimi 5 anni io starò con gli occhi bene aperti e non appena vedrò qualcosa che non va io vengo qui e vi faccio un culo così.
INS: ...gulp.

(Non scandalizzatevi per il linguaggio ruvido del mio Giovane Tipo, si tratta di una pasta di ragazzo, ve l'assicuro).

Ecco, questo speravo accadesse. E invece nulla, non una parola, non un gesto, non un ruttino di protesta hanno esalato i giovani di questo paese. Il mio Giovane Tipo, semplicemente, non esiste.
Parlavo prima di equazioni sbagliate o irrisolvibili: ecco, la mia equazione adesso me la risolvo da me e il risultato immalinconisce: questo piccolo borgo, semplicemente, Sonica non se la merita.
Del resto ha già dimostrato ampiamente di meritarsi altro.
Cosa, non è ancora chiaro.
Lo vedremo. Lo scopriremo.

 
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