Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Merci!
Inviato da: je_est_un_autre
il 20/01/2018 alle 19:44
 
Bravo! :)
Inviato da: lisalibera
il 20/01/2018 alle 18:19
 
Ma grazie, MP! Ciao!
Inviato da: je_est_un_autre
il 19/01/2018 alle 09:22
 
ma che bello quello che scrivi! dovresti esserne molto...
Inviato da: mpt2003
il 18/01/2018 alle 19:12
 
Chi l'avrebbe mai detto.
Inviato da: je_est_un_autre
il 18/01/2018 alle 11:07
 
 

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Monologhino per un'attrice

Post n°314 pubblicato il 16 Gennaio 2018 da je_est_un_autre

Mi complico sempre la vita, quando decido i temi dei saggi degli allievi. Siccome è impossibile scegliere una commedia e fare solo quella (al di là della bravura degli attori, c'è sempre il problema che quasi sempre  pochi personaggi dicono molte battute, e invece c'è bisogno di equilibrio) ecco, ho sempre la tentazione di rimpinguare il testo inserendo dentro anche gli Autori, e spesso lo faccio. Nella mia carriera, ho inserito nei miei saggi Cechov e la sua compagna, un'altra volta ho messo Harold Pinter che giocava a cricket in paradiso e via dicendo. Stavolta ho esagerato. In un saggio dedicato al teatro di Neil Simon ho voluto mettere Neil Simon in persona, la sua prima moglie e pure suo fratello. Ma mi manca un pezzo,  un piccolo monologo insieme dolce e risentito della moglie, e siccome non riesco a farmi venire in mente niente, provo a scriverlo qui.
Scritto pensando a Joan Baim, moglie di Neil Simon.
(Lei sta parlando di "Appartamento al Plaza", meravigliosa commedia diventata anche un film con un mirabile Walter Matthau).

Mi sono sempre chiesta se scrivendo quella commedia, coi tradimenti e tutto il resto,  mio marito volesse dirmi qualcosa. Lui ha sempre detto di no, dice che era 'un passaggio necessario nel raggiungimento della maturità'. Stronzate.
Ma che stesse attraversando un momento particolare della propria vita è cosa certa. Era il 1968. Vi dice niente questo numero? Stava accadendo tutto così in fretta: il movimento e tutto quello che si portava dietro: la rivoluzione sessuale soprattutto, la libertà, quell'atmosfera eccitante. Un vento di novità che doveva avergli scompigliato un po' i capelli. Doveva aver pensato: qui fuori succede un casino e io non combino nulla?
Ricordo una sera, mi invitò al ristorante.
Usciamo? Certo, risposi.
Gli tremavano le mani. Era chiaro che doveva dirmi qualcosa. Aspettò fino all'arrivo della bistecca.
"Ti devo dire qualcosa". "L'avevo immaginato".
Mi dice: dovremmo separarci, per un po'. Credo che questo sia giusto, dice, dobbiamo darci questa possibilità. Sarò io ad andarmene, non voglio metterti in difficoltà, prendo le mie cose e me ne vado, dice Neil.
Io dico, va bene.
Non se l'aspettava. "Va bene" non se lo aspettava. Intanto mi dò da fare con la mia bistecca, mentre la sua resta inviolata. Mi guarda e basta. Di colpo, si stava facendo più piccolo. Avevo l'impressione che stesse scivolando giù lentissimamente dalla sedia.
Poi fa un respiro, prende in mano la forchetta, ci si gingilla un po', poi: comunque non c'è fretta, si può fare con calma.
No, dico io, una volta che una decisione è presa, meglio agire subito. Facciamo domattina? chiedo.
Domattina? Dice Neil. Mi guarda, e io calma, ricambio lo sguardo, sorrido masticando la mia bistecca. Lui deglutisce (deglutisce il nulla, perchè continuava a non  mangiare) poi fa: no.
No cosa, chiedo io.
No, sai cosa, Joan? Mi sono sbagliato. Quello che ho detto prima, dice Neil, è una enorme stronzata. Non pensiamoci più, d'accordo?
Non ne abbiamo mai più parlato, di quella serata. La mia calma olimpica lo aveva devastato.
L'unica cosa che lui non  sa, è che in  quei momenti io avevo l'uragano dentro. Semplicemente, lo tenevo nascosto.
Io amo Neil, ma un po' se l'è meritato, alla fine della serata, di mangiare una bistecca fredda.

 
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Oh lÓ lÓ

Post n°313 pubblicato il 04 Gennaio 2018 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

C'è un modo di dire, quasi un aforisma, che ho sempre trovato divertente e arguto: "I francesi sono degli italiani di cattivo umore". Ora, tornando a Parigi dopo venticinque anni, più o meno, mi viene da dire che l'espressione andrebbe rivista, perchè l'arguzia resta, ma mi sembra ormai molto poco azzeccata.
In breve: quelli di cattivo umore siamo noi. Quelli che hanno sempre da recriminare su tutto, quelli maleducati, quelli bercianti, quelli rancorosi siamo noi.
Ora, io sarò anche di parte (e del resto la sensazione di un singolo è forzatamente parziale), ma ho trovato i francesi molto gentili anche quando ti chiedono di "appoggiare le chiappe su quel divano" come mi sono sentito dire dal cassiere di un piccolo teatro che ci chiedeva di attendere un momento prima di poterci trovare un posto e staccare il biglietto. Tanto per dire, non ho visto da nessuna parte, come a Parigi, gli autisti degli autobus salutare con un sorriso tutti i passeggeri mentre salgono su. Non so, forse era solo il clima delle feste, però questo è quel che ho visto.
Oddìo, naturalmente non è che io viva in un mondo parallelo o inesistente: anch'io ho visto un'umanità degradata, al di sotto della miseria, affollare certi angoli più o meno nascosti della città; e so bene che Parigi è grande e non c'è solo il XIII arrondissement o l'Ile de la Cité: però questo è quel che ho visto.
Insomma al di là degli abbaini, della Senna che scorre lenta, dei contrafforti maestosi di Notre Dame, al di là degli "Oh!" di sorpresa che escono anche se non vuoi quando alle sei del pomeriggio la Tour si accende e sfavilla, al di là di tutto questo, è la città nel suo insieme che mi ha sorpreso. Una cortesia asciutta che ti fa stare bene.
E poi viva Parigi anche per un'altra cosa: se l'ultimo dell'anno alle 22.45 non  hai ancora idea di dove mangerai non c'è da preoccuparsi: c'è una via piena di ristoranti coreani e giapponesi e cinesi dove puoi mangiare più che discretamente a 20 euro. E alle Tuilieries, allo scoccare della mezzanotte, qualche coppia si metterà a ballare un valzerino su note che sentono solo loro.
C'era bisogno, di una vacanza così.

Buon anno a tutti.

 
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Splatterpost (post grandguignolesco e lamentoso)

Post n°312 pubblicato il 26 Novembre 2017 da je_est_un_autre

Mi hanno cavato un dente. Succede. Del resto il mio garrulo dentista me lo aveva detto mesi fa: "Lorenzo, ti massacrerò per un po' di tempo e vediamo se si risolve, alla peggio però lo dovremo togliere, sappilo. Ma parlando di cose importanti, si può sapere perchè non sei ancora andato a vedere dove sono piantati quei pioppi che si vedono laggiù?". E insomma eccoci qua. L'altro giorno era meno ciarliero del solito, si è limitato a dire: "Sentirai un po' cric-crac ma non è nulla, l'importante è che tu non senta male". Cric-crac.
In un attimo ha finito - ed è un bene - ma è un peccato che mi abbia fatto vedere il dente solo di sfuggita, un secondo e via. Lì per lì mi sentivo un po' suonato e non mi è venuto da dire niente ma avrei preferito congedarmi meglio dal mio premolare, in fondo eravamo insieme da tanti anni, ne abbiamo fatte tante noi due.
Invece niente, cric-crac, strap, sguish e adieu. Pazienza.
Ora la sensazione è quella di avere in bocca una piazza d'armi grande abbastanza da ospitare la banda del paese, come se mi avessero cavato otto denti e non solo uno. Ogni tanto mi faccio coraggio e vado a controllare allo specchio per essere sicuro che manchi solo quello.
Subito non credevo di poter vivere una vita normale, non solo per quella sera, ma per gli anni a venire: "Dottore, ma io stasera avrei lezione, come faccio? Mi lascia così, con questo buco?".
"Lorenzo, vai, non ti preoccupare, puoi fare tutte le lezioni che vuoi. Quanto al buco non posso fare molto, se vuoi vengo con te a lezione e ci tengo un dito sopra, così lo tappiamo".
Ho fatto lezione cercando di dissimulare il fastidio. E ho anche dissimulato il mio disgusto davanti alle pappine fredde di venerdì sera e di ieri. Ma oggi, passate le fatidiche 36 ore, direi che un piatto di tortellini dalla Mother ci sta. Lì no, lì non dissimulo. Buon pranzo.


 
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Come un cane sotto al palcoscenico

Post n°311 pubblicato il 18 Novembre 2017 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Ieri sera mi sono portato il cane Spike a uno dei miei corsi di teatro. Di solito tre o quattro orette tranquillo a casa da solo ci sta, non è un problema e ci mancherebbe pure, ma ieri sera quando ho fatto per prepararmi ha cominciato ad annusare il guinzaglio e a fissare la porta e a guardarmi con quegli occhi che c'ha lui e così non ce l'ho fatta, m'è toccato prenderlo con me. (Lo so, son troppo morbido, cedo in fretta, son "di picaglia tenera" come si dice qui, che nemmeno so cosa vuol dire, dovrei chiedere alla Mother, bisogna muoversi: qui tempo una generazione e nessuno saprà più cos'è la picaglia).
Sono entrato e ho chiesto scusa ai ragazzi se m'ero portato il cane, loro gli hanno fatto un po' di feste ma si sa com'è Spike, preferirebbe sempre passare inosservato e così ha cercato l'angolo più nascosto, dapprima dietro al pianoforte, ma non sentendosi abbastanza riparato s'è guardato in giro ed è andato a rifugiarsi sotto al palcoscenico, un immenso tavolone di legno sopraelevato perfettamente esplorabile nelle sue regioni sotterranee.
Cioè, perfettamente esplorabile dai canidi, dagli uomini un po' meno.
Insomma io facevo fare un'improvvisazione dal titolo "cittadini di varia estrazione sociale vengono intervistati dalla tv sul luogo dell'omicidio" e Spike raggiungeva zone mai toccate da nessun essere vivente, circa a metà palco; poi organizzavo un'altra improvvisazione a tema "ressa in coda all'ufficio anagrafe" e Spike piantava la sua bandierina nell'ultima regione raggiungibile sotto al palco, laggiù in fondo. Parlo sempre di "attenzione divisa" ai miei allievi. Dico loro: l'attore deve essere così, pensare alle battute da dire ma insieme ricordare i movimenti e intanto essere pronto per qualunque sollecitazione arrivi dai compagni sulla scena. Ecco, ieri sera l'attenzione divisa l'ho avuta anch'io: un po' ero su quel luogo dell'omicidio e in quell'ufficio anagrafe a vedere cosa combinavano i miei allievi, e un po' sbirciavo sotto al palco sperando di vedere quegli occhi che man mano diventavano due puntini luminosi sempre più lontani.
Comunque alla fine, visto che Spike non  ne voleva sapere di uscire da là sotto, m'è toccato armarmi di coraggio e chiudere la serata con l'improvvisazione "il regista si cala negli antri ragnatelosi e ammuffiti sotto al palcoscenico per recuperare il suo quadrupede". Pieno di polvere fino ai capelli ne sono riemerso tra gli applausi con Spike al guinzaglio e ho anche rilasciato un paio di interviste.
Ragazzi, già il teatro era una faccenda complessa prima, adesso con Spike è diventato un fottuto Vietnam. Roba da cuori forti.

 
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Strada Maggiore

Post n°310 pubblicato il 29 Ottobre 2017 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Per me, uomo di campagna trapiantato spesso e quasi stabilmente nella città, una cosa bella sono gli incontri che si possono fare.
Tipo: l'altra sera nel centro di Bologna ho incontrato Palacio! Chi è? diranno i meno accorti tra voi. Ebbene, meno male che ci sono qua io: è dunque, questo Rodrigo Palacio, semplicemente il giocatore di calcio che ha raddrizzato e dato un senso alla stagione di quella squadra che da troppi anni galleggia senza successi in campionato e che porta il nome glorioso di BolognaFC.
Ora, io in quei momenti lì divento come un bambino.
Per dirvi com'è andata: l'ho incontrato all'inizio di Strada Maggiore, a pochi passi dalle due torri. Un gran bel crocicchio per incontrare cotanto campione, ho pensato. E', questa Strada Maggiore, una bella e nobile e antica via (credo la citi anche Dante) e lui se ne stava lì, sotto un'arcata dei portici, e chiamava un taxi. L'ho riconosciuto di spalle (non è difficile: è completamente rasato tranne una tipicissima treccina che gli ha regalato anche il soprannome e che quando giocava come avversario me lo rendeva un po' antipatico e mi faceva pensare: ma nessuno che te la tiri, quella treccia lì? adesso, guai a chi gliela tocca) ed è saltato fuori il novenne che è in me: 'io adesso DEVO dirgli qualcosa!' E infatti mi sono avvicinato e gli ho balbettato qualcosa del tipo, 'ciao grande campione', oppure 'grande Palacio', o 'vai sei un grande', o addirittura (e mi vergogno ma potrei averlo detto per davvero) 'semplicemente grazie', non lo so, non mi ricordo. Lui si è girato, mi ha sorriso e mi ha detto ciao. Ecco, sono i momenti in cui rimpiango di non avere uno smartfòn per farmi un bel selfie con lui (l'ho detto che divento scemo, con 'ste cose). Chissà come l'avrebbe presa se gli avessi detto: scusa Rodrigo, mi aspetti qui un minuto che corro a casa a prendere la mia macchinetta digitale? E comunque così, ha salutato e se ne è andato. Che poi mi sarebbe anche piaciuto mettermi lì a fare due chiacchiere con Palacio, parlare di calcio, di cucina, di film che abbiamo visto, che ne so, ma insomma si vedeva chiaro che aveva da fare.
Cioè, capito il calcio come ti fa diventare? E se si pensa che scrivo 'ste cose dopo tre sconfitte consecutive del Bologna, si vede proprio che il mio è un amore cieco.

ps.: dimenticavo. In due di queste tre partite, Palacio non c'era perchè infortunato. Niente è per caso.
p.p.s.: cosa c'entra la foto? Niente, in effetti. Ma è la mia vita di questi giorni, e Spike doveva entrare per forza anche qui.

 
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