In principio fu la Pasqua, particolarmente tormentata quest’anno in Terra Santa e avversata nei suoi riti pasquali. Poi venne l’attacco violento di Donald Trump a Papa Leone XIV, con le sue immagini blasfeme di Dionald al posto di Cristo, e la solidarietà del mondo al Pontefice, anche da parte di paesi islamici come l’Iran; quindi il Crocifisso profanato e sfasciato dal soldato israeliano in Libano. A seguire, il primo anniversario della morte di Papa Francesco, il papa preferito dai non credenti, ricordato e celebrato soprattutto da loro; era assai presente sulla scena mondiale ma dopo la sua morte era subito caduto nell’oblio quasi generale. In questi giorni c’è stato il viaggio pastorale in Africa di Leone XIV con i suoi sacrosanti appelli e moniti al mondo e agli indigeni. A breve ci sarà il primo anniversario del suo pontificato con un primo bilancio del suo regno nella Santa Sede.
Un mese intenso per la cristianità, con risvolti curiosi e spiazzanti: chi pretende di rappresentare e difendere l’Occidente cristiano nella crociata contro l’Islam, la Cina e l’ateismo, calpesta la cristianità in modo incivile e sgraziato, colpendo il suo Capo spirituale; e dall’altra parte chi non crede in Dio e critica il ruolo pubblico dei valori religiosi nella vita sociale pretende di dare lezioni di cristianità e di spiegare anche ai devoti chi sono i papi di cui fidarsi, come Papa Francesco.
Intanto il Papa di Chicago mantiene la sua lucida sobrietà, non si scompone davanti agli attacchi inauditi e alle lusinghe insidiose; resta calmo, paziente e misurato nelle parole, non dice nulla che vada oltre il suo ruolo pontificale, ripete col garbo che lo distingue i messaggi di pace e di condanna della prepotenza che vengono naturalmente del tutto disattesi. Prediche inutili benché necessarie; o se preferite dirlo al contrario, parole necessarie ma inutili. Comunque doverose e vane. Prevost ricorda con affetto e rispetto il suo predecessore anche se non ne ricalca la linea e gli oltrepassamenti, e non ne condivide il temperamento.
Con Papa Leone la Chiesa sembra aver ritrovato la strada di sempre, senza rotture col papato precedente, in modo felpato, equilibrato, lasciando una percezione di continuità con i suoi predecessori, situandosi quasi a metà, tra Bergoglio a Ratzinger. Non ha mai compiuto un passo falso, mai una scivolata o una battuta non consona a un pontefice, come ha fatto invece il suo predecessore; è stato inappuntabile. Certo, al di là del nome scelto, Prevost non è una personalità leonina, non ha la personalità potente e carismatica di un Giovanni Paolo II, o la forza comunicativa dello stesso Woytila e di Bergoglio, che a volte perdevano anche le staffe. Ma questo è anche un bene per la Cristianità e per la Chiesa: evitare che la fede si traduca e si riduca alla popolarità del Papa, al suo carisma mediatico, alla sua capacità di fare notizia e magari anche un po’ teatro, concentrando su di sé le attenzioni. Una specie di “deriva plebiscitaria” che chiamammo “papulismo”, cioè populismo papista, che finisce col sovrapporre la leadership personale, o addirittura la pop-star globale, all’istituzione, alla missione e alla tradizione della Chiesa. Un’istituzione millenaria come la Chiesa, con la sua radice trascendente, non può ridursi ai seguaci (followers) di un papa. Al centro della Chiesa è Gesù Cristo e non il suo Vicario in terra del momento.
A proposito, a che punto è la cristianità in questo momento della storia del mondo? È tornata in Occidente, dopo un lungo soggiorno nel Terzo Mondo e nel regno mobile dei migranti? No, non direi questo, anche se il Papa viene dagli Usa e non condivide la deriva terzomondista della Chiesa di Bergoglio e dei progressisti. Il Papa va in Africa, vede popolazioni convertite anche in modo massiccio alla fede cattolica, si apre a più mondi, dialoga con l’Asia anche al di là dei fratelli ortodossi. Però non dimentica la sua vocazione ecumenica, universale, senza sposare la causa trumpiana dell’Occidente contro il Resto del Mondo; condanna tutte le guerre e si mantiene al di là della geopolitica, o forse al di qua, non si cimenta in politiche di apertura o di chiusura.
Sul piano della fede il paesaggio non cambia, i paesi europei difendono il Papa dal punto di vista istituzionale e come autorità morale, ma non sposano l’ispirazione cristiana. Non solo a livello istituzionale, ma anche a livello di popoli; nessun risveglio religioso è in corso, continuano il letargo e la scristianizzazione. E negli Stati Uniti, non si capisce bene se il nemico più forte per la Chiesa di Roma sia la scristianizzazione, ossia l’ateismo pratico, il nichilismo e il relativismo occidentale oppure il fondamentalismo fanatico di alcune sette cristiane, messianiche e avventiste, peraltro vicine in molti casi a Trump e non lontane dall’ebraismo. La guerra in Ucraina non facilita il dialogo della Chiesa cattolica con la Chiesa ortodossa di rito greco-bizantino, soprattutto per la sua partecipazione attiva al conflitto e la sua divisione interna tra la Chiesa di Mosca e quella di Kiev.
Ma la cristianità oggi non entra nella contesa del mondo, non sceglie l’Europa, l’Occidente o la Terra Santa come suoi punti fermi e nemmeno si risolve nella sua dimensione planetaria, con particolare attenzione ai sud del mondo. Non fa politica, non fa geopolitica, è amica di tutti e nemica di nessuno, mantiene la sua extraterritorialità negli spazi politici, ovvero è al di sopra o quantomeno al di fuori delle parti, rigorosamente neutrale, senza alcuno spirito di crociata. Questa è la sua forza e la sua debolezza, la sua autorevolezza e affidabilità ma anche la sua scarsa possibilità d’incidere e farsi sentire.
Anche sul piano temporale, la Chiesa di oggi ha scelto una saggia via di mezzo tra chi la vorrebbe al passo dei tempi, col grande sforzo di adeguarsi alla sua epoca e chi invece la vorrebbe nel segno della tradizione, con un ruolo critico verso la modernità, la secolarizzazione e il relativismo. Anche in questo caso la posizione assunta è la più saggia ma anche inevitabilmente meno efficace.
Se dovessi sintetizzare questo primo scorcio di Papato di Leone XIV direi proprio questo: è una Chiesa prudente, che non si sbilancia da nessuna parte, che non rischia ma nemmeno scivola; svolge bene il suo compito, non entra nella tempesta. Non scontenta e non tradisce nessuno. Un po’ timida anche se non si lascia intimidire. Ma è sufficiente, basterà per mantenere fede alla sua missione evangelica e dare forza al suo ruolo pastorale? Presto per dirlo. Del resto, cos’altro potrebbe fare un Papa, e la sua Chiesa in questo scenario, oltre ad alzare un po’ i toni? I giudizi sulla prudenza e la pazienza della Chiesa di Papa Leone XIV in un mondo in tempesta, devono farsi a loro volta prudenti e pazienti. Aspettiamo, cosa volete che sia un anno di pontificato davanti all’eternità?
Marcello Veneziani