Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo.

 

 

 

Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi si indigna, c’è chi perfino si schifa, c’è chi giocando di rimessa cerca di vantare il populismo ridente di Checco Zalone e appropriarsene, mentre lui straccia al botteghino ogni record e umilia il cinema restante. Ma l’alternativa è mal posta: Checco Zalone non vendica il cinema di pura evasione dal cinema d’autore, intelligente e un po’ palloso agli occhi del grasso grosso pubblico. Semplicemente gioca un’altra partita, in un altro girone e va giudicato con altre categorie. Non fa arte del cinema, non esprime, come taluno sottintende, una specie di “cultura di destra” in versione pop, contrapposta al cinema impegnato o addirittura intellettuale, che ormai di rado è nostrano. Del resto la democrazia è quella roba lì, lo tengano a mente sia gli elitisti che i populisti o sovranisti. Nonostante la democrazia e la società di massa, il mondo però è stratificato in vari livelli, pur fluidi e comunicanti, e non bisogna confondere i piani e i generi. Un tempo, ad esempio, c’erano i rotocalchi popolari e c’erano le grandi firme e i grandi elzeviristi; oggi mutano i media ma non finisce la diversità di piani e di gusti. C’è chi legge i libri Harmony e chi i libri Adelphi. Tuttora ci sono sempre più rari scrittori, ricercatori e pensatori e ci sono poi i confezionatori di best seller, divulgatori di successo, onnipresenti nei media e in tv, che svolgono una funzione a loro modo utile alle masse; ma non sovrapponeteli agli scrittori, agli studiosi, ai pensatori, non li sostituiscono, sono un’altra categoria e svolgono un’altra funzione. Categoria benemerita rispetto all’ignoranza di massa perché avvicinano ai libri gente aliena; ma non si possono sostituire alla cultura e alle idee né si possono considerare alla stessa stregua. Il loro è il regno della quantità e non va confuso col regno della qualità. Un tempo c’era d’Annunzio e poi c’era Guido da Verona, detto il d’Annunzio delle sartine; c’era il romanzo popolare, il feuilletton, in cui talvolta si annidava pure, per ragioni alimentari, anche un Fedor Dostoevskij, ma era l’eccezione; e poi c’erano i grandi autori, i maestri, i classici. E c’è ancora da distinguere tra gli autori di best seller che hanno successo ma poi non lasciano traccia in alcun campo e ci sono gli autori di long seller, destinati cioè a durare nel tempo. Non tutti gli autori di best seller diventano Giovannino Guareschi, che pur nella semplicità del suo lessico e della sua letteratura popolare, esprimeva da vero scrittore un mondo di sentimenti, di affetti, di passioni e umanità, unito a una vis comica accessibile ai più. Così succede al cinema, nessuno può confondere Bergman, Kurosawa o Visconti con i Vanzina o con Fantozzi, ognuno fa (bene) il suo mestiere. E anche nel comico c’erano Ciccio e Franco e c’era Alberto Sordi; su un altro piano c’era Paolo Villaggio che pur strappando risate pop con scene comiche elementari, descriveva uno scenario sociale, la subumanità degli impiegati sottoposti e maltrattati dai loro direttori disumani. C’era Alvaro Vitali col suo Pierino e c’era Walter Chiari coi suoi monologhi, una comicità ricca di verve e di mimica ma anche intelligente. Checco Zalone diverte e al contrario dei suoi critici stupidamente intelligenti, lui è intelligentemente stupido, non fa il comico-guru al servizio della Solita Causa, la sua comicità nasce dallo stridente contrasto tra arcaismo e attualità. È una comicità double-face che prende due fasce di pubblico perché percorre contromano due mondi diversi e li prende in giro a vicenda: i seguaci del woke godono a vedere messi alla berlina i pregiudizi rozzi d’una volta e la crassa idiozia degli arretrati; e i politicamente scorretti godono a vedere derisi i nuovi tabù intoccabili in un linguaggio verace, senza veli e senza precauzioni progressiste. Così ognuno ride alle spalle dell’altro. Ma Checco non parteggia né per gli uni né per gli altri, si tiene astutamente al di fuori e al di qua e non stabilisce la superiorità degli uni o degli altri. La sua satira sui pregiudizi opposti, su padani e terroni, negri e cafoni, familisti e gay, ricconi e “ricchioni”, drogati e credenti, donne e maschilisti, regge su una semplice ma efficace trovata: fa parlare uno di oggi con le parole ingenue di pochi decenni fa, quando quei modi di dire e di pensare erano senso comune e lessico quotidiano, non solo al sud, in provincia e pure al cinema; l’effetto comico sgorga naturale da questo piccolo ma stridente anacronismo, ma è comicità bipartisan. Sulla stessa linea è la sua comicità fondata sui doppi sensi, come si usava nelle comitive di una volta; diverte perché è irriverente agli occhi d’oggi, è finto ingenuo, studiatamente naïve, con trivialità premeditata, come la stupidità. In più c’è il sapore di etno-comicità pugliese doc. Suscita l’effetto comico di battute dette al bar, magari accompagnate da una volgare grattata al “pacco”. Del resto la scelta del nome d’arte è già un programma: Cozzalone sta per bifolco, rozzo, magari pure un po’ stupido. Il suo vero nome e cognome, Luca Medici, non avrebbe avuto la stessa resa comica e “pugliastra”. Checco Zalone non è Totò, non è una leggenda, se non per gli incassi, davvero favolosi; è un comico divertente che non vuol convincere e fustigare nessuno né pensa di fondare un movimento politico o darci una lezione morale. Anzi stavolta nel suo ultimo film si spinge a lanciare un lieve messaggio sul piano affettivo nel sopraggiunto legame tra un padre e una figlia sul cammino verso Santiago di Compostela. Parte da un dissacrante approccio per giungere a una piccola conversione di vita, nel segno di un ritrovato amore filiale e paterno. Ho visto il film di Checco Zalone, dopo anni di assenza dalle sale, e l’ho trovato carino, moderatamente divertente e anche un po’ tenero. Il successo mostruoso che riscuote non mi indigna e non mi esalta, e non mi spinge a rivedere il giudizio che ne ho dato. Il discorso, semmai, si sposta da lui al popolo reale e al suo target di spettatori. Il campione medio dell’auditel è di un basso che non vi dico, ma se il paese è quello, non possiamo sostituirlo con un altro immaginario, come vorrebbero gli snob. Non è colpa di Checco Zalone se la gente comune non va a vedere Lars von Trier.

Marcello Veneziani

Recalcati: “Amare un figlio significa non volerlo come te”. La frase che mette in crisi il nostro modo di essere genitori.

 
Massimo Recalcati riflette sull’amore genitoriale senza aspettative e sulla libertà dei figli: perché volerli “come noi” può diventare il modo più sicuro per perderli…

Molti genitori credono di amare davvero i propri figli, ma spesso li amano solo quando assomigliano a loro o seguono le strade che avevano immaginato per loro. È qui che l’amore rischia di diventare una gabbia. Ed allora sorge spontanea una domanda: un genitore dovrà essere servizievole, accondiscendente, trasformandosi quasi in un “amico” del figlio oppure dovrà recuperare la sua autorevolezza così da impartire direttive da seguire, regole da rispettare, indicando la strada giusta da percorrere, rinunciando così ad un rapporto estremamente confidenziale ed affabile?  Per rispondere adeguatamente a tale quesito sarà molto importante prendere in considerazione il pensiero dello psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati, il quale inizia la sua profonda riflessione evidenziando la differenza esistente tra il rapporto padre-figlio ed il rapporto padre-figlia.  Mentre nel rapporto padre-figlio, infatti, prevale l’aspetto conflittuale, e cioè soggiacere al dominio del padre od oltrepassare il padre stesso, nel rapporto padre-figlia, invece, prevale il desiderio di amore incondizionato da parte della figlia stessa, così come spiegatoci molto accuratamente dallo psicoanalista.“Questo a sua volta comporterebbe una maggiore difficoltà dei padri ad accettare la separazione e la libertà delle loro figlie. Mentre la separazione dal figlio maschio riflette più coerentemente la condizione del conflitto da cui deriva, la separazione da una figlia appare più contrastata perché implica una perdita amorosa senza ritorno”, secondo quanto dichiarato da Massimo Recalcati. Alcuni studi “dimostrerebbero che avere dei padri casalinghi, disponibili alla cura delle cose di casa e alle relazioni affettive, faciliterebbe le figlie ad avere futuri meno vincolati agli stereotipi sessisti. Professioni considerate tipicamente maschili diventerebbero accessibili a queste figlie liberate dalla presenza eccessivamente ingombrante di un padre dedito esclusivamente alla sua realizzazione personale”, in tal modo il saggista italiano continua la sua ragguardevole disamina.

Dunque le figlie di padri casalinghi avranno più libertà nel decidere la propria vita professionale? Aver avuto un padre capace di realizzarsi nella vita professionale condizionerebbe la loro possibilità di intraprendere carriere ritenute tipicamente maschili? In realtà non esistono risposte standard. In tale prospettiva Massimo Recalcati, senza alcuna esitazione ma con forte determinazione, dichiara che: “Un padre e una madre capaci di vivere la propria vita con slancio e generatività il loro lavoro e la loro relazione creano in famiglia quella circolazione di ossigeno di cui si nutre positivamente il desiderio dei loro figli. Un padre e una madre che sanno rinunciare al diritto di proprietà sui loro figli producono un clima positivo di libertà e di rispetto che favorisce la crescita non conformistica dei loro stessi figli”.

Pertanto il dono più grande che i genitori possono fare ai propri figli è un solo: “non avere aspettative su di loro”, non plasmandoli a proprio piacimento ma lasciandoli liberi di sbagliare e di trovare la loro strada. D’altronde ciò che conta veramente è un amore senza aspettative, definito da Massimo Recalcati come “dono privo di contropartite”, capace di lasciare liberi i propri figli di essere quello che davvero desiderano.

Da__ascuolaoggiblog

Quel che resta dell’amor patrio…

 

 

Ho amato l’Italia, per quasi tutta la vita. Un amore difficile, controvento, forse controtempo, per una patria rimossa e offesa. L’ho amata quando era indecente e forse proibito dirsi patrioti e sventolare il tricolore per strada. Tu la vedevi presente, loro ti spedivano nel passato; tu pensavi al suo avvenire, loro ti ricacciavano nella guerra perduta, nel disciolto regime, fino a trasformare l’amore in rancore. Tu la figuravi come la casa di tutti noi concittadini e conterranei, loro ti chiudevano nel ghetto di una minoranza isolata di alieni. L’Italia non era per me supremazia e xenofobia, guerra e fanfare, e nemmeno rifugio nella retorica ma ingegno e bellezza, intreccio di natura, storia, arte, lingua e cultura. Civiltà. Poi, dopo un passaggio sportivo, di quell’amor patrio non restò traccia, si rifugiò in ambiti così laterali e domestici da ridursi a un gusto, una moda, un marchio di fabbrica e nulla più. Non una storia, una cultura, una civiltà, al più un brand o un’insegna che tira. Si poteva mangiare o vestire Italiano, non pensare o sentirsi italiano. Una patria tradita, che a sua volta tradisce chi vi resta legato e delude i suoi amanti. «La mia patria non esiste più – scriveva Sandor Marai ne Le braci e poi si chiedeva – Il misterioso elemento che unificava ogni cosa ha esaurito il suo effetto. Tutto è caduto in pezzi, sono rimasti solo i frammenti. La patria per me era un sentimento. Questo sentimento è stato offeso. In casi come questi, uno se ne va. Ai Tropici o ancora più lontano». «Più lontano, dove?» gli chiedono: «Nel tempo». Una volta quella lontananza mentale si chiamava emigrazione interiore.
Non so se l’amor patrio sia stato il movente principale che ha portato gli italiani a votare per la Meloni; forse è stato il suo vuoto, la sua mancanza, a suscitare per reazione una vaga, imprecisata voglia di dirsi italiani e ricominciare da lì. Forse è stato il rigetto per il non-luogo globale in cui ci sentiamo sperduti, la riduzione a individui in una massa indistinta, chiamata umanità o popolazione mondiale, a spingere molti a cercare qualcosa che ci facesse sentire un po’ “noi”, cioè comunità, popolo, stato nazione. In una parola italiani, anche se naviganti nell’era globale.
Ma si addice alla dichiarazione d’amore per l’Italia l’uso del participio passato; sarà prudenziale, sarà frutto di una lunga trascuranza ma non riesco a definire quel sentimento per l’Italia se non declinandolo al participio passato, che non è il passato remoto, ma non si sporge nel presente o nel futuro. Del resto, la demografia non ci è di aiuto, anche l’età media sempre più vecchia, e soprattutto l’umore generale, lo stato d’animo prevalente non inducono a usare altri tempi e altri modi.
A volte ripenso a quanto ho scritto, ho detto, ho provato a fare nel nome dell’Italia nel corso di mezzo secolo: non solo libri e articoli, ma anche giornali e riviste fondate, e fondazioni, convegni, mostre, progetti per l’Italia. Raccontai la genesi e lo sviluppo dell’Italia moderna ne la Rivoluzione conservatrice in Italia, ne visitai le idee e gli archivi in molti saggi, intrecciai polemiche in suo nome, pubblicai una lettera agli italiani in forma di libro, girai perfino in 80 città con un comizio d’amore all’Italia. Ho provato a costruire sull’amor patrio qualcosa di solido e di pensato, spesso in solitudine. Tutto cancellato, vince l’oblio e l’avido presente ad personam. Tanti anni fa allegato al settimanale che dirigevo e che evocava già nella testata l’Italia, pubblicai un pamphlet, Fine dell’Italia? La tentazione più forte è oggi quella di eliminare l’interrogativo. Ma poi dico, no, è esagerato, troppo enfatico e solenne, non c’è nessuna fine dell’Italia e nessun pathos che accompagna il suo feretro. Direi piuttosto un’altra cosa più lieve e più sorda: sta scemando l’Italia. Scemare è il verbo più adatto e inglorioso e se evoca il dilagare della “scemitudine” un nesso ci sarà. Sta scemando, e non da oggi. L’Italia cominciò a scemare quando osò gonfiarsi oltremisura ed esplose in una guerra sbagliata; dopo, mantenne tuttavia una sua identità non più legata alla politica, allo stato e alla nazione. Venne il ’68 e lo sciame di ideologie al seguito a vituperare quel comune sentire nazionale. Poi venne Maastricht, dilagò la globalizzazione e l’Italia scemò col sostegno delle istituzioni e dei poteri. L’Italia scemò può essere una variante appropriata per aggiornare l’inno di Mameli. Non fu solo un fatto morale, civile e culturale, fu un fatto reale che colonizzò l’economia, i consumi, la vita sociale, espiantò l’industria e le aziende “nazionali”, dopo averle privatizzate. Venne l’espatrio, il dispatrio, l’emigrazione dei cervelli. Naturalmente non fu solo un fatto italiano ma interessò l’Europa, il mondo.
Userei lo stesso verbo, scemare, per indicare un più vasto processo che investe quasi tutto ciò che riguarda la civiltà nella sua più ampia estensione e profondità: va scemando la fede, la memoria storica, il pensiero critico, la filosofia; vanno scemando i legami famigliari, sociali, religiosi; va scemando la cultura, la lettura. E tutto questo scemare non può dirsi casuale, puramente accidentale: è evidente che un nesso collega ogni aspetto all’altro, incluso lo scemare dell’amor patrio. Certo viviamo in un’epoca tecnologica che si va consegnando all’automazione e all’intelligenza artificiale e si impernia su una dimensione individuale della vita, tutta rivolta al presente e al proprio guscio, con pretesa di autosufficienza e confessione di fragilità. C’è qualcosa che segna il declino non solo di una civiltà, ma del fondamento stesso di ogni civiltà. In questo contesto più generale, avviene il declino dell’amor patrio. Processo più grande di quello che solitamente si riduce al piccolo orizzonte del momento; al di là di questo o quel governo in carica, col suo modesto raggio d’azione e d’incidenza. Guai a farne solo un tema per attaccare questo o per sostenere quello; è un processo più lungo, di portata più grande. Basterebbe del resto vedere come è messa l’Europa, anche solo a fare un salto oltre la siepe di casa. Ma niente è definitivo e defunto, tutto piuttosto tende a scemare.
E allora torno a quell’espressione iniziale, ho amato l’Italia: racconta la storia di una passione non coronata dal suo esito, e tuttavia ricca di frutti sul piano umano, spirituale, culturale seppur nel raggio di un’azione limitata alla prossimità e all’interiorità. Non escludo impreviste rinascite e inattesi ritorni di civiltà. Intanto non sono pentito di aver amato l’Italia, mi ha donato tanto, anche quando donavo io. Ma avrei difficoltà a rispondere alla domanda seguente: la ami ancora? Non riuscirei a dire di si, non riuscirei a dire di no. Mi è rimasta dentro ma non voglio più dirlo.

 Marcello   Veneziani

Il grattacielo è per la difficoltà di gestione il miglior candidato al degrado, oltre che a incendi devastanti. Tuttavia uomini tracotanti continuano a costruirli e a desiderare di abitarvi, Si colga l’occasione dell’incendio per abbattere l’inguardabile e invivibile grattacielo di Ferrara.

 

Dio non vuole i grattacieli e, siccome di Genesi 11 gli uomini continuano a fregarsene, manda periodicamente nuovi moniti. L’altro giorno ha preso fuoco un grattacielo a Ferrara. Già il fatto che a Ferrara siano stati costruiti dei grattacieli è qualcosa di particolarmente offensivo e straordinariamente assurdo: edifici fuori misura a pochi metri dall’armoniosissima, misuratissima Addizione Erculea? “Duecentodiciotto gli evacuati di cui 58 italiani”, ha detto il sindaco Alan Fabbri, e si capisce come quel torracchione fosse Babele in senso stretto e lato, biblico e demografico. Di tutti gli edifici, il grattacielo è per la difficoltà di gestione il miglior candidato al degrado, oltre che a incendi devastanti. Tuttavia uomini tracotanti continuano a costruirli e a desiderare di abitarvi, tanto poi tocca al contribuente farsi carico degli sfollati e pagare tutte le altre esternalità di un’edilizia insostenibile. Si colga l’occasione dell’incendio per abbattere l’inguardabile e invivibile grattacielo di Ferrara e tale demolizione sia d’esempio per Milano, dove i grattacieli da abbattere abbondano, dove Dio è stato sfidato abbastanza.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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Galimberti: “Non viviamo più nella realtà, ma nel racconto della realtà”. La verità su media, social e il mondo che non vediamo più.

 

Galimberti:“Dire il vero è un atto sovversivo in un tempo in cui tutto è rappresentazione. Disporre di idee elementari a cui restiamo arroccati per non smarrirci ci trasforma in spettatori della vita”

“Ogni giudizio, ogni valutazione comportano una ‘crisi’ delle idee che fino a quel momento ci avevano garantito identità e appartenenza a cui non siamo disposti a rinunciare…”

Con il passare del tempo l’uomo sembra abbia privilegiato solo i rapporti di forza, così sacrificando non solo la sua libertà ma anche e soprattutto la verità. Ecco allora che ci si è serviti più della potenza persuasiva della parola che di quella conoscitiva e così la persuasione è stata venduta come verità.

“A differenza dei tempi trascorsi, oggi l’abbondanza delle informazioni, che è il tratto tipico del nostro tempo, ci rende responsabili di ciò che sappiamo e se, per quieto vivere, per noia, per distrazione, per disinteresse, per stanchezza o per assuefazione, non siamo sensibili al problema della verità, di fronte a quel che sappiamo diventiamo irrimediabilmente indifferenti, quando non addirittura immorali. Oggi, infatti, dobbiamo chiederci che ne è della verità nella nostra epoca caratterizzata dall’incontenibile diffusione dei media, ai quali da ultimo si sono aggiunti i social con le loro vere e false notizie e prese di posizioni, per lo più acritiche, quando non puri sfoghi pulsionali o emotivi”, questo quanto dichiarato espressamente dal filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti così da evidenziare come i mezzi di comunicazione non siano più un mezzo nelle mani dell’uomo ma un “mondo in procinto di sostituire il mondo”.
Ecco allora che il mondo stesso si risolve nella sua narrazione: “se infatti la realtà del mondo non è più discernibile dal racconto del mondo, il consenso non avviene più sulle cose, ma sulla descrizione delle cose, che ha preso il posto della loro realtà”.

Dunque, social e media, attraverso una trasfigurazione della realtà, plasmano il nostro modo di vedere il mondo, qualsiasi sia lo scopo per cui li impieghiamo.  Occorre, pertanto, assumere uno spirito critico nei confronti di tutte le informazioni provenienti da social e media e soprattutto nei confronti di quelle
“‘Critica’ è una parola che rimanda al verbo greco kríno, che vuol dire ‘giudico’, ‘valuto’, ‘interpreto’. Ogni giudizio, ogni valutazione comportano una ‘crisi’ delle idee che fino a quel momento ci avevano garantito identità e appartenenza a cui non siamo disposti a rinunciare. Ma se non sottoponiamo le nostre idee all’esercizio della critica, invece delle idee che pensiamo, finiamo con l’affidarci alle idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il suo raggio”, in tal modo il filosofo coglie l’occasione per esprimere il suo pensiero a gran voce, ribandendo come le idee che non abbiamo mai sottoposto a critica siano comode perché facilitano il giudizio e ci rassicurano ma sono proprio queste ultime che non ci consentono di comprendere il mondo in cui viviamo.  Ecco perché disporre di idee elementari a cui restiamo arroccati per non smarrirci ci trasforma in spettatori distratti o disinteressati, allontanandoci dalla verità ed estraniandoci dal mondo stesso.

“Il compito da assegnare a se stessi è quello di liberare la verità, che dimora in ciascuno di noi, da tutte le incrostazioni che si sono accumulate per effetto delle nostre opinioni infondate, dei nostri pregiudizi, delle nostre suggestioni, delle nostre passioni che rendono la verità che ci abita irriconoscibile”, con tali parole Umberto Galimberti culmina la sua disamina. Pertanto non bisogna mai dimenticare che “in un tempo in cui tutto è rappresentazione, dire il vero è un atto sovversivo. La verità non si insegna, ma la si scopre. La verità dimora in ogni uomo, rinunciare alla ricerca della verità significa rinunciare ad essere uomini”.

 
di Valentina Tropea__da___ascuolaoggiblog

Crepet: “Volevamo scappare di casa perché c’era un mondo che ci attraeva. Oggi, invece, è la vicinanza che fa vivere i giovani nel caos”.

 

“La mia generazione, e dintorni, è cresciuta con l’idea di scappare di casa, ma non perché stavamo male, perché c’era un mondo che ci attraeva. Siamo cresciuti con dei divieti che infrangevamo…”
Una generazione cresciuta con l’istinto di scappare, di infrangere regole, giovani che diventarono grandi con l’arte di arrangiarsi. Fuori casa c’era un mondo da esplorare, da conoscere. Un modo che dava opportunità a chi aveva il coraggio di andarle a prenderle.
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, in un suo recente intervento pone l’attenzione sui giovani facendo un parallelismo tra i giovani di oggi e quelli delle passate generazioni, sottolineando come, non solo sia cambiato il loro modo di approcciarsi alla vita, ma come sia cambiato soprattutto il sistema che gravita attorno a loro, partendo proprio dalla famiglia. Queste le parole dell’esperto: “la mia generazione, e dintorni, è cresciuta con l’idea di scappare di casa, ma non perché stavamo male, perché c’era un mondo che ci attraeva, delle esperienze che ci attraevano. Siamo cresciuti con dei divieti che noi infrangevamo. E questa è stata l’esperienza primaria dell’adolescenza, che in qualche modo era frustrazione per il divieto ma anche gioia per essere riusciti a fare ciò che avevamo in testa di fare”.
Come ci spiega Crepet andare via di casa per i figli delle generazioni passate, non era legato necessariamente ad una sofferenza, ma piuttosto all’adrenalina che avrebbero provato trasgredendo la regola, alla sensazione di eccitazione che provocava in loro la ricerca di un futuro ignoto. Queste prime esperienze di autonomia, che in famiglia inevitabilmente causavano delle conseguenze, erano alla base della crescita del giovane, della sua indipendenza e autodeterminazione.
Ad oggi questo non è più possibile perché il confine sottile che teneva separati genitori e figli non esiste più. Crepet, nel sottolineare che “in nessun modo i genitori possono essere amici dei figli”, afferma: “Adesso questa straordinaria vicinanza che abbiamo deciso, perché non è che c’è l’hanno imposta da Marte di avere, con le generazioni che crescono, per cui siamo da un lato iperprotettivi, qualsiasi cosa dobbiamo analizzarla, addirittura li geolocalizziamo cioè delle cose inaudite e dall’altra parte non riusciamo più a dare delle regole”.

Se un tempo c’erano delle regole per tutto, al punto che i giovani decidevano di infrangerle, ad oggi, invece non esistono quasi più, come se i genitori fossero timorosi del loro potere e della loro autorevolezza. Questo meccanismo ha innescato un fenomeno sempre più diffuso, al quale quotidianamente assistiamo , ovvero, che i giovani “diventano grandi” sempre più tardi. “ La frase “è vietato vietare” è di un’enorme sciocchezza, perché poi se davvero fosse vietato vietare saremmo in una sorta di caos anche abbastanza triste”, conclude il suo intervento Crepet.
Natalia Sessa__da__ascuolaoggiblog

A proposito di Kallaallit Nunaat (aka Groenlandia)

Sotto il ghiaccio della Groenlandia si nasconde una storia che sfida le moderne convinzioni sull’eccezionalità del riscaldamento attuale. Una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Geoscience ha portato alla luce prove inconfutabili di un passato in cui la calotta groenlandese era molto più piccola di oggi, arrivando a scomparire del tutto in alcune sue parti. Protagonista di questa scoperta è il Prudhoe Dome, una massiccia cupola di ghiaccio situata nella regione nord-occidentale dell’isola, che oggi raggiunge spessori di oltre cinquecento metri ma che, appena settemila anni fa, semplicemente non esisteva.(…)

Mentre in altre zone della Groenlandia (…) il ghiaccio antico è ancora presente, al Prudhoe Dome tutto il materiale congelato è di formazione recente. Questo conferma che la cupola si è fusa integralmente dopo l’ultima glaciazione e si è riformata solo successivamente, quando le temperature sono tornate a scendere. Questa scoperta smonta la narrazione di una calotta glaciale fragile e sull’orlo di un collasso irreversibile causato dall’uomo. Al contrario, dimostra che il ghiaccio groenlandese possiede una dinamica ciclica di crescita e ritiro estremamente resiliente. Settemila anni fa la Groenlandia era molto più calda e priva di ghiacci in vaste aree costiere e interne, e nonostante ciò la calotta è stata in grado di rigenerarsi e tornare agli spessori attuali. Per cui il concetto di punto di non ritorno appare più come uno spauracchio ideologico che come una realtà climatologica. (…)

In conclusione, lo studio del Prudhoe Dome ci offre una lezione di umiltà e realismo. Ci insegna che il riscaldamento attuale, pur meritevole di attenzione, rientra in un quadro di variabilità naturale che la Terra ha già sperimentato in tempi relativamente recenti. Vedere la fusione dei ghiacci come un segnale di apocalisse imminente ignora la storia profonda del nostro pianeta, che ha già conosciuto una Groenlandia verde e senza cupole glaciali molto prima che l’attività umana potesse minimamente influenzare l’atmosfera. La scienza geologica e i dati sperimentali ci invitano a guardare oltre l’allarmismo, riconoscendo la potenza e la naturalezza dei cicli climatici terrestri.

via https://www.meteoweb.eu/2026/01/clima-studio-sui-ghiacci-della-groenlandia-smonta-decenni-di-bufale-catastrofiste-sul-cambiamento-climatico-in-passato-faceva-molto-piu-caldo-di-oggi-dati/1001876359/

Epifania della Corea…

Non esiste il vuoto dove riposare lo sguardo al mercato di Namdaemun: pile altissime di abiti e di biancheria per la casa minacciano di rovinare a terra, insegne luminose di marchi occidentali scorrono all’infinito, bancarelle spartane emanano profumi invitanti. Il tempo del battito di palpebra, per ricordarsi che questo luogo esiste dal 1414, nonostante tutto.

Ma ecco che arrivano! Graziose ragazze dal volto riflettente, indossano un grande bigodino sulla fronte atto a tenere in forma la frangetta. Attraversano il gelo siberiano spavalde in minigonna, le gambe strette in spesse calze color carne, le unghie in acrilico ornate. Samsung Galaxy Z Fold7 nella stud leather shoulder bag nera di Matin Kim. Armeggiano con un Iced Americano di Ediya Coffee e 1.000 won di hotteok, quintessenza della bontà da passeggio, trionfo bollente di zucchero e frutta secca.

Accanto, anziani silenziosi con immensa dignità trascinano carretti instabili sui quali, legati con corde, pezzi di cartone verranno scambiati più tardi per qualche moneta.

Da qualche parte, lì in mezzo, è conficcata una sottile porta in plastica. Fa capolino una ajumma, signora in guanti e grembiule, che prende per mano i passanti e li porta all’interno di un corridoio chiamato Kalguksu Alley. Ci si siede su sgabelli, le gambe incrociate, i gomiti sul tavolo incontrano quelli di sconosciuti, sguardi amichevoli, le cuoche si muovono con agilità sul posto. Si ordinano ciotole fumanti di «tagliatelle al coltello» in brodo nutriente. Un tocco di kimchi o di gochujang, pasta piccante fermentata, le guance rosse per il gradito tepore. E poi il bibimbap sormontato da verdure tutte diverse, freschissime e croccanti. Alla base orzo, che regala il gradevole sapore di nocciola di una volta. Un sorso di makgeolli, vino di riso leggero.

Così, ci si guarda intorno per una visione d’insieme.

Si fa epifania della Corea, caleidoscopio roboante di antitesi: il luogo dove il futuro vive nel presente e il passato non si sgretola.

Noemi Pelagalli è in libreria con Made in Korea. Dalle origini al K- pop (Corbaccio)

Illustrazione di Camilla Zaggia

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La tv è ferma a Garlasco.

 

 

 

Appena sento la parola Garlasco cambio canale. Per mesi interi la tv si è avvitata su un tema e un delitto e su tutte le sue sfumature, indizi, pieghe, chiacchiere e distinguo, come se fosse la chiave di tutti gli avvenimenti e i misteri, della vita e della morte, della giustizia e della miseria umana. Naturalmente Garlasco è solo un esempio di cronaca diventata cronica, perché si ripete all’infinito. Lo stesso successe per anni con Avetrana o con Cogne, solo per citare un paio di precedenti geo-maniacali. La tregua di questi ultimi giorni è dovuta all’irrompere di altri tragici fatti di cronaca, come la strage di Crans-Montana. Ci sono paesi, a volte sconosciuti, che nel loro piccolo diventano capitali dell’orrore, macabre località rituali dove si ritiene che il Demonio faccia il sindaco. Ci sono poveri diavoli che vengono elevati a rappresentazione cosmica del Male, e invece sono solo dei poveracci, anche se assassini, meritevoli di carcere e di oblio. A volte compiono quaranta, cinquant’anni alcuni delitti che riaffiorano ciclicamente come se fossero tappe storiche: Emanuela Orlandi o Simonetta Cesaroni, immagini che rivediamo da quando eravamo ragazzi. Si aspettano gli anniversari di certi fatti di cronaca per riparlarne ancora e si pescano per la ricorrenza nuovi particolari per montare il solito teatrino annunciando svolte e colpi di scena nelle indagini. Ci campano programmi tv, si eccitano visibilmente alcuni conduttori o quantomeno fingono per eccitare a loro volta i loro narco-spettatori; arrivano i soliti psico-esperti, sfilano i testimoni e gli avvocati, fanno tappezzeria i guardoni a tempo indeterminato. Ma c’è gente che li vede quei polpettoni riscaldati, che ancora vede e rivede quelle ossessioni monomaniacali di cronaca, che non ha di meglio da fare, da vedere, da sentire che piccole variazioni intorno allo stesso tema? Evidentemente si, altrimenti non si farebbero. Dai, dicono i normalizzatori, succedeva pure con i cantastorie nelle piazze d’una volta, non è una novità, raccontavano sempre gli stessi delitti e la gente accorreva. Sarà. Quei programmi li vede passivamente, assiste come si assiste a una messa, un rito collettivo e consuetudinario, salvo una minoranza più accanita e morbosa; c’è chi ama la ripetizione, dà sicurezza e la sensazione di essere già informati sull’argomento; c’è familiarità con la routine criminale. Eppure ogni giorno la vita sforna nuovi mostri e nuovi delitti, freschi di sangue, ma solo pochissimi diventano saghe, cerimonie rituali, tormentoni, gli altri no, passano inosservati; ce ne sarebbero a centinaia, di cruenti e ben contorti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e la varietà fantasiosa delle tipologie criminali. Perché questi corsi intensivi solo su uno, due, tre casi? Cosa li rende Racconto Collettivo, pantomima nazionale, cos’hanno di più e di peggio di tanti altri efferati assassini, a volte spettacolari, con retroscena romanzeschi e intrecci ben più gustosi?
La politica annoia, e vi capisco; ma se il rimedio è Garlasco o roba simile, siete messi male, scendete perfino al di sotto del teatrino politico. Ma tuffatevi in un bel programma storico, per esempio, non dico culturale che è per pochi e neanche ce ne sono; vedete i documentari sugli animali o sui luoghi esotici, a volte persino gli insetti sono più avvincenti del solito copione di cronaca nera. Andate sui film o sullo sport. Meglio sarebbe decidere di spegnere la tv e leggere qualcosa, ascoltare, vedere altro; e quando è possibile uscire, incontrare, visitare qualcuno, ultimare quel lavoretto a lungo rinviato, fare esercizi ginnici, cucire. Giocate col cane, o col gatto. Se tutto questo vi è impossibile, almeno variate il menù, cercate la novità e non ingarlaschitevi pure voi. Altra iattura sono i programmi di cucina che ingrassano le menti senza deliziare i palati; troppi teorici di gastronomia, pochi pratici. Ci sono poi programmi all’insaputa del pubblico che fanno meno ascolti delle pecorelle degli intervalli tv di un tempo, che almeno avevano una funzione rilassante, se non lassativa. Quei programmi sarebbero da studiare per capire il segreto del loro insuccesso. Andrebbero visti per una missione umanitaria, curarsi dei programmi più sfortunati, soccorrere evangelicamente la pecorella smarrita, scappata dai vecchi intervalli…
Vedere la tv per me significa esercitare l’arte rapida dello slalom: cambio canale appena appare quel cerchio di persone intorno ai pacchi che agita le mani e vive una convulsione collettiva; o quando sento la sigla mortifera di alcuni programmi ormai insopportabili per lungodegenza; o quando appaiono quelle facce da divano per spot ripetitivi; autentici stalker del sofà, che andrebbero denunciati per molestie reiterate, come altri onnipresenti spot. Poi ci sono le facce ormai insopportabili da talk show, gli ospiti fissi, le compagnie di giro, sai già sai cosa diranno e come, le conduttrici che portano sempre lì, allo stesso punto, parli dello Yeti o del terremoto nelle Filippine e loro riconducono la colpa a Giorgia Meloni… Ormai non solo le loro labbra sono finte, anche le parole che vi escono non hanno alcuna attinenza con la realtà. Sgomma via…
La tv suscita un virtuoso esercizio di fuga, slalom e zapping continuo; l’unica salvezza è un film, a patto che non ci siano i soliti quattro ingredienti woke – migranti e neri, donne abusate e femministe, omosex e omofobi, e se film storici, i soliti cattivi, i turpi nazifascisti. Dopo alcuni tentativi di fuga, di solito mi arrendo ma non nel senso che accetto quel che passa il pessimo convento ma cambio stanza se sono in compagnia o spengo la tv; passo a leggere, a pensare, ad ascoltare, a fare altro. E sono grato alla tv perché stimola il desiderio di evaderla, aguzza l’ingegno di trovare alternative migliori; più è ripetitiva, molesta, miserabile e più suscita reazioni virtuose e perfino creative, ci rende più laboriosi, mossi dall’ardente desiderio di sfuggire al castigo televisivo. Questa è la vera funzione culturale, catartica, educativa, pedagogica della tv: a vederla ti spinge a fare altro; attiva facoltà altrimenti atrofizzate, ti fa riscoprire relazioni e mansioni altrimenti dimenticate. Naturalmente devi avere dentro di te un residuo spirito critico, una minima capacità reattiva e intellettiva, altrimenti vieni fagocitato o ipnotizzato da qualunque tele-minchiata.
Un tempo la tv era considerata il focolare domestico, oggi più semplicemente è la brace dell’istupidimento collettivo; fa pendant con la padella, che è l’i-pad, o lo smartphone, che si contende con la tv il ruolo di fabbrica per il peggioramento della specie umana. Ma anche quella, a saperla usare, sarebbe perfino preziosa…Un tempo Pasolini esortava a spegnere la tv, ma oggi se lo fai vuol dire che ti consegni definitivamente al concorrente tascabile, all’i-phone. Non suggerisco, perciò, di spegnere nulla ma di “assumere” tutto per poco e ben filtrato, selezionando il menu in una dieta bilanciata, valorizzando le alternative. Parola d’ordine: non Garlasco più.

Marcello   Veneziani

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Sia benedetta la povertà (della Coop)..

Ci volevano i fatturati in calo, i margini in discesa, la difficoltà a pagare il lavoro domenicale per far partorire al politburo cooperativo la proposta non dico di santificare ma almeno di rispettare le feste

Sia benedetta la povertà. La povertà della Coop, non quella dell’amico lettore né tantomeno la mia, perché io non ho bisogno di essere povero per rammentare la volontà di Dio: “Ricordati di santificare le feste”. La Coop invece ne ha bisogno, ci volevano i fatturati in calo, i margini in discesa, la difficoltà a pagare il lavoro domenicale (giustamente più costoso di quello feriale) per far partorire al politburo cooperativo la proposta non dico di santificare ma almeno di rispettare le feste. E insieme alle feste i lavoratori, immagini di Cristo. Non so se la proposta di chiudere i supermercati la domenica, tutti i supermercati, tutte le domeniche, verrà accolta: prego di sì, anche se la vedo dura. La chiusura domenicale è qualcosa di profondamente cristiano e profondamente umano e pertanto ha nemici innumerevoli, essendo innumerevoli i nemici della nostra civiltà che è cristiana e umana oppure non è. Sono una legione (“il mio nome è Legione”) i fanatici del lavoro perpetuo, un ideale cinese che nel breve-medio periodo potrebbe anche prevalere. E però la proposta Coop ha svelato che l’anticristianesimo è antieconomico.

 
Camillo Langone__da___IL  FOGLIO

 

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