I mostri e i demoni dell’Occidente.

 

 

 

Davanti al caso Epstein, gli atteggiamenti prevalenti sono stati di due tipi: voltare la testa dall’altra parte oppure scavare morbosamente dentro quel buco nero dell’inferno in pieno paradiso del potere. Il primo atteggiamento non riguarda solo gli struzzi, i vigliacchi, se non addirittura gli indulgenti e i conniventi nei confronti della terribile vicenda; riguarda anche tanti che hanno schifo, ribrezzo, a entrare nelle viscere del male, come se il male contaminasse anche chi ci entra solo per descriverlo, per parlarne o anche per condannarlo. Confesso che io sono stato tra questi, in tutte queste settimane di vetrina degli orrori. Avvertivo e avverto repulsione, non mi crogiolo nelle dinamiche del male. Ma non pochi amici e lettori mi hanno chiesto di affrontare il tema e qualcuno mi ha ricordato che avendo scritto un libro come La Cappa, questa scabrosa vicenda sembra la conferma di una cupola mondiale e trasversale che domina il mondo. Spinto di queste sollecitazioni e motivazioni, mi sono così avventurato nella selva oscura del finanziere di origine ebraica, impresario di Sodoma e Gomorra nel nostro tempo. Sappiamo che in principio è stata scoperchiata la botola nella speranza di incastrare Donald Trump, ma poi si è rivelato un mondo losco di potentati e affiliati che passava per uomini di stato, leader progressisti e democratici, fino addirittura all’americano più antiamericano che ci sia, il filosofo Noam Chomskij. Naturalmente divergono i livelli e i gradi di coinvolgimento ma il quadro è tristemente ampio ed eterogeneo. E in merito al caso Trump, la vicenda insegna e conferma una cosa: si vuole presentare Trump come la Bestia, il Mostro, il King Kong che si è impossessato della Casa Bianca. E invece i peggiori vizi di Trump non sono quelli che lo distinguono dal potere americano ma quelli che più lo integrano nella scia di quella cupola nefasta. Trump brutalizza ed esplicita tendenze insite nel potere americano.

Ma la vicenda va interpretata in una chiave più profonda e non può nemmeno ridursi alla semplice osservazione che il marcio si estendeva alla “sinistra”, ai dem, e ai poteri conniventi. C’è qualcosa di più importante e strutturale da notare. Così salendo di piano mi sono imbattuto nell’analisi che ha fatto il filosofo russo Alexandr Dugin alcuni giorni fa. Dugin ha spiegato con piglio scientifico e avvalendosi anche di alcune tabelle e mappe, questa sorta di inferno a gironi che coinvolge a vari strati i media, la moda, il cinema, l’istruzione, i mercati, la scienza, i servizi segreti, la politica e i vertici del potere occidentale. L’isola di Epstein era una specie di apoteosi gloriosa di una carriera, il finale approdo all’isola dei famosi, o se volete all’isola dei beati e dannati. Dugin studia la morfologia del potere, e dice che per rappresentare questa cupola non somiglia a una piramide ma bisogna passare da una prospettiva lineare a una gravitazionale. In altri termini il potere funziona come una calamita o un corpo celeste che esercita attrazione verso un nucleo nascosto e centrale. Un nucleo che Dugin ritene non un’anomalia ma il fulcro fondamentale del potere in occidente. E quello, per dirla con Franco Battiato, il centro di gravità permanente dell’Occidente “collettivo”, come lo chiama Dugin. Quel centro coincide con l’élite che comanda in Occidente. Se l’isola caraibica di Little Saint James è l’epicentro, “la terra di Zorro” è il suo cuore invisibile, esoterico. Ogni ambito prima indicato, svolgeva la sua funzione all’interno di questo impero del male, dalla moda alla scienza, culminando nel potere politico ed economico. Il successo professionale in ogni singolo settore era finalizzato a raggiungere la meta finale, dove raggiungevano il fior fiore, l’élite dell’élite. È molto accurata la descrizione del sistema e la sua architettura, i suoi gradi, il suo ruolo di governo-ombra, e poi le sue pratiche terribili, vorrei dire sataniche, tra pedofilia, sacrifici umani, riti sanguinari. La conclusione a cui perviene Dugin è netta: dobbiamo parlare di Epstein incessantemente perché “smaschera le corrotte élite liberali globaliste occidentali e ne mina il potere. Epstein È l’Occidente. Non la vittima, ma la sua essenza stessa. TUTTA la classe dirigente occidentale è Epstein. Epstein è la vera essenza del capitalismo. Il socialismo era fastidioso, crudele e malvagio. Ne ho fatto esperienza e non mi è piaciuto per niente. Ma il capitalismo liberale occidentale moderno è la vera catastrofe. Molto peggio. È Epstein. L’unica via d’uscita dall’inferno in cui si trova l’Occidente moderno è il ritorno alla fede cristiana, alla Chiesa e alla sacra Tradizione. Tolleranza zero verso la modernità. Altrimenti, prima o poi, gli oligarchi satanisti criminali prevarranno”.

Come tutte le radicalizzazioni assolute e apocalittiche, e le semplificazioni globali, è una tesi affascinante. Ma non dobbiamo perdere lo spirito critico e dobbiamo esercitare l’intelligenza e l’amor del vero fino in fondo, senza mai prendere la tangente dei teoremi e degli esorcismi magici allontanandosi dalla realtà. Possiamo dire che la congettura di questa architettura dà per certo e scontato quel che non è certo né scontato. Ci sono molte verità dimezzate, nascoste, incomprensibili e ci sono gradi diversi di coinvolgimento e di conoscenza; aver avuto Jeffrey Epstein come sponsor per un evento culturale non vuol dire che partecipi alle orge pedofili e ai riti di sangue. In secondo luogo non si può pensare al potere globale come una sorta di cabina di regia universale nelle mani del Demonio e dei suoi complici. Esistono cupole, ma non possiamo dedurre che tutto rientri dentro una specie di Grande Complotto e che quel Demiurgo Funesto si identifichi poi con Epstein o chi per lui (resta il mistero se ci sia qualcuno al di sopra di lui, e restano pure ombre sul suo suicidio). Non si può generalizzare ed estendere a tutti i vertici dell’Occidente l’assetto diabolico descritto in questa vicenda, di cui conosciamo frammenti e indizi ma di cui non disponiamo del quadro completo. Ho un giudizio assai critico della Cappa dominante, ma non credo che tutti i leader dell’occidente, non solo politici, siano dentro questa cupola del male, rispondano a quegli input e pratichino quei riti malefici di iniziazione a contrario. In secondo luogo, non credo all’esistenza di un netto spartiacque tra il Bene e il Male, né verticale né orizzontale: ovvero non credo che in alto ci sia il malefico potere delle élite e in basso ci sia il popolo sano e incontaminato; la corruzione magari parte dall’alto ma permea la società. Lasciamo da parte questi ingenui manicheismi di tipo populistico. Ma la stessa cosa, dicevo, obbietterei anche a livello orizzontale, presentando un mondo diabolico e corrotto tutto a Occidente e invece incontaminato e puro a Oriente. Non è così. Non sono un antirusso e nemmeno unantiputiano, come credo si sia capito negli anni; ma non mi sorprenderei che pratiche malefiche come quelle descritte ai Caraibi possano essere praticate anche in Russia e in altre autocrazie dell’Oriente o del mondo arabo-islamico. Altri Epstein asiatici per la gioia di altri dittatori e nomenklature… Diffido delle generalizzazioni ma anche del loro contrario, e cioè che il male sia tutto localizzato e confinato a Occidente. E sapete quanto io sia critico verso l’occidentalismo nichilista e l’americanizzazione del mondo. Insomma non distogliamo mai gli occhi dalla realtà, la mente dall’intelligenza critica e la nostra coscienza dall’amor di verità.

Marcello Veneziani

C’era una volta Alcide De Gasperi, il viaggio negli Stati Uniti per salvare l’Italia: il «segreto» del cappotto e quell’assegno da 100 milioni di dollari.

Prima puntata |

Nel 1947 l’allora presidente del Consiglio fu chiamato a un azzardo, nell’estremo tentativo di risollevare un Paese messo in ginocchio dalla guerra. La sua visita negli Usa si rivelò un successo e cambiò per sempre la politica italiana

 

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De Gasperi (in primo piano sulla destra) in partenza per gli Stati Uniti nel 1947; a destra: Truman e De Gasperi a Washington nel 1951 (Foto Fondazione Trentina Alcide De Gasperi)

 

È forse il cappotto più famoso della politica italiana. Perché lo indossò Alcide De Gasperi durante il viaggio più importante che un presidente del Consiglio italiano abbia mai compiuto negli Stati Uniti. La storia è questa: è il gennaio del 1947, l’Italia è uscita dalla guerra umiliata, affamata e distrutta. A portare di fronte al mondo il peso dell’avventura militare voluta dal fascismo e della disfatta, è ora un uomo che Mussolini aveva messo in carcere e costretto, durante il Ventennio, a un esilio di fatto in Vaticano.

Un Paese in ginocchio
De Gasperi è disperatamente in cerca di pane, carbone e soldi. È un durissimo inverno di freddo e disperazione. Ma deve innanzitutto ricostruire l’onore del suo Paese. Riceve un invito privato a partecipare a una conferenza a Cleveland organizzata dal settimanale Time; glielo manda l’editore Henry Luce, il marito di colei che sarebbe poi stata l’ambasciatrice statunitense a Roma dal 1953 al 1956, Clare Booth.

De Gasperi è indeciso se partire: non ha avuto alcuna assicurazione dalla Casa Bianca che le sue richieste saranno ascoltate. Il presidente della Repubblica, Enrico de Nicola, lo spinge ad andare comunque e gli raccomanda di chiedere agli americani di aumentare la razione di pane: «Perché con 200 grammi giornalieri, i giovani non ce la fanno più». Anche l’ambasciatore americano Dunn lo invita ad accettare, ma gli raccomanda di portare una pelliccia per il freddo.

L’azzardo e il «segreto» del cappotto
Il presidente del Consiglio si decide per il viaggio, nonostante si tratti di un azzardo politico. Ma non ha una pelliccia; anzi, neanche un cappotto. Il suo è troppo liso per indossarlo davanti alle massime autorità degli Stati Uniti. A prestarglielo, secondo la versione più diffusa, è allora Attilio Piccioni, in quel momento segretario della Dc e a lui molto vicino. Ma c’è un’altra fonte, diretta e autorevole, che racconta un’altra storia. Il giornalista Paolo Palma, sull’Europeo, raccolse la confidenza di un parlamentare democristiano, Giuseppe Brusasca, all’epoca dei fatti sottosegretario agli esteri del governo. Insieme a un altro sottosegretario, Paolo Cappa, cui De Gasperi aveva confessato di non avere i soldi necessari all’acquisto, si muovono a sua insaputa: «Cappa procurò la stoffa, io l’astrakan tramite amici della Resistenza. La moglie del presidente, Francesca, prese un vecchio cappotto di De Gasperi. Andammo da un sarto, a Piazza Venezia, in un ammezzato. Le prove le feci io. Quando il presidente trovò la sorpresa sul letto, nella casa di via Bonifacio VIII, disse burbero alla moglie: “Quei due li metterò a posto io”. Ma si vedeva che era commosso».

In volo con la tempesta di neve
Il viaggio non partì sotto i migliori auspici. Una vera e propria tempesta di neve si accanì contro l’aereo su cui viaggiavano il presidente, la figlia Maria Romana, Donato Menichella, che a breve sarebbe diventato governatore della Banca d’Italia, Pietro Campilli, ministro del commercio estero, e un poco più che trentenne Guido Carli, allora direttore dell’Ufficio italiano cambi. Erano altri tempi anche per i voli intercontinentali. Il vento costrinse il quadrimotore ad atterrare per due volte alle Azzorre. Alla ripartenza,  dopo lo scalo per il rifornimento, il vento era così forte che dovette tornare indietro. Durante il volo, per esorcizzare la tensione, il presidente trovò il modo di scherzarci su con la figlia: «A che pensi, papà?», gli chiese lei durante la turbolenta notte per fargli coraggio. E lui: «Penso a come farà Menichella ad allacciarsi il paracadute. Nella prova che abbiamo fatto prima della partenza, mi sono accorto che i paracadute sono studiati per soli magri e lui, dopo alcuni tentativi di allacciarsi la cintura, aveva abbandonato del tutto l’idea».

Il viaggio che cambiò per sempre l’Italia
Non precipitarono. Anzi, il viaggio si rivelò un grande successo. L’assegno degli Stati Uniti, seppure molto inferiore alle richieste, aveva una cifra tonda che risollevò il morale del Paese: 100 milioni di dollari. In più De Gasperi poté annusare i primi indizi dell’incipiente Guerra fredda e della dottrina Truman: pochi mesi dopo, nel maggio, estromise le sinistre dal governo tripartito e avviò una nuova stagione politica, quella del centrismo, che avrebbe portato l’Italia nell’Alleanza atlantica e realizzato grandi riforme sociali.

Un uomo d’altri tempi
Era un’Italia povera e modesta quella che si identificò con lui, ancora ben lontana dal boom economico. De Gasperi stesso era un uomo di altri tempi: nato nell’Ottocento, devoto cattolico, di quasi maniacale sobrietà e distacco dai beni materiali. Scriveva alla futura moglie poco prima del matrimonio, quasi mettendola sull’avviso circa il suo rapporto con il denaro: «Con le mie attitudini posso, se vorrò, guadagnare di più. L’avrei potuto anche fin d’ora, ma mi sono tracciato norme di severo disinteresse perché mi preme soprattutto la valutazione morale. Io sono tranquillo che tu condividerai con me le larghezze e le ristrettezze della vita, e che in te troverò un sostegno per addolcire quella preoccupazione che venisse non un aculeo verso guadagni che potessero turbare la limpidezza della mia vita politica». Davvero altri tempi.

PRIMA PUNTATA     Antonio Polito___da___IL Corriere della sera

Le ultime parole che mi hai detto..

 

Era buio, freddo ed eravamo intirizzite entrambe. Però che bello il lusso di un pomeriggio intero insieme, gironzolando per una Como scintillante nel periodo delle Feste Natalizie. Niente di speciale: una madre impellicciata, come si conviene ad una donna semplice ma elegante, e una figlia adulta, madre a sua volta, felice di un pomeriggio tra donne…Proprio quel giorno ero madre da dieci anni e impegnata con te per organizzare una festa di compleanno degna di un bimbo tanto amato dalla mamma e dalla nonna.

Como ci è sembrata bellissima: giretto in centro per qualche compera, sosta nella chiesetta accanto al Liceo per una preghiera. Tu pregavi per Luca, io per te e Luca. E poi una sosta al baretto in piazza, una torrefazione in cui si entrava anche solo perché attratti fatalmente dal profumo inebriante del caffè appena tostato. Hai voluto pagare tu, eri contenta ed emozionata come una bambina: la prima volta in cui usavi euro anziché lire; una rivoluzione, «una data da ricordare» mi hai detto.

Quasi una profezia. Poi la visita medica privata e programmata da tempo, che aspettavamo per poter dire – e credere davvero – che non fossi malata, che potevi permetterti quel viaggio in Messico tanto atteso da te e papà. Finalmente pochi giorni dopo sareste partiti per il mare, per il caldo, in buona compagnia e con nel cuore la stessa emozione di quella prima volta – tu avevi 25 anni – in cui avevi visto il mare, con quell’uomo che ti offriva di realizzare un sogno, di condividerlo con lui, per sempre.

Ricordo noi in sala d’attesa, e tu serena ma stranamente confidenziale: mi hai raccontato di te, di papà e di quel «voi insieme» che per me, figlia un po’ troppo distratta dalla propria vita, era ancora un mistero. Vi amavate, ne ero certa, una coppia consolidata dal tempo, dalle scelte, dalla famiglia, dalla genitorialità …ma non riuscivo a pensarvi anche come singole persone e tu, invece quel pomeriggio, parlavi di te e di lui, delle vostre differenze caratteriali, dei suoi difetti e delle tue fatiche. Ancora profezie: «Come se la caverebbe papà senza di me?». Chiacchiere tra donne, niente più – pensavo -; anzi, sorridevo intenerita da una madre che si confidava con la figlia. Visita accurata e lunghissima; scrupolo, gentilezza, buone notizie. Nessun problema, potevi partire serena; casomai al ritorno, se qualche piccolo sintomo di affanno si fosse ripresentato, avresti potuto fare un ultimo esame… ma non era urgente, era solo un surplus di prevenzione. Si era fatto tardi, e faceva ancora più freddo. Tu eri contenta dell’esito ma ti ha ripreso quel nodo alla gola che avevi descritto al medico gentile ed esperto… e ci siamo dette che per fortuna eri stata appena visitata e rassicurata.

Di corsa al parcheggio, poi dall’auto ho chiamato Paolo: «Ehi fratello, ciao, ti passo mamma…» e tu hai voluto sentirlo e, come sempre, essere positiva e fiduciosa – per te e per noi -: «Sono sana come un pesce…e ne vedrò di pesci in Messico!». Ti ho riaccompagnata a casa: papà sarebbe arrivato tardi, dopo il turno di lavoro serale. Era ovvio che avremmo cenato insieme, e proposi una pizza; giusto il tempo di arrivare in fondo alla via, 100 metri di distanza, ordinare e portare a casa. Intanto tu avresti apparecchiato – con cura, ne sono certa – e l’avremmo divorata ancora fumante, come piaceva a noi.

Sei scesa dall’auto per aprire il cancello ed entrare percorrendo il vialetto del giardino. Ho aspettato in auto che lo facessi perché quella casa -la nostra casa – grande ed immersa nel verde, magica e un po’ isolata, a me faceva paura di sera, al buio… Hai aperto il cancello, poi sei tornata indietro per dirmi, come sempre, da mamma premurosa: «Ma non vuoi che ti cucini una bistecca?». Io ho sorriso e in quella richiesta ho letto la tua attenzione estrema per chi amavi, ma la pizza era stata la nostra comune scelta. Ho puntato i fari verso il vialetto ma tu ancora mi hai guardata e detto «Grazie!»; di cosa e perché mi hai ringraziato mamma?

Quella tua gratitudine sempre presente, verso chiunque, come a voler sempre sottolineare di sentirti in debito per il bene ricevuto; e io sono proprio come te. Poi ti sei avviata, qualche passo e ancora, voltandoti bella e impellicciata mi hai fatto segno con la mano e sussurrato con il solo labiale: «Vai, vai tesoro, non preoccuparti!». Sono tornata dopo 15 minuti. Tu non rispondevi al citofono e i cartoni delle pizze mi scottavano tra le mani. Non avevo le chiavi, avevo freddo e mi chiedevo perché non aprissi: sarà in bagno, sarà al telefono, sarà un po’ sorda… Invece eri morta. Ho chiamato aiuto: il vicino, i vigili del fuoco, l’ambulanza; sono entrati dalla finestra del pian terreno.

Tu sdraiata a terra, ancora vestita, avevi solo tolto pelliccia, anelli, collana e orecchini – come eri solita fare, come anche io faccio ad ogni rientro –. Sorridevi, bellissima e con gli occhi chiusi; non respiravi ma era come se mi parlassi. E io sentivo ancora: «Vuoi una bistecca? Grazie! Vai…vai tesoro!»: il tuo testamento pronunciato senza sapere che da lì a poco avrei dovuto davvero imparare a badare a me stessa, completamente, senza nemmeno il piacere confortante della tua cura materna, delle tue attenzioni affettuose, della tua presenza essenziale.

Profeticamente mi hai detto, dopo aver vissuto con me le tue ultime ore, quanto mi amassi… tanto da indicarmi come avrei dovuto e potuto farcela, anche senza di te accanto: con la tua stessa cura, gratitudine e fiducia verso di me. Era il 4 gennaio 2002; Luca era nato 10 anni prima, e io ero diventata mamma. Tu nascevi al Cielo in quel giorno freddo d’inverno e io sono diventata adulta in quel momento.

Lucia Todaro è in libreria con «Elogio dell’attenzione» (Feltrinelli)

 

                                              Illustrazione di Giulia Belcastro

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La Meloni ha consenso grazie alla sinistra.

 

 

 

Ormai è evidente: la principale fonte di consenso per Giorgia Meloni e il suo governo è la sinistra, ciò che dice, ciò che fa, ciò che odia, ciò che disprezza. Se cercate la primaria ragione del consenso duraturo tributato alla Meloni dopo tre anni e mezzo di governo, non lo troverete nelle opere del governo, nelle cose fatte o nella fiducia che ha conquistato tra gli italiani e nemmeno nella sua indubbia vis empatica; ma lo trovate lì, nel contrasto stridente della sinistra, negli ostacoli che essa frappone e che il governo poi sfrutta a suo favore. È come la gag di Willy il Coyote con Beep Beep: il coyote ordisce agguati e lo struzzo la fa franca. La sinistra attacca e censura, la Meloni gioca di rimessa, trae forza dai loro attacchi. È un meccanismo perverso, un circolo vizioso che si è innescato da quando è andata al governo. È abbastanza anomalo che la fiducia e la legittimazione di un governo in carica risieda negli assalti che subisce dalla sinistra di lotta e di potere; fino a sfiorare l’assurdo o il gioco pirandelliano delle parti quando la premier accusa la minoranza d’opposizione di portarci in una “spaventosa deriva illiberale”. Ma al governo c’è lei…

Situazione anomala ma non del tutto inedita per noi: ricordiamoci che per anni, la persistente fiducia alla Dc e ai suoi governi reggeva più sul timore degli “opposti estremismi”, “la minaccia comunista” o l’avventurismo eversivo che dalle realizzazioni dei modesti governi in carica. Vigeva il criterio del male minore, la legge del turiamoci il naso; meglio la mediocrità rassicurante che scivolare a sinistra o cedere agli estremismi, alla piazza, al terrorismo rosso e nero, alle fughe dall’Occidente e dall’ombrello americano. Anche allora la parola d’ordine era la stabilità e il timore di perdere la libertà. Qualcosa del genere accadde pure al tempo di Berlusconi.

È mortificante assistere in questi giorni all’infognarsi del dibattito politico e istituzionale sui comici a Sanremo e sui telecronisti alle Olimpiadi. Attacchi protervi da una parte, a raffica, e difese a volte fuori luogo dall’altra; o sotto altri punti di vista, da una parte la ditta dell’intolleranza, del disprezzo e del linciaggio verso chi non è allineato, ma la parte opposta offre scarsa qualità e scadenti alternative. Ben altre idee, opere e profili culturali, soprattutto di grandi autori del passato, vengono oscurati o deformati dall’ideologia woke e progressista; scendere in campo a difendere casi minori in ambiti pop, francamente è un po’ deprimente.

Confesso un disagio bilaterale nel vedere questo spettacolo, tra l’accanimento degli uni e la modestia degli altri.

È vero, e lo abbiamo scritto più volte, che la posizione prevalente della sinistra verso tutto ciò che non è riconducibile ad essa o vi si oppone, si sostanzia nei verbi escludere, censurare, impedire, disprezzare, dileggiare. Salvo poi indignarsi se qualcuno a volte cerca di ritorcere la stessa logica del dileggio e del disprezzo contro i totem e tabù della sinistra. Ed è pure vero, dall’altra parte, che il vittimismo è diventato un’arma politica che la Meloni e i suoi usano con disinvolta frequenza; e a volte la usano pure come diversione, distrazione dai fatti reali e dai problemi incombenti. Ma l’uso spregiudicato e furbo del vittimismo non è inventato dal nulla o costruito artatamente, risale a fatti e opinioni realmente espressi dalla parte avversa.

TeleMeloni esiste davvero ma non è gestita dai soldatini meloniani all’opera nelle reti, nei tg e nei retrobottega governativi; bensì da Lilli Gruber e dall’episcopato di conduttori, presentatori, ospiti fissi e censori di sinistra che si esibiscono ogni giorno in tv e su altri media contro la reginella Meloni e i suoi moschettieri. Ai delusi di destra dal governo, delusi da quel che fa e soprattutto da quel che non fa, consiglio una robusta terapia di antibiotici; assumete per cinque serate consecutive – è il ciclo minimo perché abbiano effetto gli antibiotici – il programma della Gruber, con le sue domande che contengono sempre la parola GiorgiaMeloni per suscitare sdegno e condanna della premier; o in alternativa, quando sono rivolte a chi si sottrae al suo ossessivo giochino, vengono incalzati con molteplici interruzioni se argomentano in senso a lei sgradito. Credo che anche un meloniano scettico o deluso, dopo questa cura da cavallo, a base di Gruber o simili, torni a preferire la Meloni e il suo governo ai suoi nemici. Ecco perché sostengo che la vera TeleMeloni la facciano proprio i suoi nemici, la compagnia di giro degli antimeloniani di sinistra e di professione.

Si dice pure che la Meloni e il suo governo utilizzino le immagini delle violenze, per esempio a Torino o Milano, e in particolare i video sui poliziotti accerchiati e malmenati, per suscitare sdegno nel paese contro la sinistra e sostegno alle leggi sulla sicurezza e alla riforma della giustizia. Beh, lo penso anch’io, c’è un uso strumentale di quelle immagini e di quelle notizie. Ma si omette di dire che quelle immagini, quelle manifestazioni, quell’odio militante con le relative coperture, indulgenze, silenzi della sinistra non le hanno fabbricate i manutengoli del governo Meloni, corrispondono alla realtà dei fatti. E a fabbricarle è quell’universo antagonista che va dalla sinistra anarco-insurrezionalista, alla sinistra radicale, arrivando a costeggiare alcuni segmenti della sinistra d’opinione e di partito. Dai centri sociali fino ai centri storici, previo accesso ztl.

Il risultato complessivo di questo tira-e-molla e dell’annesso spettacolino è avvilente per ogni italiano di buon senso e di buon gusto, dotato di un minimo d’intelligenza critica e non accecato da pulsioni partigiane. Magari gioverà ai sondaggi della Meloni e alla sua permanenza al governo; magari darà una valvola di sfogo e un collante furioso alla sinistra e alle sue periferie rancorose; ma nuoce all’Italia, ne sfibra i legami e non piace a tanti italiani. Che spero vivamente siano i più, la maggioranza del paese, ma non ho elementi per dirlo. Comunque da quell’altalena, da quella caricatura di guerra civile, agguati e vittimismi, più tanta fuffa e muffa, io vorrei scendere, come da una giostra cinica, umiliante e feroce. La politica vera è un’altra cosa e si occupa di cose reali, davvero importanti per il paese e per i suoi cittadini.

Marcello Veneziani

L’orgoglio di dire no alla “no-show fee”. Esercizio di libertà contro la prepotenza dei ristoratori.

Non c’è bisogno di essere eroi per conservare un minimo di autonomia, per liberarsi da certe angherie.

Esercizi di libertà. Non c’è bisogno di essere eroi (io non lo sono affatto) per conservare un minimo di autonomia. Le grandi libertà ci sono negate dal Leviatano: ad esempio non abbiamo la libertà di non pagare le tasse. Mentre le piccole libertà dipendono da noi: ad esempio possiamo liberarci dalle angherie dei ristoratori. Ho prenotato in un ristorante importante e mi hanno risposto così: “A garanzia della prenotazione Le chiediamo gentilmente l’invio dei dati della carta di credito. È possibile cancellare la prenotazione almeno 24 ore prima attraverso questo link oppure scrivendo a … o telefonando al … I dati della carta di credito saranno utilizzati in caso di mancata presentazione o di cancellazione tardiva (con meno di 24 ore di anticipo) per prelevare l’importo di euro 100 a persona a titolo di no-show fee. Un cordiale saluto”. Si meritavano un cordiale vaffanculo e invece ho risposto urbanamente che il numero della mia carta di credito se lo potevano scordare, e che mi sarei comunque presentato all’ora convenuta. Ho azzardato, mi sono presentato, il tavolo c’era e ho pure mangiato benissimo. Se tutti fossero orgogliosi come me, i ristoratori, da prepotenti che sono diventati, tornerebbero accoglienti. E in meno del tempo che serve a friggere una chiacchiera (visto che siamo a Carnevale).

Camillo Langone__da___IL FOGLIO

 

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Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha lanciato un nuovo allarme sui giovani: “Il problema non sono i social, è l’intelligenza artificiale”.

 

Nel dibattito sempre più acceso sul rapporto tra giovani e tecnologia, Paolo Crepet lancia un nuovo allarme: “Il problema non sono i social, il problema è l’intelligenza artificiale”. Una tecnologia che, sottolinea lo psichiatra, rischia di modificare in profondità il funzionamento del pensiero umano, la creatività e la libertà individuale se non viene governata con consapevolezza.

Paolo Crepet è intervenuto a Pomeriggio 24 su Rai News 24 sulle varie proposte legislative per vietare i social agli adolescenti, come quella approvata dall’Assemblea nazionale in Francia.  Pur sottolineando l’urgenza di provvedimenti istituzionali per limitare l’accesso alle piattaforme ai giovani, lo psichiatra ha affermato: “Il problema non sono i social, il problema è l’intelligenza artificiale“.Secondo Crepet, l’uso indiscriminato dell’IA per qualunque aspetto della vita quotidiana produce un effetto anestetizzante sul cervello umano: “Se io per qualsiasi cosa, da Garibaldi alla fidanzata piuttosto che non so quale altro argomento anche culinario, chiedo all’intelligenza artificiale, è fatta: il nostro cervello è meglio metterlo in garage che è lo stesso”.
E ha proposto un esempio: “Io penso che leggere sia un aiuto dal punto di vista cognitivo. Perché se io leggo 20 pagine di Calvino e devo poi riferire alla mia classe facendo un riassunto, questa è un’attività, una skill cognitiva preziosa. Se la tolgo, sono più povero mentalmente”.
L’argomento affrontato da Crepet è più attuale che mai. Come evidenziato da un’indagine promossa da Telefono Azzurro, il 75% dei ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni usa strumenti di IA. L’impiego principale riguarda compiti scolastici, ricerche e spiegazioni. Ma sempre più adolescenti utilizzano i chatbot anche per chiedere consigli personali.
Uno dei passaggi più significativi del ragionamento di Crepet riguarda il futuro della creatività umana. “Pensate a che cosa accadrà della creatività umana con l’intelligenza artificiale. Non dico che non ci sarà, ma sarà del tutto diversa. Sarà completamente diversa. Perché scrivere con l’intelligenza artificiale non è la stessa cosa che arrabbiarti per ogni virgola, ogni aggettivo che usi”.
Crepet ha proseguito parlando di seduzione della facilità: “La seduzione verso il facile, verso il comodo, è ovvia. Il problema è che l’uomo ha sempre fatto fatica per rinnovarsi. Se adesso non la fa più è perché ci sono altre cose che rinnovano l’umanità e che sono gli algoritmi”. Quando deleghiamo alle macchine ogni sforzo, avverte lo psichiatra, rischiamo di smettere di pensare davvero. La mente si adagia, la creatività si assottiglia, la capacità critica si indebolisce.
“Se Musk dice che il futuro del lavoro sarà robot e intelligenza artificiale, noi cosa facciamo? Se poi dicono anche che camperemo 130 anni, cosa facciamo per 130 anni a non fare niente? È lunga, eh”, ha esclamato.
Crepet ha sottolineato che l’intelligenza artificiale, così come i social, non è da demonizzare in sé. Il problema è che “non ci sono le giuste competenze nell’approcciarsi a questi strumenti”, ha aggiunto.
A suo avviso, è importante “riportare la tecnologia digitale a quello che è sempre stata e dovrebbe essere, cioè uno strumento di ricerca, di apprendimento. Uno strumento di apprendimento, non l’unico”, ha precisato.

“Le tecnologie digitali o si governano oppure sono loro a governare noi. E io vorrei ancora governare la mia testa”, ha concluso.
Camilla Ferrandi__V:Scuola

 

 

Il Pasolini che morì per la patria-

 

Lui si che può essere considerato un vero fratello d’Italia: morì per non tradire l’amor patrio e la bandiera tricolore, era il fratello minore di PierPaolo Pasolini. La storia non è sconosciuta ma merita di essere ricostruita nei particolari in vista della giornata delle Foibe, in cui l’eccidio di Porzus rientra a buon diritto.
Guido Pasolini non aveva vent’anni ed era stato educato da suo padre militare all’amore per l’Italia. Perciò decise di andare sui monti tra i partigiani della Brigata Osoppo che volevano combattere i nazisti invasori e i loro alleati fascisti nel nome della Patria e della Libertà. Assunse il nome di battaglia di Ermes. A ricostruire la sua storia è ora un prezioso volumetto edito da Garzanti, Lettera al fratello, che raccoglie lettere, scritti, poesie di PierPaolo Pasolini a suo fratello Guido, ma anche qualche missiva di Guido a lui, alla loro madre e al loro padre. Il sottinteso tra i due fratelli è l’amore fraterno congiunto nell’amore filiale; la loro premura è non far soffrire la madre, nasconderle tutto ciò che può arrecarle apprensione e dolore. Ma prima di raccontare la storia sentimentale, ricostruiamo la storia civile. A differenza di PierPaolo che con la madre si rifugia in un posto sicuro, Guido decide di andare sui monti a combattere; si arruola nella Brigata Osoppo, compie azioni temerarie, ruba le armi ai tedeschi, partecipa ad agguati. Ma non devono vedersela solo col nemico tedesco; hanno sulle spalle un ingombrante alleato sloveno e i loro compagni comunisti italiani militanti nella Brigata Garibaldi. Il progetto degli sloveni e dei comunisti italiani è assorbire la Brigata Osoppo nei loro ranghi e combattere per annettere quel pezzo di Italia orientale alla Jugoslavia di Tito. E cominciano i primi scontri tra partigiani. Racconta Guido in una lettera al fratello: “un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere ‘uomini liberi’ e che ragionava come un federale fascista” E invece, aggiunge noi “a fronte alta dichiariamo di essere Italian e di combattere per la bandiera italiana, non per lo ‘straccio’russo”. Non vogliamo “sostituire la stella rossa alla stella tricolore”. E infatti Guido e altri suoi compagni di lotta fondano un giornale, “Quelli del Tricolore”, vogliono restare “italiani che parlano agli italiani”. I comunisti, invece nota Guido, “hanno intenzione di costruire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia”. Dunque ai partigiani comunisti, come agli sloveni, non interessa né la Patria né la libertà, e la loro sintesi che è l’Indipendenza dell’Italia. Vogliono instaurare un regime comunista sovietico, con le armi, anche a guerra finita e a nemico sconfitto; vogliono il cambio d’invasore.
Nella postilla alla lettera, Guido chiede tramite PierPaolo a sua madre di mandarle qualche indumento, un fazzoletto tricolore e uno verde. La raccomandazione che rivolge al suo fratello maggiore è “Non dire nulla alla mamma: si spaventerebbe per nulla”; quel nulla vorrebbe forse rassicurare anche suo fratello e tradisce una spavalda fiducia nell’avvenire. Ma le cose non andarono così, il 12 febbraio insieme agli altri del suo gruppo, Guido verrà ucciso dai partigiani comunisti filo-titini. Prima di loro, cinque giorni prima, i partigiani avevano trucidato il v.Comandante della Brigata Osoppo, Francesco De Gregori, nome di battaglia Bolla, che aveva difeso la libertà e l’amor patrio e aveva respinto l’idea di confluire nella comune Brigata e asservirsi agli sloveni. Lo fucilarono, gli cavarono gli occhi. De Gregori fu poi insignito della Medaglia d’oro; in sua memoria fu chiamato Francesco suo nipote, il grande cantautore che conosciamo.
A sua madre, Guido chiede libri sul risorgimento italiano di Adolfo Omodeo, e le Poesie a Casarsa, la prima opera giovanile pubblicata dal fratello. Guido scrive anche a suo padre e gli parla della sua passione politica che lo porterà ad aderire al Partito d’Azione. A sua volta la madre scrive al marito e gli racconta dei figli, si preoccupa del loro mangiare e nota la differenza tra PierPaolo che è più prudente e sa tacere quando è opportuno, al riparo nel loro rifugio, mentre Guido è più spericolato, va “tenuto a freno, quel bambino” di diciannove anni.
E lui, PierPaolo? Racconta del fratello ma usa due corde lontane dall’impegno civile e dalle passioni politiche e bellicose: racconta suo fratello in una forma di realismo onirico, per cui rivisita il loro comune passato come se fosse un sogno. E poi si lascia condurre dalla chiave affettiva, sentimentale, lirica: la struggente fotografia di suo fratello quando aveva quattordici anni, che rivede insieme a sua madre e altre tenerezze. PierPaolo dà voce al suo dolore ma lo separa dal suo significato storico o ideale, “non credo a nessuna delle illusioni umane”, fonema, anche se poi si iscrive, solo per amor fraterno, al partito d’Azione (salvo finire per via del suo canone inverso del martirio, iscritto al Pci e poi espulso). Reputa che il tempo cancellerà quelle “passioni inutili” e il “gratuito entusiasmo dei tuoi diciannove anni”. Reputa quella di Guido una “bellissima morte” e a noi che leggiamo viene spontaneo e atroce il paragone con la morte del poeta, trent’anni dopo, non altrettanto bella. “Tu avevi molta fiducia negli uomini”, mentre lui riversa tutto nella scrittura. Tu, dice il fratello, “hai combattuto per quella Patria che ti ha insegnato nostro padre e per quella libertà che ti avevo insegnato io”. Quanto ai suoi assassini, Pierpaolo li chiama per nome “i comunisti della Garibaldi. Gentaglia certo senza chiarezza interiore, senza patria, mossa a combattere dal puro egoismo”. Per la verità egoisti non erano, ma spietati collettivisti, accecati dal sogno comunista. E Pasolini giudica ipocrita e rivoltante quell’abbraccio e quel bacio, dopo il massacro a Porzus, tra il capo della Garibaldi e il capo della Osoppo.
Pur nel suo disincanto, PierPaolo ha poi un fremito quando vede scendere dal soffitto la bandiera tricolore, con i suoi “tre fatali colori”; è “la nostra bandiera” e ricorda che “Guido è morto per quella bandiera”. Nel discorso commemorativo lo chiama “il suo dolcissimo tricolore”. Il patriottismo di PierPaolo sembra nascere dal suo amor familiare e fraterno, e come sostengo da tempo, è forse da definirsi matriottismo. Contrappone quel sentire patrio e amorevole alla “malvagità inumana, inimmaginabile, affatto ingiustificabile di coloro che furono colpevoli della tua morte”.
Infine Pierpaolo pubblica su una rivista friulana, Il Stroligut, una specie di testamento spirituale a firma di suo fratello Guido che intitola “Il martire ai vivi”. Che esordisce così: “Coscientemente ho cercato la morte dopo una breve giovinezza, che pure a me pare eterna”. Ne ricostruisce la storia e il travaglio, per poi dire: “L’Italia non è caduta…poiché la sua grandezza è tutta spirituale e s’innalza sopra le miserie proprie e altrui. È per questa spirituale grandezza che io sono morto”. Ammira l’anelito spirituale del fratello, lui che poi si professerà materialista storico. Per concludere che in quella “spirituale grandezza” trovava “specchiati e riassunti tutti gli affetti che mi hanno fatto morire per lei”. Parole di Pierpaolo; atti, vita, morte e passione del fratello Guido.

Marcello Veneziani

La Grande Recita…

 

 

Qual è il sentimento o la sensazione prevalente in questo momento storico e politico, tra la gente, nei rapporti tra pubblico e privato, nella considerazione di chi ha ruoli pubblici e sostiene questioni di interesse generale? La percezione più diffusa, anche se spesso implicita e inconsapevole, è che ci troviamo davanti o dentro una Grande Recita, col suo gergo e le sue pose. Ciascuno recita una parte, dice le cose prevedibili e scontate conformi al suo ruolo, mai sorprende dicendo qualcosa di diverso dal cliché e dalla maschera che indossa. E il Carnevale che ora sopraggiunge è il momento adatto per denunciare questo teatrino permanente di maschere.

Partecipiamo o assistiamo a una performance teatrale in cui la realtà, la verità, l’autenticità, la storia non contano affatto; si recita una parte assegnata o ambita, si usa un lessico precotto e falso, una storia alterata e addomesticata, si dicono certe cose e se ne omettono delle altre perché così conviene. Non solo nel senso becero della convenienza, ma anche nel senso ipocrita della convenzione, delle buone maniere, delle opportunità di rango. Recitano i leader politici e i loro peones, recitano gli opinion makers e in generale chi appare nei media, recitano gli intellettuali e le public figure di ogni tipo. Inclusi prelati e magistrati. Chiunque salga su un palcoscenico, cioè chiunque parli oltre l’ambito strettamente privato, deve assumere una postura, una movenza, un linguaggio che non corrispondono a ciò che realmente è, pensa o vuole, ma a ciò che è richiesto in quel momento nella sua posizione. Non esprimono davvero ciò che credono e che pensano ma si attengono a un canone, a una serie di precauzioni, attenti a non urtare le suscettibilità protette, a non toccare qualche punto delicato; sostengono tesi funzionali al momento, in grado di generare minimi profitti o quantomeno di accedere a una soglia di comune accettabilità. Sono situazionisti, dicono le cose in base alle condizioni di luogo, di tempo e i margini di profitto che si possono ricavare dal dirlo. Ma sempre dentro la loro uniforme o livrea. Una tesi sposata ieri viene capovolta oggi perché ora la sostiene il tuo avversario, in una spregiudicata guerra di posizioni. L’identità, l’eredità e la propria storia vengono velocemente accantonate, abiurate o capovolte, perché è più utile così. Così di fronte a poco credibili riconversioni viene spontaneo osservare: ma perché non l’hai detto prima che la pensavi in questo modo, perché ci hai messo così tanto e lo dici solo ora perché hai raggiunto quella posizione di potere, perché hai illuso tanti se tu non ci credevi a quel che dicevi?

Esempi presenti se ne potrebbero fare tanti, dai capovolgimenti in tema di giustizia e separazioni delle carriere, al fascismo e all’antisemitismo, dalle alleanze e tensioni internazionali ai temi della sicurezza e della famiglia. Recita la Meloni, anche se appare verace, e recitano i suoi alleati e sottoposti, anche ai vertici delle istituzioni; recitano Conte e la Schlein, i loro affiliati e tanti personaggi pubblici che sfilano nei media. Recitano gli intellettuali e non osano oltrepassare i pregiudizi dominanti ma si attengono ad essi, non mettono in discussione ciò che mette a rischio il loro ruolo ma solo ciò che lo consolida all’interno di un habitat, di un potere costituito. I più accorti usano quello che Theodor Adorno chiamava il gergo dell’autenticità; è un gergo che simula la veracità ma è intimamente falso e bugiardo.

Un tempo c’era una professione addetta esplicitamente a questa mansione: l’avvocato sposava la causa di cui era stato incaricato, poteva intimamente non crederci o non credere al suo assistito, ma la sua professione lo portava a difenderlo e ad abbracciare tesi conseguenti nelle sedi forensi: ora quella professione si è estesa pressoché universalmente, risponde solo alla parcella e non ai veri convincimenti. L’idola fori, di cui parlava Bacone, coincide con l’idola tribus e l’idola theatri. Gli idoli sono i pregiudizi o le forme lessicali adottati per assumere o mantenere un ruolo. Il codice woke, il politically correct sono la riedizione aggiornata di questi pensieri fittizi e prefabbricati; anche quel linguaggio rientra nella Grande Recita.

Ai tempi di Marx e di Nietzsche, due grandi smascheratori, i portatori di ipocrisia e di bigottismo erano chiamati filistei; ma erano un ceto di chierici, di eruditi o apparentemente tali, magari di professori, comunque di borghesi benestanti; oggi la loro recitazione è un requisito richiesto a chiunque si affacci sul palcoscenico del potere e delle relazioni pubbliche. Non c’è dichiarazione politica che abbia qualche attinenza con l’identità, la verità storica e l’autenticità delle passioni e delle convinzioni; tutto è ridotto a tattica e risultati, necessità di compiacere anche a costo di nascondere e perseguire finalità pratiche.

Uno degli effetti più gravi che questa recitazione produce nella gente è la diffidenza diffusa e dunque la sfiducia generale. E la sua diretta conseguenza è l’astensione dal voto, la disaffezione verso le istituzioni, il crollo di credibilità delle classi dirigenti – politici, governanti, magistrati, vescovi, comunicatori…

Il pubblico dovrebbe dimostrare ancora più apertamente segni di insofferenza per questa recitazione continua. Non siamo scemi e non siamo bambini. Risparmiateci almeno l’ipocrisia o diserteremo sempre di più i vostri teatrini.

Marcello Veneziani

Leggere Paolo Zermani sotto i grattacieli che hanno sfigurato Milano….

Scrive l’architetto in “Il nuovo nell’antico. Architettura e paesaggio italiano”, che “noi produciamo oggi quasi soltanto macerie”. Macerie innanzitutto culturali

“L’immortale terra dei morti”. Mi consola molto questa definizione, titolo di un capitolo del libro di Paolo Zermani, “Il nuovo nell’antico. Architettura e paesaggio italiano” (La nave di Teseo). Mi conforta in giorni milanesi rattristati dalla visione dei grattacieli di stile asiatico, da Shanghai in miniatura, da Dubai rachitica: le costruzioni che hanno sfigurato Milano imponendole una hybris da poveretti. Giustamente l’architetto Zermani sentenzia: “Noi produciamo oggi quasi soltanto macerie”. Macerie innanzitutto culturali, siccome “la società contemporanea rigetta, nel campo architettonico, la continuità della cultura che la città europea suggerisce”. Zermani è un continuista, chiaro, e invoca “la rete protettiva dei canoni greci o romani”. Perché sembriamo morti ma siamo immortali: Vitruvio è eterno, City Life si sta corrodendo, i negozi stanno già chiudendo.

Camillo Langne__da__IL FOGLIO

 

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Io sono Eva, Signore.

Sono Eva, Signore.
E non voglio obbedirti
soltanto amarti
perché credo che l’Amore
contenga già l’Obbedienza.
Io sono Eva, Signore,
stanca di sacrifici
Eva che vuole gioire
perché crede che l’Allegria
contenga già il Servizio.
Io sono Eva, Signore,
anche senza figli,
perché una donna
anche con la mente è Madre
e il Grembo delle sue idee
da’ vita ad ogni Creazione.
Io sono Eva, Signore,
ed ho compreso che
“l’Amore per Sempre”
non era per Lui
non era per Te
ma era la sola Fedeltà possibile
che potevo garantire a me stessa.
Io sono Eva, Signore,
e oggi come ieri,
affronto il Lavoro
in casa e fuori.
Ma non nascondo più
la fatica di farlo
dietro il Sorriso ossequioso
della serva o della puttana.
E credo nella maternità,
ma non a costo della mia vita
e dell’Infelicità
di quelli che genero.
E credo nell’amore
ma non come Asservimento
del corpo,
del cuore,
dei pensieri.
E se qualcuno vuole Giocare con me
Prima deve addomesticarmi
come il Piccolo Principe
fece con la Volpe
e rinunciare
al dominio,
alle guerre
e agli eserciti
ai quali, nei secoli
è stato concesso
lo Stupro.
Perché io non sono più
una che si trasforma in albero
per sfuggire ai sottoprodotti maschili
del Violentatore Sacro
che, tante volte, qualcuno
ha chiamato “dio”.
Io sono Eva, Signore,
allevata, sfidando,
per miliardi di anni,
Roghi e Calunnie.
Eva
assai spesso Nemica
delle altre donne.
E, da sempre,
certamente
Sola.
Eppure
ancora spaventata
dalla Solitudine,
ancora terrorizzata
dall’Abbandono.
Eva che, però, ha deciso,
di non avere più Paura
di ciò che, in verità, Desidera:
la Libertà
anche a costo
della Solitudine.
Ho capito
Infatti,
Signore,
che esiste un terrore da abbattere
peggiore della Morte
e più potente di ogni Divinità.
Un terrore
sconfiggendo il quale
ogni libertà è possibile.
Quel terrore da abbattere
è la Paura della solitudine.
Ecco perché oggi,
Signore,
io sono Eva:
Libera e Sola.
E vengo, Felice,
ad incontrarti.

Maria Rita Parsi