Maria Rita Parsi: “Un bambino che deve sempre essere giusto non può crescere affatto; dai genitori riceve un imperativo che lo congela dal punto di vista emotivo:’Sii perfetto e non sbagliare mai’ “.

 

Alle volte sono i genitori che si aspettano dai bambini gratificazioni a compensazione delle proprie insicurezze, non permettendo loro di sbagliare e quindi di esprimersi e crescere serenamente…

Quando sanno relazionarsi in modo positivo con gli altri, quando esprimono affetto e amicizia, quando amano la compagnia intorno a loro e sono altruisti, solari ed estroversi, i bambini sprizzano allegria da tutti i pori. Leggeri, sembrano quasi volare mentre soddisfano il loro bisogno di gioco e divertimento, di fantasia e creatività, di ricerca e conoscenza. Di allegria.

Intorno ai due, tre anni, quando i bambini iniziano a camminare, trasportati come sono dal desiderio di conoscere ed esplorare, la loro dose di allegria che il corpo – il canale principale di espressione – veicola è addirittura dirompente. E, assai spesso, preoccupa i genitori che non sanno come tenerla a bada”, queste le significative parole della psicologa e psicoterapeuta italiana Maria Rita Parsi che ci ha lasciati inaspettatamente ormai da qualche mese ma il cui ricordo continua a vivere nei nostri cuori. L’allegria di un bambino, dunque, è contagiosa, consentendo al piccolo di relazionarsi positivamente con gli altri, favorendo anche fantasia e creatività.
Non bisogna però confondere l’allegria dei bambini con la loro irrequietezza: “l’allegria rappresenta il termometro del loro benessere psicofisico”.

Ma quando un bambino può dirsi realmente felice, libero di esprimersi allegramente ed armoniosamente?

Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che “i bambini sanno come aprire il nostro cuore alla gioia, sono il nostro futuro e dobbiamo dare loro modo di realizzare i loro sogni, dobbiamo dare loro gli spazi, la scuola, la socialità, lo sport. Soprattutto, però dobbiamo illuminare la loro vita con i nostri comportamenti, che rispettino i loro desideri”, così come spiegatoci molto significativamente dalla psicologa.

Eppure alle volte sono proprio i genitori che si aspettano dai bambini gratificazioni a compensazione delle proprie insicurezze, non permettendo loro di sbagliare, di esprimersi al meglio e quindi di crescere serenamente.

“Un bambino che deve sempre essere «giusto» non si può esprimere affatto e non può crescere, perché dai genitori riceve un imperativo che lo «congela» dal punto di vista emotivo: «Sii perfetto e non sbagliare mai».

Al contrario, la presenza dell’adulto dovrebbe servire proprio a poter sbagliare”, questo quanto dichiarato espressamente da Maria Rita Parsi per esprimere al meglio il suo pensiero. Viene così a configurarsi la c.d. «sindrome del bambino perfetto»: i genitori, dunque, non sono più punti di riferimento ma giudici e viene meno la possibilità del figlio di chiedere aiuto. In realtà però occorre comprendere fino in fondo che i bambini non sono “adulti in miniatura” ma persone complete: necessitano, infatti, di attenzioni, di cura, di rispetto, così da potersi esprimere al meglio, coltivando le proprie passioni ed ambizioni senza dover a tutti i costi compiacere genitori insicuri che non fanno altro che renderli infelici, trasformandoli ben presto in adulti privi di autostima e di fiducia in se stessi.

La Redazione di___ascuolaoggiblog.it___Valentina Tropea

Un appello per non arrendersi a chi vuol cancellare Manzoni.

La commissione esorta a sostituirti con Moravia e Calvino, con il povero Pavese, con la gattara Morante, con vari altri autori atei e di sinistra, e la scusa è che sei di altri tempi. Saranno moderni i loro beniamini!

Carissimo Don Lisander, vorrei la tua penna per esecrare il ridimensionamento dei “Promessi sposi” nei licei, chiesto dall’apposita commissione ministeriale che all’ora in cui scrivo non è stata ancora sciolta dal ministro. Ciò avverrà certamente a breve, essendo inconcepibile la convivenza tra un governo conservatore e una commissione dissipatrice. Comunque ci provo: Addio, classici sorgenti dalle acque della storia, ed elevati al cielo. Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana… Non so, forse è meglio che usi parole mie, ma questo annunciato abbandono dei classici, oltre a essere tristo e triste sa proprio di finale di civiltà. La commissione esorta a sostituirti con Moravia e Calvino, con il povero Pavese, con la gattara Morante, con vari altri autori atei e di sinistra, e la scusa è che sei di altri tempi. Saranno moderni i loro beniamini! In letteratura, Moravia e Calvino rappresentano il modernariato, melanconici come i mangiacassette e i tavoli di fòrmica. Manca soltanto Alberto Bevilacqua, anche lui vendette tanto, laggiù nel Novecento… Tu invece sei alto antiquariato, ti collochi dalle parti dell’eterno, non lontano da un altro autore conservatore boicottato dalla commissione, Dante. Da rimpicciolire o perfino sostituire con qualcosa di più facile, magari Alda Merini. Abbasso il padre della lingua italiana! Viva la pazza della porta accanto!
Carissimo Don Lisander, ai commissari da commissariare manca evidentemente la cognizione di “classico”. E pensare che dovrebbe essere l’abc. Hanno urgente bisogno di un ripasso, di rileggere le definizioni di Bloom, Debenedetti, Nabokov, Steiner… La mia preferita l’ha coniata Ezra Pound: “Is news that stays news”. Se a Manzoni preferiscono Manzini (la commissione esorta a studiare anche i gialli!) il problema non è dei “Promessi Sposi”, è loro, incapaci di comprendere la costante validità delle tue pagine. “Il coraggio uno non se lo può dare”, “La sventurata rispose”, “Carneade! Chi era costui?”, “Adelante, Pedro, con juicio” sono notizie sempre fresche e chi non le conosce è disinformato. Nel capitolo XII del tuo capolavoro c’è perfino una lezione di economia, una dimostrazione dell’inefficienza del dirigismo, impersonato dal Gran Cancelliere: “Vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla”. Inattuale un libro simile? Nel 2026 i capi dell’opposizione danno ancora la colpa del carovita al governo… Carissimo don Lisander, usando il tuo vocabolario dico che sostituendoti sostituiscono il buon senso con il senso comune. Che è, oggi come allora, il senso dell’ignoranza.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

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Il Papa prudente nel mondo in tempesta.

 

In principio fu la Pasqua, particolarmente tormentata quest’anno in Terra Santa e avversata nei suoi riti pasquali. Poi venne l’attacco violento di Donald Trump a Papa Leone XIV, con le sue immagini blasfeme di Dionald al posto di Cristo, e la solidarietà del mondo al Pontefice, anche da parte di paesi islamici come l’Iran; quindi il Crocifisso profanato e sfasciato dal soldato israeliano in Libano. A seguire, il primo anniversario della morte di Papa Francesco, il papa preferito dai non credenti, ricordato e celebrato soprattutto da loro; era assai presente sulla scena mondiale ma dopo la sua morte era subito caduto nell’oblio quasi generale. In questi giorni c’è stato il viaggio pastorale in Africa di Leone XIV con i suoi sacrosanti appelli e moniti al mondo e agli indigeni. A breve ci sarà il primo anniversario del suo pontificato con un primo bilancio del suo regno nella Santa Sede. 

Un mese intenso per la cristianità, con risvolti curiosi e spiazzanti: chi pretende di rappresentare e difendere l’Occidente cristiano nella crociata contro l’Islam, la Cina e l’ateismo, calpesta la cristianità in modo incivile e sgraziato, colpendo il suo Capo spirituale; e dall’altra parte chi non crede in Dio e critica il ruolo pubblico dei valori religiosi nella vita sociale pretende di dare lezioni di cristianità e di spiegare anche ai devoti chi sono i papi di cui fidarsi, come Papa Francesco.

Intanto il Papa di Chicago mantiene la sua lucida sobrietà, non si scompone davanti agli attacchi inauditi e alle lusinghe insidiose; resta calmo, paziente e misurato nelle parole, non dice nulla che vada oltre il suo ruolo pontificale, ripete col garbo che lo distingue i messaggi di pace e di condanna della prepotenza che vengono naturalmente del tutto disattesi. Prediche inutili benché necessarie; o se preferite dirlo al contrario, parole necessarie ma inutili. Comunque doverose e vane. Prevost ricorda con affetto e rispetto il suo predecessore anche se non ne ricalca la linea e gli oltrepassamenti, e non ne condivide il temperamento.

Con Papa Leone la Chiesa sembra aver ritrovato la strada di sempre, senza rotture col papato precedente, in modo felpato, equilibrato, lasciando una percezione di continuità con i suoi predecessori, situandosi quasi a metà, tra Bergoglio a Ratzinger. Non ha mai compiuto un passo falso, mai una scivolata o una battuta non consona a un pontefice, come ha fatto invece il suo predecessore; è stato inappuntabile. Certo, al di là del nome scelto, Prevost non è una personalità leonina, non ha la personalità potente e carismatica di un Giovanni Paolo II, o la forza comunicativa dello stesso Woytila e di Bergoglio, che a volte perdevano anche le staffe. Ma questo è anche un bene per la Cristianità e per la Chiesa: evitare che la fede si traduca e si riduca alla popolarità del Papa, al suo carisma mediatico, alla sua capacità di fare notizia e magari anche un po’ teatro, concentrando su di sé le attenzioni. Una specie di “deriva plebiscitaria” che chiamammo “papulismo”, cioè populismo papista, che finisce col sovrapporre la leadership personale, o addirittura la pop-star globale, all’istituzione, alla missione e alla tradizione della Chiesa. Un’istituzione millenaria come la Chiesa, con la sua radice trascendente, non può ridursi ai seguaci (followers) di un papa. Al centro della Chiesa è Gesù Cristo e non il suo Vicario in terra del momento. 

A proposito, a che punto è la cristianità in questo momento della storia del mondo? È tornata in Occidente, dopo un lungo soggiorno nel Terzo Mondo e nel regno mobile dei migranti? No, non direi questo, anche se il Papa viene dagli Usa e non condivide la deriva terzomondista della Chiesa di Bergoglio e dei progressisti. Il Papa va in Africa, vede popolazioni convertite anche in modo massiccio alla fede cattolica, si apre a più mondi, dialoga con l’Asia anche al di là dei fratelli ortodossi. Però non dimentica la sua vocazione ecumenica, universale, senza sposare la causa trumpiana dell’Occidente contro il Resto del Mondo; condanna tutte le guerre e si mantiene al di là della geopolitica, o forse al di qua, non si cimenta in politiche di apertura o di chiusura.

Sul piano della fede il paesaggio non cambia, i paesi europei difendono il Papa dal punto di vista istituzionale e come autorità morale, ma non sposano l’ispirazione cristiana. Non solo a livello istituzionale, ma anche a livello di popoli; nessun risveglio religioso è in corso, continuano il letargo e la scristianizzazione. E negli Stati Uniti, non si capisce bene se il nemico più forte per la Chiesa di Roma sia la scristianizzazione, ossia l’ateismo pratico, il nichilismo e il relativismo occidentale oppure il fondamentalismo fanatico di alcune sette cristiane, messianiche e avventiste, peraltro vicine in molti casi a Trump e non lontane dall’ebraismo. La guerra in Ucraina non facilita il dialogo della Chiesa cattolica con la Chiesa ortodossa di rito greco-bizantino, soprattutto per la sua partecipazione attiva al conflitto e la sua divisione interna tra la Chiesa di Mosca e quella di Kiev.

Ma la cristianità oggi non entra nella contesa del mondo, non sceglie l’Europa, l’Occidente o la Terra Santa come suoi punti fermi e nemmeno si risolve nella sua dimensione planetaria, con particolare attenzione ai sud del mondo. Non fa politica, non fa geopolitica, è amica di tutti e nemica di nessuno, mantiene la sua extraterritorialità negli spazi politici, ovvero è al di sopra o quantomeno al di fuori delle parti, rigorosamente neutrale, senza alcuno spirito di crociata. Questa è la sua forza e la sua debolezza, la sua autorevolezza e affidabilità ma anche la sua scarsa possibilità d’incidere e farsi sentire.

Anche sul piano temporale, la Chiesa di oggi ha scelto una saggia via di mezzo tra chi la vorrebbe al passo dei tempi, col grande sforzo di adeguarsi alla sua epoca e chi invece la vorrebbe nel segno della tradizione, con un ruolo critico verso la modernità, la secolarizzazione e il relativismo. Anche in questo caso la posizione assunta è la più saggia ma anche inevitabilmente meno efficace. 

Se dovessi sintetizzare questo primo scorcio di Papato di Leone XIV direi proprio questo: è una Chiesa prudente, che non si sbilancia da nessuna parte, che non rischia ma nemmeno scivola; svolge bene il suo compito, non entra nella tempesta. Non scontenta e non tradisce nessuno. Un po’ timida anche se non si lascia intimidire. Ma è sufficiente, basterà per mantenere fede alla sua missione evangelica e dare forza al suo ruolo pastorale? Presto per dirlo. Del resto, cos’altro potrebbe fare un Papa, e la sua Chiesa in questo scenario, oltre ad alzare un po’ i toni? I giudizi sulla prudenza e la pazienza della Chiesa di Papa Leone XIV in un mondo in tempesta, devono farsi a loro volta prudenti e pazienti. Aspettiamo, cosa volete che sia un anno di pontificato davanti all’eternità?

Marcello Veneziani

Se non fai la guerra per Hormuz, per cosa allora? Noi cristici, a cui Gesù ha insegnato la misericordia corporale, il dovere di nutrire, dissetare, riscaldare, curare le persone (attività che richiedono molta energia), vogliamo il petrolio e, se necessario, la guerra per il petrolio.

 

L’organizzazione anticristica Greenpeace ha dato platealmente ragione a Trump. Esibendo in una piazza di Madrid la colossale, artificiale immagine del presidente che vomita petrolio sotto la scritta “No Oil no War”, ha collegato la guerra contro l’Iran all’energia. Fosse davvero così, sarebbe proprio legittima. Probabilmente per Sant’Agostino (“La necessità spinge alla guerra”) e per San Tommaso (“Un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui”), certamente per Francisco de Vitoria, il teologo spagnolo che identificò una “iusta causa” nella libertà dei commerci. Se non fai la guerra per tenere aperto lo stretto di Hormuz, per cosa? “Non vogliamo petrolio né guerre!”, gridano gli anticristici. E invece noi cristici, a cui Gesù ha insegnato la misericordia corporale, il dovere di nutrire, dissetare, riscaldare, curare le persone (attività che richiedono molta energia), vogliamo il petrolio e, se necessario, la guerra per il petrolio.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

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Crepet:“La felicità non è una vittoria. Nella vita vi sono vittorie disastrose e strepitose sconfitte. Le affermazioni, quelle vere, si riconoscono solo alla fine del viaggio. Meglio non avere fretta”

Paolo Crepet ribalta l’idea del successo e spiega perché certe sconfitte possono cambiare una vita più di molte vittorie…

Quando si vive conformandosi al volere degli altri, ricercando “un traguardo glorioso”, allora diventa più difficile ritrovare se stessi, ma anzi ci si perde, indossando una maschera che cela la nostra vera essenza.

“Nella vita vi sono vittorie disastrose e strepitose sconfitte”, attraverso tali significative parole il sociologo e psichiatra Paolo Crepet inizia la sua profonda disamina non tirandosi mai indietro ma anzi esprimendo il suo pensiero con grande forza e determinazione.
“È difficile immaginare quanto di infausto si possa celare nella ricerca ossessiva di un traguardo glorioso. Me ne accorsi, la prima volta, quando partecipai a un concorso universitario da associato. Ero persuaso che fosse la cosa giusta per me, tappa necessaria per una carriera che avrei iniziato proprio con quella competizione accademica. Credo che ci fosse, nella ricerca di affermazione, anche tanto di mio padre, che aveva dedicato tutta la sua esistenza all’insegnamento, con molta soddisfazione per sé e per l’ateneo di Padova. Era evidente che quel concorso rappresentasse per lui il prolungamento di una carriera che si avviava al tramonto.
Si aspettava che io principiassi da dove lui stava lasciando, era abbastanza esplicito nell’orgoglio che percepivo quando si interessava al mio concorso. Mi sembrava quasi un atto dovuto, una sorta di obbligo morale per me, anche se non mi ero interrogato sufficientemente sulle ricadute di quella scelta: avevo soltanto presentato le carte e atteso l’esito. Che fu assolutamente negativo. Una bocciatura senza appello”. Dunque, l’essere stato bocciato ad un concorso universitario e poi successivamente anche ad un altro concorso come direttore scientifico di un importante istituto di ricerca, in realtà si trasformarono in provvidenziali opportunità per riscattarsi.
Spesso, infatti, è proprio una sconfitta che ci permette di indirizzare il timone verso una rotta diversa, anche se ignota: “a volte una sconfitta fa comprendere l’errore di una prospettiva disegnata per compiacere altri o per imboccare direzioni già delineate, così come può essere uno stimolo a superare un limite caratteriale inesplorato. In entrambi i casi sono sbandamenti strepitosi, assolutamente benefici”.

Nella vita, infatti, occorre saper rialzarsi, così che ogni caduta possa trasformarsi in occasione per riemergere, riscoprendo se stessi, superando i propri limiti, comprendendo fino in fondo come spesso le strade preformate siano proprio quelle più inadatte.

Per riscattarsi, d’altronde, bisogna avere il coraggio di reinventarsi, di rischiare, scegliendo ciò che appare meno scontato, senza timore di sbagliare, consapevoli che una vittoria o una sconfitta paradossalmente comportano la medesima fatica.

“Non è affatto detto che le vittorie portino a gioie che vanno oltre il momento, né si può dare per scontato che un successo in più cambi definitivamente la vita. Felicità e successo possono essere effimeri, come una sconfitta. Le vittorie, specie quando sono precoci, possono tradire e ingannare, omettendo la sfida più complessa: scovare altre strade meno immediate per emergere in modo meno prevedibile. Il merito va meritato. Non ci può essere nessuna gloria in una sottomissione”, questo quanto dichiarato espressamente dallo psichiatra per concludere la sua profonda riflessione.

Occorre, pertanto, concedersi anche la possibilità di sbagliare, senza demoralizzarsi, senza abbattersi, riscoprendo la forza di chi nella vita ha lottato per ciò che desidera non desistendo ma anzi perseverando: non dimentichiamo, infatti, che “conseguire un risultato non può essere una pretesa, le vittorie prodotte da un arrogante accanimento non portano alla felicità, ma assomigliano a soglie friabili che la vita sfalda. I successi si nutrono dell’attesa che rassoda l’immaginario, altrimenti portano a illusioni dolorose. Le affermazioni, quelle vere, si riconoscono solo alla fine del viaggio, meglio non avere fretta”.

Valentina Troia__della redazione__ascuolaoggi.it

L’adolescenza del lavoro.

 

Una domenica ho assistito alla lenta scomparsa della schiuma di un cappuccino: sui Ray-Ban della donna seduta al tavolino accanto al mio continuavano a scorrere diapositive. Quando ha spento il pc, il liquido era completamente nudo nella tazza; le slide invece, finalmente inviate. Se il lavoro è in grado di prosciugare cappuccini al bar e abbattere i confini tra l’ultimo giorno della settimana e il primo, come può ridurci?

La parola chiave più contemporanea è senz’altro burnout, sebbene capiti spesso di utilizzarla per sottolineare tutto quello che non va nel nostro lavoro: una sorta di (lecito) j’accuse che rischia però di decentrarci rispetto alle nostre emozioni.

La psicologa Christina Maslach, pioniera degli studi sul burnout, aiuta a individuarlo: si tratta di un fenomeno occupazionale (riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2019) che conta tre dimensioni. Ci sono l’esaurimento emotivo, la perdita di entusiasmo e un forte senso di negatività che ci allontana da noi stessi e dagli altri. Secondo l’ultimo report di Gallup, l’Italia è il Paese europeo che registra il livello più basso (6%) in termini di coinvolgimento lavorativo; per compensare, i nostri livelli di stress sono tra i più alti del continente.

Prima della pandemia, le aziende liquidavano il burnout a un mero problema personale: e proprio per questo motivo, le persone tendevano a non farne parola con nessuno. Come scrivo in Gioventù bruciata, i ragazzi di oggi rifiutano il bunker emotivo: sui social memano come si sentono all’interno di un sistema precario dove il futuro è solo l’ennesimo trasloco delle loro speranze. La Generazione Z sta tentando di restituire al lavoro un’adolescenza che non ha avuto: vuole la pubertà dei processi, cambiamenti fisici e mentali, allontanarlo da come le aziende hanno sempre fatto. Oggi il 42% delle imprese ha politiche di welfare strutturate, ma il nostro Paese investe solo il 3,4% in salute mentale. C’è tra i ragazzi una disaffezione alla fiducia, che ormai è un concetto da rigenerare: non più un termine fisico, legato al posto fisso com’è stato per i genitori, ma una geolocalizzazione di valori utile a raggiungere o a scartare un’azienda. Sono, a tutti gli effetti, HR della loro vita personale.

Nel 2022 un ragazzo americano di nome Zaid Khan parlò per la prima volta di quiet quitting, un fenomeno che da allora è diventato molto diffuso tra la Gen Z: lavorare il minimo indispensabile, non per pigrizia, ma perché il coinvolgimento è pari a zero. Altro non è che una manifestazione del loro disagio, frainteso dai colleghi boomer e ben compreso dai millennial, che lo hanno conosciuto per primi: è ciò che li ha risvegliati dal mito del lavoro dei sogni. Eppure, restano la generazione più inghiottita dal burnout: il crollo delle aspettative è sfociato in un senso di iper-protezione nei confronti dei loro bambini genitorialmente modificati, altamente performativi, stanchi di fare i compiti alle dieci di sera dopo il corso di arabo. Serve svezzarli fin da piccoli al mercato del lavoro: nel saggio, li chiamo figli del burnout. Gioventù bruciata è una lunga conversazione con ragazze e ragazzi che hanno preferito il benessere mentale alla sicurezza economica e con altri fermi davanti alla non esperienza ma con esperienza degli annunci di lavoro. Ragazzi per cui oggi la laurea è superflua e ragazze che hanno abbandonato note società di consulenza per rilanciare l’artigianato come lavoro e come cura. Ragazze STEM, in particolare del mondo della ricerca, dove il gender gap resta una costante sia in termini di retribuzione sia nei livelli di ansia, stress e depressione legati al lavoro. Startupper che stanno trattenendo i loro coetanei al Sud e che vogliono rivoluzionarlo, ma che al tempo stesso lottano contro la solitudine.

L’adolescenza del lavoro messa in atto dalla Gen Z è quindi un distanziamento, una presa di coraggio, un qui e ora da ricostruire a partire dalle macerie del futuro.
Giorgia Giuliano è in libreria con «Gioventù bruciata»

 

    Illustrazione di Salvatore Liberti   

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L’altra faccia della luna

 

 

Ora che abbiamo scoperto per la prima volta nella storia dell’umanità l’altra faccia della luna, siamo contenti, abbiamo accresciuto le nostre conoscenze o addirittura scoperto la verità nascosta delle cose? L’impresa spaziale Artemis II è stata una boccata d’ossigeno nei giorni dell’odio, della guerra e di folli annunci di annientare civiltà millenarie come quella persiana. Guardare altrove, vedere altri mondi e altri modi di conquistare e riprendere un discorso interrotto più di mezzo secolo fa, quando eravamo convinti che a fine millennio o nei nostri giorni avremmo abitato la Luna e Marte e trasferito colonie di terrestri nello spazio. Il futuro invece restò solo un desiderio del passato, tornammo coi piedi per terra. La tecnologia fece passi da gigante ma nel piccolo: non conquistammo luoghi remoti dalla terra ma scoprimmo i prodigi del Pc e degli smartphone, e i prodigi inquietanti dell’Intelligenza Artificiale. Non conquistammo il lontano ma rivoluzionammo il vicino.
Perciò ci ha colpito questa ripresa delle avventure nello spazio, proprio laddove fu interrotta, tanti anni fa: dalla luna, la più vicina meta per le nostre gite nello spazio. Che si dice sia nata in un parto cosmico gemellare con la Terra, in seguito a un trauma prodotto dall’urto con un misterioso corpo celeste, Theia. Ma la madre morì nel parto e restarono come orfani sperduti nello spazio un pianeta che poi ebbe vita e un più piccolo astro grigio ma lucente per via del sole, il padre che da lontano lo illumina.
L’impressione che oggi ci coglie è inversa rispetto a quella della fine degli anni sessanta: allora vedendo i primi cosmonauti sulla luna pensavamo di popolare l’astro argenteo e renderlo quasi simile alla terra. Oggi il primo pensiero che ci sovviene vedendo la Luna nel suo lato oscuro, è che la Terra rischia di tornare spettrale e disabitata di vita come lei. Difatti, sono circolate in tutto il mondo le immagini della Terra vista dalle spalle dell’astro, che tramonta come una luna, piccola e nuda, svestita di ogni traccia di civiltà e di vita. Quasi un presagio.
La luna, dicono i precisini, si allontana di quasi 4 centimetri l’anno, ci vogliono miliardi d’anni per parlare di abbandono. I quattro esploratori sulla navicella Orion hanno solo ripreso confidenza con lo spazio e con la prima significativa oasi, senza toccare il suolo lunare. Non c’è paragone tra le speranze e i sogni che accesero i mitici precursori discesi sulla luna che passeggiarono, piantarono bandierine, in un clima sospeso tra realtà e fantasia, tra mito, magia e scienza, mistero e rivelazione. Fu un momento di fiducia dell’umanità in sé stessa e nel futuro; anzi, fu l’ultimo momento di fiducia alimentato dalla scienza che accomunò le genti, soprattutto in Occidente. Poi cominciò la discesa, il disincanto, la crisi energetica e di tutto il resto, gli stop alle imprese spaziali, la denatalità e ancora guerre e poi guerre.
Ma resta della loro impresa un flebile risveglio di tutti i pensieri sulla luna che abbiamo accumulato nella poesia, nella letteratura e nella filosofia. Scorrono come in un rapido trailer del cammino umano, le primitive invocazioni alla luna, i primi accenni lunari nei miti, nelle religioni e nelle tradizioni; le civiltà che la raccontarono come una figura materna accanto al Padre Sole; poi la madre si scoprì figlia, ancella, o più modestamente riflesso del sole. Poi venne la luna dei romantici, di Leopardi e di Beethoven, la luna delle canzoni languide o l’astro oltraggiato da Marinetti. Vennero persino i negazionisti della luna, Ennio Flaiano, Antonio Delfini e Gaio Fratini per i quali la luna non esiste, è solo un fuoco fatuo, un gioco di riflessi, un abbaglio, uno specchio per le allodole… E vennero gli apocalittici che tentarono l’estrema difesa della luna, come Guido Ceronetti, rispetto alla profanazione degli astronauti. O le preoccupate considerazioni dei filosofi Martin Heidegger e Gunther Anders, a proposito di quel dominio della tecnica che stava esautorando l’uomo e il suo pensiero proprio mentre dava l’impressione di potenziarlo e di dotarlo di più formidabili mezzi. Heidegger seguì terrorizzato lo sbarco sulla luna, Anders notò che con la conquista della luna la terra diventò piccola, provinciale, relativa. I più languidi si dissociarono dal trionfalismo che accompagnò la discesa sulla luna di Armstrong e di Aldrin, e preferirono l’incanto poetico del terzo astronauta, Collins, che mentre i suoi colleghi passeggiavano sulla luna, restò a bordo a tenere il filo con la terra e la navicella. Amarono in lui, come Gozzano, la luna che non colse, pur essendo lì, a due passi.
Di recente sono emersi dall’epoca delle imprese lunari alcuni appunti di un pensatore lunatico in disparte, Andrea Emo, raccolti da Massimo Donà a Raffaella Toffolo col titolo Paesaggi dell’anima (ed. Scibboleth). Emo definisce la luna astro defunto, presenza spettrale che emana la luce della morte, memoria inargentata del sole. La luna per lui è una purissima morte nei cieli. In realtà ognuno proietta nella luna quel che è nella sua mente. Come nell’Orlando furioso il senno dell’uomo è finito sulla luna. Riusciranno gli astronauti futuri nell’impresa del paladino Astolfo e di San Giovanni Evangelista, di recuperare il senno umano perduto sulla luna? Almeno il senno di Trump…

Marcello Veneziani

La techno come liberazione..

Se c’è qualcosa da cui questo genere ti può liberare è sicuramente la capacità di pensiero. Dopo due o tre concerti il popolo sovrano potrebbe essere talmente rintronato da pensare che il programma della sinistra non sia del tutto contraddittorio.
La sinistra ha scoperto la techno, con più di quarant’anni di ritardo rispetto agli esordi nella città delle catene di montaggio, Detroit. Per chi non lo sapesse, è musica meccanica, industriale, prodotta da congegni, senza poesia, senza parole, senza calore: disumana. Proprio questa musica tanto artificiale e alienante viene descritta così: “Intergenerazionale, libera, antidiscriminatoria”. Sono gli insensati aggettivi usati dall’organizzatore del concerto genovese di Charlotte de Witte, quello voluto da Silvia Salis. E adesso arriva il concerto parmigiano di Sama’ Abdulhadi, dj palestinese assoldata per la piazza del 25 Aprile: in quanto palestinese e in quanto 25 Aprile, chiaro. Dunque sempre con l’idea della techno come liberazione. Liberazione dal pensiero, sicuramente. Perché caratteristica di questa musica, inconcepibile a basso volume, è assordare e affaticare a livello neurologico. Dopo due o tre concerti techno il popolo sovrano potrebbe essere talmente rintronato da pensare che il programma della sinistra (in estremissima sintesi: più Stato, più Sodoma, più Allah) non sia, almeno negli ultimi due elementi, del tutto contraddittorio. Per un voto consapevole, toglietegli la corrente.

Camillo Langone__da__IL FOGLIO

 

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E ora mani libere in mare aperto.

 

 

Sono davvero rari i momenti in cui ti senti fiero di essere italiano e in sintonia con le istituzioni, la politica, i leader. Quello di martedì sera è stato uno di quei rari momenti. Ho condiviso la sobrietà e la determinazione con cui Sergio Mattarella ha difeso Papa Leone XIV e ha criticato senza citarlo Donald Trump. Ho condiviso la fermezza, dopo lunga esitazione, con cui Giorgia Meloni ha definito inaccettabile l’attacco di Trump al Pontefice romano e americano e ha sospeso l’accordo sulla cooperazione militare con Israele. E ho apprezzato l’intervento schietto e diretto di Elly Schlein in difesa dell’Italia e del suo governo, facendo valere sulle divisioni politica la comune appartenenza italiana; ha mostrato un senso delle istituzioni e della cittadinanza nazionale che non avevo finora sospettato. È stato bello, quasi toccante quel comune senso dell’Italia e per un momento non ho voluto pensare né al prima né al dopo, ovvero non ho voluto pensare ai comportamenti e alle dichiarazioni precedenti e alle successive posizioni che inevitabilmente scaturiranno nel travaglio politico. Intanto fa piacere vedere un paese unito quando viene attaccato, solidale nel rispetto verso il Papa, ma pronto a difendere la dignità italiana dall’oltraggio di un Prepotente Planetario, privo ormai di lucidità, che crede di essere padrone al centro dell’universo. Sul piano del consenso, credo che questa posizione gioverà alla Meloni ma anche alla Schlein e allo stesso Mattarella.

Ma dopo questo momento felice di concordia nazionale, resta la domanda: e ora che facciamo, quale sarà la linea del nostro governo, visto che siamo ormai in mare aperto? Qui precipitiamo nuovamente nello sconforto, in balia dei prepotenti e degli impotenti, tra l’America in mano a Trump, il Medio Oriente in mano a Netanyahu e l’Europa incapace di essere qualunque cosa. E la caduta di Orban che era l’unica voce veramente dissonante in Europa non è confortante, anche se il governo che gli succede si annuncia come una versione euro-compatibile ed eco-compostabile del governo precedente. Al di là del caso ungherese, dopo la frattura con Trump, ci sentiamo bloccati nello stretto di Ormuz e in quello di Gibilterra, schiacciati a ovest e a sud. Non si tratta di isolamento perché a ben vedere chi sta incamminandosi sulla via dell’isolamento internazionale è proprio Trump; e non si tratta del rispettabile isolazionismo della vecchia linea repubblicana che lo stesso Trump aveva preannunciato, ma di un ringhioso isolazionismo da Impero Autocratico contro il resto del mondo e almeno la metà del proprio mondo. Per l’Italia non resta nell’attesa di nuovi scenari che attivare il più possibile rapporti bilaterali, sia in Europa che fuori d’Europa, cercando – strada facendo – di costruire filiere e partnership su cui poter ritrovare promettenti comunanze. E allargandosi, come già stiamo facendo, almeno così sembra, all’Africa, al Medio Oriente, all’Asia e all’America latina. A questo punto non è più questione di destre e sinistre, di governi conservatori, liberali, popolari o progressisti. Trump è riuscito a far saltare anche questa linea di demarcazione bipolare, ha bruciato la prospettiva di un’Internazionale sovranista e nazional-populista e bisogna trarne le conseguenze. È piuttosto questione di geopolitica, di strategie fondate su comuni interessi, reciproci vantaggi e comuni valutazioni. Occorre liberarsi del fraseggio ideologico, che da quando è diventato un alibi comiziale, una messinscena pop per figurare sostanze e distanze che non ci sono, frulla a vuoto, non dice più nulla e non incide sulla realtà delle cose.

In questo contesto, sarebbe utile riprendere anche l’ipotesi di riattivare almeno sul piano commerciale i ponti con Mosca, nel reciproco interesse, indipendentemente dall’esito in Ucraina. Ha ragione Descalzi, ma si dovrebbe andare anche oltre la prospettiva del gas russo, valutando una più ampia linea geopolitica una volta che si riuscirà a superare il vulnus dell’Ucraina. Abbiamo le mani libere in una situazione così fluttuante in cui l’America ci attacca e l’Europa non ci difende da nulla, ma ci opprime con le sue rigide normative e le sue censure. Ultima, miserabile performance europea quella di tagliare i fondi alla Biennale di Venezia: quando la Biennale veicola messaggi antieuropei l’UE non ha nulla da eccepire, ma quando ribadisce che l’arte – come lo sport – è una zona franca rispetto ai conflitti, allora viene colpita con misure punitive. Terzomondisti inclusivi e arcobaleno ma poi guerrafondai con la Russia e guai a chi non si adegua, come avviene nei regimi autoritari. E avvilisce l’allineamento del governo Meloni a questo diktat assurdo e arcigno contro una gloriosa istituzione italiana e universale come la Biennale.

Ma torniamo alla situazione generale. In questo contesto, senza neanche bisogno di richiamare l’autarchia o il nazionalismo, siamo obbligati a prendere decisioni ben al di là degli Usa e della Ue. E se l’Europa non ha avuto il coraggio di balbettare nulla a Israele e a Trump, a noi tocca lanciare segnali, come ha fatto finalmente la Meloni, dopo aver taciuto su Gaza, sull’Europa e sugli strappi precedenti di Trump e la sequela di abusi e follie.

Sono convinto che alla fine una linea decisa e coerente, nel quadro psicolabile e incoerente in cui siamo, ci premierebbe e ci ritaglierebbe un ruolo di rilievo, trovando alleati e compagni di strada. Sarebbe anche il caso di ripensare questa folle corsa al riarmo che non ci renderà mai competitivi sul piano militare con le grandi potenze ma ci rende sicuramente più fragili sul piano economico-sociale con una distrazione di soldi pubblici per le armi così rilevante e disastrosa.

Insomma, smarcandosi da Trump e ponendosi con maggiore autonomia rispetto all’Unione Europea, è il momento di ricominciare daccapo, di promuovere una linea strategica coerente e di essere trainanti anziché al rimorchio. E penso che su questa linea non solo Mattarella e Schlein ma anche Renzi e Conte farebbero fatica a dissociarsi e attaccare. Nei suoi momenti migliori l’Italia ha avuto una vocazione universale, prima di essere uno stato o una nazione, è una civiltà. Se lo capissimo davvero…

Marcello Veneziani