Protesta contro il Green Pass

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Quello che scende in piazza è un popolo che protesta e se protesta è perché ci sono delle leggi ingiuste. Le piazze che protestano non sono MAI fasciste, le piazze fasciste sono quelle ordinate e adoranti. La sostanza politica della giornata di sabato, il vero fatto nuovo, è che esiste un popolo di resistenti determinato a far valere i propri diritti. A Roma è andata in scena la dimostrazione che nessuna organizzazione ha in mano il movimento di protesta contro il Green Pass, la coscrizione vaccinale/digitale universale, il terrore mediatico, il boicottaggio delle cure domiciliari precoci, i lockdown per tenere bassa l’inflazione e agevolare le esportazioni, il ricatto sul mondo del lavoro, della scuola, della sanità e il resto di decisioni politico-economiche, con pretesto sanitario, che il governo italiano prende da 17 mesi su mandato internazionale e multinazionale.
Questo scollamento tra le giuste esigenze del nostro popolo e l’organizzazione della piazza si è dimostrato con chiarezza nel momento in cui i soliti professionisti del doppio gioco hanno annunciato il corteo verso la sede della Cgil anziché puntare direttamente sui Palazzi: la gente in lotta per i diritti voleva raggiungerli al solo scopo di esprimere in faccia al Potere i sentimenti del nostro dissenso e della nostra determinazione, non per prestare il fianco alla taccia di violenti e alla conseguente repressione.
Questi sentimenti, per Rivoluzione Allegra, sono sacri e rappresentano il motivo stesso della sua esistenza. Pertanto ci dissociamo da ogni tentativo di strumentalizzazione della protesta, indipendentemente dal colore politico, mentre rinnoviamo al nostro popolo la promessa di essere sempre dalla sua parte, senza secondi fini elettoralistici o da battaglia sotto falsa bandiera.
Le molte persone che hanno deciso di prendere parte al raduno di ieri e che nulla c’entrano con i soliti noti e con le loro strategie sorpassate, meritano rispetto e comprensione pure se si sapeva come sarebbe, almeno in parte, andata a finire: così riconosce anche qualche osservatore del mainstream, per esempio quando troviamo scritto che «accanto a queste abituali presenze, è comparso qualcosa di diverso. In strada, pronte a fronteggiare i celerini in tenuta antisommossa, c’erano persone a viso scoperto, uomini e donne non più giovani che gridavano esasperati, immobili e quasi indifferenti al getto degli idranti. A sostegno, o a rimorchio, di chi potrebbe fomentare e strumentalizzare i disordini c’è una parte di popolazione — minoritaria, ma capace di cambiare volto ai raduni — decisa a non arrendersi alle decisioni del governo. Persone che hanno poco o niente a che fare con le frange violente conosciute, ma che evidentemente sono pronte alla sfida. Anche se può degenerare.» (Giovanni Bianconi, Corriere della sera)
Questo è il nostro popolo, questa è la nostra lotta di liberazione. Ci prepariamo pertanto al 15 ottobre con l’obiettivo, al di là dello sciopero quale modalità per riappropriarci dello strumento sindacale, al momento in mano a sigle screditate, di piegare il sistema al riconoscimento dei diritti di una sostanziosa minoranza. Siamo infatti più di 8 milioni di “renitenti alla leva”, senza contare i simpatizzanti, i fiancheggiatori, i “convertiti a forza”: siamo un popolo che ha già fatto la sua scelta, libera e consapevole, e che ha già fatto fallire l’obiettivo del Green Pass, quello di assimilarci tutti. Noi siamo un popolo così determinato da rappresentare una nazione nella nazione, non solo numericamente parlando, ma anche in termini di autonomia, sotto tutti i punti di vista: basta essere risoluti sulle nostre decisioni per diventare una diga insormontabile e cominciare a costruire un’alternativa al sistema.
Pertanto mobilitiamoci e continuiamo a scendere in piazza per protestare la nostra più completa refrattarietà al regime che ci stanno apparecchiando intorno: il 15 ottobre diventerà per noi la data dell’inizio della riscossa, per loro della fine.
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