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Creato da paoloalbert il 20/12/2009

CHIMICA sperimentale

Esperienze in home-lab: considerazioni di chimica sperimentale e altro

 

 

Laboratori quasi siberiani

Post n°162 pubblicato il 08 Febbraio 2012 da paoloalbert

Oggi un grado sottozero nel mio lab, e un paio di notti fa meno quattordici fuori, là dove c'è il noce.
E chi ci pensa a fare sintesi in queste condizioni? Tiremm innanz... e il sole arriverà!

Solo mi arrabbio quando penso alla fatica che mi costa d'estate apparecchiare tutto quell'ambaradan di ciotoline col ghiaccio (che per quanto sia è sempre poco ed è subito fuso) per raffreddare qualche reazioncina da farsi rigorosamente "in ice bath"!

Dannate reazioni da condursi al freddo: vengono in mente sempre d'estate!
Sai come verrebbe bene l'acido antranilico in questi giorni?

Bah, è vero che non siamo mai contenti...

Nell'attesa delle primule godiamoci un insolito inno nazionale, che ci sta a fagiolo con questo clima: quello della Karelia.

 

 
 
 

Noci, nocini e polifenoli

Post n°161 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da paoloalbert

Visto il mio vecchio noce commentato in atmosfera invernale, l'amico Marco mi invita, credo scherzosamente, a meditare sull'estrazione dello juglone dai malli delle noci.
Non è per niente una cattiva idea... ma ho già fatto questo lavoretto!

L'ho fatto in maniera poco chimica in verità, tant'è che il recipiente ultimo di reazione non è un pallone o una beuta ma una affusolata bottiglietta dove il prodotto, o meglio quello che ne resta, si trova più a suo agio.
Ecco qui sotto, fra i rami di un nocello giovane e ora spoglio che a suo tempo mi ha fornito i frutti, la sperimentale estrazione che ho fatto l'altr'anno.

nocino

Ne era venuto un nocino da fine del mondo, messo in cantiere come si deve proprio il giorno di San Giovanni, perchè non si dica poi che non si è fatto tutto in regola.
Per un chimico le prove organolettiche sono ancor più di soddisfazione rispetto a un comune mortale; per esempio vengono assurdi pensieri come: 

-guarda che bel colore ambrato sempre più scuro che conferisce questo juglone (che è un naftochinone) al nocino che invecchia! 

-anche la catechina (un flavanolo) contribuisce all'aspetto, ma quanto? 

-che sia sovrastante il suo colore o il suo gusto astringente? 

-non par di sentire, all'assaggio attento, quella "legatura" tannica dell'acido gallico?

-ma che gusto questa deliziosa mix di polifenoli!

... e così via ragionando... discorsi da fuori di testa dirà qualcuno al quale la chimica sta leggermente indigesta.

Tornando in ambito chimico, ho visto girovagando in rete un bel lavoro sloveno proprio sull'estrazione dei polifenoli dallo Juglans regia, ovvero dal nostrano pregiato noce bianco. 
Il contenuto in juglone è abbastanza elevato (una quindicina di mg per grammo di noce verde), ma la separazione del medesimo da tutto l'estratto (il quale si può fare comodamente con i primi due alcoli), non è certo facilmente fattibile, o almeno non lo è con i miei mezzi.

L'estratto di noce verde, che in definitiva non è altro che un "nocino" non zuccherato e non aromatizzato, contiene una bella serie di polifenoli (in genere sotto forma di glicosidi), tutte sostanze fortemente antiossidanti.
Eccoli qui:
juglone
Juglone (relativamente tossico, 5-idrossinaftochinone 15 mg/g)

catechina
Catechina (colorante, astringente, 0,15 mg/g)

acido gallico
Acido gallico (3,4,5-triidrossibenzoico, astringente, 0,7 mg/g)

acido clorogenico
Acido clorogenico (un estere dell'acido 3,4-diidrossicinnamico, 0,05 mg/g)

acido protocatechico
Acido protocatechico (3,4-diidrossibenzoico, 1 mg/g)

Quando bevete un vero nocino modenese, siete avvertiti voi allergici alla chimica!

 
 
 

Tempo di non sintesi...

Post n°160 pubblicato il 29 Gennaio 2012 da paoloalbert

Vecchio noce


A due passi dal mio lab c'è questo vecchio noce; d'estate è immerso in un tripudio di verde che lo mimetizza nel suo e nell'altrui colore.

L'inverno è invece la sua stagione: ecco come si pavoneggia, re nella natura dormiente.

Sono tempi adatti alla meditazione, magari sulle future sintesi che attendono la calda stagione.


 
 
 

Aspirina e DDT: cos'hanno in comune?

Post n°159 pubblicato il 21 Gennaio 2012 da paoloalbert

Sembra una di quelle frasi al limite del paradosso, come quando si dice per ridere: -sai la differenza tra...?

Una risposta scontata potrebbe essere che le due molecole non hanno niente in comune, una essendo una farmaco e l'altra un veleno.
Come si può intuire, questa risposta è troppo semplicistica perchè c'è un denominatore comune fra di esse: sono entrambe fra quelle sostanze (tante ormai!) che hanno letteralmente cambiato il mondo.

Delle "molecole che hanno cambiato il mondo" si parla nel tredicesimo Carnevale della chimica, di cui il portale di divulgazione scientifica Gravità Zero raccoglie questo mese i lavori dei vari partecipanti alla prima edizione del 2012, continuando così questa bella iniziativa nonostante l'anno internazionale della chimica sia concluso.

Da parte mia, visto il carattere volutamente ed espressamente sperimentale di questo blog, qualche tempo fa avevo trattato due di queste molecole (quelle del titolo) in termini pratici, ovvero della loro sintesi in laboratorio.

L'aspirina® e il DDT


Come si può ben capire, riguardo queste due sostanze il web è pieno di notizie di ogni tipo e quindi non ne parlerò qui, rimandando senz'altro alla dovizia di altre e migliori trattazioni.

Per coloro che invece volessero provare a "sporcarsi le mani" e dare un'occhiata a come si possano proprio "fare" questi due composti, così diversi l'uno dall'altro, propongo una alternativa: possono venire con me in laboratorio.

Non sarà un sofisticato e pretenzioso laboratorio di ricerca, ma un semplice e modesto lab personale che si rifà, ogni volta con gioia e divertimento, a metodi e apparecchiature ormai quasi dimenticati e dimenticate.

La visita virtuale si fa con un paio di link interni al mio blog: questo per il Dicloro-Difenil-Tricloroetano e quest'altro per l'acido acetilsalicilico.

(Per ritornare poi a questa pagina cliccare sull'immagine o sul nome del blog, in alto)

 
 
 

Il saggio di Tollens

Post n°158 pubblicato il 16 Gennaio 2012 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

L'isopropilbenzaldeide, preparata, o meglio estratta, l'altra volta si presta perfettamente per un semplice e importante saggio della chimica organica analitica classica.

Il saggio in oggetto è merito di questo simpatico vecchietto dell'immagine a fianco, bellissima figura dello scienziato d'altri tempi: si tratta di Bernhard Tollens.

Di lui dirò solo che anch'egli fa parte di quella prolifica famiglia di chimici tedeschi dell'ottocento che costituiscono lo "zoccolo duro" della chimica di quel periodo e di conseguenza di quella poi a venire.
Dopo la laurea studò chimica presso il laboratorio di Wohler, dove pure lavoravano Rudolf Fittig e Friedrich Beilstein (il padre del famoso Handbuch der Organischer Chemie, più tardi divenuto il colossale Beilstein database, che raccoglie i dati praticamente di tutte le sostanze organiche conosciute).
Tollens fu anche collega di persone del calibro di Erlenmeyer (l'inventore della beuta!) e di Wurtz a Parigi; tornato negli anni '70 a Gottinga condusse importanti studi sugli zuccheri ed è proprio in questo periodo che mise a punto quel famoso reagente tutt'ora usato per la ricerca delle aldeidi.

Il reattivo di Tollens si prepara in questo modo (le quantità non sono critiche):

- aggiungere a 2 ml di una soluzione 0,1 M di AgNO3 1 ml di NaOH 1 M; si formerà un precipitato bruno di Ag2O.

- aggiungere ora goccia a goccia ammoniaca a media concentrazione, agitando ogni volta, finchè tutto il precipitato si scioglie perfettamente e la soluzione diventa limpida.
Non eccedere con l'ammoniaca.
La soluzione del complesso di argento che si ottiene é un debole ossidante.

Ag2O + 2NH3 + H2O ——> [Ag(NH3)2]+ + 2 OH-

Reattivo di Tollens


La procedura

Aggiungere ad alcune gocce di campione circa 1 ml di reattivo. Agitare e riscaldare delicatamente.
In presenza di aldeide, questa si ossida ad acido e riduce l'[Ag(NH3)2]+ ad argento metallico che si deposita in parte sulle pareti della provetta formando un caratteristico specchio argentato secondo la reazione:

R-CHO + 2 [Ag(NH3)2]+ + 2 OH- —--> R-COOH + 2 Ag + 4 NH3 + H2O

Ho eseguito la prova del saggio di Tollens sulla cuminaldeide usando un paio di ml di reattivo e una goccia di campione estratto.
Riscaldando leggermente si forma un precipitato bruno di Ag metallico, che con riscaldamento ulteriore si trasforma in uno specchio, irregolare ma assolutamente inconfondibile.

specchio di Tollens 1   specchio di Tollens 2

 

 

 

 

 

 

Basta pochissima aldeide per far avvenire la reazione; ho provato con una frazione di goccia e    l'annerimento è ancora visibilissimo.

E' noto che il reattivo di Tollens va preparato al momento e non si può conservare perchè tende a formare, soprattutto in eccesso di ammoniaca e dopo reazioni intermedie, nitruro d'argento Ag3N.
Questo costituisce il famoso argento fulminante di Berthollet, sostanza esplosiva estremamente sensibile all'urto (da non confondere con un'altra sostanza dalle medesime caratteristiche ma di formula totalmente diversa, il fulminato d'argento Ag-O-N=C).

 
 
 

Estrazione della cuminaldeide

Post n°157 pubblicato il 10 Gennaio 2012 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Avendo qualche ora a disposizione, ho provato l'estrazione della 4-isopropilbenzaldeide dai semi del cumino.

Il cumino è una pianticella erbacea di origine orientale della famiglia delle ombrellifere (come l'anice, il finocchio, il prezzemolo, ecc.) con dei piccoli semi oblunghi simili a quelli delle altre piante della famiglia.
Solo due parole sull'uso di questa pianta: nella cucina indiana è uno degli ingredienti fondamentali del curry, mentre nella nostra gastronomia viene riservata perlopiù a preparazioni di "polveri" per insaporire le carni.

Il principio aromatico del cumino è un'aldeide aromatica (in senso chimico!), precisamente la 4-isopropilbenzaldeide, detta più comunemente cuminaldeide, ed è appunto la protagonista dell'esperienza di oggi.

Cuminaldeide


Procurarsi un po' di semi di cumino non è difficile, basta una bella drogheria come quelle di una volta (come nel mio caso) oppure un negozio di spezie decentemente fornito.
Ne ho comprati 50 g, 35 destinati ad essere sacrificati sull'altare della... scienza (!), e 15 tenuti per migliori fini aromatizzanti e mangerecci.

Ecco come ho proceduto per strappare a gran fatica quel poco di molecola odorosa che i piccoli semini cercavano di trattenersi con tutte le loro forze.

Cumino macinato- macinare i semi di cumino in un mortaio; sono resistenti, ma insistere quanto basta fino a renderli una farina discretamente sottile. Questa operazione permette anche di pregustare ampiamente il buon profumo della cuminaldeide che andremo ad estrarre.

Distillazione- mettere i semi macinati assieme a 400 ml d'acqua in un pallone da 500 ml e predisporre per la distillazione con refrigerante Liebig e relativi accessori.
Portare a ebollizione, badando che non ci sia schiumeggiamento che risale il collo del pallone; la separazione dell'aldeide avviene per distillazione in corrente di vapore, che può essere condotta anche in questo modo più semplice senza ricorrere al secondo pallone come generatore di vapore.

Nel nostro caso il vapore che si genera durante l'ebollizione è sufficiente a trascinare il prodotto in seno all'acqua che distilla (che infatti apparirà leggermente lattescente).

- continuare la distillazione fino a raccogliere circa 300 ml di liquido, rabboccando ogni tanto dal foro del termometro per tenere il livello dell'acqua nel pallone abbastanza costante.

Separazione- porre il liquido distillato in un imbuto separatore ed estrarre con almeno 5/6 porzioni da 10 ml ciascuna di cloruro di metilene CH2Cl2, sbattendo bene e lasciando lentamente decantare.
Riunire tutte le porzioni del solvente in una beuta e anidrificare con l'opportuna quantità di CaCl2 o Na2SO4.
Separare dai sali ed evaporare tutto il solvente riscaldando il liquido a bagnomaria in una capsulina.
Rimane alla fine un residuo di cuminaldeide (p.e. 235°) sotto forma di un liquido oleoso limpido con lieve tonalità giallina, dal forte odore particolare, che richiama il cumene, del quale avevo già parlato.

Il profumo non è proprio descrivibile, se non dire che è delicato ma molto speziato; insomma, sa proprio di... cumino!
Purtroppo la resa è stata scandalosamente modesta, come si può vedere nel fondo della provettina, ma in ordine con l'esiguo contenuto di isopropilbenzaldeide del materiale di partenza.

Cuminaldeide

Naturalmente il cumino contiene come al solito molte altre sostanze aromatiche oltre alla cuminaldeide, ma per la grande preponderanza che ha quest'ultima e per la procedura di estrazione, per i nostri scopi possiamo ritenere l'estratto come sufficientemente puro.
Se la resa fosse stata un po' più elevata avrei provato a caratterizzare trasformandola nel semicarbazone per trattamento con semicarbazide cloridrato.

Data la situazione è un'operazione che non farò; mi accontento di aver visto quest'aldeide e averne sentito il profumo.

 
 
 

Intervallo

Post n°156 pubblicato il 02 Gennaio 2012 da paoloalbert

Anche questo è uno dei periodici intervallini.
Ma non è come il solito, neutro, carino, rilassante...
Constatato (non ci vuol tanto...) l'evolversi della situazione comune media (e io faccio parte integralmente di questa "media"), non ho dubbi nel brano e nelle immagini da scegliere.


 
 
 

Chimica e letteratura gotica

Post n°155 pubblicato il 28 Dicembre 2011 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Uno dei libri della mia piccola biblioteca ai quali sono più affezionato (sono affezionato a tanti, in realtà!) è questo che si vede qui sotto in fotografia:

Giallo mondadori 1946


è l'edizione originale del 1946 dei Gialli Mondadori del capolavoro di Stevenson, "Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde", uno dei racconti più noti, e forse non letto come meriterebbe.
Questa bella edizione ha anche il pregio di essere tradotta (da Ida Lori) in maniera elegante e assai più aderente allo spirito vittoriano di tante altre moderne e artefatte traduzioni.

Anch'esso ha contribuito a quell'imprinting che ha mi inoculato fin da giovane il virus chimico nel DNA.

Il racconto è uno dei più grandi e importanti classici della letteratura gotica, e si sviluppa tutto sulla eterna conflittualità tra la due dimensioni insite indissolubilmente nella natura umana in un equilibrio instabile, ovvero la coesistenza del Bene col Male, o viceversa.
Questo dualismo Bene-Male è comune in tanti stupendi classici di questo tipo di letteratura ottocentesca tipicamente anglosassone, da Poe (I racconti del mistero e del terrore), a Shelley (Frankenstein), a Wilde (Il ritratto di Dorian Gray), a Doyle (alcuni racconti di Sherlock Holmes), ecc...

Lo sdoppiamento della personalità è descritta in modo magistrale da Stevenson, con tutti gli ingredienti per rendere il racconto estremamente avvincente, inserito profondamente all'interno di quella ben definita società vittoriana già di per sè avvincente, almeno per chi scrive, per la sua abissale differenza tra di essa e la nostra mediterranea imprevedibilità.

Ho letto questo romanzo non so quante volte, e ogni volta, soprattutto da giovane, affascinato oltre che dal momento letterario, anche dalla parte "pratica" degli esperimenti del dottor Jekyll, alle prese con miscelazioni di sostanze finalizzate alla produzione di quell'elisir capace non solo di sdoppiare la personalità dell'individuo, ma di farlo addirittura producendo materialmente due individui completamente e fisicamente diversi.

Mettendo i due personaggi in provetta (anche Stevenson mi perdonerà...), potremmo scrivere la reazione:

Jekyll <---> Hyde con la doppia freccia dell'equilibrio (un equilibrio molto precario!).

Con sacrilega noncuranza potremmo perfino calcolarne la costante di equilibrio:

K = [Hy]/[Jk]

come se non sapessimo che tale costante riguarda non solo la coppia letteraria Jk/Hy, ma tutti noi...

L'analisi del laboratorio chimico del Dottor Jekyll mi sembra interessante, anche se purtroppo (e per forza!) Stevenson non può scendere in particolari.
Sentite questa nel testo originale:

-...a blood-red liquor, which was highly pungent to the sense of smell and seemed to me to contain phosphorus and some volatile ether...-

Per speculazione mentale che faccio per ridere (è lecito, no?) mi chiedo come chimico sperimentale: quale immaginaria sintesi organica avrà mai realizzato Jekyll?

E' significativo che Stevenson ci metta un solo elemento certo, il fosforo, elemento che racchiude in se il Bene e il Male, la vita e la morte.
E alla fine scopriamo che la terribile pozione non era più efficace per "tornare indietro", da Hyde a Jekyll, dal Male al Bene, non a causa della scarsa purezza dei reagenti, ma proprio per la "mancanza" di certe impurezze, impossibili per loro natura da determinare...
Quali saranno stati quei reagenti? Quali quelle misteriose impurezze...?

Naturalmente la risposta a queste domande è più che scontata... ma si sa, la fantasia, ancor più se evocata e stimolata da un buon libro, non ha limite.

In un altro piccolo particolare Stevenson è chimicamente preciso: quando fa suicidare in un momento drammatico il disperato Jekyll, ormai irreversibilmente prigioniero nel corpo e nell'anima di Hyde:

-...the crushed phial in the hand and the strong smell of kernels that hung upon the air...-

Senza nominarlo esplicitamente, mette in mano all'infelice protagonista il veleno più gotico che ci sia quale giudice supremo del suo destino: l'acido prussico.

Innumerevoli sono i racconti gialli e noir nei quali si avvelenano i personaggi con l'HCN... (mi viene in mente un altro vecchissimo giallo, "Un uomo qualunque"); in questi casi, ma vogliamo scherzare! il veleno DEVE essere "acido prussico", non chiamiamolo acido cianidrico per favore!

Come dicevo all'inizio, importante fu anche questo libro riguardo la mia passione per la chimica sperimentale (non l'ho letto nel 1946, sia ben chiaro...), e concludo con una prosaica riflessione sulla natura umana così assolutamente misteriosa nei suoi sviluppi: ci sono milioni di persone che hanno letto questo libro e che non sono state colpite dal virus chimico... e così altrettante considerazioni le possiamo fare su altre infinite cose.

A lungo termine, tutto è così imprevedibile!

 
 
 

Natale duemilaundici

Post n°154 pubblicato il 25 Dicembre 2011 da paoloalbert

 

Buon Natale 2011

 
 
 

Isotiocianato di allile... a Natale!

Post n°153 pubblicato il 20 Dicembre 2011 da paoloalbert

Vero che sono sempre complicate e aggrovigliate le associazioni di idee?
Ne cercavo una per il dodicesimo Carnevale della Chimica (che sarà ospitato dal 23 dicembre nel blog di Tania Scienceforpassion riguardo il tema della Chimica nel periodo natalizio e cosa mi è venuto in mente?

Nientemeno che l'isotiocianato di allile...

Allile isotiocianato

Che è successo? Improvvisa fusione neuronica nel mio brain? Intossicazione acutissima da composti cianosolforati? No, molto più semplice, adesso spiego il motivo di tale strana associazione mentale che di solito mi viene in questo periodo.

Il fatto è che poco prima delle feste di Natale è consuetudine che arrivi qui da me in famiglia un benedettissimo "pacco aziendale" (fin che dura... coi tempi che corrono, sarà l'ultimo?), che viene aperto da tutti con grande soddisfazione dato che contiene sempre cose gradite e altamente commestibili, oltre che in definitiva "regalate", il che non è per niente secondario.
In questo pacco ogni anno c'è fra l'altro... un vasetto di mostarda!

Ecco, ora tutto si spiega, vero?

Mostarda cremonese Tutti sanno che nella vera mostarda, quella da intenditori, (quest'anno era quella mantovana) ci va la senape e la senape contiene appunto l'isotiocianato di allile, CH2=CH-CH2-N=C=S per dare quel delizioso e caratteristico gusto piccante, assolutamente diverso dal peperonico piccante della capsaicina.


Mettere la senape nella mostarda non è semplice, come diceva la buon'anima di mia nonna: ce ne deve andare la giusta quantità, nè troppo, chè altrimenti il prodotto rischia di diventare una brace ardente che ti leva il fiato, nè troppo poco perchè ciò porta ad una massa fruttosa solo dolce e inconcludente.

Nei prodotti commerciali, pur buoni, (quelli del nostro pacco lo sono) trovo difficile riscontrare questo giusto equilibrio tra frutta e senape e noto ogni anno con stupore che talvolta si tende ad esagerare in maniera sciocca con l'isotiocianato, come se si volesse virtualmente assassinare l'ignaro consumatore togliendogli il respiro.

Ricordo che qualche anno fa, aprendo un bel vasetto di una fine mostarda cremonese, si faceva sentire in tavola adirittura l'azione lacrimogena del composto allilico... figurarsi l'assaggio orale del medesimo... costituiva un vero attentato Natal-terroristico.
Nemmeno nella battaglia della Somme del 1916 si trovava in giro una quantità così massiccia di "mustard gas" come c'era in quella confettura che si dava arie di eccellenza.

Il vasetto dovette rimanere aperto (ben protetto, ma aperto) fino a inverno inoltrato per poter essere consumato, sfruttando la nota volatilità dei tiocianati alchilici; inutile dire che il titolare dell'azienda produttrice, da me gentilmente invitato a casa mia a mangiarsi un pezzetto del suo mandarino candito, non si è mai presentato... sicuramente sapendo a cosa andava incontro.

[L'assorbimento della senape è molto selettivo da parte della frutta: i mandarini canditi sono quelli che in assoluto ne assorbono di più, la zucca quella che ne assorbe di meno]

Naturalmente non pretendevo sul serio che venisse da me a fare il diabolico assaggio, ma solo che rispondesse alle mie argomentazioni quantitative: lo sto ancora aspettando, con un bel cucchiaio di allile isotiocianato al 92%, più o meno come ce n'era nella sua spocchiosa e famigerata mostarda, marca...

Si dirà che forse sono io che sono troppo delicato!
Macchè delicato! I cibi piccanti sono da sempre la prassi nella mia famiglia; qui si è sempre grattato il cren (ancora la stessa sostanza!) e fatte mostarde, con quella bella bottiglietta spigolosa col contagocce che io annusavo cautamente da bambino, specialmente in ottobre al tempo delle mele cotogne, facendomi a volte mancare il respiro.
(Forse è da allora che ho imparato ad annusare come si deve le sostanze chimiche, con l'opportuna cautela e facendo vento con la mano).
Comunque se ne usava la giusta quantità, come logica e gusto esigevano ed esigono.

Ora la maggior parte delle persone (non tutti per fortuna) hanno paura del piccante e lo sfuggono.
Ecco perchè non mi spiego questo paradosso natalizio da cui sono nate queste estemporanee riflessioni: fare certe mostarde così gravide di CH2=CH-CH2-N=C=S da farmi fare, ogni volta che vien Natale, tali strambe associazioni di idee!


   B u o n   N a t a l e    a    t u t t i  !

 
 
 

Il saggio di Lassaigne completo

Post n°152 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da paoloalbert

Ed eccoci finalmente al saggio completo del simpatico Sor Lasagna: dobbiamo trovare nel lab una sostanza che contenga tutti e tre insieme gli elementi "sensibili", cioè zolfo, azoto e alogeni, oltre naturalmente a carbonio, idrogeno e ossigeno tipici delle sostanze organiche.
Un po' faticosamente ne ho trovata una che fa proprio al caso nostro: il blù di metilene

Blù metilene


Facciamo finta di non saper niente e vediamo se siamo capaci di dimostrare che S, N, e Cl ci sono dentro veramente!

1- Preparare la soluzione madre di Lassigne; ormai la sappiamo fare bella limpida e pura, guardare i post precedenti.

2- Prima di tutto si verifica se c'è lo zolfo. Questo è facilissimo: dieci gocce di soluzione nel pozzetto di una piastrina di porcellana e qualche cristallino di nitroprussiato sodico... et voilà, una istantanea e bellissima colorazione fucsia, che nelle foto appare viola scurissimo.

Non ci sono incertezze, lo zolfo c'è, eccome! Nessun dubbio in proposito.

Nitroprussiato 1 Nitroprussiato 2

La foto mostra le tre soluzioni che ho messo nei pozzetti per questa prova: a sinistra la prova in bianco con acqua e nitroprussiato, al centro la soluzione di Lassaigne da sola e a destra l'aggiunta alla medesima del nitroprussiato.

3- Ora, per la ricerca dell'azoto e degli alogeni dobbiamo eliminare lo ione solfuro dalla soluzione.
Prenderne un'aliquota, acidificarla senza esagerare con la bastante quantità di acido nitrico e far bollire (bastano pochi minuti) fino a eliminazione dello zolfo come H2S volatile, o parzialmente come H2SO4 fisso ma che non interferisce.
Dopo la bollitura, lasciando la soluzione acida per HNO3, si esegue il test per gli alogeni.

4- In una provetta mettere alcuni ml di soluzione e aggiungere una decina di gocce di soluzione 0,1 M di nitrato di argento.
Se gli alogeni sono presenti si forma immediatamente il precipitato di alogenuro (AgCl in questo caso), del colore detto in precedenza.

Alogenuri 1 Alogenuri 2

Le foto mostrano la soluzione prima e dopo l'aggiunta di AgNO3: mi pare che non ci siano dubbi nemmeno questa volta, anche il cloro c'è!

5- Andiamo adesso a scovare l'azoto, che è sempre quello (relativamente) più difficile.
Alcalinizziamo leggermente qualche ml di soluzione con la quantità bastante di NaOH diluita e aggiungiamo poi una decina di gocce di soluzione concentrata di solfato ferroso; subito si formerà un precipitato di idrossido ferroso Fe(OH)2 verde grigiastro, assieme a ferrocianuro sodico Na4[Fe(CN)6] invisibile.
Scaldare la soluzione qualche minuto, agitando bene per favorire l'ossidazione; la soluzione sarà di un brutto colore scuro indefinito.
Aggiungere qualche goccia di H2SO4 diluito e... ecco una bella soluzione blù azzurra, tipica del ferrocianuro ferrico quando è in piccola quantità e estremamente disperso.

Azoto 1 Azoto 2

Le foto sono esplicative.

Questa volta l'azoto si è palesato con moltissima minor evidenza del caso della idrazodicarbonamide (che aveva formato una patacca di blù di Prussia!) ma in ogni caso è saltato fuori anche lui, come volevasi dimostrare.

E se la sostanza incognita fosse liquida, o magari anche volatile?
Il saggio di Lassigne diventa in questo caso assai più delicato nella sua procedura iniziale, ma ci sono degli accorgimenti che ne permettono lo svolgimento in un vastissimo range di casi, fatte salve delle inevitabili eccezioni.

Direi che con Lassaigne ho finito: adesso lascio definitivamente riposare in pace il bravo Jean Louis.

 
 
 

Ricerca dell'azoto col saggio di Lassaigne

Post n°151 pubblicato il 12 Dicembre 2011 da paoloalbert

Questa prima "lasagnata" (ved. post precedente) l'ho fatta come prova dimostrativa per la rilevazione dell'azoto, pertanto non sarà una vera ricerca ma una conferma, dato che sono partito volutamente da una sostanza ben ricca in azoto (circa il 47%!) per rendere sicuramente evidenti i risultati.
Come sostanza test ho usato la
idrazodicarbonamide H2N-CO-NH-NH-CO-NH2


Perchè proprio questa sostanza? Per quattro semplici ragioni: contiene azoto, ne contiene tanto e non è volatile.
Infine perchè questa sostanza è una di quelle che non serviranno mai nel lab e allora... perchè non regalarle il suo unico momento di gloria?.

Prepariamo sul banco tutto ciò che serve, ovvero una puntina di spatola di idrazodicarbonamide, un paio di frammentini di sodio metallico, un tubetto da saggio, la solita vetreria, qualche accessorio e naturalmente il fedele bunsen.

Lassaigne 1 Lassaigne 2

La sostanza azotata e il sodio      Il tubetto pronto per la pirolisi

Le foto mostrano questi preparativi "statici", mentre lascio alla fantasia di chi legge immaginare le fasi "dinamiche", ovvero l'arroventamento del tubetto sul bunsen e la sua "decisa" reazione quando lo si butta in acqua.
Le operazioni da fare sono esattamente quelle descritte la volta scorsa, ottenendo alla fine una soluzione limpida che dovrebbe contenere, oltre a idrossido di sodio e residui della pirolisi, anche cianuro di sodio NaCN.

Andiamo a verificare.

Lassaigne 3 Lassaigne 4

Il tubetto appena rotto                  Aggiunta di solfato ferroso

Messi in una beutina circa 15 ml (ne basterebbero molti meno) della soluzione prima ottenuta, aggiungere una puntina di spatola di FeSO4 e mescolare; nell'ambiente così basico si forma subito un precipitato gelatinoso grigio verdastro di composti ferrosi, ma si forma anche il complesso ferrocianuro sodico Na4[Fe(CN)6] solubile e incolore, quindi non visibile.
Aggiungere una goccia di acqua ossigenata (o anche insufflare dell'aria per un po' di tempo) per ossidare parzialmente a ferrico il solfato ferroso, in modo da avere in soluzione anche ioni Fe3+.
La soluzione si colora immediatamente in blù per la formazione di blù di Prussia, dal fortissimo potere colorante.

 

Lassaigne 5 Lassaigne 6

Formazione di Fe4[Fe(CN)6]3            Il residuo di Blù di Prussia

Le foto mostrano la filtrazione e l'abbondantissimo residuo di ferrocianuro ferrico rimasto sulla carta da filtro, conferma assai evidente (lo sapevamo già!) che il campione in oggetto conteneva azoto e quindi aveva generato NaCN.
Naturalmente il test non porta sempre a risultati così appariscenti, che dipendono da molte variabili; a volte il blù è appena percettibile, ma in questo caso ho voluto rendere l'idea in maniera eclatante.
 
Lo zolfo e gli alogeni da soli sono troppo facili da scovare con la reazione di Lassaigne e quindi non farò queste due prove; molto più impegnativa è la ricerca di tutti e tre gli elementi CONTEMPORANEAMENTE!

Prossimamente presenterò quindi l'ultima esperienza con una sostanza (ho faticato un po' a trovarla) che ha nella molecola, oltre a carbonio, idrogeno e ossigeno, anche azoto, zolfo e cloro... ci sarà da divertirsi!

 
 
 

Il saggio di Lassaigne

Post n°150 pubblicato il 08 Dicembre 2011 da paoloalbert

In chimica organica analitica (classica) il saggio di Lassaigne è una pietra miliare: con una procedura semplicissima permette di determinare se una sostanza ignota contiene zolfo, azoto o alogeni, singolarmente o anche tutti insieme.
Questo bel metodo, ideato nella prima metà del XIX secolo da Jean Louis Lassaigne (che io chiamo amichevolmente Sor Lasagna... spero che mi perdoni!) si basa sulla pirolisi della sostanza incognita con sodio metallico; in tal modo in presenza di zolfo, azoto o alogeni si vengono a formare rispettivamente solfuro, cianuro e alogenuro di sodio, i quali possono essere riconosciuti con opportune prove specifiche.
(Il saggio presenta delle difficoltà in caso di sostanze liquide volatili, ma tralascio questi e altri particolari).
La verifica dello zolfo va fatta come prima prova, perchè in caso positivo esso va eliminato dalla soluzione (con opportuna procedura) prima della ricerca dell'azoto e degli alogeni.

Procedura preliminare per preparare la soluzione madre di Lassaigne

In un tubicino da saggio ben secco si introduce un piccolo pezzettino di sodio metallico (circa 100-200 mg), vi si aggiunge poi il campione della sostanza solida da analizzare in altrettanta quantità e si copre il tutto con un ulteriore frammentino di sodio.

Lassaigne 3


Si scalda lentamente a piccola fiamma il tubicino, tenendolo inclinato, in modo che il sodio fonda, si amalgami bene con la sostanza e sia emessa la minima quantità possibile di vapori volatili (anche sui volatili si possono condurre delle prove indicative); si aumenta a questo punto il calore fino ad arroventare bene la miscela e dar inizio alla pirolisi, che si mantiene al rosso almeno per un minuto.
Ora, con la massima cautela (guanti, occhiali, braccio teso e guardare altrove!) si lascia cadere il tubicino ancora rovente in circa 30 ml di acqua distillata contenuta in un becker abbastanza alto.
Naturalmente il tubicino si frantuma e avviene una istantanea e violenta reazione con l'acqua; se si fanno le cose come si deve non c'è però alcun pericolo reale.
Finito lo sfrigolio, rompere tutti i frammenti di vetro e mescolare affinchè tutto ciò che è solubile in acqua si sciolga; filtrare e tenere la cosiddetta soluzione madre di Lassaigne (deve essere bella limpida) per i successivi tre saggi specifici.

- il solfuro di sodio viene riconosciuto ponendo nel pozzetto di una piastrina in porcellana una decina di gocce di soluzione e aggiungendo, senza mescolare, qualche cristallino di sodio nitroprussiato Na3[Fe(NO)(CN)5].
In presenza di ioni solfuro si viene a formare attorno ai cristallini un nuovo complesso solubile di intenso color viola-magenta; la colorazione è molto labile e di durata limitata pertanto l'osservazione va fatta sul momento.
Una alternativa meno elegante ma efficace è mettere un paio di ml di soluzione in una provettina, acidificare con HCl e porre all'imboccatura della stessa una cartina imbevuta di soluzione di nitrato di piombo Pb(NO3)2; in presenza di acido solfidrico H2S si ha annerimento della cartina.
Entrambe le prove sono molto sensibili e confermano o meno la presenza di zolfo nel campione originale.

- il cianuro di sodio va evidenziato (previa eliminazione preliminare dello zolfo se era presente) in questo modo:
a qualche ml di soluzione si aggiunge una puntina di spatola di solfato ferroso FeSO4 e si mescola; si viene a formare un precipitato gelatinoso grigio verdastro di composti ferrosi in ambiente basico, che facilmente si ossidano a ferrici con colore più rossastro.
Nel contempo però si forma anche il complesso sodico ferrocianuro Na4[Fe(CN)6] molto stabile, il quale in presenza di ioni ferrici (aggiungere a tal scopo una goccia di acqua ossigenata) forma il ferrocianuro ferrico Fe4[Fe(CN)6]3 insolubile e colorato in blù intenso (Blù di Prussia).
Aggiungere a questo punto alla soluzione H2SO4 diluito fino a reazione sicuramente acida: la persistenza del colore blù conferma la presenza di cianuro (e quindi di azoto) mentre in sua assenza gli idrossidi di ferro si sciolgono e la soluzione appare quasi incolore o solo giallina.

- gli alogenuri di sodio (-Cl, -Br, I) vengono ricercati (anche qui previa eliminazione dello zolfo) acidificando qualche ml di soluzione con acido nitrico non in eccesso e aggiungendo una decina di gocce di nitrato d'argento AgNO3 0,1 M.
In presenza di alogenuri di sodio si vengono a formare i corrispondenti di argento sotto forma di precipitati densi e inconfondibili; bianco il cloruro, color crema il bromuro e giallo lo ioduro.
In caso di dubbio si possono discernere uno dall'altro per la diversa solubilità in ammoniaca.

La prossima volta, come il solito, accenderemo il bunsen e terremo provette e reagenti a portata di mano e andremo a ricercare l'azoto.

 
 
 

La mia radio a galena e altre considerazioni

Post n°149 pubblicato il 06 Dicembre 2011 da paoloalbert

Non è vero che ho proprio distrutto totalmente la storica radio a galena di mio padre fatta negli anni di guerra: ne ho ancora i pezzi fondamentali e volendo la potrei addirittura ricostruire quasi come in origine.
Può darsi che lo faccia, prima o poi, chissà.
Alcuni anni fa ho ne fatto un'altra, di forme e circuito classici, sfruttando gli antichi stampi VAAM in bakelite che una ditta aveva riproposto secondo il modello originale del tempo di guerra; in Internet se ne vedono di quasi identiche, mentre mio padre aveva proprio gli originali.

Eccola in tutta la sua semplicità, fuori e dentro.

Radio a galena


Interno La cuffia

 

Non mi addentro volutamente in nessun particolare tecnico, ne ho già discusso anche troppo nella scorsa presentazione.


Il detectorL'elemento chiave di questa radio è il detector a galena, che si vede nella foto; il cristallo di PbS sta a sinistra, nel tubetto di vetro, ed è sfiorato da un filetto di acciaio detto "baffo di gatto", col quale si cerca difficoltosamente, manovrando la manopolina a destra, di individuare il punto più sensibile del cristallo, dove esso si comporta da semiconduttore.

Diodo al germanioDagli anni '50 in poi la galena è stata sostituita da un diodo al germanio, molto più sensibile e stabile e che non abbisogna di regolazioni; la foto mostra anche uno di questi vecchissimi diodi inserito su uno spinotto che può prendere il posto della galena.
La cuffia deve essere ad alta impedenza, quella mostrata è anch'essa vintage e da 4000 ohm.

 

Cosa si sente con questa radio?

Mi arrabbio solo a pensarlo... ormai quasi niente!
Da ormai un po' di anni una dissennata (parlo per me!) politica di gestione del servizio radiofonico pubblico ha praticamente distrutto o gravemente ridimensionato tutto il patrimonio dei numerosi trasmettitori in ampiezza modulata (la vecchia AM) che l'azienda aveva da sempre in Italia e che consentiva l'agevole ascolto dei programmi in onde medie praticamente in tutto il territorio nazionale e di sera/notte in tutta Europa.
Sono stati disattivati anche tutti i trasmettitori in onde corte, che portavano la voce dell'Italia in tutto il mondo.
Con le vecchie onde medie ed i ripetitori locali si potevano ascoltare tutti i tre canali del servizio pubblico (!) anche nella località più sperduta di tutto il territorio nazionale e ben oltre.

E' vero che i servizi radio (in OM e OC) sono stati fortemente ridimensionati per motivi economici da quasi tutti i principali paesi, ma tra ridimensionare un servizio e distruggerlo la differenza è abissale.

Ecco perchè ora non si ascolta praticamente niente con un ricevitore AM come la radio a galena (ma nemmeno con una radio normale in questa gamma, a meno di non essere vicino a uno dei trasmettitori sopravvissuti all'ecatombe); di sera, quando la propagazione radio aumenta, si ascoltano stazioni estere anche lontane.
La selettività (capacità di separare le stazioni una dall'altra) è comunque molto scarsa e altrettanto dicasi per la sensibilità: ma ricordiamo che questo ricevitore funziona con i componenti che ci stanno nelle dita di una mano, e ciascun componente è a bassissima tecnologia!

Tutto sufficiente, nel 1944, per sentire ogni sera le famose quattro note della quinta sinfonia di Beethoven, che suonano esattamente come la lettera V telegrafica del Morse, DA-DA-DA-DAAA... la famosa V di Victory.

 
 
 

Intervallo

Post n°148 pubblicato il 04 Dicembre 2011 da paoloalbert

Orfeo ed Euridice di Gluck... che opera deliziosa e rilassante!

Un breve, dolcissimo frammentino nell'attesa:
la Danza degli Spiriti Beati.

 

 

 
 
 

Cara vecchia radio a galena

Post n°147 pubblicato il 29 Novembre 2011 da paoloalbert

L'antefatto

La mia passione per l'elettronica  ha origine in tempi remoti della mia infanzia (quella per la chimica va in parallelo, ma forse ne ho già parlato) e deve la sua causa probabilmente alla radio a galena costruita da mio padre.
Mio padre, trovatosi fortunosamente "ritirato nei boschi" assieme ad un gruppo di altri amici e compagni di sorte dopo l'otto settembre '43, viveva in quel periodo praticamente alla macchia in una zona montuosa e difficilmente accessibile ai raid tedeschi; in pratica faceva il partigiano (uso questo termine in modo assolutamente alieno da ogni connotazione politica).

L'ascolto di Radio Londra (quella originale del colonnello Stevens naturalmente!) era in quei tempi di guerra civile di notevole importanza, non tanto per i famosi messaggi speciali destinati a gruppi combattenti ben più numerosi ed organizzati, ma per avere un'idea reale e non di propaganda della situazione bellica e politica: c'era finalmente speranza che i tedeschi risalissero la valle dell'Adige?
Da Radio Londra lo si poteva sapere... anche senza avere una radio vera e anche nelle case di montagna senza elettricità!

Per questo mio padre costruì la radio a galena, quella che poi io trovai un paio di decenni più tardi da bambino fra le cose residue di quei tempi tragicissimi.

Oggi questo magico ricevitore è diventato un simbolo (spesso incompreso!) proprio del periodo che ho appena citato; in qualche fiera se ne trovano addirittura delle pessime riproduzioni moderne dal sapore "vintage" alquanto artefatto.
Perchè ricevitore magico? Mi pare proprio il termine più significativo per definire un ricevitore del tutto privo di alimentazione: non ha batterie e non viene collegato a nessuna fonte di energia!
Ma da dove la prende allora per funzionare, visto che senza energia nulla si muove nell'universo?

Come funziona?

Anche se si trovano in rete infinite notizie su questo argomento (non c'è che l'imbarazzo della scelta!), dirò due parole alla mia maniera sul suo funzionamento.
Vediamo lo schema elettrico, nella sua versione più semplice possibile:

Schema elettrico minimo


Quella minimissima energia elettromagnetica che arriva... diciamo da Londra, entra nell'antenna (un filo lungo almeno una ventina di metri teso più in alto possibile), percorre la bobina L e si scarica a terra (un paletto conficcato in zona umida). Pertanto se la bobina L è percorsa da una certa corrente, ai suoi capi si instaurerà una certa tensione.

Il circuito formato dalla bobina L e dal condensatore C in parallelo, diventa "risonante" su una determinata frequenza (quella della stazione che si intende ascoltare) quando il valori di L e di C sono opportunamente dimensionati, e per questo la capacità del condensatore è variabile con una manopola.
In queste condizioni il valore di tensione ai sui capi aumenta enormemente, pur trattandosi di piccolissime frazioni di volt.

Questa piccolissima tensione in alta frequenza captata dall'antenna e per così dire "amplificata" per risonanza da L e C viene ora raddrizzata" dal diodo, ovvero la corrente alternata viene trasformata in corrente continua.

In questo modo la componente in alta frequenza del segnale viene eliminata e rimane dopo il diodo solo la bassa frequenza audio derivata dalla modulazione del segnale (qui devo fare un piccolo ma doveroso omissis, altrimenti non ce la caviamo più!).
Passato il diodo, il segnale ormai a frequenza acustica viene mandato alla cuffia (di tipo particolare ad alta impedenza, non come quelle moderne), dove riesce, nonostante la minima potenza, a far vibrare una sottile lamina metallica trasducendo in tal modo l'energia elettrica in energia vibrazionale meccanica, e quindi in suono udibile.
Attenzione, tutto questo con solo quattro componenti e un po' di filo!

Ma non ho ancora detto perchè si chiama radio a galena.

Si chiama così perchè un cristallo naturale di solfuro di piombo (galena, appunto) può comportarsi da "raddrizzatore" in alta frequenza e questo effetto "raddrizzante" viene detto "rivelazione" del segnale e ne permette il suo ascolto in cuffia, come abbiamo visto sopra.
L'indispensabile diodo era costituito da un cristallo di PbS sfiorato in un punto da un sottile filo di acciaio.
Oggi per ottenere lo stesso risultato non si usa ovviamente più uno scomodo cristallo di galena pochissimo sensibile ma si usano diodi semiconduttori di ben altra tecnologia.

Per tener fede allo spirito pratico-sperimentale del blog, concluderò queste riflessioni con qualche foto della "mia" radio a galena; purtroppo non è quella originale di mio padre, la quale, poverina, mai sarebbe potuta sopravvivere indenne ai massacranti "esperimenti" del giovane sottoscritto...

 
 
 

Sintesi del bromuro di n-amile (seconda parte)

Post n°146 pubblicato il 24 Novembre 2011 da paoloalbert

Allora oggi dobbiamo bromurare l'alcol amilico.
Sarà un lavoro piacevole perchè gli alogenuri alchilici mi sono particolarmente simpatici.

Applicherò il terzo metodo di alogenazione che abbiamo visto l'altra volta (alcol + acido alogenidrico), per tre motivi:

1- i primi due metodi sono per lo più industriali e non hanno senso in laboratorio
2- il metodo con i trasportatori di alogeno l'avevo già sperimentato più volte
3- avevo un po' di acido bromidrico da buttare nella mischia (mi diceva in confidenza che era stufo di languire ozioso nella bottiglia...).

Forte della terza motivazione, accontentiamo allora il rude acido bromidrico e andiamo a celebrare questo suo matrimonio con il mite pentanolo.

 

Reazione

Materiali occorrenti

-Acido bromidrico 48% (va bene anche a titolo leggermente inferiore)
-Alcol n-amilico (1-pentanolo)
-Acido solforico
-Allhin, Liebig e vetreria opportuna

Fase 1In pallone da 100 ml introdurre 50 g (34 ml) di acido bromidrico al 48% e 14,5 g (8 ml) di H2SO4 in piccole porzioni, agitando e raffreddando con acqua; si può svolgere una piccola quantità di HBr e la soluzione si colora in arancione.
Aggiungere 21 g (26 ml) di 1-pentanolo, seguito da ulteriori 24 g (13 ml) di H2SO4 conc. in piccole porzioni agitando.
Fase 2Porre a leggero riflusso per 2-3 ore, eventualmente con l'apparato per l'assorbimento acido come si vede in foto; ho notato però che praticamente quasi nulla sfugge dalla bocca del refrigerante.
L'alchilbromuro si separa sopra la miscela acida e può essere separato facilmente.
Mettere in imbuto separatore ed eliminare l'acido residuo. Lavare poi inizialmente con una ventina di ml di HCl conc., che elimina l'alcol residuo, e poi con acqua.

Eliminare l'acidità con una soluzione al 5% di Na2CO3 ed infine ancora con acqua fino a sicura neutralizzazione, separando bene ogni volta.
Fase 3Predisporre quindi il refrigerante Liebig e distillare fin quasi a secchezza il grezzo preventivamente preparato, raccogliendo tra 127-132° (praticamente passa tutto in questo range).

Alla fine seccare il distillato con poco CaCl2 per almeno un'ora.
La resa è stata dopo tutti i passaggi migliore di quella che mi aspettavo, 27 g (22 ml, circa 89%)

Fase 4

Il bromuro di n-amile si presenta come un liquido limpido pesante (d. 1,22, p.e. 130°), di odore etereo pesante ma piacevole.

Ora il nostro alogenuro è pronto per la futura sintesi di un olezzantissimo tiolo!
Quando si parla di tioli il problema "ambiente" si fa arduo, nel senso che è assolutamente improponibile fare queste preparazioni in laboratorio (se lo stesso non è munito di una efficientissima cappa!) perchè l'odore di questi composti col gruppo -SH (l'amilmercaptano è prorio uno di quelli giusti...) è davvero insopportabile ma soprattutto è molto persistente e dove si attacca rimane, vestiti compresi.
Dovrò pertanto trasferire all'esterno tutto il setup per la sintesi e per far questo occorre che la stagione sia bella calda e confortevole.

Se ne riparlerà quindi a tempo debito... per ora conserviamo con cura l'1-bromopentano nella sua bottiglietta scura, in attesa di essere sacrificato a miglior gloria, tanto lui (l'abbiamo visto dalla tabella) non vede l'ora di reagire con qualcuno!

 
 
 

Gli alogenuri alchilici (prima parte)

Post n°145 pubblicato il 21 Novembre 2011 da paoloalbert

Gli alogenuri alchilici, di formula generale R-X (R = radicale alchilico, X = Cl, Br, I) sono dei reagenti fondamentali per la chimica organica; oltre agli importantissimi reattivi di Grignard possono dare una bella serie di sostituzioni nucleofile, che avvengono naturalmente ognuna nelle condizioni adatte:

Tabella reazioni alogenuri alchilici

Mi sembra possa bastare...

Ma come si possono preparare gli alogenuri alchilici?

1- Per alogenazione diretta degli alcani

R-H + X2 --> R-X + HX

2- Per addizione di acidi alogenidrici agli alcheni

R1R2=C=R3R4 + HX --> R1R2XΞC-CΞHR3R4

3- Per reazione degli alcoli con acidi alogenidrici

R-OH + HX --> R-X + H2O

4- Per reazione degli alcoli primari e secondari con opportuni trasportatori di alogeno, come PCl3, PCl5, SOCl2;

R-OH + SOCl2 --> R-Cl + HCl + SO2

In vista di impiego futuro di un alogenuro alchilico, ho fatto la sintesi del bromuro di n-amile (1-bromopentano) usando il terzo metodo sopra elencato.

Uno degli scopi principali della sintesi era la preparazione successiva dell'amilmercaptano (1-pentantiolo), sfruttando la reazione indicata nella quinta riga della tabella sopra riportata;  ho già fatto un test in tal senso ed in futuro presenterò la sintesi nei dettagli.

Nella seconda parte dirò della preparazione pratica del bromuro di n-amile.

 
 
 

Elettroalberello di Saturno

Post n°144 pubblicato il 18 Novembre 2011 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Sembra strano, ma nella vecchia quanto ufficiosa nomenclatura chimica esistevano pure gli alberi, per lo più dedicati all'antica mitologia: e così c'è l'albero di Diana, l'albero di Marte, quello della Luna... e quello di Saturno.

E' chiaro che se si parla di Saturno, in chimica, il pensiero corre subito al piombo.
Non si chiama forse saturnismo l'avvelenamento cronico causato da questo metallo?
Non si chiamava forse zucchero di Saturno un suggestivo nome dell'acetato di piombo?

C'è la possibilità di provarne a fare uno di questi alberelli: facciamolo allora!

Questo esperimento l'ho chiamato elettroalbero perchè la deposizione del metallo avviene per via esclusivamente elettrica, non elettrochimica per spostamento metallo/ione; si tratta di una elettrolisi in senso stretto, facile e carina.
I risultati vengono abbastanza diversi ogni volta che si cambiano i parametri di lavoro, si può quindi sperimentare a piacere e i risultati sono sempre diversi e belli da vedere.
Io ho fatto nel modo seguente, provate magari a variare i tre fattori: concentrazione, corrente e tensione.

- Preparare una cinquantina di ml di soluzione al 10% di nitrato di piombo e aggiungervi un paio di ml di HNO3; porre in un Petri o in un cristallizzatore in modo che il livello di liquido sia abbastanza sottile.
Come elettrodi ho usato una lamina di piombo all'anodo ed un filo dello stesso metallo al catodo. La soluzione è molto conduttiva e bastano pochi volt per avere una corrente di parecchi mA, quindi non esagerare con la tensione.
Dopo pochi minuti si vede già il deposito catodico sotto forma di cristallini/laminette di piombo metallico splendente, che appaiono come belle ramificazioni dendritiche.

In una ventina di minuti la deposizione si ramifica verso l'anodo ed è completa.
In mancanza di elettrodi di piombo si può usare il filo per le saldature della vecchia lega Sn/Pb.
E' opportuno che l'anodo abbia superficie maggiore, ed il catodo sia filiforme.

Con il minimo di teoria si può dire che il Pb2+ al catodo acquista 2 elettroni e si riduce a metallo, mentre all'anodo succede esattamente l'inverso, il Pb si ossida e passa in soluzione come Pb2+.
Se la soluzione non fosse un po' acida si avrebbe alcalinizzazione 2 H2O + 2e --> H2 + 2 OH- e formazione di torbidità dovuta all'idrossido di piombo, cosa evitata dalla presenza dell'acido nitrico.

Albero di Saturno 1 Albero di Saturno 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In alto si vede parte dell'anodo e sotto il filo catodico ricoperto dall'alberello ad aghetti e squamette del metallo saturnino che sta crescendo.

A proposito di alberi: se avessi ancora un po' di vetro solubile (il vetro solubile è silicato di sodio, una sostanza che in un lab non serve proprio a niente!) riproverei a fare il vaso col giardino chimico, una delle prime cose che preparai qualche annetto fa: ci starebbe bene come giocoso intermezzo in qualche parte del blog, come un vaso di fiori sulla finestra.

In mancanza, ci metto questo elettroalberello.

 
 
 

L'apparecchio di Marsh

Post n°143 pubblicato il 14 Novembre 2011 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Una volta (non l'anno scorso, un po' di più...) bastava andare dallo speziale, dire di essere perseguitati dai topi, chiedere una bustina di "arsenico" ed il gioco era fatto: ecco una decina di grammi di bianca anidride arseniosa a disposizione per qualsiasi evenienza!
Se poi "l'evenienza" consisteva nell'avvelenare il marito dopo il giusto tempo per non destare sospetti, chi se ne sarebbe accorto?
Valli poi a trovare i milligrammi di As2O3 nelle viscere del malcapitato!

Ma poi, nel 1836, a dare una mazzata alle avvelenatrici (come si sa l'uso del veleno è da sempre prevalente appannaggio del gentil sesso!) è arrivato l'apparecchio di James Marsh...

 

Apparecchio di Marsh

Ecco dettagliatamente in cosa consiste e come veniva adoperato questo geniale congegno per la ricerca dell'arsenico, in uso dalla sua invenzione e fino ad una cinquantina di anni fa o anche meno.

Nel matraccio di sinistra K di circa 150 ml vengono posti circa 7 grammi di zinco granulato, assieme a 20 ml di acido solforico diluito (1 a 7); si ha un regolare sviluppo di idrogeno, che viene essiccato dal cloruro di calcio presente nell'essicatore C e che dopo una ventina di minuti avrà scacciato tutta l'aria presente nell'apparecchiatura.
Si accende ora l'estremità di B (a destra), dove il gas produrrà una piccola fiammella di 2-3 mm; si regola la costanza di tale efflusso raffreddando o riscaldando opportunamente il matraccio.
Naturalmente è essenziale che tutti i reagenti adoperati siano assolutamente esenti da impurezze arsenicali, e ciò viene preventivamente verificato scaldando fortemente il tubo B: se nei primi venti minuti NON si ha formazione di uno specchio nero nel capillare finale a destra i reagenti si possono considerare puri e idonei alla prova.
(Tracce di arsenico potrebbero essere contenute sia nello zinco sia nell'acido solforico).

A questo punto si accende il bunsen sotto il tubo infusibile A e si versa nell'imbuto graduato T la soluzione da analizzare, acidificata con acido solforico; devono essere del tutto assenti sostanze organiche, ossidanti, cloruri e solfuri, e pertanto la soluzione deve essere opportunamente e accuratamente preparata.
Ometto i particolari di questa preparazione, lunga e laboriosa, poichè non credo proprio che a qualcuno possano interessare dettagli fino a questo livello...

Se la sostanza da analizzare contiene arsenico, per l'azione dell'idrogeno nascente sviluppato dallo zinco in ambiente acido si viene a formare nel matraccio K una certa quantità di idrogeno arseniato, o arsina AsH3, per esempio:

As2O3 + 12 H --> 2 AsH3 + 3 H2O

Questo gas, passando attraverso il tubo rovente A viene scisso in idrogeno e arsenico, il quale si deposita in forma di specchio nero nel capillare d, raffreddato da un filo d'acqua che cade dalla capsula W.
Ottenuto lo specchio, si taglia il tubo un po' oltre il capillare e lo si può comparare con altri ottenuti da quantità note di arsenico e poi si eseguono le prove di conferma.
A tal fine si riscalda il capillare a piccola fiamma tenendolo inclinato, in modo che l'arsenico venga ossidato dalla corrente d'aria formando anidride arseniosa As2O3:

2 AsH3 + 3 O2 --> As2O3 + 3 H2O

rilevabile anche per l'odore agliaceo che spande durante il riscaldamento anche a bassissime concentrazioni (ne basta un centesimo di milligrammo).
L'As2O3 si deposita nella parte fredda interna del tubo, in forma di piccolissimi ottaedri splendenti ben visibili con opportuno ingrandimento; ciò in genere basta per la conferma definitiva (vi sono ulteriori prove, che ometto).

Lo specchio di arsenico, a differenza dall'antimonio (anche questo forma lo specchio) è solubile in ipoclorito alcalino, e quindi si può differenziare:

2 As + 5 NaClO + 6NaOH --> 2 Na3AsO4 + 5 NaCl + 3 H2O

La sensibilità dell'apparecchio di Marsh è elevatissima: si possono rilevare quantità di arsenico fino a un decimillesimo di milligrammo, e, notare bene, non con un apparecchio moderno "con la spina" (come io chiamo questi eccezionali apparecchi attuali di analisi di sensibilità spaventosa), ma con della semplice vetreria e qualche reattivo, tutte cose disponibili fin dai primi dell'ottocento!
Poichè tutte le medaglie hanno anche un rovescio, l'estrema sensibilità del metodo di Marsh aveva anche qualche inconveniente, come abbiamo visto l'altra volta sulla pelle della povera Marie Lafarge.

L'apparecchio di Marsh ha comunque contribuito in quel secolo a far diminuire drasticamente i crimini legati all'arsenico, allora molto diffusi, facilitati soprattutto dal "normale" possesso di anidride arseniosa per la lotta alla sterminata popolazione di topi che allora imperversavano sia nel granaio del contadino, sia (e magari soprattutto...) nella cucina della signora contessa!

 
 
 
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