Creato da paoloalbert il 20/12/2009

CHIMICA sperimentale

Esperienze in home-lab: considerazioni di chimica sperimentale e altro

 

 

I limoni contengono acido citrico?

Post n°421 pubblicato il 19 Aprile 2019 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Che domanda! Ovvio che lo contengono, lo sanno anche i bimbi.
E allora perchè questo titolo abbastanza stupidino?
Perchè nonostante la semplicità del caso non avevo mai effettuato il saggio analitico di Denigès per i citrati, che per un chimico sperimentale vecchia scuola è una bella mancanza!
Corro subito ai ripari... quindi di corsa a cercare un limone e qualcos'altro che serve!

Il professor Georges Denigès è stato anch'egli un classico rappresentante di quella bella chimica sperimentale ottocentesca, della quale questo modesto blog ha riproposto tanti esempi corredati spesso dalla esecuzione pratica di "vecchi" metodi analitici.
Un esauriente articolo di Guy Devaux (per la Société d'histoire de la pharmacie, Paris 2002, LINK) racconta per esteso tutta l'opera chimica di Denigès e termina con la seguente frase, alla quale mi associo come sempre faccio quando riproduco per gioco vecchi lavori di scienziati oggi spesso dimenticati:

-"...Georges Denigès... Que sa memoire demeure toujours prèservée de l'herbe de l'oubli"-

Ecco perchè, in onore del vecchio Georges, ho cercato, si fa per dire, l'acido citrico nei limoni.

Materiale occorrente (e qui mi vi viene in aiuto l'insostituibile Treadwell):

- Ossido di mercurio
- Acido solforico
- Permanganato di potassio
- Cloruro di sodio
- Cloruro ferrico

Il reattivo di Denigès si prepara sciogliendo 5 g di HgO in una miscela di 100 ml di acqua e 20 ml di H2SO4 concentrato; in pratica ne deriva una soluzione acida di solfato mercurico HgSO4.
E' sottinteso che, rispettando le proporzioni, ho preparato nel mio caso una minima quantità di reattivo, sufficiente per condurre un paio di test.
La prova è stata fatta diluendo 1:3 del succo di limone e filtrando per ottenere una soluzione limpida.
Si tratta la soluzione citrica (qualche ml) con un ventesimo del suo volume del reattivo di Denigès, si scalda all'ebollizione e si aggiungono 5-6 gocce di KMnO4 N/10.
Il permanganato si decolora e si ottiene subito un precipitato bianco cristallino combinazione tra il solfato mercurico ed il sale di questo metallo con l'acido acetondicarbossilico, di formula HCOO-CH2-CO-CH2-COOH

Nell'immagine qui sotto si vede a destra la soluzione citrica dopo la procedura appena descritta; a sinistra per contrasto la soluzione di permanganato.

Denigès 1

 

In casi come questo di piccole quantità di sostanza è molto conveniente separare per centrifugazione il precipitato anzichè perderne gran parte sul filtro.

Procedendo con il metodo descritto dal Treadwell, si tratta il precipitato con una soluzione di cloruro di sodio, nella quale si scioglie perfettamente con formazione di HgCl2 e acido acetondicarbossilico, il quale, come gli altri composti chetonici o fenolici, si colora in rossastro in presenza di cloruro ferrico.

 

Denigès 2

 

L'immagine mostra a destra la soluzione ferrica, al centro la prova in bianco con tre gocce di FeCl3 e a sinistra la colorazione rossa indice della presenza di quell'acido acetondicarbossilico formatosi per ossidazione dal citrico.
La reazione di Denigès pur non essendo specifica è molto sensibile, riuscendo positiva fino ad una concentrazione di 500 mg/l di acido citrico.

E l'altra reazione classica per i citrati, con la formazione di pentabromoacetone?
Beh, l'onore al farmacista svedese L.Stahre l'ho già reso, facendo e descrivendo la sua reazione una decina di anni fa in uno dei primi post, il n.14-

 
 
 

Primule di primavera

Post n°420 pubblicato il 13 Marzo 2019 da paoloalbert

Lungo una strada montana dei miei posti è oggi tutto un fiorire di primule gialle; se fossero usignoli l'ambiente rimbomberebbe di inni alla primavera.
Il loro inno monocromatico lo mostrano lungo tutto il mese di marzo, riempiendo il tragitto di migliaia di occhietti gialli che rallegrano il percorso.

 

primule

 

Si tratta della diffusissima Primula vulgaris che vive in tante parti delle nostre colline; durante l'anno  si fa notare con difficoltà solo per qualche fogliolina verde rugosa, mentre esplode nel suo breve fulgore all'inizio della primavera.
Per quanto è carina da vedere, al contrario delle sua sorellina violetta è solo leggermente profumata.
Per stare in tema chimico, dopo essere passato da quelle parti ho dato un'occhiata al Parry (The chemistry of essential oils, 1921) per vedere i costituenti odorosi di questo delizioso fiorellino spontaneo.
Vi sono nella radice due glucosidi dai bellissimi nomi (Primaverina e Primulaverina!) che quando idrolizzati danno origine rispettivamente all'estere metilico dell'acido β-metoxiresorcilico e all'estere metilico dell'acido m-metoxisalicilico lievemente aromatici.
Ecco le rispettive formulette:

primule smell


Esse nulla diranno ai non chimici ma le metto qui apposta provocatoriamente per dimostrare (per la milionesima volta...) che la natura E' FATTA di chimica, e che sta di casa anche e specialmente in quelle fragranti essenze che inebriano l'olfatto e in quell'arcobaleno di colori che rapiscono la vista.

-Niente chimica, mi raccomando!... -sento sempre dire da qualcuno- solo cose naturali!

E quei tremendi "-metoxi" ... eccetera che ho messo sopra, chi li ha fatti se non la natura?
Non facciamoci continuamente abbindolare, per favore, da quella stucchevole chimico-fobia social-mediatica oggi di gran moda!

 

 
 
 

Spunti da una via di Milano

Post n°419 pubblicato il 05 Febbraio 2019 da paoloalbert

C'è nella profonda Milano nord, alla Comasina, una anonima (nel senso di poco conosciuta) via intitolata a Gerolamo Forni, farmacista milanese del XIX-esimo secolo.
Chi era questo ignoto farmacista per avere l'onore di una via dedicata?
Avete presente il bicarbonato di sodio (NaHCO3) e la soda Solvay (Na2CO3)? Sono cose da molti milioni di tonnellate prodotte nel mondo per infiniti impieghi.
Ebbene, nella prima metà dell'ottocento il milanese Gerolamo Forni fu lo sfortunato precursore di Ernst Solvay, colui che è passato poi alla storia e alle fortune industriali per essere riuscito a mettere in pratica un economico processo per la produzione della soda usando sale e ammoniaca come materie prime.
La soda era prodotta fin dagli albori della vera chimica, suppergiù gli anni della Rivoluzione francese, con un procedimento dispendioso ed estremamente inquinante, il processo Leblanc.
(Sarebbe interessante vedere anche questo procedimento, ma lo rimando ad altre occasioni).

Ecco che nel 1836 il nostro Gerolamo ebbe l'idea di far reagire ammoniaca, anidride carbonica e cloruro di sodio per ottenere bicarbonato, secondo la reazione complessiva seguente:
 
NaCl + NH3 + CO2 + H2O → NaHCO3 + NH4Cl

A parte l'ovvia disponibilità ed economicità del sale, anche l'ammoniaca era un sottoprodotto delle fabbriche del gas illuminante e pure l'anidride carbonica derivava a basso prezzo dalla calcinazione del calcare (CaCO3 → CaO + CO2).
Le sue prove furono perseguite dal 1838 al 1840 nella raffineria dei nitri di Milano, col beneplacito del Governo austriaco; l'idea era giusta, ma i risultati furono purtroppo poco incoraggianti e non vantaggiosi, evidentemente per carenze nella messa a punto del procedimento industriale.
E la storia di Gerolamo Forni imprenditore finisce qui... sicuramente avrà continuato con più successo a fare il farmacista.

Il procedimento del Forni riuscì invece bene (e passò alla storia alla grande!) a Ernst Solvay, un intraprendente giovanotto belga figlio di un salinaio brabantino.
Dopo studi in chimica assai limitati, il giovane Ernst si trovò ad aiutare uno zio che dirigeva un'officina del gas a Schaerbeerk, vicino a Bruxelles; qui pensò di utilizzare l'ingente produzione di acqua ammoniacale derivante dal lavaggio dei gas e ignaro degli sfortunati tentativi precedenti (fra i quali appunto quello del farmacista milanese) nel 1861 a soli 23 anni fece brevettare il procedimento base dell'industria della soda, ovvero la precipitazione del bicarbonato sodico poco solubile per azione del bicarbonato ammonico sul cloruro di sodio.
Oltre alla reazione sopra citata, il procedimento recuperava sia l'ossido di calcio (sottoprodotto per la CO2) che il cloruro ammonico NH4Cl secondo le reazioni:

CaO + H2O → Ca(OH)2     idrossido di calcio, calce spenta
Ca(OH)2 + 2 NH4Cl → 2 NH3 + CaCl2 + 2 H2O    e l'ammoniaca viene rimessa in ciclo

L'unico residuo è il cloruro di calcio (che oggi viene usato come anticongelante e disidratante nei deumidificatori).

Dopo alterne fortune (Solvay arrivò sull'orlo della bancarotta) il processo riuscì finalmente ad affermarsi anche economicamente ed Ernst ebbe la soddisfazione di veder riconosciuta la sua determinazione all'Esposizione di Vienna del 1873 quando, soprattutto per merito di Stanislao Cannizzaro e dell'industriale lombardo Candiani, fu messa in evidenza la genialità e praticità del suo processo.
Tant'è che il nostro celebre scienziato (padre della famosa reazione per le aldeidi che porta il suo nome), si adoperò per fargli assegnare il primo premio.
Da quel momento la Solvay & C. si affermò in tutti i paesi europei e in America e le tonnellate di soda prodotte si moltiplicarono esponenzialmente, mentre il vecchio processo Leblanc cadde per sempre nel dimenticatoio.

Ernst Solvay fu un industriale tenace e fortunato ma anche ammirevole amico della scienza ed impiegò generosamente parte delle ricchezze che l'industria gli arrecava per sovvenzionare molteplici Università ed istituzioni scientifiche e migliorare l'istruzione e l'educazione della classe operaia del suo tempo.
E fu così che una frazione di Rosignano Marittimo in provincia di Livorno divenne nel 1923 Rosignano Solvay, dal momento che una decina di anni prima il nostro intraprendente Ernst vi aveva aperto uno stabilimento per la produzione di bicarbonato (NaHCO3) e carbonato di sodio (Na2CO3) e avviato altre benemerite iniziative sociali.

Ed il povero farmacista milanese, da cui è partita questa storia?
Si deve accontentare di una anonima via alla Comasina... ma onore anche a lui, avere una via intitolata non è poco!

 
 
 

Gina e le meditazioni calanti

Post n°418 pubblicato il 16 Gennaio 2019 da paoloalbert

Mi diceva ieri la Ŝiura Gina: -Sai che mi salta il ticchio di fare un esperimento?-

-Ti dai agli esperimenti, Gina? Che esperimento?- dico io.

-Domani non fò nulla, sto stravaccata sul divano assolutamente immobile, e medito sul senso della vita ventiquattr'ore filate!

-Ma che cavolo di esperimento è?- dico io -a cosa ti serve una boiata del genere?

-Prima di tutto, meditare filosoficamente non è una boiata- dice la Gina - e in secondo luogo l'eperimento ha uno scopo.

-Sentiamo... scommetto che sarà una di quelle genialate del cavolo che trovi in Internet...- dico io con ironico scetticismo.

-Immagini sbagliato come il solito- dice la Gina piccata - l'idea è tutta mia e te lo dimostrerà scientificamente la mia bilancia!

-Senti Gina- dico io -non è meglio che, scusa il gioco di parole, non ti speghi "meglio"?

-Vabbè- dice la Gina -voglio verificare se il semplice fatto di respirare mi fa calare di peso.

-Ma non sei grassa Gina!- dico io rassicurante -secondo me passi troppo tempo in Internet, ecco tutto!-

-Stai zitto e ascolta- inizia a dire la Gina. E sembra rapirsi in un'estasi pseudo-stechiometrica:
per una persona media Wiki dice che  facciamo transitare nei polmoni qualcosa come 11 metri cubi d'aria al giorno- giusto?

-Va bene, facciamo finta di sì- dico io - dopo tutto noi siamo entrambi persone medie- aggiungo.

-Di questi 11 mila litri, quelli espirati sono evidentemente la metà, diciamo 5500 litri...-
E tu sai benissimo la composizione dell'aria, vero?-
mi sfida la Gina, come per dire: "vediamo se lo sai!".

-Su questa non mi freghi, la so da sempre- sentenzio io -79% di azoto, 20% di ossigeno e 1% di argo... il resto sono finezze-

-Esatto- conferma la Gina -quella è l'aria media di tutti, ma NON LA MIA QUANDO LA ESPIRO!-

-Chiaro- penso io - con le quintalate di cavoli e verze che usi in cucina...- ma mi trattengo in tempo.

-Sei un cretino a pensar male e non capisci dove voglio andar a parare!- dice seccata la Gina.
Dicevo che la mia aria, quando la espiro, contiene (a scapito dell'ossigeno) il 5% circa di anidride carbonica, ci-o-due, capito?
Il 5% di 5500 litri, arrotondando tutto e considerando solo l'ordine di grandezza dei calcoli, sono 275 litri di ci-o-due-


-Embè, e allora?- dico io, che veramente non so dove voglia andar a parare.

-Non credere di sapere due acche (due acche è anche troppo...) di chimica solo tu!- mi dice la Gina -seguimi che vado avanti-
Ora 275 diviso 22,4 fa 12,3 moli di anidride carbonica (ti ricordo che il vecchio Avogadro diceva che 22,4 litri di un gas qualsiasi corrispondono ad una mole di quel gas)-
Le  12,3 moli moltiplicate per il peso molecolare della CO2 che è 44 (12 per il carbonio e 2x16 per l'ossigeno) fanno 540 grammi-


-Tutto questo pistolotto per dire che dopo un giorno stravaccata sul divano hai buttato fuori mezzo chilo di anidride carbonica?- dico io.

-Certo- dice soddisfatta la Gina -ma il calcolo non è finito perchè in quel mezzo chilo e rotti non c'è solo roba mia!-

-Certo che è roba tua- dico io -l'hai espirata tu quella ariaccia!-

-Sì- dice la Gina -ma la ci-o-due contiene anche ossigeno, e quello l'ho tirato dentro dall'aria quando inspiravo... per "roba mia" intendo dire quello che non c'era nell'aria inspirata e cioè IL CARBONIO contenuto nella CO2... quello quando lo espiro deriva tutto dal mio corpo!-

-Beh, vieni al sodo- dico io -tra tirar dentro e tirar fuori l'hai tirata anche troppo lunga e voglio vedere cosa concludi-

-Nella CO2 espirata (che in 44 grammi contiene 32 g di ossigeno e 12 g di carbonio) quanto carbonio ci sarà in 540 grammi?

-Un etto e mezzo scarso- dico io facendo una proporzioncina (le proporzioncine sono una delle poche cose che so fare).

-Bravo!- conclude la Gina esultante -un etto e mezzo che io domani mi calo di peso, GRATIS, stando stravaccata ventiquattr'ore sul divano a meditare sul senso della vita!
E la mia bilancia posdomani lo confermerà cantando!-


Pensa- aggiunge ispirata -calerò solo respirando! Non è bello?-
Proprio come diceva quel tale secoli fa-
conclude -come si chiamava? Cartizzo, Concesio... ora non mi ricordo il nome esatto, ma sono sicura che diceva: RESPIRO, ERGO CALO!
Proprio così diceva!

 
 
 

Ma da dove arrivano? Da Liuyang!

Post n°417 pubblicato il 31 Dicembre 2018 da paoloalbert

Stavolta non voglio dire di qualche esotico metallo che arriva tutto (o quasi) da quell'unica miniera situata, di regola, nel posto più scomodo al mondo che uno possa immaginare.
C'è una cosa, diffusa una volta all'anno in tutto il mondo, che arriva veramente da un posto solo: i fuochi o fuochetti artificiali di massa, quelli che si trovano adesso anche nei supermercati a milioni, miliardi di pezzi, dovunque ci sia da sparare qualcosa a cavallo di San Silvestro.

Ebbene, quei fuochi colorati, tanto amati da qualcuno e altrettanto odiati da qualcun altro arrivano quasi tutti (il "quasi" è sempre d'obbigo) da Liuyang, una città cinese col suo solito milione e mezzo di abitanti.
Tutti da lì arrivano! Miliardi di tubetti gialli e rossi che invadono capillarmente il mondo per finire, com'è giusto, in fumo.
Avete mai visto un fuochetto artificiale, dal più piccolo al più grande, sul quale non ci sia scritto Made in PRC?
Ci gioco qualsiasi cosa che non l'avete mai visto, nè, credo, mai lo vedrete.

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A meno che... a meno che non siate in America Latina dove esiste la seconda capitale mondiale della pirotecnia, e allora avreste in mano un petardino prodotto certamente a Tultepec, Messico.
Anche qui tutta la via economica di questa rurale città non gravita più sulla produzione di pulque, mais e fagioli, ma si è riconvertita alla grande nel mescolare salnitro, nitrato di stronzio, alluminio e quant'altro serve (ne ho già parlato) per far fuoco luce e rumore più che si possa.
E le emerite fabbriche pirotecniche italiane?
Ancora resistono per fortuna, e rallegrano le deliziose sagre paesane del nostro Meridione.
Come non ricordare sicuramente una delle più incredibili, quella di San Trifone ad Adelfia, con i suoi quattro giorni di pazzia luminaria e sonora?
Invidio il mio caro amico Matteo di Fermo, che li ha visti, da vero appassionato.

Ma nel caso italiano parliamo di un'industria per lo più locale, di alto livello e che non è destinata ad invadere i supemercati e le tabaccherie del mondo e finire magari in mano a gente di dubbia intelligenza che si spara il petardo in mano, come domani mattina puntualmente verificheremo al Telegiornale.
[Delle fabbriche clandestine e dei fai-da-te improvvisati non ne parlo].
Due cose completamente diverse, l'invasione di massa e il prodotto di nicchia.

E mi va di citare l'azienda francese Ruggieri, che da secoli organizza fuochi degni di un Re, come quelli commissionati nel 1749 da Giorgio II d'Inghilterra e per quali Friedrich Haendel musicò la meravigliosa suite Royal Fireworks Music.
Cose grosse e d'altri tempi, che nulla hanno in comune con ciò che troviamo nelle tabaccherie e che arriva oggi, appunto, da Liuyang, Cina.

Tutto dovrebbe finire nelle mani giuste: guarda di che meravigliose opere d'arte son capaci i cinesi con i loro fuochi...


fuochi cinesi

 

e tanto per finire veramente in gloria ecco un frammento dei Reali Fuochi d'Artificio di Haendel:

 

 

e tanto basta per augurare a tutti Buon DueMilaDiciannove!

 
 
 

Problemi lontani?

Post n°416 pubblicato il 09 Dicembre 2018 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

C'è un'interessante faccenda di cui voglio dire, che non conoscevo e che è molto articolata; la pongo per punti per semplificare più che posso.

 

 

A- Ho detto problemi lontani... infatti la Groenlandia è lontana anni luce dai sentimenti italiani.
Ma il Mondo, oggi, è diventato veramente una palla unica; anche una volta lo era, ma non c'erano effetti concatenati.

B- Questo vastissimo Paese (un paio di milioni di chilometri quadrati) ha una popolazione che può stare comodamente seduta tutta allo stadio San Paolo di Napoli ed è da sempre strettamente legato al paese più tranquillo del mondo, la Danimarca.
Chi direbbe che ha invece enormi problemi economici e sociali?
E' molto significativo dunque aggiungere che è anche la capitale mondiale dei suicidi, per motivi da non si possono analizzare frettolosamente qui.

C- Nei dintorni di Kvanefjeld, in Groenlandia appunto, c'è una montagna non ancora sfruttata fatta quasi interamente di lujavrite.
Sono miliardi di tonnellate a cielo aperto di una roccia mineralizzata ad elementi delle Terre Rare (nella fattispecie Lantanio, Cerio, Neodimio, Praseodimio, Yttrio) che ne fanno il secondo giacimento mondiale di questi elementi.
Essi sono del tutto sconosciuti alla gente comune ma assolutamente strategici per l'industria moderna.
Nel minerale di cui sopra, come sottoprodotti di una eventuale lavorazione, vi sono uranio, zinco e fluorite.
Notare bene che l'ossido di uranio viene qui considerato un "sottoprodotto", un semplice minerale di accompagnamento...

D- Il quasi monopolio mondiale di Terre Rare viene oggi strettamente detenuto dalla Cina, come ormai tante altre cose.
La società autorizzata all'eventuale sfruttamento è l'australiana Greenland Minerals and Energy (GME).
Nel frattempo però la società cinese Shenge Resources Holding Co. (SRH) acquisirà il 12,5% di interesse nell'affare, con un'opzione per il futuro per acquisire il 60% delle azioni.
La miniera, tanto per essere chiari, sarà groenlandese di diritto e cinese, anzi cinesissima, di fatto.

E- Da una decina di anni è in corso in Groenlandia una disputa tra i sostenitori dell'apertura della miniera e gli oppositori per i comprensibili motivi ambientali.
I molti milioni di tonnellate di sterili (uraniferi) derivanti dal processo di arricchimento del minerale sarebbero stoccati nel vicino lago Taseq, che verrebbe "incamiciato" con una apposita diga.

F- Visto il luogo dove si trova, il costo per l'apertura della miniera e di tutte le infrastrutture indispensabili si misurerà in dollari ed avrà come minimo nove zeri dopo la prima cifra.
Ma il ricavato negli anni quanti zeri avrà? Ultimamente i cinesi sanno far di conto molto bene...

G- Fin che si sta studiando il progetto di fattibilità, la valutazione dell'impatto ambientale, "i miglioramenti dei risultati finaziari del progetto", eccetera, eccetera, ogni tanto una cinquantina (sono tante cinquanta persone da quelle parti!) di ecologisti vanno in giro per la Groenlandia a far manifestazioni per cercare di fermare la faccenda, appoggiandosi anche al fatto che il sito minerario non è lontano da zone che sono annesse al Patrimonio mondiale dell'UNESCO per motivi di millenaria agricoltura e allevamento.

H- Recentemente la GME ha annunciato di aver presentato al governo della Groenlandia un aggiornamento sulla valutazione dell'impatto ambientale per il progetto dell'uranio (il vero problema è la presenza consistente di questo elemento) di Kvanefjeld.
Si vedrà se il progetto e le valutazioni, contrariamente al passato, saranno rese pubbliche.

I- Il governo locale, sempre più autonomista nei confronti della Danimarca, spera di attirare gli investimenti cinesi per incentivare la dissestata economia groenlandese, che non riesce nemmeno più a vendere i gamberetti (la storica risorsa nazionale) che si sono ritirati più a nord a causa del riscaldamento globale.
(Noi ce ne accorgiamo relativamente, ma nell'Artico la situazione del disgelo e del ritiro del permafrost sta portando a conseguenze drammatiche).

J- Come andrà a finire? L'esito è scontato: frà un po' avremo metalli delle Terre Rare ancor più in abbondanza, con i quali ci potremo fare batterie, magneti, catalizzatori, leghe speciali e quant'altro a nostra discrezione.
E il pesce Groenlandia si sarà finalmente emancipato dalla odiata Danimarca... sputando un amo per abboccarne un altro.

K- Che siano dollari, euro, yuan poco importa, sono QUESTI E SOLO QUESTI (i danè) che contano, il resto son minchiatine.

L- O mi sfugge qualcosa?

 
 
 

Al timone del Krassin!

Post n°415 pubblicato il 14 Novembre 2018 da paoloalbert

La prima volta che son capitato da quelle parti, la città si chiamava Leningrado ed il Krassin stava ancora cercando gas e petrolio nei mari artici e perciò mi sfuggì.

La volta successiva che tornai lassù la città si chiamava San Pietroburgo, ma piacendomi anche la Storia patteggiai il Krassin con l'incrociatore Aurora (altra pietra miliare!) cosicchè ancora mi sfuggì.

-La prossima volta non me lo perdo di sicuro!- mi ripromisi - ed alla fine ci sono riuscito.

Ma cos'è questo Krassin?
Il Krassin è quel rompighiaccio che salvò i superstiti della spedizione Nobile dal pack artico nel 1928 e che ne decretò fama mondiale ed imperitura.
Si può capire che per un appassionato di spedizioni polari, il Krassin rappresenta un must assoluto da vedere.
Eccolo finalmente, ancorato sulla Neva!

Krassin 1



Il rompighiaccio Krassin divenne famoso in tutto il mondo nel 1928 quando, dal ritorno dal Polo Nord, il dirigibile "Italia" si schiantò  sul pack ed i sopravvissuti della spedizione del generale Umberto Nobile poterono essere salvati dall'unico mezzo in grado di raggiungere la Tenda Rossa e dalla costanza e tenacia del Prof. Samoilovic che guidava i soccorritori russi.
Era destinato ad essere un salvatore, il Krassin, perchè sulla via del ritorno assistette pure la nave passeggeri tedesca "Monte Cervantes" carica di passeggeri e in avaria per collisioni coi ghiacci, tant'è che per questo salvataggio il rompighiaccio è stato insignito dell'Ordine della bandiera rossa del lavoro.

La guerra mondiale sorprese più tardi la nave in Estremo Oriente, da dove fu costretta a ritornare attraversando l'oceano Pacifico, il canale di Panama e l'Atlantico, per continuare la sua missione bellica nell'Artico dilaniato dalla guerra.
E' interessante ricordare che il rompighiaccio potè salvarsi solo per miracolo allorchè, guidando un convoglio di trasporti militari, fu oggetto di caccia da parte della famosa corazzata tascabile tedesca "Admiral Scheer" (gemella della Deutchland e della Graaf Spee) che non gli avrebbe lasciato scampo.
Negli anni '50, il Krassin subì una profonda revisione e ammodernamento nei cantieri navali della RDT, che ne modificò parzialmente l'aspetto e le dotazioni tecniche.
Nel ruolo di rompighiaccio il Krassin ha lavorato fino al 1972, poi il veterano della flotta fu dedicato alla Spedizione geologica di prospezione marina del Ministero Geografico dell'URSS.
Furono eliminati i due motori a vapore ed installati due turbogeneratori e la nave fu adibita a ricerca esplorativa di petrolio e gas nei mari artici.

A fine anni '80 il Krassin fu trasferito da Murmansk a Leningrado, e dopo molte disavventure che rischiarono di farlo demolire come rottame, qualche emerito volonteroso in quegli anni di fortissimi sconvolgimenti che decretarono la fine dell'Unione Sovietica riuscì a fargli conseguire lo status di monumento storico... fino ad arrivare al 2014 quando finalmente fu rimorchiato nell'attuale sito sulla Neva, pulito e restaurato, per diventare quella nave-museo che mi sono rallegrato con molto piacere di visitare.

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Dal mio blog ogni tanto salta fuori il mio interesse e passione per le spedizioni polari che fecero storia a cavallo tra l'ottocento e i primi decenni del secolo scorso.
Tali eventi, avventurosi e pericolosissimi, avevano allora una risonanza mondiale che al giorno d'oggi sarebbe assolutamente inconcepibile.
Ormai siamo (purtroppo) abituati a non stupirci più di nulla e sono sicuro che se domani un uomo mettesse piede su Marte probabilmente farebbe meno clamore di quello che suscitava nei media di allora Amundsen nel 1911 conquistando il Polo Sud o magari di quanti giornali aveva fatto vendere Stanley pronunciando il suo famoso "...I presume..." nei riguardi di Livingstone.
Altri tempi naturalmente, nè migliori nè peggiori, semplicemente altri diversissimi tempi.

 

Krassin 2

 

E per concludere... ecco PaoloAlbert tutto preso con il timone del Krassin... non è propriamente la plancia com'era ai tempi del Prof. Samoilovic, ma non si può aver tutto!

 
 
 

Il mistero del coherer

Post n°414 pubblicato il 18 Ottobre 2018 da paoloalbert

Basta cercare in rete la parola coherer e si trova tutto quello che si vuole su questo misterioso dispositivo elettronico.
I due aggettivi sono importanti per quello che voglio dire: sia "elettronico" che "misterioso" sembrano parole grosse in riferimento alla minuzia di cui si tratterà, ma in sostanza sono assolutamente meritate, se non addirittura modeste.
E così rimando di corsa al solito San Google, attraverso il quale avremo anche l'occasione di ricordare con riconoscenza l'esimio professor Temistocle Calzecchi Onesti che inventò il "coesore" nel 1884.

Per riassumere veramente in due parole di cosa stiamo parlando, dico solo che si tratta di un tubicino di vetro con dentro un pizzico di limatura metallica (non compressa) e che è capace di rivelare le onde elettromagnetiche.
Che colpaccio! Un "QUASI NIENTE" fatto in officina con la lima e sensibile alle onde radio!
E' un oggettino talmente insignificante che mi ha sempre affascinato, fin da quando ho saputo da bambino di quel famoso colpo di fucile di Guglielmo Marconi, che fu sparato proprio grazie al coherer.
Dopo una vita mi sono deciso a verificarlo di persona (verificare galileianamente, questa è una mia fissa...) e voglio proprio vedere se quella limatura da nulla sarà veramente capace di dirmi se vicino a lei è scoccata una scintilla elettrica!
Detto fatto.

Ho limato una vecchia moneta da 100 lire (ha la giusta composizione a base di nichel), ho costruito il coherer e l'ho provato secondo il classico schema seguente:

schema coherer

Ed ecco la realizzazione pratica, fatta in un quarto d'ora per provarlo.

coherer 1  coherer 2

           Coherer spento                        Coherer acceso

 

In basso si vede la piccola capsula piezo, recuperata da un accendino, che serve a innescare il dispositivo a qualche distanza.
Facendo le cose per bene (antenna, terra e quant'altro, Marconi docet, appunto!) la distanza aumenta... fino a diventare un rudimentale radioricevitore.


In condizioni normali il LED è spento perchè la limatura metallica NON conduce, avendo molti megaohm di resistenza.
Facendo scoccare una scintilla con il classico accendigas piezoelettrico (ma anche senza provocare una scintilla, basta la scarica oscura nell'aria per effetto corona) il LED si accende e la resistenza del coherer crolla a qualche centinaio di ohm o meno, e in tale stato rimane anche dopo la cessazione dell'impulso.
Si tratta quindi di un dispositivo bistabile e per farlo tornare nelle condizioni primitive occorre dare un colpetto meccanico al tubicino, così il LED si spegne ed il circuito è pronto a rivelare l'eventuale successiva onda elettromagnetica smorzata.
(Ved. ricca bibliografia per tutte le considerazioni, come dicevo sopra).

Ma come è possibile? Ma come può funzionare un accrocco del genere? Quale fisica invocare?
Si leggono in rete superficiali "spiegazioni" riguardo microfusioni e orientamenti dei granuli che non mi convincono affatto; troppo piccola è l'energia in gioco.
Del resto anche lo stesso nome dato da Calzecchi Onesti (coesore) condurrebbe un pensiero meramente intuitivo a pensare che i granuli metallici si "fondano" in qualche modo tra di loro, altrimenti come si spiegherebbe la conducibilità?
L'unico ragionamento che finora mi soddisfa è quello che ne dà il bravissimo Prof. Guido Pegna dell'UNICagliari, che qui riporto integralmente prendendolo da un suo lavoro (sperimentale!) sul coherer.
Eccolo, con anche il *link* per chi volesse leggere l'originale:

-Il principio di funzionamento del coherer è tuttora non chiaro.
Esso è, anche al confronto con i dispositivi a stato solido oggi conosciuti, estremamente interessante.
E' un dispositivo bistabile molto sensibile, nel quale sono in atto processi a valanga probabilmente mediati da effetto tunnel attraverso le sottili barriere di ossido alla superficie dei granuli della limatura.
Ma occorre ancora capire perchè mentre sotto una tensione continua di qualche volt esso non conduce, basta un segnale ondulatorio di qualche decimo o centesimo di volt per portarlo in conduzione.
Non c'è spiegazione poi sul perchè lo stato di bassa resistenza permanga anche dopo che è cessata l'eccitazione.-


Bello vero? Condivisibile il ragionamento che lascia le porte aperte a ciò che ancora non è chiaro e non propone spiegazioni affrettate e poco credibili.
Bello pure il coherer del vecchio Temistocle, che di "effetti tunnel" (se di questo si tratta!) era in anticipo senza saperlo di una settantina di anni sul vero diodo tunnel di Esaki.

 
 
 

Test del bismutato di sodio

Post n°413 pubblicato il 06 Ottobre 2018 da paoloalbert

Riprendendo dalla volta scorsa... "-quella mia polveraccia scura avrà la bella forza di ossidare il Mn2+ a MnO4- ?"-

La reazione sulla quale si basa questo vecchio sistema analitico (Schneider e al., 1888) per la rilevazione del manganese si basa sulla seguente reazione:

2 Mn2+ + 5 BiO3- + 14 H+ --> 2 MnO4- + 5 BiO+ + 7 H2O

ed in pratica, lavorando in ambiente nitrico

5 NaBiO3 + 2 MnSO4 + 16 HNO3 → 5 Bi(NO3)3 + 2 HMnO4 + 2 Na2SO4 + NaNO3 + 7 H2O

sfruttando l'intensissima colorazione violetta dello ione permanganico MnO4-
Il bismutato deve essere in eccesso rispetto al manganese ricercato perchè il manganese ha la singolare proprietà di interferire con la ricerca di sè stesso; infatti se gli ioni Mn2+ sono presenti in eccesso, possono reagire con il permanganato appena formatosi riducendolo a sua volta, in tal modo:

2 MnO4- + 3 Mn2+ + 2 H2O -->  4 H+ + 5 MnO2

(Provando infatti ad aggiungere qualche goccia di soluzione di permanganato ad una di MnSO4 si nota che si decolora e imbrunisce per la formazione di MnO2)

Si procede deponendo una puntina di spatola della sostanza in esame in una provetta.
Si aggiungono poi 3-4 ml di acido nitrico diluito 1:1
Si scalda gradualmente (ma la reazione avviene già a freddo) e si aggiunge un eccesso di bismutato; in presenza di Mn2+ la soluzione assume la colorazione viola tipica dello ione permanganato MnO4-

Nel mio caso ho verificato, oltre all'efficacia del metodo, a saggiarne la sensibilità preparando delle soluzioni a concentrazione decrescente di solfato di manganese (da 1 g/l a 100 mg/l).
La colorazione viola è evidente nell'immagine, utilizzando come test la soluzione più diluita di MnSO4 (100 mg/l).

 

bismutato test


Lo si sapeva già, ma per concludere (non avendo mai provato tale metodo in pratica) ho galileianamente verificato che il bismutato alcalino ossida il manganese a manganico?
Sì, verificato
.

E posso dire che la mia polveraccia bruna che assomiglia all'ossido pulce (!) contiene una accettabile quantità di bismutato di sodio NaBiO3?
Sì, credo di poterlo dire.
E per oggi tanto basta.

 
 
 

Sintesi del bismutato di sodio

Post n°412 pubblicato il 26 Settembre 2018 da paoloalbert

Nel precedente articolo sullo xeroformio (tribromofenato di bismuto), accennavo al futuro tentativo di preparare una minima quantità di quell'interessante composto analitico, o meglio ex analitico, che è il bismutato di sodio, NaBiO3.
Interessante perchè questo composto ha un potere ossidante tanto forte (qui il bismuto ha numero di ossidazione 5, pot. st. rid. E° = 1,70 V) da riuscire a ossidare lo ione manganese Mn2+ a ione permanganato MnO4-, notoriamente a sua volta uno degli ossidanti più energici.
Per battere un forte naturalmente ci deve essere uno ancora più forte!
Dopo aver preparato l'ossido di bismuto (ved.) per arroventamento del tribromofenato, ho cercato in quelle vecchie fonti insostituibili una procedura per la preparazione dei bismutati alcalini.

[Cosa faremmo noi chimici sperimentali ruspanti (categoria umana che si avvia verso l'estinzione) senza quegli storici libri come il Vogel, il Molinari, il Brauer, il Treadwell, il Gattermann... eccetera? Probabilmente non saremmo nemmeno mai esistiti. Per questo considero questi libri fonti bibliografiche di valore inestimabile].

Una possibile procedura per il NaBiO3 la si trova sul Brauer, ed è quella che ho cercato di seguire, fatte salve le diverse proporzioni.
Volevo preparare per mia curiosità solo quella minima quantità di bismutato per eseguire qualche saggio sul manganese.

Materiali occorrenti:

-ossido di bismuto, Bi2O3
-idrossido di sodio, NaOH
-bromo, Br

La procedura, coinvolgendo quanto sopra, non è certo "friendly" e presuppone di lavorare assolutamente di conseguenza... ma su questo punto non insisto più di tanto.
Come il solito si sappia bene quello che si fa, in questo caso a maggior ragione.
La reazione su cui si basa la procedura è la seguente e sfrutta l'ipobromito che si forma in situ:

Bi2O3 + 6 NaOH + 2 Br2 = 2 NaBiO3 + 4 NaBr + 3 H2O

-Sospendere 1,7 g di Bi2O3 in 15 ml di NaOH al 40% e agitando vigorosamente aggiungere goccia goccia 3 g di bromo e portare all'ebollizione.
Date le modeste quantità in gioco e la tendenza del bromo ad evaporare facilmente dall'ambiente di rezione (e a trasferirsi nell'ambiente circostante...!!) ne ho usato un eccesso, un paio di ml (d. 3,1).

bismutato 1


Si forma subito un precipitato bruno, che va filtrato e lavato con NaOH al 40% e sospeso in 30 ml di acqua.
Il Brauer dice che mescolando la sospensione e aspettando un certo tempo il colore passa dal bruno al giallo; questo da me non è successo, il precipitato è sempre rimasto bruno scuro.
Lasciar depositare il prodotto, filtrare, diluirlo in 15 ml di NaOH al 53% (chissà poi perchè proprio al 53%!) e portare a riflusso per mezz'ora.

bismutato 2

Il precipitato bruno (sempre bruno) risultante è decantato, filtrato e ancora lavato con NaOH al 50%.
Sospenderlo poi in 30 ml di acqua, mescolando; in tale fase dovrebbe riassumere colorazione giallastra, cosa che nemmeno stavolta si è verificata.
Lavare con acqua, visto che il prodotto è uno di quei rarissimi sali di sodio insolubili, ed asciugare.

bismutato 3


La resa dovrebbe essere dell'83% secondo il Brauer, nel mio caso si è fermata al 56%; lavorando così in piccolo mi ritengo comunque soddisfatto.
Il bismutato di sodio dovrebbe presentarsi come una polvere amorfa di colore dal giallastro al bruno, mediamente con 3,5 molecole di acqua di cristallizzazione.
Se il prodotto commerciale si trova all'85% di purezza, nel mio caso è sicuramente molto inferiore e si tratta di una miscela quantitativamente indefinita di Bi2O3, Bi2O4, NaBiO3 di colore bruno scuro, simile a quella sostanza che una volta era detta "ossido pulce" (che bel nome! E qui non dico cos'è!).

La prossima volta vedremo lo scopo di questa preparazione, ovvero il test col manganese, e si verificherà se la mia polveraccia scura avrà la bella forza di ossidare il Mn2+ a MnO4-

 
 
 

Arrivo!

Post n°411 pubblicato il 19 Settembre 2018 da paoloalbert

Ahi, ahi, povero blog, ti ho semiabbandonato!
Più di un mese senza un post, mi sa che se continua così vai a finir male.
Ma arrivo, arrivo, il magnete nordico mi ha rilasciato da un bel po'.
Il tempo di preparare una sintesella e ti dò una delle ultime (?) boccatine d'ossigeno almeno per la sopravvivenza.
E sì, il terribile post n.386 (chi vuole può andarselo a rivedere) vuole le sue vittime, non c'è niente da fare, e quella storia dell'onda purtroppo è inesorabile.
A fra poco!

 
 
 

Il magnete mi attira

Post n°410 pubblicato il 11 Agosto 2018 da paoloalbert

estonia

 

Sono come l'ago della bussola: il magnete mi attira.
Anche quest'anno me ne vado un po' nel profondo Nord.
Non profondo come vorrei ma quanto basta.

 
 
 

Composti d'antiquariato

Post n°409 pubblicato il 23 Luglio 2018 da paoloalbert

Sono andato qualche tempo fa, per curiosità, a vedere quel colossale mercatino dell'antiquariato che si svolge l'ultima domenica del mese a Piazzola sul Brenta.
Si tratta certamente del più grande mercatino italiano del genere, dato che le bancarelle (di ogni tipo merceologico) sono centinaia e centinaia... tutta la bella cittadina ne è invasa.
Guarda cosa ho trovato su una bancarella, assieme ad altre bottigliette:

xeroformio



Una antica confezione di Xeroformio, ovvero di Tribromofenato di bismuto!

xeroformLa formula sopra riportata è come la dice il Merk Index, tuttavia altre fonti occupano una valenza del bismuto con un ossidrile, e lo chiamerei in tal caso tribromofenato basico, (C6H2Br3O)2BiOH
Altre fonti aggiungono al bromofenato anche una molecola di ossido di bismuto, (C6H2Br3O)2BiOH.Bi2O3
Ritengo che il tutto derivi dai metodi di fabbricazione di questo vecchio composto, ed anche dalla predisposizione del bismuto a formare appena può sali basici.

Lo xeroformio è un buon antisettico, ancora usato, che si presenta come una polvere appena appena giallina con lieve odore "di disinfettante"; probabilmente il suffisso "formio" gli deriva dal più noto iodoformio e l'odore lo richiama infatti lievemente.

Arroventando il composto, la parte organica si decompone completamente (con abbondante fumata, agire in ambiente opportuno) lasciando un residuo di ossido di bismuto Bi2O3, nettamente giallo a caldo e grigio giallino a freddo.

 

ossido di bismuto

 

L'ossido di bismuto così prodotto può essere usato per produrre qualche sale di questo metallo; esso si scioglie perfettamente in HCl formando BiCl3, il quale è stabile in ambiente cloridrico ma precipita immediatamente per diluizione come ossicloruro, BiOCl.
Per diluizione sono facilmente formati e stabili gli altri ossialogenuri BiOBr e BiOI.
Composti del bismuto assai interessanti sono i bismutati alcalini (Na-, KBiO3), dal potere ossidante tanto forte da riuscire facilmente a ossidare il manganese Mn2+ a permanganato MnO4- ed usati a tale scopo come antico metodo analitico.

Sempre affascinato da queste storiche procedure, vedrò se mi sarà possibile tentare di preparare una piccola quantità di NaBiO3, riferendo poi l'esito di questi esperimenti.
Per la cronaca: vicino alla bottiglietta di xeroformio ve ne era sulla bancarella un'altra ancora più interessante, che ho però lasciato dov'era perchè il contenuto era veramente pochino: si trattava di sodio metilarseniato

sodio metilarseniato

con il diabolico fascino dell'elemento trentatre...

 
 
 

Intervallo d'estate

Post n°408 pubblicato il 21 Giugno 2018 da paoloalbert

L'Aconitum napellus non è certo una pianticella comune, ma ha una interessante particolarità: è la più velenosa della nostra flora.
Percorrendo un sentiero situato vagamente non lontano dalle "mie" montagne, ho incrociato una quantità di napelli davvero impressionante: un incontro così denso e pregno di aconitina, sparso addirittura in alcune centinaia di metri, non mi era mai capitato nelle mie peregrinazioni montane.

 

aconitum napellus

 

Va bene qualche pianticella, ma mai viste così tante, fra erbacce e lamponi selvatici!
L'aconitina è quella bella molecola qui sotto ed è uno dei veleni vegetali più potenti, con una LD50 di un paio di mg (un centinaio di volte maggiore (!) di quella del famoso "cianuro", che tutti hanno almeno sentito giornalisticamente nominare. Per cosa sia la LD50, consultare S. Google).

 

aconitina

 

Avrei voluto soffermarmi e fare qualche foto decente e ravvicinata ai begli elmetti azzurri, ma non ne ho avuto la possibilità... sarà per la prossima volta.

Intanto ieri mi sono accorto che adiacente all'orto è nata anche quest'anno la figlioletta di un vecchio stramonio (Datura stramonium) che mi rallegrava l'occhio negli anni passati con i suoi eleganti calici bianco-violacei e con quelle singolari "palle" aculeate, piene di "scopolaminici" semini.
Belle molecole anch'esse, delle quali ho già parlato.

Evviva il solstizio!
Oggi è iniziata l'estate astronomica, godiamoci questa meravigliosa stagione.

 

 
 
 

Ondina 33, Coltano...

Post n°407 pubblicato il 02 Giugno 2018 da paoloalbert

Ma cosa sono l'Ondina e Coltano? Riguarderà roba vecchia di sicuro, dirà qualcuno che capita non per la prima volta su questo blog.
Sì, roba vecchia, roba di storia.
Nei post n. 246/7/8 pubblicai, da appassionato di spedizioni polari, qualche riflessione sulla vicenda della Tenda rossa di Nobile del 1928 (link); poco tempo fa passando da La Spezia sono andato a rivedermi al Museo Tecnico Navale la radio protagonista della conclusione felice della mezza tragedia, appunto il trasmettitore Ondina 33.
(Perchè 33? 33 sono i metri di lunghezza d'onda usata da questo apparecchio nella spedizione, pari a 9090 KHz).
Vedere dal vivo un oggetto mitico (qualunque esso sia, per un appassionato ad un argomento) è sempre una gran cosa.

L'Ondina in pratica è una anonima bruttina scatolotta di legno scuro, con qualche milliamperometro e qualche manopola sul frontale, un oggetto che "se non se ne conosce la storia" non fa certo soffermare un frettoloso visitatore del bel museo.
La mia fotografia, senza illuminazione e piena di riflessi ineliminabili dal vetro di protezione, è una delle peggiori che ho mai fatto... tuttavia eccola l'Ondina originale!
Protagonista di un frammento della storia d'Italia oggi praticamente sconosciuto, ma che ai tempi di mia nonna (ricordo che ne parlava) suscitò enorme scalpore, ammirazione e apprensione internazionale.
Altri tempi.

 

ondina 1

 

[A proposito del Museo: encomiabile l'iniziativa della Marina di renderne praticamente gratuita la visita, devolvendo la simbolica cifra di un euro e mezzo all'Istituto Doria che fornisce assistenza ai figli dei marinai caduti].


                                    ...°°°OOO°°°...

E Coltano? Cos'è?

Coltano è una piccola località nella pianura sud pisana, oggi conosciuta solo dai pochi che gravitano in quella zona ma un tempo centro di importanza nazionale, da cui si lanciavano reti che avviluppavano il mondo intero.
Parlo ancora di radio e le reti sono quelle onde elettromagnetiche che con opportune condizioni arrivano dovunque.
Sempre navigando nel Gran Mare si trovano anche per Coltano tutte le notizie che si vogliono (per esempio su Wiki, link) e ne parlo qui perchè, girovagando per questa parte della Toscana, ho voluto sincerarmi di persona in quale stato di vergognoso degrado versi ancora la stazione marconiana che fu il principale centro radio italiano intercontinentale degli anni '30.

Un altro cimelio storico nazionale lasciato da decenni in totale abbandono, del quale si continua a parlare di "recupero" ma che alla data di questo post la palazzina Marconi si trovava come si vede in questa tristissima foto.

 

coltano

 

Essendo abituato da una vita "ad andare un po' in giro" anche fuori d'Italia, mi rammarico ancora di più perchè vedo com'è trattato e custodito il patrimonio storico-culturale in tanti altri Paesi, che ne fanno giusto orgoglio nazionale ed anche fonte di entrata economica (e magari si tratta di cose molto più piccole delle nostre) ma salvaguardate da una politica seria.
Se si potesse dar via metà del nostro patrimonio culturale scambiandolo con altrettanto buon senso ci si guadagnerebbe, e anche parecchio.

 
 
 

Ma quanto centrifuga la mia centrifuga?

Post n°406 pubblicato il 15 Maggio 2018 da paoloalbert

Vedendo la mia centrifughina autocostruita mi è venuta nostalgia di quei bei problemi di fisica che si facevano una volta.
(Spero proprio che non abbiano fatto la fine di storia e geografia...).
Ecco l'immagine del braccetto della centrifuga, costruita in un momento quando di necessità occorreva far virtù.

 

Centrifuga 1 Centrifuga 2

 

Fare l'attrezzo in teoria è semplice, ma è pacifico che occorre, oltre alla opportuna manualità, anche una officinetta attrezzata con gli strumenti che servono; per me nulla è più impagabile (ed usato) di quel laboratorietto meccanico che sta in quella piccola costruzione incoronata da quella superba rosa rampicante come s'è visto qualche anno fa (link) e che anche adesso è fiorita così.

Quando recentemente ho dovuto centrifugare l'idrossido ferrico per separarlo dal complesso rameico mi sono chiesto a quanti G di accelerazione fosse sottoposta una particella di quel gelatinoso idrossido per essere proiettata sul fondo della provetta anzichè rimanere in eterno sospesa nel liquido.
E già che ci siamo, a che forza sono sottoposti gli anelli che reggono le provette?
Ho fatto due calcoli ed ecco il risultato:

Il braccio della centrifuga (R), dal perno all'anello portaprovette, è lungo 5 cm (0,05 m)
Il braccio dal perno a metà della provetta (simuliamo che la particella da centrifugare sia lì) è lungo 9,5 cm (0,095 m)
La massa (m) della provetta (piena di liquido) è 24 g (0,024 Kg)
La massa della ipotetica particella assumiamo che sia 0,1 mg (10-7 Kg) - Il valore assoluto non è importante
La velocità di rotazione del motore assumiamola molto verosimilmente a 1000 giri/min (f = 16,66)

La formuletta della forza centripeta (il mio attrezzo sente la forza centripeta, non quella centrifuga! Quest'ultima riguarda la particella) è la seguente:

F = 4 ∏2 f2 R m

Dunque sostituendo si ha per la particella:

F = 39,478 * 277,77 * 0,095 * 10-7 = 1,04*10-4 N pari a 10,6 mg

La particella sottoposta ad una accelerazione per oltre cento volte il suo peso, dice: meglio che mi schiacci verso il fondo!
Notare che man mano che la particella "precipita" essa si allontana dal centro di rotazione e quindi la forza che la "tira giù" va sempre più aumentando fino a raggiungere il fondo della provetta.
[La centrifuga degli astronauti arriva ad un massimo di 10 G (e mi vien male solo a pensarci).
Qui siamo a 100 G e oltre (e meno male che non sono la particella...)].


Per l'anello della centrifuga:

F = 39,478 * 277,77 * 0,05 * 0,024 = 13,16 N pari a 1342 grammi

Ecco perchè l'accrocco deve avere la giusta robustezza e soprattutto deve essere perfettamente bilanciato, altrimenti dopo un po', se qualcosa entra in risonanza, si spacca tutto!
Tenere presente che la forza centripeta varia col quadrato della frequenza quindi aumentando la velocità di rotazione si intuisce (in questo caso intuisco bene io osservando preoccupanti vibrazioni) che non è il caso di accelerare più di tanto ma semmai di aspettare un minuto in più, tanto quello che deve precipitare precipiterà.
(Aumentando a 1800 giri la forza su ogni anello portaprovette passerebbe a 4350 grammi, e il tutto in vorticosa rotazione!)
Per questo ho munito il motore della centrifuga di un semplice variatore a TRIAC che permette di partire anche da zero e poi accelerare a piacere entro limiti di sicurezza.

Naturalmente questi problemucci riguardano i lab ruspanti, chi ha LA MEGACENTRIFUGA di buona marca non si pone questi pensieri, deve solo attaccare la spina.

Ora, sarà venuta a qualche curioso (...) la voglia di quantizzare "l'asciugatura" di una foglia d'insalata nella centrifuga da cucina?

 
 
 

Un rame residuo

Post n°405 pubblicato il 02 Maggio 2018 da paoloalbert

Finalmente la lunga lezione in cinque puntate del Prof. Catullo è finita e possiamo tornare a noi.
In ogni caso abbiamo imparato in dettaglio (o almeno l'ho fatto io) quanto fosse laboriosa l'estrazione del rame da un suo minerale povero come le piriti cuprifere agordine; laboriosissima direi, in tempi tecnologicamente carenti come quelli oggetto degli scritti precedenti.
Il Prof. Catullo ci ha dimostrato che si fa presto a dire: ... arrostimento del minerale... riduzione con carbone... un po' di passaggi, tic e tac... et voilà il lingottino di rame!
Nossignori, la musica, quella PRATICA da suonare sul campo, era (è) molto diversa e decisamente difficile ad eseguirsi!

Ecco uno dei cubetti di minerale residuo di fusione che Marco mi ha mandato, con lo scopo di farmi giocare un po' con le provette... e naturalmente io l'ho preso in parola!

Imperina 1


Il campione si presenta semivetrificato, molto duro e verosimilmente dovrebbe essere composto prevalentemente da una scoria a base di silicato ferroso; ne ho pesato dei frammenti per un totale di 3 g proponendomi lo scopo di verificare grossolanamente, con i miei metodi antichi, quanto rame contenesse come residuo.
Ho posto i granellini in un eccesso di HCl con qualche goccia di HNO3 e lasciato dissolvere a caldo e a freddo; come previsto la dissoluzione è stata lenta, difficile e parziale e la quantità passata in soluzione (per differenza) è stata di 0,92 g.
Ecco la soluzione acida dopo la separazione del solido indisciolto; dalla colorazione non vi è dubbio che vi sia ferro in grande abbondanza!

 

Imperina 2

 

Per separare il ferro dal rame ho parzialmente evaporato (non arrivando a secco) per eliminare la maggior parte degli acidi residui, poi diluito opportunamente e ripreso alla fine con un eccesso di ammoniaca.
In tal modo il ferro precipita tutto come idrossido ed il rame viene complessato come Cu(NH3)4(OH)2
Ecco il prodotto dopo il trattamento con ammoniaca:

 

Imperina 3



Ora occorre separare la soluzione rameica (ammesso che ci sia, finora certamente non si vede) da tutto quell'idrossido gelatinoso e questo è indispensabile farlo per centrifugazione perchè per semplice filtrazione sarebbe impossibile.

Ho pertanto messo in azione la mia centrifugaccia autocostruita dividendo la sospensione in più porzioni fino a separare perfettamente l'idrossido dal liquido ammoniacale limpido. Eccolo, ed è apparso anche il colore azzurro del complesso.
Il rame c'è!


Imperina 4



Ho riunito tutti i centrifugati e posto in capsulina ad evaporare a caldo, per eliminare l'ammoniaca e trasformare il complesso in ossido rameico secondo la reazione:

Cu(NH3)4(OH)2 + 2 NH4OH --> CuO + 6 NH3 + 3 H2O

Ecco il risultato:

Imperina 6


La crosticina di ossido di rame si vede bene in foto, ma in pratica è risultata una patina sottilissima, impossibile da staccare ed imponderabile, almeno per i miei mezzi.
Qualche milligrammo inchiodato alla capsulina, non di più.
(Lo so che si poteva far meglio: in crogiolino, pesando prima e dopo, eccetera)
Ho sciolto pertanto il residuo con un po' di HCl, ottenendo una bella soluzione verde (conferma del complesso tetraclorocuprato CuCl42-) che è passata ad incolore per diluizione con qualche ml di acqua data la minima quantità di rame presente.
Ho neutralizzato con poco NaOH fino a incipiente precipitazione di Cu(OH)2 e con qualche goccia di acido acetico ho portato il pH appena appena acido, per eseguire il test con l'etilxantato.

Ho già parlato di questo bellissimo saggio per il rame (link) ed l'ho voluto usare sia per la sua sensibilità sia perchè mi è particolarmente simpatico.

Le quattro provette seguenti contengono da sinistra rispettivamente due soluzioni con qualche goccia di soluzione da esaminare, la soluzione di etilxantato di potassio (CH3-CH2-CS-SK) e la soluzione con quel poco di CuCl2 derivante dal minerale.

 

Imperina 5


Le due immagini seguenti mostrano la conferma del rame come intorbidamento giallo aggiungendo il reattivo; la seconda foto mostra il precipitato formatosi dopo cinque minuti.
Le reazioni con l'etilxantato non sono specifiche (molti metalli colorano con il reattivo, ved. link sopra) ma nel nostro caso era presente (a parte tracce di ferro) solo rame quindi il test lo considero del tutto puntato sul rame.



Imperina 7 Imperina 8


E cosa si evince da tutto quanto sopra?

1- Che mi sono divertito a fare questa analisi, con l'accuratezza non certo da lab istituzionale ma sufficiente per i miei scopi

2- Che il rame è effettivamente presente nel residuo di fusione di Marco, ma che è in quantità minima, segno che la maggior parte (come volevasi!) è passata a suo tempo nella "metallina" e quindi non è finita nella scoria.

Ovvio, si dirà. Ovvio, certo. Ma ho voluto verificarlo, altrimenti chi sporca più provette di questi tempi?

 
 
 

Capitolo di metallurgia - Parte quinta

Post n°404 pubblicato il 25 Aprile 2018 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

 

Capitolo di metallurgia, tratto da un manoscritto sulle miniere della Provincia Bellunese…

(Parte quinta e ultima– Ved. Post precedente)

 

Par. VI – Terza fondita

 I kretz staccati dalla manica, dopo compita la seconda fusione, vengono uniti agli stoni rifusi calcinati, e dalla fondita di tali sostanze si conseguisce lo ston sottile, o metallina.

Il prodotto che fornisce questa operazione è di tinta grigia, offre il brillante del piombo, ma più appannato, e presenta una frattura composta di piccoli cannelini, dentro i quali si vedono i fili di rame metallico.

I pezzi sono assai fragili, ed hanno due linee circa di grossezza.

 

Par. VII – 4° Torrefazione

La metallina non si abbrustolisce che una sola volta; e a fronte del poco tempo che rimane esposta al fuoco delle roste, si formano nulla meno sopra di essa la malachite ed il rame ossidulato, la cui tinta risalta molto più di vaghezza che l’altra, che distingue le due specie illustrate nel quinto paragrafo, e si mantiene per un tempo assai più lungo.

Da questa operazione si ottengono dei pezzi che hanno la forma di grosse concrezioni tubercolose, le quali conservano tutta l’apparenza del rame metallico, sebbene alquanto sudicio.

 

Par. VIII – Quarta fondita

Con la metallina calcinata, si fondono le deposizioni raccolte nel bagno acqueo, dove s’immerge il rame rosetta per raffreddarlo; lo spolvero (rame sublimato in globetti) del camino annesso al forno di raffinazione, ed i kretz della fondita antecedente.

Il prodotto che si ritrae da questa operazione, è una massa compatta del colore del tartaro che si cava dalle botti, e porta il nome di rame nero.

Talvolta si ottiene il rame nero dalla fondita degli stoni rifusi calcinati; ma in questo caso conviene passarlo alla rosta, prima di assoggettarlo all’ultima fusione.

 

Par. IX – Ultima torrefazione

Il rame nero si estrae dal bacino sotto forma di dischi del diametro di due piedi, e della grossezza di quattro o cinque linee; e dopo di averlo raffreddato nel bagno, lo si adagia sul terreno, e si ricopre di legna e di carbone polverizzato.

Appiccatovi il fuoco, si cerca di regolare l’operazione in modo che il metallo non abbia a soffrire alcun principio di fusione; poi si levano i dischi metallici, e con mazze di ferro si percuote la loro superficie, onde separarne le scaglie ferruginose, che sopra vi aderiscono.

 

Par. X – Ultima fondita

Detersa che sia la superficie dei dischi dalle scaglie ferruginose, si traporta il metallo nel forno di raffinazione, e lo si fonde, affine di ossidare o scorificare il resto del ferro che lo rende impuro.

Il prodotto che ci somministra quest’ultima fusione presenta tutti i caratteri del rame metallico puro.

Tali sono le operazioni che si eseguiscono in Agordo sopra la pirite cuprea, onde ottenere il rame nello stato di purità.

 

                               …°°°OOO°°°…

 

Qui termina il capitolo del manoscritto di Tomaso Antonio Catullo sulla miniera Agordina, dal quale voglio trarre solo un paio di conclusioni sostanziali:

- quanto fossero lunghissime, laboriose e dispendiose le operazioni per estrarre il metallo dal minerale;

- quanto il buon esito di tutto il lavoro fosse soggetto alla capacità personale dei mastri minerari e metallurgisti.

Essi dovevano decidere quasi tutto in base alla loro esperienza, dalla quale in definitiva dipendeva il rendimento economico della miniera.

Senza contare il dispendio energetico umano, allora di poco conto (c’erano anche tanti teneri e vispi fanciulli che collaboravano!, oltre al durissimo lavoro del minatore), il dispendio energetico in termini di combustibile (legna e carbone) era evidentemente enorme, ed a farne le spese erano, nel caso in oggetto, le foreste bellunesi, apparentemente inesauribile fonte vegetale sia per gli interminabili fuochi necessari per l’estrazione mineraria del Doge sia per il legno delle sue navi.

Dal punto di vista puramente tecnico ricordo un particolare fondamentale del testo del Prof. Catullo ma che può sfuggire ad una lettura affrettata: il medesimo sottolinea l’importanza (ved. parte terza) dell’aggiunta dello schisto argilloso durante il processo di fusione, auspicandone anzi l’integrazione con minerale quarzoso, al fine di separare il più possibile il ferro dal rame sotto forma di scoria.

Tale processo è infatti fondamentale nel caso di minerali ferro-cupriferi,  secondo la reazione che semplificando al massimo può essere riassunta:

FeO + SiO2 = FeO.SiO2      silicato ferroso

che combina selettivamente il ferro (ossidato nei processi di torrefazione) a formare un silicato facilmente fusibile e separabile; il rame, più pesante, si concentra sul fondo del forno ed il silicato, portandosi via il ferro, galleggia come scoria e viene separato.

I campioncini di Marco di cui parlavo all’inizio dovrebbero essere proprio di questa natura; vedremo in seguito se un po’ di rame ne sarà rimasto inglobato.

 

 

 
 
 

Capitolo di metallurgia - Parte quarta

Post n°403 pubblicato il 19 Aprile 2018 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

 

Capitolo di metallurgia, tratto da un manoscritto sulle miniere della Provincia Bellunese…

(Parte quarta/5 – Ved. Post precedente)

 

Par. V – Torrefazione

 

Gli stoni rifusi si recano nei luoghi destinati per le arrostiture, dove si collocano di bel nuovo sopra i carboni per torrefarli.

Tale operazione viene replicata cinque o sei volte di seguito, prima di sottomettere gli stoni ad una nuova fondita; e con queste ripetute arrostiture si separano le ultime porzioni dello zolfo, e si facilita sempre più la concentrazione del rame.

Durante questo processo si possono vedere sulla superficie dei pezzi che si abbrustoliscono, i più bei saggi di rame ossidulato rosso, e di rame carbonato verde, ambedue sotto forma di concrezioni fungiformi, leggierissime, e facilmente polverizzabili.

L’azione del fuoco ha dunque potuto operare la conversione dei fili di rame, in rame ossidulato, il cui aspetto è poco o nulla dissimile da quello che distingue il rame rosso di Cornovaglia analizzato dal Chevenix; e l’azione combinata del fuoco, del carbonio, e dell’aria ha dato origine alla malachite.

Per avere una conoscenza esatta della natura di quest’ultima specie, non mi sono accontentato dell’effervescenza che vi suscitò l’acido nitrico versato a gocce sulla medesima, ma vi volli far passare nell’acqua di calce il gas acido che da essa si dipartiva, per osservarne gli effetti.

L’intorbidamento dell’acqua mi raffermò nell’opinione che io aveva intorno all’indole del minerale.

Questo interessante fenomeno avvalora l’idea concepita dal Breislak sull’origine della calcaria primitiva; il Sig. Breislak difende la fluidità ignea della terra, e crede, che allorquando la materia andavasi raffreddando, l’ossigeno si sia unito al carbonio, ed abbia generato l’acido carbonico, il quale, combinandosi con la calce elementare, diede formazione ai monti calcarei primitivi.

Anzi se vogliamo ben esaminare le circostanze che concorrono alla genesi del carbonato di Agordo, si troverà che l’opinione di questo celebre geologo viene appoggiata direttamente dalla mia osservazione, che dalle esperienze dell’Hall, e dal Bucholz, sopra cui egli fonda la sua ipotesi.

Il Sig. Hall, mediante la compressione ed il calore, convertì le polveri della calcaria in una pietra effervescente negli acidi, dura, e di una grana analoga a quella dei marmi salini: ed il Bucholz, spingendo ad un fuoco violento la creta polverizzata, ottenne, senza la compressione, una massa dura, solida, semifusa, e d’un bianco giallastro, che inclinava alcun poco al rossastro.

Si vede che i due chimici hanno sperimentato sopra la calce unita all’acido carbonico, mentre negli stoni di Agordo, questo acido non preesisteva alla formazione della malachite, ma si è invece generato nel progresso della combustione; come appunto il Breislak immaginò essere accaduto, nell’epoca in cui si sono formate le gran masse di calcaria primitiva.

Non mi venne mai di adocchiare, fra le specie minerali generate dal fuoco, nella terza arrostitura, il rame bleu, sebbene, sulle cognizioni che abbiamo sulla di lui natura, non mancassero i materiali necessarj alla produzione di questo sale.

Sono entrato perciò nel sospetto, che la varietà del colore dei due sali di rame, non provenga dallo stato nel quale si trovano le loro basi, e conseguentemente non si abbia ancora potuto assegnare la vera cagione della differenza che passa tra un carbonato e l’altro.

Pelletier si studiò d’indagare la causa che produceva questa diversità di colore nelle specie in discorso, e credè di trovarla nella minore o maggiore quantità di ossigeno di cui erano provvedute le basi metalliche..

Quindi la tinta verde della malachite fu dal Pelletier attribuita al perossido di rame, perché tale era lo stato del metallo in questa specie, laddove il rame bleu conteneva in assai minor dose l’ossigeno.

Ma in questo mezzo comparve l’analisi del Klaproth, che mostrò tutto il contrario; per lo chè hanno dovuto i mineralogisti modificare le loro idee sulla costituzione chimica delle due specie.

Noi potremmo tuttavia muover dubbio sulla legittimità delle conseguenze che si vollero dedurre dalle analisi, imperocchè, se la differenza di colore nei due minerali derivasse dalle varie dosi d’ossigeno contenute nelle loro basi, si avrebbe dovuto trovare, fra gli stoni di Agordo, il rame bleu, giacchè i due ossidi di questo metallo si possono ravvisare tanto sulle maggiori superficie dei pezzi arrostiti, che sulle cellule di cui è sparsa la loro frattura.

L’osservazione mi ha fatto conoscere che il rame verde si forma costantemente sulla parte esteriore degli stoni, ch’è la più ossidata, come lo indica la sua tinta bruno carica; mentre nei vani della spezzatura, vi ho sempre incontrato l’ossido minore di rame, o rame rosso, di cui si è fatto parola più sopra.

L’acido carbonico, col quale si trovano sempre al contatto i due ossidi, diede origine alla malachite; ed avrebbe potuto generare anco il rame bleu, se la mancanza di un qualche mezzo, che noi ignoriamo, non avesse arrestata la sua formazione.

Sembra dunque che il processo seguito dalla natura, nell’imprimere nei due sali un colore diverso, sia più recondito di quello che si è finora immaginato (Klaproth ha ricavato meno ossigeno dal rame contenuto nella malachite che dall’altro separato dal rame bleu).

Fine quarta parte

 

 
 
 

Capitolo di metallurgia - Parte terza

Post n°402 pubblicato il 14 Aprile 2018 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

 

Capitolo di metallurgia, tratto da un manoscritto sulle miniere della Provincia Bellunese…

(Parte terza/5 – Ved. Post precedente)

 

Abbiamo veduto più sopra, che lo schisto è il fondente impiegato in questa operazione; e qui aggiungeremo essere due le varietà di tal pietra, che si antepongono alle altre; lo schisto steatitico cioè, e lo schisto nero, rocce che formano quasi la totalità delle montagne poste a nord della miniera.

Sulla pietra arrostita come fondente, parmi possa aver luogo una discussione metallurgica, imperciocchè, se con unanime accordo i metallurgisti hanno surrogato a molti altri fondenti terrosi la calce, a che perseverare nell’antica costumanza di usare lo schisto?

Al bravo e zelante Sig. Zanchi Direttore dei lavori, non deve essere ignota l’efficacia con la quale opera la calce sulle miniere d’indole piritacea (la calce non agisce solamente come flusso, ma serve a neutralizzare tutto l’acido che si forma durante la liquefazione della miniera); e perciò io credo ch’egli preferisca a questa lo schisto, onde ottenere gli stoni meno carichi di ferro, ed evitare ad un’ora alcuni altri inconvenienti, che sogliono accompagnare la fondita.
S’ella è così, vediamo adesso quali sieno i materiali dello schisto da riputarsi utili alla fondita, e se questi possano cooperare con tutta quella energia che si ricerca; ovvero si abbia ad escludere lo schisto come poco proficuo, e sostituire ad esso dei fondenti migliori.

Per avere una precisa notizia sulle varietà di schisto dell’Agordino, ho cercato di segregare con l’analisi le terre che entrano nella loro composizione, e trovai che la varietà nera contiene 54 parti di silice, 20 di allumina, 9 di calce, 5 di magnesia, 4 di ferro, e 8 di perdita: e che lo schisto steatitico somministra 47 di silice, 20 di magnesia, 18 di allumina, 6 di calce, 1 di ferro e 7 di perdita.

Da ciò chiaramente apparisce, che codesti schisti non s’impiegano per ottenere gli effetti che suol produrre la calce; né tampoco per trarre profitto dall’allumina, e dalla magnesia; imperciocchè, la prima di queste terre, vi esiste in dose assai modica per riescire vantaggiosa; e le altre due si considerano poco utili al buon esito dell’operazione.
E’ dunque disvelato, che gli schisti vengono preferiti agli altri fondenti, in virtù della silice, che vi predomina nella loro composizione; la quale, secondo le testimonianze dell’Orschall, è un ingrediente necessario alla riduzione del rame piritoso.

L’uso della silice era conosciuto dall’Agricola, e dal Biringuccio (De Re metallica… - Pirotecnia…) ma non era egualmente nota la maniera di agire di questa terra sopra la vena esposta all’azione del fuoco colliquativo; per il chè, volle Mr. Gueniveau, in questi ultimi tempi riconoscere la ragione che induceva il metallurgo a trattare la pirite di rame con le polveri al quarzo.

A tal fine si recò egli alle miniere di rame piritoso poste a S.Bell; e dopo aver istituite sul luogo molte esperienze sintetiche, e fatta l’analisi di tutti i prodotti che si ottengono da ciscuna operazione, ebbe a concludere, che il ferro della pirite, appena trasmutato in ossido, si combina alla silice, e forma con essa un vetro assai fusibile; mentre il rame si concentra nella metallina (ston sottile), dalla quale, col mezzo di ulteriori torrefazioni, si elimina il resto dello zolfo; e l’ossido di ferro, che ancora contiene la medesima, si separa mediante il ministero della silice, che vi si unisce di nuovo, prima di sottoporla ad una novella fondita.

Ora, ritornando alla preminenza che si dà allo schisto, in causa della silice che contiene, io trovo che questa terra, essendo combinata chimicamente all’allumina, alla magnesia, e ad altre sostanze straniere alla sua natura, non può contribuire alla separazione del ferro con tutta quella efficacia che si desidera; e perciò io insinuo di sperimentare il quarzo polverizzato in luogo dello schisto, e di mescolare ad esso un terzo di carbone calcario, o meglio ancora, di calce viva, escludendo la pirite, che si adopera per salificare gli ossidi di ferro, a spese dell’acido che somministra.

Credo di aver addotto bastanti ragioni onde provare l’utilità che trarre si potrebbe dalla silice e dalla calce, qualora di volesse surrogarle allo schisto e alla pirite; tanto più che l’aggiunta di quest’ultima non è generalmente adottata; imperciocchè, se dall’un canto favorisce la fondita, dall’altro rende più complicate le operazioni, o almeno più lunghe dell’ordinario; e ciò principalmente in causa d’una maggiore quantità di ferro, di cui si caricano gli stoni.


Par. III – 2° Torrefazione


La torrefazione degli stoni crudi si eseguisce in un’aja circondata da una muraglia di mediocre altezza, che dicesi Rosta, nella quale si colloca lo ston, frapponendovi di spazio in spazio uno strato di legna, ed uno di carbone.

Non è di necessità in questa operazione di coprire il minerale con la solita terra ocracea, essendo bastanti le muraglie per impedire all’aria di insinuarsi con forza attraverso i lati della rosta, e sturbarne quindi la combustione.

Dopo alcuni giorni di fuoco, si estraggono gli stoni arrostiti, e si trasportano al forno per assoggettarli ad una seconda fondita.

Terminata l’arrostitura, si osserva, che gli stoni hanno assunto caratteri diversi da quelli che manifestavano prima di essere calcinati.

I pezzi si convertono in una massa concrezionata, di color bruno lucente, nei cui vani si scorgono di sovente alcune laminette di rame metallico.

 

Par. IV - Seconda fondita


Agli stoni calcinati si uniscono le grassure (fu imposto il nome di grassure all’ossido di rame conseguito dalla scomposizione del solfato di questo metallo, col mezzo della ghisa, o ferro impuro di ossigeno), i kretz della fondita precedente, e quelli cavati dal bacino del forno di raffinazione, onde sottoporre il tutto alla fusione.

A questi prodotti si sogliono aggiungere anche quei frammenti che si staccano dal rame nero mentre resta nel bagno acqueo per raffreddarsi; i quali si raccolgono sul fondo della fossa dopo avervi estratto il metallo.

Nel corso di questa operazione nulla v’ha di osservabile, o di nuovo, perché viene eseguita con le medesime regole della prima, e in un forno analogo a quello in cui si sono ottenuti gli stoni crudi.

Il materiale che si ricava da questa fondita dicesi ston rifuso, e corrisponde a ciò che i tedeschi chiamano spurstein.

E’ desso di color grigio all’esterno, ma rubiginoso nella frattura; e qualche volta di una lucentezza che molto assomiglia a quella dell’argento rosso dei mineralogisti.

Il suo interno è inegualmente seminato di piccole cellule dentro alle quali si vede il rame metallico, disposto in finissime e corte spille riunite in fascetti, e aggomitolate fra loro.

Molti di questi saggi sono stati spacciati dai mercanti diminerali per rame nativo.

Fine terza parte

 

 
 
 
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