Era buio, freddo ed eravamo intirizzite entrambe. Però che bello il lusso di un pomeriggio intero insieme, gironzolando per una Como scintillante nel periodo delle Feste Natalizie. Niente di speciale: una madre impellicciata, come si conviene ad una donna semplice ma elegante, e una figlia adulta, madre a sua volta, felice di un pomeriggio tra donne…Proprio quel giorno ero madre da dieci anni e impegnata con te per organizzare una festa di compleanno degna di un bimbo tanto amato dalla mamma e dalla nonna.
Como ci è sembrata bellissima: giretto in centro per qualche compera, sosta nella chiesetta accanto al Liceo per una preghiera. Tu pregavi per Luca, io per te e Luca. E poi una sosta al baretto in piazza, una torrefazione in cui si entrava anche solo perché attratti fatalmente dal profumo inebriante del caffè appena tostato. Hai voluto pagare tu, eri contenta ed emozionata come una bambina: la prima volta in cui usavi euro anziché lire; una rivoluzione, «una data da ricordare» mi hai detto.
Quasi una profezia. Poi la visita medica privata e programmata da tempo, che aspettavamo per poter dire – e credere davvero – che non fossi malata, che potevi permetterti quel viaggio in Messico tanto atteso da te e papà. Finalmente pochi giorni dopo sareste partiti per il mare, per il caldo, in buona compagnia e con nel cuore la stessa emozione di quella prima volta – tu avevi 25 anni – in cui avevi visto il mare, con quell’uomo che ti offriva di realizzare un sogno, di condividerlo con lui, per sempre.
Ricordo noi in sala d’attesa, e tu serena ma stranamente confidenziale: mi hai raccontato di te, di papà e di quel «voi insieme» che per me, figlia un po’ troppo distratta dalla propria vita, era ancora un mistero. Vi amavate, ne ero certa, una coppia consolidata dal tempo, dalle scelte, dalla famiglia, dalla genitorialità …ma non riuscivo a pensarvi anche come singole persone e tu, invece quel pomeriggio, parlavi di te e di lui, delle vostre differenze caratteriali, dei suoi difetti e delle tue fatiche. Ancora profezie: «Come se la caverebbe papà senza di me?». Chiacchiere tra donne, niente più – pensavo -; anzi, sorridevo intenerita da una madre che si confidava con la figlia. Visita accurata e lunghissima; scrupolo, gentilezza, buone notizie. Nessun problema, potevi partire serena; casomai al ritorno, se qualche piccolo sintomo di affanno si fosse ripresentato, avresti potuto fare un ultimo esame… ma non era urgente, era solo un surplus di prevenzione. Si era fatto tardi, e faceva ancora più freddo. Tu eri contenta dell’esito ma ti ha ripreso quel nodo alla gola che avevi descritto al medico gentile ed esperto… e ci siamo dette che per fortuna eri stata appena visitata e rassicurata.
Di corsa al parcheggio, poi dall’auto ho chiamato Paolo: «Ehi fratello, ciao, ti passo mamma…» e tu hai voluto sentirlo e, come sempre, essere positiva e fiduciosa – per te e per noi -: «Sono sana come un pesce…e ne vedrò di pesci in Messico!». Ti ho riaccompagnata a casa: papà sarebbe arrivato tardi, dopo il turno di lavoro serale. Era ovvio che avremmo cenato insieme, e proposi una pizza; giusto il tempo di arrivare in fondo alla via, 100 metri di distanza, ordinare e portare a casa. Intanto tu avresti apparecchiato – con cura, ne sono certa – e l’avremmo divorata ancora fumante, come piaceva a noi.
Sei scesa dall’auto per aprire il cancello ed entrare percorrendo il vialetto del giardino. Ho aspettato in auto che lo facessi perché quella casa -la nostra casa – grande ed immersa nel verde, magica e un po’ isolata, a me faceva paura di sera, al buio… Hai aperto il cancello, poi sei tornata indietro per dirmi, come sempre, da mamma premurosa: «Ma non vuoi che ti cucini una bistecca?». Io ho sorriso e in quella richiesta ho letto la tua attenzione estrema per chi amavi, ma la pizza era stata la nostra comune scelta. Ho puntato i fari verso il vialetto ma tu ancora mi hai guardata e detto «Grazie!»; di cosa e perché mi hai ringraziato mamma?
Quella tua gratitudine sempre presente, verso chiunque, come a voler sempre sottolineare di sentirti in debito per il bene ricevuto; e io sono proprio come te. Poi ti sei avviata, qualche passo e ancora, voltandoti bella e impellicciata mi hai fatto segno con la mano e sussurrato con il solo labiale: «Vai, vai tesoro, non preoccuparti!». Sono tornata dopo 15 minuti. Tu non rispondevi al citofono e i cartoni delle pizze mi scottavano tra le mani. Non avevo le chiavi, avevo freddo e mi chiedevo perché non aprissi: sarà in bagno, sarà al telefono, sarà un po’ sorda… Invece eri morta. Ho chiamato aiuto: il vicino, i vigili del fuoco, l’ambulanza; sono entrati dalla finestra del pian terreno.
Tu sdraiata a terra, ancora vestita, avevi solo tolto pelliccia, anelli, collana e orecchini – come eri solita fare, come anche io faccio ad ogni rientro –. Sorridevi, bellissima e con gli occhi chiusi; non respiravi ma era come se mi parlassi. E io sentivo ancora: «Vuoi una bistecca? Grazie! Vai…vai tesoro!»: il tuo testamento pronunciato senza sapere che da lì a poco avrei dovuto davvero imparare a badare a me stessa, completamente, senza nemmeno il piacere confortante della tua cura materna, delle tue attenzioni affettuose, della tua presenza essenziale.
Profeticamente mi hai detto, dopo aver vissuto con me le tue ultime ore, quanto mi amassi… tanto da indicarmi come avrei dovuto e potuto farcela, anche senza di te accanto: con la tua stessa cura, gratitudine e fiducia verso di me. Era il 4 gennaio 2002; Luca era nato 10 anni prima, e io ero diventata mamma. Tu nascevi al Cielo in quel giorno freddo d’inverno e io sono diventata adulta in quel momento.
Lucia Todaro è in libreria con «Elogio dell’attenzione» (Feltrinelli)
Illustrazione di Giulia Belcastro
